Le suffragette e il primo movimento per la parità sessuale

Indice. Capitolo terzo

Nonostante vari Stati europei abbiano allargato il diritto di voto anche ad alcune fasce sociali meno abbienti, ne continuano a rimanere escluse le donne. 

I primi Paesi a concedere il suffragio femminile, non universale ma ancora censitario, sono le isole Pitcairn (nel 1838), le isole Cook e la Nuova Zelanda (nel 1893), seguite poi dall’Australia (che nel 1902 concede il voto alle donne bianche ma non alle aborigene), tutte colonie dell’Impero britannico. 

Invece a Londra il movimento per il suffragio femminile viene represso e le sue protagoniste arrestate: le donne inglesi potranno votare soltanto dopo la I Guerra mondiale.

In tutta l’Europa ricca esplode il movimento delle suffragette. Si rivendica il diritto di voto e di eleggibilità per le donne, alla pari che per gli uomini, fino a quel momento negato. Ma non per tutte le donne: la lotta è portata avanti da signore ricche provenienti dall’aristocrazia e dall’alta borghesia che vogliono il suffragio maschile e femminile ristretto per censo, fedeli alla tradizione del Seicento inglese secondo cui lo Stato esiste in funzione degli interessi da difendere e quindi deve essere amministrato solo da chi detiene una certa soglia di beni materiali. Così le richieste elettorali di queste donne non ottengono alcun seguito presso le lavoratrici salariate. Inoltre le suffragette, seppure con alcune eccezioni, chiedono nel complesso i diritti politici senza alcuna analisi o critica sul ruolo della donna nella società patriarcale: contestano il fatto che le donne non possano votare o sedere in Parlamento ma non si addentrano nella questione che la figura femminile sia sempre stata vista come quella il cui unico compito si limita ad accudire i figli o lavare i piatti. Quella che chiedono è quindi una parità formale dietro cui non vi è nessuna parità sostanziale e nessuna autonomia: in quel tipo di società, pur votando, la donna rimarrebbe succube di una figura maschile. 

Se da un lato sono valide queste considerazioni, dall’altro occorre ricordare che le future leggi a tutela della maternità delle lavoratrici, di molto successive, saranno varate soltanto quando siederanno in Parlamento delle donne, spesso elette da altre donne. Quindi ottenere il voto è un primo passo, insufficiente ma importante, del lungo percorso che porterà poi al voto a tutte le donne e infine verso una parità più completa. 

In ogni caso, anche se in un primo momento non ottengono il diritto di voto o si limitano a poter scegliere tra candidati uomini, con questa battaglia si sono prese la voce, la possibilità di essere ascoltate in pubblico. E non è poco.

Schema di date. Capitolo terzo




L’annessione del Sud e la III Guerra d’indipendenza

Già nel 1844, i fratelli Carlo ed Emilio Bandiera avevano tentato di fomentare un’insurrezione repubblicana in Calabria, ma la popolazione locale non aveva aderito. Di nuovo, nel 1848, Carlo Pisacane aveva tentato una nuova insurrezione antiborbonica, stavolta in Campania, ma l’impresa si era rivelata un ulteriore clamoroso fallimento.

Nel 1860, approfittando dello scontento lasciato dai Borbone in Sicilia, Giuseppe Garibaldi decide di ritentare la conquista del Meridione. Parte da Quarto (vicinissimo a Genova) con circa un migliaio di uomini verso la Sicilia. A casa Savoia il Sud non interessa, a livello economico, e anche Cavour è contrario alla missione, sapendo che Garibaldi ha idee repubblicane e democratiche, quasi socialiste, e rischia di fondare una repubblica nell’Italia meridionale escludendo i Savoia. I volontari garibaldini sbarcano in Sicilia e, promettendo la democrazia e la fine del latifondismo, conquistano subito l’appoggio della popolazione locale. Non tutti sanno che alla spedizione partecipa anche una donna, Rose Montmasson, e altre presenze femminili si registrano in Sicilia: fra queste Jessie White Mario, Antonia Masanello, Maria Martini della Torre.

L’imbarco dei Mille da Quarto, 1860, Gerolamo Induno

Nel giro di poche settimane prendono possesso di tutta l’isola, varcano lo stretto di Messina e puntano su Napoli. Il Re Ferdinando II di Borbone scappa a Gaeta e lascia la città in mano ai nuovi arrivati. A questo punto il governo di Torino non può non interessarsi alla questione.

La situazione si fa preoccupante: Vittorio Emanuele e Cavour temono che Garibaldi conquisti anche Roma, il che provocherebbe la reazione francese in difesa del Papa, e che insieme a Giuseppe Mazzini instauri a Napoli una repubblica democratica con il consenso della popolazione napoletana ma non dei Savoia. Dunque il Re occupa le terre pontificie di Umbria e Marche con il consenso francese e inglese (in quanto è l’unico modo per impedire che Garibaldi prenda Roma e soprattutto che istituisca la repubblica) e punta su Napoli per fermare Garibaldi. Intanto, a Torino, il Parlamento piemontese ratifica l’annessione dell’ex Regno delle Due Sicilie al Regno di Sardegna: non è un’unificazione tra Stati ma una conquista di uno su tutti gli altri. 

A Teano, in Campania, Vittorio Emanuele incontra Garibaldi che ha definitivamente sconfitto i Borbone: senza una sola parola di ringraziamento né il minimo riconoscimento di quanto fatto, il Re gli ordina di smettere la sua marcia. «Obbedisco» è la celebre risposta di Garibaldi, prima di ritirarsi a vita privata in Sardegna. 

2. L’incontro di Vittorio Emanuele II e Garibaldi a Teano (particolare), di Pietro Aldi. Palazzo Pubblico di Siena, affresco del 1886 

Umbria e Marche ratificano l’annessione al Regno di Sardegna con un altro plebiscito, di nuovo a suffragio universale maschile. Il Sud invece è annesso senza plebiscito. I sogni di democrazia, di abolizione del latifondo e di spartizione delle terre svaniscono nel nulla. Garibaldi vorrebbe conquistare anche Roma ma è costretto a rinunciare, vorrebbe la repubblica a Napoli con un’assemblea costituente eletta dalla popolazione ma non gli viene permesso: così, suo malgrado, un uomo di tutt’altre idee si è ritrovato a servire gli interessi di casa Savoia.

