Il linguaggio giuridico rispettoso del genere (seconda parte)

Se il linguaggio giuridico è una lingua di potere, pare chiaro che i suoi testi esprimano il potere di un parlante/scrivente di genere maschile. Anzi, nei testi si riscontra un uso esclusivo del maschile sebbene essi siano rivolti a persone di generi diversi, rendendo più difficile una corretta comprensione, come si cercherà di dimostrare con gli esempi seguenti, e un non rispetto per un gruppo consistente di persone, cittadine, che possono non sentirsi comprese nell’uso esclusivo del maschile.

Alla base di ogni accoglimento o rifiuto di novità linguistiche sta la percezione del parlante relativamente al concetto di normalità della lingua. Normale è ciò che non si discosta dalla norma. Ma la norma, anche quella linguistica, varia a seconda del contesto sociale e soprattutto del periodo storico. Quando nel 1963 vennero ammesse alla magistratura anche le donne, si creò la necessità linguistica di utilizzare un termine adeguato per rappresentare questa figura professionale. Quanti anni dovettero (e dovranno) passare per un utilizzo costante e coerente del termine magistrata(e non magistrato, donna magistratoper esempio)? Serianni, con un bel paragone, sostiene che la norma linguistica varia nel tempo come il senso del pudore. Entrambi sono legati al variare dei costumi e della sensibilità collettiva, da cui dipende l’accettabilità o meno del gruppo sociale e della comunità linguistica.

La genericità dell’uso del maschile anche per il femminile è intesa da molte persone come complessiva; si usa il maschile ma si intende il maschile e il femminile. È davvero così? La lingua rievoca immagini maschili, nella maggioranza dei casi. Pensare a un avvocato richiama l’immagine di un uomo, non di una donna. Lo stesso vale per il professore, per il direttore, per il chirurgo. Però poi di fronte ad affermazioni come «L’uomo è un mammifero perché allatta il suo piccolo» (Anderson, 1988) l’immagine deve essere necessariamente quella di una donna. Si tratta quindi di costruire delle immagini, attraverso la lingua, che corrispondano alla realtà sociale.

E allora viene da chiedersi, ma perché invece quando si parla di lingua di genere non si possono accettare le modifiche, considerandole brutte, fuori luogo, o addirittura negative per l’immagine complessiva della professione?

Si tratta di una scelta, personale in primo luogo, ma anche istituzionale, perché solo l’uso costante di una lingua adeguata al femminile può entrare nella routine linguistica e diventare norma. Anche nel diritto il linguaggio si può adeguare a nuovi istituti, a nuove richieste sociali, a nuovi diritti (o a vecchi diritti, finalmente attuati).

Eppure, il modello di riferimento è sempre quello maschile: è la lingua declinata al maschile che serve come punto di partenza per la formazione del femminile. “In verità il tratto che ha disturbato maggiormente è che in molte lingue le opposizioni grammaticali e le categorizzazioni semantiche privilegerebbero il maschile, ovvero le lingue si adatterebbero perfettamente all’uomo in quanto iperonimo (l’essere umano) e in quanto iponimo (l’essere di sesso maschile). Il lessico e la grammatica risulterebbero sessisti, perché in essi predominerebbe il maschile per esprimere la referenza umana, che in tal modo assumerebbe una funzione non marcata, generica, detta anche ‘falsa generica’ o ‘pseudogenerica’ (false generic), cioè neutra” (Fusco, 2012, 17). Ma la lingua italiana ha due generi, il genere maschile e il genere femminile. Non esiste, come è stato più volte ribadito nella letteratura, un maschile non marcato, un maschile “neutro”: il maschile è inclusivo, eventualmente, ma non neutro. L’italiano non prevede, nelle sue categorie, un genere neutro(Cavagnoli 2013, Berruto 2004).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 




La natura nell’opera di Daishu Ma

Daishu Ma è nata in Cina ed è cresciuta in Inghilterra, dove ha studiato al prestigioso Central Saint Martins College of Art and Design, a Londra. Attualmente vive e lavora a Barcellona. Illustratrice e spesse volte autrice dei suoi lavori, ha partecipato anche a molte diverse iniziative, ad esempio realizzando le immagini per l’edizione cinese di Sette brevi lezioni di fisica dello scienziato italiano Carlo Rovelli e di alcuni classici della letteratura per l’infanzia.

Le matite, le chine e l’incisione sono gli strumenti che solitamente predilige, per dare vita a un’opera delicata e dolce, profondamente evocativa.

Il punto di partenza delle sue illustrazioni è spesso l’amore e l’interesse che la natura e la scienza suscitano in lei, temi ricorrenti nel suo lavoro e che sembrano starle più a cuore.

Non a caso, il libro che probabilmente ha mostrato e reso noti al pubblico il talento e la maestria di Daishu Ma si intitola, appunto, La foglia. 

FOTO 1

Un libro con il quale ha vinto il premio Cheltenham Illustration Award, pubblicato per la prima volta in Cina nel 2014 e successivamente in moltissimi altri Paesi. Si tratta di un silent book, un libro senza parole, che ha l’urbanizzazione e il suo impatto sulla natura e sulla vita come tema centrale. Racconta di un ragazzo che, in una grigia città metropolitana (in cui anche gli abitanti sembrano spegnersi insieme ad essa e la natura sembra scomparire senza lasciare tracce) trova una foglia che splende, bellissima, in mezzo a un mucchio di foglie secche. Inizierà così un’avventura per scoprire che cosa accade alla natura, dove vanno a finire tutte quelle foglie. Cento pagine di narrazione, con un linguaggio che non necessita di parole, ma che si avvale piuttosto della potenza evocativa e comunicativa di immagini quasi monocromatiche, in toni di grigio, dove l’eccezione della foglia, colorata di giallo (accanto ad alcuni dettagli della città in blu), risulta ancora più splendente e si fa carico non solo di rappresentare la forza della natura, ma anche di un messaggio di vita e di grande speranza, nel grigio che sembra avvolgerci sempre di più.

