La Francia, dalla II Repubblica al II Impero

La situazione francese nei decenni a metà dell’Ottocento è complessa. Come si è visto nella precedente puntata, alla morte di Luigi XVIII di Borbone gli succede il figlio Carlo X, che tenta di restaurare l’ordine prerivoluzionario, ma invano. La sua legge, che vuole restituire all’aristocrazia terriera i beni immobiliari espropriati durante la Rivoluzione, viene accolta a Parigi con un’insurrezione popolare nota come «la Rivoluzione di luglio», tanto che è necessario fare marcia indietro: il potere economico dei nobili è ormai svanito. Il suo successore Luigi Filippo d’orleans asseconda le richieste della borghesia per evitare nuove rivolte: il suo essere il primo «Re dei Francesi per volontà della Nazione» cambia poco nel concreto, ma fa capire simbolicamente che ora il potere non può più essere del tutto svincolato dalla volontà generale né del tutto separato da chi detiene il controllo dei mezzi di produzione, come invece era prima del 1789. Orléans è soprannominato «il Re che regna ma non governa» per essere poco repressivo e «Luigi égalité» per aver messo (non di diritto ma di fatto) nobili e borghesi quasi sullo stesso piano. Lo slogan Liberté Égalité Fraternité aveva infatti proprio questo significato: rendere uguali davanti alla legge tutti i cittadini (nonostante il divario economico renda fittizia tale uguaglianza) e garantire alla nuova classe di finanzieri, negozianti, banchieri e imprenditori una libertà economica e commerciale più vasta possibile. Tale obiettivo si realizzerà attraverso una lotta graduale e lunga decenni.

Nel 1830 a Parigi viene istituita la Guardia Nazionale, un corpo armato autonomo incaricato di riportare l’ordine contro le rivolte operaie ma anche contro gli abusi del potere. A tale proposito bisogna però ricordare che Parigi ha una connotazione demografica e culturale assai diversa dal resto della Francia: mentre nella capitale, città operaia e di basso rango sociale, le spinte rivoluzionarie sono sempre rimaste forti, il resto del Paese è popolato da contadini di idee piuttosto conservatrici.

Nel 1848scoppia una nuova rivolta. Orléans è troppo moderato: su questo concordano operai e imprenditori, garzoni e braccianti, uomini e donne, liberali e democratici, socialisti e persino alcuni nobili. I liberali chiedono maggiore autonomia economica, i democratici il suffragio elettorale universale o comunque molto esteso, i socialisti il riconoscimento dei diritti dei poveri.

FOTO 1. Parigi, barricate del giugno 1848. (Musée Carnavalet)

Quando alla Guardia Nazionale viene ordinato di reprimere la rivolta con le armi, questa si rifiuta e appoggia gli insorti. Per giorni Parigi è occupata da barricate e il Re, temendo di fare la stessa fine di Luigi XVI, abbandona la città. Si forma un governo provvisorio cui prendono parte anche i socialisti: viene proclamata la II Repubblica Francese. La Repubblica s’impegna a eliminare ogni restrizione al diritto di stampa e di riunione, abolisce la pena di morte per reati politici, apre fabbriche statali con il nome di ateliers nationaux per dare lavoro ai disoccupati e stabilisce per la prima volta un massimo legale di 11 ore per ogni giornata lavorativa. Ma decide anche di rispettare il principio di equilibrio e rinunciare a “esportare la Rivoluzione” come invece aveva fatto la I Repubblica sotto Napoleone.

Tali riforme sociali infastidiscono l’ala moderata (quella più liberista e meno democratica e socialista) e non interessano alla parte rurale della Francia, rimasta su posizioni conservatrici. Alle elezioni per l’Assemblea Costituente, svolte a suffragio universale maschile, vincono i moderati. Certamente dare il voto ai contadini ha contribuito a questo esito. Il nuovo governo sancisce così il fallimento della rivolta.

Alle elezioni presidenziali i conservatori vincono di nuovo: è scelto come Presidente della Repubblica Luigi Napoleone Bonaparte, nipote di Napoleone. Abolite le riforme sociali del governo provvisorio, il nuovo Presidente conservatore toglie il diritto di voto ai nullatenenti, ma il Parlamento gli impedisce di ripetere il mandato alla sua scadenza. Così nel 1851, con l’appoggio dell’esercito, Bonaparte attua un colpo di Stato e vara una nuova Costituzione secondo la quale il mandato presidenziale dura dieci anni anziché quattro e la Camera non ha più potere legislativo: ormai la Repubblica è solo una formalità e il potere è tutto nelle mani di un solo uomo. Per allargare il consenso, il suffragio elettorale ritorna a essere universale maschile: un plebiscitopopolare a maggioranza schiacciante conferma la nuova Costituzione. L’anno seguente con un nuovo plebiscito viene restaurato l’Impero. Ora Bonaparte è imperatore con il nome di Napoleone III:la II Repubblica francese muore nello stesso modo in cui era tramontata la Rivoluzione mezzo secolo prima.

