Le orme di Laetoli: primi passi femminili nella preistoria

I reperti paleoantropologici non sono costituiti solo da ossa e da manufatti. A volte la presenza dei primi ominidi è testimoniata da altre tracce altrettanto significative. È il caso delle “orme di Laetoli”, impronte perfettamente conservate nel tufo solidificato formatosi dalle ceneri di un antico vulcano.

Cosa ci dicono queste orme rinvenute nella località di Laetoli in Tanziania a circa 45 km a sud di Olduvai, uno dei più importanti siti archeologici africani, ricco di ritrovamenti che hanno avuto un ruolo determinante per quello che riguarda la comprensione dell’origine dell’Umanità?  Nel 1977, durante una spedizione guidata dalla famosissima paleoantropologa inglese Mary Leakey (di cui parleremo nel prossimo numero), ad opera di un membro del team, il dottor Paul I Abel, vennero alla luce queste impronte dalle caratteristiche morfologiche tipicamente umane. Si possono infatti rilevare il tallone moderno,  l’arco plantare perfettamente formato e l’allineamento dell’alluce con le altre dita, a differenza delle scimmie antropomorfe che hanno l’alluce divergente del piede prensile. Poi le orme: due tracce facilmente distinguibili, di due individui di dimensioni diverse, che camminavano affiancati. Le più grandi appartenevano a un maschio adulto, quelle più piccole a una femmina di corporatura più minuta. Ma non è tutto: si possono mettere in evidenza altre orme ancora più piccole probabilmente appartenenti a un cucciolo che cammina, quasi saltellando, mettendo i piedini nelle impronte del grande maschio. Si può ipotizzare che sia una famigliola preistorica composta da un padre, una madre e un figlio che proseguono la loro marcia in un territorio ostile e pericoloso. Ma si tratta di un avanzare tranquillo: l’intervallo tra le orme indica l’ampiezza di un passo normale. La famigliola si spostava senza fretta, probabilmente alla ricerca di cibo e acqua, mentre all’orizzonte il vulcano rumoreggiava emettendo ogni tanto sbuffi di cenere,

Si tratta del vulcano Sadiman, attivo in quell’epoca, ossia quasi tre milioni e mezzo di anni fa, secondo le datazioni radiologiche al potassio-argo. A seguito di un’eruzione, nel luogo si depositò uno strato di cenere di circa 1,5 cm; una breve pioggia trasformò la cenere in fango su cui si impressero le impronte di quei lontani viandanti (circa una cinquantina) per un tratto di quasi 23 metri. Successivamente il sole solidificò il fango trasformandolo in tufo. Un’ulteriore eruzione seppellì il tutto sotto uno strato di cenere conservando intatte le orme.

I metodi di datazione radiometrica al potassio-argo hanno confermato l’antichità di queste orme che dovevano appartenere a individui del genere Australopithecus afarensis, insomma, parenti di Lucy!

 




Un mate con Gabriela

Nel piccolo comune di Vicuña, nella regione cilena del Coquimbo, non è mai successo nulla di particolarmente eclatante. Tuttavia, è in questo tranquillo paesino di campagna che è nata Gabriela Mistral ed è proprio qui, in un bar sulla via che oggi porta il suo nome, che mi aspetta la poetessa cilena più famosa di tutti i tempi.

“Mi sono permessa di prendere un mate anche per te, qui in Sudamerica è d’obbligo!”

“Grazie mille signora Mistral1, non vedevo l’ora di provarlo.”

“Puoi chiamarmi Lucila, il mio vero nome. Qui a Vicuña mi conoscono così.”

“È qui che è cresciuta?”

“Sì, la mia famiglia è di qui, ho frequentato la scuola locale finché non sono stata cacciata.”

“Cacciata?!”

“Delle mie compagne hanno pensato bene di accusarmi di aver rubato del materiale scolastico… Ovviamente non era vero, ma poco importa, sono stata espulsa dalla scuola e ho cominciato a prendere lezioni private da mia sorella Emelina, che era già diventata una maestra. È grazie a lei che poco dopo ho iniziato ad insegnare anch’io. È riuscita a trasmettermi tutta la sua passione.”

“So che le sue prime poesie e i suoi primi articoli vennero pubblicati quando lei era ancora giovanissima, in concomitanza con l’inizio del suo percorso nella scuola. Non dev’essere stato facile affermarsi nel Cile di inizio ‘900! Quali sono le difficoltà maggiori che ha incontrato?”

“Ero una ragazza di campagna, socialista e libera pubblicista: è evidente che fossi un personaggio scomodo e piuttosto inusuale per il Cile di quegli anni. Infatti, quando avevo 15 anni mi hanno lanciato un messaggio molto chiaro: io volevo insegnare, già avevo lavorato come assistente in una scuola, ma per passare alle superiori bisognava entrare alla Normale di La Serena. In famiglia non c’erano soldi, ma, trattandosi di un investimento concreto sul mio futuro, io e mia madre siamo riuscite a mettere da parte la quota per la retta. Ho passato l’esame d’ammissione a pieni voti, ma sono stata espulsa poco dopo per via della mia collaborazione giornalistica con El Coquimbo, un quotidiano locale. Lo sai perché? Perché avevo osato parlare di accesso all’istruzione, avevo promosso un modello di insegnamento libero e aperto a tutti, senza limitazioni di classe sociale. Capirai! Per un’università che chiedeva 3000 pesos d’iscrizione era un colpo basso.”

“E con quale giustificazione l’hanno espulsa?”

“Sono stata tacciata di essere una sovversiva, di scrivere articoli pagani e socialisti e, di conseguenza, di non essere adatta all’insegnamento. Sinceramente, non porto rancore… Posso dire con serenità di aver avuto la mia rivincita.”

“Parla del Nobel per la letteratura del ’45?”

“Per carità, il Nobel è stato un onore indescrivibile, ma non è a quello a cui mi riferivo. Anche prima del ’45 ho avuto tante altre soddisfazioni, ma non c’è concorso letterario o incarico istituzionale che possa eguagliare la gioia che mi hanno regalato i miei studenti.”

“Cosa significa per lei insegnare?”

