Ai vertici donne senza potere. La nuova prassi mondiale

Ha giurato qualche giorno fa il primo premier donna della storia democratica greca, il presidente della Corte suprema Vassilikì Thanos, chiamata dal capo dello Stato Procopios Pavlopoulos a risolvere l’impasse politica nel Paese.

Secondo le prime indiscrezioni, i ministri tecnici sarebbero l’80% dei nuovi, come banchieri, tecnocrati e magistrati. Agli Esteri dovrebbe andare l’87enne Petros Molyviatis, uno stretto collaboratore di Kostantino Karamanlis, già ministro degli esteri nel 2012 sotto il governo tecnico Pikrammenos e anche dal 2004 al 2006. Tecnocrate di lungo corso, è diplomatico di carriera, e ha servito nella delegazione permanente della Grecia presso l’Onu a New York, e la Nato a Bruxelles. Ha anche lavorato nelle ambasciate greche di Mosca, Pretoria e Ankara.

Il suo curriculum basta a far intendere che il premier Vassilikì Thanos poco avrà da fare e poco conterà. Ancora una volta visibilità senza potere alle donne chiamate in politica, per citare l’analisi e il saggio di Milly Buonanno.

La stessa sorte per le donne dell’Onu, un’organizzazione nata 70 anni fa e che ha avuto soltanto segretari uomini, 8 per l’esattezza.

Il mandato di Ban scadrà nel 2016, anno in cui negli Usa per la prima volta una donna, Hillary Clinton, potrebbe essere eletta nuova inquilina dell’Oval Office. Il nome della Alta Rappresentante UE appare in una lista del gruppo indipendente Campaign to Elect a Woman UN Secretary General che offre le biografie di donne dal formidabile background: tra queste, la presidente della Liberia, Ellen Johnson Sirleaf, la capo dell’FMI, Christine Lagarde, la Direttore Generale dell’UNESCO, Irina Bokova, la giurista canadese Louise Arbour, la responsabile di UNDP Helen Clark, Ertharin Cousin del WFP e Alicia Barcena Ibarra, segretario esecutivo della Commissione Economica per l’America Latina e i Caraibi.

Donne usate come simboli, per ricoprire un incarico che, in tempi di crisi e di guerra,  potrà solo portare poco lustro.

Scrive il Times, unendosi a quanti chiedono più trasparenza nella selezione del nuovo capo del Palazzo di Vetro: “Non mancano le candidate. Nominare una donna ai vertici di una organizzazione nata 70 anni fa per affrontare i problemi più gravi del mondo attraverso diplomazia e consenso sarebbe un simbolo potente e rivitalizzerebbe il ruolo del Segretario Generale”.

E’ proprio giunto il tempo di cambiare… Anche nelle forme di protesta e di attivismo, per non ripetere, come stan facendo le donne   di Osez le féminisme! in Francia, in questi giorni, passando per rivoluzionarie, storie già viste.




Chiesa allo sbando: esequie per gli assassini, ma negate agli eutanasici

La morte non rende tutti uguali o almeno non chi decide di far celebrare il  funerale nella chiesa Don Bosco a Cinecittà. La parrocchia non è nuova alle cronache. Sormontata da una caratteristica cupola, è la stessa che nel 2006 negò i funerali a Piergiorgio Welby.  Malato di Sla, in fase terminale, Welby chiese ai sanitari di staccare la spina (fu eretto a simbolo dell’eutanasia) e gli furono vietati i funerali religiosi.

Non abbiamo bisogno di spiare dal buco della serratura i nuovi santi e le nuove star di Cinecittà, queste figure boccaccesche possono improvvisare un colossal infischiandosene anche del parere degli spettatori. Un funerale show con carrozza d’epoca trainata da 6 cavalli con il pennacchio nero, 12 Suv e limousine, il tutto coronato da una cascata di petali di rosa piovuti dal cielo (con la partecipazione straordinaria di un elicottero privato). Un set cinematografico a tutti gli effetti la cui sapiente regia è rimasta nell’ombra, sconosciuta addirittura al prete che ha celebrato la messa  e che, alla richiesta di spiegazioni, è caduto dalle nuvole: le sue competenze – come hanno spiegato anche dal vicariato – sono circoscritte a quanto accade all’interno della chiesa, non all’esterno, dove l’anonimo “scenografo” aveva posizionato gigantografie del malavitoso e dato il via a musiche evocative (tra l’altro la colonna sonora del Padrino).

Vittorio Casamonica, 65 anni, uno dei maggiorenti dell’omonimo clan che viene ritenuto responsabile di attività illecite come usura, racket e traffico di stupefacenti nell’area sud est della città, è stato omaggiato. Sulla bara un’immagine di padre Pio.

“Hai conquistato Roma, ora conquista il paradiso”,  “Vittorio Casamonica re di Roma” recitavano alcuni manifesti apparsi davanti la parrocchia che lo ritraevano a mezzo busto con una corona in testa, il Colosseo e il cupolone sullo sfondo. Una folla di persone ha voluto portargli l’ultimo saluto.

“Era una brava persona, corretto” hanno commentato alcuni conoscenti al termine della messa. Commozione all’uscita del feretro che è stato salutato da una “pioggia” di petali lanciati da un elicottero. Dopo la funzione, la bara è stata trasportata in una Rolls-Royce mentre la banda musicale ha suonato la colonna sonora di un altro celebre film “2001 odissea nello spazio”.

Mentre le esequie di Vittorio Casamonica a Roma in stile “Il Padrino” diventano un caso politico, il prete dichiara: “Rifarei il funerale di Vittorio Casamonica? Probabilmente sì, faccio il mio mestiere”.

All’ indomani delle esequie del boss è tornato a parlare a Sky Tg24 il parroco della chiesa Don Bosco, don Giancarlo Manieri. “Io qui ho fatto il prete, non spettava a me bloccare un funerale. La chiesa può dire no a un funerale? – si chiede rispondendo a una domanda – Ecco, questo è un problema. Le scomuniche del Papa ai mafiosi? Bisogna chiederlo in alto, non a me”. “L’esponente di un clan è comunque dentro la Chiesa…”,dice don Manieri.

Con il mondo politico allarmato dai “segnali mafiosi”, interpretati come una “sfida allo Stato”, la Chiesa non si esprime.

“Roma sfregiata, fatto inquietante”, hanno attaccato dal Pd mentre Sel ha investito del caso il Parlamento chiedendo al ministro Alfano spiegazioni sull’aspetto legale della vicenda, chi è stato il regista dell’operazione, chi ha concesso le autorizzazioni. Preoccupato anche il sindaco Marino che ha chiamato il Prefetto perché siano condotti accertamenti con estremo rigore.

Si è attivato pure il ministro dell’Interno Angelino Alfano che ha chiesto a Franco Gabrielli una “relazione dettagliata” sulla vicenda.

“Certamente si poteva e si doveva evitare. Se non si è evitato è perché Roma non ha ancora gli anticorpi necessari per comprendere e prevenire cose di questo tipo: l’esistenza della mafia è stata negata fino a pochissimo tempo fa”,  dice l’assessore alla legalità di Roma Alfonso Sabella.




Un buco nell’acqua: l’Italia resta assetata

“Non ci sono scuse che tengano. Nessun decreto “Sblocca Italia”, nessuna Legge di Stabilità, nessun Decreto Madia sulla Pubblica Amministrazione può costringere un sindaco a privatizzare l’acqua. Se i nostri sindaci, sostenuti dalla Regione Liguria e dal Governo Renzi, decidono di affidare la gestione della nostra acqua ad un soggetto privato o misto pubblico/privato (che è poi la stessa cosa!) lo fanno a ragion veduta e compiono una scelta politica chiara e precisa”. Così il Comitato Savonese Acqua Bene Comune torna all’attacco sulla possibile privatizzazione dell’acqua pubblica, nonostante l’esito referendario del 2011.

Sette anni ed una crisi economica hanno portato a un forte incremento dell’utilizzo dell’acqua potabile, con la scelta dell’acqua di rubinetto per bere che è salita dal 70,4 al 75,5%. Questo ciò che emerge da una ricerca di CRA Nielsen in collaborazione con Acqua Italia, una associazione che unisce sotto di sé tutte le imprese che si occupano del trattamento delle acque primarie. Si tratta di acqua che, dopo il referendum  del giugno 2011, in cui sono state abrogate le leggi che parlavano di una sua privatizzazione, sarebbe dovuta passare dalle società private al settore pubblico.

Un passaggio che però è divenuto un lento stillicidio fatto di ricorsi in Cassazione, decreti legge, vuoti normativi e ricorsi al TAR.