FOTO 2. Napoleone III, imperatore dei francesi

Un importante elemento di innovazione urbanistica introdotto da Napoleone III nella cartina di Parigi è dato dai grands boulevards di cui il più noto è il boulevard Haussmann (in copertina), dal nome del barone che lo ha ideato: si tratta di maestosi viali lunghi e larghi costruiti al posto di vicoli medievali proprio con l’intento di impedire la costruzione delle barricate che nel 1830, nel 1832 e nel 1848 avevano facilitato le rivolte operaie. Il Bonapartismo sarà caratterizzato da una forte repressione del dissenso ma al tempo stesso da un largo consenso popolare dovuto a politiche demagogiche: potremmo dire che il Bonapartismo ottocentesco è di fatto l’antenato di quello che oggi chiamiamo populismo. Quest’esperienza di governo avrà fine solo nel 1870 con la Guerra franco-prussiana.

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I moti del 1830

Nel 1830 un nuovo terremoto politico e sociale fa tremare la pace europea. Di nuovo il fermento ha inizio nella periferia del continente, dove il Congresso di Vienna ha imposto un equilibrio lontano dalla volontà popolare.

La prima rivolta scoppia in Polonia, che aspira all’indipendenza dall’impero russo, e nell’Italia centrosettentrionale (Ducati di Parma e di Modena) per sottrarsi al dominio austriaco, ma i due imperi danno il via a un’altra sanguinosa repressione che mette a tacere i moti in breve tempo.

Stavolta però la scintilla dell’insurrezione si estende in fretta al resto del continente. La Francia insorge contro la situazione che la Restaurazione ha imposto e il Belgio vuole un proprio Regno, separato da quello dei Paesi Bassi. Alla repressione tra le strade di Parigi la popolazione oppone una strenua resistenza e il re è costretto ad abbandonare la città; Austria e Prussia vorrebbero intervenire per sedare le rivolte in Belgio ma Francia e Inghilterra negano il loro appoggio proponendo il principio di non intervento negli affari interni di altri Paesi: la Santa Alleanza ha perso il suo potere.

In Francia, molto più che altrove, né la repressione né l’imperialismo sono riusciti a cancellare gli ideali del 1789. Con la Rivoluzione la borghesia (commercianti, banchieri, imprenditori delle prime piccole fabbriche, padroni di botteghe con lavoratori dipendenti) ha definitivamente affermato il proprio primato economico nella società e di conseguenza ha ottenuto un ruolo politico di primo piano cui ora non è più disposta a rinunciare. In questi anni le richieste della borghesia contro i privilegi della nobiltà raccolgono un vasto seguito anche tra le classi sociali più basse (garzoni, primi operai, donne, parte dei contadini), quelle che qualche decennio più tardi prenderanno il nome di proletariato. La principale richiesta della borghesia europea, già realizzata in Inghilterra, è una Costituzione scritta che sancisca chiaramente i limiti del potere del re, mettendo quindi fine alla monarchia assoluta.

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Il nuovo re Carlo X di Borbone, succeduto al padre Luigi XVIII, limita i diritti sanciti dalla Costituzione, elimina la libertà di stampa e stabilisce il risarcimento dei beni espropriati alla nobiltà durante la Rivoluzione, mandando così su tutte le furie la popolazione parigina fiera e bellicosa che di quella Rivoluzione era stata protagonista. Non riuscendo a sedare la rivolta, Carlo X lascia la città e, in nome del principio di equilibrio, per placare le acque il suo posto viene dato a Luigi Filippo d’Orléans, giovane di famiglia nobile ma di idee filoborghesi. Il nuovo sovrano è il primo a farsi nominare non più «Re di Francia per grazia di Dio» ma «Re dei Francesi per volontà della Nazione».

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Luigi Filippo vara una Costituzione che allarga il suffragio elettorale e aumenta il potere decisionale della borghesia sulle questioni economiche a discapito della vecchia aristocrazia: da qui gli deriva il soprannome di «Re borghese», nonostante le sue origini siano ancora aristocratiche. Ormai l’ascesa della nuova classe sociale non è più arginabile. Tuttavia, quando nel 1832 la popolazione operaia parigina insorge nuovamente per reclamare più diritti sociali, la rivolta viene di nuovo repressa nel sangue dalle autorità francesi, stavolta senza intervento straniero

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L’indipendenza dell’America Latina e la “dottrina Monroe”

Nei secoli successivi alla conquista europea, l’America Latina sviluppa un’economia basata sui latifondi (haciendas in spagnolo e fazendas in portoghese) e una società in cui sono presenti forti discriminazioni razziali al suo interno.

I colonizzatori spagnoli e portoghesi hanno imposto il Cattolicesimo in tutto il continente e sterminato delle popolazioni indigene. Il ceto sociale egemone è costituito dai creoli, discendenti dei coloni europei; numerosissimi sono anche gli indios, i pochi originari di quelle terre sopravvissuti alla conquista, e i neri, pronipoti degli schiavi deportati dall’Africa come manodopera gratuita da sfruttare nei campi e nelle miniere. Gli schiavi più fortunati sono usati per mansioni domestiche anziché per lavori pesanti, ma sempre di schiavi si tratta.

