Quattro date italiane per i June of 44

Una delle band più rappresentative del genere, i June of 44, tornerà in Italia il prossimo mese per quattro date, dopo una lunga assenza (ben 19 anni dopo il loro scioglimento nel 1999).
Parlare di “genere”, per questo stile, è molto difficile: è un’etichetta che i critici hanno utilizzato per definire una cerchia di gruppi che ha portato il rock a un altro livello, decostruendolo e riformandolo secondo altre regole, ma utilizzando sempre gli strumenti classici (la formazione è sempre la stessa con chitarra, voce, basso e batteria). Se durante gli anni ’80 l’avvento del noise rock, dell’hardcore e di etichette molto innovative come Dischord e SST ci ha mostrato come si potesse essere innovativi e rumorosi anche al di fuori della new wave, nei ’90 in America qualcuno ha pensato di portare avanti questo discorso producendo musica ancora più complessa e mai ascoltata prima. Esce quindi un disco come Spiderland degli Slint che rimescola completamente le carte in tavola grazie a composizioni lunghe, con una voce quasi narrante piuttosto che un cantato vero e proprio e con un gioco tra effetti sonori e parti di chitarra in pulito. C’è chi però contemporaneamente, nell’underground americano, sta andando nella stessa direzione, come i June of 44. Dischi come Tropics and Meridians del 1996 e Four Great Points sono dei lavori assoluti per gli amanti di queste sonorità, che hanno anche portato alla nascita del cosidetto math rock, cioè del rock in cui non ci sia la classica struttura 4/4, ma tempi dispari, rumorismo e sperimentazioni mai udite prima, che spesso si traducono in brani dalla struttura indefinibile. La band di Louiseville, che tra le sue fila può vantare gente di formazioni più vecchie come Codeine e Rodan, aggiunge ulteriori tasselli in un mosaico di suoni che prima ha conquistato una cerchia di ascoltatori molto limitata e che poi nessuno ha potuto più ignorare. Saranno nel nostro Paese il 25 maggio all’Afro Bar di Catania, il 28 allo Spazio 211 di Torino, il 29 al Locomotiv di Bologna e il 30 all’EVOL di Roma. 

Tra queste date, vi consigliamo di non mancare alla prima, in cui la band si esibirà come ospite nel trentennale degli Uzeda, assieme ad altri grandi nomi come gli Shellac di Steve Albini (già dietro ai seminali Big Black e attivo come produttore per tanti album celebri come In Utero dei Nirvana), The Ex e Black Heart Procession. Sarà un’occasione più unica che rara per vedere sullo stesso palco dei pezzi di storia che molto raramente si possono ritrovare insieme: chi segue il genere senza dubbio non se li lascerà sfuggire.




L’altro sguardo

A partire dalla scorsa settimana e fino al 2 settembre, il Palazzo delle Esposizioni di Roma ospita la mostra fotografica intitolata L’altro sguardo: fotografe italiane dal 1965 al 2018, dove si trovano opere di decine di artiste e giornaliste di vari ambiti dagli anni Sessanta a oggi. La raccolta, a cura di Raffaella Perna, proviene dalla collezione di Donata Pizzi, archivista per L’Espresso e responsabile della sede romana dell’agenzia americana The Image Bank. 

Le opere meno recenti risalgono alla seconda metà degli anni Sessanta, quando le donne sono entrate nel mondo del fotogiornalismo. Prima di allora erano esistite alcune eccellenti fotoreporter (Tina Modotti, Dorothea Lange, Gerda Taro…) ma erano una nicchia molto ristretta. Perché le fotoreporter siano riconosciute per il loro valore bisogna aspettare gli anni Sessanta e Settanta, quando il movimento femminista ha costretto la società ad accettare la presenza e la partecipazione femminile in tutti gli ambiti della vita pubblica. In seguito, verso la fine degli anni Novanta, la fotografia si è estesa ancora a causa del digitale, fino a diventare un fenomeno di massa a tutti gli effetti.

La prima sezione della mostra è intitolata Dentro le storie. Vi si trovano le fotoreporter che hanno documentato gli ultimi decenni della vita pubblica e di donne e uomini e della politica italiana. 