A promuovere l’iniziativa del passaggio alla gestione pubblica delle acque c’era il Forum Italiano dei movimenti per l’acqua, al quale aderiscono reti nazionali, enti locali e sindacati, che ha combattuto perché l’acqua potesse divenire pubblica. Storica la vittoria del 2011, che ha portato ben 27 milioni di aventi diritto a votare per il referendum sulla privatizzazione dell’acqua, grazie al quale l’acqua, adesso, può esser considerata un bene pubblico. Ma nel breve periodo questa modifica non ha portato molti risultati.

In passato, infatti, per quanto riguarda le tariffe si pagava fino al 7% del capitale investito dai gestori. Col passaggio alla gestione pubblica, invece, questo 7% è stato rinominato: sparita la voce “remunerazione del capitale investito”, infatti, è nata la voce “oneri finanziari”, con la stessa percentuale, più o meno come era accaduto coi rimborsi elettorali. E su questo punto, il Forum aveva fatto ricorso direttamente al TAR, vincendolo.

L’acqua adesso costa il 9% in più rispetto ad anni fa, con le perdite che sono stimate a circa due miliardi e mezzo di metri cubi all’anno, ovvero il 30% sul totale. E con l’autorizzazione alla revisione delle tariffe, concessa dall’Autorità per l’energia elettrica, il gas e il sistema idrico – realizzata per favorire gli investimenti delle aziende che, però, devono essere municipalizzate si sono visti degli aumenti nelle bollette che rasentano l’assurdo: il 3,9% in più nel 2014 e ben il 4,8% in più nel corso del 2015, che porteranno ad un incremento di 130 euro per singola bolletta all’anno, raggiungendo un totale di 4,5 miliardi di euro.

Fra i comuni che hanno recepito per primi il referendum si ha il Comune di Napoli: la ARIN S.p.A., che prima gestiva il servizio idrico, è stata trasformata nella ABC – Acqua Bene Comune, azienda pubblica. E, a ruota, ha preso la medesima via il Lazio.

Intanto, il panorama che possiamo osservare sulla faccenda vede avverarsi il punto di vista sia dei favorevoli alla privatizzazione, sia dei contrari. Da un lato, chi voleva (e ha ottenuto) che l’acqua divenisse un bene pubblico ha visto sparire gli investimenti privati nel settore idrico italiano, perché chiaramente nessun investirebbe andrebbe a impiegare i propri capitali in un settore nel quale sa di non poter ricevere una remunerazione. Dall’altro lato, invece, chi voleva la privatizzazione e temeva che, se questa non fosse stata ottenuta, sarebbero stati solamente fermati gli investimenti. E ciò, chiaramente, è avvenuto. Ma è un triste esito, visto che abitiamo in una nazione dove si hanno dei picchi di dispersione dell’acqua distribuita pari al 50% nel sud, e in cui il 15% della popolazione vive in zone prive di rete fognaria. E, soprattutto, alla luce delle parole del presidente dell’ Autorità per l’energia elettrica e il gas, che parla di una necessità di 65 miliardi di euro nei prossimi trent’anni per avere un servizio idrico degno di questo nome.




Duemila donne contro “L’Italia che stupra impunita”

Erano arrabbiatissime le donne che  hanno protestato a Firenze contro la sentenza con cui la Corte di Appello di Firenze ha assolto sei uomini dall’accusata di aver stuprato, nel luglio del 2008, una giovane donna nell’area del parcheggio della Fortezza da Basso.

Alla manifestazione, convocata da un nutrito gruppo di associazioni, sono intervenute in più di duemila da diverse città del centro e nord Italia per esprimere solidarietà alla donna e alzare la voce contro una sentenza che risulta essere più un giudizio sulle scelte di vita della vittima piuttosto che nei confronti di chi quella vita ha violato.

Le stesse motivazioni della sentenza racchiudono in sé giudizi morali nei confronti della donna che non ha avuto diritto di giustizia perché secondo i giudici la sua vita “non è lineare”, quattro pagine in cui sostengono che “il comportamento della ragazza ha dato modo ai ragazzi di pensare che la stessa fosse consenziente”. In un passaggio i giudici definiscono la ragazza “un soggetto fragile, ma al tempo stesso creativo, disinibito, in grado di gestire la propria (bi)sessualità, di avere rapporti fisici occasionali di cui nel contempo non era convinta”.

Erano tante le donne, ma c’erano anche uomini da alcune accettati da altre tollerati, che hanno prima sfilato intorno alla Fortezza da Basso, percorso autorizzato, ma poi hanno valutato che la gravità del caso pretendeva qualcosa di più che un girotondo e hanno deciso di osare di più.

Hanno prima occupato via Strozzi, davanti la questura, per proseguire verso il centro della città, via Cavour, la stazione ferroviaria, piazza del Duomo per tornare alla Fortezza.

Moltissimi i cartelli con l’hastag #nessuna scusa, ad indicare che non esistono giustificazioni per uno stupro, tanti slogan contro il patriarcato, alcuni anche duri sul tono “L’Italia stupra impunita, se non c’è giustizia ci sarà vendetta”. E non sono mancati riferimenti internazionalisti al coraggio e alle lotte delle “sorelle curde, yazide, nigeriane, indiane…”

La manifestazione, anche se in buona parte non autorizzata, si è conclusa intorno a mezzanotte e comunque senza incidenti, tra la curiosità dei molti turisti e la solidarietà delle e dei fiorentini che per qualche minuto hanno abbandonato la tv e si sono affacciati da balconi e finestre per salutare l’insolito corteo.

Anche a Roma, nel quartiere del Pigneto, in contemporanea con la manifestazione di Firenze, si è tenuta una protesta in solidarietà con la donna che ha subito violenza e contro la sentenza che ha assolto i suoi stupratori.

Per i giudici la giovane, all’epoca 23enne, avrebbe denunciato il rapporto sessuale per “rimuovere” un suo “discutibile momento di debolezza e fragilità”. E, comunque, i ragazzi possono aver “mal interpretato” la disponibilità della ragazza.

A questi giudici la ragazza ha voluto rispondere. Lo ha fatto con una lettera pubblicata sul blog Abbatto i muri: “Come potete immaginare che io mi senta adesso? Non riesco a descriverlo nemmeno io. La cosa più amara e dolorosa di questa vicenda é vedere come ogni volta che cerco con le mani e i denti di recuperare la mia vita, di reagire, di andare avanti, c’é sempre qualcosa che ritorna a ricordarmi che sì, sono stata stuprata e non sarò mai piú la stessa”. Lo ha fatto per ribadire alla Corte d’Appello che lei, nonostante la violenza sessuale, esiste ancora. “Esisto – scrive la ragazza – nonostante abbia vissuto anni sotto shock, sia stata imbottita di psicofarmaci, abbia convissuto con attacchi di panico e incubi ricorrenti, abbia tentato il suicidio più e più volte, abbia dovuto ricostruir a stenti briciola dopo briciola, frammento dopo frammento, la mia vita distrutta, maciullata dalla violenza: la violenza che mi é stata arrecata quella notte, la violenza dei mille interrogatori della polizia, la violenza di 19 ore di processo in cui é stata dissezionata la mia vita dal tipo di mutande che porto al perché mi ritengo bisessuale”. Per l’avvocata Lisa Parrini che ha difeso la vittima si tratta di una sentenza impregnata di moralismo dal momento che è stata portata avanti indagando sulle abitudini sessuali della donna violentata per stabilire se davvero si è trattato di stupro. “Ogni maledetta volta dopo aver lavorato su me stessa, cercato di elaborare il trauma, espulso da me i sensi di colpa introiettati, il fatto di sentirmi sbagliata, sporca, colpevole – scrive la ragazza – dopo aver cercato di trasformare il dolore, la paura, il pianto in forza, in arte, ecco un altro articolo che parla di me. E io mi ritrovo catapultata di nuovo in quella strada, nel centro antiviolenza, nell‘aula di tribunale”.

“Abbiamo perso tutti – condanna la ragazza – non hanno vinto loro, gli stupratori, la loro arroganza, il loro fumo negli occhi, le loro vite vincenti”. E, dopo che i giudici di appello hanno clamorosamente ribaltato la sentenza del primo processo che condannava i sei ragazzi del branco, arriva addirittura a pensare che, forse, tornando indietro non denuncerebbe le violenze subite. “Che se anche la giustizia con me non funziona prima o poi funzionerà – è l’auspicio – cambierà, dio santo, certo che cambierà”. “Ebbene sì – conclude – se per essere creduta e credibile come vittima di uno stupro non bastano referti medici, psichiatrici, mille testimonianze oltre alla tua, le prove del dna, ma conta solo il numero di persone con cui sei andata a letto prima che succedesse, o che tipo di biancheria porti, se usi i tacchi, se hai mai baciato una ragazza, se giri film o fai teatro, se hai fatto della body art, se non sei un tipo casa e chiesa e non ti periti di scendere in piazza e lottare per i tuoi diritti, se insomma sei una donna non conforme, non puoi essere creduta”.