“Insegnare è lasciare un segno. È andare oltre qualsiasi pregiudizio, tentare di cambiare il mondo, di renderlo più giusto. Ho lottato tutta la vita affinché ai banchi della mia classe potessero sedersi bambine e bambini, di qualsiasi estrazione sociale. Ho cercato di azzerare le disparità, almeno dentro l’aula, e di trasformare la differenza in arricchimento, in una spinta alla scoperta.
È un lavoro difficile, me se funziona… Oh, se funziona allora quei bambini e quelle bambine usciranno dalla scuola con una luce diversa negli occhi! Magari non sapranno a memoria tutte le date di storia, o i fiumi del Cile, ma sapranno guardare la realtà con occhi vispi e aperti, saranno uomini e donne libere.”

“Cosa pensa del valore che l’insegnamento ha assunto oggi?”

“Trovo le politiche scolastiche attuali vergognose: stanno trasformando la scuola in una fabbrica di manodopera, in cui gli studenti sono numeri funzionali alla macchina del lavoro e non più menti libere da incoraggiare, da far fiorire. Ma cos’è la scuola se non uno stimolo a conoscere il mondo? Chi è l’insegnante se non chi riesce a far dialogare il sapere con le reali esperienze della vita?
Insegnare è un atto di sublime bellezza, è poesia! Nel momento in cui viene privato del suo valore critico, della sua libertà, perde il suo senso.”

C’è poco da fare: un vero insegnante non smette mai di insegnare, c’è tanto da imparare in ogni suo gesto, in ogni sua parola. E Gabriela, anzi Lucila, con ogni sillaba insegna e cattura, in un vortice inscindibile di educazione e poesia.

1GABRIELA MISTRAL: nata in Cile, nel comune di Vicuña nel 1889, è stata una poetessa, insegnante e femminista cilena. Fu la prima donna latinoamericana a vincere il Premio Nobel per la letteratura nel 1945. Insegnante anticonformista, si fece promotrice di una scuola libera e accessibile a tutti e nonostante non avesse titoli accademici, nel 1922 fu invitata dal Ministro dell’Educazione messicano a collaborare alla riforma scolastica del Paese. Tra le sue raccolte di poesie più belle ricordiamo “Sonetos de la muerte” “Desolación” e “Tala”. Morì a New York nel 1957.




I moti del 1848 e la nascita della I Internazionale: «uno spettro si aggira per l’Europa»

Oltre ai fatti francesi, il 1848 è un anno esplosivo per tutta l’Europa.

Nell’Impero Austroungarico la lotta liberale per una Costituzione scritta che ponga fine alla monarchia assoluta degli Asburgo si sovrappone alle spinte indipendentiste di tutte le minoranze culturali ed etniche inglobate nell’impero. Ungheria, Boemia e Regno Lombardo-Veneto insorgono ma vengono duramente schiacciate. Il Regno di Sardegna tenta una prima guerra contro l’Austria per ottenere il Nord della penisola italiana, ma tale avventura, nota come I guerra d’Indipendenza, si rivela un clamoroso fallimento per l’abissale dislivello militare tra i due Stati.

Non si può certo dire invece che l’insurrezione nel Regno di Sardegna, per quanto di breve durata, sia stata inutile: il Re Carlo Alberto di Savoia, invece di ricorrere alla repressione militare, concede una Costituzione liberale, nota appunto come Statuto Albertino, confermata dal suo successore Vittorio Emanuele II.

FOTO 1. La prima pagina dello Statuto Albertino

Invece la volontà di trasformare la grande Confederazione Germanica a guida austriaca in un moderno Stato federale naufraga, sostituita da una confederazione più piccola a guida prussiana da cui l’Austria rimane esclusa. Ma a lungo si continuerà a inseguire il desiderio di unificare anche politicamente l’identità culturale tedesca. Intanto però, con l’estensione del suffragio elettorale, gli interessi dei commercianti e dei banchieri entrano in Parlamento.

Sui moti del 1848 e sulla direzione che questi hanno dato alla Storia è necessario fare alcune considerazioni. Fino a questo momento le richieste della borghesia hanno raccolto un seguito notevole anche tra lavoratori dipendenti (braccianti, garzoni, operai…) e persino nullatenenti in quanto andavano contro i vecchi privilegi nobiliari di origine feudale; a partire dalla Rivoluzione Francese è chiaro che la colonna portante della società moderna non è più la vecchia aristocrazia di proprietari terrieri e latifondisti, ora accusati di parassitismo, bensì la nuova classe imprenditoriale: anche se la Rivoluzione non è riuscita a imporre tale passaggio in via definitiva, ne ha comunque gettato le basi in maniera ormai indelebile. Luigi Filippo d’Orléans, pur essendo di famiglia nobile, ha facilitato gli interessi borghesi fino a rendersi conto che tornare indietro era ormai impossibile; Napoleone III ha tolto tutte le libertà politiche ma non ha potuto toccare quelle economiche; persino la Prussia, molto autoritaria al suo interno e ancora legata all’Ancien Régime, deve ormai fare i conti con la società mutata. La borghesia in questa prima metà di secolo è riuscita a far passare i propri interessi come bene universale: le libertà economiche diffuse, il diritto alla proprietà privata, una Costituzione scritta che garantisca tali conquiste e l’obbligo del Re di trattare con rappresentanti dei suddetti interessi attraverso il Parlamento. Solo l’Austria e gli Stati della penisola italiana sono ancora aggrappati a un’economia feudale. Ma nel 1848 qualcosa inizia a cambiare. La scintilla che ha dato il via all’insurrezione di Parigi fino a far scappare il «Re borghese» era stata causata da alcune restrizioni tra cui la chiusura degli ateliers nationaux, che davano lavoro ai disoccupati e ai nullatenenti: la rivolta contro un provvedimento che danneggia gli operai ma non la borghesia si può considerare uno dei primi episodi della moderna lotta di classe ottocentesca, influenzata dalla Rivoluzione industriale che ormai è andata a regime. Nel 1848 vediamo l’ultimo dei momenti in cui la nuova borghesia e il futuro proletariato lottano insieme contro la nobiltà e contro il clero e al tempo stesso il primo elemento della loro insanabile imminente separazione e il loro primo scontro. Proprio in quest’anno a Londra Karl Marx e Friederich Engels pubblicano Il manifesto del Partito Comunista, testo guida delle future lotte antiborghesi. 