Durante i secoli XVII e XVIII, i Borbone hanno instaurato in Spagna un’economia imperiale di totale sfruttamento delle risorse minerarie e agricole americane, costringendo le colonie ad attuare la cosiddetta economía hacia afuera, ovvero una produzione tutta incentrata sulle esportazioni in funzione dei bisogni europei e soffocata dalle tasse che lascia pochissimo spazio ai consumi interni.

Tra i creoli, prevalentemente ricchi o comunque benestanti che amministrano le ricchezze per conto delle famiglie imperiali di Spagna e Portogallo, cresce il desiderio di una maggiore autonomia fiscale dalla madrepatria. Il momento migliore per realizzare tale desiderio si presenta quando Spagna e Portogallo sono in difficoltà a causa dell’invasione napoleonica, vale a dire rispettivamente nel 1807 e nel 1808.

A questo punto le storie dell’America Latina spagnola e di quella portoghese prendono strade diverse.

Il Re di Spagna viene fatto prigioniero dalla Francia napoleonica, lasciando quindi in America un vuoto politico: in assenza di una figura di riferimento che si ponga come garante formale dell’ordine costituito, gestire la situazione diventa impossibile. Ed è proprio di questo vuoto che si approfitta l’élite coloniale creola, la quale peraltro usa in chiave antispagnola e antifrancese quell’ideale di libertà economica e commerciale nato proprio dalla borghesia inglese e francese durante la Rivoluzione Atlantica. Alla notizia della prigionia del Re, le famiglie creole istituiscono delle Juntas (unità locali di autogoverno) che proclamano la sospensione dei doveri fiscali verso la Spagna. Quando il Congresso di Vienna riporta sul trono il legittimo sovrano, ormai i creoli non hanno nessuna intenzione di rinunciare alle libertà conquistate. Il Re cancella la Costituzione di Cadice e pretende di restaurare l’assolutismo anche nelle colonie. Ma sono le sue stesse truppe a ribellarsi, dando inizio ai moti europei del 1820.

Tra il 1820 e il 1824 si scatena la guerra anche oltreoceano: sotto la guida di Simón Bolívar a Nord (attuali Colombia, Venezuela, Ecuador e Perù) e a Sud di José de San Martín (attuali Cile e Argentina) e José Artigas (attuale Uruguay) tutto il continente ottiene l’indipendenza definitiva dalla Spagna. In questi eserciti a guida creola confluiscono anche numerose popolazioni indigene con la speranza (mai esaudita) di veder riconosciuti i propri diritti sulle loro ancestrali terre. A onor del vero va però detto che Bolívar e San Martín riescono solo in minima parte nei loro intenti: non bisogna dimenticare che il sogno dei due libertadores non è solo la cacciata degli spagnoli ma soprattutto l’unificazione dell’intera America meridionale in un unico grande Stato federale, cosa che non sarà mai realizzata.

FOTO 1. Monumento a Los Liberadores Simón Bolívar y José de San Martín, Guayaquil, Ecuador

La famiglia reale portoghese invece, fiutando l’imminente pericolo, aveva trasferito la sede governativa da Lisbona a Rio de Janeiro prima dell’invasione napoleonica, riconoscendo così l’importanza per l’impero delle terre d’oltreoceano (ovvero l’attuale Brasile) ed evitando la crescita dei sentimenti antieuropeisti in seno alle élite locali. Dopo la Restaurazione, la famiglia reale torna a Lisbona, lasciando a Rio un reggente per niente ostile alle rivendicazioni locali. Così il Brasile è l’unico Stato sudamericano a raggiungere l’indipendenza nel 1822 attraverso un processo indolore.

Foto 2. L’indipendenza degli Stati latinoamericani

Particolarmente conservatrici sono sempre state le élite messicane, legate non solo al latifondismo ma anche alla Chiesa cattolica e, non da ultimo, agli interessi degli Stati Uniti, a danno dei piccoli contadini e soprattutto degli Indios.

Negli stessi anni gli USA, costituiti da tredici Stati tra loro federati e indipendenti dalla Gran Bretagna già dal 1777, si stanno espandendo verso Ovest in zone considerate terra di nessuno. Dove per “nessuno” si intendono vari e numerosi popoli indigeni (i cosiddetti «pellerossa») con proprie usanze e ricche culture. Quando non con le armi, gli “indiani” sono stati decimati distruggendo il loro habitat secolare e facendo estinguere gli animali che costituivano la loro fonte di sostentamento primaria.

Dopo aver sostenuto militarmente l’indipendenza messicana dalla Spagna, il presidente statunitense James Monroe pronuncia un celebre discorso datato 1823 che sarà ricordato con il suo nome e che si può riassumere nello slogan «l’America agli americani». La particolarità della dottrina Monroe è che cambierà di significato nel corso del tempo: la stessa frase, che in un primo momento aveva una connotazione antimperialista volta a scacciare le potenze europee, diventerà nel Novecento il pretesto per permettere agli Stati Uniti di intervenire economicamente e militarmente sugli affari degli Stati latinoamericani con la scusa di tutelare i propri interessi, andando a violare proprio quel principio di autodeterminazione dei popoli di cui il presidente Monroe si faceva portavoce.

