La Scuola che muore uccide

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“Ho affidato il mio unico figlio, sano e in buona salute all’Istituzione scolastica. L’ho affidato per un’uscita con pernottamento. Mi verrà riconsegnato cadavere”.  A parlare è Antonia Comin, madre di Domenico Maurantonio, il ragazzo padovano, 19enne, morto in gita scolastica a Milano.  Doveva essere uno scherzo, ma è andato ben oltre.

E non c’è da stupirsi, nella scuola italiana accade spesso.

Il 30 marzo 2014, ma potrei riportare molti altri casi, uno studente del liceo “Ettore Majorana” di San Giovanni la Punta (Catania), Gabriele Russo di 15 anni, è morto dopo essere caduto in mare dal ponte della nave sulla quale era a bordo assieme ai suoi compagni di classe. Il giovane era in gita e stava partecipando allo stage letterario “Amare Leggere”.

“Al ritorno da una escursione i ragazzi erano sul ponte e a un tratto questo ragazzino, sicuramente non era lucido, si è voltato di scatto verso il bordo della nave, ha cominciato a correre e si è buttato in mare”. A dichiararlo all’Ansa  è il rappresentante dell’istituto, al quale il fratello di 14 anni, che era sulla nave ha raccontato l’episodio.

Questa volta, a Padova, si indaga sulla base di tre ipotesi di reato: lesioni colpose (per il guttalax somministrato a Domenico), morte come conseguenza di altro reato, omissione di soccorso.

Il gruppo di giovani che era con Domenico Maurantonio in quella maledetta serata aveva bevuto qualche bicchiere in più del solito e non solo birra.

“Domenico era il mio eroe, vogliamo la verità. Abbiamo tutti un dovere di verità e coscienza nei confronti di Domenico”. A lanciare l’appello il padre Bruno.

Dobbiamo ringraziare Domenico, perchè dà a tutti noi la possibilità di riflettere e discutere, di migliorare. La tragica vicenda che lo ha coinvolto conferma ulteriormente che la Scuola italiana non funziona.

Certo, siamo tutti coinvolti. Non solo chi nella Scuola lavora, ma soprattutto chi per la Scuola non fa niente, chi nella Scuola non crede e non investe.

Dove sono le famiglie? Dov’è la società civile che alla Scuola demanda ogni cosa? Come può il ministro dell’Istruzione, Giannini, affermare ancora una volta che la Scuola è delle famiglie se le famiglie sono assenti? Come possono genitori irresponsabili e studenti ineducati valutare e fare la Scuola?

Alcuni compagni del 19enne hanno confermato che quella notte è stato versato del “lassativo nella birra di Domenico”.  “Anche Domenico ha bevuto con noi. Per questo ci siamo addormentati profondamente, senza sentire rumori o accorgerci di niente”, ha detto uno dei ragazzi della 5E ascoltato con altri 13 studenti del liceo scientifico “Nievo” negli uffici della questura di Padova.

“La verità rende liberi, dice il Vangelo. E senza verità non c’è salvezza”, ha ricordato il parroco nell’omelia durante i funerali, rivolgendo parole severe ai ragazzi.

Tre allievi (compresi due compagni di stanza) si sono sottoposti volontariamente al test del Dna e delle impronte. Oggi potrebbero arrivare i primi parziali risultati dei test tossicologici. L’ufficialità non c’è ancora e il riserbo resta altissimo, ma gli inquirenti avrebbero iscritto il fascicolo con l’ipotesi di omicidio colposo a carico di ignoti. Al vaglio anche la posizione dei professori. Domenico era vivo fino alle 5 di domenica, come testimoniano i messaggi scambiati via Whatsapp con altri compagni di scuola.




Tra le celebrità invitate all’Expo manca il Lavoro. La protesta europea e italiana

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E’ stato un grande concerto  in piazza Duomo a Milano a dare il via ad Expo 2015, che si apre ufficialmente oggi, Primo maggio, giorno della Festa del lavoro. Un’accoglienza in grande stile, è stata quella che la città ha riservato all’Esposizione Universale e a tutti i partecipanti. Protagonista della serata, assieme all’orchestra della Scala, è stato Andrea Bocelli, che ha cantato per oltre tre ore per gli oltre 20mila milanesi e turisti che hanno assistito al grande show. Il concerto, presentato da Paolo Bonolis e Antonella Clerici, AmbassadorExpo Milano 2015, è stato trasmesso in diretta su Rai1 e in mondovisione, oltre che sulle frequenze di Rai Radio2 e in streaming sul sito di Expo.

Agnese Landini, moglie del premier Matteo Renzi, ha partecipato alla serata insieme alla figlia Ester. Ad accoglierle, al loro arrivo in piazza Duomo, c’erano il ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina e Debora Serracchiani, vice segretario del Pd e governatore del Friuli. Renzi, invece, dopo aver partecipato all’inaugurazione del Silos Armani, museo che lo stilista ha aperto per i milanesi in occasione dei suoi 40 anni di carriera, ha preferito rientrare in albergo. Tra i 3700 ospiti seduti in platea c’erano anche il presidente del Coni Giovanni Malagò, l’ex ct della nazionale Marcello Lippi, che ora allena in Cina ed è stato un importante sostegno per Expo. Sono arrivati anche il calciatore dell’Inter Hernanes, Antonio Cabrini, gli chef Davide Oldani, Gianfranco Vissani, e poi Giorgio Squinzi, l’ad di Telecom Marco Patuano e di Rcs Pietro Scott Jovane. In piazza sono arrivati anche l’ex sindaco Letizia Moratti e l’ex governatore della Lombardia Roberto Formigoni.

Ad aprire la serata è stato un brano molto conosciuto come il brindisi della Traviata, intonato da Andrea Bocelli, accompagnato dal soprano Diana Damrau e dall’orchestra della Scala. Tante le arie celebri cantate nel corso della serata, tra cui l’aria finale del primo atto di Violetta. Tra i brani interpretati anche il finale dell’Andrea Chenier, l’ouverture di Attila e l’immancabile Va’ pensiero del Nabucco, e a chiudere la serata il ‘Nessun dorma’ della Turandot, che cantato da Luciano Pavarotti ha accompagnato tanti momenti importanti della storia italiana.

Oltre a Bocelli, Ambassador Extraordinary di Expo Milano 2015, si sono alternati sul palco il pianista cinese Lang Lang, anche lui Ambassador della manifestazione, le soprano Diana Damrau e Maria Luigia Borsi, il tenore Francesco Meli, il baritono Simone Piazzola. Ad accompagnarli il coro e l’orchestra della Scala, diretti dai maestri Bruno Casoni e Marco Armiliato. A fare gli onori di casa il commissario unico di Expo Giuseppe Sala, che ha salutato il pubblico e ha mostrato in anteprima l’accensione dell’Albero della Vita, simbolo di Expo 2015 ideato da Marco Balich. Per il bis, infine, è stato scelto ‘O sole mio’. L’impegno di Bocelli continuerà con la partecipazione a Expo attraverso la sua fondazione, che ha l’obiettivo di aiutare persone affette da malattie rare, in condizioni di povertà ed emarginazione sociale.

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Chiusi in assemblee riservate per stabilire il programma della “May Day”, la manifestazione dei No Expo sfilerà a Milano, i movimenti antagonisti prevedono azioni diffuse per tutta la città. “Non ci preoccupiamo di ciò che possono fare dei gruppi singoli, ma della strumentalizzazione di polizia e media” spiega Elio di “Off Topic”, uno dei movimenti della rete No Expo. I No Expo stranieri, provenienti da Austria, Germania, Francia preferiscono invece non farsi intervistare.

Precari, studenti, contadini, lavoratori, sindacati di base, collettivi, centri sociali, produttori e movimenti ecologisti hanno individuato nella cinque giornate di Milano un momento centrale per una lotta comune nella costruzione di territori, città e di un mondo diverso. Dal 29 aprile al 3 maggio, prima, durante e dopo l’inaugurazione di Expo, Milano sarà laboratorio sociale di resistenze e alternative.

Storie diverse provenienti da luoghi differenti si uniranno in una sola opposizione, gioiosa, potente ed arrabbiata, ad un’idea di saccheggio e devastazione, secondo quanto affermato, ben rappresentata dal progetto Expo, dal sistema che promuove e di cui si fa portatore oltre i 6 mesi dell’evento: debito per tutti e tutte, colate di cementificazione e precarietà quotidiana perricattare il presente ed ipotecare il futuro.

La forza e il miscuglio di “intelligenze offensive”, che in quei cinque giorni invaderanno Milano, obbligheranno gli organi d’informazione, “oggi impegnati nella demonizzazione del percorso No Expo”,a parlare della potenza dei contenuti della protesta e della moltitudine che scenderà per le strade.

“La città vetrina che vogliono mostrare è una città buona per pochissimi, è una città che cancella diritti, possibilità e futuri. La città secondo Expo è la città che vorrebbero replicare ovunque, riproducendo dominio e sfruttamento in ogni luogo e su ogni essere. Alla vetrina preferiamo gli angoli nascosti e reali, le periferie e le esperienze di lotta, le diversità e le vite che si nascondono dietro le immagini patinate con cui si cerca di imbellettare la realtà di crisi e di fatica che tutte e tutti viviamo ogni giorno.