FOTO 2. Copertina originale del Manifesto del Partito Comunista (Londra, 1 febbraio 1848)

Il saggio di Marx ed Engels si apre con la celebre frase «uno spettro si aggira per l’Europa»: secondo loro questo spettro è il Comunismo che nel giro di qualche decennio farà tremare il mondo, più in generale lo spettro è questo conflitto che si sta aprendo. Il 1848 è l’anno della rottura più grande della Storia moderna.

FOTO 3. Kyrgyzstan, Bishkek. Monumento a Karl Marx e Friedrich Engels in Oak park

La I Internazionale, associazione creata a Londra nel 1864 che coordina le realtà protagoniste della lotta di classe e ne rappresenta le istanze, nasce proprio dall’ala operaia dei moti del 1848, raccogliendo gli ideali anarchici, comunisti, socialisti e democratici: di fatto i liberali sono diventati oppositori del movimento operaio, nato in seno alla stessa borghesia liberale. In un primo momento fazioni così diverse riescono a convivere all’interno dell’organizzazione, ma ben presto tale convivenza diventerà impossibile proprio per le idee inconciliabili che questi diversi schieramenti portano avanti. 

Schema di date




Quello che non si nomina non esiste

Una questione in questi ultimi tempi ampiamente dibattuta è se sia grammaticalmente corretto l’uso al femminile di alcuni sostantivi indicanti la professione. In altri termini: sindaca sì o sindaca no?

Nonostante le indicazioni dell’Accademia della Crusca e i consigli dei linguisti – che sostengono l’assoluta correttezza di termini come ministra, sindaca, magistrata    sembra che la sensibilità comune stenti ad accettarli, mentre nessuno si sogna di opporsi a operaia o infermiera. Perché? Si tratta evidentemente di una questione di potere e di rappresentazione asimmetrica. In questo la lingua di genere gioca un ruolo fondamentale. La lingua infatti crea la realtà ed è lo strumento per esprimere noi stessi, rappresentare il mondo, metterci in comunicazione con gli altri e creare relazioni. In molte professioni, come nell’avvocatura o nella scuola, le donne sono la maggioranza, eppure sono sottorappresentate dal punto di vista della lingua. Purtroppo però quello che non si nomina non esiste.

La nostra è una lingua androcentrica, costruita attorno all’uomo. Eppure l’italiano ha due generi: maschile e femminile.  È curioso che, se ci riferiamo a professioni ritenute comuni, come maestra, spazzina, cassiera non ci sono difficoltà a declinarle al femminile; se invece entriamo nell’ambito del potere o di professioni considerate prestigiose, allora l’uso del maschile prevale.

A parziale giustificazione possiamo addurre delle motivazioni storiche. La società stessa è sostanzialmente androcentrica e molte professioni fino a poco tempo fa erano negate alle donne. Se le prime giudici italiane sono del 1963, è chiaro che prima non potesse esistere la parola magistrata, ci vorrà quindi un po’ di tempo perché le cose cambino.

Una delle obiezioni più ricorrenti che si fanno è che certe parole «suonano male». Stranamente però questo approccio non lo applichiamo ad altre parole che con la rappresentazione del femminile non hanno nulla a che fare, da googlare a linkare: sono forse termini belli o che suonano bene? Eppure la parola che ci dà fastidio è ministra, che è come minestra. Qui mi pare che ci arrocchiamo su posizioni anteguerra.

Purtroppo sono molto spesso le donne ad assumere un lessico che prende come punto di partenza il maschile. Ci sono direttrici che si fanno chiamare direttore perché lo ritengono più prestigioso. Ma dubito che si farebbero chiamare operaio invece di operaia. Altre invece, anche giovani, fanno resistenze dicendo che “i problemi sono altri”, le violenze, i femminicidi… Ed è vero, ma non dimentichiamo che la lingua cambia la realtà. E se fosse davvero un argomento poco rilevante, non smuoverebbe così le viscere di tutti.

Si tratta infine anche di una questione di chiarezza.  Se io dico: “I giornalisti hanno incontrato il direttore” mi immagino si stia parlando di tre uomini. Se invece dico: “Il giornalista e la giornalista hanno incontrato la direttrice” rappresento la realtà effettiva. Dobbiamo essere consapevoli che la nostra grammatica non solo ci dice che si può fare, ma se un bambino a scuola scrivesse: “La ministro è andata”, la maestra gli correggerebbe la concordanza. Lo scopo è essere chiari e non fraintendibili. Umberto Eco diceva: lector in fabula, è chi legge che attribuisce il senso al linguaggio.

Per ogni dubbio poi, ricordiamoci che ci sono i manuali, come Tutt’altro genere di informazione (Consiglio Nazionale-Ordine dei Giornalisti, 2015) e Linguaggio giuridico e lingua di genere: una simbiosi possibile (Edizioni dell’Orso, 2013). O la guida dell’associazione di giornaliste Giulia, a cura di Cecilia Robustelli, Donne, grammatica e media. Gli strumenti ci sono, usiamoli.




Il Premio Campiello e le scrittrici

Il Premio Campiello, fondato nel 1962 per iniziativa di un gruppo di industriali veneti, è attivo dal 1963. L’ambito riconoscimento è andato a molte delle più significative opere di narrativa edite in Italia negli ultimi 55 anni, a iniziare da La treguadi Primo Levi, vincitore della prima edizione. Caratteristica del Premio è il sistema di selezione, che avviene attraverso una doppia giuria. C’è una Giuria di letterati, costituita da un gruppo di critici e critiche letterarie, accademici e accademiche, cultori e cultrici di lettere che, dopo aver proposto le opere che ritengono degne di concorrere alla selezione, votano una cinquina finalista; questa poi viene sottoposta al giudizio di una Giuria popolare di 300 persone ogni anno diverse, che scelgono l’opera vincitrice.

Delle 56 opere premiate nei 55 anni di attività (c’è un solo ex aequo), 43 sono state scritte da uomini, 13 da donne: una percentuale di vincitrici del 23%, nettamente superiore a quella dei premi finora considerati (a esclusione del Bagutta Opera Prima) ma sempre bassa.