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I moti del 1820

A soli cinque anni di distanza dal Congresso di Vienna la stabilità inizia a scricchiolare.

La prima rivolta nasce nelle periferie d’Europa.

Gli anni Dieci dell’Ottocento avevano visto sorgere e rafforzarsi un notevole fermento politico e sociale in America Latina che porterà numerose colonie spagnole e portoghesi a ottenere l’indipendenza, privando la madrepatria di gran parte delle entrate che derivavano dalle miniere e dai latifondi sudamericani. Inoltre, la Spagna è stata il Paese più duramente colpito dalla Restaurazione. Contagiati dai fatti d’oltreoceano, i primi a insorgere sono i soldati che stavano per imbarcarsi a Cadice per andare a reprimere i tentativi di liberazione latinoamericani. E la loro ribellione incontra subito l’appoggio popolare. Il Re è costretto a ripristinare la Costituzione di Cadice del 1812, carta di tendenze liberali (in copertina: Dia 10 de marzo de 1820 en Cadiz, Puerta de Tierra).

La notizia fa il giro d’Europa in fretta.

Un’altra rivolta scoppia in Portogallo, dove il Re concede una Costituzione simile a quella di Cadice. La popolazione insorge anche in Piemonte e a Napoli: il Re Vittorio Emanuele I di Savoia abdica e il successore Carlo Alberto concede anche lui una Costituzione, una legge inviolabile che sancisca diritti e doveri dei sudditi e del sovrano, limitando di fatto il potere di quest’ultimo.

Con grande fatica gli eserciti restauratori ripristinano l’ordine. Con una brutale repressione, la Francia interviene in Spagna, l’Austria in Italia e l’Inghilterra in Portogallo. Ma ormai è chiaro che la pace di Vienna è sotto scacco.

L’altra periferia d’Europa che insorge è la Grecia, stavolta per liberarsi dell’Impero Ottomano, unico Stato islamico. Già nel 1815 la Serbia aveva ottenuto l’indipendenza con l’appoggio russo, e anche in questo caso la Russia aiuta la Grecia, insieme a tutta la Quadruplice Alleanza.

La spiegazione di questo fatto si trova in due motivi fondamentali: il primo è che una potenza islamica in Europa non piace affatto agli imperi cristiani e ogni pezzo di terra che le viene sottratto toglie peso a tale preoccupazione, il secondo è che la Russia ortodossa punta all’egemonia su tutti i Paesi slavi e su tutti i popoli di cultura cristiana ma non cattolica (ovviamente fatta eccezione per l’Inghilterra), quindi sull’intera area balcanica.

In cambio di accettare l’imposizione di un Re austriaco, le potenze europee aiutano la lotta per l’indipendenza greca, che viene ottenuta nel 1823.

I moti ottocenteschi vedono nascere in Europa società segrete di idee liberali e democratiche avanzate, vietate e represse dai rispettivi governi per le loro finalità insurrezionali. La più nota di queste è la Carboneria, così chiamata perché i suoi membri agiscono camuffati da venditori di carbone. Le donne legate a questa società sono invece dette giardiniere. La storiografia ufficiale da un lato ha cancellato del tutto la partecipazione femminile ai moti e dall’altro ha raccontato quella maschile solo in chiave nazionalistica e patriottica, non menzionando il carattere rivoluzionario di tali organizzazioni.

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Restaurazione e moti rivoluzionari. Il Congresso di Vienna

INDICE

 Dopo la Rivoluzione, Napoleone Bonaparte dà il via all’espansionismo francese ottenendo in un primo momento numerose vittorie e conquiste territoriali. Con queste diffonde in Europa l’imperialismo e il militarismo, ma anche gli ideali rivoluzionari che pochi decenni prima avevano scosso la Francia e abbattuto la monarchia assoluta, creando una situazione di subbuglio politico e sociale difficilmente controllabile. Sebbene gestiti da parenti dello stesso Napoleone, i piccoli Stati da lui creati in Italia, Spagna e Portogallo con il nome di “Repubbliche giacobine” contribuiscono a diffondere i sentimenti di Liberté Égalité e Fraternité in tutta l’Europa.

Nel 1812 la Campagna di Russia aperta da Napoleone si conclude con un esito disastroso: la popolazione russa arretra facendo trovare ai soldati francesi solo terra bruciata e città vuote, lasciando che la fame e l’inverno distruggessero l’invasore. L’anno dopo le armate napoleoniche subiscono un’altra clamorosa sconfitta a Lipsia, nell’Europa centrale, questa volta da parte di una coalizione formata da Austria, Prussia, Russia e Svezia.

Nel 1814 Napoleone, confinato all’isola d’Elba, riesce a tornare in Francia e armare nuovamente l’esercito. L’ultima e definitiva battaglia persa è quella di Waterloo (nell’attuale Belgio) contro l’Inghilterra. Napoleone viene recluso nuovamente, stavolta sull’isola di Sant’Elena, in mezzo all’Oceano Atlantico, dove morirà nel 1821.