Salviamo il mare nostrum e anche quello degli altri: i No Triv a Bari

E’ trascorso quasi un anno da quando sette capodogli si sono arenati  sulla spiaggia di Vasto, nella riserva di Punta Penna. Tre non ce l’hanno fatta mentre gli altri quattro sono riusciti via via a riguadagnare il largo con l’aiuto di diversi volontari, in azione con il sostegno del personale della Capitaneria di Porto e della protezione civile di Vasto.

I cetacei erano stati seguiti per qualche giorno nell’Adriatico dopo essere stati avvistati per la prima volta in Croazia.

E’ stato uno  dei disastri ambientali più pesanti della regione.  Non è difficile capire come siano giunti i capodogli fino a Vasto   scegliendo di andare a morire in una delle più belle spiagge d’Italia all’interno della riserva di Punta Aderci.

Dopo che i primi due capodogli sono stati aiutati a tornare in mare, al terzo che ha riguadagnato l’acqua alta è scattato un lungo applauso di centinaia di persone che hanno affollando la spiaggia. Sulla collina che domina la spiaggia all’interno della riserva di Punta Aderci in migliaia hanno “fatto il tifo” per i volontari che dalle 8 della mattina sono stati impegnati per consentire ai cetacei di riprendere il largo.

Tutti e sette erano di sesso maschile e facevano parte di un branco che era stato avvistato qualche giorno prima a largo dell’isola Vis, in Croazia. A dare manforte agli uomini della Capitaneria di Porto, della Protezione Civile di Vasto e di tanti volontari, sono giunti da Riccione anche i soci della Fondazione “Cetacea”.

Il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti informato dello spiaggiamento dei sette capodogli è stato in costante contatto con il Reparto Marino Ambientale della Guardia Costiera, che ha coordinando le operazioni per cercare di salvare i cetacei.  E’ intervenuta anche l’Unità Speciale dell’Università di Padova diretta dal professor Mazzariol, che opera in convenzione con il Ministero dell’Ambiente proprio per i casi di spiaggiamento dei cetacei. Erano state inoltre allertate la “Banca Tessuti per Mammiferi”, diretta dal professor Cozzi dell’Università di Padova, la direzione generale per la sanità animale del Ministero della Salute e gli “Istituti Zooprofilattici Sperimentali”, coordinati dalla dottoressa Casalone.
Esperto, attività estrattive tra possibili cause.

“È un vero e proprio grido d’allarme, gravissimo in un bacino chiuso e di piccole dimensioni, che dovrebbe indurci a rivedere profondamente il nostro atteggiamento nei confronti del mare Adriatico”. Questo fu il primo commento del Wwf, secondo il delegato regionale per l’Abruzzo Luciano Di Tizio, dopo lo spiaggiamento di sette capodogli a Punta Aderci, a Vasto. “Il nostro pensiero, anche se è chiaramente da confermare, – sottolinea Fabrizia Arduini, referente energia per il Wwf Abruzzo – va all’intensa attività di ricerca geosismica attraverso l’air-gun da parte delle compagnie petrolifere, attualmente utilizzato soprattutto sulle coste dell’altra sponda dell’Adriatico.

L’air-gun è una pratica che per l’intensità di suono prodotto nel sottofondo marino diviene micidiale per i cetacei e non solo, come dimostra una ampia letteratura a riguardo”. Il Wwf spiega che “anche i sonar militari, in particolare quelli a bassa frequenza, hanno conseguenze devastanti per il mare e sono causa diretta di spiaggiamenti di massa e di emorragie per la risalita eccessivamente rapida degli animali spaventati da suoni mai sentiti in mare”. Le ricerche petrolifere, al di là del micidiale air-gun provocano danni anche con altre attività nel sito della not attivista ambientalista Maria Rita D’Orsogna, ad esempio, si legge che nel 2008 circa 100 balene si spiaggiarono e morirono lungo le coste del Madagascar in conseguenza, come venne acclarato da uno studio indipendente, di stimolazioni acustiche connesse appunto alla ricerca di giacimenti nel fondo marino. Basta progetti inerenti gli idrocarburi in mare Adriatico, basta fiumi che riversano quotidianamente veleni: facciamo appello alle forze politiche e a tutte le Regioni che si affacciano su questo mare perché si attivino immediatamente per avviare la tutela, concretamente e non a chiacchiere, di un fragilissimo ecosistema, fonte di vita di moltissime specie viventi compresa la nostra.

Nonostante le tante proteste, il governo Renzi, subito dopo le scorse elezioni regionali, ha deciso di dare il via libera alle ricerche di idrocarburi anche in Puglia. Dei 16 permessi di ricerca e prospezione rilasciati, ben 11 riguardano proprio le nostre coste.

11754383_971789566222682_8599394124801625601_o

11794552_971789466222692_2801564837493694631_o

11229580_971789209556051_1432713273635127058_o

11792125_971789206222718_5257743625086671704_o

11754409_971789386222700_9082176996398941496_o

11221545_971789406222698_6243505817261243504_o

11722664_971789462889359_6888326872155904623_o

10927186_971789779555994_8100344908515723070_o

11053690_971788986222740_6549166583212119452_o

11227615_971789296222709_2806715059806979867_o

11794320_971789792889326_1952744595753094944_o

Le multinazionali del petrolio potranno così devastare i nostri mari, prima attraverso l’invasiva tecnica di ricerca denominata air-gun, successivamente attraverso l’estrazione del petrolio.

È inutile sottolineare il tremendo impatto che tale scellerata scelta avrà sulla bellezza dei nostri territori, sulla salute delle popolazioni, sull’economia e sul turismo locali.

piattaforma-petrolifera-702x336

Qualche giorno fa un gruppo di attivisti di Greenpeace ha protestato pacificamente davanti alla piattaforma petrolifera offshore Sarago Mare A, posizionata a soli tre chilometri dalla costa di Civitanova Marche. Gli attivisti hanno steso a pelo d’acqua, proprio sotto la struttura gestita dalla Edison un grande striscione galleggiante con la scritta “STOP TRIVELLE”. Poi si sono finti turisti di un possibile futuro prossimo, in cui le vacanze balneari potrebbero svolgersi all’ombra delle piattaforme petrolifere. La protesta di Greenpeace fa parte della campagna TrivAdvisor (trivadvisor.greenpeace.it): in poche settimane, più di 43 mila persone hanno già firmato la petizione di Greenpeace per chiedere una radicale revisione della strategia energetica basata sull’estrazione di petrolio e gas dai fondali marini. Accordo all’unanimità tra le sei regioni Adriatiche di centro e meridione riunite a Termoli per ribadire il ‘no’ alle trivellazioni in mare. Dopo un’ora e mezzo di confronto governatori e assessori presenti (Abruzzo, Molise, Puglia, Marche, Basilicata e Calabria) hanno confermato la “contrarietà unanime” alle trivellazioni. Il 29 luglio ci sarà un primo incontro con il governo a Palazzo Chigi. Il Coordinamento delle regioni coinvolte si riunirà dopo il 18 settembre a Bari.

Il 28 luglio in piazza Eroi del mare, a Bari (Puglia), si terrà un’assemblea pubblica No triv per un confronto sulla situazione attuale e sulle proposte da mettere in campo per reagire al piano che vogliono propinarci come piano di sviluppo economico. Le trivellazioni rientrano, invece, in un preciso piano di devastazione del nostro territorio. Il profitto di pochi, come sempre, a danno di molti.




La crisi italiana che vogliono nascondere

IMG_42061

Da quando è iniziata la crisi, in Grecia si sono suicidate 10.000 persone, a riferire questo dato  Theodoros Giannaros, 58 anni, direttore dell’Ospedale Elpis:

“Penso continuamente a quei 10 mila morti che abbiamo seppellito nel silenzio. Penso a mio figlio. E penso che se in Germania un cane muore in malo modo, ecco che il caso finisce sui giornali, se ne dibatte in tv. Ma avete mai sentito parlare dei nostri giovani, dei nostri anziani che si sono suicidati? La guerra civile della Jugoslavia ha fatto 20 mila morti. Quella, però, era una guerra. Che cos’è, invece, questa nostra strage? È una domanda a cui non so rispondere, posso solo dire che in questo momento mi vergogno di essere un europeo”.

In Italia  i morti non si contano, di loro ci giunge notizia attraverso i giornali e  ci sembrano casi isolati e sporadici.

Si è impiccato il giorno prima dell’esecuzione dello sfratto dell’appartamento dove viveva a Casalecchio. L’uomo, un 53enne agente di commercio, secondo quanto riporta l’edizione locale del Resto del Carlino, reduce dal fallimento della propria attività economica – si occupava della gestione di una rete di distributori automatici di acqua ed alimenti – è stato trovato morto dalla madre.