3. La bandiera del Regno d’Italia

Il 17 marzo 1861 viene proclamato il Regno d’Italia con capitale Torino: il sogno originario era Roma capitale ma la Francia non lo permette. La Costituzione del Regno è lo Statuto Albertino, il Primo Ministro è Camillo Cavour e il primo Re è Vittorio Emanuele II di Savoia, «Re d’Italia per grazia di Dio e per volontà della Nazione»: per sottolineare la continuità tra il vecchio Stato e il nuovo, il sovrano rifiuta di cambiare nome in Vittorio Emanuele I, come a ricordare che non c’è stata nessuna unificazione ma solo un’annessione in stile medievale. Mentre l’Italia centrale è stata annessa al Regno di Sardegna con plebisciti votati a suffragio universale maschile, per le elezioni del nuovo Parlamento il suffragio ritorna a essere ristretto per censo.

Il nuovo Regno d’Italia si presenta sulla scena internazionale come alleato di Francia e Gran Bretagna e acerrimo nemico dell’Austria.

Pochi mesi dopo Camillo Cavour muore.

Rispetto all’Italia che conosciamo oggi, nel periodo subito dopo la formazione del Regno mancano il Veneto, il Friuli-Venezia Giulia, il Trentino, il Sud Tirolo e il Lazio.

4. Il Regno d’Italia

Nel 1864 l’Italia si impegna nuovamente con la Francia a non toccare la città di Roma, stavolta in cambio del graduale ritiro delle truppe francesi dalla città pontificia. Per rassicurare Napoleone III che Roma non verrà attaccata, la capitale del Regno viene spostata a Firenze. 

Intanto in Prussia è salito al governo Otto Von Bismarck, intenzionato a conquistare parte dell’Austria per dar vita al II Reich (l’impero tedesco). Nel 1866 Bismarck propone all’Italia una nuova alleanza antiaustriaca: in cambio di una guerra comune su entrambi i fronti, in caso di vittoria l’Italia riceverà il Veneto. Inizia così la III Guerra d’Indipendenza. L’Italia perde tutte le battaglie sulle Alpi, solo Garibaldi sta per ottenere alcune vittorie sulla strada verso Trento ma riceve dal Re l’ordine di desistere. La Prussia invece vince contro l’Austria su tutti i fronti. L’Italia di fatto ha perso le sue battaglie ma, in quanto alleata della potenza vittoriosa, siede al tavolo delle trattative in qualità di vincitrice, ottenendo così il Veneto. Per sfregio all’Italia, l’Austria cede il Veneto alla Francia, anch’essa alleata della Prussia, la quale poi lo “consegna” all’Italia: essendo in vigore questo schema di alleanze, l’Italia ha pagato con migliaia di morti ciò che avrebbe potuto ottenere gratis con accordi diplomatici. 

L’anno successivo Garibaldi ci riprova: nonostante gli accordi, nel 1867 con pochi volontari entra nel Lazio alla volta di Roma ma viene tempestivamente fermato e arrestato dai soldati francesi. Il piano prevedeva un’ampia insurrezione popolare a Roma, mai verificatasi per mancanza di partecipazione, fatta eccezione per poche decine di persone guidate da Giuditta Tavani Arquati e dal marito, laica e ostile al Papa e già protagonista della resistenza durante la Repubblica Romana del 1849. Il Re conferma all’Imperatore dei Francesi quanto già concordato: Roma non sarà toccata.

5. Schema di date

6. La formazione dell’Italia 




La Guerra di Crimea e la II Guerra d’indipendenza

Succeduto al padre, Vittorio Emanuele II, per aumentare il proprio prestigio e la propria credibilità, sceglie di mantenere una linea liberale. In un primo momento il nuovo re affida il governo al liberale Massimo D’Azeglio. Bisogna ricordare che lo Statuto Albertino dà al sovrano l’incarico esclusivo di nominare il governo mentre il Parlamento ha funzione soltanto legislativa: se la maggioranza dei deputati e dei senatori è ostile a un governo può bloccare tutte le sue leggi ma non può farlo cadere, ma un governo che gode della fiducia del re ma non di quella del Parlamento difficilmente riuscirà a legiferare. Dunque per le pressioni del Parlamento, Vittorio Emanuele II revoca la nomina a D’Azeglio e la conferisce a Camillo Benso, conte di Cavour, liberale di destra che ha viaggiato tutta l’Europa ed è esperto di questioni internazionali. Proprio a lui si devono importanti infrastrutture piemontesi come la ferrovia Torino-Genova. È con Cavour che nasce la pratica parlamentare del “trasformismo”: i deputati e i senatori, una volta eletti, possono passare da una parte all’altra indipendentemente dalle idee di partenza cono cui sono stati eletti, variando così all’occorrenza le maggioranze parlamentari. 

La prima importante intuizione geopolitica di Cavour è l’alleanza con la Francia di Napoleone III in quanto entrambi antiaustriaci: quest’alleanza conviene all’Impero Francese per rovesciare gli equilibri del Congresso di Vienna e al Regno di Sardegna per ottenere il Lombardo-Veneto. 

Nel 1853 esplode la crisi del Mar Nero: l’Impero Ottomano si sta lentamente sgretolando e i suoi pezzi fanno invidia a tutte le potenze europee. La Russia attacca la flotta turca per conquistare la penisola di Crimea nel Mar Nero, destando le preoccupazioni di Francia e Gran Bretagna che vedono in pericolo le proprie colonie nel Mediterraneo a causa dell’espansionismo russo: da qui scoppia la Guerra di Crimea.

FOTO 1. Guerra di Crimea. La battaglia di Balaklava, 25 ottobre 1854.

Attack of the Light Brigade, dipinto di Richard Caton Woodville del 1894

Il Regno di Sardegna, seppur con un ruolo marginale, partecipa alla guerra contro la Russia: così nel 1856 Cavour si può sedere al tavolo dei vincitori e, pur non ottenendo ingrandimenti territoriali, fa sì che il Piemonte sia riconosciuto come Stato rilevante per gli equilibri europei. Davanti alle principali potenze, Cavour denuncia l’occupazione austriaca del Nord Italia, approfittando dell’ostilità già accesa tra gli Asburgo e Napoleone III. 