Apriamo allora questa città, per cinque giorni che altro non sono che i primi cinque giorni di contrasto ad Expo iniziato. Cinque giorni che vogliamo attraversati dal maggior numero possibile di persone, che costruiscano un corteo partecipato e di massa,che renda visibili le ragioni della nostra opposizione al modello Expo e che sappia parlare con gli strati popolari di questa città.

Cinque giorni che seguono anni di lotta e denuncia sociale.
Cinque giorni che precedono l’alterexpo, ovvero i nostri sei mesi di opposizione al grande evento.

Se i sei mesi di Expo significheranno per istituzioni e media confermare vane promesse, per noi saranno il periodo per sedimentare le anomale reti ricompositive che stiamo sperimentando per fortificare i percorsi contro il Jobs Act, per il diritto all’abitare, per i diritti ed il riconoscimento delle libertà sessuali e dei generi, per la difesa dei territori da eventi e opere grandi, piccole, medie che altro non sono che atti predatori di spazi, ricchezze, beni comuni, diritti, agibilità e risorse per tutti. Non solo in Italia.

Il nostro No Expo è un percorso di senso che non si esaurirà con le giornate dal 29 aprile al 3 maggio,e che certamente non finirà il 1 novembre. È, e sarà sempre, complice e solidale con le lotte No Tav che dalla Val di Susa a Brescia, passando per l’alessandrino e il territorio ligure, mostrano la dignità delle popolazioni locali contro un’opera inutile, così come è vicina a tutti i piccoli e grandi movimenti di resistenza alle grandi opere inutili ed imposte. È, e sarà sempre, dalla parte degli antifascisti che difendono la memoria ed il territorio dall’ignobile ideologia fascista, che in tempi di crisi lucra sulle difficoltà quotidiane per farsi spazio.

Per questo l’assemblea nazionale di sabato chiede l’immediata liberazione dei compagni colpiti da
arresti per avere difeso l’antifascismo a Cremona”.

Il programma della cinque giorni di Milano, “contro e oltre” il modello Expo 2015:

29 APRILE MILANO SI OPPONE ALLA MARCIA FASCISTA-coordinamento Fascisti e Razzisti No Grazie
30 APRILE: CORTEO STUDENTESCO NAZIONALE- INIZIO CAMPEGGIO INTERNAZIONALE NOEXPO che durerà fino al 3 maggio con dibattiti e workshop
1 MAGGIO: #NOEXPOMAYDAY ore 14 piazza XXIV MAGGIO
2 MAGGIO: MOBILITAZIONI DIFFUSE CONTRO EXPO
3 MAGGIO: ASSEMBLEA PLENARIA GENERALE di lancio della mobilitazione per i 6 mesi di Expo
DAL 3 MAGGIO IN AVANTI: 6 MESI DI #ALTEREXPO! conflitto, incontro e alternativa contro il modello Expo e oltre i grandi eventi.




Masse di profughi e pirateria. I Jihadisti trafficano morte nel Mediterraneo

La notizia più terribile della settimana  è quella del peschereccio di soli 30 metri con più di 700 persone a bordo affondato a una settantina di chilometri a nord delle coste libiche, mentre era diretto verso la Sicilia.  Il peschereccio si sarebbe capovolto quando stava per essere raggiunto da una nave commerciale, la King Jacob, allertata dalla Guardia Costiera. Sono solo 28 i sopravvissuti. Più di due volte il naufragio di Lampedusa.

Ma l’indignazione nasce ricordando che la tragedia è in atto nell’indifferenza generale dall’inizio del 2015. Con l’Unione Europea che non trova motivi d’urgenza per modificare nè le limitazioni dell’operazione Triton (pattugliamento limitato alle acque di Schengen), nè gli accordi di Dublino sull’accoglienza dei richiedenti asilo.

I morti del Mediterraneo sono le vittime di una guerra feroce nella quale ci nascondiamo, dopo aver ceduto ai trafficanti di morte il monopolio sulle coste nordafricane e su vasti tratti del nostro mare.

Lo dimostra anche l’episodio del peschereccio siciliano che è stato attaccato e poi sequestrato da uomini armati che lo hanno abbordato con un grosso rimorchiatore. Il motopesca “Airone”, del compartimento marittimo di Mazara del Vallo si trovava a 30/40 miglia dalla costa della città libica di Misurata quando è stato dirottato verso il paese nordafricano. A dare l’allarme via radio alla Guardia costiera è stato un altro peschereccio siciliano che si trovava a poca distanza dall’Airone.

L’imbarcazione che ha abbordato il peschereccio non aveva contrassegni militari o simili.

Non è un caso isolato: per decenni motopescherecci italiani sono stati sequestrati dalle autorità di Tripoli, ma perché veniva contestato lo sconfinamento in acque territoriali libiche. Ora, però, il timore principale è che il motopesca possa essere stato sequestrato da miliziani jihadisti che controllano una parte del paese.

La Libia è stata terra di pirati dalla fine del Settecento, al punto che i Marines vi sbarcarono nel 1805 per un’incursione di terra ancora oggi ricordata nel loro inno, e può tornarlo perché la cattura di navi commerciali in transito è la forma più agile per trovare risorse. Basti pensare che davanti alle coste libiche passa il traffico marittimo che collega Gibilterra al Canale di Suez, ovvero l’Atlantico all’Estremo Oriente.

Le coste fra Derna e Sirte, area di insediamento jihadista, offrono facile riparo a possibili barchini che, sul modello degli Al Shabaab, potrebbero minacciare le rotte nel Mediterraneo Centrale trasformandosi in una fonte di auto-sostentamento per qualsiasi gruppo terroristico o clan criminale. Uno dei principi su cui si basa lo Stato Islamico è mantenersi con le risorse trovate in loco, come è nella tradizione delle tribù del deserto, e in Libia si tratta del mare e del greggio. Da qui lo scenario anche del possibile uso delle acque antistanti alla Libia per traffici illeciti di petrolio da vendere sul mercato nero e armi da importare da ovunque, in maniera analoga a quanto i jihadisti riescono attualmente a fare lungo il confine fra lo Stato Islamico – ex Siria-Iraq – e la Turchia di Recep Tayyp Erdogan.
Per questo è stato presentato  al Consiglio di Sicurezza dell’Onu il rapporto di un gruppo di esperti che sostiene la necessità di una «forza marittima internazionale» per sorvegliare le coste libiche «visto che il governo in carica è impossibilitato a farlo». Lo scenario di un Golfo della Sirte in balia dei barchini-kamikaze dei jihadisti trasformato in piattaforma di traffici illegali di armi e petrolio nel Mediterraneo è una prospettiva da far tremare i polsi, divenuta reale a causa del collasso delle autorità di Tripoli e dell’insediamento lungo la costa di gruppi, clan, tribù e cellule di fedeltà diversa ma accomunate dalla volontà di aumentare i profitti.
È in tale cornice che l’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati  ha avvertito l’Unione Europea sulla verosimile possibilità di un «aumento massiccio» dell’immigrazione clandestina dal Maghreb: se nel 2014 gli arrivi sono stati 220 mila il numero potrebbe moltiplicarsi per l’estensione delle aree di instabilità e l’aumentata capacità dei trafficanti di gestire i flussi.
È l’intero Mediterraneo a dover fare i conti con i pericoli libici.

Perchè l’Ue non agisce e consente stragi di massa voltandosi dall’altra parte?




L’Italia che crolla. La lezione attuale del Vajont

Ancora un caso di soffitto che crolla in una scuola italiana  a dimostrazione dello stato di fatiscenza in cui versano gli istituti scolastici nel nostro paese. Due bambini sono rimasti feriti nel crollo del soffitto di un’aula della scuola elementare Enrico Pessina di Ostuni, in provincia di Brindisi. Ci chiediamo che fine abbiano fatto il Piano generale di edilizia scolastica che obbligava il Ministero dell’Istruzione ad adottare precisi provvedimenti in materia  e il famoso piano sulle ‘scuole sicure’ annunciato dal premier Renzi che prevedeva 400 milioni di euro per 2400 interventi a partire dal 2015.

Non siamo più al sicuro sulle strade e nemmeno i bimbi tra i banchi di scuola. l’Italia continua a perdere pezzi: dopo il crollo di parte dell’autostrada Palermo-Catania, ora un tratto della Statale che doveva collegare Cagliari alle località turistiche – la “Nuova 554″ – è stato colpito: l’asfalto è esploso e tra le quattro corsie si è creata una voragine di oltre un metro, per colpa di uno smottamento.

Emergono particolari inquietanti sullo scandalo della strada statale 554 che ormai da trenta giorni è vietata al traffico con un’ ordinanza senza tempo”.

Nell’aprile del 2009 i rilevatori georeferenziati di Google rilevavano e registravano in quel tratto di strada crolli evidenti e premonitori di quello che stava per accadere. Qualcosa di più di semplici segnali, vere e proprie trincee  che non potevano certo essere annoverate come assestamenti ordinari della piattaforma stradale. In queste ore il grande crollo si sta trasformando in una vera e propria voragine facendo emergere elementi che costituiscono di per sé una prova evidente della negligenza con la quale si è operato. A questo episodio va legato anche quello del crollo di un pilone di un viadotto sulla Palermo-Catania che da circa 72 ore divide in due l’Isola.

E come se non bastasse dopo le strade continuano a crollare pure le scuole.

