ARABIA SAUDITA – Salma bint Hizab al-Oteibi, la prima donna eletta alla Mecca

Salma bint Hizab al-Oteibi è la prima donna saudita ad aver conquistato un seggio nel consiglio municipale di Madrakah, la regione della città santa della Mecca, nel primo voto aperto alle donne nel regime ultraconservatore dell’Arabia Saudita. Lo ha annunciato oggi la commissione elettorale locale, secondo quanto riporta l’agenzia di stampa Afp.

In tutto sarebbero tredici le donne saudite elette nello storico voto per le regionali, il primo a cui le donne potevano votare ed essere elette. Un’altra candidata, Hanouf Bint Mufrih bin Ayid al-Hazmi, è stata eletta nella regione di Jawf (nord-ovest), mentre altre due, Sanna Abdel Latif Hamam e Maasooma Abdel Mohsen al-Rida, nella regione di Ihsa (sud-est).

Si tratta di una prima assoluta in Arabia Saudita, lo stato culla del wahabismo, l’interpretazione più intransigente e severa dell’islam sunnita. Lo ha riferito la commissione elettorale. I sauditi che hanno partecipato alle elezioni erano 1.486.477, di cui 130.637 donne.

Elettori ed elettrici sono stati chiamati a scegliere tra 6.000 uomini e 900 donne candidati ai seggi dei 284 consigli municipali, i cui poteri sono limitati a questioni locali, strade, giardini pubblici e raccolta dell’immondizia, ma che sono anche le uniche assemblee del regno a essere composte da rappresentanti eletti. Nella sua circoscrizione, Salma bint Hizab al-Oteibi correva contro sette uomini e due donne.

L’organizzazione per i diritti umani Human Rights Watch ha accolto con favore le elezioni come un passo verso una maggiore partecipazione delle donne alla vita politica del regno, pur sottolineando che “l’arabia saudita continua a discriminare le donne attraverso una miriade di leggi, politiche e pratiche”.




FRANCIA – Bertrand: “Non è una mia vittoria, non è una vittoria politica, è la vittoria della gente”

Pesante sconfitta per Marine e Marion Le Pen al secondo turno delle elezioni regionali francesi. Dopo l’ascesa di domenica scorsa, al ballottaggio il Front National non si è aggiudicato nessuna delle 13 macro regioni in cui è divisa la Francia. Secondo gli exit poll, Marine Le Pen è stata sconfitta di oltre 15 punti da Xavier Bertrand dei Republicains nella regione Nord Pas de Calais-Picardie, dove puntava alla presidenza. Meno netto il distacco della giovane Marion, che risulta comunque battuta con il 53,5% dei voti contro il 46,5% dal candidato di centrodestra Christian Estrosi nella regione Provence-Alpes-Cote d’Azur.

Il Front National è andato sotto di 10 punti anche nella triangolare del Grand Est, la regione Alsazia-Champagne-Ardenne-Lorena, dove il candidato dei repubblicani Philippe Richert ha conquistato il primo posto. Secondo le prime stime Richert è al 47,6% delle preferenze contro il 36,6% del candidato lepenista Florian Philippot. Meno del 16% per Jean-Pierre Masseret, il ‘terzo incomodo’ dei socialisti che ha rifiutato l’ordine di scuderia di ritirarsi dalla corsa per favorire la vittoria della destra moderata.

Marine Le Pen ha ammesso immediatamente la sconfitta, lamentando però “intimidazioni e manipolazioni” e rivendicando di essere la prima forza di opposizione nei municipi francesi. “Voglio esprimere la mia gratitudine ai più di 6 milioni di francesi” che hanno votato Fn e “hanno saputo rifiutare le intimidazioni e le manipolazioni […]. È il prezzo da pagare per l’emancipazione di un popolo. Grazie a tutti i militanti che con il loro impegno, la loro energia hanno permesso il risultato del primo turno, sradicando il partito socialista a livello locale”.

Tira un sospiro di sollievo il primo ministro socialista, Manuel Valls. “In un momento grave, non abbiamo ceduto niente”. L’avvertimento, però, è chiaro: “Questa sera non faremo nessun messaggio di vittoria, perché non è eliminato il messaggio pericoloso della destra, non dimentichiamo il risultato del primo turno […]. So che è mia responsabilità e del mio governo diretto dal presidente François Hollande ascoltare di più i francesi e agire instancabilmente su temi come la disoccupazione, e il terrorismo”.