In un incontro presso Plombières (in Belgio) tra Cavour e Napoleone III viene sancita ufficialmente l’alleanza franco-piemontese: la Francia interverrà in difesa del Piemonte se questo sarà attaccato dall’Austria, ma non se sarà il Piemonte ad attaccare l’Austria per primo. Il tutto a due condizioni: cedere alla Francia la regione alpina della Savoia e la città di Nizza e non toccare in nessun caso la città di Roma che deve rimanere sotto il governo papale in maniera da mantenere l’indiretto controllo francese sull’Italia centrale.

Gli accordi sono pronti e sono favorevoli agli interessi piemontesi. Resta solo un problema: l’alleanza franco-piemontese è di natura solo difensiva, quindi il Regno di Sardegna ha bisogno di essere attaccato dall’Austria. Così Cavour inizia a schierare provocatoriamente le truppe al confine, ricorrendo anche a corpi speciali creati appositamente da Garibaldi. L’Austria cade nel tranello e attacca il Piemonte, suscitando l’intervento francese. Inizia così la II Guerra d’Indipendenza, che per l’Austria ha esiti disastrosi. 

FOTO 2. Carta tratta da: 

http://dizionaripiu.zanichelli.it/storiadigitale/p/mappastorica/164/la-seconda-guerra-d-indipendenza-1859-1860

Intanto in Toscana, Emilia-Romagna, Umbria e Marche le borghesie insorgono chiedendo di entrare nel Regno di Sardegna: salta così il progetto francese di prendere il controllo dell’Italia centrale con l’appoggio del Papa. A questo punto Napoleone III interrompe la guerra firmando trattati di pace separati: ottiene dall’Austria la Lombardia, che cede poi al Piemonte, ma non il Veneto che rimane austriaco.

Ormai Napoleone III è costretto a rinunciare all’Italia centrale: conquistarla vorrebbe dire passare attraverso l’Austria, che non è praticabile, o mettersi di nuovo contro il Piemonte, che non gli conviene.

Questa situazione offre la possibilità di nuove trattative: il Regno di Sardegna cede Nizza e la Savoia alla Francia e in cambio Napoleone III accetta di lasciare che l’Italia centrale passi sotto il dominio sabaudo, sempre a condizione di non toccare il Lazio e la città di Roma. Si rafforza così anche il legame tra Napoleone III e Papa Pio IX. 

Nel 1860 il Ducato di Parma, il Ducato di Modena e il Granducato di Toscana entrano a far parte del Regno di Sardegna mentre Umbria e Marche restano pontificie. La decisione viene ratificata attraverso dei plebisciti popolari svolti a suffragio universale maschile.

Il Regno di Sardegna è diventato uno Stato-Nazione moderno.




La I Guerra d’indipendenza e lo Statuto Albertino

Il 1848 è un anno di grande fermento politico e sociale e in tutta Europa, fermento che non manca di farsi sentire anche nella penisola italiana. Napoli e Palermo insorgono chiedendo una Costituzione sul modello di quella di Cadice che limiterebbe il potere assoluto del sovrano, Milano si ribella al dominio austriaco in nome di una monarchia più liberale, a Venezia la rivolta viene egemonizzata dai democratici che danno vita alla Repubblica di San Marco sotto la guida di Daniele Manin, persino a Roma scoppia una rivolta contro il papato che culminerà nell’esperienza democratica della Repubblica Romana del 1849. Ma la repressione non si fa attendere: Ferdinando II di Borbone ripristina l’ordine e attua centinaia di condanne a morte, il Papa Pio IX riprende il potere grazie all’appoggio francese e torna alla precedente politica conservatrice e nel Lombardo-Veneto viene mandato il generale austriaco Joseph Radetzky, noto per la repressione più sanguinosa. 

Nel Regno di Sardegna la situazione è diversa: Carlo Alberto di Savoia, invece di ricorrere alla repressione militare, concede una Costituzione, che, con il nome di Statuto Albertino, sarà poi confermata dal suo successore Vittorio Emanuele II. Questa Carta rimarrà in vigore esattamente per cent’anni. È l’unico dei Regni della penisola italiana ad abbandonare definitivamente l’assolutismo.

 

Foto 1. Carlo Alberto, re di Sardegna, firma lo Statuto. Arazzo, Museo Nazionale del Risorgimento Italiano di Torino

Lo Statuto Albertino è una Costituzione concessa dall’alto. Si tratta, ovviamente, di una Carta liberale. Sancisce l’uguaglianza formale ma non sostanziale dei sudditi davanti alla legge senza preoccuparsi di renderla effettiva: è di per sé significativo il fatto che tale eguaglianza non venga menzionata fino all’articolo 24. Lo Statuto Albertino crea un apparente equilibrio tra le parti sociali: il Senato nominato dal Re rappresenta i nobili, mentre la Camera eletta dai sudditi più abbienti tutela gli interessi della borghesia. Il suffragio elettorale è maschile e ristretto: hanno diritto di voto solo gli uomini al di sopra di una certa soglia di ricchezza, le donne e i poveri non sono rappresentati e non hanno diritto di voto. Il Parlamento ha la facoltà di scrivere le leggi e di bloccarle, ma il Governo è responsabile soltanto di fronte al Re: se un governo non ha l’appoggio del Parlamento farà fatica a governare ma non per questo decade. L’elasticità di questa Carta è ciò che le ha permesso di sopravvivere durante un intero secolo ma anche di vedere governi diversissimi alternarsi senza mai infrangerlo. Il testo dello Statuto resterà in vigore fino al 1948, dopo la fine della II guerra mondiale e l’istituzione della Repubblica.

Il Regno di Sardegna comprende la Savoia (regione alpina oggi francese), il Piemonte, la Liguria fino alla città di Nizza (anche questa oggi francese) e la Sardegna. Approfittando della difficile situazione austriaca nel fronteggiare le rivolte di Praga e Budapest, Carlo Alberto dichiara guerra all’Austria appoggiato da tutti gli Stati del Nord della penisola con l’intento di espandere il proprio Regno e sottrarre il Lombardo-Veneto all’Austria. L’iniziativa prende il nome di I Guerra d’indipendenza. In occasione di questa guerra torna in Italia Giuseppe Garibaldi, prima impegnato nel sostenere le lotte indipendentiste in America Latina. Uno dei motivi che ha spinto casa Savoia a tentare l’espansione è quanto accaduto a Venezia: la guida repubblicana della rivolta potrebbe mettere a rischio il futuro della monarchia. Ma il fronte italiano è diviso e l’evidente volontà espansionistica piemontese preoccupa gli altri sovrani. Così la guerra si rivela un totale fallimento. Sconfitto, Carlo Alberto abdica in favore del figlio Vittorio Emanuele II.