FOTO 2 e 3

Il suo nuovo lavoro, Building with light, dovrebbe essere pubblicato nel 2019, e ha sempre la natura come tematica centrale. 

Stavolta però, la protagonista è la fotosintesi, secondo l’artista il più importante processo chimico della Terra. Sì, perché è grazie ad essa che, a detta della stessa Daishu Ma, il nostro pianeta si distingue da Marte, rendendolo il posto che conosciamo, «il mondo che felicemente chiamiamo casa». Ed è così che la fotosintesi viene presentata, nella sua stupefacente importanza, con immagini e colori sgargianti e attraverso la sua stessa storia, a partire dalle origini del mondo, fino a oggi, a noi. Non resta che aspettare l’uscita di questa nuova opera, per mostrarci la bellezza che la natura ci regala ogni giorno, anche se a volte sembriamo proprio dimenticarcene.

FOTO 4




La Repubblica Romana, l’emancipazione femminile e la reazione francese

Nel 1848 è stata concessa una Costituzione scritta anche nello Stato Pontificio, che dal 1846 è retto dal Papa Pio IX (Giovanni Maria Mastai Ferretti), esponente della nobiltà romana di idee moderate e liberali. L’elezione di Pio IX è stata accolta con entusiasmo sia a Roma che in tutta Italia: il nuovo pontefice concede immediatamente un’amnistia per i prigionieri e si dichiara favorevole all’unificazione della penisola, vedendo di buon occhio in particolare il cosiddetto neoguelfismo teorizzato da Vincenzo Gioberti. Ma nel 1848 il Papa si rifiuta di partecipare alla guerra sabauda contro l’Austria per non inimicarsi gli Asburgo cattolici, sostenendo che il Cattolicesimo debba essere universale e che quindi non possa schierare uno Stato contro un altro. Inoltre, appena si calmano le agitazioni, ritira la Costituzione concessa pochi mesi prima. Questo gesto allontana dal pontefice gran parte delle simpatie di chi spera di vedere l’Italia unita. La situazione a Roma è estremamente tesa.

  1. Assalto del popolo al Quirinale, 16 novembre 1848

A novembre viene assaltato il palazzo del Quirinale e ucciso il ministro papale Pellegrino Rossi. Pio IX riesce a fuggire e trova rifugio nel castello di Gaeta, nel Regno delle Due Sicilie, ospitato dal Re Ferdinando II di Borbone. La fuga del Papa sancisce di fatto la fine del suo potere politico. A Roma vengono indette elezioni a suffragio universale maschile per scrivere una nuova Costituzione. Clericali e legittimisti non riconoscono la legittimità delle elezioni e si astengono dal voto, lasciando una enorme maggioranza alle fasce più povere della popolazione. Nonostante le minacce di scomunica, il 21 gennaio 1849 centinaia di migliaia di romani eleggono un’Assemblea Costituente a maggioranza fortemente democratica.

A febbraio nasce formalmente la Repubblica Romana.

Questa esperienza è caratterizzata da una delle Costituzioni più avanzate del tempo. Vengono nazionalizzati i beni ecclesiastici, istituita totale libertà di stampa senza censura e abolito il tribunale della Santa Inquisizione; la Chiesa mantiene la libertà di culto ma nessun potere politico; il potere esecutivo, da cui dipende l’istruzione pubblica, è affidato a un triumvirato con pieni poteri formato da Giuseppe Mazzini, Aurelio Saffi e Carlo Armellini, insieme a un governo provvisorio e alla stessa Assemblea Costituente. Il provvedimento più rilevante della Repubblica Romana è l’abolizione della norma che escludeva le donne dalle successioni ereditarie e l’istituzione di un codice civile che prevedetotale parità di diritti tra i sessi.

Un atto del genere nella prima metà del XIX secolo è estremamente rivoluzionario.

Nella Repubblica Romana spicca la figura di Cristina Trivulzio, viaggiatrice e conoscitrice di tutte le lingue europee, responsabile dell’assistenza medica nella Roma liberata. Proprio lei, con grande attenzione all’igiene e alla dignità umana, permette la resistenza della Repubblica. Da lei viene istituito un corpo femminile specializzato in assistenza infermieristica e su sue pressioni viene creato dal triumvirato un servizio ospedaliero ufficiale e organizzato; inoltre i tetti degli ospedali sono coperti da drappi neri perché siano riconoscibili e non toccati.

Ma questi sogni durano poco. Da Gaeta Pio IX chiede l’intervento di tutte le potenze cattoliche europee per riprendere Roma. Francia, Austria, Spagna e Regno delle Due Sicilie rispondono alla chiamata. L’esercito reazionario più numeroso è quello francese: Napoleone III è fortemente interessato all’alleanza con il Papa per mantenersi l’appoggio dei conservatori e dei cattolici francesi e soprattutto per impedire che si rafforzi la presenza austriaca nella penisola. Sotto la guida del generale Oudinot, un ingente esercito cinge d’assedio Roma. Sono Giuseppe Garibaldi e Giuditta Tavani Arquati a guidare la resistenza.

  1. Giuditta Tavani Arquati

Gli ospedali, riconoscibili per i drappi neri, sono i primi a essere bombardati dai cannoni francesi. In un primo momento, le truppe garibaldine riescono a sconfiggere le truppe francesi a Porta San Pancrazio costringendoli a ritirarsi e chiedere una tregua. Ma i rapporti di forza sono schiaccianti e la resistenza non può durare. All’inizio di luglio Oudinot viola la tregua a sorpresa. Perduta l’ultima battaglia sulle alture del Gianicolo, la Repubblica Romana è costretta a capitolare. Per alcuni decenni ancora, Roma rimarrà papale.