In Sicilia si studia un piano di emergenza per rimettere in collegamento i due angoli dell’isola, mentre in Sardegna sarà molto più difficile trovare una soluzione immediata. Di certo non basterà continuare a rattoppare col bitume fresco: l’Anas lo ha già fatto per sei anni, spendendo inutilmente più di 400 mila euro in aggiunta ai 55 milioni iniziali che sono serviti per realizzare la strada: 11 chilometri che ora sono già off limits. Nel frattempo bisogna studiare un percorso alternativo e affrontare deviazioni non segnalate. Un vero e proprio disastro nazionale, denuncia Erasmo D’Angelis, coordinatore della Struttura di missione di Palazzo Chigi e uomo di fiducia di Matteo Renzi e del nuovo ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio che accusa direttamente del disastro il vertice dell’Anas, a cominciare dall’apparentemente intoccabile presidente Pietro Ciucci.
Dopo essere stato di fatto “scaricato” da palazzo Chigi oggi il presidente dell’Anas ha annunciato le sue dimissioni.

Ciucci – spiega una nota Anas – ha incontrato questa mattina, presso la sede del Ministero a Porta Pia, il Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Graziano Delrio, comunicandogli la sua intenzione di rimettere l’incarico di consigliere e di presidente di Anas a partire dall’Assemblea degli Azionisti per l’approvazione del bilancio 2014, che verrà convocata, nei termini di legge e di statuto, a metà maggio. La decisione, si legge nella nota dell’Anas, è stata presa «in segno di rispetto per il nuovo Ministro al fine di favorire le più opportune decisioni in materia di governance di Anas».
«Anas – aveva detto ieri D’Angelis – non può continuare con lo scaricabarile. A me sembrava già una vicenda incredibile il crollo di Capodanno del viadotto; quest’altro caso, che conoscevano da dieci anni, mi sembra francamente imbarazzante. Mi chiede se Ciucci deve prendere atto e andarsene? Io dico solo che ognuno si deve assumere le sue responsabilità». Per il collaboratore di Renzi certamente c’è il problema di un territorio fragile, maltrattato e malgestito: il 70% delle frane censite in Europa, quasi 500mila, sono in Italia. È il 7% del territorio nazionale. Ma la situazione delle strade è indice speciale dell’incuria. Sì, perché incredibilmente l’Anas – ma il discorso vale anche per le ex strade provinciali, per Autostrade e gli altri gestori della rete autostradale, con l’unica eccezione positiva delle Ferrovie – non effettua un «normale» monitoraggio delle sue strade. E anche se nel nostro paese sono disponibili tecnologie di eccellenza per il controllo di questi fenomeni, l’Anas non ne fa nessun uso. E forse solo nel 2016 si deciderà a dotarsi di un fondo per la protezione dal rischio idrogeologico.
In Italia, tragicamente, «l’ingegneria ha pensato di poter fare a meno della geologia». Come spiega D’Angelis, quasi sempre si realizzano opere infrastrutturali senza fare gli indispensabili studi geologici preventivi. E quando – come nel caso dell’autostrada siciliana – ci si accorge di un potenziale rischio di frana, si preferisce non intervenire. Così ha fatto l’Anas. Il risultato è che si sarebbe potuto consolidare il colle spendendo 30 milioni, adesso si dovrà rifare il viadotto sborsandone ben 350.  Il neoministro delle infrastrutture ha intenzione di intervenire con forza, pare. E a metà aprile la task force di Italiasicura varerà un fondo in collaborazione con la Ragioneria dello Stato e i ministeri di Ambiente e Infrastrutture per far decollare un piano nazionale di contrasti alle frane.

Speriamo non si debba arrivare, come sempre accade in Italia, a una vera e propria tragedia per vedere finalmente diventare fatti le norme di sicurezza.

Non dimentichiamo le 1910 vittime  della diga del Vajont, il torrente che scorre nella valle di Erto e Casso per confluire nel Piave, davanti a Longarone e a Castellavazzo, in provincia di Belluno (Italia).

La storia di queste comunità venne sconvolta dalla  la frana del monte Toc nel lago artificiale. La sera del 9 ottobre 1963 si elevò un’ immane ondata, che seminò ovunque morte e desolazione.

Furono commessi tre fondamentali errori umani che portarono alla strage: l’aver costruito la diga in una valle non idonea sotto il profilo geologico; l’aver innalzato la quota del lago artificiale oltre i margini di sicurezza; il non aver dato l’allarme la sera del 9 ottobre per attivare l’evacuazione in massa delle popolazioni residenti nelle zone a rischio di inondazione.

Il 20 di febbraio 1968 il Giudice istruttore di Belluno, Mario Fabbri, depositò la sentenza del procedimento penale contro Alberico Biadene, Mario Pancini, Pietro Frosini, Francesco Sensidoni, Curzio Batini, Francesco Penta, Luigi Greco, Almo Violin, Dino Tonini, Roberto Marin e Augusto Ghetti. Due di questi, Penta e Greco, nel frattempo morirono, mentre Pancini si tolse la vita il 28 novembre di quell’anno.
Il giorno dopo iniziò il Processo di Primo Grado, che si tenne a L’Aquila, e che si concluse il 17 dicembre del 1969. L’accusa chiese 21 anni per tutti gli imputati (eccetto Violin, per il quale ne vennero richiesti 9) per disastro colposo di frana e disastro colposo d’inondazione, aggravati dalla previsione dell’evento e omicidi colposo plurimi aggravati. Biadene, Batini e Violin vennero condannati a sei anni, di cui due condonati, di reclusione per omicidio colposo, colpevoli di non aver avvertito e di non avere messo in moto lo sgombero; assolti tutti gli altri. La prevedibilità della frana non venne riconosciuta.
Il 26 luglio 1970 iniziò all’Aquila il Processo d’Appello, con lo stralcio della posizione di Batini, gravemente ammalato di esaurimento nervoso.
Il 3 ottobre la sentenza riconobbe la totale colpevolezza di Biadene e Sensidoni, che vennero riconosciuti colpevoli di frana, inondazione e degli omicidi; condannati a sei e a quattro anni e mezzo (entrambi con tre anni di condono). Frosini e Violin vennero assolti per insufficienza di prove; Marin e Tonini assolti perché il fatto non costituisce reato; Ghetti per non aver commesso il fatto.

Tra il 15 e il 25 marzo del 1971 si svolse, a Roma, il Processo di Cassazione, nel quale Biadene e Sensidoni furono riconosciuti colpevoli di un unico disastro: inondazione aggravata dalla previsione dell’evento compresa la frana e gli omicidi. Biadene viene condannato a cinque anni,

Sensidoni a tre e otto mesi, entrambi con tre anni di condono. Tonini fu assolto per non aver commesso il fatto; gli altri verdetti restarono invariati. La sentenza avvenne quindici giorni prima della scadenza dei sette anni e mezzo dell’avvenimento, giorno nel quale sarebbe intervenuta la prescrizione.
Il 16 dicembre 1975 la Corte d’Appello dell’Aquila rigettò la richiesta del Comune di Longarone di rivalersi in solido contro la Montedison, società in cui  confluì la SADE, condannando l’ENEL al risarcimento dei danni subiti dalle pubbliche amministrazioni, condannate a pagare le spese processuali alla Montedison.
Sette anni dopo, il 3 dicembre 1982, la Corte d’Appello di Firenze ribaltò la sentenza precedente, condannando in solido ENEL e Montedison al risarcimento dei danni sofferti dallo Stato e la Montedison per i danni subiti dal comune di Longarone. Il ricorso della Montedison non si fece attendere ma il 17 dicembre del 1986 la Corte Suprema di Cassazione rigettò il ricorso alla sentenza del 1982.
Infine il 15 febbraio 1997 il Tribunale Civile e Penale di Belluno condannò la Montedison a risarcire i danni subiti dal comune di Longarone per un ammontare di lire 55.645.758.500, comprensive dei danni patrimoniali, extra-patrimoniali e morali, oltre a lire 526.546.800 per spese di liti e onorari e lire 160.325.530 per altre spese. La sentenza ebbe carattere immediatamente esecutivo. Nello stesso anno fu rigettato il ricorso dell’ENEL nei confronti del comune di Erto-Casso e del neonato comune di Vajont, obbligando così l’ENEL al risarcimento dei danni subiti, che verranno quantificati dal Tribunale Civile e Penale di Belluno in lire 480.990.500 per beni patrimoniali e demaniali perduti; lire 500.000.000 per danno patrimoniale conseguente alla perdita parziale della popolazione e conseguenti attività; lire 500.000.000 per danno ambientale ed ecologico. La rivalutazione delle cifre hanno raggiunto il valore di circa 22 miliardi di lire.




“Atom for peace”. Sarà vero?

«Meglio non avere un accordo che un cattivo accordo», ha proclamato  la Guida Suprema Ali Khamenei, riecheggiando le parole del premier israeliano Benjamin Netanyahu, ostinato avversario dell’intesa di Losanna.

In sincronia con il presidente iraniano Hassan Rohani, Khamenei si è detto molto irritato perché l’Iran vorrebbe la revoca immediata delle sanzioni e non graduale, agganciata alle ispezioni dell’Aiea come nelle intenzioni dichiarate dal Cinque più Uno. Le sanzioni, secondo Teheran, devono essere cancellate il giorno stesso dell’accordo definitivo previsto entro il 30 giugno. La leadership iraniana sembra pretenziosa e intrattabile.

