Nell’Italia nonnista, i giovani primi solo a Sanremo

Se il Paese rischia il default, perché la crescita si è bloccata, non è solo colpa dell’Eurozona che non funziona, il motivo è da ricercarsi anche nella fiducia e nella possibilità che si è data alle ultime generazioni di diventare classe lavoratrice, cioè di ideare e produrre, e nel ruolo che hanno assunto le vecchie. Negli altri stati europei i manager hanno 35 anni, il precariato non esiste e il welfare garantisce un futuro.

L’Italia è un paese per vecchi. Un posto in cui il senex non è il saggio che trasmette ai giovani saperi ed esperienza, ma colui che compete con il giovane oppure lo ignora, infischiandosene, perché sta bene nella posizione che occupa e deve preoccuparsi di mantenerla o di cercarne una migliore per sè. Il senex è colui che non esercita la funzione sociale che dovrebbe esercitare.

È così che i vecchi non adulti hanno incominciato a chiamare bamboccioni i ragazzi che hanno semplicemente avuto quello che hanno trovato; i giovani costretti alla formazione permanente perché non possono lavorare; i giovani sfruttati, che per aprire le porte e lavorare devono pagare, devono passare migliaia di euro al vecchio sistema che li soffoca e continuare a fare pagliacciate, perché gli eterni bambini consumatori fanno comodo. Piacciono anche alle istituzioni scolastiche e universitarie che per accaparrarsi le iscrizioni hanno smesso di istruire e hanno trasformato le lezioni in talk show. Per questo, in Italia, i giovani possono esibirsi per primi solo a Sanremo.




Io c’ero. Vi presento il Mattarella interventista, tra bombe all’uranio e Missione Arcobaleno

Le guerre, è noto, alimentano e rafforzano la criminalità organizzata, ma nel 1999, il ministro della Difesa, Sergio Mattarella, ex magistrato, sembrava non saperlo, quando con il presidente del Consiglio Massimo D’Alema appoggiò la partecipazione dell’Italia all’operazione Allied Force, con la quale la NATO era intervenuta nella guerra del Kosovo.

Il governo italiano,   messo duramente alla prova da un’opinione pubblica che si mostrava quantomeno scettica nei confronti del primo vero episodio di interventismo militare italiano dal secondo dopoguerra (se ovviamente si fa eccezione della prima guerra del golfo, in occasione della quale l’apporto dell’aeronautica italiana si limitò ad una funzione logistica e d’appoggio), iniziò a vacillare e a mostrare sintomi di incoerenza e paradossalità nell’azione, impegnandosi contemporaneamente sui fronti militare e umanitario di uno stesso conflitto. Decise prontamente di intervenire, gettando sin dal 28 marzo, le basi di una grande missione di relief a favore dei profughi kosovari, denominata Missione Arcobaleno, anche in risposta all’allarme lanciato dall’UNHCR, preoccupato dall’entità dell’esodo di massa, la cui misura eccedeva le proprie capacità operative.

Prendendo atto della vastità delle proporzioni dell’emergenza e della debolezza del tessuto socio-economico nel quale stava avvenendo, caratterizzato da “forti carenze di infrastrutture primarie” (Dossier Protezione Civile), si decise per un’azione che si imperniasse nelle consolidate relazioni bilaterali con l’Albania. In un primo momento (almeno dalla prima presentazione esposta dal Ministro dell’Interno Iervolino) sembrava che la Missione Arcobaleno dovesse limitarsi ad un ruolo di coordinamento istituzionale (Protezione civile e Prefetture), sotto la guida del Ministero dell’Interno e del Ministero della Sanità, per l’accoglienza di 25.000-30.000 profughi nel territorio italiano. Tuttavia le dimensioni dell’esodo instradarono il Governo verso l’ipotesi di una raccolta fondi privata, la cui gestione sarebbe stata attribuita ad un esperto esterno, figura immediatamente individuata nel Prof. Vitale.

La campagna di sottoscrizione fu imponente e accompagnata da un lato dalla grande solidarietà degli italiani, dall’altro da forti proteste provenienti dalla società civile, soprattutto quella di matrice pacifista, la quale obiettava l’incoerenza dell’azione di Governo.