Carlo De Paris (1800-1861), Pio IX ritorna da Gaeta, olio su tela, 1850, Musei Vaticani,Museo Storico, Vaticano, Palazzo Aspotolico Lateranense, scalone

  1. Carlo De Paris. Il ritorno di Pio IX a Roma (12 aprile 1850)
  2. Schema di date




La madre di Alice

Col romanzo del 2016, Era mia madre, Iaia Caputo, nata a Napoli nel 1960, trapiantata a Milano, continua la narrazione e la riflessione sul mondo femminile e, sia pure qui lateralmente, su quello maschile e sui rapporti fra i due sessi, già intraprese con alcuni fra i suoi scritti precedenti, d’invenzione o d’indagine, come Di cosa parlano le donne quando parlano d’amore (2001), Dimmi ancora una parola (2006), Il silenzio degli uomini (2012). Ma l’operazione dell’ultimo romanzo è più articolata, pur concentrandosi particolarmente sui rapporti tra madri e figlie, non solo su quello della madre che Alice, l’io narrante, ballerina precaria di trentacinque anni, racconta, ricorda, scopre, ma anche su quello tra la nonna materna, Sinforosa, e la figlia, unica tra le figure del romanzo di cui non viene mai detto il nome, qualificata com’è dai suoi ruoli, quello di madre, innanzitutto, già presente nel titolo, ma anche quello di moglie, di intellettuale femminista, appassionata docente universitaria, amante, amica generosa e, si è detto, di figlia di Sinforosa: donna intelligente, sensibile, perspicace, saggia, che, poco scolarizzata, in più occasioni, mostra di aver provato qualche timore verso quella figlia tanto colta, connotata da tratti di severità nel carattere di intellettuale.

L’azione comincia a Parigi, dove Alice al momento vive. Ella accompagna la madre verso il treno che deve riportarla in Italia, a Napoli. La madre sorride nel guardare qualcosa che ha attratto la sua attenzione e cammina con la testa voltata verso quel qualcosa, quando cade e appare subito priva di conoscenza. In ospedale, Alice, che ha creduto a uno svenimento determinato dalla caduta, apprende con sgomento la diagnosi: una devastante emorragia cerebrale, dovuta a un aneurisma. Dopo poco più di due mesi, in seguito a un ulteriore peggioramento, accertata l’impossibilità di una ripresa, i medici consentono il trasferimento a Napoli in una struttura per lungodegenti. Nei sei mesi successivi, fino alla morte della madre, Alice vivrà nella casa dei genitori, dalla quale si era allontanata molto presto, e passerà da una scoperta all’altra, non solo su fatti, eventi, circostanze prima ignorati, ma su pensieri e sentimenti della madre. In questo percorso, che segna in realtà il passaggio da una adolescenza mai valicata all’entrata consapevole nell’età adulta, è determinante un fascio di lettere che la madre aveva scritto perché Alice le leggesse dopo la sua morte, ma che le vengono consegnate dal padre appena giunti a Napoli. Arturo è il padre che ella ha smesso di amare molti anni prima, in seguito alla delusione cocente del suo coinvolgimento in Tangentopoli, attraverso un importante ruolo politico da lui ricoperto, e per la vergogna della sua carcerazione, dopo la quale Alice aveva lasciato la famiglia per seguire una carriera estremamente precaria di ballerina.   

 Questo romanzo, in cui la madre viene rivelata attraverso le lettere, ma pure dalle parole di Sinforosa, da Arturo, nelle difficili conversazioni con la figlia, persino da un giovane e affascinante amante del quale in precedenza Alice nulla aveva saputo, è un percorso in cui Alice scopre inoltre se stessa, le motivazioni delle sue scelte, del suo distacco dai libri, così importanti per la madre, e per esprimersi rifugiarsi nel gesto, faticoso e non accompagnato da parole, della danza. Alice depone lentamente non solo il rancore per la strenua difesa che la madre aveva sempre fatto del padre circa lo scandalo che l’aveva coinvolto, ma pure il rancore per una presenza avvertita come ostacolo le che precludeva l’esclusività dell’amore materno. 

È questo, dunque, un romanzo di formazione. Nei mesi dolorosi di un distacco annunciato, Alice non solo ripercorre la sua vita, ma letteralmente la rifonda, getta cioè le basi per un amore nuovo, stabile, cui aveva in precedenza rinunciato per sfiducia nelle sue possibilità di essere amata e di amare. Il mondo materno, fatto di intellettualità, ma anche di cura della casa, della cucina, dei fiori, del marito, dei propri studenti, della figlia, quella cura per qualcosa da nutrire e far crescere, quel mondo che Alice non aveva prima compreso, che in parte aveva detestato, in parte aveva dato per scontato e definitivo, eterno, quella cura, la persona che quella cura offriva, stanno per andar via per sempre. Il vuoto che minaccia Alice le dà una vertigine che dura tutto il tempo della lunga, silenziosa agonia materna, ma nell’attesa Alice impara. Impara il nuovo corpo, sfiorito e senza forza alcuna, di sua madre, impara a prendersene cura, impara che la nonna Sinforosa, con cui ha condiviso da bambina lo svago e il sogno della danza, attraverso la visione comune di un’ingenua serie televisiva degli anni Ottanta, la nonna di poche scuole e nel cui linguaggio ha forte presenza il dialetto napoletano, è in realtà animata e sostenuta da una visione antica e sapiente del mondo, in cui l’amore per un uomo, da passione fugace e instabile della giovinezza, diviene bene profondo e paziente, come l’amore per la vita, della cui finitezza Sinforosa è ben consapevole, ma che crede vada vissuta andando avanti e avanti, un passo dopo l’altro, come se non dovesse mai finire. Se la conquista di Alice durante l’agonia della madre è soprattutto rilettura del passato e degli affetti, del senso e della costruzione del destino, è solo dopo la morte della madre che più decisa è la svolta nei fatti. Alice sente che il gelo del suo cuore verso il padre è ormai sciolto, che lo ama nuovamente, o è di nuovo consapevole di amarlo, smette di chiamarlo Arturo e di nuovo lo chiama papà, può accettare il nuovo lutto, quello dato dalla morte, annunciata per accenni, della nonna Sinforosa e dopo tre anni, è lei adesso che, come aveva fatto sua madre per tutta la vita, scrive. Ed è a sua madre che scrive e di sua madre, e adesso ha un figlio, lei che prima si era negata al desiderio della maternità. 