Xavier Bertrand, che ha sconfitto Marine nel Nord-Pas de Calais-Picardie, ha subito preso la parola nel suo quartier generale per ringraziare chi lo ha votato, anche “gli elettori di sinistra che hanno fatto sbarramento” contro l’estrema destra. “Non è una mia vittoria, non è una vittoria politica, è la vittoria della gente”, ha detto.




LIBIA – Firmato a Roma l’accordo per la pace. Kobler: “E’ una giornata storica per la Libia”

“Una firma molto importante per la pace in Libia. C’è ancora da lavorare ma è un ottimo inizio. Grazie Paolo Gentiloni”. Così il premier Matteo Renzi, su twitter sul nuovo governo di Tripoli.

“E’ una giornata storica per la Libia”, ha affermato invece l’inviato speciale Onu, Martin Kobler, parlando a Skhirat. “Tutte le parti hanno fatto delle concessioni mettendo l’interesse del Paese davanti a tutto. La comunità internazionale continuerà il suo appoggio al futuro governo libico”. “Le porte rimangono aperte anche per quelli che oggi non erano presenti” a Skhirat, ha scritto su twitter Kobler. “Il nuovo governo si deve muovere urgentemente per rispondere alle preoccupazioni di coloro che si sentono marginalizzati”. “L’Isis rappresenta una sfida per il futuro governo di intesa nazionale. C’è bisogno di un dialogo nazionale globale per trovare un modo per lottare contro i terroristi”, ha rilevato Kobler. “State cambiando le pagine della storia”, ha aggiunto rivolgendosi ai delegati a Skhirat.

La nuova leadership libica, alla conferenza sulla Libia svoltasi questa settimana “a Roma, ha firmato un accordo che non è solo un pezzo di carta”: lo ha sottolineato il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni alla cerimonia di Skhirat. “E’ un impegno solenne per aiutare il popolo” libico, ha detto ancora il ministro. “Ora è prioritario ampliare la base di consenso” al nuovo governo libico nato a Skhirat in Marocco. “L’Italia è pronta a fare la sua parte – ha ribadito il ministro – per dare stabilità e sicurezza al paese”.




RUSSIA – Putin moltiplica gli attacchi. Ahmet Davutoglu: «Vuole fare pulizia etnica»

Il terzo conflitto mondiale appare sempre più inevitabile, l’interrogativo paradossale è che non sappiamo chi in realtà sia il nostro nemico. Le precedenti grandi guerre si sono combattute al fronte e ogni soldato poteva distinguere con razionalità e chiarezza chi fosse il suo avversario. Le battaglie, adesso, si combattono in ogni luogo, anche sul web, dove in tempo reale vengono rivendicati attacchi e attentati. L’Isis ha in origine seminato il terrore postando sui vari canali telematici i video delle esecuzioni, girati da professionisti, curando ogni piccolo particolare in maniera cruda e feroce, in seguito quando alle minacce dello stato islamico di attaccare il mondo hanno iniziato a susseguirsi gli atti di terrore gli jihadisti sembrano essere sbucati fuori dai monitor dei pc al grido “Allah akbar”. La Russia ha sempre monitorato l’operato dei terroristi ed è attualmente il paese più impegnato nella lotta contro lo Stato Islamico. In questi giorni ha moltiplicato gli attacchi usando ogni mezzo, persino attraverso l’utilizzo di un sottomarino, il Rostov-on-Don, mediante il quale secondo il presidente russo “sono state distrutte due importanti postazioni dell’Isis nella provincia di Raqqa”. Putin, inoltre durante una discussione col ministro della difesa Sergey Shoigu, ha dichiarato che i missili Kalibr e i razzi da crociera A-101 «possono essere armati sia con testate convenzionali sia con testate speciali, cioè quelle nucleari. Certamente nulla di questo è necessario nella lotta ai terroristi, e spero che non sarà mai necessario». Il presidente turco Ahmet Davutoglu ha espresso pesanti critiche nei confronti di Putin sostenendo che «vuole fare pulizia etnica per proteggere il regime e le basi russe a Latakia e Tartus ».
Putin, continua a sua volta ad incolpare il governo turco di acquistare il petrolio dallo Stato Islamico e gli americani di finanziare e fornire armi agli jihadisti.