Foto 1

La più celebre tra le giornaliste qui ospitate è certamente Letizia Battaglia: troviamo un’immagine di una bambina illuminata nella penombra di una stradina palermitana (foto 1) e una testimonianza istantanea dell’omicidio di Piersanti Mattarella da parte della mafia. Tra le immagini di denuncia spicca quelle di Carla Cerati, che testimonia le condizioni di vita nei manicomi prima che Franco Basaglia  trasformasse lo status e la percezione del malato psichiatrico, da delinquente da punire a persona da aiutare.

Quello del manicomio è un tema che negli anni Sessanta e Settanta ha attirato l’attenzione di numerosi reporter italiani come Mario Giacomelli, Gianni Berengo Gardin e la stessa Letizia Battaglia. 

La storia italiana prosegue in questa sezione con uno scatto di Giovanna Borgese che mostra il processo, celebrato a Torino nel 1981, contro le donne che negli anni Settanta avevano militato nel gruppo armato Prima Linea: nell’immagine le donne, chiuse in una gabbia come polli, mostrano rabbia e rassegnazione nell’ascoltare la sentenza emanata dallo Stato che l’addetto alla repressione avvolto nella sua toga sta pronunciando con le spalle rivolte alla fotografa (foto 2). Un’ulteriore immagine di questa sezione che merita decisamente di essere ricordata è opera di Isabella Balena, in cui, con linee dritte e geometrie quadrate, la fotoreporter riprende un albero rinsecchito e un palazzo con dei panni stesi le cui pareti sono crivellate di proiettili: siamo a Mostar, città simbolo della guerra civile che ha insanguinato la Jugoslavia negli anni Novanta, guerra di cui la NATO e l’Italia in particolare sono state protagoniste.

Foto 2

La sezione successiva della mostra ha un titolo molto significativo: cosa ne pensi tu del femminismo? È con questa domanda che si entra nella seconda sala dell’esposizione. La prima immagine che si nota, opera di Gabriella Mercadini, documenta l’occupazione da parte dei collettivi femministi della capitale del reparto di ginecologia e maternità dell’ospedale San Giacomo (oggi in gran parte dismesso a causa dei recenti tagli alla sanità voluti dalle giunte di governo regionale di entrambi gli schieramenti politici). La foto risale al 1978, quando il dibattito sull’interruzione di gravidanza era al centro dell’attenzione politica e mediatica: il principale frutto delle lotte femministe di quegli anni è stata la vittoria al referendum del 1981, indetto dal Partito Radicale, che ha legalizzato l’aborto in Italia, nonostante la propaganda contraria della Chiesa e della Democrazia Cristiana, facendo passare il concetto che la maternità debba essere una scelta consapevole e ragionata e non una sorte da subire passivamente. È legittimo chiedersi se questo scatto, che costituisce un documento importante per chi studia la storia sociale del Novecento, sia più adatto alla seconda sezione sul femminismo o alla prima sui mutamenti storici e sui fatti politici dell’Italia repubblicana. Si trova in questa sezione la fotografia digitale di Anna Di Prospero intitolata Central Park #2 che funge da immagine di copertina per i manifesti che pubblicizzano l’intera mostra: lo scatto, uno dei pochi a colori, ritrae una donna di spalle mentre rema nel lago di Central Park, a New York, con gli alberi del parco e la punta dell’Empire State Building che fanno da sfondo (in copertina). L’immagine più bella delle sala, realizzata da Agnese De Donato, storica femminista e fondatrice della rivista Effe, morta un anno fa, è intitolata Donne non si nasce, si diventa (foto 2), frase di Simone de Beauvoir emblematica del movimento femminista degli anni Settanta. 

Foto 3

Tutta la mostra, e questa seconda sezione in particolare, insiste sulla rappresentazione del femminile attraverso immagini di donne raffigurate da se stesse e da altre donne. Il fatto di mostrare parte del corpo femminile (nella foto la donna in primo piano con il pugno alzato ha una gonna corta, tipica di quegli anni, e una giacca aperta che lascia vedere buona parte del seno) indica la liberazione dal pudore di cui era piena la società retrograda e sessuofobica precedente all’esplosione del femminismo. Nelle immagini successive la stessa Agnese De Donato ritrae un uomo a petto nudo in pose ostentate che ricordano il modo in cui la fotografia pubblicitaria usa spesso i corpi femminili trasformandoli in semplici oggetti di desiderio e di marketing.

La terza sezione della mostra è intitolata Vedere oltre e si allontana completamente dal percorso storico seguito nel resto dell’esposizione. Qui sono esposte non fotografie ma opere astratte realizzate dopo il 2000 con il digitale, a colori, per mostrare le potenzialità del nuovo mezzo. È difficile trovare un tema unico che faccia da filo conduttore a ciò che si può vedere nella stanza. 