La pagina del libro che Alice sta scrivendo, e che troviamo quasi in fine del romanzo, è la stessa che aveva misteriosamente aperto il libro: la storia degli ultimi momenti di sua madre, prima di cadere priva di sensi nella stazione, narrati dalla madre stessa. Ora apprendiamo che è Alice a darle le parole per dire l’improvvisa consapevolezza, un istante “prima che si spegnesse la luce”, che l’immagine che ha in quel momento negli occhi, che l’allieta e la fa sorridere, sarà per lei l’ultima.   

                       

        




Le compositrici italiane del ‘700 tra Illuminismo e cosmopolitismo

Tra Kant e l’Illuminismo europeo le compositrici italiane trovarono alcuni spazi di affermazione: viaggiarono con maggior libertà e talvolta si trasferirono a vivere in alcune corti europee. Pubblicarono e fecero eseguire le proprie opere a proprio nome, ma spesso dovettero rinunciare ai ruoli sociali consoni alla propria professione. Di alcune di loro restano fortunatamente le opere e la fama, ma difficile è ricomporre chiaramente le tracce biografiche.

Poco si sa della vita di Antonia Bembo (Venezia, 1670?- Parigi, 1720?) si pensa sia stata allieva di Giovanni Legrenzi, maestro di cappella di San Marco e figlia della nobile famiglia Bembo. Si trasferì a Parigi come cantante e poi presso la corte di Luigi XIV. A Parigi scrisse l’opera Ercole amante (1707) e Produzioni armoniche composte da 40 brani ispirati a testi sacri in latino, francese e italiano, dedicati al Luigi XIV. Comporrà molta musica per celebrare le nozze del re, per la nascita del principe e un Te Deum per Conservare la Salute del Re. Fu definita anche Maestra di Cappella. Le sue musiche sono custodite manoscritte in diversi musei francesi. 

Maria Teresa Agnesi Pinottini (Milano 1720 – Milano 1795) compose opere liriche e sinfoniche. Sorella della nota matematica Maria Gaetana D’Agnesi. Si ipotizza che abbia iniziato come clavicembalista e che per difficili condizioni sociali riuscì a far eseguire le sue opere dall’età di trentatré anni. Utilizzò stili compositivi innovativi per l’epoca, ad esempio l’intreccio di due diversi cori per accompagnare lo svolgimento di un’azione mitologica, come nell’opera Nicotri in cui narra la storia della Regina di Babilonia. Solo alcune delle sue opere furono stampate dopo la sua morte.

In Inghilterra Elisabetta de Gambarini (Londra 1731 – Londra 1765) fu una stimata organista, cantante, compositrice e direttrice d’orchestra. Esordì a quindici anni esibendosi nell’Occasional Oratorio di Handel, continuando sempre a collaborare nelle sue rappresentazioni: Judas Maccabeus, Giuseppe e i suoi fratelli, Samson, Messiah. 

Compose soprattutto musica per clavicembalo e songs, riscuotendo successo di pubblico e di critica.  

Figlia di un diplomatico italiano visse prevalentemente in Inghilterra. La sua vita fu breve ma ricca di riconoscimenti e di spazi dove rappresentare le sue opere, tanto da dirigere orchestre, quando in Italia le donne difficilmente potevano accedervi.  

Anna Bon (?1739- ?1767) nata in una famiglia di artisti viaggiò con loro per tutta Europa. A quattro anni studiò la viola all’Ospedale della Pietà di Venezia, entrando poi nel coro. Antonio Vivaldi insegnava presso la Pietà e nessun altro posto al mondo, fino ad allora, aveva permesso alle fanciulle una tale educazione musicale. 

A Brandeburgo ricoprì il posto di virtuosa di musica da camera presso la corte Kulmbach. Dedicò al Margravio Sei sonate per flauto e cembalo, scritte e pubblicate all’età di sedici anni. Con la famiglia cambiò diverse Corti dove compose sempre musica da camera, in onore di principi e principesse. In particolare fu virtuosa presso la corte del principe ungherese von Esterhazy, contemporaneamente ad Haydn, che lavorava presso di lui in qualità di Maestro di Cappella. 

A Roma Maria Rosa Coccia (Roma 1759 – Roma 1833) già a tredici anni compose l’Oratorio Daniello nel Lago dei Leoni eseguito a Roma nella Chiesa Nuova riscuotendo approvazione e pubblici elogi. Scrisse sempre nello stesso anno L’isola disabitata su testo di Metastasio. A soli quindici anni superò l’esame come Maestra di Cappella presso la Confraternita di Santa Cecilia: la prima donna in Italia a ricoprire un ruolo che fu esclusivamente maschile. A venti anni divenne anche Accademica della Filarmonica di Bologna. Nonostante questi riconoscimenti non ebbe mai un lavoro fisso in qualità di Maestra di Cappella presso un’istituzione religiosa.  Dedicò tutta la sua vita alla composizione musicale.




Il Premio Calvino

Il Premio, dedicato alla memoria di Italo Calvino, è riservato a opere di narrativa inedite di scrittrici e scrittori esordienti ed è stato fondato a Torino nel 1985, da un gruppo di persone amiche ed estimatrici dello scrittore da poco scomparso, con lo scopo di continuare il lavoro di talent scout che questi aveva svolto a lungo per l’editore Einaudi. Ogni anno giungono al Premio centinaia di manoscritti da cui il Comitato di lettura arriva a selezionare 8/9 testi finalisti; tra questi una giuria esterna e ogni anno diversa, composta da 4/5 persone qualificate, sceglie poi il vincitore. Principale caratteristica del Premio è il fatto che a ogni partecipante viene consegnato un giudizio critico con una valutazione dell’opera presentata, indipendentemente dal suo valore; le indicazioni fornite potranno magari essere utili in seguito per la stesura di un testo più maturo. 