Logo Premio Campiello

Questo l’elenco: Gianna Manzini,1971, Ritratto in piedi;Rosetta Loy,1988, Le strade di polvere;Francesca Durante,1989,  Effetti personali;Dacia Maraini,1990, La lunga vita di Marianna Ucria;Isabella Bossi Fedrigotti,1991, Di buona famiglia;Marta Morazzoni,1997, Il caso Courrier;Paola Mastrocola,2004, Una barca nel bosco;Mariolina Venezia,2007, Mille anni che sto qui;Benedetta Cibrario,2008, Rossovermiglio;Margaret Mazzantini,2009, Venuto al mondo;Michela Murgia, 2010,Accabadora;Simona Vinci,2016, La prima verità;Donatella Di Pietrantonio,2017, L’Arminuta.

Ma anche in questo caso, se consideriamo gli ultimi dieci anni, dal 2008 al 2017, scopriamo risultati paritari: 5 scrittori e 5 scrittrici premiate. Da notare che questo avviene nonostante una presenza femminile complessivamente minoritaria: 19, in questo periodo, le donne presentate alle selezioni definitive, a fronte di 31 uomini. E tuttavia almeno una scrittrice è presente in finale in tutte le ultime dieci edizioni, cosa che prima non avveniva: molte cinquine negli anni precedenti erano costituite esclusivamente da uomini.

Evidentemente, nonostante la preferenza che le giurie tecniche (prevalentemente maschili) continuano a rivelare per le opere degli scrittori, a influire sui risultati del Campiello correggendo lo squilibrio di genere è il voto delle giurie popolari; ciò rivela che i lettori e le lettrici sono meno condizionate dai pregiudizi di quanto non siano gli addetti (e chissà se anche le addette) ai lavori, che fanno probabilmente ancora fatica ad accettare la presenza femminile nella cittadella delle lettere.

 




Napoli – Biografie riemerse: 3. Lydia Cottone

Un anno prima della sua scomparsa, nel 1998, la scultrice Lydia Cottone donò all’Ente Provincia di Napoli (oggi Città Metropolitana) le pietre ollari esposte al centro del Chiostro del Complesso di Santa Maria La Nova, sede che accoglie convegni dedicati alle donne e alle loro attività; eppure solo pochissime persone conoscono il nome o la storia dell’artefice delle opere esposte e del suo grande talento artistico. 

Moltissima parte della cittadinanza non sa che Lydia Cottone è autrice di opere simbolo di Napoli. Una donna e una artista scarsamente ri-conosciuta anche se le sue opere sono sotto gli occhi di tutte e tutti. La città dove nacque nel 1922 e morì all’età di settantasette anni ignora che il monumento a Salvo D’Acquisto, carabiniere eroe notissimo, celebrato anche da sceneggiati televisivi, nell’omonima piazza, è una sua opera. Le ricorrenze del calendario civile, dal 25 Aprile alle Quattro Giornate di Napoli, vedono autorità e associazioni deporre corone dall’alloro alla memoria di eroi civili, ai piedi delle sue sculture, dimenticando sempre il nome della donna che eresse in loro ricordo manufatti imponenti e indimenticabili. Così è per i due gruppi bronzei di “Alfa e Omega” nel nuovo cimitero di Poggioreale e per il “Podista e il Discobolo” esposti nei giardini di Piazza Quattro Giornate. Tutte opere popolarissime, punti di riferimento nella geografia cittadina, luoghi di ritrovo quotidiani che si scoprono dover essere alla ricerca dell’autrice che li ideò e realizzò. La fama internazionale è ampia, meno nella patria natia: sarà anche l’essere stata una scultrice? L’oblio legato alla fine dell’esistenza terrena delle artiste, delle scrittrici, pittrici, come già ricordato negli altri articoli? La difficile resistenza nella memoria collettiva di opere e attività di tante donne significative? Oltre a Napoli – dove si diplomò, all’Accademia delle Belle Arti, e dove intraprese la strada della figurazione neorealista, per conquistarsi ben presto uno spazio autonomo di taglio espressionista – altre sue opere sono esposte in importanti sedi europee come Copenaghen e San Pietroburgo. Una strada le è stata intitolata, la targa apposta nel 2014 per la tenacia della nipote e altri familiari, nella zona definita “dei colli” poco lontano dalla sua ultima abitazione; dopo l’apposizione della targa stradale, riconquistata la notorietà, il Terziario Donna della Confcommercio di Napoli ha intitolato a Cottone il suo Premio annuale.




La lezione di Ripellino. Un poeta in cattedra

Di Giusy Sammartino

(Palermo 4 dicembre 1923 -Roma 21 aprile 1978)

A quaranta anni dalla morte

I poeti, non quelli che scrivono in versi, ma quelli che vivono la vita da poeti, credi di incontrarli solo dentro una fiaba, vestiti di uno scuro mantello colore del cielo notturno. Oppure, chissà, forse anche girovaghi, al seguito di qualche compagnia di teatranti. E invece un giorno ti capita di incontrarne uno sul serio, di essere stata alunna di Angelo Maria Ripellino, di averne ascoltato le lezioni, di essere interrogata da lui agli esami. Allora capisci che i sogni si possono avverare e che quel poeta è lo stesso incrociato proprio in un suo libro, il protagonista di uno dei più malinconici racconti di Storie del bosco boemo.

Ala fortuna della conoscenza accademica si è aggiunta poi per me quella di aver incontrato anche una parte della vita privata, quando, per scrivere un articolo, in occasione dei cinque anni dalla sua morte, sono stata nella sua casa di via Angela Merici, a un passo da piazza Bologna, dietro la sopraelevata, non lontano dalla “Sapienza” dove lui ha insegnato succedendo a un altro insigne slavista, Ettore Lo Gatto, del quale Ripellino teneva sul tavolo rispettosamente la fotografia incorniciata.