ITALIA – Scandalosa e seducente,Tamara de Lempicka a Palazzo Forti di Verona

Viaggiatrice, misteriosa, eccentrica,  Tamara resterà a Verona fino al 31 gennaio 2016.

Sei le sezioni tematiche della mostra monografica dedicata alla musa, diva e grande artista dell’ Art Decò; 200 le opere in esposizione. Da “I mondi di Tamara de Lempicka”, un’esplorazione attraverso tutte le case in cui ha vissuto tra il 1916 e il 1980, tra l’anno del suo matrimonio a San Pietroburgo e l’anno della morte a Cuernavaca, fino a “Le visioni amorose”, che racconta attraverso eccezionali nudi la delicata attenzione riservata a uomini e donne da lei amati. Per finire con la sezione “Scandalosa Tamara”, dove si affronta il tema della coppia: da quella eterosessuale ripresa dal Bacio di Hayez, alle coppie saffiche. Quasi un corollario della mostra, la sezione “Dandy déco” è una “mostra nella mostra”: un’inedita sfilata di abiti calzature e accessori dei decenni Venti e Trenta, scelti rispecchiando i gusti della Lempicka. Per finire, a Verona ha preso corpo anche una inedita sezione che si può definire virtuale: “Seduzione in Musica”. A Palazzo Forti, sede dell’Arena Museo Opera, l’opera di Tamara è letta attraverso la musica: in ogni sala della mostra echeggiano brani e musiche dei tempi e dei luoghi della Lempicka.

La pop-star Madonna – affascinata dalla biografia della pittrice – è divenuta una delle principali collezioniste delle opere di Tamara de Lempicka e ha prestato i quadri della pittrice da lei in possesso a musei e per l’organizzazione di eventi. Questo ha contribuito nei recenti anni alla riscoperta (almeno mediatica) e alla rivalutazione della Lempicka.

Madonna ha presentato le opere della Lempicka nei video musicali di alcuni dei suoi grandi successi, ad esempio in “Open Your Heart” (1987), “Express Yourself” (1989), “Vogue” (1990) and “Drowned World/Substitute for Love” (1998), e durante il Who’s That Girl tour del 1987 e il Blond Ambition world tour del 1990.

Tra gli altri collezionisti delle opere della Lempicka troviamo l’attore Jack Nicholson e l’attrice-cantante Barbra Streisand.




ITALIA – A Cagliari, tra regnanti, artiste e letterate di Villanova

Di Agnese Onnis

 Nella prima metà del XX secolo, la città di Cagliari ha visto espandere il suo abitato a partire dai due quartieri storici di Villanova, ad est di Castello, e Stampace, ad ovest, che già da secoli accoglievano le famiglie contadine emigrate dalla vicina pianura del Campidano.

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FOTO 1. MAPPA

La parte più antica di Villanova si riconosce dalle sue casette basse e colorate, che nascondono orti e giardini interni, e da ciò che resta delle minuscole botteghe artigianali sopravvissute alla crisi. Le vigne e i frutteti che circondavano l’area fino alla prima metà dello scorso secolo hanno lasciato gradualmente posto dapprima a villini liberty e palazzine discrete, e infine ad alti edifici abitativi e chiassose strade.

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FOTO 2. VILLANOVA VECCHIA

A fungere da raccordo fra il quartiere arroccato di Castello e il piano di Villanova è il Terrapieno, utilizzato nel XVIII secolo come avamposto delle fortificazioni militari legate ai Savoia e trasformato, negli anni Trenta, in passeggiata panoramica, a un metro e mezzo di altezza al di sopra del viale Regina Elena.

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FOTO 3. TERRAPIENO

La regina Elena è dunque la prima figura femminile che s’incontra nel percorso, cara al popolo e rispettata per la sua generosità. Non amava la vita di corte: indossava il grembiule per dirigere le cameriere, curava personalmente tutti i particolari dei ricevimenti, insegnava alle figlie a cucire, a lavorare a maglia, a fare i dolci. Aveva un gran senso del dovere e della dignità, tanto che per il tragico terremoto di Messina del 1908, si dedicò personalmente ai soccorsi. Durante la prima guerra mondiale fece l’infermiera a tempo pieno e trasformò il Quirinale in un ospedale.  Si interessò alla medicina, fino a meritare una laurea ad honorem; ancora oggi molti ospedali e reparti ospedalieri portano il suo nome. Finanziò opere benefiche e sembra fosse anche intervenuta presso il re a favore degli ebrei, ai tempi delle leggi razziali.