Il leader, in un intervento trasmesso dalla tv di Stato in occasione della Giornata nazionale della tecnologia nucleare, ha spiegato: “Vogliamo un accordo vantaggioso per tutte le parti coinvolte nei colloqui sul nucleare” e ha aggiunto: “Il presidente Usa, Barack Obama, ha riconosciuto che il popolo iraniano non si arrenderà a sopraffazioni, sanzioni e minacce, e questo fatto è una conquista” da parte della Repubblica islamica in sede di negoziati sul nucleare con le potenze mondiali.

Avere reattori civili in Iran non è come mettere il cartello “Zona denuclearizzata” all’ingresso delle nostre città di provincia, testimonianza di un grande impegno pacifista per un mondo libero da armi atomiche durato sino agli anni Ottanta.

Per Barack Obama la situazione si complica, il presidente degli USA dovrebbe pensare a un piano B, lo scenario è  mutato da  quando,  nel 1954,  Eisenhower approvò ufficialmente il progetto “Atom for Peace” al fine di agevolare l’introduzione dell’energia nucleare in applicazioni civili e per la produzione di energia elettrica, e trovare un punto di equilibrio diventa più difficile.

In Medio Oriente le trattative sono complesse e anche le parole hanno un significato diverso: l’Iran dei persiani è in guerra, le milizie sciite combattono in Iraq e in Siria contro il Califfato sunnita e i suoi alleati, da Al Qaeda alle monarchie arabe del Golfo, alla Turchia. Nello Yemen, Teheran è ai ferri corti con l’Arabia Saudita, in un conflitto dai connotati sempre più settari e inconciliabili, in cui si è arrivati a schierare navi da guerra nello Stretto di Bab el Mandeb, “la Porta delle lacrime”.

E la parola nucleare è legata più alla parola guerra che al termine energia, come vogliono invece  far credere.

Neanche la CIA sa esattamente quante testate nucleari abbia Israele (che si rifiuta categoricamente di dare spiegazioni in merito) ma la stima migliore ne accredita 80 a Tel Aviv, con plutonio sufficiente per arrivare fino a 200. Solo nel 1998 l’odierno presidente Shimon Peres rivelò che gli esperimenti israeliani sul nucleare erano cominciati già negli anni Cinquanta. Israele disporrebbe di unità terrestri, aeree e sottomarine, per il lancio dei missili.

Mentre l’Iran, per quanto accusato da Israele di essere a un passo dall’ottenere un ordigno nucleare, non ha ancora  un armamento.

L’Iran di oggi come quello dello Shah Mohammed Reza Palhevi, allora alleato di Washington, ambisce a essere una potenza nel Golfo. I suoi avversari arabi fanno di tutto per impedirlo e non esitano ad allearsi con Al Qaeda e il Califfato per raggiungere lo scopo. In questo conflitto, interno all’Islam, ma con implicazioni globali, gli Stati Uniti e l’Europa sono in posizione contraddittoria: combattono lo Stato Islamico, ormai penetrato a Damasco, e allo stesso tempo dichiarano di sostenere i sauditi nello Yemen e fanno affari con le petromonarchie che appoggiano i movimenti più radicali e terroristi.

In un colloquio a Teheran di qualche tempo fa, Shariatmadari, che perse un braccio nelle prigioni dello Shah e a sua volta torturava i prigionieri politici nel carcere di Evin, fu esplicito: «Sono gli americani che devono fare la pace con noi, non noi con loro».

Khamenei parla all’Iran  e alla comunità internazionale occidentale e araba. Deve accontentare l’ala estremista della rivoluzione islamica contraria all’accordo di Losanna.

In cima alla lista dei Paesi che possiedono armi nucleari ci sono gli Stati Uniti,che hanno condotto più test, dispongono di 7.650 testate, di cui 2.150 attive e così distribuite: 500 testate terrestri, 1.150 assegnate ai sottomarini nucleari e 300 pronte per essere montate sugli aerei. Inoltre, nell’alveo del programma di condivisione nucleare della NATO, la CIA riferisce di altre 200 bombe termonucleari (B61 a gravità) schierate in cinque Paesi NATO: Belgio, Germania, Italia, Paesi Bassi e Turchia.

La Russia dispone di 8.420 testate nucleari, di cui 1.720 attive. Gli effetti delle sperimentazioni atomiche sovietiche sono ancora oggi evidenti in molte aree dove furono condotti i test. Nell’odierno Kazakhstan, ad esempio, tra il 1949 e il 1989 il sito di Semipalatinsk fu teatro di ben 456 esplosioni termonucleari. Inutile dire che quell’area è estremamente radioattiva, per un raggio di almeno 80 km, tale che intere comunità e villaggi, ancorché distanti, portano addosso i segni indelebili di quegli esperimenti, che si sostanziano in deformazioni, leucemie e malattie ereditarie.

La Cina si ha iniziato a produrre  armi nucleari  dal 1950, dopo che gli Stati Uniti intrapresero esperimenti nucleari nel Pacifico (proprio durante la guerra tra le due Coree). Il primo test di successo con un ordigno nucleare è targato 1964, cui seguì la prima prova termonucleare due anni e mezzo più tardi (il più breve tempo tra fissione e fusione le prove di tutte le potenze nucleari). Oggi si suppone che la Cina abbia circa 140 testate terrestri e 40 assegnate per gli aerei. La CIA, che ne ha stimate 240 in totale, ritiene che le restanti testate siano conservate per un futuro impiego in un sottomarino nucleare, che oggi non possiede.

La Francia, dopo USA e Russia, è la terza potenza nucleare al mondo, anche se dispone di “sole” 300 testate, 250 delle quali assegnate a sottomarini nucleari e le restanti 50 pensate per attacchi aerei. Nel 1996, sotto la presidenza Chirac, ha smantellato tutte le testate terrestri.

Il Regno Unito ha condiviso con gli americani il “Progetto Manhattan”, padre di tutte le sperimentazioni nucleari, sviluppando poi un proprio personale programma (pur condividendo oltre la metà dei test con gli USA). Oggi dispone di 160 ordigni operativi, esclusivamente per uso sottomarino.

Pakistan e India dispongono entrambe di circa 100 testate (90/110). Islamabad decise di avviare un proprio programma nucleare nel 1972, in seguito alla guerra con l’India, sperimentando test sotterranei (nel distretto di Chagai, vicino al confine con l’Iran) e oggi dispone di missili nucleari terrestri e aerei. L’India, di converso, ha prodotto armi nucleari proprie dopo i test nucleari della Cina a metà degli anni Sessanta, testando i propri ordigni dal 1974 al 1998. Dispone di missili nucleari aerei e terrestri e da anni cerca di allargare il programma nucleare alle forze marine.

La Corea del Nord, secondo le stime della CIA, avrebbe meno di 10 testate nucleari che ha sperimentato in tre occasioni (2006, 2009 e 2013), fatto che ha comportato per Pyongyang dure reazioni della comunità internazionale e nuove sanzioni economiche. Tuttavia, la minaccia nucleare nordcoreana, particolarmente contro Corea del Sud e Stati Uniti, è poco più che un bluff. Infatti, anche se la Corea ha condotto tre test nucleari sotterranei ed effettuato test missilistici balistici, e nonostante la certezza che gli scienziati nordcoreani abbiano separato abbastanza plutonio per le 10 testate di cui sopra, non è confermato che Pyongyang sia davvero in grado di armare i missili e lanciarli, non disponendo né di sottomarini né di aerei in grado di condurre un efficace attacco dal cielo.

Mutatis mutandis, anche la politica energetica internazionale è stata modificata.

Nonostante i dati favorevoli al nucleare (soprattutto in Francia), secondo l’IAEA (International Atomic Energy Agency) il peso dell’energia nucleare rispetto alle altre fonti di energia era destinato a ridursi entro il 2020. Questa previsione è datata 2004 ed è  stata smentita dagli ultimi eventi della politica energetica internazionale. L’affermazione e l’ascesa di nuovi paesi sullo scacchiere mondiale (es. Cina e India) e la conseguente crescita della domanda di energia mondiale ha spinto alla cantierizzazione di nuovi reattori nucleari. In Asia sono attualmente in cantiere almeno 15 nuove centrali nucleari (Cina, Corea del Sud, India e Taiwan). La situazione in Europa  merita invece un livello di approfondimento maggiore. L’assenza di investimenti nella costruzione di nuove centrali nucleari in Europa negli anni ’90 è un dato di fatto. La Finlandia è stato l’unico paese europeo ad avere messo in cantiere nell’ultimo decennio del ‘900 la costruzione di una nuova centrale nucleare (centrale di Olkiluoto, attiva entro il 2010).

L’approccio nei confronti del nucleare da parte dei paesi europei è radicalmente mutato nel corso del primo decennio degli anni duemila. L’effetto serra e il caro petrolio hanno fatto riavvicinare all’energia nucleare anche i paesi occidentali più scettici. Agli inizi degli anni duemila molti paesi europei nuclearizzati (Svezia, Germania, Olanda e Belgio) avevano deciso di non sostituire le attuali centrali nucleari al termine del loro ciclo produttivo.

L’acuirsi del problema ambientale e le cicliche crisi del petrolio e del gas hanno però rimesso in discussione il destino del nucleare in Europa. La politica prevalente in questi ultimi anni tende a prolungare la vita delle centrali nucleari europea, in attesa di una possibile risposta ai problemi del nucleare da parte della ricerca scientifica. Prevale pertanto una politica di attesa.