In copertina

La battaglia del ponte di Goito sul fiume Mincio, durante la Prima guerra d’Indipendenza, in un’incisione del XIX secolo conservata a Roma presso il Museo Storico dei Bersaglieri.

Schema di date




La formazione del Regno d’Italia. La frammentazione della penisola e l’egemonia sabauda

INDICE

Fino al 1848 la penisola italiana è divisa in tanti piccoli regni. A Sud il Regno delle Due Sicilie (ex Regno di Napoli) con i Borbone di Spagna, al Centro lo Stato della Chiesa sotto il diretto controllo papale e il Granducato di Toscana, a Nord i Ducati di Parma, Piacenza e Modena, il Regno di Sardegna a guida sabauda e il Regno Lombardo-Veneto degli Asburgo d’Austria. In tutto il Nord aleggiano le prime aspirazioni indipendentiste e unitarie, ma hanno ancora una forma poco concreta e determinata. In tutti gli Stati vigono ancora la monarchia assoluta o forme di “assolutismo illuminato” (monarchie pressoché assolute con leggeri ammorbidimenti gentilmente concessi dai sovrani).

L’Italia nel 1815

L’unico Stato che sembra fare eccezione è il Regno di Sardegna: qui nel 1848 viene emanata la prima Costituzione scritta; nello stesso anno anche gli altri regni vedono nascere delle carte costituzionali, ma avranno tutte vita breve e saranno ritirate nel giro di pochi mesi.  Tra le monarchie costituzionali, casa Savoia è la prima famiglia italiana ad abbandonare definitivamente l’assolutismo. Inoltre, trattandosi dell’unico Stato con un certo peso non sottomesso a potenze straniere, il Regno di Sardegna viene considerato (anche da intellettuali di idee tutt’altro che monarchiche) di fatto l’unica potenza in grado di unire l’intera penisola e darle finalmente l’indipendenza. Di certo alla famiglia Savoia interessa dare spazio sulla scena internazionale a quello staterello poco rilevante che è il Regno di Sardegna prima del 1848: a questo scopo è sicuramente necessario annettere al proprio territorio, o quantomeno le zone del Nord in fase di sviluppo industriale, prima fra tutte il Regno Lombardo-Veneto, governato dagli Asburgo d’Austria. Inoltre città come Firenze e Roma costituiscono a livello culturale e simbolico le più antiche culle della civiltà italiana, sebbene non esista un sentimento di identità nazionale radicato tra la popolazione. È quindi interesse diretto di casa Savoia annettere al Regno di Sardegna almeno metà della penisola. Ma non è affatto scontato che a Torino interessi prendere anche il Sud, molto meno appetibile sul piano delle risorse economiche. Ovviamente le terre conquistate dovranno diventare parte del Regno sabaudo, e perché questo avvenga è necessaria un’azione militare contro gli altri occupanti della penisola. Massimo D’Azeglio e Camillo Benso conte di Cavour sono i principali sostenitori della politica espansionistica sabauda in vista di un regno unitario, mentre Cesare Balbo è sì favorevole al dominio sabaudo ma a un unico regno preferisce una confederazione di Stati del Nord e non è affatto interessato al Mezzogiorno. Tra le idee di questi anni è degna di considerazione quella che porta il nome di Neoguelfismo, teorizzata principalmente dal sacerdote torinese Vincenzo Gioberti: riprendendo le posizioni dei guelfi medioevali (filopapali, in contrapposizione ai ghibellini filoimperiali), Gioberti immagina una confederazione di Stati italiani sotto la guida del Papa.  Di tutt’altro avviso rispetto agli interessi di casa Savoia è Carlo Cattaneo, fautore di una repubblica federale che unisca gli Stati italiani su modello svizzero o statunitense. Il principale esponente di idee repubblicane e democratiche è il genovese Giuseppe Mazzini, che prende parte all’esperienza della I Internazionale ma ne viene espulso per il suo pensiero spiritualista anziché materialista e di conseguenza antimarxista. Mazzini è il primo a sognare l’Italia «una, libera, indipendente e repubblicana», obiettivo da raggiungere attraverso l’insurrezione popolare. Ma Mazzini, tuttavia, vede l’umanità come una grande famiglia che deve restare unita ed è quindi contrario a ogni forma di lotta di classe, da qui il motto «Dio e popolo». Tragica è stata la sorte dei fratelli Attilio ed Emilio Bandiera, fucilati nel 1844 in Calabria, dove erano sbarcati nel tentativo di fomentare un’insurrezione di stampo mazziniano tra una popolazione non istruita e non pronta.  Repubblicano è anche Giuseppe Garibaldi, distante da Mazzini in quanto non spiritualista ma attento alle condizioni materiali della popolazione e di idee quasi socialiste (di conseguenza non contrario alla lotta di classe), interessato soprattutto all’abolizione del latifondo e alla redistribuzione delle terre tra le famiglie contadine povere. In questo capitolo non userò le parole Unità o Risorgimento: di solito con questi termini si vuole glorificare l’espansione sabauda facendola passare per una “unificazione nazionale” voluta da chissà quali grandi masse popolari che fervono di patriottismo; la costruzione dello Stato-Nazione moderno in Italia è stata invece la conquista di vari territori da parte di uno Stato già esistente a opera di pochi patrioti, alcuni dei quali hanno agito in buona fede ma molti altri attratti invece da potere e ricchezze. 

Schema di date




La Chiesa al passo con i tempi: l’enciclica Rerum Novarum di Leone XIII

Quando la Rivoluzione industriale è già andata pienamente a regime, è ora che anche la Chiesa cattolica prenda posizione. E non può non farlo, trattandosi della potenza più influente del mondo sul piano culturale, soprattutto in Europa (ma in realtà anche in America). Nel nuovo contesto sociale è palese l’ingiustizia dello sfruttamento, e nessuno può più far vinta di non vedere.