La quarta e ultima sezione, intitolata Identità e relazione, indaga sull’identità femminile nel tempo. In questa sezione Moira Ricci presenta una fotografia autobiografica di confronto tra le immagini di se stessa a Milano con il compagno, nel 1953, e della propria famiglia negli stessi luoghi oggi. Poco distante si trova un interessante fotomontaggio di Anna Di Prospero intitolato Selfportrait with my mother (foto 4), proveniente dalle serie Self portrait with my familiy (non riportata interamente al Palazzo delle Esposizioni): un progetto con cui l’artista intende usare la fotografia per indagare sui propri legami affettivi più intimi. La necessità di dar voce ai vissuti personali e alle esperienze quotidiane delle autrici è nata con la politicizzazione della vita privata, tema che ha costituito uno dei cavalli di battaglia del femminismo novecentesco. 

Foto 4

La mostra è accessibile dal martedì alla domenica dalle 10 alle 20 ed è possibile entrare fino a un’ora prima dell’orario di chiusura dell’edificio.

Da martedì 24 luglio a domenica 26 agosto l’orario di apertura sarà posticipato alle 12 e la chiusura del sabato alle 23. La libreria del museo, per chi fosse interessato al catalogo della mostra, segue gli stessi orari. 

Il prezzo intero del biglietto è di 12,50 euro; è prevista una riduzione a 10 euro al di sotto dei 26 anni (compresi) e al di sopra dei 65; persona invalide o al di sotto dei 6 anni di età hanno diritto all’accesso gratuito; in caso di prenotazione il costo del biglietto aumenta di 2 euro. 

L’ingresso è gratuito inoltre per chiunque abbia meno di 30 anni ogni primo mercoledì del mese dopo le ore 14.00 e ogni prima domenica del mese per tutte le persone residenti a Roma. 

 




Roma – Help the Ocean

Quale immagine vi viene in mente se vi chiedo di pensare a un essere umano che arriva per la prima volta nella Storia in un nuovo luogo?  

Bene, ora non pensate né a un nuovo continente, né a una nuova isola o tantomeno alla Luna: pensate a uno Stato… di plastica. E pure a una donna! Si tratta di Maria Cristina Finucci, l’artista di Lucca che ha ‘fondato’, impiantandovi pure la classica bandiera, il Garbage Patch State, cioè lo stato delle immondizie.

Lo ha fatto nella sede dell’Unesco nell’aprile del 2013, ottenendo il riconoscimento ufficiale di questo ‘Stato’ che ha pure una capitale, Garbandia, una sua costituzione, un governo e una bandiera nazionale  di colore azzurro, come il mare, con vortici rossi come quelli che hanno convogliato e riunito in isole tonnellate di rifiuti.

Fig. 1

L’iniziativa è volta a sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema del marine littering, cioè l’inquinamento da rifiuti che sta contaminando il mare, e in questi giorni attraverso l’installazione “Help the Ocean” sarà a Roma dal 9 al 29 luglio presso il Foro romano: l‘opera, formata da un insieme di gabbioni in rete metallica rivestiti da circa sei milioni di tappi di plastica colorati, simula un ritrovamento archeologico che potrebbe essere un giorno emblematico della nostra “età della plastica”; dalla visione aerea, come è già avvenuto l’8 giugno durante la Giornata mondiale degli Oceani quando è stata illuminata, si potrà notare che questa l’installazione forma la scritta HELP, una vera e propria richiesta di aiuto contro l’attuale processo di autodistruzione dell’umanità.

Come spiegato dall’artista, per il progetto non è stata usata spazzatura poiché i tappi di plastica sono stati raccolti da persone attente ed ecologiche, a simboleggiare anche che dietro ad ogni oggetto gettato nell’ambiente c’è una persona che ha compiuto questo insano gesto.

A sostegno dell’iniziativa c’è anche Marevivo, associazione fondata e presieduta da Rosalba Giugni, esperta subacquea originaria di Napoli che da circa trent’anni promuove iniziative e campagne di divulgazione scientifica sul rispetto e la tutela del mare.

Il 2013 è stato l’inizio di questa mirabile e simbolica opera: quando finirà l’altra, quella ormai troppo consueta ed emblematica dell’insostenibilità ambientale del nostro stile di vita?