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FOTO 4. VIALE REGINA ELENA

Il Terrapieno si chiude con l’ingresso ai Giardini pubblici, dove, nella palazzina della ex Polveriera, ha sede la Galleria Comunale d’arte diretta da Anna Maria Montaldo, che l’ha valorizzata e fatta emergere a livello nazionale guadagnandole, per la buona gestione, il titolo di secondo museo civico.

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FOTO 5. GALLERIA COMUNALE D’ARTE

La Galleria espone, tra le tante opere, alcune produzioni di artiste. Al piano terra sono in mostra diverse tele della pittrice umbra Deiva De Angelis (Veduta romana, Paesaggio con alberi, Nudo femminile).

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FOTO 6. TESTA DI CONTADINA

Al primo piano sono presenti lavori di Antonietta Raphael Mafai (Testa di contadina, foto 6), Rosanna Rossi (Composizione), Mirella Mibelli (Bagnante), Maria Lai (Ritratto di Salvatore Cambosu), Rita Thermes (Coro a tre voci, foto 7).

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FOTO 7. CORO A TRE VOCI

Per ritrovare tracce femminili nella toponomastica dell’area bisogna procedere a ritroso e percorrere viale Regina Elena in direzione della piazza Costituzione. Da lì, imboccata via Garibaldi e voltato subito a destra su via San Lucifero, s’incrocia la strada dedicata alla grande giudicessa Eleonora d’Arborea, a cui è peraltro intitolato anche l’Istituto Magistrale, oggi Liceo psico-pedagogico.

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FOTO 8. ELEONORA (foto di Daniela Serra)

Alla morte di suo padre, il giudice Mariano IV, Eleonora esercitò il ruolo di reggente per i figli minorenni nel giudicato di Arborea.

La sua forte personalità le permise di ottenere il consenso popolare e di imporsi come legislatrice saggia e capace che alla ‘sardesca repubblica’’ applicò nuove regole e leggi incorporate ai Codici paterni, nella famosa Carta de Logu.

Eleonora detiene, insieme a Grazia Deledda, il primato di intitolazione di strade e piazze nei comuni sardi.

A Cagliari, tra le due protagoniste della storia e della cultura isolana, la distanza è breve.

Imboccata la via Iglesias verso piazza Gramsci, e attraversata via Sidney Sonnino (un tempo via Nuova), s’incontra via Grazia Deledda, di poco esterna all’area originaria di Villanova.

Merita una piccola nota la prima traversa di via Iglesias (oggi via Oristano), un tempo conosciuta come arruga de is Panetteras, la via delle panificatrici, di cui purtroppo non è rimasta traccia.

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FOTO 9. DELEDDA (foto di Daniela Serra)

 Con la Deledda l’Isola entra a far parte dell’immaginario europeo, scrive Dino Manca nella sua introduzione critica e filologica al romanzo L’edera.

Grazia, premio Nobel per la letteratura, nacque nel 1871 a Nuoro. La sua biografia è nota e i suoi libri sono stati tradotti in tutto il mondo.

Quale riconoscimento alla fama della scrittrice, la città di Nuoro ha trasformato la sua casa natale nel bel Museo Grazia Deledda.

Anche Cagliari, con l’intitolazione della strada, testimonia il suo omaggio alla grande scrittrice.

La passeggiata si conclude con un’altra dedica letteraria che compare nella seconda traversa destra di via Deledda.

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FOTO 10. ADA NEGRI

Beneficiaria ne è Ada Negri, lodigiana di umili origini che rivolse gran parte delle sue liriche ai temi sociali, tanto da essere definita la poetessa del Quarto Stato. Vicina alle posizioni mussoliniane, e dunque intellettuale di regime, non rinnegò mai le sue idee. Morì nel 1945 a Milano.

