Ni una mujer menos, ni una muerta más

Ciudad Juárez non è esattamente il posto ideale per farsi una bella vacanza, se sei una donna poi, meno che mai. Questa città messicana nella regione di Chihuahua è tristemente nota per l’altissimo numero di omicidi che da ormai quasi 30 anni la portano in cima alle statistiche sulla criminalità.
Una macchina accosta accanto al marciapiede. Considerata la fama della città non riesco a stare tranquilla, finché non si abbassa il finestrino: “Sali in macchina! Non è sicuro girare da sole!”.
È Susana Chávez1, ci saremmo dovute incontrare direttamente in un bar, poche centinaia di metri più avanti, ma a questo punto un passaggio lo accetto volentieri.
“Grazie, andiamo al bar di cui mi ha parlato al telefono?”
“Ti prego, non darmi del Lei. Siamo praticamente coetanee…”
Sedute davanti a una birra gelata, in una delle poche vie sicure di Ciudad Juárez, parlare con Susana è come rincontrare una vecchia amica, pur non avendola mai vista prima d’ora.
“Quando hai cominciato a scrivere poesie?”
“Ero molto piccola, avevo 11 anni. Ovviamente crescendo ho trascinato con me la mia poesia, è cresciuta anche lei.”
“C’è un filo conduttore in tutta la tua produzione?”
“Sicuramente il protagonismo della natura, del simbolismo naturale. Da grande, ho trovato grande ispirazione anche nel mondo femminile, nelle mille sfaccettature che esistono nell’approccio delle donne alla propria corporeità. Credo che questo senso di vergogna che ci è stato instillato fin da bambine abbia generato una cappa di silenzio, ma è proprio nel silenzio che una voce fa più rumore.”
“Che intendi dire?”
“Intendo dire che si può partire dal proprio silenzio, dalla propria marginalità per ritagliarsi uno spazio di libertà, di autonomia. In poche parole: non è mai troppo tardi!”
“Credi che scrivere possa cambiare il mondo?”
“A questo non so risponderti. Sono convinta che la poesia possa risvegliare le coscienze e magari, aiutare a far alzare la voce. Questo è sempre stato il mio obiettivo primario, sia come attivista sia come poetessa.”
“Cos’è che rende così grave la situazione nel Chihuahua?”
“Dal 1993 in questa regione viene portato avanti un genocidio di genere senza fine, che cresce ogni anno che passa, tanto che siamo arrivati a una media di tre donne uccise ogni due giorni. È difficile individuare i fattori che hanno portato il Messico a questa situazione, sicuramente c’è un problema culturale, c’è la criminalità organizzata e ci sono le maquiladoras…”
“Scusa se ti interrompo, cosa sono le maquiladoras?”
“Qui in Messico sono stabilimenti industriali controllati dagli Stati Uniti dove vengono assemblati prodotti che poi tornano al paese d’origine. I diritti umani nelle maquiladoras praticamente non esistono e ci lavorano moltissime ragazze per pochi dollari al giorno. Le inserisco tra i fattori che hanno fatto impennare il tasso di femminicidi in Messico, perché molte delle vittime sono operaie delle maquiladoras, che vengono rapite, violentate e uccise lungo il percorso che fanno tutti i giorni per andare e tornare dalle periferie e dalle zone rurali di questa regione.”
“C’è una speranza per Ciudad Juárez?”
“Finché il governo non si deciderà ad aprire gli occhi, a interrompere il suo silenzio complice, continueremo a essere decimate e potrà solo andare peggio. Ora come ora provo una sensazione di vuoto, abbandono e impotenza, suppongo come molti altri. Immaginare un miglioramento per quanto mi riguarda è difficile, ma nutro ancora delle speranze perché sono una donna di fede!”

Una Ciudad Juárez diversa Susana non la vedrà mai. Il 6 gennaio del 2011 l’hanno ritrovata morta sul ciglio della strada, abbandonata come un sacco di spazzatura. Aveva 36 anni.
Dopo il ritrovamento, il cadavere è stato trattenuto dalle autorità per cinque giorni e si è fatto di tutto per slegare l’omicidio di Susana dal suo attivismo politico.
“Era ubriaca…Ha incontrato tre ragazzi fuori controllo al bar, la situazione è sfuggita di mano…” hanno detto gli inquirenti, che, tradotto, suona come il solito, vergognoso “se l’è andata a cercare…”.

 

1SUSANA CHAVEZ: nata a Ciudad Juárez nel 1974 è stata una giornalista, poetessa e attivista per i diritti umani messicana. Iniziò a scrivere poesie da bambina, partecipando a molti dei festival letterari e forum culturali Messicani, offrendo anche letture delle sue poesie durante le manifestazioni per le donne scomparse e assassinate. Laureata in psicologia alla Universidad Autónoma de Ciudad Juárez, al momento della morte stava lavorando ad un libro di poemi e scriveva inoltre sul suo blog Primera Tormenta.
È conosciuta come l’autrice dello slogan “ni una mujer menos, ni una muerta más” (“non una donna di meno, non una morta in più”, usato dagli attivisti per manifestare contro il massacro delle donne di Juárez.
Fu uccisa nella sua città natale il 6 gennaio 2011.