La grande paura che ha spinto tutte le potenze europee a coalizzarsi contro la Francia è sicuramente quella di perdere territori, ma anche e soprattutto di veder diffondere gli ideali della grande Rivoluzione del 1789.

Con questo spirito nel novembre 1814, pochi giorni prima della battaglia di Waterloo, si apre il Congresso di Vienna. Qui si riuniscono i rappresentanti di tutti gli Stati che hanno contribuito a sconfiggere la Francia e di tutti gli interessi che l’espansione napoleonica ha turbato. L’obiettivo è ristabilire l’ordine che regnava in Europa prima della Rivoluzione: azzerare le conquiste di Napoleone, restaurare la monarchia assoluta e rimettere sul trono i sovrani spodestati.

Fino a quel momento alla fine delle guerre vincitori e vinti si riunivano intorno a un tavolo per trattare le condizioni della futura pace: ovvio che la parola del vincitore contava di più, ma anche la parte sconfitta la sua parte di voce in capitolo ce l’aveva. Con il Congresso di Vienna, per la prima volta nella Storia moderna, le potenze vincitrici si riuniscono da sole e decidono le condizioni per punire la nazione sconfitta senza consultarla né coinvolgerla nelle trattative: la Francia è considerata l’unica responsabile di aver sconvolto la pace europea prima vigente.

Il primo dei criteri che guida il Congresso è il cosiddetto principio di legittimità: si vuole ristabilire l’assetto europeo prerivoluzionario in virtù del fatto che, secondo gli artefici della Restaurazione, la presunta legittimità della monarchia assoluta sarebbe basata sull’origine divina del potere. Quindi l’Austria deve tornare agli Asburgo, il Portogallo ai Braganza e la Francia e la Spagna ai Borbone; l’Italia meridionale viene restituita ai Borbone con il Regno delle Due Sicilie (ex Regno di Napoli) e quella settentrionale agli Asburgo con il Regno Lombardo-Veneto, mentre al centro della penisola restano lo Stato Pontificio sotto il diretto controllo papale e i Ducati di Parma, Piacenza e Modena e il Granducato di Toscana dati in mano a famiglie legate agli Asburgo ma di fatto autonomi.

L’altro importante elemento guida del Congresso di Vienna è il principio di equilibrio. Le ultime guerre hanno dimostrato notevoli fragilità e squilibri nella cartina europea lasciando ad alcuni Stati la possibilità di espandersi facilmente a danno dei vicini: riportare la situazione esattamente al punto di partenza rischia di far ripetere le esperienze appena vissute. Inoltre, le mire imperialiste di Napoleone si sono servite di soldati che credevano in buona fede negli ideali rivoluzionari ed erano convinti di star esportando proprio quei valori, che hanno comunque lasciato un segno nella mentalità comune non solo francese: con queste premesse, è forte il rischio di nuove rivolte e tentativi rivoluzionari. E allora la nuova mappa dell’Europa dovrà essere a prova di insurrezione.

Con questo criterio vengono creati degli Stati-cuscinetto, in particolare intorno alla Francia, utili per arginare in tempo eventuali nuove espansioni e tamponare ogni spinta libertaria. Così tra Francia e Prussia nasce il Regno dei Paesi Bassi dalla fusione di Belgio e Olanda, troppo piccole da sole per resistere ad attacchi o attutire colpi; con la stessa intenzione, tra Francia e Austria, il Piemonte, la Sardegna e la ex Repubblica di Genova vengono unite a formare il Regno di Sardegna, affidato alla famiglia Savoia; l’Impero Russo si espande fino alla Polonia in cambio di alcune concessioni territoriali al Regno di Svezia; al posto della ricostituzione del Sacro Romano Impero Germanico viene sancita un’alleanza tra Austria e Prussia con il nome di Confederazione Germanica; l’Impero Ottomano non viene toccato e l’Inghilterra non avanza alcuna pretesa territoriale sull’Europa continentale (nonostante abbia gran parte del merito della sconfitta di Napoleone) ma ottiene invece di allargare il proprio impero coloniale oltreoceano. La Spagna è il luogo dove la repressione è più forte: viene perseguitato chiunque abbia tendenze liberali ed è sospesa la Costituzione di Cadice del 1812, principale eredità delle Repubbliche Giacobine. In Francia sale sul trono con il beneplacito asburgico e papale Luigi XVIII di Borbone, nipote di Luigi XVI (il Re ghigliottinato durante la Rivoluzione) e figlio di Luigi XVII (scomparso nel nulla senza lasciare traccia).

A suggellare il tutto viene stabilito il principio di intervento: ogni tentativo insurrezionale che metta a repentaglio l’ordine costituito deve essere duramente represso. A questo scopo nasce la Santa Alleanza: Austria, Russia e Prussia, legate dal Cattolicesimo e accompagnate dalla benedizione papale, formano una coalizione militare che interverrà a sedare le future rivolte.