Con la missione circa 5.000 kosovari furono trasferiti dalla Iugoslavia alla ex-base Nato Comiso di in Sicilia dove alloggiarono in quelli che furono gli alloggi dei soldati americani che vi stanziarono durante la guerra fredda.

Lo scandalo scoppiò dopo un servizio di Striscia la Notizia effettuato dagli inviati Fabio e Mingo ed un articolo pubblicato dal Corriere della Sera e ripreso dal settimanale Panorama, che denunciò furti e sprechi nell’ambito della missione Arcobaleno pubblicando un’ampia inchiesta il 20 agosto 1999. Ciò diede vita ad un’indagine guidata dall’allora pubblico ministero Michele Emiliano, che portò al rinvio a giudizio di 19 delle 24 persone coinvolte nelle indagini.

Il 17 maggio 2012 la seconda sezione penale del tribunale di Bari ha concluso la vicenda dichiarando il “non luogo a procedere per intervenuta prescrizione di tutti i reati”. Nessuno degli imputati è stato condannato.

Nell’estate del 1999, c’era Sergio Mattarella a Palazzo Chigi, quando l’Italia ricevette dalla Nato un documento con cui si mettevano in guardia i paesi dell’Alleanza contro i rischi possibili di metallo pesante residuale in veicoli corazzati. Infatti, i militari italiani inviati nei Balcani,  senza istruzioni e protezioni, si sono ammalati a causa dell’uranio impoverito.

I metalli pesanti sono stati generati dall’esplosione delle bombe  che la Nato ha utilizzato per bombardare la ex Jugoslavia poco prima dell’ intervento italiano nei Balcani come Forza Multinazionale di pace.

I nostri uomini stanno morendo lentamente, come candele al vento, in seguito alla mutazione cancerosa delle cellule. E sono oggi curati da medici-ricercatori italiani in Inghilterra. Sono state riconosciute cause e fatti di servizio, ma le vittime devono costantemente scontrarsi con la burocrazia italiana, perchè le terapie devono essere autorizzate dall’Italia e questo comporta un percorso burocratico che in molti casi rende impossibili le cure. Ritardare anche di un solo giorno significherebbe compromettere per sempre l’effetto delle cure e dunque andare in modo irreversibile verso la morte. In Inghilterra ci sono professori italiani,  che sanno curare i militari colpiti da patologia dell’uranio impoverito e che potrebbero  farlo in Italia, ma si tagliano continuamente i fondi per la sanità, mentre si continua a sprecare denaro pubblico in armamenti.

Negli stessi giorni il ministro della Difesa, Mattarella, approvava la legge di riforma delle Forze Armate che aboliva di fatto il servizio di leva obbligatorio. Una lama a doppio taglio, perchè esempi negativi di milizie mercenarie la storia ne ha dati molti. In questi mesi, il governo Renzi, ha riproposto la Naia, il servizio di leva obbligatorio. Che il Bel Paese si stia preparando a un grande conflitto? Perchè ripristinarlo proprio ora?




Greta e Vanessa, le loro scelte costano all’Italia milioni di euro e neanche ringraziano

greta-ramelli-e-vanessa-marzullo-628874

Salvatore Marzullo, il papà di Vanessa, una delle due militanti rapite e rilasciate in Siria, dopo che il governo italiano ha pagato un riscatto milionario, nelle ore successive alla liberazione della ragazza, ha sostenuto che la figlia non avrebbe dovuto chiedere scusa a nessuno.

Chiedere scusa no: ognuno è libero di portare avanti la propria opinione, ma dire grazie sì, sosteniamo Noi, visto che hanno chiesto aiuto e il nostro paese ha civilmente e moralmente soddisfatto la loro richiesta.

Salvatore Marzullo l’ha detto alla stampa durante la festa fatta per Vanessa, in quello che era stato raccontato come il “suo ristorante”: la Trattoria Cascina Bolsa a Verdello.

Il ristorante in realtà non è suo, è proprio di Vanessa, che prima di partire per la Siria era diventata imprenditrice e adesso ha già un nuovo mestiere pronto in grado, si spera, di trattenerla dalla tentazione di tornare in Siria e di far sperperare altro denaro pubblico (di cui i disoccupati italiani hanno tanto bisogno), causare altri problemi al governo e al popolo italiano (come se, con la crisi economica, politica e sociale che c’è, non ne avesse abbastanza) e  infangare e distruggere il buon operato di quanti si dedicano con grandi sacrifici, senza secondi fini e in nome della pace alla cooperazione internazionale.