In un primo momento la Chiesa era stata ostile alla modernizzazione della società europea e alla conflittualità sociale che ne derivava, vedendo in pericolo la propria supremazia morale a causa di subbugli e novità difficilmente controllabili. Ma, volendo o non volendo la realtà è destinata a evolversi, e a lungo andare la Chiesa non può fare altro che accettarlo, rischiando altrimenti di essere tagliata fuori dalla società stessa.

Nel 1891, quando l’Europa è già pienamente industrializzata e non è possibile tornare indietro, Papa Leone XIII (in copertina) pubblica l’enciclica intitolata Rerum Novarum (Delle cose nuove), titolo tanto significativo quanto ambiguo. Il Pontefice accetta i cambiamenti ma cerca di limitarne gli eccessi. 

Foto 1. L’enciclica Rerum Novarum

Nel testo si condannano sia lo sfruttamento che la lotta di classe. 

La Chiesa è contraria al Socialismo e riconosce il diritto alla proprietà privata ma di ognuno e non solo di pochi, al tempo stesso però condanna lo sfruttamento e non si identifica con le classi padronali e conservatrici, sostenendo la necessità di una collaborazione tra capitalisti e classi lavoratrici: è compito dello Stato prendersi cura del benessere degli operai, mancando di adempiere a tale compito si offende la giustizia sociale e la dignità umana.

Scendendo nel concreto, a partire da questo momento nasce il movimento cristiano-sociale e sorgono numerose associazioni cattoliche di propaganda antisocialista ma al tempo stesso di aiuti agli operai e alle persone indigenti: così i cattolici mettono in atto una propaganda controrivoluzionaria più efficace di leggi speciali e polizia ma realizzano anche un sistema di tutela sociale più efficace di quello statale praticamente inesistente.

Foto 2. Schema di date




La Guerra di secessione americana: da schiavi a operai

Dopo l’indipendenza dalla Gran Bretagna, i primi tredici membri degli Stati Uniti si espandono verso Ovest nelle praterie, fino alle Montagne Rocciose e all’Oceano Pacifico, spazzando via le popolazioni native che abitavano le grandi pianure occidentali del continente con una cultura ricchissima, quasi interamente distrutta. In vari casi le tribù Sioux e Cheyenne riescono a opporre resistenza in difesa delle proprie terre ancestrali, ma frecce e cavalli non possono competere con le armi da fuoco industriali sostenute alle spalle da ferrovie e telegrafi; peraltro l’aver sterminato gli animali (in particolare i bisonti), fonte di sussistenza degli indigeni, impedisce la loro futura sopravvivenza.

Così le civiltà native vengono spinte verso l’estremo Ovest sui climi inospitali delle montagne, private di ogni diritto. D’ora in avanti, quando si parla di Americani ci si riferisce ai bianchi discendenti dei coloni europei e non più a coloro che popolavano l’America originariamente, che prendono erroneamente il nome di «Indiani».

FOTO 1 – Indios Pah-Ute, Utah, 1872

L’altro numeroso gruppo sociale di cui non si tiene conto è costituito dai neri,  pronipoti degli schiavi deportati dall’Africa e usati come manodopera gratuita nelle piantagioni del Sud degli Stati Uniti. La Costituzione americana prevede la schiavitù e sancisce per legge la disuguaglianza sociale non riconoscendo diritti alle categorie etniche minoritarie. All’interno della “razza” bianca vige il suffragio universale maschile e la società è molto aperta e tollerante: i bianchi che hanno fatto richiesta della cittadinanza hanno diritto di voto prima ancora di averla ottenuta. La contraddizione sta nel fatto che verso la metà dell’Ottocento gli Stati Uniti d’America sonoil Paese meno autoritario del mondoe con il piùalto tasso di libertà individuali, ma anche l’unico Paese a conservare la schiavitù.

FOTO 2 – Carta degli Stati americani dell’Unione e della Confederazione

Tra le varie zone dello Stato federale che si va formando sono presenti grosse differenze climatiche ed economiche. A Sud, intorno al Golfo del Messico, si estendono enormi piantagioni di tabacco e cotone, gestite da pochissimi ricchi e lavorate da schiavi neri: dato che a migrare verso l’America un secolo prima non erano certo gli aristocratici, che quindi in America sono mancati, l’élite di latifondisti costituisce in qualche modo l’equivalente della nobiltà europea. Invece a Nord, nelle terre vicine al Canada e all’Oceano Atlantico, con scambi culturali e commerciali con l’Europa, sorgono complessi industriali gestiti da una borghesia simile a quella europea e mantenuti da operai salariati, come in Inghilterra. Ne consegue una forte divergenza di interessi.

Gli imprenditori del Nord hanno bisogno di una classe operaia “libera” ed elastica con una facile mobilità lavorativa, mentre i proprietari terrieri del Sud invece necessitano di una manodopera permanente e gratuita di cui poter disporre a proprio piacimento senza diritti né intralci alla produzione. L’interesse settentrionale è il protezionismo, per favorire lo sviluppo delle nuove fabbriche senza che siano schiacciate dalla concorrenza europea, mentre quello meridionale è il liberismo, per commerciare agevolmente i prodotti che in Europa mancano. Nascono così due grandi partiti: il Partito Repubblicano, espressione degli interessi del Nord, e il Partito Democratico, che rappresenta le istanze del Sud.

Diversamente dall’Europa, i partiti americani non fanno riferimento ad aree ideologiche e culturali ma solo a interessi di specifici gruppi affaristici: mentre in Europa si diventa cattolici o socialisti a seconda dell’educazione ricevuta, in America si diventa repubblicani o democratici a seconda della propria posizione sociale, che è variabile e mai statica. Il Partito Repubblicano è abolizionista, ovvero per l’abolizione legale e sostanziale della schiavitù: non è certo una questione morale di dignità umana o di magnanimità, quanto di favorire le richieste delle fabbriche rispetto a quelle dei latifondi.