Nonostante ne condivida i contenuti, l’Inghilterra protestante rifiuta l’ingresso in uno schieramento i cui principi sono ritenuti eccessivamente mistici: così nello stesso 1815 nasce la Quadruplice Alleanza, simile alla prima, ma senza la forte connotazione cattolica, con il preciso intento di isolare la Francia in cui potrebbero facilmente risorgere sentimenti rivoluzionari. In seguito, proprio per inseguire l’equilibrio ed evitare nuove guerre, i sovrani francesi rimessi sul trono entreranno nella Quintuplice Alleanza insieme agli altri quattro imperi.

 

L’unica volontà totalmente calpestata è quella popolare: non viene dato nessun ascolto, ad esempio, alle spinte indipendentiste polacche e alle idee libertarie spagnole.

Una pace fondata su questi pilastri non può avere vita lunga.

 

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Pillole di storia. Manuale non convenzionale di storia contemporanea

Introduzione

«Questo libro è stato scritto con l’intento di divulgare alcuni fatti che la storia ufficiale, la storia raccontata dai vincitori, nasconde o travisa. So che può risultare sacrilego che un testo di divulgazione parli di economia politica con lo stesso stile di un romanzo di amore o di pirati.»

Con queste parole Eduardo Galeano, intellettuale uruguayano recentemente scomparso, presenta Las venas abiertas de América Latina, il suo saggio più conosciuto. Galeano mi ha tolto le parole di bocca: a qualcuno potrà dare fastidio il mio stile “poco accademico”. Vorrei, tuttavia, che queste letture fossero accessibili a chiunque senta il bisogno di mettere in discussione le storiografie “classiche” e ricostruire un diverso “senso della Storia”, cronologico sì, ma soprattutto concettuale.

È inevitabile prendere posizione rispetto ad alcuni dibattiti e temi su cui la storiografia non concorda. Sebbene in forme diverse, ogni storia è storia di un conflitto, non necessariamente armato o di classe (anche la fiaba di Cappuccetto Rosso narra di uno scontro tra due parti avverse): dunque non credo possa esistere una narrazione “neutrale” e diffido di chi si presenta come tale.

Intendo raccontare in maniera “non convenzionale” ciò che la versione ufficiale della Storia ha sempre distorto o negato. Sarà quindi mia premura reinserire nella Storia quei soggetti che da questa si sono sempre visti cancellati (come le donne, i movimenti politici estranei ai partiti, le popolazioni indigene dei continenti extraeuropei, solo per citare i casi più eclatanti). Altrettanto non convenzionale è la gran parte delle fonti a cui ho scelto di dare fiducia, prevalentemente poco note e spesso di difficile reperimento, che lasciano spazio ai soggetti e alle voci escluse dalla Storia ufficiale. Ad esse affianco opere di autrici e autori di riconosciuta importanza sia in ambito italiano che internazionale.

Consapevole che ogni singolo paragrafo di quanto scritto meriterebbe un intero libro di approfondimento, vi lascio alla lettura di una sintesi breve e ragionata degli ultimi due secoli: pillole di storia, per farsi un’idea di come il mondo sia arrivato alle sue condizioni odierne.

Nel prossimo numero:

Restaurazione e moti rivoluzionari. 1. Il Congresso di Vienna




VIETNAM – Ricordando la liberazione di Saigon

Il 30 aprile del 1975 l’esercito nordvietnamita riuscì a riconquistare e a liberare la città di Saigon, capitale del Vietnam del sud, dall’invasione Americana. La sanguinosa guerra d’indipendenza costó alla popolazione vietnamita più di 3 milioni di vittime, a fronte dei 60.000 soldati americani deceduti durante il conflitto. A distanza di quarant’anni quella ferita resta indelebile nell’animo degli americani che per la prima volta manifestarono contro le intenzioni belligeranti del loro presidente, chiedendo di porre fine a quella mattanza. La più importante di queste manifestazioni si tenne il 21 ottobre 1967 a Washington, nei pressi del memoriale di Lincon, dove si radunarono più di 100.000 dimostranti. Questa giornata viene rievocata in una parte del famosissimo film Forrest Gump interpretato magistralmente dall’attore Tom Hanks che in un’altra scena della pellicola , viene insignito dal presidente Lyndon Johnson della Medaglia d’Onore a cui mostra il proprio deretano ferito durante il conflitto.

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ITALIA – Foibe: per cinquant’anni il silenzio della storiografia

È in queste voragini dell’Istria, cavità carsiche di origine naturale con un ingresso a strapiombo, che fra il 1943 e il 1947 sono stati gettati, vivi e morti, quasi diecimila italiani.

La prima ondata di violenza esplose subito dopo la firma dell’armistizio, l’8 settembre 1943: in Istria e in Dalmazia i partigiani slavi si vendicano contro i fascisti e gli italiani non comunisti. Torturano, massacrano, affamano e poi gettano nelle foibe circa un migliaio di persone. Li considerano “nemici del popolo”. Ma la violenza aumenta nella primavera del 1945, quando la Jugoslavia occupa Trieste, Gorizia e l’Istria. Le truppe del Maresciallo Tito si scatenano contro gli italiani. A cadere dentro le foibe ci sono fascisti, cattolici, liberaldemocratici, socialisti, uomini di chiesa, donne, anziani e bambini. Lo racconta Graziano Udovisi, l’unica vittima del terrore titino che riuscì a uscire da una foiba. È una carneficina che testimonia l’odio politico-ideologico, è la pulizia etnica voluta da Tito per eliminare dalla futura Jugoslavia i non comunisti. La persecuzione prosegue fino alla primavera del 1947, fino a quando, cioè, viene fissato il confine fra l’Italia e la Jugoslavia. Ma il dramma degli istriani e dei dalmati non finisce.