ITALIA – Cotte crude terre mostra a cura di Saverio Simi de Burgis

di Domenico Simi de Burgis

“Atelier 3+10” è un insieme di tredici giovani artisti che, guidati da Marija Markovic e Zongqi Geng a nome della loro multiculturalità (vengono tutti da paesi molto diversi), hanno fondato questo gruppo prendendo in affitto un capannone in via Cappelletto 20 a Mestre e trasformandolo in studio e spazio espositivo a loro destinato.

L’iniziativa risale ormai a qualche mese fa ma già tre mostre sono state realizzate in questo breve arco di tempo. La prima, “Contents in continents”, ha inaugurato lo spazio e non aveva un tema ben preciso ma raccoglieva testimonianze di diverse culture ed esperienze pittoriche e non, nello spirito del gruppo: un breve sunto si può esprimere attraverso i quadri quasi antropologici che ritraggono donne serbe in costumi tradizionali di Ivana Bukovac (artista però ospite come anche tanti altri esposti in quell’occasione) oppure le sculture incubo di Marija Markovic o anche l’aggrovigliarsi umano nella colonna in legno di Zongqi Geng.

Al contrario di questa, la mostra “Cotte crude terre” segue un filo ben preciso che è quello della terracotta.

Le opere infatti sono tutte modellate a partire da questo materiale. La mostra è caratterizzata da un alternarsi significativo di artisti maturi con giovani. Il contrasto è evidente e colpisce positivamente passare dall’atmosfera ragionata e grave nel gesto delle opere di Giovanni Scardovi, Ilaria Ciardi, Sergio Monari, Gianni Guidi, Maurizio Bonora, Ampelio Zappalorto, Sarah Marchetto, il duo Albertini e Moioli e gli iraniani Amir Sharifpour e Sima Shafti all’atmosfera invece più fresca e spensierata soprattutto nella forma e nel gesto più che nel contenuto di Marija Markovic, Zongqi Geng, Lorenzo Rumonato e Valter Cerneka. Un alternarsi quindi di sensazioni passando accanto alla gravosità del bellissimo disco solare dai volti contrapposti di Scardovi con un palo a forma di braccio che indica l’oltre fuoriuscendo dalla bocca, alla pesantezza del tempo espressa dalle tartarughe perfettamente rifinite della Ciardi, alla libertà del volo pensato dal volto di Monari coronato da un nido, all’espressione stravolta dell’opera di Zappalorto, passando ancora per l’angoscia espressa dalle teste imprigionate e deformate di Zongqi Geng o alla calma trasmessa dal cerchio sacrale steso a terra come un mandala accompagnato da una poesia e prolungato sulla parete da una stoffa di Shafti o dei coni-alberi di Sharifpour fino ad arrivare alla figura mistica di sirena accompagnata da una riflessione particolare sulla base della stessa che diventa parte integrante dell’opera al contrario delle numerose altre di Bonora.

Una veloce riflessione la merita anche la terracotta. Un materiale in qualche modo magico per il suo legame con l’origine nel senso per cui l’argilla viene modellata e dalla sua informità si crea una forma definita, attraverso infine un processo alchemico che è quello della cottura che trasforma e agisce sul materiale stesso fino al momento della creazione.

Belle da ricordare sono le parole a tal proposito di Giovanni Scardovi nella presentazione della mostra parafrasabili così: “La terracotta è il materiale più antico perché uno dei primi a essere utilizzati, il più moderno in quanto utilizzato dagli uomini legati all’origine”.




Incontri jazz

La terza settimana di marzo sarà molto interessante per tutti gli amanti e le amanti del jazz. Vi segnaliamo qui diversi eventi che crediamo possano fare al caso di chi segue questo genere con grande passione.

Al WoPa Temporary di Palermo il 21 marzo c’è il Wallace Roney Quintet, mentre il 22  l’ex bassista degli Area, Ares Tavolazzi, sarà al teatro sociale di Bergamo in compagnia della pianista Rita Marcotulli, del batterista Alfredo Golino e di Logan Richardson al sassofono. Quest’ultimo, durante la serata, proporrà del materiale tratto dal suo disco Blues People.

Se siete appassionati della canzone napoletana, il 23 non potete lasciarvi sfuggire Danilo Rea e Peppe Servillo che ripropongono in chiave jazz alcuni dei più grandi classici di Murolo, Bovio e Carosone. Il duo piano-voce si esibirà al Teatro Shalom di Empoli, non lontano da Firenze.