FOTO 3 – Abraham Lincoln

Nel 1861 il Partito Repubblicano riesce a far eleggere Presidente federale Abraham Lincoln, un uomo di origini sociali modeste. Immediatamente gli Stati del Sud dichiarano la secessione staccandosi dalla federazione. Gli Stati del Nord reagiscono muovendo guerraai separatisti. Dopo un conflitto durato quattro anni, il Nord ottiene una vittoria schiacciante e il potere dell’élite agraria meridionale viene ridimensionato. Nel 1863 Lincoln pubblica The Emancipation Proclamation(Proclama di emancipazione – immagine di copertina):la schiavitù viene almeno formalmente abolita e gli ex schiavi ottengono i diritti civili e politici. Dal punto di vista teorico e legale è sicuramente un grande passo in avanti, ma non sempre affrancarsi dalla schiavitù comporta un reale miglioramento della propria esistenza: per chi prima aveva assicurate fatica e spesso frustate ma anche vitto e alloggio inizia l’odissea del dover cercare lavori stagionali o addirittura giornalieri altrettanto faticosi con una libertà formale che non garantisce la sopravvivenza.

FOTO 4 – Dorothea Lange, Mississippi Delta, 1939: Water Boy

L’altra questione mai risolta è quella del razzismo. Sia al Nord che al Sud, la parità dura poco: mentre il governo federale si disinteressa al problema, i bianchi riprendono potere, fino ad arrivare a una situazione di totale apartheidche andrà avanti per oltre un secolo: i neri non hanno diritto di voto e chiese, scuole, quartieri, mezzi pubblici e posti di lavoro vengono separati. Questi provvedimenti che legalizzano la segregazione, il più importante dei quali approvato nel 1877, portano il nome di Leggi di Jim Crow, dal personaggio inventato da un comico teatrale noto come Daddy Rice che nei decenni precedenti faceva satira sulla popolazione afroamericana, diffondendo lo stereotipo del “negro” pigro, imbroglione, bugiardo e ladro. Giornalisti, teologi e scienziati contribuiscono a diffondere falsi miti sulla presunta inferiorità naturale dei neri. La mentalità comune americana è sempre stata intrisa di razzismo e persino la Corte Suprema degli Stati Uniti ha confermato la validità giuridica della segregazione razziale. La situazione cambierà solo negli anni Sessanta del Novecento.

FOTO 5 – Russell Lee, Oklahoma City, 1939:”Colored” drinking fountain

 




La Repubblica Romana, l’emancipazione femminile e la reazione francese

Nel 1848 è stata concessa una Costituzione scritta anche nello Stato Pontificio, che dal 1846 è retto dal Papa Pio IX (Giovanni Maria Mastai Ferretti), esponente della nobiltà romana di idee moderate e liberali. L’elezione di Pio IX è stata accolta con entusiasmo sia a Roma che in tutta Italia: il nuovo pontefice concede immediatamente un’amnistia per i prigionieri e si dichiara favorevole all’unificazione della penisola, vedendo di buon occhio in particolare il cosiddetto neoguelfismo teorizzato da Vincenzo Gioberti. Ma nel 1848 il Papa si rifiuta di partecipare alla guerra sabauda contro l’Austria per non inimicarsi gli Asburgo cattolici, sostenendo che il Cattolicesimo debba essere universale e che quindi non possa schierare uno Stato contro un altro. Inoltre, appena si calmano le agitazioni, ritira la Costituzione concessa pochi mesi prima. Questo gesto allontana dal pontefice gran parte delle simpatie di chi spera di vedere l’Italia unita. La situazione a Roma è estremamente tesa.

  1. Assalto del popolo al Quirinale, 16 novembre 1848

A novembre viene assaltato il palazzo del Quirinale e ucciso il ministro papale Pellegrino Rossi. Pio IX riesce a fuggire e trova rifugio nel castello di Gaeta, nel Regno delle Due Sicilie, ospitato dal Re Ferdinando II di Borbone. La fuga del Papa sancisce di fatto la fine del suo potere politico. A Roma vengono indette elezioni a suffragio universale maschile per scrivere una nuova Costituzione. Clericali e legittimisti non riconoscono la legittimità delle elezioni e si astengono dal voto, lasciando una enorme maggioranza alle fasce più povere della popolazione. Nonostante le minacce di scomunica, il 21 gennaio 1849 centinaia di migliaia di romani eleggono un’Assemblea Costituente a maggioranza fortemente democratica.

A febbraio nasce formalmente la Repubblica Romana.

Questa esperienza è caratterizzata da una delle Costituzioni più avanzate del tempo. Vengono nazionalizzati i beni ecclesiastici, istituita totale libertà di stampa senza censura e abolito il tribunale della Santa Inquisizione; la Chiesa mantiene la libertà di culto ma nessun potere politico; il potere esecutivo, da cui dipende l’istruzione pubblica, è affidato a un triumvirato con pieni poteri formato da Giuseppe Mazzini, Aurelio Saffi e Carlo Armellini, insieme a un governo provvisorio e alla stessa Assemblea Costituente. Il provvedimento più rilevante della Repubblica Romana è l’abolizione della norma che escludeva le donne dalle successioni ereditarie e l’istituzione di un codice civile che prevedetotale parità di diritti tra i sessi.

Un atto del genere nella prima metà del XIX secolo è estremamente rivoluzionario.

Nella Repubblica Romana spicca la figura di Cristina Trivulzio, viaggiatrice e conoscitrice di tutte le lingue europee, responsabile dell’assistenza medica nella Roma liberata. Proprio lei, con grande attenzione all’igiene e alla dignità umana, permette la resistenza della Repubblica. Da lei viene istituito un corpo femminile specializzato in assistenza infermieristica e su sue pressioni viene creato dal triumvirato un servizio ospedaliero ufficiale e organizzato; inoltre i tetti degli ospedali sono coperti da drappi neri perché siano riconoscibili e non toccati.

Ma questi sogni durano poco. Da Gaeta Pio IX chiede l’intervento di tutte le potenze cattoliche europee per riprendere Roma. Francia, Austria, Spagna e Regno delle Due Sicilie rispondono alla chiamata. L’esercito reazionario più numeroso è quello francese: Napoleone III è fortemente interessato all’alleanza con il Papa per mantenersi l’appoggio dei conservatori e dei cattolici francesi e soprattutto per impedire che si rafforzi la presenza austriaca nella penisola. Sotto la guida del generale Oudinot, un ingente esercito cinge d’assedio Roma. Sono Giuseppe Garibaldi e Giuditta Tavani Arquati a guidare la resistenza.