Incontrando la moglie Ela Hlochova (morta anche lei, circa otto anni fa, grande compagna di traduzioni, oltre che di vita, da tanti poeti boemi), durante un piacevolissimo pomeriggio a parlare di ricordi ho visto la sua enorme leggendaria libreria, i quadri dei suoi grandissimi amici pittori e, infine, ho avuto il regalo più bello, sognato da sempre, di vedere il manoscritto di Praga magica, uno dei suoi libri più noti e più amati, una sorta di guida turistico-intellettuale per una città piena di mistero e di storie. Un manoscritto voluminoso, rigorosamente vergato a pennarello verde, scritto con quella sua caratteristica grafia chiarissima e grande che eravamo abituati a vedere a lezione.

Dai racconti di Ela Ripellino ho trovato quello che già immaginavo. Ho rivissuto le volte che da studentessa ho visitato Praga attraverso le pagine della sua magia. Tutte le volte che ho conosciuto poeti e pittori grazie alle sue storie letterarie o ho incontrato registi e attori (la Kommisarzevskaja) nei teatri di Mosca e di Praga che allora potevo solo immaginare!

Come tutti i poeti Ripellino aveva un dono, quello di trascinare, di coinvolgere con la passione del vivere “forte”, in prima persona. I suoi corsi monografici (che nostalgia dell’università di allora!) erano una corsa giullaresca e vivace tra le righe dei poeti, siano essi Puskin, Pasternak, Mal’destam o Majakovskij. Tutti li sapeva straordinariamente a memoria. Me li ha fatti amare attraverso i mille richiami all’arte, alla vita reale (indimenticabile la proposta di una tesi sulla presenza delle insegne di negozi nella letteratura russa) e persino alla scienza, sempre a tutto tondo, sempre con rigore. Ricordo la sua ultima venuta in facoltà, all’istituto di slavistica, al primo piano di Lettere e Filosofia. Era sempre ad aprile, pochi giorni prima della sua morte, quasi a richiamare ancora i versi di Majakovskij: “Io e il mio cuore non siamo vissuti neppure una volta fino a maggio/ e della mia vita passata c’è solo il centesimo aprile” (La nuvola in calzoni).

Ci ha riuniti (dovrei dire riunite per la squisita femminilizzazione della partecipazione ai suoi corsi e agli studi di slavistica) e ci ha “letto” a memoria alcuni versi del suo amico Boris Leonidovic Pasternak che chiamava, commosso, con nome e patronimico. Aveva portato i versi del poeta russo in Italia, era andato, in compagnia del poeta Evtusenko, a trovarlo nella sua dacia di Peredelkino ridendo allo scherzo del suo accompagnatore che lo aveva presentato come un “poeta georgiano” giocando sui suoi tratti apparentemente asiatici, ma realmente più attinenti al barocco della sua Palermo. Quel giorno recitando i versi sulla vecchiezza di B. L. Pasternak abbiamo sentito tutta la sua commozione e il suo rimpianto di stare per lasciare la vita, lui che anagraficamente era ancora giovane (appena cinquantaquattro anni) e con un animo di grande poeta.

Il dubbio di non essere riconosciuto poeta lo tormentava, ossessione di essere puntato a dito e costretto a difendersi: “Slavista!  mi gridano donne con frappe sul capo/ e con fettucce e fleurettes e crauti e baubau/ Slavista! Mi assalgono omini violacei/ con scrofole e nasi da Ostenda”. E in una completa rivolta di luoghi e oggetti che gli vanno contro aggiunge: “Slavista! Mi gridano i fiumi di piazza Navona. Slavista! Mi gridano da un carro funebre/ gonfio come una torta dai riccioli d’oro” (Notizie dal diluvio).

E invece Angelo Maria Ripellino è stato soprattutto un poeta e da poeta ha affrontato la cultura slava che ha amato profondamente in tutte le sue diramazioni nazionali, dalla Russia alla Boemia (ma qui gli fu fatale la sua presa di posizione della Primavera, nonché la sua ingenuità), la Polonia, la Bulgaria. La sua critica, i suoi testi non sono mai distaccati e tediosi e si leggono sempre con la fantasia con la quale si legge un romanzo intrigante. Altrimenti, senza questo intrigo, che coinvolge a capofitto il lettore, decisamente la sua scrittura non si capisce.

Come Baudelaire, Ripellino ha amato più l’inferno che il paradiso. Ha preferito essere “della stirpe dei demoni e dei giocolieri” che “angelo dalla faccia cotta”. In Sinfonietta scriverà: “Io viluppo di fiamme d’inferno, piromane e miccia”. E chi lo ha conosciuto e ha ceduto al suo fascino sa la veridicità di queste affermazioni. La mente va inevitabilmente a V.V. Majakovskij. Anche nel poeta russo c’è questa smania d’incendio, questo desiderio di violentare l’animo per vivificarlo, accendendolo. Molto in comune aveva Ripellino come Majakovsij e con tutta la cultura slava, una sorta di filiazione, di coinvolgimento culturale culminante in un vertice che per lui era il triangolo barocco Palermo- Roma-Praga.

Praga è da Ripellino città amata e sofferta cui rimane visceralmente legato. Come dimenticare le ultime pagine, sempre di Praga Magica!Sono un urlo di disperazione, ma anche un atto d’amore incommensurabile: “Dovrei dirle mi sono stuccato di te capitale Boema. E invece le dico: voglio essere ancora tuissimo, mio Schicksal, mia follia. Voglio che mi si proverbi come matto di Praga. Ripeterò le parole di Nezval: <Il tempo fugge e io vorrei dire ancora molto. Il tempo fugge e di te ho detto poco sinora –. Il tempo fugge come una rondine e accende le vecchie stelle su Praga. Come nel racconto di Kafka Primo dolorel’acrobata non vuole scendere più dal trapezio>. Questo amore per la capitale Boema non gli fa perdere la speranza, una speranza intrisa di angoscia in tempi bui cui l’autore fa cenno con il richiamo alla malinconica figura di Charlot proprio dell’ultima riga del libro.

Ricordo che lo salutai, in una limpida giornata di aprile bisbigliando tra me e me i versi di Pasternak, quelli che ci aveva recitato nella sua stanza d’istituto: “La vecchiezza è una Roma/ che invece di ciarle e di ciance/ non prove esige dall’attore/ ma una completa autentica rovina”

Mi piacerebbe che davanti a un suo ritratto, a lui che ci ha fatto viaggiare nel meraviglioso, che ci ha fatto conoscere la cultura, e non solo quella slava, dall’ottica antiaccademica della felicità, chi lo ha amato e conosciuto dicesse, come quel padre che ha issato sulle spalle il figlio indicando il corpo di Majakovskij, un padre dicesse al proprio figlio, “Lo vedi, quello è Ripellino!”.