Il 24 marzo Javier Girotto sarà al Teatro Comunale Giotto di Vicchio, vicino Firenze, con il suo progetto Aires Tango, che rivisita il tango argentino secondo le sue radici musicali di chiara impronta jazzistica. Le sonorità classiche del genere sanno riproposte in una chiave inedita ma fedele della tradizione. Il sassofonista e compositore (abile sia al sax baritono che soprano, oltre che al clarinetto) verrà accompagnato da Marco Siniscalco al basso, Michele Rabbia alla batteria e Alessandro Gwis al pianoforte.

Altro evento di rilievo, sempre dello stesso giorno è l’esibizione del Camille Thurman Quartet al Querce Country Club di Sarottino, in provincia di Catanzaro.

FOTO1 (Camille Thurman)

La sassofonista americana è nota per le sue collaborazioni con Alicia Keys, Wynton Marsalis, George Coleman, Roy Haynes e Diane Reed, oltre ad aver inciso due ottimi dischi come Origins e Spirit Child, usciti entrambi nel 2014. Verrà in Italia con il suo quartetto, con il quale proporrà per lo più brani dagli album sopra menzionati, assieme a Marco Menzola (contrabbasso), Nico Menci (pianoforte) e Darrell Green (batteria).

Notevole è anche una delle serate (quella del 25) del Bergamo Jazz Festival, in cui due giganti del jazz italiano come Paolo Fresu e Enrico Rava suoneranno assieme al grande pianista americano Uri Caine e ad un altro grande trombettista come loro, Dave Douglas (quattro nomi spesso presenti nel cartellone del festival). Si tratta di un evento imperdibile per tutti gli amanti del genere, che chiama a raccolta dei nomi fondamentali per quello che è stato il panorama degli ultimi trent’anni (contando anche il prezioso contributo della sezione ritmica, con Linda May Han Oh al basso e Clarence Penn alla batteria). Il concerto avrà luogo al Creberg Teatro.

Fresu si esibirà anche in altre date questa settimana: il 26 al Teatro Novelli di Rimini con Danilo Rea (pianoforte) e il 27 a Bollate, vicino Milano, con il suo Devil Quartet, le cui sonorità sono però molto più influenzate dal rock.

Degno di nota è anche il Vein Trio di Basilea per una notte esclusiva a San Lazzaro di Savena (BO). Il trio svizzero, noto per le sue rivisitazioni dei brani di Ravel in VEIN Plays Ravel, per un grande disco come Jazz Talks o per le collaborazioni con Dave Liebman e Greg Osby, suonerà per lo più materiale proprio, ma potrebbe suonare anche composizioni di altri autori (sono anche noti per aver rimesso mano ad alcuni brani dell’opera Porgy and Bess).

FOTO 2 (Camille Bertault)

Se invece siete in cerca di una cantante, potreste andare il 28 a sentire Camille Bertault che esegue brani dal suo disco Pas de Géant allo Spazio Alfieri di Firenze.




Roma – Bjork alle Terme di Caracalla

Questa settimana, in un giugno ormai inoltrato, iniziamo a parlare di concerti che si terranno all’aperto, in un’estate romana piena di eventi interessanti.

Il primo è quello di Bjork, che torna stasera nella capitale per un live imperdibile.

La cantante islandese mancava da queste parti da tre anni e le sue apparizioni dal vivo suscitano sempre un grande interesse nel suo pubblico, uno dei più variegati tra quelli degli artisti pop internazionali. In questo periodo è in tour per promuovere l’uscita del suo ultimo disco Utopia, dal quale eseguirà diversi estratti. Il suo è uno stile multiforme, un caleidoscopio di sonorità che molti spesso classificano come “trip hop” per la sua affinità con alcuni gruppi inglesi di punta del genere, come i Massive Attack, ma che in realtà assume caratteristiche molto personali e di un eclettismo di raro spessore artistico. La sua carriera è iniziata verso la fine degli anni ’70 in patria, dove è diventata famosa molto presto grazie al suo periodo negli Sugarcubes, molto più vicini al rock che andava negli anni ’80. Nel decennio successivo decide di trasferirsi a Londra e da lì inizia il suo successo internazionale, grazie a un gran disco come Debut che diventerà ben presto disco di platino negli Stati Uniti. La sua è una musica che ha saputo trascendere qualsiasi possibile catalogazione, prendendo spunto da gruppi come i Kraftwerk, Brian Eno e da diversi compositori come Stockhausen e John Cage. Ha sempre prodotto un pop di natura colta, grazie anche a un massiccio uso di inserimenti di elettronica e orchestrazioni, come si evince nel suo album Homogenic del 1997.