Che siano servite per distogliere l’attenzione  e far organizzare meglio l’attentato in Francia?

Gli affari in casa Marzullo sembrano in crescita e in qualche modo anche la pubblicità del caso potrà attirare la clientela non solo dal paese e dai dintorni.




ITALIA – Ciò che non siamo, ciò che non vogliamo (dopo Napolitano)

Non deve essere stato facile andar via, come non lo è stato, tre anni fa, restare.  Se non altro per abitudine. Dopo quasi nove anni, unico presidente della storia repubblicana rieletto alla carica più alta dello Stato,  Giorgio Napolitano, il 15 gennaio, ha lasciato il Quirinale. Alcuni affermano che,considerando i tempi, sia stato il miglior presidente che potessimo avere, altri sostengono che sia, invece, stato il peggiore dei presidenti della Repubblica italiana.

E’ certo che non è stato il presidente della Giustizia e della Legalità: in nove anni ha fatto distruggere le intercettazioni Stato-mafia, ha firmato il Lodo Alfano e il Legittimo impedimento; non è stato nemmeno il presidente del Popolo che lavora e produce: ha firmato  la Riforma Fornero, il Job act e lo Sblocca Italia.

La corsa alla successione è già iniziata: il primo voto è previsto il 29 gennaio,  il 31 potrebbe essere eletto il nuovo Capo dello Stato, a maggioranza semplice. Da ambienti Pd filtra intanto la prima rosa di nomi. Sono in sei: Amato, Fassino, Finocchiaro, Mattarella, Padoan e Veltroni.

Possiamo solo augurarci che vinca il migliore!




Libertà, libertà, libertà! Sulla Francia sarò breve

Libertà è una grande parola, nel suo astrattismo metafisico è diventata religione, ma sotto la bandiera della libertà  si sono fatte le guerre piú sanguinose, si sono compiuti i più grossi ladrocini, si sono violati sistematicamente i diritti universali.

L’impiego che oggi si fa dell’espressione ” libertà di opinione, di critica ” implica lo stesso falso sostanziale:  tutti gridano alla libertà di stampa anche i censori.

La guerra in Afghanistan cominciò il 7 ottobre del 2001 (ed è ancora in corso) e la guerra in Iraq il 20 marzo 2003. Il 90% dei morti sono stati civili, la maggioranza bambini e donne . “La guerra in Afghanistan costa ancora oggi 250 milioni di euro al giorno, cioè la stessa cifra che servirebbe per costruire finanziare e far funzionare dieci centri ospedalieri di prima eccellenza per tre anni” (Gino Strada). Senza considerare le cifre della guerra in Iraq, il mantenimento di Guantanamo. Se la coalizione internazionale avesse riposato una settimana o invece del 7 ottobre fosse partita, ad esempio, il 15 ottobre (cioè otto giorni dopo), avremmo avuto i soldi per costruire 80 ospedali di prima eccellenza e farli funzionare per tre anni. E, rimandando la partenza di un’altra settimana ancora, avremmo potuto costruire 800 asili. Immaginate cosa avremmo potuto fare evitando del tutto le guerre, seguendo il movimento per la pace. Invece quel giorno del 2001 vinse le linea politica di Oriana Fallaci, di George Bush,  di Massimo D’Alema e Berlusconi.

«Abbiamo iniziato con l’operazione in Francia, per la quale ci assumiamo la responsabilità. Domani saranno la Gran Bretagna, l’America e altri», ha affermato l’imam Abu Saad al-Ansari, un religioso vicino allo Stato islamico (Is), in un sermone a Mosul, in Iraq, annunciando che l’organizzazione guidata da Abu Bakr al-Baghdad è responsabile dell’attacco alla sede di Cahrlie Hebdo a Parigi. Questo è il messaggio che è stato rivolto a tutti i paesi che partecipano alla coalizione internazionale guidata dagli Usa, che ha ucciso i militanti dello Stato islamico.