 Proprio seguendo da qualche anno l’attività del Calvino dall’interno, come componente del Comitato di lettura, mi sono resa conto che ad arrivare in finale sono in prevalenza scrittori, non scrittrici. Mi sono interrogata su questo fenomeno perché, nel gruppo di lavoro con cui collaboro, non ho mai avuto l’impressione che le opere siano valutate in modo diverso a seconda del sesso di chi le ha scritte. Ma veniamo ai numeri, che sono di per sé eloquenti e spiegano molte cose. Mario Marchetti, presidente del Premio, ci dice che la maggioranza (il 60% circa) dei manoscritti che ogni anno arrivano al Premio è a firma maschile, mentre le donne si attestano sul 40%. Ci possono essere piccole variazioni, di anno in anno, ma fin dall’inizio il quadro è questo e appare stabile. Quale può essere il senso di questa presenza minoritaria? Sappiamo che le lettrici sono più numerose dei lettori. Come mai le donne leggono di più ma scrivono di meno, o concorrono di meno ai premi letterari? Marchetti ipotizza che le donne siano “in un certo senso, meno esibizioniste” degli uomini: sono questi che, in numero maggiore, “vogliono uscire alla luce del sole dei premi, per lo meno del nostro”. Ma è possibile che il fenomeno sia dovuto, più che a un atteggiamento femminile “virtuoso”, a una maggiore sfiducia delle donne in se stesse, e forse anche a una inespressa sfiducia nella possibilità di essere riconosciute, in una gara che vede in lizza entrambi i sessi e in cui, per ancestrale esperienza, già si immagina, a torto o a ragione, chi possa essere favorito.

Ma… a torto o a ragione? Ancora ci potrà soccorrere qualche numero. Nelle trenta edizioni del Calvino che si sono succedute dal 1986 al 2017, sono stati consegnati premi a 38 persone (vi sono alcuni ex aequo), di cui 23 uomini, circa il 60,5%, e 15 donne, il 39,5% del totale (una curiosità: è stata una donna, Pia Fontana, a riceverlo la prima volta, e anche l’ultima edizione ha visto una vincitrice, Emanuela Canepa). 

Si tratta di percentuali grosso modo corrispondenti a quel 40% di afflusso al Premio di testi scritti da donne. Fermo restando lo squilibrio di genere di questo afflusso, corrisponde quindi alla realtà la percezione soggettiva che non esista discriminazione di genere nelle valutazioni del Comitato dei lettori prima e delle giurie esterne poi, e si noti che queste ricevono in lettura i testi privi del nome dell’autore o dell’autrice. Il 39,5% di vincitrici del Calvino ricorda poi il 36% del Bagutta Opera prima, confermando l’ipotesi che ad inizio carriera, per così dire, le donne che scrivono incontrino meno ostacoli. Le scrittrici dovrebbero forse riconsiderare le reali possibilità che hanno di fronte, almeno per quanto riguarda il primo riconoscimento del loro lavoro. In seguito probabilmente le cose cambiano, come s’è visto, ma nulla è per sempre.

Logo del Premio Calvino

Qui di seguito, l’elenco delle 15 vincitrici: Pia Fontana, Spokane 1987/88; Mara De Paulis, Gilbert, 1992 ex aequo; Giulia Fiorn, Non m’importa se non hai trovato l’uva fragola, 1995 ex aequo; Alessandra Montrucchio, Ondate di calore, 1995 ex aequo; Laura Barile, Oportet 1996 ex aequo; Samuela Salvotti, Concepita in ventre di regina, 1996 ex aequo; Paola Biocca, Buio a Gerusalemme 1998; Luisa Carnielli (e Fulvio Ervas), La lotteria, 1999 ex aequo; Paola Mastrocola, La gallina volante, 1999 ex aequo; Laura Facchi, Il megafono di Dio, 2002; Tamara Jadrejčić, I prigionieri di guerra, 2004; Giusi Marchetta, Dai un bacio a chi vuoi tu, 2007 ex aequo; Mariapia Veladiano, La vita accanto 2010; Elisabetta Pierini, L’interruttore dei sogni, 2016 ex aequo; Emanuela Canepa, L’animale femmina 2017. 




Il linguaggio giuridico rispettoso del genere (prima parte)

Le somiglianze fra la lingua e il diritto sono molte: entrambi sono considerati sistemi, entrambi si basano sulla norma. Entrambi creano realtà con le parole.

Come Giorgio R. Cardona aveva ben messo in evidenza, la lingua è potere, da tanti punti di vista. Attraverso la lingua si definiscono i ruoli (simmetrici o asimmetrici, per esempio attraverso l’uso del tu o del lei, o di entrambi), e l’uso di particolari categorie definisce distanza e vicinanza (l’imperativo unidirezionale, la prosodia, il tono, il volume). Chi sa parlare, sa argomentare, può convincere, obbligare, creare una nuova realtà. 

Lo studio dei rapporti di potere fra il discorso giuridico e i suoi partecipanti, uomini e donne, aiuta a capire la realtà, anche politica. Del resto, il potere democratico presuppone una lingua più trasparente perché legittimato dai cittadini.

Il linguaggio giuridico è sicuramente il linguaggio di maggior prestigio e potere. È un linguaggio conservativo, maschile, in parte arcaico, non marcato. Il linguaggio giuridico è una finzione, nel senso che si tratta di una visione specifica della realtà, che serve a un determinato fine, non della realtà. Una scelta, appunto, che serve a gestire le situazioni da normare, disciplinare ed eventualmente sanzionare. Ma come tutte le scelte, questa selezione esclude altre visioni di realtà.

In questa scelta si inserisce anche l’uso del maschile al posto del femminile. Tutti i testi giuridici utilizzano il cosiddetto maschile inclusivo, o non marcato, intendendo con tale termine un uso valido al maschile e al femminile. La discussione su tale uso è viva, molti giuristi e molte giuriste ritengono che vada bene così, e ciò è vero anche per diverse linguiste da me interpellate. Ma se si interpretano le parole senza troppi filtri, si è portati a dire che il maschile è maschile ed esprime concetti relativi a esseri di genere maschile, mentre il femminile esprime concetti legati ad esseri di genere femminile.