La location scelta per ospitare l’evento è quella delle Terme di Caracalla, che spesso ospita l’opera lirica, uno dei punti più belli e affascinanti del centro di Roma, a pochi passi dal Circo Massimo.

Carlo Fuortes, sovrintendente del Teatro dell’Opera di Roma, dichiara: “Ancora una volta con la presenza davvero eccezionale di Bjork la nostra programmazione estiva si apre ai diversi linguaggi della musica contemporanea, oltre che all’opera e al balletto. Dopo Bob Dylan, Elton John, Neil Young e molti altri artisti applauditi negli scorsi anni, tornerà a Roma la grande artista islandese che dal 2015 non si esibiva nella nostra città. Quest’estate con Bjork torniamo a proporre l’eccellenza musicale destinata al grande pubblico di Caracalla in un concerto unico che farà rivivere lo spazio straordinario delle antiche Terme”.

Il biglietto del concerto va dai 69 euro del settore più economico ai 230 della sezione Golfo Mistico. È un evento da non mancare viste le possibilità molto ridotte che l’artista ripassi prossimamente da queste parti.

Stasera, mercoledì 13 giugno, ore 21.




Outdoor Festival 2018. L’installazione di Wasted Rita

L’ottava edizione del Festival Outdoor, il più grande evento di cultura urbana a Roma, ha inaugurato sabato 14 Aprile. Ogni anno viene scelta una location differente, atta a ospitare le esposizioni di artisti provenienti da tutto il mondo e per questa edizione sono gli spazi dell’ex mattatoio che vedranno, fino al 12 maggio, non solo mostre e installazioni, ma anche mercatini, conferenze ed eventi musicali.

Il tema di quest’anno è il Patrimonio, (Heritage): “la cultura popolare di oggi, tra influenze internazionali, mass media e social network, sarà al centro di un’indagine che metterà in risalto il singolo e le proprie scelte”.

ll padiglione dedicato all’arte, curato da Antonella di Lullo e Christian Omodeo, vede la presenza di una decina di artiste/i, che hanno sviluppato, insieme al collettivo di architetti Orizzontale, quattro differenti percorsi con i quali fruitori e fruitrici possono interagire in prima persona, diventando parte integrante delle installazioni.

All’interno del percorso intitolato Disobedience, troviamo l’artista portoghese Wasted Rita, conosciuta per le sue opere urbane che pongono al centro dell’attenzione il ruolo della donna nella nostra società.

FOTO 1

L’artista ha deciso di modificare lo spazio circostante rendendolo somigliante ad una camera ardente. A terra ci sono le tipiche candele rosse delle chiese, sulla parete è esposta una corona di fiori bianchi e rosa usata per commemorare il lutto. Fogli colorati con scritte sarcastiche riguardanti la misoginia, tappezzano il resto dello spazio. L’installazione, chiamata “Il funerale del Patriarcato” vuole denunciare il machismopresente nella nostra società e, attraverso l’arte e l’ironia, combatterlo.

FOTO 2

Rita nasce nel 1988, è una graphic designer ed illustratrice portoghese con sede artistica a Lisbona. Ha iniziato la sua carriera con la creazione del blog Rita Bored, nel quale ha pubblicato i suoi primissimi lavori. La peculiarità di quest’artista è il suo continuo ironizzare sul sesso, sull’amore e sui social attraverso delle illustrazioni e con l’uso di semplici scritte in stampatello su fogli di carta.

Quest’ultime, che Banksy ha voluto in mostra alla collettiva Dismaland, si caratterizzano per la mancanza di una estetica nella grafia, per l’uso di frasi concise e dirette, per la quasi assenza di punteggiatura.

Negli ultimi suoi lavori usa come supporto della carta di colore fluo, quasi per accentuare l’incisività del messaggio.