Separato, padre di una figlia piccola, viveva con una nuova compagna e da due anni era tornato ad abitare assieme alla madre 81enne nell’appartamento, venduto all’asta giudiziaria. Il 53enne aveva manifestato anche chiari segni di depressione, tanto che da alcuni anni era seguito dal servizio di igiene mentale dell’Ausl. A Casalecchio sono intervenuti i carabinieri e il 118.

***

Tragedia sull’argine del Brenta, un operaio si suicida impiccandosi.
Il corpo della vittima, un padovano 32enne di Piove di Sacco, è stato trovato martedì pomeriggio da un passante nel territorio di Campolongo Maggiore, nella limitrofa provincia veneziana.

***

 Costretta a vivere in tenda da giugno dopo essere stata sfrattata, è morta la donna la cui storia disperata era stata raccontata dal Carlino domenica scorsa. Il dramma di Luana Brugè, 45 anni, di Porto Recanati, si è tragicamente concluso lunedì notte nell’abitazione della madre a Loreto, dove la donna si è spenta dopo un malore. Probabilmente sfiancata dalle precarie condizioni in cui si trovava, disidratata, dopo essersi accampata per giorni vicino al fiume Potenza, la 45enne era stata accompagnata a Loreto dal compagno.

 La donna, dopo aver perso l’abitazione perché non riusciva più a pagare l’affitto e senza un lavoro che potesse garantirle un guadagno anche minimo, aveva trovato riparo nella tenda acquistata per una manciata di euro al supermercato, nonostante il caldo torrido di questo periodo. Ma per lei era l’unica soluzione. Aveva detto di aver cercato un’occupazione come donna delle pulizie, ma senza risultati. E anche il compagno, che lavorava come operaio, è disoccupato. Quindi, prima di decidere di rifugiarsi nella tenda, alla coppia non era rimasto altro da fare che affidare la bimba alla nonna. “Almeno mia figlia vive decorosamente – aveva spiegato la 45enne –. Non posso portarla in questo tugurio. Noi ci arrangiamo come possibile ma lei non deve sapere nulla. Appena ho un passaggio vado a trovarla da mia madre. Qui non voglio che venga”.

Brugè aveva abitato, fino ai primi di giugno, in via San Giovanni Bosco, nel centro di Porto Recanati. “Mio marito ha perso il lavoro da mesi e non ha trovato più nulla – aveva proseguito nel racconto delle sue difficili condizioni di vita –. Io non trovo un posto da oltre un anno. Nemmeno come donna delle pulizie. Ho provato anche negli chalet per la stagione estiva, ma già avevano il personale al completo. Ho girato dappertutto e chiesto anche aiuto al Comune, ma senza ottenere qualcosa di concreto. Non mi ha ascoltato nessuno. Il proprietario di casa, che mi aveva garantito di riuscire a farmi rimanere in casa fino a fine mese, mi ha detto che dovevo andarmene”.

La 45enne si era già sentita male sabato scorso, a causa del gran caldo. La donna era stata soccorsa dalla Croce Azzurra che l’aveva trovata in un forte stato di disidratazione. Quella mattina erano intervenuti anche i vigili urbani e gli assistenti sociali che si erano resi disponibili ad aiutare la coppia. Purtroppo non è stato possibile. La 45enne è morta prima per un collasso cardio-circolatorio. Nessun commento da parte della famiglia della donna che si è chiusa nel proprio dolore, per proteggere la nipotina.

***

Sono sempre di più le famiglie che non riescono a pagare l’affitto e il dato emerge dall’analisi pubblicata dall’Agenzia di statistica del ministero dell’Interno sull’andamento degli sfratti in Italia nel 2014. Numeri che fanno paura e raccontano una vera e propria emergenza sociale, che di anno in anno si va aggravando.

Nei primi sei mesi del 2014 i nuovi sfratti emessi sono stati 39.427 (di cui 35.257 per morosità), le richieste di esecuzione con ufficiale giudiziario 74.718, gli sfratti eseguiti con la forza pubblica hanno raggiunto la cifra di 18.465. Nei primi sei mesi del 2013 (anno in cui si è raggiunto il picco negativo di 73.385 sfratti) gli sfratti emessi erano stati 38.869, 75.348 le richieste di esecuzione, 16.520 gli sfratti eseguiti con la forza pubblica.
A conti fatti il numero degli sfratti continua costantemente a crescere dal 2008, anno di inizio della crisi economica. Inoltre ad aumentare sempre di più sono gli sfratti per “morosità”, che hanno raggiunto la percentuale del 90%: la maggior parte delle famiglie che perdono casa non possono permettersi di pagarla, spesso perché ha perso il lavoro.
Dal 2014 sembra proprio che l’emergenza abitativa non riguardi più soltanto le grandi metropoli del nostro Paese, come spiega Walter De Cesaris, segretario nazionale dell’Unione Inquilini: “Il numero degli sfratti per morosità emessi nelle province ha raggiunto quelli emessi nei capoluoghi e sempre più si sfratta con la forza pubblica. Questo mostra il fallimento delle politiche del governo a partire dalle mirabolanti promesse avanzate nel cosiddetto ‘Piano casa’ del Ministro Lupi. Serve una vera politica sociale della casa che oggi non c’è“.
Ma non solo: pure i fatti di cronaca ci portano a pensare che la questione casa sia ormai una vera e propria emergenza.

Anche una giovane madre di Bologna si è impiccata lasciando orfani i suoi due figli, proprio a pochi giorni dall’arrivo dell’ufficiale giudiziario. Inoltre il 28 giugno è scaduta la proroga di quattro mesi per finita locazione per le categorie protette: “Il nostro non è più un grido d’allarme ma una dichiarazione di guerra” tuonano i movimenti per il diritto alla casa, in protesta davanti al tribunale civile di Roma che promettono una calda estate di mobilitazioni.

E come se non bastasse, nel pieno della crisi,  il Governo Renzi ha pensato bene di opporsi all’impignorabilità della prima casa, bocciando – nel dettaglio – la mozione presentata dal Movimento 5 Stelle che prevedeva “la sospensione per 36 mesi della procedura espropriativa immobiliare” qualora “l’immobile non sia sottoposto a sequestro e a confisca in attuazione della legislazione contro la criminalità organizzata” e l’assunzione di “iniziative per prevedere, al contempo, l’istituzione di un fondo, con dotazione annua di almeno dieci milioni di euro, per la remunerazione degli interessi ai creditori“.

I testi approvati – si legge su http://www.mafia-capitale.it/ – sono molto blandi e impegnano il governo solo a “a valutare l’opportunità di adottare iniziative di rango normativo volte ad individuare misure di natura economica per la gestione dei mutui ipotecari per la prima casa in sofferenza, con particolare riferimento ai nuclei familiari, soprattutto quelli numerosi, che si trovano in situazione di temporanea insolvenza“.

Si è preferito dare dieci milioni di euro al porto di Molfetta per fare un favore al senatore Azzollini su cui pende una richiesta di arresto. Rinunciando a un F35 si potrebbero salvare 144mila famiglie.

Solo grazie al sito web del Pentagono veniamo a sapere che la Difesa italiana ha firmato a inizio giugno un nuovo contratto con Lockheed Martin ordinando altri quattro F35 e portando così a 14 il totale dei velivoli acquistati finora dal nostro Paese. Il contratto, da circa 35 milioni di euro, è relativo all’ordine di un nuovo lotto di F35 (il decimo) comprendente quattro aerei: due convenzionali e due in ‘versione portaerei’ a decollo corto e atterraggio verticale. La cifra, una sorta di piccola caparra di prenotazione, riguarda solo i componenti a lunga consegna (Long Lead Items), mentre il grosso del pagamento – 150 milioni di euro ad aereo – verrà versato a rate alla conferma d’acquisto (2016) e poi alla consegna. E’ stato firmato anche un altro contratto datato 30 giugno, da circa mezzo milione di dollari: ennesimo pagamento per lo sviluppo del software di bordo che prosegue, con enormi difficoltà e ritardi, dal 2002.

Significa che a questo governo non importa nulla delle famiglie italiane.

In Italia non c’è solidarietà verso chi è in difficoltà, il voto contrario di tutta la maggioranza permette da oggi di perdere la prima casa anche per un piccolo debito, diciamo grazie a Renzi, è lui che porta via il bene primario degli italiani. Siamo un paese dove il Governo porta sempre più alla disperazione e alla povertà le famiglie.

Talvolta è davvero triste scoprire l’esistenza degli emarginati e degli ultimi, che in un silenzio di omissione e noncuranza, vivono abbandonati miseramente dal mondo.

Sono uomini e donne che privati dei diritti essenziali di sopravvivenza trascorrono un’esistenza  peggiore di chi sbarca quotidianamente sulle nostre coste. Tutto ciò dovrebbe far riflettere.