Il fatto che il linguaggio giuridico italiano sia quasi esclusivamente androcentrico, scegliendo sempre la versione maschile al posto di quella femminile, pur in un’accezione non marcata, riproduce una realtà sociale, culturale, storica di un certo tipo. 

Il primo riscontro è quello legato ai nomi delle professioni giuridiche (il giudice, il magistrato, l’avvocato, il notaio), che solo lentamente, e non in maniera uniforme, si stanno trasformando e adeguando alla realtà lavorativa con l’uso, per lo meno, dell’articolo femminile nel caso in cui sia una donna a ricoprire tali incarichi.

La semplificazione – sia dal punto di vista della riduzione a una realtà, sia dell’uso delle parole, con utilizzo di parole della lingua comune (come indica il manuale per la redazione dei testi normativi del 2007) – porta nella direzione di maggior condivisione dei testi giuridici e amministrativi da parte di cittadini e cittadine. Ma significa anche provocare un cambiamento dal punto di vista della lingua di genere, che lentamente, ma con costanza, si fa strada nella comunicazione quotidiana. 

Certi esempi di linguaggio giuridico (il buon padre di famiglia, la perizia dell’uomo medio) contrastano con la realtà nella quale spesso esistono famiglie in cui il capofamiglia è rappresentato da una donna, e il sapere dell’uomo medio è spesso quello della donna media. La locuzione “il buon padre di famiglia” che dovrebbe corrispondere all’idea di un’azione positiva e “diligente” rimanda a un mondo in cui è il padre a gestire la famiglia, e non solo dal punto di vista economico-finanziario. L’espressione “la buona madre di famiglia” non solo non è recepita dalla giurisprudenza e dai testi normativi, ma potrebbe quasi far sorridere. Nella realtà di oggi sono molte le famiglie in cui il “buon padre di famiglia” non è presente e in cui è la donna a gestire i rapporti familiari e finanziari. Quello che emerge è sia la necessità di adeguare il linguaggio giuridico a una nuova realtà, trasformandolo, creando, dove necessario, dei neologismi (come è avvenuto per il codice del diritto di famiglia, in cui si parla di responsabilità genitoriale, e non più di patria potestà – passando dalla potestà genitoriale), o ripensando l’uso esclusivo del maschile. In questo senso, è necessario che il giurista capisca quali sono gli elementi rilevanti, filtrandoli (decisione politica del legislatore) per poi renderli nella realtà normativa. In tutto questo il linguista può essere d’aiuto sia nella necessaria semplificazione del linguaggio, sia nell’attenzione a un linguaggio rispettoso del genere e dei significati a esso collegati. In questo senso il potere del linguaggio potrebbe diventare maggiormente democratico; un potere democratico presuppone una lingua più trasparente perché legittimata dai cittadini e dalla cittadine.




L’Africa di Karen

A Nord di Copenaghen c’è una piccola cittadina di nome Rungsted, località natale di Karen Blixen1. Non è stato difficile raggiungere la sua tenuta: tutti sanno dove abita e la grande villa spicca sul resto del paesino, nel complesso piuttosto modesto.
Mi aspetta nel suo studio, seduta su una poltrona a fiori tra lance e quadri esotici, dove ha già fatto predisporre due tazzine di caffè fumante.

“È permesso?”
“Bellissimi questi quadri signora Blixen! Li ha portati dall’Africa?”

“Prego, accomodati! Sì, li ho dipinti io, quando vivevo in Kenya.”
“So che è partita quando era ancora molto giovane; perché ha deciso di lasciare la Danimarca?”

“Volevo allontanarmi da questo stile di vita, dalla mia famiglia… Ho sempre desiderato conoscere qualcosa di completamente diverso dalla mia realtà e immergermi in un altro mondo. Così, nel 1913, sono partita con mio cugino e, ai tempi, fidanzato Bror, ci siamo sposati e abbiamo realizzato il nostro sogno: comprare una piantagione e trasferirci definitivamente in Kenya. Poi l’amore è finito e io per dieci anni ho mandato avanti il lavoro senza mio marito, ma la crisi dell’industria del caffè negli anni ‘30 si è aggravata e l’azienda non ha retto.”
“Com’è stato il ritorno in Danimarca?”
“Sono stata costretta a ritornare nel ’31 e da quel momento non passa un giorno senza che io rimpianga di non essere rimasta in Kenya.”

“Come fa a superare la nostalgia?”
“Non l’ho mai superata e mai la supererò. Ho imparato a trasformare la mancanza in racconto, il pensiero in scrittura e così, una volta tornata, ho iniziato a cercare di far capire anche al resto del mondo, attraverso i miei libri, cos’avesse di così speciale quel luogo.”

“Penso di poter affermare con assoluta certezza che è riuscita a pieno nel suo intento, signora Blixen: ogni pagina de “La mia Africa” trasuda tutto il suo amore per quella terra.”
“Sai, dal momento della separazione da Bror, il mio legame con il Kenya è diventato ancora più forte, sia con la regione, sia con le persone del luogo. Mi sono resa conto di non essere sola, di aver intorno una famiglia da cui avevo tanto da imparare e senza la quale mai avrei potuto farcela.”

“Sbaglia chi legge in “La mia Africa” una pesante critica al colonialismo?”

“Ritengo che il colonialismo abbia sventrato l’Africa, risucchiando le sue ricchezze materiali e tentando di snaturarne l’infinita ricchezza culturale. Troppo spesso l’uomo bianco ha invaso le regioni africane dando per assunta la propria superiorità, facendo l’immenso errore di scambiare il diverso da sé per incivile. Invece a me la cultura africana ha insegnato tanto: mi ha fatto riscoprire l’importanza del contatto con la natura e la terra, la centralità del rispetto dell’altro in qualsiasi rapporto umano.”

“Qual è la cosa che più le manca dell’Africa?”