Io vorrei che mia figlia, dopo tutto quello che le ho raccontato di lui e quello che ormai ha anche letto e amato, citando i versi dedicati da Maria Luisa Spaziani possa dire: “Mia madre mi ha lasciato un carillon magico, una boite à surprise, una chicca, un codice angelico, il verde/ unico stradivari superstite firmato Scardanelli”.

In copertina: Anna Dall’Agata, Angelo Maria Ripellino, Pineto, 1983




Vanda

L’importanza dei personaggi letterari non è definita dallo spazio che occupano nell’opera in cui compaiono, e ciò è immediatamente evidente, per esempio, riguardo all’azione di un romanzo in cui l’assassino appaia improvviso e inatteso sul finale, agisca e si dilegui immediatamente e per sempre. Spesso più sottile da cogliere per il lettore, e a volte, credo, persino per l’autore, è il peso simbolico, ma pure biografico, psicologico, delle creature che, di invenzione o realmente esistite, vivono tuttavia, per un breve tratto o anche solo per accenni, nelle narrazioni. È questo, mi sembra, il caso di un personaggio che viene intensamente, ma brevemente narrato, senza neppure citarne il nome, nella grande opera di esordio di Primo Levi, Se questo è un uomo, ma che, attraverso le notizie e le testimonianze sulla vita dell’autore, attraverso sparsi lacerti e tracce nelle sue opere successive, per accenni nelle interviste dei giorni che precedettero immediatamente la sua tragica morte, e per altre testimonianze, sappiamo essere Vanda Maestro, donna fondamentale nella vita di Primo Levi.

Vanda Maestro, di famiglia ebraica, nacque nel 1919 a Torino, dove suo padre, Cesare, di Trieste, si era trasferito e dove, con la moglie Clelia Colombo, gestiva un negozio. Conseguita la maturità classica a Torino, Vanda si laureò in chimica a Genova nel 1942. A Torino, nella Biblioteca della scuola ebraica, presso il Tempio in via Sant’Anselmo, già da qualche anno aveva stretto amicizia con alcuni coetanei con cui condivideva l’intellettualità, l’antifascismo e l’amore per la montagna, fra questi vi erano Primo Levi, Luciana Nissim, Franco Momigliano, Ada della Torre, Emanuele Artom, Eugenio Gentili Tedeschi, Bianca Guidetti Serra e altri ancora che non furono risparmiati dalle leggi razziali. A partire dal 1942, mentre gli eventi precipitavano, una parte del gruppo si trasferì a Milano, ma continuò a incontrarsi in casa di Ada della Torre. Dopo l’8 settembre, Vanda, Luciana Nissim, Primo Levi con pochi altri amici costituirono una minuscola banda partigiana presso Amay. Arrestati il 13 dicembre 1943, dopo due mesi di carcere ad Aosta, furono portati a Fossoli, dove riuscirono a restare insieme e si riunì a loro anche Franco Sacerdoti, ebreo napoletano, che aveva lavorato a Torino entrando nel gruppo degli amici della Biblioteca, anch’egli salito in montagna, ma con un altro gruppo, e poi catturato. Franco sarebbe stato fucilato durante una “marcia della morte”. Dopo un mese a Fossoli, ancora insieme i quattro amici vengono deportati ad Auschwitz-Birkenau. Dopo atroci vicende, Primo e Luciana sarebbero tornati a casa, Franco sarebbe stato fucilato durante una “marcia della morte”, Vanda inviata alle camere a gas nell’autunno del ‘44. 

Poche le parole a lei dedicate in Se questo è un uomo. I prigionieri sono ammassati nei vagoni che li portano verso una destinazione ignota, fra questi Primo e i suoi amici, che non sanno illudersi sula tragicità di quanto sta per succedere. ”Accanto a me, serrata come me fra corpo e corpo, era stato per tutto il viaggio una donna. Ci conoscevamo da molti anni, e la sventura ci aveva colti insieme, ma poco sapevamo l’uno dell’altra. Ci dicemmo allora, nell’ora della decisione, cose che non si dicono tra i vivi. Ci salutammo, e fu breve; ciascuno salutò nell’altro la vita. Non avevamo più paura.” 

I due corpi serrati, in una intimità tremenda eppure ancora dolce e confortante, poi l’ora estrema della decisione. Cosa resta da decidere a coloro che erano già destituiti di scelta?, a loro indotti a dirsi cose che i vivi non si dicono? Decidere, forse, se restare umani, decidere se piegarsi o continuare una ostinata, disperata resistenza, ancora più disarmata, ancora più invisibile. Mentre salutano uno nell’altro la vita, cioè il desiderio, l’amore e il futuro, privi di paura, come chi non spera più, loro, le vittime innocenti, sono più vive e vitali dei carnefici. Eppure, Levi lo sa, qualcosa muore allora per sempre in loro. Muore la giovinezza, muore l’illusione antica sull’uomo. Dopo la shoah, per molti muoiono l’arte e la filosofia, muore Dio. Tuttavia, Levi continuerà a vivere e a testimoniare, continuerà a credere che l’uomo può educarsi a fare il bene, e Vanda tornerà ancora nei suoi scritti. Nel 1953, nell’articolo “Testimonianza di un compagno di prigionia”, ritrovato e attribuitogli con certezza da Giovanni Falaschi dal 2001, Levi scrive: “Chi da Birkenau è tornato, ci ha raccontato di Vanda, fin dai primi giorni prostrata dalla fatica, dagli stenti, e da quella sua terribile chiaroveggenza che le imponeva di rifiutare i penosi inganni a cui così volentieri si cede davanti al danno supremo. Ci ha descritto la sua povera testa spogliata dei capelli, le sue membra presto disfatte dalla malattia e dalla fame, tutte le tappe del nefando processo di schiacciamento, di spegnimento, che in Lager preludeva alla morte corporale. E tutto, o quasi tutto, sappiamo della sua fine: il suo nome pronunciato fra quelli delle condannate, la sua discesa dalla cuccetta dell’infermeria, il suo avviarsi (in piena lucidità!) verso la camera a gas ed il forno di cremazione”; e ne La tregua riporta la testimonianza di Olga, una compagna di prigionia di Vanda “Vanda era andata in gas, in piena coscienza, nel mese di ottobre: lei stessa, Olga, le aveva procurato due pastiglie di sonnifero, ma non erano bastate”. Ne Il sistema periodico, del 1975, fa il suo nome narrando la storia del piccolo, ingenuo gruppo partigiano in cui erano insieme: […] i partigiani più disarmati del Piemonte, e probabilmente anche i più sprovveduti”. 