FOTO 3

Prima di approdare a questa scelta troviamo il classico nero su bianco nella serie “The art of flirtingless” e una serie di lettere, “love letters”, nero su rosa, che cominciano tutte con l’asserzione “it’s not you. Ciò che caratterizza ogni serie è la grafia disordinata, le parole sono cancellate, altre sottolineate o cerchiate. Le frasi sono scritte a mano libera con la volontà di non seguire una linea dritta, così come quando scriviamo su un foglio bianco e man mano che si va avanti si pende da un lato. Tutti questi connotati fanno sì che il lavoro dell’artista risulti spontaneo e genuino. Apparentemente sembrano pensieri scritti di getto da un’adolescente sul proprio diario segreto, ma il loro contenuto di un pungente sarcasmo si pone in antitesi all’estetica: il pensiero è quello di una donna matura.

FOTO 4

Wasted Rita in occasione della mostra “Felice come triste” all’Underdogs Gallery di Lisbona, parla di “abbracciare la tristezza con un cuore leggero”, ed è proprio questa la capacità dell’artista esperta nel trattare argomenti delicati senza essere pesante.

 

OUTDOOR FESTIVAL 2018

Roma, Mattatoio Testaccio

14 Aprile – 12 Maggio

Per saperne di più:

https://www.out-door.it/

 

 

 




Donne e religioni. Fare la differenza

Il 6 e 7 settembre a Roma




Date estive per i Calibro 35

Quasi tutti i gruppi di cui vi abbiamo parlato su ImPagine comprendono un cantante. Questa volta invece vi proponiamo una band interamente strumentale, che però ha saputo far parlare molto di sé grazie alla qualità della musica e all’elevato livello tecnico dei componenti. Stiamo parlando dei Calibro 35, formazione milanese che dieci anni fa ha saputo guadagnarsi uno spazio non indifferente sul mercato riproponendo il sound delle colonne sonore dei film “poliziotteschi” (la definizione con cui veniva etichettato il poliziesco all’italiana) degli anni Settanta. Grazie a un grande album omonimo di debutto, contenente le riproposizioni di storici brani di Franco Micalizzi, Ennio Morricone, Luis Bacalov e Armando Trovajoli, i Calibro 35 hanno attratto fin da subito un’audience molto variegata e vasta, che va ben oltre gli appassionati del genere. Hanno avuto il merito di non essersi limitati a seguire un revival (quello del cinema di genere, sia italiano che internazionale) cavalcando l’onda e imitando i grandi maestri, ma hanno rielaborato quelle composizioni valorizzando i punti di forza degli arrangiamenti originali e inserendo in essi nuove soluzioni stilistiche, più consone a un quartetto che a un’orchestra. La produzione originale successiva ha seguito le stesse coordinate. Sono riusciti in questo intento grazie a un generale livello tecnico davvero eccellente. Quest’anno è uscito Decade, l’album che, come suggerisce il titolo, celebra il decimo anniversario dalla nascita della band. Decadecontiene brani inediti caratterizzati da un sound meno funk e più orientati al jazz. La loro carriera li ha visti diventare un nome di fama internazionale grazie a fortunati tour in Europa e in America, tanto che i Calibro35 hanno conquistato la stima del celebre beatmaker americano Dr. Dre (uno dei pesi massimi nella storia dell’hip hop) che ha campionato un loro brano per il pezzo “One Shot One Kill” nel suo disco Compton. Un ruolo cardine nel loro successo l’ha avuto Tommaso Colliva, il produttore che li ha formati e che, tra le altre cose, ha registrato più di una volta i dischi di grandi nomi come i Muse. Le date che seguono sono solo quelle italiane del nuovo tour di supporto a Decade, ma numerose sono quelle all’estero. Calibro 35 è un nome frequente nelle locandine dei concerti in diverse parti d’Italia, ma chi non li avesse mai visti farebbe bene a lasciarsi travolgere dal loro sound imponente e molto raffinato.

 

12 luglio – Resta in Festa, Brescia

14 luglio – Casa delle Arti, Conversano (BA)

15 luglio – Parco di Villa Ada, Roma

17 luglio – Festa delle Invasioni, Cosenza

20 luglio – Teatro Romano di Fiesole, Firenze

22 luglio – Suoni di Marca Fest, Brescia

4 agosto – Parco Tittoni, Desio (MB)




Una marina di libri. Palermo, 7-14 giugno

Il Festival dell’editoria indipendente di Palermo ha aperto i battenti oggi con una preview ai Cantieri culturali della Zisa ma inaugurerà ufficialmente questa nona edizione, alla presenza del Sindaco e del Rettore, nel pomeriggio di domani (giovedì 7 giugno) presso l’Orto botanico della città.