Seppure esuli dal tema del percorso e non abbia riferimenti diretti al mondo femminile, va segnalata, a breve distanza dall’ultima meta, la basilica di San Saturnino e l’adiacente necropoli, considerata uno dei più importanti complessi paleocristiani dell’isola. Anche qui, come sempre, si cela una presenza femminile significativa: furono soprattutto tre donne – Renata Serra, Tatiana Kirova, Letizia Pani Ermini – a fissare e divulgare la datazione della fabbrica originaria tra il V e il VI secolo.

Villanova conserva molti edifici di culto interessanti per la storia e l’architettura cittadina, ma nessuno dei tanti è intitolato a donne. Sarà invece il quartiere di Stampace, oggetto della prossima passeggiata, a riportarci nel mondo delle sante.

 




BRASILE – Multa da 25 miliardi per la Sanmaco. Diciassette le vittime del disastro ambientale

Un flusso inarrestabile di fanghi ferrosi contaminati da arsenico, piombo, cromo ed altri metalli pesanti ha invaso la città di Mariana, nello stato di Minas Gerais e da qui si sono sparsi alle località circostanti.

Il bilancio ”umano” è pesante: 17 vittime (tra cui 13 operai) e centinaia di persone evacuate dalle proprie case. Tre università sono chiuse da allora, con gli studenti costretti a rinunciare alle proprie attività didattiche. I volumi di sostanze tossiche che hanno coperto l’area sono impressionanti: 60 milioni di metri cubi, pari a 25.000 piscine olimpioniche. Con queste cifre inutile dire che anche i danni ambientali sono ingenti.
Dalla diga crollata i fanghi di un colore che vanno dall’arancione al marrone, sono finiti nel Rio Doce – il fiume Dolce – e da qui hanno iniziato il loro cammino inesorabile verso la foce, contaminando l’acqua e i terreni che hanno incontrato che incontreranno per strada. In due settimane dal disastro, foreste, aree protette, campi agricoli, case, habitat sensibili sono stati ricoperti dal fango tossico: 250.000 persone sono rimaste senza acqua potabile. Dai rubinetti sgorga infatti acqua arancione.

Le sostanze chimiche contenute in questi fanghi erano usate per eliminare le impurità dai minerali estratti. Fra i composti, i cosiddetti ether amines, prodotti da una ditta che si chiama Air Products. Ora gli esperti temono che il danno per l’ecosistema possa essere permanente, in grado di compromettere per sempre la fertilità dei campi e cambiare il corso dello stesso sistema fluviale. Queste sostanze possono anche cambiare i livelli di pH, alterando gli equilibri dell’acqua.

La ditta che stava costruendo la diga, la Samaco Mineracao Sa, controllata dalla anglo-australiana Bhp Billiton e dalla brasiliana Vale, entrambe colossi delle miniere, hanno messo in piedi un cantiere che  non aveva neanche sirene di allarme. Il tutto con il benestare delle Autorità, da tempo coscienti che quei lavori per la realizzazione della diga fossero pericolosi. L’ultimo dossier di denuncia risale al 2013. La Samarco si ostina a ripetere che i materiali sprigionati non siano tossici. Ma intanto le acque sono arancioni, un colore che non può certo passare inosservato.

Non è la prima volta che il Rio Doce, un fiume di 800 km, viene inquinato da rifiuti di operazioni minerarie, perché ricade in una regione, la Minas Gerais, ricca di minerali. Qui viene prodotto il 10% di tutto il ferro del Brasile.

Le multinazionali che operano in questa regione spesso sono poco attente in termini di controlli e manutenzione. Con il risultato che se un tempo il Rio Doce era immerso nella foresta amazzonica e popolato da tribù indigene, oggi percorre un’area essenzialmente disboscata, quasi spettrale. I suoi fondali sono pieni di sedimenti e le inondazioni sono frequenti.

Ancora incerte le cause dell’incidente. Il presidente brasiliano Dilma Rousseff dice che l’azienda costruttrice dovrà pagare per le operazioni di pulizia, di risarcimento e per l’approvvigionamento dell’acqua, ma intanto è stata messa sotto procedimento di impeachment per altri motivi.

Le stime per la pulizia sono di circa 2,4 miliardi di euro. Se si considera tutto il fiume, e l’inquinamento accumulatosi negli scorsi decenni, i miliardi per la pulizia sono stimati essere circa 25 miliardi. Per di più, il percorso del fango tossico non si è ancora arrestato e il 22 novembre ha perfino raggiunto l’Oceano Atlantico.