Sono circa 440 i reattori nucleari attivi nel mondo. I paesi con maggiore presenza di reattori nucleari sono i seguenti: USA (1049), Francia (59) e Giappone (53).




Meritocrazia addio: l’Italia dei pentiti

La meritocrazia è morta molto prima di Lee Kuan Yen, fondatore di Singapore (paese che ha il Merito tra i principi fondamentali della propria Costituzione), deceduto il 23 marzo 2015.

Fondi sperperati, concorsi pilotati, giovani sfruttati.

Leggevo nelle colonne dell’Espresso che un dottore di ricerca italiano, dopo essersi fatto raccomandare ed essere stato rottamato dal Dipartimento di scienze economiche dell’Università degli studi di Milano, ha spiegato nel dettaglio come si muove il mondo accademico tra raccomandazioni e correnti di potere. “Qualcuno, è evidenziato nel titolo dell’articolo, non vuole che il libro in cui riporta tutti gli scandali venga pubblicato”.

Dopo aver contribuito, per dieci anni, con i suoi amici, adesso acerrimi nemici suoi e del suo libercolo, alla corruzione del nostro Paese, Matteo Fini, classe 1978, ha scoperto che l’Italia non è un Paese per giovani docenti universitari.

Una volpe!

“Tante illusioni svanite via via nel nulla”, lamenta.  Alla Statale si occupava di metodi quantitativi per l’economia e la finanza. “In pratica facevo tutto: lezioni, ricerca, davo gli esami, mettevo i voti – ci dice Fini – Ero un piccolo professore fatto e finito, senza titolo”. Eppure per la sua carriera fallita non è riuscito a calcolare rischi e probabilità.

La sua è la storia di un giovane italiano che non ce la può fare nonostante tutto…

“Non si sopravvive al sistema universitario italiano”, aggiunge. E ne esce, e pensa di raccontarlo. Di dissacrarlo.

E tenta di far soldi con gli strumenti dei padroni/padrini: ne fa la sostanza del suo libro “la vita accademica vista dall’interno, nei suoi gangli ordinari. Episodi quotidiani che non danno scandalo abbastanza se presi singolarmente”.

Comincia a scriverlo, riporta il settimanale, e ne posta qualche estratto su Facebook. Un giorno riceve una diffida legale, girata anche all’editore con cui aveva già fatto un libro (“Non è un paese per bamboccioni”), che gli intima di non pubblicare e di eliminare tutti i post “allusivi” dal social: tra questi, una citazione di Lino Banfi/Oronzo Canà. “I post non li ho affatto tolti, e tra l’altro erano generici e astratti – racconta Matteo Fini –. Questa è censura preventiva”. Il libro è pronto, anzi c’è tutta una piccola community sul web che ne attende l’uscita; ma non si sa più quando, né con chi vedrà la luce.

Ma buoni o cattivi, non è la fine constatiamo Noi, citando Vasco Rossi. L’autore, bocciato per cattiva condotta dagli amici/nemici, racconta sull’ “Espresso” la propria storia, che di seguito riportiamo dall’Espresso  del 16 marzo 2015.

L’inizio del percorso da ricercatore universitario è comune a tutti. “È il professore stesso che ti precetta, quando tu magari nemmeno ci pensavi alla carriera universitaria. Ti dice: “ti va di fare il dottorato?”. E tu rispondi ok, e cominci. E pensi che sei davvero bravo. Un eletto. A quel punto però vieni risucchiato e la strada si fa cieca”. Al “meccanismo” ci si abitua subito. Prendere o lasciare. I più, prendono, compreso Matteo Fini.

“Ho capito subito che c’erano delle regole bislacche, ma le ho accettate: sai benissimo che lì dentro funziona così, è un sistema che non puoi cambiare, immutabile, e sai anche che la tua carriera è totalmente indipendente da quello che dici o che fai: conta solamente che qualcuno voglia spingerti avanti”.

Anche Matteo ha il suo protettore. “Fin dal primo giorno, mi ha detto: Tu fa’ quel che ti dico, seguimi, e alla tua carriera ci penso io”. Va avanti così per anni. Ma le cose non sono eterne. “All’improvviso la sua attenzione si è completamente spostata altrove. Dal chiamarmi quattro volte al giorno, l’ultimo anno è scomparso. Fino al gran finale: il dipartimento bandisce il concorso per il posto a cui lavoravo da otto stagioni,“che avrei dovuto vincere io”. Lui nemmeno me lo comunica. Io ne vengo a conoscenza e partecipo lo stesso, pur sapendo che, senza appoggi, non avrei mai vinto. In Italia, prima si sceglie un vincitore e poi si bandisce un concorso su misura per farlo vincere. Anche per un semplice assegno di ricerca. All’università è tutto truccato”.

In questo volume intra–universitario che non c’è, ma c’è, Fini spiega gli ingranaggi universitari più comuni. Talmente elementari che nessuno aveva mai pensato di raccontarli. Sfogliamolo virtualmente.

Concorsi, primo esempio. Il blu e il nero. “Tutti i concorsi a cui ho partecipato erano già decisi in partenza. Sia quando ho vinto, sia quando ho perso. Vinci solo se il tuo garante siede in commissione. Il concorso è una farsa, è manovrato fin dal momento stesso in cui si decide di bandirlo. A me una volta è capitato che a metà prova si siano accorti che alcuni stavano scrivendo in blu e altri in nero. A quel punto ci hanno consegnato delle penne uguali per tutti, e siamo ripartiti daccapo. A fine prova mi sono accorto che c’erano degli stranieri che avevano scritto nella loro lingua natìa… Ma con la penna uguale alla nostra, eh!”.

Concorsi, secondo esempio. Gli ultimi saranno i primi. “M’iscrissi al bando e mi presentai al test d’ammissione che era composto esclusivamente da un colloquio orale in cui si ripercorreva la carriera dei candidati. Era un concorso per titoli. I candidati erano tre: io, una ragazza del sud di trentun’anni neolaureata e una ragazza del nord che stava discutendo la tesi. I posti erano sei, le borse di studio in palio due. Indovinate in graduatoria in che posizione mi piazzai? Esatto, terzo. E ultimo.

In un concorso esclusivamente per titoli, cioè non vi erano delle prove d’esame che avrebbero potuto mostrare la preparazione di un candidato piuttosto che l’altro, contava solo il curriculum vitae; in un concorso per titoli tra due neolaureate, o quasi, e io che una laurea, come loro, ce l’avevo e che possedevo anche un titolo di dottore di ricerca, pubblicazioni scientifiche, manuali didattici e un’esperienza di oltre cinque anni in accademia tra lezioni, lauree, seminari e convegni, ecco in gara con loro due mi classifico terzo, dietro di loro…”.

Concorsi, terzo esempio. La salita è in discesa. “Qualche anno fa sono andato a fare un concorso per un contratto di un anno fuori sede. Fuori sede lo dico perché ogni ricercatore, o simile, è come affiliato al dipartimento di provenienza, ogni volta che prova a partecipare a un concorso in un altro ateneo è come se andasse in guerra. Con lo scudo e la fionda contro i fucili e i cacciabombardieri. Il posto era per un assegno di ricerca in Economia e gestione delle imprese. Ci presentiamo in tre. Il vincitore, il fantoccio e io. C’è sempre un fantoccio. Quello che deve fare presenza, ma perdere. Per non dare l’idea che il concorso sia ad personam. Purtroppo per loro però, inavvertitamente, mi ero iscritto pure io. E risultavo tremendamente più titolato degli altri due, vincitore compreso.

Questo capitava non perché io fossi particolarmente genio, ma perché, essendo ormai da anni attorcigliato nel meccanismo universitario senza sbocchi in attesa del posto mio, mi ritrovavo a partecipare a concorsi per retrocedere. Scendi di categoria, e sembri un fenomeno. Così succede che devono trovare un modo per fermarmi. E non potendo dire che non ho i titoli o che il mio curriculum mal si relazioni col loro progetto di ricerca. sapete cosa s’inventano? Provano con la psicologia. Anzi la psicologia inversa, il metagame. “Tu sei un ricercatore affermato, ormai hai anni di esperienza, il nostro progetto dal punto di vista quantitativo non presenta una sfida entusiasmante, saranno sì e no due calcoletti, per cui non credo che questo sia il posto adatto a te… E così ho perso un’altra volta”.

Concorsi, per concludere. Così fan tutti.“E così risulta penalizzato anche chi vince perché è più bravo e perché se lo merita. Chi vincerebbe un concorso anche in una molto ipotetica gara alla pari. Senza padrini. Pensate a quanto possa essere frustrante, anche per loro, sapere che nonostante gli anni di studi, i sacrifici, nonostante siano pronti, in realtà si sono ritrovati vincitori perché qualcuno ha deciso così. Per delle logiche che continuano a esulare dalla loro preparazione e ricerca. Tutti penseranno che tu, come tutti, il posto non te lo sei guadagnato. Puoi urlarlo forte quanto vuoi, ma nessuno ti crederà. Tutti ti vedranno come l’abusivo, il solito infame”.

Assegnazione dei fondi. Specchietti per le allodole. “Quando vengono assegnati i fondi di ricerca, i professori e i dipartimenti si associano e mettono su un progetto alimentato dal blasone dei docenti unitisi (professori che magari fino al giorno prima neanche si salutavano). Dentro questi bandi vengono infilati anche dei ragazzi giovani, con la promessa che verranno messi poi a lavorare. Il bando viene vinto, arrivano i fondi, ma del progetto che ha portato ad accaparrarseli nessuno dice più niente. Viene accantonato, e i quattrini sono dilapidati nelle maniere più arbitrarie (pubblicazioni, acquisto di pc all’ultima moda ecc.). Che fine fanno i ragazzi coinvolti? Bene che vada si spartiscono le briciole”.