Non mi risponde, Karen. Ha lo sguardo perso in uno dei tanti prati della verde Danimarca e a me piace pensare che ai suoi occhi, con un po’ di fantasia, questo sfarzoso giardino non torni ad essere altro che una piantagione in Kenya, ai piedi degli altipiani di Ngong, e che lì, tra gli alberi, ci sia Denys2ad aspettarla.

 

 

1KAREN CHRISTENTZE DINESEN: nata a Rungsted nel 1885, è stata una scrittrice danese, nota con vari pseudonimi, il più famoso dei quali è Karen Blixen;
Dopo aver frequentato l’Accademia delle Belle Arti a Copenhagen e Parigi, iniziò a pubblicare i suoi primi racconti, sotto il nome di Osceola.
Si trasferì in Kenya nel 1913, ma fu costretta a tornare in Danimarca a seguito del fallimento della fattoria. Nel 1937 pubblicò il romanzo che la rese indimenticabile per i lettori di tutto il mondo: “La mia Africa”, capolavoro in cui racconta gli anni passati in Kenya, da cui fu tratto il celebre film del 1985 con protagonisti Meryl Streep e Robert Redford.
Trascorse gli anni successivi dedicandosi alla scrittura di romanzi e diari, di cui l’Africa rimarrà sempre il soggetto prediletto, ma non tornerà mai più nel suo amato Kenya.

Morì a Rungsted nel 1962.

 

2DENYS FINCH HATTON: fu il compagno di Karen Blixen fino al 1931, anno in cui morì in un incidente aereo. A testimonianza della loro intensa storia d’amore rimangono i diari di Karen e le numerose lettere che si scambiavano nei lunghi periodi di lontananza.

 




I fiori di Giulia

Giulia Conoscenti, classe 91, illustratrice e animatrice, è nata e ha studiato disegno industriale a Palermo; a 21 anni lascia la Sicilia per frequentare Illustrazione presso l’ISIA di Urbino, dove si laurea nel 2017. Nello stesso anno vince il Premio Ronzinante, un contest annuale di illustrazione che incoraggia giovani illustratori e illustratrici a misurarsi con il tema della disabilità: Giulia realizza due tavole collegando l’autismo ai viaggi straordinari di Verne. Le sue illustrazioni, sempre ricche e particolareggiate, si collocano in un luogo sospeso tra il sogno e l’immaginazione, dove le figure si mescolano al paesaggio e il limite tra esterno e interno non è mai netto, ma lascia sempre una sensazione di incertezza e mistero che destabilizza chiunque l’osservi. Sono opere sono fortemente materiche, frutto di una sperimentazione continua e di una mescolanza di tecniche, dalle chine ai pennarelli, passando per gli acrilici. Il suo tratto è gestuale e la ricchezza di particolari rende le tavole fortemente narrative; non a caso uno dei mezzi narrativi che predilige è l’animazione.

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Per la sua tesi specialistica Giulia si è infatti misurata con un corto animato di cinque minuti dal titolo Fiori di tarassaco, realizzato con la tecnica del rotoscopio, con un totale di 4000 frames. Il corto non presenta parole, la struttura narrativa ruota intorno alla protagonista che sta affrontando un viaggio: seguono immagini che appaiono come sogni o visioni; abbiamo l’impressione di entrare nella sua testa e di frugare nei suoi pensieri. Quello che stiamo guardando è un’allucinazione, o forse è un sogno dove si mescolano pensieri, sensazioni, paure, momenti di insicurezza e vuoto, di affetto e di amore, tutti raccontati con una forte delicatezza. Giulia ragiona per metafore visive: la guerra, le migrazioni, i confini e le frontiere, lo specchio e la formazione dell’identità sono alcuni dei temi con cui si è confrontata, attraverso un approfondito studio, al quale ha seguito la traduzione dei concetti in immagini.

Lo stesso fiore di tarassaco è un’allegoria della migrazione; così come i semi del fiore si lasciano trasportare dal vento per raggiungere nuovi campi dove germogliare, i migranti lasciano la loro terra per cercare una nuova casa che li possa accogliere.

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Ho intervistato Giulia Conoscenti per scoprire qualcosa di più su di lei e sul suo lavoro.

La protagonista del tuo corto d’animazione Fiori di tarassaco è una ragazza con pochi tratti distintivi, difficile da associare a una determinata cultura: quanto c’è di te in lei?

Inconsciamente parecchio! Sono palermitana e ho sempre vissuto circondata dal mare e dal sole, dal calore di persone che come dice Pirandello sono “nate isola nell’isola”. Ho un forte attaccamento alla mia terra, alla sua cultura, ai suoi colori, così tanto che li sento nelle ossa, nel carattere! 

Mi sono resa conto di tutto questo quando mi sono trasferita a Urbino per studiare illustrazione all’ISIA. Un luogo totalmente altro, sconosciuto, con cui non sono mai entrata in sintonia. Un posto che era tutto tranne “isola”, tutto tranne me. So che può sembrare assurdo ma quello che ho provato era smarrimento, insicurezza, perdita. Così ho iniziato a riflettere su tutte quelle persone che emigrano, abbandonando la propria terra, casa e famiglia, costrette e non per scelta, e che diversamente da me hanno grandi difficoltà a ritornare indietro.

All’improvviso il/la migrante si ritrova completamente solo/a in un Paese straniero e comprende che può salvarsi solo con immensi sacrifici per stabilire gradualmente nuove relazioni, imparare altri codici di socialità, reinventare se stesso/a, perché di questo si tratta, di ritrovarsi e ricostruirsi.

Ho deciso di trattare il tema della migrazione e della perdita di identità, perché in parte è un problema che capisco: oggi più di prima i giovani sono migranti, molti di loro non hanno una sede fissa e vivono in un luogo che sentono estraneo.

In Fiori di tarassaco parli di lunghi viaggi, paura, ricerca di identità, lasciare le proprie radici per cercarne di nuove. Quanto è importante per un/una giovane artista mettersi in discussione?