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A causa del disastro, la Sanmaco ha perso il 5% della produzione di minerale di ferro e circa il 3% dei guadagni. All’azienda è stata tolta la licenza mineraria.

Nonostante l’importanza delle miniere per l’economia brasiliana, questo settore ha solo 220 ispettori incaricati di monitorare ben 27.293 siti a livello nazionale. L’anno scorso, tre operai sono morti durante i lavori di una diga proprio vicino alla zona dell’incidente della scorsa settimana. Andando ancora più indietro, nel 2012 migliaia di abitanti del comune di Campo dos Goytacazes sono stati costretti ad abbandonare le loro case, sempre per la fuoriuscita di melma tossica da una diga. Un altro guasto a una diga nello stato nord-orientale di Piauí nel 2009 ha provocato la morte di 24 persone.

Clamorose sono poi le accuse che Maurico Guetta, un avvocato della ONG ambientalista Instituto Socioambiental. Egli ha descritto gli stretti legami tra il Governo e l’Industria mineraria in un post sul blog dell’organizzazione. Una delle due proprietarie della Samarco, la brasiliana Vale, è stata infatti una delle principali donatrici sia per la Rousseff che per il suo avversario principale Aécio Neves, durante la campagna elettorale delle elezioni presidenziali dello scorso anno.

Fernando Pimentel, il governatore dello Stato di Minas Gerais (dove si è consumato l’incidente) è un altro beneficiario delle sue donazioni. E ha tenuto la sua prima conferenza stampa dopo la tragedia nella la sede della Samarco.




ITALIA – A Cagliari, tra le sante di Marina

Di Agnese Onnis

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FOTO 1. PORTA DEI LEONI

La passeggiata tra le donne del capoluogo sardo prosegue attraverso la Porta dei leoni, che si lascia alle spalle il quartiere storico di Castello. Le scalette intitolate alle Monache Cappuccine conducono sulla via Manno e da lì, scendendo la rampa di Santa Teresa, si raggiunge Marina.

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FOTO 2. SCALETTE CAPPUCCINE

Il monastero cagliaritano intitolato alle Cappuccine, venne costruito nel primo decennio del XVIII secolo su un’area precedentemente utilizzata per le esecuzioni capitali. A seguito della soppressione degli ordini religiosi, l’edificio entrò a far parte degli immobili demaniali, subì diversi passaggi di mano e nel 1969 venne definitivamente assegnato alle monache Clarisse. Annessa al monastero è la chiesa della Beata Vergine della Pietà, a pianta rettangolare, con navata unica e volta a botte, consacrata agli inizi dell’Ottocento.

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FOTO 3. SCALETTE SANTA TERESA

Il percorso alternativo che consente la discesa da Castello verso il quartiere di Stampace, ad Ovest, è anch’esso legato a due intitolazioni femminili. Alle spalle di Santa Chiara (XIV secolo – originariamente intitolata a Santa Margherita di Antiochia), da cui partono l’omonima salita e la rampa di scale progettata nel 1858 dall’architetto Gaetano Cima, si nasconde l’ascensore che collega al piano: da lì, imboccata via Santa Margherita in direzione piazza Yenne e attraversato il largo Carlo Felice, si raggiunge il porto.

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FOTO 4. PIANTA MARINA

Il largo Carlo Felice delimita a occidente la Marina di Cagliari, fondata dai Pisani nel XIII secolo per ospitare merci e lavoratori portuali, e corre lungo uno dei rami dell’antica cinta muraria.

Come spesso accade quando si parla di popoli, la componente femminile scompare dal ricordo e dalla toponomastica.

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FOTO 5. VIA DEI PISANI

L’area era abitata in realtà fin dall’epoca romana e gli scavi archeologici hanno portato alla luce un tratto di strada lastricata e i resti di un edificio termale.

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FOTO 6. MARINA

La Marina crebbe di importanza e di anime nei secoli successivi e ospitò confraternite legate alle principali mete di commercio: il gruppo siciliano si raccolse attorno alla chiesa di Santa Rosalia mentre la comunità genovese si stabilì in prossimità della chiesa dei Santi Martiri Giorgio e Caterina. Quest’ultima, distrutta dai bombardamenti del ’43, è stata ricostruita nel dopoguerra nel quartiere periferico di Monte Urpinu.