Libri universitari. Self–publishing.“Molti docenti scrivono libri che poi adottano a lezione, naturalmente, e molto spesso gli editori glieli fanno pagare fino all’ultimo centesimo, della serie “Ti pubblico, ma tu devi comprarne 5 mila copie”. Ma mica li acquistano con portafogli personali, i suddetti saggi; no, ordinari e associati amano invece attingere liberamente dai fondi di dipartimento, che pure magari erano destinati a qualche ricerca seria e pluripremiata”.

Cultore della materia. Il purgatorio dei tuttologi. “Più in basso ancora di assegnisti e dottorandi, c’è la figura del “Cultore della materia”: per permetterti di affiancare un Prof. in università se non hai titoli tuoi, questo ti fa “cultore”, e tu così guadagni il diritto di aiutarlo in aula con gli esami o addirittura di fare lezione. La cosa divertente è che la decisione del docente è insindacabile. E così se un domani il tuo supervisor decide che tu debba essere un cultore in Fisica applicata o Letteratura greca medievale, e lo fa soltanto perché gli servi… il giorno dopo tu sarai legittimato ad andare in Aula a parlarne. Anche se non ne sai un fico secco”.

Didattica. Il fanalino di coda. “Viene vista come un fastidio. Un intralcio. È che da noi diventi docente solo dopo aver fatto il ricercatore. Ma il ricercatore dovrebbe fare ricerca, e il docente insegnare. Ci vorrebbe una separazione delle carriere. Un ottimo ricercatore può essere un pessimo docente, e viceversa”.

Seminari e riviste. Tutto fa brodo. “Spesso i dipartimenti organizzano seminari (sempre coi soldi dei fondi) il cui unico scopo è quello di presentare i propri lavori, perché così quel lavoro finirà dritto ne “gli atti del convegno”, che è una pubblicazione, e che quindi va a curriculum, fa massa, valore, prestigio, carriera, altri soldi. C’è una lunga teoria di riviste che esistono solo per pubblicare gli atti di questi convegni: periodici clandestini, che pubblicano indiscriminatamente. Ci sono poi dipartimenti che le riviste se le creano da sé. È un circuito drogato, che lievita, ma su impasti veramente fragili. Basti vedere i curriculum dei docenti italiani: le pubblicazioni sulle riviste internazionali, quando ci sono, sono messe in bella mostra, mentre quelle sulle riviste nazionali vengono liquidate sotto la dicitura “altre pubblicazioni”… Come se ce se ne vergognasse”.

Noi, gli diciamo: “Te ne accorgi solo adesso? Quando ti ha fatto comodo non hai visto, non hai sentito e non hai parlato. Hai sperato che andasse bene anche a te. Adesso pagane le conseguenze”.




International day of Happiness, ma il mondo guerreggia in 30 conflitti

Siamo caduti nel buco nero di un conflitto di tutti contro tutti di cui non si intravede la fine eppure oggi si festeggia il giorno della felicità. Quale? E dove prenderla? Perchè si dovrebbe essere felici se non si riesce nemmeno a essere contenti? Trovo che questa sia la festa più ipocrita che potessero istituire, visto che non riescono a garantire un sano tenore di vita nemmeno ai cittadini dei paesi più ricchi e sviluppati del mondo. Ormai sopravviviamo e lo dimostrano  le indagini per la misurazione della F.i.l. (Felicità interna lorda. Il termine FIL fu coniato all’inizio degli Settanta dal re del Butan, Jigme Singye Wangchuck), che prendono in esame variabili atte a cogliere il grado di coesione sociale del sistema, come i tassi di criminalità, la presenza di istituzioni democratiche o il rispetto dei diritti civili. Anche questa, tra crisi e guerre, con il Pil ha raggiunto i minimi storici.

Essendo la  socialità  la tendenza innata degli individui a convivere tra di loro, la nostra vita è tanto più felice quanto più ricche sono le nostre relazioni sociali. Perciò il concetto di benessere basato sul reddito o sul reddito pro capite deve essere allargato per includere variabili economiche diverse e considerare un insieme ampio di indicatori, quali  il numero di ore lavorate, il tasso di disoccupazione, la mortalità infantile, l’incidenza di diverse malattie, la speranza di vita, per valutare direttamente il benessere psichico attraverso variabili quali il numero di suicidi, la diffusione dell’utilizzo di psicofarmaci oppure attraverso indagini nella popolazione che stimino il grado di soddisfazione percepito dai cittadini.

La classifica che mette al primo posto il Costa Rica,  definendolo il paese più felice del mondo,  non  include nell’elenco i paesi più infelici e forse bisognerebbe invertirla e domandarsi qual è il paese più infelice.

Mentre le guerre in Siria, Iraq e Ucraina riscuotono l’interesse dei mezzi d’informazione occidentali, sono una trentina gli altri conflitti di cui si parla pochissimo e che, in assenza di interventi, continueranno a colpire milioni di persone.

Le guerre civili nella regione del Darfur e negli stati meridionali del Sudan sono quasi sparite dai mass media anche se riguardano moltissime persone e nel solo Darfur hanno provocato 2,4 milioni di profughi.

La crisi nel vicino Sud Sudan è trascurata invece avrebbe un urgente bisogno di attenzione: è l’opinione di Jean-Marie Guéhenno, presidente dell’International crisis group, con sede a Bruxelles, che sta attualmente monitorandole guerre presenti in tutto il mondo.

Il Sud Sudan, l’Afghanistan e la Siria sono stati considerati nel 2014 i paesi meno pacifici del mondo, secondo la classifica annuale compilata dall’Institute for economics and peace.

“L’orribile violenza alla quale si assiste ancora in Sud Sudan va avanti perché non c’è alcuna forma di pressione da parte dell’opinione pubblica”, sostiene Guéhenno.

Il secondo anno di guerra civile sta portando il paese più giovane del mondo sull’orlo della bancarotta e della carestia, e le violenze hanno costretto alla fuga almeno 1,9 milioni dei suoi 11 milioni di abitanti, uccidendone più di diecimila.

Secondo Guéhenno, se il Sud Sudan ricevesse una maggiore attenzione dai mezzi d’informazione occidentali, potrebbero essere adottate misure come un embargo sulle armi o un’azione seria per tagliare i finanziamenti alla guerra e simili pressioni avrebbero un seguito al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

“Eppure questo conflitto resta fuori dei radar, tranne quando si verificano scontri più gravi”, afferma.

La Nigeria è un altro paese che risente della scarsità di notizie sui conflitti interni.
Anche se gli attacchi dei militanti islamisti di Boko haram ottengono qualche copertura, lo stesso non si può dire per le tensioni in corso altrove. Secondo Guéhenno, potrebbero esplodere gravi scontri nella regione del delta del Niger, ricca di petrolio.

“Nel caso di episodi di violenza dopo le elezioni, la notizia finirebbe su tutte le prime pagine perché la Nigeria è un paese molto importante in Africa. Ma sarebbe meglio se questioni del genere fossero affrontate già da adesso”, ha aggiunto.

Nell’ultimo decennio il numero di conflitti nel mondo è rimasto piuttosto stabile, oscillando fra i 31 e i 37, ma alla metà del 2014 il numero di profughi in fuga dalle guerre ha toccato il suo apice dal 1996.

Tuttavia, molte guerre compaiono raramente sui giornali o le tv occidentali.

Nel 2014 gli scontri nella regione orientale della Repubblica Democratica del Congo hanno costretto circa 770mila persone alla fuga, portando il numero totale di profughi a 2,7 milioni in un paese di 68 milioni di abitanti. Più di venti gruppi armati sono attivi solo nella provincia del Kivu Nord.

Altri conflitti sono in corso in Somalia, Yemen, Libia, Repubblica Centrafricana e Pakistan. Dopo il ritiro di gran parte delle truppe straniere, anche l’Afghanistan riceve meno attenzione.

Secondo i ricercatori, non è necessariamente la portata del conflitto ad attirare le attenzioni dei giornalisti.

Virgil Hawkins, professore associato alla Osaka school of international public policy dell’Osaka university in Giappone, ha osservato come il conflitto israelo-palestinese abbia una copertura mediatica significativa nonostante il numero di vittime sia inferiore rispetto a quelle della Repubblica Democratica del Congo.

Hawkins ha paragonato l’interesse riservato dai mezzi d’informazione all’inizio di gennaio all’attentato islamista contro il settimanale satirico Charlie Hebdo a Parigi con il relativo silenzio su una serie di massacri compiuti quasi contemporaneamente da Boko haram in Nigeria.

“Le differenze non sono dovute al tipo di atrocità commesse, ma al luogo dove queste atrocità sono commesse e alle loro vittime”, ha scritto in un blog.

“Ci sono molti conflitti relativamente piccoli che covano sotto la cenere in paesi come l’India, la Thailandia, la Russia, la Turchia, la Birmania e l’Etiopia che non dovrebbero essere ignorati”, aggiunge.