  1. Giuditta Tavani Arquati

Gli ospedali, riconoscibili per i drappi neri, sono i primi a essere bombardati dai cannoni francesi. In un primo momento, le truppe garibaldine riescono a sconfiggere le truppe francesi a Porta San Pancrazio costringendoli a ritirarsi e chiedere una tregua. Ma i rapporti di forza sono schiaccianti e la resistenza non può durare. All’inizio di luglio Oudinot viola la tregua a sorpresa. Perduta l’ultima battaglia sulle alture del Gianicolo, la Repubblica Romana è costretta a capitolare. Per alcuni decenni ancora, Roma rimarrà papale.

Carlo De Paris (1800-1861), Pio IX ritorna da Gaeta, olio su tela, 1850, Musei Vaticani,Museo Storico, Vaticano, Palazzo Aspotolico Lateranense, scalone

  1. Carlo De Paris. Il ritorno di Pio IX a Roma (12 aprile 1850)
  2. Schema di date




I moti del 1848 e la nascita della I Internazionale: «uno spettro si aggira per l’Europa»

Oltre ai fatti francesi, il 1848 è un anno esplosivo per tutta l’Europa.

Nell’Impero Austroungarico la lotta liberale per una Costituzione scritta che ponga fine alla monarchia assoluta degli Asburgo si sovrappone alle spinte indipendentiste di tutte le minoranze culturali ed etniche inglobate nell’impero. Ungheria, Boemia e Regno Lombardo-Veneto insorgono ma vengono duramente schiacciate. Il Regno di Sardegna tenta una prima guerra contro l’Austria per ottenere il Nord della penisola italiana, ma tale avventura, nota come I guerra d’Indipendenza, si rivela un clamoroso fallimento per l’abissale dislivello militare tra i due Stati.

Non si può certo dire invece che l’insurrezione nel Regno di Sardegna, per quanto di breve durata, sia stata inutile: il Re Carlo Alberto di Savoia, invece di ricorrere alla repressione militare, concede una Costituzione liberale, nota appunto come Statuto Albertino, confermata dal suo successore Vittorio Emanuele II.

FOTO 1. La prima pagina dello Statuto Albertino

Invece la volontà di trasformare la grande Confederazione Germanica a guida austriaca in un moderno Stato federale naufraga, sostituita da una confederazione più piccola a guida prussiana da cui l’Austria rimane esclusa. Ma a lungo si continuerà a inseguire il desiderio di unificare anche politicamente l’identità culturale tedesca. Intanto però, con l’estensione del suffragio elettorale, gli interessi dei commercianti e dei banchieri entrano in Parlamento.

Sui moti del 1848 e sulla direzione che questi hanno dato alla Storia è necessario fare alcune considerazioni. Fino a questo momento le richieste della borghesia hanno raccolto un seguito notevole anche tra lavoratori dipendenti (braccianti, garzoni, operai…) e persino nullatenenti in quanto andavano contro i vecchi privilegi nobiliari di origine feudale; a partire dalla Rivoluzione Francese è chiaro che la colonna portante della società moderna non è più la vecchia aristocrazia di proprietari terrieri e latifondisti, ora accusati di parassitismo, bensì la nuova classe imprenditoriale: anche se la Rivoluzione non è riuscita a imporre tale passaggio in via definitiva, ne ha comunque gettato le basi in maniera ormai indelebile. Luigi Filippo d’Orléans, pur essendo di famiglia nobile, ha facilitato gli interessi borghesi fino a rendersi conto che tornare indietro era ormai impossibile; Napoleone III ha tolto tutte le libertà politiche ma non ha potuto toccare quelle economiche; persino la Prussia, molto autoritaria al suo interno e ancora legata all’Ancien Régime, deve ormai fare i conti con la società mutata. La borghesia in questa prima metà di secolo è riuscita a far passare i propri interessi come bene universale: le libertà economiche diffuse, il diritto alla proprietà privata, una Costituzione scritta che garantisca tali conquiste e l’obbligo del Re di trattare con rappresentanti dei suddetti interessi attraverso il Parlamento. Solo l’Austria e gli Stati della penisola italiana sono ancora aggrappati a un’economia feudale. Ma nel 1848 qualcosa inizia a cambiare. La scintilla che ha dato il via all’insurrezione di Parigi fino a far scappare il «Re borghese» era stata causata da alcune restrizioni tra cui la chiusura degli ateliers nationaux, che davano lavoro ai disoccupati e ai nullatenenti: la rivolta contro un provvedimento che danneggia gli operai ma non la borghesia si può considerare uno dei primi episodi della moderna lotta di classe ottocentesca, influenzata dalla Rivoluzione industriale che ormai è andata a regime. Nel 1848 vediamo l’ultimo dei momenti in cui la nuova borghesia e il futuro proletariato lottano insieme contro la nobiltà e contro il clero e al tempo stesso il primo elemento della loro insanabile imminente separazione e il loro primo scontro. Proprio in quest’anno a Londra Karl Marx e Friederich Engels pubblicano Il manifesto del Partito Comunista, testo guida delle future lotte antiborghesi. 

FOTO 2. Copertina originale del Manifesto del Partito Comunista (Londra, 1 febbraio 1848)

Il saggio di Marx ed Engels si apre con la celebre frase «uno spettro si aggira per l’Europa»: secondo loro questo spettro è il Comunismo che nel giro di qualche decennio farà tremare il mondo, più in generale lo spettro è questo conflitto che si sta aprendo. Il 1848 è l’anno della rottura più grande della Storia moderna.

FOTO 3. Kyrgyzstan, Bishkek. Monumento a Karl Marx e Friedrich Engels in Oak park

La I Internazionale, associazione creata a Londra nel 1864 che coordina le realtà protagoniste della lotta di classe e ne rappresenta le istanze, nasce proprio dall’ala operaia dei moti del 1848, raccogliendo gli ideali anarchici, comunisti, socialisti e democratici: di fatto i liberali sono diventati oppositori del movimento operaio, nato in seno alla stessa borghesia liberale. In un primo momento fazioni così diverse riescono a convivere all’interno dell’organizzazione, ma ben presto tale convivenza diventerà impossibile proprio per le idee inconciliabili che questi diversi schieramenti portano avanti. 