E certo ancora pensando a Vanda, aveva scritto il 9 gennaio 1946 la poesia 25 febbraio 1944, data della sua entrata a Monowitz) pubblicata poi nella raccolta Ad ora incerta, uscita nel 1984:

Vorrei credere qualcosa oltre,

Oltre la morte che ti ha disfatta.

Vorrei poter dire la forza

Con cui desiderammo allora,

Noi già sommersi,

Di potere ancora una volta insieme

Camminare liberi sotto il sole.

Tornerà ancora Vanda, come un dolore, come un tormentoso rimorso degli ultimi giorni, dolore e rimorso confidati, tra molte reticenze a Giovanni Tesio (si veda per questo l’articolo di G.Falaschi, su “Doppiozero” dell’8 aprile 2016).  

Potremmo chiederci se si può parlare di Vanda come “personaggio letterario”. La materia è storia, atroce e vera. Ma, dal canto suo la letteratura non è finzione, bensì universalizzazione e resa esemplare della vita.     

Anche Luciana Nissim ci racconterà della prigionia di Vanda ad Auschwitz, vissuta con lei in larga parte, ma non fino in fondo, prima in una testimonianza del 1946 e poi più diffusamente nel suo tardo libro di memorie Ricordi della casa dei morti e altri scritti, del 2008, in cui si spingerà a parlare anche dei sentimenti di Primo per Vanda, ma è una storia diversa che sarà utile, doloroso e necessario, raccontare in un’altra occasione.




Emma Perodi: la Signora delle Fate

Iniziamo questa lunga carrellata di scrittrici italiane per ragazze e ragazzi da un’autrice della fine Ottocento/inizi Novecento cui è stato attribuito, per la sua prolifica produzione fantastica, l’appellativo di Signora delle Fate. 

Si tratta di Emma Perodi, nata a Cerreto Guidi (FI) il 31 gennaio del 1850. La famiglia, padre ingegnere, madre di nobili origini, aveva notevoli risorse economiche che permisero a Emma di studiare e viaggiare in Italia e all’estero imparando le lingue. Ciò si rivelò fondamentale per la sua attività di traduttrice dal tedesco (tradusse tra l’altro le Affinità elettive di Goethe), dall’inglese e dal francese.

Le origini toscane hanno notevolmente influenzato le sue storie, in particolare quelle che sono considerate il suo capolavoro: le “Novelle della Nonna” pubblicate prima in settanta dispense e poi raccolte in cinque volumi tra il 1882 e il 1883 con il sottotitolo di Fiabe fantastiche, nella Biblioteca fantastica dell’editore romano Eduardo Perino.

Si tratta di quarantacinque novelle che rielaborano, rivisitandole, fiabe e leggende della tradizione toscana soprattutto casentina. Sono, infatti, tutte ambientate (tranne una) nel Casentino di epoca medioevale (XII – XIII secolo) e vengono narrate, nell’arco di un anno, la domenica sera intorno al fuoco, dalla matriarca Regina Marcucci, la nonna del titolo.

In un doppio registro narrativo lettori e lettrici seguono da un lato le vicende della famiglia Marcucci, mezzadri del podere di Farneta, un piccolo borgo sulla via di Camaldoli, e dall’altro si appassionano alle varie novelle goticheggianti, dove la fanno da padroni fate e streghe, maghi e fattucchiere, re e principesse, angeli e demoni, scheletri e mostri, gatti neri e barbagianni. Si tratta di un magnifico affresco medioevale che cattura l’attenzione dei lettori piccoli e grandi che ne restano affascinati. In uno stile quasi horror che non sarebbe dispiaciuto al re dei romanzi horror Stephen King, l’autrice recupera fiabe e leggende contadine sulla scia di quanto avevano fatto i fratelli Grimm in Germania o Perrault in Francia. 

Il Casentino, regione montuosa dell’alta valle dell’Arno, dalle sorgenti del fiume alla piana d’Arezzo, è il luogo dove si svolgono le vicende di questa specie di Decameron rustico, dove i piani narrativi della cornice e dei racconti si compenetrano.

Da un lato l’Adesso rappresentato dal podere dei Marcucci, tipo ideale della famiglia contadina della Toscana di fine ottocento e dall’altro l’Altrove di un Casentino medioevale in cui Cristo e la Vergine scendono in terra a combattere il Diavolo, l’eterno nemico; dove schiere di santi aiutano i devoti fedeli e dove spettri, scheletri e fantasmi sono presenti in un passaggio continuo tra il mondo dei vivi e quello dei morti, in un crescendo di terrore in cui tuttavia la paura non è mai fine a se stessa e la morale finale è sempre presente.

La carriera di scrittrice di Emma Perodi nasce qualche anno prima delle Novelle, “facendosi le ossa” come giornalista.  Le prime prove giornalistiche furono di collaborazione alla Gazzetta d’Italia nella cui Biblioteca comparve nel 1877 il suo primo romanzo: “Il Cavalier Puccini”. Dal luglio al novembre 1880 curò sulle pagine di “Cornelia” – rivista letteraria, educativa, dedicata principalmente agli interessi morali e materiali delle donne italiane – la rubrica “Le idee di Elena”. La rivista, pubblicata con cadenza quindicinale, era diretta da Aurelia Folliero de Luna Cimino, fervente patriota e sostenitrice dell’emancipazione delle donne italiane.

Trasferitasi a Roma, Emma Perodi collaborò con il “Fanfulla della domenica” e poi nel 1881 divenne collaboratrice, e successivamente direttrice, del “Giornale per i bambini”, fondato e inizialmente diretto da Ferdinando Martini. Un’altra esperienza giornalistica la ebbe come collaboratrice dal 1896 al settimanale illustrato “Il tesoro dei bambini” e al “Messaggero della Gioventù”, dal 1899 al 1902. 