I conflitti di portata ridotta spesso diventano più grandi nel momento in cui si collegano a una tematica più ampia, afferma Guéhenno. Per anni nessuno ha fatto molto caso ai microconflitti in corso nel Mali settentrionale, finché non sono diventati per il movimento jihadista un’opportunità per creare delle basi in quel territorio. “All’improvviso sono diventati strategici”, osserva Guéhenno.

“È molto difficile per i leader politici sollecitare un’azione politica su questioni che non riscuotono un grande interesse nei paesi occidentali”, conclude. “Quando le persone cominciano a essere uccise, allora c’è la mobilitazione”

Solo in Siria si contanto 220mila morti in quattro anni.

Era il 15 marzo del 2011 quando a Daraa, nel sud del Paese, si tenne la prima manifestazione contro il regime, dopo che il mese prima un gruppo di studenti erano stati arrestati con l’accusa di avere tracciato con lo spray slogan anti-regime. Un fatto senza precedenti nei 40 anni al potere della famiglia Assad. La reazione delle autorità di Damasco fu durissima. Nel sangue vennero represse anche successive manifestazioni in altre città, fino a quando l’opposizione cominciò a fare ricorso alle armi e i primi militari disertori fondarono l’Esercito libero siriano (Els). Da allora è stato un vortice di violenza che sembra non dover avere fine.

Il regime di Assad è ancora in sella nonostante l’ingiunzione lanciata fin dall’estate di quell’anno ad Assad dal presidente americano Barack Obama e dalla Ue perché lasciasse il potere. Il regime è riuscito a imporsi grazie alla fedeltà della maggior parte delle forze armate e all’appoggio dei suoi due grandi alleati, la Russia e l’Iran, anche se attualmente controlla con sicurezza solo una parte del territorio: da Damasco, attraverso la regione centrale di Homs, fino alla costa mediterranea, dove sono le roccaforti degli Assad. Nel nord Aleppo, quella che era una splendida città capitale economica e commerciale della Siria, è devastata dai combattimenti che da due anni e mezzo oppongono forze lealiste e ribelli. Più a est lo Stato islamico impone la sua versione oscurantista della Sharia nelle province di Al Hasakah e di Raqqa. A sud, presso il confine con la parte del Golan occupato da Israele, proseguono gli scontri con gruppi islamisti e il Fronte al Nusra, la branca siriana di Al Qaida, mentre consiglieri iraniani e milizie sciite libanesi di Hezbollah appoggiano le forze lealiste.

Una conferenza di pace organizzata all’inizio del 2014 a Ginevra è fallita dopo due sessioni e l’estate successiva il mediatore dell’Onu e della Lega Araba, Lakhdar Brahimi, ha gettato la spugna, come aveva fatto prima di lui l’ex segretario generale Kofi Annan. Il nuovo inviato speciale, il diplomatico italo-svedese di lungo corso, Staffan de Mistura, sta cercando di favorire un dialogo che parta da obiettivi modesti, come tregue locali temporanee, a cominciare da Aleppo. Ma anche questa iniziativa sembra trovare notevoli difficoltà.

L’Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria (Ondus) ha detto di essere riuscito a documentare i casi di quasi 13.000 detenuti morti nelle carceri del regime per le torture subite. Ma quando le atrocità non sono riprese in video è impossibile che scuotano le coscienze come fanno le immagini degli ostaggi occidentali decapitati dai fanatici dell’Isis.

L’ultimo attentato ha ucciso oltre venti persone (tra cui quattro italiani, spagnoli e francesi) al museo Bardo di Tunisi, a pochi passi dal Parlamento, che proprio in quelle ore stava discutendo le leggi antiterrorismo. Ha colpito contemporaneamente la nascente democrazia araba e la sua fragile economia fondata sul turismo.

«La gente ancora non ha capito cosa è successo ma si tratta del più grande attentato mai avvenuto nella capitale tunisina».

«Il Bardo è il simbolo della Tunisia», continua il blogger Youssef Cherif: «Nel colpirlo i terroristi dello Stato Islamico hanno voluto colpire l’unico Paese in cui la rivoluzione araba ha avuto successo».  Il Bardo, uno dei più bei musei del Mediterraneo, raccoglie molti dei più preziosi mosaici di epoca romana.

La Tunisia è il Paese da cui era partita la serie di rivoluzioni che nel 2011 hanno sconvolto il Mediterraneo mettendo fine al regime decennale dei dittatori del Nord Africa. Ed è anche l’unico Paese che è riuscito ad eleggere liberamente il suo Parlamento e a formare un governo di unità nazionale in cui i laici di Nidaa Tounes e gli islamisti Ennahada sono riusciti a confrontarsi. In Egitto infatti il dittatore Hosni Mubarak è stato sostituito con un colpo di stato nel 2013 dal collega Abdel Fattah al-Sisi che ha eliminato fisicamente o imprigionato tutti i principali islamismi del Paese senza distinzione tra terroriste conservatori. La Libia invece è discesa nel caos e nell’anarchia con due principali fazioni politiche che si contendono il controllo e, nel farlo, lasciando territorio libero ai barbuti dell’Is.

«La democrazia non piace agli uomini dell’Is che sono allergici a qualsiasi cosa non sia esclusivamente religiosa», continua Cherif: «Da mesi sul web minacciavano il nostro Paese, il più secolare del mondo arabo. Avremmo dovuto aspettarci un evento simile».

Il problema è che da mesi la sicurezza è un enorme problema per la Tunisia. La criminalità è in aumento e il numero di tunisini partiti per raggiungere i ranghi dell’Is in Siria e in Libia è altissimo: almeno tremila persone, ma c’è chi ne stima settemila. Le risorse economiche e le forze di polizia non sono sufficienti. Perfino un obiettivo sensibile come il museo (di mosaici romani) più importante del Paese che si trova per lo più nello stesso piazzale del parlamento, è stato lasciato scoperto, facile preda di uomini armati.

“Ogni volta che viene commesso un crimine terroristico, ovunque sia, siamo tutti colpiti”. Questo il commento del presidente francese Hollande all’attacco di Tunisi. “Quando si tratta di vite umane spaventosamente schiacciate dalla macchina terrorista, che sia in Francia, in Tunisia o a Copenaghen, siamo tutti colpiti”

Per far ripartire l’economia e offrire una speranza ai milioni di giovani tunisini disoccupati Tunisi aveva lanciato lo scorso autunno una vasta campagna per il rilancio del turismo, puntando tutte le fiche sull’imminente stagione estiva. «Adesso questo attacco non solo finirà per annullare ogni sforzo pubblicitario compiuto negli ultimi mesi ma rischia anche di dare corda ai fautori della contro-rivoluzione, ovvero a coloro che sostengono che la democrazia non sia un sistema politico possibile in un Paese arabo e che si debba ritornare a uno stato di polizia. A una dittatura», sottolinea Cherif.

Intanto in Italia c’è chi comincia a contare i pochi, pochissimi chilometri che ci separano dalle coste tunisine. Da settimane, sul web, si moltiplicano le minacce a Roma, l’antica capitale del Mediterraneo.

Quale sarà il prossimo paese infelice?




Pena di morte per i marò, il Nostro No

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E’ assurdo che proprio due cittadini italiani muoiano perchè condannati dalla Giustizia di un paese in cui è praticata la pena di morte. Mi riferisco alla vicenda dei marò Salvatore Girone e Massimiliano Latorre in India. L’Italia è sempre stata in prima linea nella campagna contro la pena di morte e  impegnata nella battaglia per una moratoria universale delle esecuzioni.

“La difesa dei diritti umani è per l’Italia un principio inderogabile – ha dichiarato il ministro degli Esteri, Federica Mogherini – intendiamo continuare a batterci per una moratoria delle esecuzioni e in prospettiva per l’abolizione della pena di morte in tutto il mondo. Nel 2007 abbiamo dato impulso alle iniziative che portarono all’adozione della prima risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite sulla moratoria della pena capitale. L’anno seguente e nel 2010 con un gruppo di altri Paesi abbiamo promosso, sempre come Italia, altre due risoluzioni approvate all’Onu”.

Il 1 luglio scorso è stata istituita una «task force», di cui fanno parte Amnesty International, la Comunità di Sant’Egidio e Nessuno Tocchi Caino, destinata al coordinamento dell’azione italiana in vista della votazione in seno all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

Ma per svolgere un ruolo incisivo nel consolidamento e nell’ampliamento del risultato già ottenuto, per sensibilizzare quanti più Paesi e raggiungere questo obiettivo, saranno importanti il protagonismo della società civile, del governo e del Parlamento italiani.

La pena di morte è oggi giorno praticata in 95 Stati: è presente in quasi tutti i paesi asiatici, in buona parte di quelli africani, in alcune zone della America, come Stati Uniti, Cuba e Cile, mentre in Europa è esercitata esclusivamente nei territori della ex-Jugoslavia e della Bulgaria. Di tutte queste nazioni, escludendo gli Stati Uniti, le più significative sono la Cina e il Giappone.

Nel 2013 ci sono state esecuzioni in almeno 22 Paesi e in tutto “sono state messe a morte 778 persone, con un incremento del 15% rispetto al 2012”. “Così come gli anni precedenti – prosegue Amnesty International – questo dato non include le migliaia di persone che si ritiene siano messe a morte in Cina dove la pena di morte è considerata segreto di Stato”. Negli Stati Uniti, “unico paese del continente americano a eseguire condanne a morte”, il numero di esecuzioni continua a diminuire e il Maryland è diventato il diciottesimo Stato abolizionista.