Presentazioni di libri e riviste, tavole rotonde, lectio magistralis e seminari, laboratori e atelier di scrittura, incontri e dibattiti, letture ad alta voce, documentari e proiezioni, concerti e mostre trasformeranno Palermo, fino a domenica sera, in un grande salotto letterario per adulti, giovani e piccini.

La rassegna, che è diventata in questi anni il maggiore appuntamento letterario della regione e del Sud, richiama migliaia di visite e centinaia di scrittori e scrittrici di generi diversi, dalla letteratura per l’infanzia alla poesia, dall’inchiesta alla saggistica, dalla narrativa al noir.

Il programma integrale è scaricabile dalla pagina: http://unamarinadilibri.it/wp-content/uploads/2018/06/Edizione-2018-Programma-Una-marina-di-libri.pdf

Segnaliamo alcuni degli incontri.

Giovedì 7 giugno

Alle ore 18 si inaugura nella Piccola Serra la mostra su Calvino e l’editoria, che racconta per la prima volta l’impresa editoriale della collana “Centopagine” Einaudi. Attraverso schede editoriali e catalogo, sono esposti i 77 volumi della collana, diretta da Calvino tra il 1971 e il 1985, con veste grafica curata da Munari e Max Huber.

A seguire lezione di Editoria e grafica.

Alla stessa ora, alla Fontana, Anna Kuliscioff, la studiosa delle donne in un mondo di uomini. Presentazione del volume Io in te cerco la vita. Lettere di una donna innamorata della libertà, a cura di Elena Vozzi, pubblicato da L’Orma editore.

Foto 1. Copertina del libro

Venerdi 8 giugno 

Alle 16,30 verrà presentato il libro “Lia Pasqualino Noto: l’artista che sfidò il suo tempo” di Luisa Leto. Editore Navarra

Lia Pasqualino Noto oggi è considerata una delle maggiori pittrici italiane del Novecento ma fu costretta a fingersi uomo per raggiungere l’apice del riconoscimento artistico.

Sfidò le convenzioni sociali ed artistiche del suo tempo, fu la prima donna ad aprire una galleria d’arte a Palermo e ospitò nella sua casa ebrei ed anarchici durante il fascismo.

Foto 2. Palermo. Intitolazione a Lia Pasqualino Noto. Foto di Giovanni Savio

Sabato 9 giugno

Alle ore 19,30 verrà presentato il romanzo “Le Ricamatrici” di Ester Rizzo, Editore Navarra (vedasi recensione di Grazie Mazzè nella sezione LIBRI).

È un romanzo storico che racconta la storia delle ricamatrici di Santa Caterina Villarmosa, piccolo paese nel cuore della Sicilia, che, negli anni Settanta osarono sfidare la mafia delle minacce e dell’isolamento, ribellandosi allo sfruttamento del lavoro femminile a domicilio.

Furono definite, dai giornali di quei tempi, “Le mille ragazze in lotta” e riuscirono a far condannare i loro sfruttatori e a fare approvare una apposita legge in Parlamento (N. 877 del 18 dicembre 1973) per la regolamentazione del lavoro a domicilio.

Questa storia recuperata dall’oblio rende giustizia alle lavoratrici e racconta le gioie e gli affanni di queste ricamatrici, le lotte e le conquiste femminili.

Nella presentazione è stato coinvolto il gruppo di Toponomastica femminile di Palermo. Infatti presenterà il libro la giornalista RAI Silvana Polizzi ed Enza Mortillaro attrice, reciterà un monologo interpretando la figura di Filippa Pantano, la ricamatrice  determinata e coraggiosa  a capo di questa battaglia di emancipazione.

Foto 3. Dai giornali dell’epoca

Domenica 10 Giugno 

Alle ore 16,30 verrà presentato il libro “La mafia in casa mia” di Felicia Bartolotta Impastato, a cura di Anna Puglisi e Umberto Santino  di  Di Girolamo Editore.

Un libro per raccontare la storia della madre di Peppino Impastato ucciso dalla mafia il 9 maggio del 1978. Felicia si costituì in giudizio fino a ottenere la condanna del boss Badalamenti mandante del delitto; inoltre, messo da parte il lutto ed il dolore, aprì la sua casa per raccontare, giorno dopo giorno, a tutti quelli che si recavano a Cinisi, il coraggio del figlio che non aveva esitato a lottare contro la piovra mafiosa che attanagliava quella porzione di territorio.

 

Foto 4. Copertina del libro