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FOTO 7. SANTI MARTIRI GIORGIO E CATERINA

Santa Rosalia, oggi in via Torino, sorge sui resti di un antico oratorio, dedicato alla santa. Fu ampliata dalla congregazione siciliana sul finire del XVII secolo; pochi anni dopo, connessa a un convento destinato ai Frati Minori Osservanti, venne ristrutturata in stile barocco piemontese dall’architetto Augusto della Vallea.

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FOTO 8. SANTA ROSALIA

Molti sono gli edifici religiosi dell’area collegati a figure femminili. Indirettamente lo è anche la Cappella dell’Asilo della Marina, un tempo oratorio della Vergine d’Itria, che conserva le spoglie di suor Giuseppina Nicoli, appartenente alla Compagnia delle Figlie della Carità di San Vincenzo de’ Paoli e proclamata beata nel 2008.

Tra gli edifici di culto più antichi va menzionata la Collegiata di Sant’Eulalia, da cui prendono nome piazza, strada e museo, che custodisce il patrimonio artistico e storico del sito archeologico sottostante. La chiesa, edificata dagli aragonesi nel XIV secolo in stile gotico catalano, ricorda l’omonima fanciulla cristiana, patrona di Barcellona, torturata, crocefissa e infine decapitata, a soli tredici anni, sotto l’impero di Diocleziano.

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FOTO 9. SANTA EULALIA

Il margine orientale del quartiere è segnato da un’altra strada femminile: non si tratta di una santa, questa volta, ma di una regina.

A Margherita di Savoia, consorte di Umberto I e a Elena del Montenegro, moglie di Vittorio Emanuele III, sono dedicate numerose intitolazioni di strade e piazze, scuole, istituti, ospedali in tutto il territorio nazionale. Furono donne apprezzate dal popolo di cui la toponomastica rinnova la memoria.

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FOTO 10. REGINA MARGHERITA

Viale Regina Margherita, che collega due grandi piazze – Costituzione e Amendola – è un asse importante nella viabilità cagliaritana. Al civico 33, fino al 2001, aveva sede la Manifattura Tabacchi, una delle prime fabbriche di Cagliari a fornire impiego stabile e salario adeguato alla manodopera femminile.

A poca distanza, nel quartiere Villanova, s’incontra la via intitolata alla regina Elena: ne scopriremo la targa la prossima settimana.




Il XXI, un secolo di barbarie

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Forse sono gli unici a interessarsi all’ arte e alla cultura in Italia. Perchè ormai non è rimasto che questo.

I ladri hanno portato via 17  capolavori dal museo civico veronese di Castelvecchio. Opere di Tintoretto, Bellini, Rubens, Mantegna, Pisanello, per un valore tra i 10 e i 15 milioni di euro. Un furto che ha del clamoroso. Una razzia come ai tempi di Attila. Uno sfregio dei tanti. Perchè, c’è chi ruba,  e chi elimina e distrugge con i tagli alla spesa pubblica e le riforme del sistema culturale.

«Erano dei professionisti, sapevano cosa prendere e conoscevano il Museo», ha detto il sindaco di Verona, Flavio Tosi, che poi, anticipando possibili polemiche sulla sicurezza, ha aggiunto: «le norme che vengono applicate e i parametri di sicurezza non rendono impossibili i furti, li fanno anche al Louvre».

Almeno c’è  qualcuno che di arte ne capisce, gli rispondiamo.  Ancora oggi che  non è  più concesso studiarla  e  le accademie e i conservatori vengono chiusi.

Il danno «è immenso», ha commentato la direttrice di Castelvecchio, Paola Marini, secondo la quale il valore dei quadri sottratti si aggira sui 15 milioni di euro.

Ha destato sorpresa l’apparente facilità con cui i predoni hanno compiuto una razzia di tale portata, in pieno centro storico, fuggendo senza essere visti, se non dalle telecamere di sicurezza. Ora su queste immagini stanno lavorando polizia e carabinieri, per dare un volto alla banda.

Qualunque sia il ladro… Chiunque sia il barbaro… Restiamo fermamente convinti che l’arte è patrimonio dell’Umanità intera e non si ruba, si finanzia.