Intrighi internazionali: cosa nostra e loro

Una inchie­sta del New York Times (24 marzo 2013) ha con­fer­mato l’esistenza di una rete inter­na­zio­nale della Cia, che con aerei qata­riani, gior­dani e sau­diti for­ni­sce ai «ribelli» in Siria, attra­verso la Tur­chia, armi pro­ve­nienti anche dalla Croa­zia, che resti­tui­sce così alla Cia il «favore» rice­vuto negli anni Novanta.

Quando il 29 mag­gio scorso il quo­ti­diano turco Cum­hu­riyet ha pub­bli­cato un video che mostra il tran­sito di  armi attra­verso la Tur­chia, il pre­si­dente Erdo­gan ha dichia­rato che il diret­tore del gior­nale pagherà «un prezzo pesante».

Ven­tun anni fa Ila­ria Alpi pagò con la vita il ten­ta­tivo di dimo­strare che la realtà della guerra non è solo quella che viene fatta appa­rire ai nostri occhi.

Da allora la guerra è dive­nuta sem­pre più «coperta». Lo con­ferma un ser­vi­zio del New York Times (7 giu­gno) sulla «Team 6», unità super­se­greta del Comando Usa per le ope­ra­zioni spe­ciali, inca­ri­cata delle «ucci­sioni silen­ziose». I suoi spe­cia­li­sti «hanno tra­mato azioni mor­tali da basi segrete sui calan­chi della Soma­lia, in Afgha­ni­stan si sono impe­gnati in com­bat­ti­menti così rav­vi­ci­nati da ritor­nare imbe­vuti di san­gue non loro», ucci­dendo anche con «pri­mi­tivi tomahawk».

Usando «sta­zioni di spio­nag­gio in tutto il mondo», camuf­fan­dosi da «impie­gati civili di com­pa­gnie o fun­zio­nari di amba­sciate», seguono coloro che «gli Stati Uniti vogliono ucci­dere o catturare».

Il «Team 6» è dive­nuta «una mac­china glo­bale di cac­cia all’uomo». I kil­ler di Ila­ria Alpi sono oggi ancora più potenti.

***

Il 21 dicembre  –  racconta Panorama –  l’organizzazione WikiLeaks ha diffuso due documenti della CIA, l’intelligence del governo degli Stati Uniti, che forniscono una serie di consigli per aggirare i sistemi di controllo negli aeroporti e alle frontiere. I documenti sono classificati come segreti – “NOFORN”, non possono cioè essere condivisi con i servizi di intelligence dei paesi alleati – e sono rivolti agli agenti che lavorano sotto copertura. Le guide si intitolano «Surviving Secondary» e «Schengen Overview», risalgono al 2011 e al 2012 e sono stati creati da un ufficio della CIA chiamato “CHECKPOINT” che si occupa della protezione dell’identità e dei documenti degli agenti sotto copertura.
In generale questi documenti mostrano le crescenti preoccupazioni della CIA riguardo l’esistenza di banche dati biometriche (per il riconoscimento attraverso le impronte digitali o l’iride, per esempio) che possono mettere a repentaglio le loro operazioni segrete. Affermano che il mandato generale per gli agenti è mantenere la copertura ad ogni costo e consigliano di aver preparato in anticipo dei profili Linkedin o Twitter con la falsa identità, di non avere un computer con dati che non corrispondano alla storia che devono raccontare e di prepararsi psicologicamente al controllo. Alcune indicazioni sono ovvie, altre di buon senso. Nel complesso, se uno non si è mai posto il problema, lette una dopo l’altra sono anche piuttosto interessanti.
1. Non acquistare il biglietto in contanti e imbarcare i bagagli
I principali problemi agli aeroporti, cioè i controlli maggiori e più approfonditi, vengono fatti quando il biglietto viene acquistato in contanti; quando viene acquistato direttamente all’aeroporto o il giorno prima della partenza; quando è di sola andata; quando il bagaglio non viene imbarcato.
2. Coerenza
Evitare di essere bloccati per controlli più approfonditi dimostrandosi impreparati e mostrando contraddizioni tra quello che si dice di voler fare o tra chi si dice di essere e i dati sui propri documenti. Il contenuto dei propri bagagli deve essere coerente anche con il paese in cui si va. Bisogna sapere la lingua del paese che ha emesso il passaporto.
3.- Essere informati
Una parte dei documenti è riservata alle informazioni sui paesi in cui si intende entrare per essere preparati alle varie procedure ed evenienze. Per esempio è importante sapere quali paesi effettuano controlli biometrici o quali sono in grado di farli. Secondo gli ultimi dati, che risalgono al maggio del 2014, una trentina di paesi – tra cui l’Italia, la Polonia, la Finlandia, l’Estonia, l’Algeria, il Senegal, il Ghana, la Cambogia, Singapore, l’Indonesia e il Cile – non partecipano al programma di autenticazione del passaporto biometrico.
Va anche tenuto conto che i controlli possono essere effettuati su chiunque e che in alcuni paesi ci sono abitudini e pratiche che è bene conoscere: è stato calcolato per esempio, che un viaggiatore statunitense su dodici sarebbe soggetto a tali controlli in modo casuale. A Chittagong, in Bangladesh, i turisti vengono regolarmente sottoposti a una specie di interrogatorio di un’ora prima di essere “rilasciati” e dopo aver pagato 50 dollari. A Mogadiscio, in Somalia, c’è l’abitudine di selezionare almeno un passeggero per volo e accusarlo di attività illegali, per costringerlo a pagare una tangente. In alcuni paesi i controlli degli aeroporti hanno il diritto di trattenere il viaggiatore per ore e questo può essere fonte di stress (in Turchia i passeggeri possono essere fermati anche per 24 ore).
4. Non avere uno sguardo sfuggente
I controlli più approfonditi possono essere decisi in base a criteri soggettivi. Molti aeroporti utilizzano anche tecniche basate sul comportamento per individuare le persone sospette. Bisogna evitare dunque di avere le mani che tremano, di sudare, di avere un battito cardiaco troppo alto, di arrossire, di evitare il contatto con gli occhi (o, al contrario, di cercare il contatto con altri passeggeri a distanza). Di avere, in generale, un atteggiamento reticente e poco disponibile a fornire informazioni.
5. Non andare più di cinque volte in un mese in Venezuela
Ci sono una serie di tragitti o transiti considerati con maggior sospetto rispetto ad altri. Se andate in Cile passando da diversi paesi del sud-est asiatico, potreste attirare l’attenzione della polizia; se andate in Gambia potrebbe essere considerato degno di approfondimento il fatto che vi siate regolarmente recati in Nigeria e in Guinea-Bissau; se andate più di cinque volte al mese in Venezuela potreste essere sottoposti ad un colloquio più approfondito; se avete soggiornato per breve tempo tra Zambia, Pakistan e Sud Africa potreste essere sospettati di essere dei trafficanti droga, per i servizi di sicurezza dello Zambia. Infine evitate di andare in Israele con un passaporto pieno di timbri che mostrano che avete viaggiato in molti paesi musulmani (e viceversa).
6. Meglio viaggiare accompagnati
E preferibilmente con una valigia, e non una borsa o uno zaino. Gli uomini di etnia cinese tra i 16 e i 28 anni potrebbero essere sospettati di essere migranti illegali da parte dei servizi di sicurezza cileni, per esempio: il sospetto diminuisce se con voi c’è qualcuno.
7. Evitare dispositivi elettronici e, comunque, controllare i social network
I controlli possono anche passare attraverso una verifica delle cose scritte su Facebook o su qualunque altro profilo online. Il fatto di non avere un profilo Facebook o Linkedin (nel caso di uomini e donne d’affari) potrebbe essere considerato sospetto. Un altro rischio per chi viaggia sotto copertura è rimanere collegato con il proprio vero account ai vari social network. In ogni caso meglio evitare di portare con sé dispositivi elettronici.
8. Non avere troppa paura dei file e delle banche dati
Ci sono una serie di sistemi di controllo nei paesi dell’area Schengen per evitare soprattutto l’immigrazione clandestina (il sistema d’informazione Schengen, SIS, la banca dati europea delle impronte digitali, EURODAC). Questi sistemi rappresentano un rischio piuttosto basso per la scoperta della vera identità di un cittadino americano sotto copertura, c’è scritto nei documenti della CIA diffusi da WikiLeaks.
9. Dare risposte semplici e immediate
«Perché sei qui?», «Dove vivi?». La CIA ricorda di rispondere in modo pacato, veloce e semplice, senza però fornire troppi dettagli. Vanno evitate le pause troppo lunghe tra la domanda e la risposta, gli intercalari che trasmettano incertezza (non dire «Mmh…», «Ehm…»), vanno evitati i tipici “segni psicosomatici” da stress (mordersi le labbra, ingoiare la saliva, sudare, aggiustarsi i vestiti) e non bisogna cercare di dare credibilità a tutti i costi a quello che si sta dicendo pronunciando parole o espressioni come “normalmente”, “spesso”, “forse”, “ad essere onesti”.
10. Ricordatevi la cravatta
La CIA conclude la sua guida spiegando come un agente in un aeroporto europeo sia stato selezionato dai servizi di sicurezza per un controllo più approfondito solo perché era vestito in modo troppo casual per essere il titolare di un passaporto diplomatico. Nel bagaglio dell’uomo sono state trovate tracce di materiale esplosivo, ma l’agente è riuscito comunque a evitare di essere fermato raccontando di aver partecipato a un corso di formazione anti-terrorismo a Washington. WikiLeaks si chiede come sia stato possibile per le autorità del paese europeo coinvolto non fermare un uomo che abbia semplicemente fornito questa giustificazione.