In Cina, come del resto in tutti gli altri paesi asiatici, la pena di morte è massicciamente praticata; in tal senso, basti pensare che nel 1993 il 63% delle esecuzioni mondiali sono avvenute proprio in territorio cinese. I reati capitali sono 68, tra cui omicidio, stupro, rapina, furto, traffico di droga, prostituzione, evasione delle tasse e, addirittura, stampa o esposizione di materiale pornografico. Particolarmente raccapricciante è il fatto che spesso le esecuzioni vengono fatte in luoghi pubblici e i condannati sono costretti a tenere al collo un cartello con il loro nome e il reato per il quale vengono giustiziati. Amnesty International, inoltre, denuncia il fatto che spesso ai condannati, una volta giustiziati, vengono espiantati gli organi senza il loro permesso; proprio per questo motivo, si ritiene che alcune condanne vengano eseguite in quanto sono richiesti organi per i trapianti.

In Giappone, la legge prevede la pena di morte per 17 reati, quali l’omicidio e il provocare morte durante un dirottamento aereo. L’aspetto sicuramente più sconvolgente per i detenuti giapponesi è, oltre naturalmente all’esecuzione, il trattamento a loro riservato nel braccio della morte: possono, infatti, ricevere visite solo dai parenti più stretti, nella maggior parte dei casi non è permesso loro ricevere posta, vivono in celle dove la luce viene sempre tenuta accesa, sorvegliati da telecamere, che controllano che non tentino il suicidio. Devono, inoltre, sempre sedere al centro della cella e non è concesso loro di appoggiarsi al muro nè di dormire nelle ore diurne. I detenuti che non rispettano le regole subiscono severe punizioni, come l’isolamento o la sospensione delle visite. Da sottolineare, vi è il fatto che tra il novembre del 1989 ed il marzo del 1993 le esecuzioni vennero sospese perchè i ministri di giustizia dell’epoca erano contrari alla pena di morte: durante la moratoria, il tasso di criminalità non aumentò, ma anzi diminuì.

Condanne capitali colpiscono persone affette da disabilità mentale e intellettiva. In generale, il rapporto di Amnesty International sulle esecuzioni mostra che si è registrata qualche inversione di marcia. “Quattro Paesi, Indonesia, Kuwait, Nigeria e Vietnam, hanno ripreso le esecuzioni – si legge nel testo – e c’è stato un aumento significativo delle persone messe a morte in Iran e Iraq”.

Non può essere ammissibile che uno Stato arroghi a sé il diritto di vita o di morte su un essere umano: “lo Stato condanna chi uccide e poi uccide a sua volta, riparando una colpa con un’altra colpa”. (C. Beccaria)

Oggi, a distanza di millenni da quando l’uomo ha riconosciuto come inammissibile uccidere un suo simile (Non uccidere è un comandamento scritto  sulle Tavole  di Mosè) e a poco più di 250 anni dagli scritti di Cesare Beccaria,  solo il 50% dei Paesi del globo ha rinunciato alla pena capitale.

Sarebbe meglio per  qualsiasi società  punire  chiunque commetta reati non solo con la pena detentiva, ma  anche con lavori socialmente utili, finora assegnati, in Italia, soltanto a criminali appartenenti a determinate caste (politici ecc.) per evitare che scontino pene più pesanti.




Olanda tra libertà e libertinaggio: «Scusa Roma Actie» (photoreportage all’interno)

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Cara Elisabeth Jane Bertrand,

francamente non mi aspettavo che una cittadina olandese potesse essere così sconvolta e sensibile di fronte ai danni provocati a Roma dai teppisti del Feyenoord.

Lo scrissi due anni fa nel mio “Cronache dal Belgio”: “Trovo che Amsterdam non sia interessante dal punto di vista storico-culturale. Nei comportamenti che osservo c’è tanta barbarie. La regina è super protetta, non riusciamo nemmeno a vederla da lontano. […] Non ci divertiamo, siamo tutti un po’ delusi dallo scenario. […] Alcuni sono irriverenti ed esagerati, i più indossano un cappello. Per le strade la gente organizza mercatini. Si beve moltissimo e la maggior parte fa uso di stupefacenti. Passeggiando per le vie si sente rimbombare solo musica commerciale. Le persone si ammassano, i pisciatoi sono sempre occupati, la città si sporca subito di piscio, carte, lattine e bottiglie. A peggiorare le condizioni igieniche gli escrementi dei cavalli. Amsterdam ci appare squallida e pericolosa. […] con i suoi eccessi mi ha lasciato stupita, penso che droghino la gente per non farla suicidare”.

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Hai raccolto circa 4mila euro. Il tuo obiettivo è di raggiungere quota 100mila, per contribuire a restaurare la Barcaccia di Piazza di Spagna, un’opera del Barocco italiano, quasi completamente distrutta dai teppisti di Rotterdam, che non potrà più tornare come prima, come l’ideò e realizzò il talentuoso Bernini nel 1629. Uno dei fini della colletta online – spieghi – è di «esprimere alla popolazione di Roma la vergogna provata dagli olandesi per questi comportamenti, e di offrire una donazione al Comune di Roma dopo questa terribile giornata, in modo da poter tornare nella città eterna a testa alta».

Chiedi che la donazione equivalga «almeno ad un mazzo di tulipani, in modo da regalare l’equivalente di migliaia di campi», dei fiori simbolo dei Paesi Bassi.

Trovo il tuo gesto molto civile e nobile rispetto al contesto in cui vivi, dopo questo episodio penso che tu sia l’eccezione che confermi la regola. Forse per i Paesi Bassi è giunto il tempo di pensare a un’alternativa?

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In Libia è guerra, ma Salvini ha la polenta sugli occhi. Non sente, non vede e urla: “Renziacasa!”

A Matteo Salvini, segretario federale del Carroccio, la crisi internazionale e la guerra non bastano e tenta di far cadere il Governo e magari di organizzare un colpo di Stato,  chiamando a raccolta da tutta Italia “i cittadini che vogliono Renzi a casa” e marciando su Roma. L’appuntamento è alle ore 15, a piazza del Popolo, che ospiterà la grande manifestazione già annunciata nelle settimane scorse.

E mentre, in queste ore, tutto il mondo, guardando alla Libia, si chiede: “Che fare?”, la Lega Nord con due grosse fette di polenta sugli occhi, non vede,  non sente e con le poche parole italiane che conosce urla: “Cacciamoli! Renziacasa!”.

“Alla luce degli ultimi tragici eventi di Parigi – dice Salvini – diventa sempre più urgente archiviare l’esperienza fallimentare del governo Renzi” e, sempre per aggravare la situazione, alleandosi con Fratelli d’Italia, la Lega propone un blocco navale davanti alla Libia. l’Italia, secondo la sua ricetta, dovrebbe impedire, con la forza, che i barconi prendano il mare, schierandosi in assetto di guerra davanti alle coste libiche, o addirittura, dopo un’invasione del paese nordafricano, occupare i porti oggi in mano ai trafficanti di uomini.

Salvini: “Ci portiamo a casa potenziali terroristi”. Meloni: “Occupiamo i porti”

Intanto hanno presentato un esposto contro Renzi e Alfano accusandoli di “favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”.

”Bisogna istituire un blocco navale davanti ai porti libici che impedisca l’esodo che qualcuno sta cercando di spingere nell’interesse dei terroristi, delle mafie e di qualche cooperativa che lei conosce bene”, ha detto in Aula alla Camera il deputato della Lega Nord Gianluca Pini, rivolgendosi al ministro degli esteri Paolo Gentiloni che aveva parlato della situazione in Libia.  “Scartata l’ipotesi diplomatica, anche per l’assenza di istituzioni libiche con cui interloquire, non rimane che la strada di una azione militare – ha aggiunto – che preveda non un’azione di terra ma un blocco navale”.

La leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, vuole invece proprio sbarcare in Libia. “Si deve intervenire con un missione sulle coste della Libia, occupare i porti ed eventualmente affrontare a monte il problema dell’immigrazione. Aprire lì centri di accoglienza e valutare chi ha i requisiti per avere diritto d’asilo e chi no”.

Il ministro della Difesa, Pinotti: “In Afghanistan eravamo 5mila. Ma la Libia ci riguarda da vicino si dovrà fare di più”.

Ed è il sindacato di polizia Sap a tirare il freno sulle dichiarazioni della Pinotti, spiegando che i numeri ipotizzati porterebbero a una spesa non inferiore al mezzo miliardo di euro l’anno, quando non si riescono a trovare neppure 20 milioni per la sicurezza interna.

Qualcuno poco dopo ha fatto notare a Matteo Salvini che l’ipotesi di schierare navi militari italiane nelle acque territoriali di un altro Paese sembra poco credibile.

“Incredibile è quello che sta succedendo adesso – ha risposto il segretario del Carroccio – , noi ci stiamo portando in casa migliaia di potenziali terroristi e sicuramente migliaia di potenziali delinquenti”. Parlava dei profughi.

Incredibile è che, in stato di allerta, un gruppo di isterici si rechi con il proprio Carroccio sotto palazzo Chigi per mostrare al mondo un Paese diviso invece di un’Italia solida contro le minacce. Ma, in Padania, quando si tratta di pubblica amministrazione, funziona così: predomina sempre l’isterismo.

Noi mantenendo calma e lucidità affermiamo: ” l’Italia è forte e in condizione di reggere, ma non per questo deve avviare avventure belliche”.