Nel febbraio del 1947 l’Italia ratifica il trattato di pace che pone fine alla Seconda guerra mondiale: l’istria e la Dalmazia vengono cedute alla Jugoslavia. Trecentocinquantamila persone si trasformano in esuli. Scappano dal terrore, non hanno nulla, sono bocche da sfamare che non trovano in Italia  accoglienza. Non suscita solidarietà chi sta fuggendo dalla Jugoslavia, da un paese comunista alleato dell’URSS, in cui si è realizzato il socialismo reale. La vicinanza ideologica con Tito è la ragione per cui il PCI non affronta il dramma, appena concluso, degli infoibati. Ma non è solo il PCI a lasciar cadere l’argomento nel disinteresse. Come ricorda lo storico Giovanni Sabbatucci, la stessa classe dirigente democristiana considera i profughi dalmati “cittadini di serie B” e non approfondisce la tragedia delle foibe. I neofascisti, d’altra parte, non si mostrano particolarmente propensi a raccontare cosa avvenne alla fine della seconda guerra mondiale nei territori istriani. Fra il 1943 e il 1945 quelle terre sono state sotto l’occupazione nazista, in pratica sono state annesse al Reich tedesco.

Per quasi cinquant’anni il silenzio della storiografia e della classe politica avvolge la vicenda degli italiani uccisi nelle foibe istriane. È una ferita ancora aperta, “perché – ricorda ancora Sabbatucci – è stata ignorata per molto tempo”. Il 10 febbraio del 2005 il Parlamento italiano ha dedicato la giornata del ricordo ai morti nelle foibe. E’ iniziata solo da un decennio l’elaborazione di una delle pagine più angoscianti della nostra storia.

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, a Montecitorio durante la giornata del ricordo degli italiani gettati nelle cavità carsiche:

“Il Parlamento con decisione largamente condivisa ha contribuito a sanare una ferita profonda nella memoria e nella coscienza nazionale”. Così il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha ricordato le vittime delle foibe e l’esodo degli italiani giuliano -dalmati nel corso del Giorno del Ricordo, celebrato a Montecitorio. “Per troppo tempo – ha aggiunto il Presidente – le sofferenze patite dagli italiani giuliano-dalmati con la tragedia delle foibe e dell’esodo hanno costituito una pagina strappata nel libro della nostra storia”.

Alla celebrazione è intervenuta anche il presidente della Camera Laura Boldrini, che ha parlato di “un debito” italiano verso le vittime e “di una violenza brutale” rispetto alla quale “dobbiamo assumerci la responsabilità di aver negato o teso a oscurare la verità”. Il Giorno del Ricordo è stato istituito nel 2004 per ricordare le oltre diecimila vittime gettate nelle cavità carsiche ai confini orientali del nostro Paese tra il 1943 e il 1945 per ordine del dittatore jugoslavo Tito intenzionato a ‘slavizzare’ territori che erano stati a lungo italiani, come l’Istria e Fiume. Nel suo intervento, Boldrini ha lamentato che questo oblio sia stato dovuto “per calcoli diplomatici o convenienze internazionali”. Quella tragedia, ha detto fra l’altro la presidente della Camera, “è un monito per il passato e per il futuro: contro l’intolleranza, le dittature, le guerre e ogni tendenza a nascondere la verità”. Durante la celebrazione, che si è svolta nella sala della Regina della Camera dei deputati, Mattarella ha consegnato i premi alle scuole vincitrici del concorso nazionale ‘La Grande Guerra e le terre irredente dell’Adriatico orientale nella memoria degli italiani’, promosso dal Miur.




A un secolo dalla tragedia armena

Il 5 febbraio, nell’Auditorium San Fedele, in Piazza Zamara, a Palazzolo sull’Oglio (Bs), è toccato a Cyril Aslanov, grande conoscitore del primo genocidio del Novecento, intervenire per fare memoria attiva della persecuzione feroce di un popolo.

Come è noto, il genocidio armeno si è svolto in due fasi principali. Il primo massacro (1894-1897) è legato alla figura del sultano Abdul Hamid II (da cui il termine “massacro hamidiano”), il quale volle punire una popolazione in rivolta ordinando terribili repressioni. Il secondo massacro (1915-1923), quello drammaticamente più importante, è invece legato al gruppo dei Giovani Turchi, che per mettere capo ai propri obiettivi nazionalisti pianificarono l’eliminazione sistematica della popolazione armena presente nel paese. Tutto ebbe inizio nella notte tra il 23 e il 24 aprile 1915, quando nella città di Costantinopoli (l’odierna Istanbul) si verificò un improvviso rastrellamento degli intellettuali appartenenti all’élite armena presenti in città. In un solo giorno scomparvero quasi 300 persone appartenenti alla classe dirigente tra cui giornalisti, scrittori, avvocati e persino deputati al Parlamento.