***

Era un programma segreto della Cia – scrive il Corriere della Sera –  usare una finta campagna di vaccinazione per spiare i terroristi in Pakistan. Un piano concepito per arrivare a Osama Bin Laden ma che poi è andato oltre. Con conseguenze drammatiche. Decine di persone innocenti sono state eliminate dai talebani perché sospettate di essere complici dell’operazione americana. Ora la Casa Bianca ha annunciato che questa tattica non sarà più usata e lo ha fatto con una lettera pubblica. Una mossa a lungo attesa dopo polemiche dure anche negli Stati Uniti, con l’agenzia accusata di aver messo in pericolo le vite di molti, la cui colpa era quella di portare un camice.

Torniamo indietro nel tempo. Di almeno tre anni. Soffiate, dati satellitari, indagini e ricognizioni concentrano l’attenzione dell’intelligence americana su una palazzina di Abbottabad, in Pakistan. C’è il sospetto che all’interno del complesso recintato si nasconda un capo di al Qaeda, probabilmente lo stesso Bin Laden. Non c’è la conferma, però, e prima di lanciare un eventuale blitz servono delle verifiche. Ma certo non si può andare a bussare al pesante portone verde. Ed ecco che la Cia, mentre un team sorveglia l’edificio del target da distante, si inventa un trucco.
Gli agenti ingaggiano il medico pachistano Shakil Afridi che dovrà fingere di condurre un programma di vaccinazione contro l’epatite ad Abbottabad. In questo modo potrà mandare delle infermiere nella palazzina per prelevare campioni di Dna dagli ospiti, in particolare i molti bambini presenti, e quindi stabilire se combaciano con quelli del leader qaedista. Afridi porta avanti il progetto, anche se non è mai stato chiarito se la sua missione sia stata decisiva nell’identificare Bin Laden. Secondo molte versioni avrebbe fallito. Di certo c’è che Osama è stato ucciso e che il medico è finito, in seguito, in una prigione pachistana. Ma, purtroppo, non sono mancati altri effetti. Tragici.

I talebani hanno scatenato una guerra contro le vaccinazioni considerate il paravento della Cia. In realtà i militanti le osteggiavano già da prima, sostenendo che si trattava di una manovra per sterilizzare i piccoli musulmani. Visioni da dementi che però si sono sommate ai sospetti dopo l’assalto di Abbottabad e al piano Usa. Così i terroristi si sono scatenati prendendo di mira vaccinatori, medici e uomini di scorta all’equipe di infermieri. I numeri dicono tutto: dal dicembre 2012 al maggio di quest’anno almeno 56 persone sono state trucidate. Tutte erano legate, in qualche modo, all’azione anti-polio. Un massacro. Che si è portato dietro un altro fenomeno. Molte famiglie pachistane si sono opposte alla vaccinazione. E su 77 casi di polio accertati nel 2014 ben 61 si sono verificati nell’area tribale pachistana, il tradizionale rifugio di esponenti talebani ed elementi di al Qaeda.

La storia ha avuto poi contraccolpi negli Usa, dove sedici rettori di scuole legate alla Sanità hanno protestato con la Casa Bianca chiedendo l’immediato stop di un modus operandi che trasformava il personale medico in un bersaglio. La risposta è arrivata con una lettera firmata dal consigliere antiterrorismo di Obama, Lisa Monaco, che ha precisato: 1) Il direttore della Cia, John Brennan, ha bloccato la tecnica nell’agosto 2013. 2) L’agenzia non cercherà di sfruttare o ottenere materiale genetico attraverso questo tipo di iniziative. L’ordine vale su scala globale.
L’intelligence dovrà inventarsi nuove tattiche per infiltrarsi in zone altrimenti precluse. Con il prossimo ritiro, gli Stati Uniti avranno la necessità di mantenere occhi e orecchie sul posto, ossia quegli uomini dietro le linee che non possono essere sostituiti dai droni.

Il teatro afghano-pachistano si è rivelato piuttosto complesso. Senza, però, dimenticare che la Cia non è stata la sola agenzia a ricorrere all’aiuto di qualche medico amico. In Afghanistan, in passato, ha operato un network di informatori che aveva i suoi punti di forza in alcuni ospedali. Si trattava di afghani che collaboravano nella raccolta di informazioni sui terroristi, dati che poi erano passati ai militari. Un apparato, però, che non aveva la «copertura» del Pentagono e neppure della Cia ma agiva in modo autonomo.

Quando si entra nel labirintico gioco di specchi della politica e dello spionaggio c’è il rischio di trovarsi di fronte a una porta che non si apre. La strada giusta era quella accanto, o quella alle spalle. Ma, le ombre e le luci, le immagini riflesse ci hanno depistato. Muovendoci, prima o poi la scopriremo. Comunque, usciremo. Magari dopo che ci avranno indicato un’altro cancello, non quello che stavamo cercando. Il Senato degli Stati Uniti, la Cia e la Casa Bianca sono alle prese con questo gioco. Tocca a noi capire dove stia portando.

Scontro tra il Senato e la Cia

Una grave crisi costituzionale s’avvicina a Washington. Dianne Feinstein, democratica, ha accusato la Cia di aver spiato i lavori della Commissione del Senato sull’Intelligence che presiede, di aver tentato di sottrarre documenti e di aver fatto indebite pressioni sul suo staff. Questo è il culmine di un lungo braccio di ferro, durato quasi un anno, tra Langley e l’organismo parlamentare che indaga sulle attività dell’agenzia dopo l’11 settembre. Ma è solo un altro episodio della partita. Non il finale.

L’oggetto del contendere è il rapporto di 6.300 pagine che la commissione ha stilato in tre anni di lavoro, dal 2009 al 2012. L’inchiesta venne completata nel dicembre del 2012 e approvata con un voto a maggioranza: 9 voti a favore, 6 i contrari. Dopo questa votazione, la Cia ha inviato un memorandum di 120 pagine per confutare la tesi pilastro del rapporto: anni di metodi coercitivi nella lotta al terrorismo non hanno prodotto una sola informazione utile per l’intelligence. Sequestri, torture, imprigionamenti: tutto inutile. Per sconfiggere il nemico c’è (stato) bisogno di altro.

Il rapporto sulle prigioni della Cia

La commissione si è sempre rifiutata di modificare questa impostazione. E lo ha fatto sulla base di migliaia di documenti della stessa Cia contenuti in un database riservatissimo. Nomi, date, circostanze, metodi usati per gli interrogatori. Tutte carte che avrebbero dovuto essere in mano solo i vertici della Central Intelligence Agency e che invece erano finiti nei pc dei senatori. Le pressioni sono iniziate allora. Langley ha cercato di avere indietro quei documenti, dicendo ai membri dello staff della commissione che avevano compiuto un reato nel momento in cui erano entrati in possesso di quelle carte. Lo scontro è andato avanti sotterraneo fino a quando Dianne Feinstein ha deciso di renderlo pubblico.

Questo è avvenuto perché siamo vicini alla diffusione del rapporto (finora) segreto della commissione del Senato sulla Cia. L’annuncio che sarebbe stato reso pubblico è di diversi mesi fa. Barack Obama si è detto d’accordo. Per Langley, un’altra complicazione. Se il Grande Capo ha dato il segnale verde, niente può più fermare la macchina che, alla fine, permetterà all’opinione pubblica americana di sapere cosa ha realmente fatto la Cia negli anni della War on Terror.

Nessuno ne conosce i dettagli – a parte la Cia e i redattori -, ma tutto fa pensare che il rapporto riveli fatti che l’agenzia avrebbe voluto volentieri tenere nascosti. I rapimenti di presunti terroristi, gli interrogatori e le torture, quello che avveniva nelle prigioni segrete della Cia. Da quello che si è compreso, quelle quasi 4.000 pagine, indicano responsabilità ben più gravi, atti ben più brutali rispetto a quello che si è sempre pensato (o si è saputo) finora.