Credo che confrontarsi con se stessi sia, a livello umano, fondamentale per crescere e per un’illustratrice indispensabile per progredire artisticamente. Non so se questo concetto sia per forza legato ad abbandonare la propria casa o mutare la propria identità, in favore della ricerca di qualcos’altro; penso dipenda dalla storia personale di ognuna di noi, dal nostro vissuto. Io ho un forte legame con la mia terra ed è per me importantissimo tornare, ogni volta che posso, per viverla e sentirla.

Qual è una storia che ti piacerebbe raccontare?

Una storia che proprio non vedo l’ora di illustrare ce l’ho! Aspetto solo il momento giusto. Da piccola mi hanno raccontato della colonia di Roanoke e del mistero dei coloni perduti, un centinaio di persone, tra cui anche donne e bambini, che alla fine del 1500 sono scomparse praticamente nel nulla. Non sono mai state trovate loro tracce, è come se fossero evaporate! Ci penso spesso, devo farci un libro, anche solo per togliermela dalla testa.

Poi in realtà, avrei voglia di raccontare mille cose: vicende sulla mia città, su persone che ho conosciuto per caso, su quella casa tutta storta che magari sarà abitata dall’uomo più dritto del mondo. Veramente mi basta anche poco: un dettaglio, incrociare gli occhi liquidi di un essere sconosciuto, un cane legato fuori dal supermercato, insomma qualcosa che mi colpisca e mi faccia immaginare una storia fantastica come quando ero piccola!

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Immagini dal sito: http://giuliaconoscenti.tumblr.com




Mary Leakey, la signora della paleoantropologia

La Paleoantropologia è una disciplina a retaggio prevalentemente maschile, ma in questo firmamento di illustri scienziati brilla l’astro di una ricercatrice inglese, Mary Leakey, che con determinazione e passione nel corso di oltre cinquant’anni di vita in Africa ha fatto, insieme al marito Louis Leakey, alcune tra le più importanti scoperte sulle tappe dell’evoluzione umana.

Mary Douglas Nicol Leakey nasca a Londra il 6 febbraio 1913. Il padre, Erskine Nicol era un famoso pittore paesaggista e da lui la piccola Mary prende la passione per il disegno e per la pittura.

L’interesse per la preistoria e l’archeologia lo sviluppò successivamente grazie alle frequenti visite agli scavi dell’archeologo francese Elie Peyrony in Dordogna.

Tornata a Londra dopo la morte del padre, venne iscritta dalla madre in un collegio cattolico da cui fu espulsa mal sopportandone la disciplina. I suoi studi proseguirono in modo irregolare e si trovò a seguire, da esterna, alcune lezioni di archeologia all’Università di Cambridge che la affascinarono molto. In quella sede si fece valere per le sue capacità di disegnare reperti fossili tanto che le fu chiesto di illustrare un libro intitolato Adam’s Ancestors (Gli Antenati di Adamo) del noto paleoantropologo Louis Leakey che conobbe in quell’occasione. Leakey la invitò a seguirlo in Africa per disegnare i reperti che andava trovando nel corso dei suoi scavi e così Mary partì; da allora rimase sempre al fianco di Louis che sposò dopo qualche anno. 

I due formarono un team perfetto e nel settore della paleontologia umana divennero inseparabili sotto il nome de i Leakeys. Ben presto le loro ricerche, concentratesi nella Gola di Olduvai in Tanzania, cominciarono a dare i loro frutti.

Foto. La Gola di Olduvai 

La Gola di Olduvai si estende per circa 40 km nella piana del Serengeti nella Tanzania settentrionale.  

Il suo nome in lingua Masai significa “sisal” e infatti questo tipo di agave, insieme all’acacia arbustiva, è molto diffusa nella zona. Scoperta casualmente da un entomologo tedesco William Kattwinkel che vi cadde accidentalmente inseguendo una farfalla è uno dei più importanti siti archeologici dell’Africa.  Vi si possono studiare sette strati sovrapposti che vanno dal più profondo, datato con il metodo del potassio-argo a circa 2,5 milioni di anni fa, al più recente, risalente a 25.000 anni fa. Dopo una serie di ritrovamenti di utensili fossili Mary Leakey vi rinvenì, nel 1959, un primo importante reperto: un cranio preistorico cui lei e il marito diedero il nome di “Zinjanthropus boisei” detto “Zinj”, dal nome medioevale della regione dell’Africa orientale. Successivamente fu riclassificato come “Paranthropus boisei” detto anche “Lo Schiaccianoci” per le dimensioni eccezionali della mandibola e dei denti. Si tratta di un cranio quasi completo di un ominide con fronte sfuggente, arcate sopraorbitarie molto pronunciate e una cresta sporgente al centro del cranio, dove si attaccavano i potenti muscoli masticatori che servivano per triturare dure radici e noci. I ritrovamenti continuarono nel 1960 con fossili classificati come “Homo abilis” cioè capace di costruire intenzionalmente utensili di pietra che infatti vennero ritrovati nello stesso giacimento.  Nonostante l’assenza di fronte e di mento, la capacità cranica di questi individui superava i 600 cm cubici, valori decisamente umani.

Mary fu sempre autonoma come ricercatrice e sviluppò anche un sistema di classificazione degli utensili ritrovati a Olduvai. La sua attività continuò con successo anche dopo la morte del marito avvenuta nel 1972. Nel 1979 vennero alla luce le Orme di Laetoli (vedi precedente articolo – ImPagine 25 aprile 2018) lasciate più di tre milioni di anni fa da un gruppo di Australopithecus afarensis. Nello stesso anno Mary cominciò a scrivere le sue esperienze nel libro Olduvai Gorge: My search for Early Man (La Gola di Olduvai. La mia ricerca del Primo Uomo) seguita, nel 1984 dalla sua biografia: Disclosing the Past (Scoprendo il passato).

Morì a Nairobi in Kenia nel 1996 ma la tradizione di famiglia continua con il figlio Richard, la nuora Meave e la nipote Louise. I Leakey sono ancora presenti in Africa e c’è sempre una “signora” della paleoantropologia.