Queste persone vennero deportate in Anatolia, e chi sopravvisse al duro tragitto venne massacrato una volta giunto a destinazione. Dopo aver eliminato la classe dirigente, il governo turco, con un decreto emesso sempre nel 1915, ordinò il disarmo di tutti i militari armeni arruolatisi per la guerra(circa 350.000), che vennero arrestati e massacrati. Infine il piano dei Giovani Turchi colpì l’intera popolazione armena dell’Anatolia, deportata verso la Mesopotamia. Presero avvio le terribili marce della morte che coinvolsero circa 1.200.000 persone. I Giovani Turchi uccisero senza pietà gli uomini e deportarono i bambini e le donne nel deserto siriano, dove morirono per la fame e per la sete. Totalmente abbandonati. Ad alcuni bambini vennero inchiodati ai piedi i ferri di cavallo. I beni sequestrati andarono ad arricchire alcune famiglie turche. Fu il Medz Yeghern, il ‘Grande Male’.

Tale orrore è stato dimostrato nel corso del tempo da varie personalità, tra le quali spicca lo studioso di origine ebraica Yehuda Bauer, che nel suo libro The Place of the Holocaust in the Contemporary History, definì il genocidio armeno il caso che più si avvicina alla Shoah o come il giurista polacco Raphael Lemkin – onorato nel Giardino dei Giusti di Brescia nel 2013. Lemkin dedicò la sua vita allo studio dei crimini contro l’umanità, ponendo le basi di un’assunzione di responsabilità degli Stati che ha portato all’istituzione del Tribunale Permanente dei Popoli. Dopo aver conosciuto lo sterminio degli armeni e la ferocia perpetrata dai nazisti in quel ‘contro evento’ che fu la Shoah, esule negli Usa, coniò il termine genocidio fatto proprio dall’Assemblea generale dell’Onu il 9 dicembre 1948. Infine non ci si può esimere dal ricordare un’altra figura eminente, Armin Wegner – poeta e intellettuale tedesco, testimone di verità per gli armeni e per gli ebrei – che eludendo i divieti delle autorità turche e tedesche, ha scattato centinaia di fotografie nei campi dei deportati, documentando, anche con lettere e diari, la tragedia del popolo armeno. Sull’argomento si segnala il pregevole testo edito in questi giorni dalla casa editrice Giuntina: Pro Armenia. Voci ebraiche sul genocidio armeno, che si avvale dell’autorevole prefazione di Antonia Arslan e dell’altrettanto efficace postfazione di Fulvio Cortese e Francesco Berti (traduzione di Rossanella Volponi) raccoglie, per la prima volta in Italia, le voci di eminenti personalità: da Lewis Einstein (I massacri armeni), a André Mandelstam (La Turchia), da Aaron Aaronsohn (Pro Armenia) a Raphael Lemkin (Dossier sul genocidio armeno).

«Per genocidio intendiamo la distruzione di una nazione o di un gruppo etnico.[…] In senso generale, genocidio non significa necessariamente la distruzione immediata di una nazione, se non quando esso è realizzato mediante lo sterminio di tutti i membri di una nazione. Esso intende, piuttosto, designare un piano coordinato di differenti azioni miranti a distruggere i fondamenti essenziali della vita dei gruppi nazionali, per annientare questi gruppi stessi».

R. Lemkin, Axis Rule in Occupied Europe




Gli elementi pagani del Natale

Il Natale nella religione cristiana coincide con la nascita di Gesù Cristo celebrata come di consuetudine il 25 dicembre. I simboli legati a questa festività sono l’albero di Natale e il presepe. Riguardo quest’ultimo, la città partenopea da secoli ha avviato una produzione artigianale di presepi in mostra, visitabile a Napoli durante tutto l’anno nella zona chiamata Spaccanapoli. Il primo presepe fu però allestito ad opera di San Francesco d’Assisi nel 1223 in un paesino chiamato Greccio. Analizzando i personaggi di cui esso è composto, secondo le testimonianze dei Vangeli , a primo acchito c’è qualcosa che non quadra: i pastori infatti porterebbero al pascolo le proprie greggi nei campi, cosa alquanto improbabile da poter fare nel mese di dicembre. Volendo indagare su questo elemento e cercando notizie più approfondite sulla Bibbia, in realtà non vi è riportata alcuna data certa circa la nascita del Bambinello. La data, dunque fu scelta a secoli di distanza perché in realtà coincideva con altre festività pagane. L’imperatore romano Costantino, che concesse al suo popolo la libertà di culto, si trovò nella condizione di dover accontentare la parte della popolazione pagana e per questo la religione cristiana risulta contenere al suo interno elementi pagani.
Alcune delle divinità che sarebbero nate prima di Cristo in questa data sono le seguenti: Il dio Egizio Horur, la cui iconografia e vita coincide in molti fattori con quella di Gesù, Il dio Babilonese Tamuz, figlio e sposo della dea Ishtar, il Dio indo-persiano Mitra, anch’esso generato da una vergine e soprannominato “Il Salvatore”.