E’vero che, appena insediato e dopo aver firmato l’ordine esecutivo che metteva fine alle torture negli interrogatori, Barack Obama aveva promesso che nessun funzionario dell’intelligence sarebbe stato mai perseguito per le operazioni compiute sotto le direttive della precedente amministrazione, quella di George W. Bush. Ma, è anche vero che la diffusione completa del rapporto e le sue conclusioni sarebbero dei duri colpi per Langley. Molto duri. Tali di minarne la credibilità.

La Casa Bianca e i segreti dell’attuale guerra al terrorismo

La Casa Bianca vuole rimanere a tutti i costi fuori dallo scontro tra il Senato e la Cia. Ma, in realtà, si trova proprio in mezzo. John Brennan, l’uomo che Obama ha voluto alla guida dell’agenzia, dopo la denuncia di Dianne Feinstein avrebbe detto: “Se ho fatto qualche cosa di sbagliato, vado dal presidente e gli spiego cosa ho fatto. Sarà lui a dirmi se devo restare o se devo andarmene”.

Le parole di Brennan, l’architetto della guerra con i droni, il detentore dei segreti delle cyberwars americane, non suonano rassicuranti per la Casa Bianca. E’un modo per chiedere a Obama di schierarsi nello scontro con il Senato. Contro o a favore della Cia.

In ogni caso, per lui sarebbe un problema. Se Obama appoggia l’Agenzia, rischia di essere accusato di voler legittimare i suoi metodi durante gli anni della Guerra al Terrore. Se, invece, toglie la sponda a Langley, sconfessa l’uomo che lui ha chiamato a guidare la Cia (e quindi sconfessa la sua stessa politica di sicurezza) e apre il fianco a qualche velenosa vendetta da parte di settori dell’intelligence.

Non sarebbe la prima volta. Non è un caso che molti analisti abbiano tirato fuori un’analogia storica: la fuga di notizie sull’Iraq del 2004 che tanto misero in imbarazzo George W. Bush. Erano opera della Cia, che voleva mettere in imbarazzo l’uomo che aveva riversato su Langley la responsabilità delle false informazioni sulle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein.

Perché, in realtà, la posta in gioco, l’oggetto dello scambio tra la Casa Bianca e la Cia, non sono le attività dell’Agenzia durante gli anni di Bush, ma quelle portate avanti sotto l’amministrazione Obama. Non ci sono presidenti esenti da ombre quando si parla di intelligence. Neppure nel caso dell’attuale.

Sono molti i segreti della guerra dei droni in possesso di Langley. Gli omicidi mirati, i civili colpiti, le operazioni lanciate per sbaglio, le decisioni del presidente. Se si devono rivelare le circostanze del passato , perché allora non farlo anche con quelle del presente? Il gioco di specchi ci spinge verso Capitol Hill, ma per risolvere il caso Senato-Brennan la via giusta da seguire sembra essere quella che conduce in Pennsylvania Avenue.

***

E allora tutto si spiega, mi riferisco in particolare agli ostacoli giudiziari all’accertamento della verità, come il caso Gelle o i molti depistaggi a cui in questi anni abbiamo assistito e che hanno dimostrato una intensità, una continuità e un livello mai visti se non per casi come Ustica, la strage di Bologna, il Moby Prince. Sin dal primo giorno dopo il delitto (chi conosce “le carte” lo sa) si è depistato per accreditare la tesi della rapina e escludere il delitto su commissione, che invece prevede dei moventi: e chi compie questo gioco di prestigio? Unosom, la cellulla dei Servizi di informazione di Unosom. E chi è Unosom? Unosom è “cosa loro”, la finta uniforme degli USA per le cosiddette operazioni di ingerenza umanitaria a suon di carri armati e di missili. Un coinvolgimento mosso da “necessità nazionali” o maturate in ambito Nato?

Se la Somalia, nel 1983, era “Cosa Nostra”, nel senso dell’Italia, i nostri servizi (o una fazione all’interno di questi) sono da sempre “cosa loro”, nel senso dell’intelligence USA.

Alpi e Hrovatin furono assas­si­nati, in un agguato orga­niz­zato dalla Cia con l’aiuto di Gla­dio e ser­vizi segreti ita­liani, per­ché ave­vano sco­perto un traf­fico di armi gestito dalla Cia attra­verso la flotta della società Schi­fco, donata dalla Coo­pe­ra­zione ita­liana alla Soma­lia uffi­cial­mente per la pesca.

In realtà, agli inizi degli anni Novanta, le navi della Shi­fco erano usate, insieme a navi della Let­to­nia, per tra­spor­tare armi Usa e rifiuti tos­sici anche radioat­tivi in Soma­lia e per rifor­nire di armi la Croa­zia in guerra con­tro la Jugoslavia.

La 21 Oktoo­bar II (poi sotto ban­diera pana­mense col nome di Urgull), si tro­vava il 10 aprile 1991 nel porto di Livorno dove era in corso una ope­ra­zione segreta di tra­sbordo di armi sta­tu­ni­tensi rien­trate a Camp Darby dopo la guerra all’Iraq, e dove si con­sumò la tra­ge­dia della Moby Prince in cui mori­rono 140 persone.

Sul caso Alpi, dopo otto pro­cessi (con la con­danna di un somalo rite­nuto inno­cente dagli stessi geni­tori di Ila­ria) e quat­tro com­mis­sioni par­la­men­tari, sta venendo alla luce la verità, ossia ciò che Ila­ria aveva sco­perto e appun­tato sui tac­cuini, fatti spa­rire dai ser­vizi segreti. Una verità di scot­tante, dram­ma­tica attualità.

La docu­fic­tion «Ila­ria Alpi – L’ultimo viag­gio» (visi­bile sul sito di Rai Tre) getta luce, soprat­tutto gra­zie a prove sco­perte dal gior­na­li­sta Luigi Gri­maldi, sull’omicidio della gior­na­li­sta e del suo ope­ra­tore Miran Hro­va­tin il 20 marzo 1994 a Moga­di­scio.

Ci sono indizi sufficienti e documentabili oltre ogni incertezza per affermare che il duplice delitto di Mogadiscio sia stato, per dirla con le parole di Luciana Alpi, la mamma di Ilaria, concordato. Concordato in più sedi e a più livelli, all’interno di uno scacchiere internazionale ben definito e circostanziato che appare abbastanza evidente analizzando il contesto storico in cui è maturato: la guerra nella ex Yugoslavia, il lavoro per  l’ingresso di paesi dell’ex blocco comunista nella Nato (come Polonia e Lettonia), i rapporti ambigui tra blocco occidentale e paesi musulmani (Afganistan e Yemen). La verità sul caso Alpi fa ancora paura dopo 21 anni e quanto si è messo in campo per impedire che venisse alla luce,  comprese le inutili conclusioni della commissione presieduta da Carlo Taormina, la dice lunga sul livello delle responsabilità che ancora devono essere scoperte.

Basterebbe che ognuno gettasse la maschera.




Salvate gli operai non solo le fabbriche

L’Altoforno 2 (AFO/2) dell’Ilva di Taranto, che doveva essere fermato nel 2012 per ordine della magistratura insieme a tutta l’area a caldo, ha continuato a produrre grazie ai decreti e alle leggi battezzate “Salva-Ilva”,  trasformandosi in un pericolosissimo killer. La morte di Alessandro Morricella, lavoratore di 34 anni, si è consumata sotto gli occhi di tutti. Una vergogna nazionale, uno scandalo per l’Italia intera.

E’ evidente che il Consiglio di amministrazione dell’azienda ha pensato di abbattere i costi di produzione risparmiando sulla tenuta in sicurezza degli impianti, infischiandosene della salute e della vita degli operai.

Il giovane lavoratore è stato investito da un violento getto di ghisa riportando ustioni sul 90% del corpo, nonostante indossasse la tuta protettiva e il casco speciale, che si sarebbe addirittura fuso. Ha dovuto affrontare quattro giorni di straziante agonia.

La FIOM ha rilevato, dopo un sopralluogo, che gli “ugelli di raffreddamento della  ‘macchina a tappare’ (MAT) risultano in avaria da diverso tempo” come il sistema di regolazione della quantità necessaria di “massa a tappare” presente sulla MAT, che ha  “determinato un errato dosaggio della stessa”.

“Tali rilievi – ha dichiarato la FIOM – sono stati segnalati allo Spesal che ha effettuato il verbale n.223/15/RL redatto il giorno dopo l’incidente”.

Sarà la magistratura a fare luce su questa terribile storia. Usufruire di agevolazioni e politiche anticrisi deve essere ben altra cosa da avere il nulla osta a non rispettare le leggi e a causare la morte di esseri umani.