Ebbe anche una vasta produzione di romanzi per adulti da “Sull’Appennino” a “Il Principe della Marsigliana”, da “Romanzo romano”, a “La tragedia di un cuore”.

Ma la massima popolarità la scrittrice la raggiunse con le fiabe, dalle “Novelle a mano libera” alle “Fiabe fantastiche”, dalle “Fiabe elettriche” alle “Fate d’oro”. Seguirono tutta una serie di libri di fate (Le fate belle, le Fate e i bimbi, Le Fate dei fiori) e vari altri libri per l’infanzia di cui ricordiamo solo alcuni titoli: “Cuoricino ben fatto”, “Nel canto del fuoco”, “I bambini di diverse nazioni a casa loro” in cui l’autrice, in un contesto di multiculturalità, sottolinea i caratteri universali dei racconti per le giovanissime generazioni pur nelle diversità dei singoli Paesi. 

Nell’ultima parte della sua produzione letteraria emergono l’interesse per la storia e la realtà della Sicilia. Escono così le ampie raccolte “Al tempo dei tempi: Fiabe e leggende del mare, dei monti e delle città di Sicilia”, omaggio all’isola e alla città di Palermo dove si trasferì negli ultimi vent’anni della sua vita morendovi di polmonite il 5 marzo 1918, esattamente cento anni fa. 




Muri che urlano la storia

Quando nel 2015 con le colleghe dell’Osservatorio di Genere abbiamo iniziato a ragionare sul contest #leviedelledonnemarchigiane nessuna di noi poteva immaginare cosa si stava per mettere in moto. Tam tam, passaparola, vere e proprie cordate per votare questa donna o quell’altra e tra i nomi che via via si andavano aggregando, accompagnati dall’ormai indispensabile hashtag, spuntavano con sempre maggiore insistenza le partigiane, staffette o comandanti di brigata: donne antifasciste, protagoniste della Resistenza e della guerra di Liberazione che anche nelle Marche lottarono con coraggio e passione contro il nazi-fascismo. Lavorando al libro che da quel contest è nato (#leviedelledonnemarchigiane: non solo toponomastica, ODG Edizioni, 2017), abbiamo scoperto le vite che si celavano dietro quei nomi: abbiamo sentito il peso di battaglie portate avanti a testa alta, con la consapevolezza di essere dalla parte giusta, senza se e senza ma, nonostante tutto. Abbiamo percepito, a volte quasi condividendolo, il dolore di scelte difficili, di delusioni e di sconfitte davanti alle quali queste donne, che avevano percorso quasi incoscienti – l’incoscienza della gioventù e degli ideali – i sentieri impervi dei nostri Appennini nascondendo armi, ordini e messaggi in codice, seppero opporsi e resistere con la stessa forza con cui si erano opposte alle milizie in camicia nera.

A Macerata non c’è una targa murale che le ricordi espressamente eppure da quando le strade dell’OdG hanno incrociato Rosina, Leda, Radia, Egidia, Joyce, Adele, Derna, Walchiria, Ada e tutte le altre, la targa che campeggia sul Monumento dedicato Alla Resistenza nel maceratese(in copertina) ci appare inevitabilmente più ricca, più piena e più significativa. Questo muro che dal 1969 ha parlato a generazioni di maceratesi – e non – raccontando la storia dei 408 italiani, inglesi, jugoslavi, francesi, polacchi, somali e sudafricani che a Macerata caddero per la libertà. Questo muro ha parlato e continua a farlo di tutto ciò che c’è stato prima di quel fatidico 30 giugno 1944, quando finalmente Macerata venne liberata prima dai partigiani del gruppo Bande Nicolò che apposero la loro bandiera sul Monumento dei caduti – violato e deturpato dal neofascista responsabile della sparatoria del 3 febbraio 2018 che proprio lì si è consegnato ai poliziotti dopo aver ferito 6 persone inermi – e poi dai reparti dei paracadutisti della Nembo e dalle avanguardie del II° Corpo d’armata polacco. Questa è la storia, quella ufficiale declinata tutta al maschile, ma quel muro su cui campeggia la scritta Alla Resistenza nel maceratese   porta con sé e celebra anche la memoria di tutte quelle donne che lottarono e che contribuirono alla liberazione di Macerata e dell’Italia intera. Da quella targa emerge con forza anche la voce delle donne resistenti – il pensiero corre veloce ad esempio a Nunzia Cavarischia la “Stella Rossa” – che scrissero la nostra storia facendo una scelta giusta, la più difficile e dolorosa, ma giusta, non l’unica possibile certo (avrebbero potuto fare come molti, stare a casa aspettando che tutto finisse), ma la più giusta.

In foto. Nunzia Cavarischia, classe 1929. La foto campeggia sulla copertina del suo Ricordi di una staffetta, Capodarco fermano, 2011.

Scelsero di essere partigiane e lo furono nonostante tutto: “quella di Leda è la storia di una donna molto giovane ma capace di scelte determinate”; “Mimma Baldoni di nascosto porta dentro la caserma i vestiti per il travestimento… tutto pur di liberare qualcuno”; “Trascorre sette anni e mezzo tra il carcere femminile delle Mantellate di Roma e in quello di Perugia e poi due anni e mezzo al confino a Ventotene. Liberata nell’agosto del 1943, partecipa alla lotta di Liberazione a Roma”; “è portaordini del comando dei GAP di Pesaro. La sua completa dedizione alla causa resistenziale e le sue “doti non comuni” la fanno diventare un punto di riferimento per le formazioni partigiane”; “Noi eravamo piccoli ma non ci tiravamo mai indietro”; “sovversiva comunista pericolosa”; “fu perseguitata durante il fascismo”; “antifascista operaia e sindacalista”; “decide di entrare da protagonista nella Resistenza”; “Comandante partigiana del Gruppo Settebello, sottogruppo del Distaccamento Panichi del V battaglione della V Brigata Garibaldi Pesaro. Medaglia d’argento al valor militare”.

Buon 25 aprile!