Schema di date




La II Rivoluzione Industriale

Porta il nome di seconda Rivoluzione industriale in generale l’arco di tempo a cavallo tra il 1840 e il 1870, periodo contrassegnato da grandi innovazioni tecnologichee, di conseguenza, forti sommovimenti sociali che partono dall’Inghilterra e si diffondono nell’Europa settentrionale.

Nei settori chimico, farmaceutico, elettrico e siderurgico la scienza fa passi da gigante. La scoperta dell’elettromagnetismo porta all’invenzione del telegrafo e poi del telefono, semplificando e accelerando enormemente le comunicazioni a distanza. L’uso dell’acciaio e del carbone permette il passaggio dalle imbarcazioni a remi e a vela alle navi a nafta e la costruzione delle prime ferrovie: tra queste la transiberiana da Mosca a Vladivostok (porto russo sull’Oceano Pacifico) e la linea New York-San Francisco, costata la vita a intere tribù di pellerossa.

FOTO 1. Le prime ferrovie

In questo periodo Londra e Parigi vedono costruire le prime linee urbane di metropolitane sotterranee, passando da cittadine settecentesche a metropoli moderne. I vecchi piccoli luoghi di lavoro urbani (che nel secolo precedente erano prevalentemente opifici tessili e laboratori di lavorazione di prodotti alimentari) nati con la prima Rivoluzione industriale si sviluppano notevolmente e sorgono in questi anni le grandi fabbrichesiderurgiche e metallurgiche, le fonderie e le acciaierie.

La prima delle grandi conseguenze di questo processo è l’inizio del disastro ambientale. La modernizzazione ottocentesca si basa su un concetto di sviluppo illimitato di origine illuminista, che credeva illimitate anche le risorse su cui questo sviluppo si sarebbe dovuto basare, risorse che invece illimitate non sono. Nel giro di pochi decenni l’aria delle città diventa grigia e irrespirabile e le campagne vengono depredate di suolo, legname, animali e ricchezze sotterranee per alimentare i bisogni industriali. L’Europa del Settecento era occupata prevalentemente da boschi e foreste, interrotte da piccoli centri abitati sparsi e poche città, oggi il vecchio continente è molto densamente popolato e di spazi verdi e incontaminati ne sono rimasti pochissimi.

L’abbondanza di prodotti industriali, realizzati in tempi brevi e a basso costo, determina un netto crollo nelle vendite dei prodotti artigianali, che richiedono tempi più lunghi e forza lavoro maggiore, mandando in miseriai piccoli produttori indipendenti di cui l’Europa preindustriale era piena.

Così cambiano radicalmente anche gli equilibri demografici: gran parte della popolazione rurale si trasferisce nelle città e chi prima era contadino, pastore o artigiano ora diventa operaio nelle nuove grandi fabbriche o disoccupato se le industrie sono al completo. Oltre che dalle campagne alle città, enormi masse si trasferiscono dalle zone più arretrate a quelle più industrializzate.

Mentre i lavori manuali di un tempo prevedevano specifiche conoscenze e abilità, l’impiego dell’operaio è fatto di seriali gesti faticosi, ma semplici e ripetitivi, che abbrutiscono l’essere umano: chi prima costruiva da solo un intero mobile con piallatura, cesellatura e decorazioni eseguite in maniera personale, ora si limita a girare un bullone e un altro operaio farà il passaggio successivo. Mentre il lavoratore dei secoli precedenti usava alcuni strumenti tecnici per facilitare la produzione, l’operaio moderno è quasi un’appendice del macchinario di cui è dipendente: non è più il falegname che ha bisogno della pialla ma è la macchina che per funzionare ha bisogno di un uomo che prema dei tasti. Questo meccanismo disumanizzante prende il nome di catena di montaggio.

FOTO 2. Tempi moderni

A risentirne è anche il salario: mentre la vita di campagna bastava a mantenere una famiglia, ora il padrone paga l’operaio  quel minimo indispensabile a mantenerlo in vita e a farlo tornare a lavorare l’indomani e lo rende costantemente dipendente dal lavoro salariato impedendogli ogni futura emancipazione. La media della giornata lavorativa in fabbrica verso la metà dell’Ottocento dura tra le dodici e le quattordici ore, un orario massacrante.

Una produzione massiccia di beni di consumo ha bisogno di essere smaltita attraverso un altrettanto massiccio consumo di beni: cosa ci si fa con l’ingente quantità di merci prodotte se solo pochissime persone possono acquistarle? E soprattutto, i capitali spesi tra acquisto e manutenzione dei macchinari e salario degli operai devono rientrare attraverso le vendite, altrimenti le aziende falliscono e il sistema crolla su se stesso. Ogni volta che la produzione della merce eccede le vendite e i consumi calano drasticamente, si parla di crisi di sovrapproduzione. Da qui il bisogno di indurre le persone al consumismo con prezzi modici, salari più generosi e incentivi culturali. Ed è proprio la saturazione del mercato locale una delle cause che hanno spinto le potenze europee a espandersi in altre aree geografiche dando origine al fenomeno del colonialismo.

Da qui prende origine il movimento operaio, per rivendicare migliori condizioni di lavoro e di vita. Su quest’onda nel 1864 nasce la prima Associazione Internazionale dei Lavoratori, calderone dei programmi politici di tutti gli schieramenti rivoluzionari d’Europa. Non è un caso che la I Internazionale dei lavoratori venga fondata a Londra, una delle prima città fortemente industrializzate (insieme a gran parte dell’Inghilterra).

Una forma primitiva di lotta operaia già alla fine del Settecento, durante la prima Rivoluzione industriale, era stata il Luddismo: prendendo nome da un misterioso Capitan Ned Ludd (o Generale Nedd Ludd, a seconda delle fonti, uomo la cui reale esistenza non è mai stata accertata), i primissimi operai si ribellavano all’industrializzazione sfasciando i macchinari di cui erano ormai dipendenti, considerati fonte del peggioramento delle loro condizioni. Invece il movimento ottocentesco, sotto la guida marxista, mantiene comportamenti meno spontaneisti e più rigidamente organizzati.

FOTO 3. Luddismo

 

Film consigliato: Charlie Chaplin, Tempi moderni, 1936 (Foto 2)

 

FOTO 4. Schema di date