Il Nostro mai più!




La famiglia non è un paradiso, diciamolo alle nostre figlie: la storia di Chiara

L’ Argentina, un Paese dove, dicono le associazioni, ogni 31 ore una donna viene uccisa, per un totale di 1.800 morte dal 2008 al 2014, e dove chi decide di denunciare abusi e violenze da parte dei propri partner spesso non viene presa in considerazione dalle forze dell’ordine, è stata sconvolta dalla morte di Chiara.

Dopo l’omicidio,  uomini, donne e bambini di tutto il Paese non sono rimasti in silenzio. Sui social, l’hashtag #NiUnaMenos («Non una di meno») è rimasto per giorni tra i trend topic.

Migliaia di persone hanno manifestato in 70 città del Paese. A Buenos Aires 200mila persone si sono ritrovate nella piazza del Parlamento per chiedere al governo un sforzo maggiore contro la violenza di genere. Una mobilitazione storica. Che si è estesa anche a Cile e Uruguay, perchè questa è una storia che riguarda il mondo intero e un sentimento ritenuto universale, perchè i fatti accaduti tornano a interrogare tutti: che cos’è l’amore? Quale  deve essere l’educazione sentimentale da dare alle nostre figlie? E a investire di responsabilità individui e istituzioni.

Cara Chiara, piccolo fiore reciso,  gli uomini sono tristi, non te lo ha mai detto nessuno? Adesso la tua famiglia chiede giustizia.

Tuo padre, Fabio, ha cambiato pochi giorni fa la foto del suo profilo Facebook, mettendo la tua. «Tutte le notti prima di andare a dormire, piango da solo nel mio letto», ha scritto. «Vorrei tanto che qualcuno potesse darmi una spiegazione per quello che è successo».

Avevi solo 14 anni. Una giovane come tante altre, legata alla tua famiglia, studentessa modello. Con decine di foto della tua vita postate su Instagram e Facebook che ti ritraggono sorridente insieme alla mamma, al papà, o  alle compagne della squadra di hockey del suo istituto.

Un giorno, all’inizio di maggio, sei scomparsa. Su Facebook in molti hanno iniziato a postare il tuo ritratto insieme a richieste di aiuto per ritrovarti. Tanti hanno partecipato alle ricerche. Tra loro anche il tuo ragazzo, Manuel Mansilla. Sì, proprio lui, che ti ha tradito.

Le ricerche sono durate tre giorni. L’11 maggio il tuo corpo senza vita è stato ritrovato nel cortile della casa di Manuel. Il tuo volto tumefatto dalle botte, quasi irriconoscibile. Eri, si è appreso in seguito, incinta di 8 settimane. Il tuo ragazzo ti ha sepolta sepolta in giardino. Eri ancora viva.

Manuel ha confessato l’omicidio. E visto che l’autopsia ha trovato nel tuo corpo anche tracce di un farmaco abortivo, è stato  accusato di avere costretto l’ interruzione di gravidanza. E sarebbe proprio questo il motivo per cui avete litigato e per cui lui avrebbe deciso di ucciderti.

Quello che invece sembrava strano era che Manuel avesse agito da solo. In un secondo momento, infatti, anche la madre del ragazzo e il suo compagno sono stati arrestati. «Chiara è una ragazza in forma», ha detto tuo padre, «pesa 70 kg, è alta 1 metro e 70, è impossibile che Manuel abbia fatto tutto da solo».

La tragedia è compiuta. Nessuno potrà restituirti la vita rubata. Con questo editoriale conserviamo la tua memoria affinchè la tua morte non sia vana e serva da lezione a questo mondo distratto, superficiale e sprovveduto, perchè la tua storia salvi altre giovani donne.

Riposa in pace.




Le tre Italie dell’astensionismo

Una vittoria di Pirro per il Pd che ha portato a casa un 5 a 2 molto sofferto. La sfida politica regionale ha visto  prendere la Liguria da Forza Italia e il Veneto dalla Lega Nord. Un risultato determinato da un’affluenza al 52,2% e dall’affermazione del Movimento 5 Stelle, che in tutta Italia si stanzia sul 20%, con punte in alcune zone come Genova, dove la più giovane candidata governatrice, Alice Salvatore, sfiora un sorprendente 25%,  e in Puglia con Antonella Laricchia.

IMG_45441

In Veneto il leghista Luca Zaia ha doppiato Alessandra Moretti del Pd e ha lascia molto più indietro il fuoriuscito Flavio Tosi.

La sorpresa è arrivata però dalla Liguria dove il consigliere politico di Silvio Berlusconi, Giovanni Toti, ha vinto con il 34,4%, seguito a una certa distanza dalla Dem Raffaella Paita con la M5S Alice Salvatore terza e Luca Pastorino, candidato della sinistra, quarto. Con il Pd che, come lo stesso premier Matteo Renzi aveva avvertito nei suoi comizi, paga la prima vera scissione a sinistra. “Il cinico disegno di Cofferati, Civati, Pastorino si realizza compiutamente”, ha commentato la candidata del Pd Raffaella Paita.

In Umbria vittoria per Catiuscia Marini (centrosinsitra) anche se nelle prime proiezioni sembrava che potesse aprirsi una chance per il candidato di centrodestra Claudio Ricci.

In Campania, dopo un testa a testa che lo ha visto, comunque, sempre in testa anche se di misura si afferma il sindaco di Salerno Vincenzo De Luca primo (al 39,9% contro il 38% di Stefano Caldoro), superando di fatto anche la ‘black list’ stilata dalla presidente della commissione Antimafia Rosy Bindi e ultimo pomo della discordia all’interno del Pd.

In Puglia la vittoria scontata per Michele Emiliano il nuovo governatore e tra i primi a salutarlo il presidente uscente Nichi Vendola: “Complimenti sinceri affettuosi Emiliano per una vittoria così netta, forte, e auguri calorosi di buon lavoro, un lavoro che sarà durissimo, di una complessità incredibile”.

Per cinque regioni la vittoria è sembrata netta già dalle prime proiezioni: in Toscana, Puglia e Marche fa il pieno di voti il centrosinistra.

Ma il dato che va analizzato per comprendere la realtà politica italiana è l’astensionismo.

IMG_45481

L’affluenza alle urne nel nostro Paese – seppur negli anni in costante diminuzione – è sempre stata piuttosto alta. Alle politiche del 2008 superava l’80% e in quelle del 2013 si attestava pur sul 75%.  Ora poco più del 50% si è recato alle urne.

.IMG_45471

Quasi 12 punti in meno rispetto al 64,1% delle precedenti consultazioni.

Gli elettori sono sempre più scettici e disillusi di fronte agli schieramenti politici, che per quanto frammentati in molti partiti e correnti politiche sono composti da un ceto politico identico e trasformista a destra e a sinistra. Il cattivo costume è confermato dai risultati delle manovre di governo. La Riforma delle pensioni  e la “Buona scuola” hanno fatto perdere elettori. Nell’Italia del Nord chi non ha votato Pd, se non si è astenuto, ha votato Lega Nord e definito ladroni tutti gli altri.

Alle ultime elezioni europee la vittoria del Pd ha, di fatto, rafforzato la leadership di Renzi nel partito e nel Paese, accrescendo la forza e la convinzione con cui il leader toscano ha perseguito il suo progetto egemonico illegittimo, perchè  non votato dagli italiani.

La stessa cosa è accaduta con il consenso dato al Pd attraverso queste elezioni regionali.

Ma chi ha scelto di astenersi evidentemente non ha potuto dimenticare  che il Pd ha sostenuto il governo Monti e le sue politiche di austerità , ha fatto inserire il fiscal compact in costituzione, ha varato il jobs act, sta portando a termine una pessima riforma della Scuola e si appresta a firmare il ttip, un trattato di commercio transatlantico che  penalizzerà il nostro paese. Tutto questo in uno scenario di omologazione e totalitarismo dilagante. Ogni tipo di opposizione è bollata come sterile riflessione da contrapporre al “fare”, ogni obiezione valutata con sufficienza e arroganza.  L’astensione si spiega con il venir meno della tensione ideologica che aveva contraddistinto il sistema dei partiti proprio della Prima e della Seconda Repubblica.

Nel M5S, la scelta post-ideoologica ha finito per occultare la mancanza totale di una reale posizione politica: tutta l’attenzione si concentra sulla necessità di moralizzare la vita pubblica (lotta alla “casta”, riduzione dello stipendio, etc.). Anche il reddito di cittadinanza può essere letto come una posizione populista e non politica.

A Destra, spostare tutto sulla lotta contro l’immigrazione sembra una battaglia persa.

Renzi commenta: “Il risultato del voto è molto positivo, andiamo avanti dunque con ancora maggiore determinazione nel processo del rinnovamento del partito e di cambiamento del paese”.