Il direttore di Charlie Hebdo, Stéphane Charbonnier detto Charb, morto nell’attentato di Parigi, aveva scritto nella sua ultima vignetta: “Oggi nessun attentato in Francia. Attendete. Avete ancora tutto gennaio per farvi gli auguri”.

B6v-tUPCAAEMi9_.jpg-large

Viva la pace! Viva Charlie Hebdo! In alto le matite!




Anche i non-luoghi hanno barriere. “Impagine” le supera rispettando le direttive W3C

Quando si pensa a una barriera generalmente si immagina qualcosa di solido e possente  che impedisca l’accesso a un luogo.  I luoghi in cui dovrebbe svolgersi la vita democratica di tutti i paesi del mondo hanno molte barriere, che impediscono non solo l’accesso, ma anche la diffusione di informazioni verso l’esterno.

Sino alla metà del secolo scorso, per svolgere la propria  funzione, al giornalismo bastava superare queste barriere. Ma con l’avvento delle nuove tecnologie e la nascita del web gli ostacoli si sono innalzati all’ennesima potenza: le barriere non riguardano più soltanto i luoghi fisici, ma soprattutto quelli virtuali, i non-luoghi, i cosiddetti social. Paradossalmente , nella società dei social network, il non-detto è molto più di quanto viene comunicato.

La sfida del giornalismo contemporaneo sta nell’abbattere le barriere che si frappongono tra il lettore e la fruizione democratica delle notizie, che impediscono alle minoranze di diversa origine (socio-economica, socio-culturale, psico-fisica, etnica, ecc.) di avere accesso all’informazione.

Il nostro gruppo editoriale si è posto un obiettivo molto alto e difficile da perseguire: garantire l’accesso ai contenuti del proprio webzine al maggior numero di persone possibile non di meno ai diversamente abili.

Raggiungere utenti con disabilità e permettere loro la navigazione è possibile attraverso un’interfaccia grafica progettata rispettando le direttive W3C.

Impagine  è un giornale  per chi ama  la libertà di opinione, di parola, di espressione, di stampa: la Democrazia. Perchè divulgare nel modo più completo le notizie di cui è a conoscenza è il primo dovere di un giornalista che voglia distinguersi da un imbrattacarte.




LIBRI in fila

“Impagine”: elettronica e accessibile, ecco la nuova informazione internazionale“Impagine”: elettronica e accessibile, ecco la nuova informazione internazionale

di Angela Milella

Brevità, cura del dettaglio e compiutezza: forma e contenuto si fondono per dar vita a “Impagine”, spazio internazionale di comunicazione multimediale.

Il webzine dal formato compatto, in pagine elettroniche e accessibili, dà voce bilingue (italiana e inglese) alla diversità e al cambiamento globale. Uno strumento in più per conoscere e comprendere la molteplice realtà che ci circonda e quello che in essa accade.

E’ impossibile vivere nel mondo contemporaneo senza adattarsi ai cambiamenti, per questo le professioni dell’editoria e del giornalismo hanno bisogno di continui aggiustamenti, modificazioni, miglioramenti, da qui l’idea di dar vita a questo progetto, che fa leva sui social network e si serve di vari software per diffondere la propria immagine del mondo e garantirne l’accessibilità, una qualità dell’informazione ancora molto sconosciuta.

Oggi, per capire dove stiamo andando, non serve guardare la politica, ma l’arte. E’ sempre stata l’arte a indicare con grande anticipo e chiarezza la direzione che via via stava prendendo il mondo e le grandi trasformazioni che si preparavano, per questo il nostro progetto è innanzitutto un progetto culturale, che pone sullo stesso piano forma e contenuto, che ricerca anche il bello e la fruibilità estetica dei contenuti.

Puntiamo a una forma di giornalismo indipendente e collaborativo, che veda il coinvolgimento del lettore/cittadino.

Ogni reportage, anche se firmato solo da chi l’ha scritto, in realtà è il frutto del lavoro di molti. Ogni buon reportage è un lavoro collettivo e senza uno spirito di collettività, di cooperazione, di buona volontà, di comprensione reciproca, scrivere è impossibile. È proponendoci di lavorare con e per un vasto numero di persone e soggetti, che con entusiasmo, porgiamo il nostro saluto ai lettori e ai colleghi di tutto il mondo. Benvenuti!