ITALIA – “Bellezza divina” nel Palazzo Strozzi di Firenze

Di  Domenico Simi de Burgis

La mostra “Bellezza divina” curata da Lucia Mannini, Anna Mazzanti, Ludovica Sebregondi e Carlo Sisi presso Palazzo Strozzi a Firenze prende in esame le rappresentazioni a soggetto sacro dalla metà dell’800 fino alla metà del ‘900 circa: si apre infatti temporalmente con Bouguerau e si chiude con Vedova.

La mostra è divisa in varie sezioni e non sottostà quindi a un criterio temporale. Le sezioni sono: “Dal Salon all’altare” che illustra il passaggio da un’arte prettamente accademica al ritorno a un’arte sacra presente nelle chiese così come era nel Rinascimento attraverso una grande flagellazione di Bouguerau da una parte e una pala d’altare di Ciseri dall’altra. “Rosa mystica”, invece, espone raffigurazioni di Madonna con bambino partendo dalle due Vergini di Munch fino ad arrivare alle sculture di Adolfo Wildt e Libero Andreotti. La sezione “Vita di Cristo” ripercorre tutte le tappe caratterizzanti l’esistenza del Messia e occupa numerose sale. Nella prima compaiono varie interpretazioni dell’episodio dell’Annunciazione tra cui notabili sono il carboncino di Segantini con l’arcangelo in volo che sussurra alla Vergine la buona novella, o il rovesciamento di prospettiva dettato dalla figura angelica di Philpot che porge direttamente al fruitore un giglio senza che Maria sia rappresentata, o ancora la tela accennata dal divisionista Previati. Nelle sale successive l’attenzione viene divisa tra vari episodi trattati quasi unicamente da un solo quadro o scultura. Solo la natività ha più interpretazioni, tra cui il presepe in ceramica dipinta di Arturo Martini concepito in un pezzo unico circolare. Per il resto è da notarsi una scultura di riunione tra il figliol prodigo e suo padre sempre di Arturo Martini o una fuga in Egitto dai colori magici di Odilon Redon. Una sala intera invece è segnata dal tema della passione fino al culmine della crocifissione: dalle più famose di Chagall o Guttuso si passa a quelle meno note ma altrettanto particolari e suggestive quali quella di Primo Conti o quella di un Picasso quindicenne con il Cristo che sembra contraddistinto da un muso allungato di cane o cavallo al posto del volto.

Altra sezione, invece, è quella intitolata alle decorazioni murali di Gino Severini su alcune chiese contemporanee: compaiono, infatti, vari disegni di progetti dell’interno della chiesa di Saint-Pierre a Friburgo.

Il penultimo blocco di mostra è stato chiamato in maniera generica “La Chiesa” a causa delle rappresentazioni tutte atte a un’esaltazione di tale istituzione: da notarsi un potente e imponente busto in marmo ritraente Pio XI di Adolfo Wildt.

Compare infine una sezione concentrata sul raccoglimento privato e che coglie il momento della preghiera attraverso la delicatezza di un gesso di Vincenzo Vela o di una tela di Felice Casorati.

Per quanto riguarda le opere ritengo che la mostra valga la pena di essere vista essendo tutte di alto interesse circa la mescolanza di autori più rinomati ad altri meno. Se da un lato però permane questo giudizio positivo, dall’altro si fa strada uno scetticismo di fondo causato dalla disposizione degli stessi lavori d’artista. Procedendo per sezioni espositive infatti, si perde il senso del tempo e prevale una sensazione di spaesamento che lascia, alla fine del percorso, un retrogusto amaro dato dal non saper ripercorrere la mostra con precisione privati del sussidio di una guida sicura. Questo stesso retrogusto è anche alimentato dalle schede espositive caratterizzanti i vari scompartimenti che risultano assolutamente inutili nel non riuscire a motivare ed esaltare i tratti salienti della mostra che in questo modo risulta incompleta oltre che, per certi versi, priva di senso.

L’ordine dato dai curatori, inoltre, sottopone le opere a una vera e propria forzatura. In questo modo l’opera non diventa più figlia del proprio tempo o letta in relazione a esso ma viene classificata in maniera sterile e imprigionata all’interno del soggetto che rappresenta.

Una mostra quindi da prendere con le dovute precauzioni ma comunque da vedere per le curiosità alle quali ci fa assistere.