La Chiesa al passo con i tempi: l’enciclica Rerum Novarum di Leone XIII

Quando la Rivoluzione industriale è già andata pienamente a regime, è ora che anche la Chiesa cattolica prenda posizione. E non può non farlo, trattandosi della potenza più influente del mondo sul piano culturale, soprattutto in Europa (ma in realtà anche in America). Nel nuovo contesto sociale è palese l’ingiustizia dello sfruttamento, e nessuno può più far vinta di non vedere.

In un primo momento la Chiesa era stata ostile alla modernizzazione della società europea e alla conflittualità sociale che ne derivava, vedendo in pericolo la propria supremazia morale a causa di subbugli e novità difficilmente controllabili. Ma, volendo o non volendo la realtà è destinata a evolversi, e a lungo andare la Chiesa non può fare altro che accettarlo, rischiando altrimenti di essere tagliata fuori dalla società stessa.

Nel 1891, quando l’Europa è già pienamente industrializzata e non è possibile tornare indietro, Papa Leone XIII (in copertina) pubblica l’enciclica intitolata Rerum Novarum (Delle cose nuove), titolo tanto significativo quanto ambiguo. Il Pontefice accetta i cambiamenti ma cerca di limitarne gli eccessi. 

Foto 1. L’enciclica Rerum Novarum

Nel testo si condannano sia lo sfruttamento che la lotta di classe. 

La Chiesa è contraria al Socialismo e riconosce il diritto alla proprietà privata ma di ognuno e non solo di pochi, al tempo stesso però condanna lo sfruttamento e non si identifica con le classi padronali e conservatrici, sostenendo la necessità di una collaborazione tra capitalisti e classi lavoratrici: è compito dello Stato prendersi cura del benessere degli operai, mancando di adempiere a tale compito si offende la giustizia sociale e la dignità umana.

Scendendo nel concreto, a partire da questo momento nasce il movimento cristiano-sociale e sorgono numerose associazioni cattoliche di propaganda antisocialista ma al tempo stesso di aiuti agli operai e alle persone indigenti: così i cattolici mettono in atto una propaganda controrivoluzionaria più efficace di leggi speciali e polizia ma realizzano anche un sistema di tutela sociale più efficace di quello statale praticamente inesistente.

Foto 2. Schema di date




Scienza e femminismo in Italia dopo Cernobyl

Di Sara Sesti

Nel femminismo italiano, il dibattito sui fondamenti della scienza è iniziato tardi, solo a metà degli anni Ottanta. La svolta decisiva avvenne subito dopo il disastro di Cernobyl del 26 aprile 1986, il più grave incidente mai verificatosi in una centrale nucleare. Fu causato dall’esplosione del reattore che rilasciò una quantità di radiazioni cento volte maggiore rispetto a quella delle bombe atomiche lanciate su Hiroshima e Nagasaki. Il materiale nucleare si depositò in Ucraina, in Bielorussia, in Russia e in tutto l’emisfero nord del pianeta, provocando danni all’ambiente e alla salute rilevabili ancora oggi.

Il cambio di rotta del movimento femminista ebbe luogo perché quel disastro venne riconosciuto non più come un incidente isolato, come nel precedente caso di Seveso del 1976, ma come la manifestazione di uno squilibrio da affrontare nelle sue origini profonde. La prontezza e la competenza con cui si espresse la critica femminista non furono improvvisate: furono il risultato delle esperienze e delle pratiche del movimento delle donne che, partito negli anni ’70 dai temi del personale, della sessualità e dell’inconscio, arrivò a confrontarsi anche con gli oggetti tradizionali del sapere. Fondamentale fu il lavoro del “Movimento per la salute e per la medicina delle donne” portato avanti nei consultori e nei gruppi di self-help.

Fino ad allora, la critica di sinistra era bloccata sulla distinzione tra “uso e abuso della scienza”. Si riteneva cioè che la ricerca fosse di per sé buona e neutrale, mentre invece potessero diventare cattive le sue applicazioni. Gli scienziati erano ritenuti colpevoli degli esiti distruttivi, in quanto non erano loro a decidere l’uso delle scoperte scientifiche, che erano scelte dei politici, dei padroni o dei militari. La critica delle donne apportò una vera e propria rivoluzione, perché mise in discussione proprio la presunta neutralità della ricerca, rivendicando la presenza dell’elemento soggettivo e sessuato anche nel processo di produzione di conoscenza.

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Dal 1986 al 1991 vennero pubblicati in Italia i libri più importanti sull’argomento. Erano dapprima traduzioni di articoli di ricercatrici anglo-americane come “Alice al microscopio” del 1985 e “Donne, tecnologia e scienza” del 1986. In seguito arrivarono i testi delle ricercatrici definite “fondative” come “Sul genere e la scienza” e “In sintonia con l’organismo” di Evelyn Fox-Keller del 1987; “La morte della natura” di Carolyn Merchant del 1988 e la prima ricerca storica: “L’eredità di Ipazia” di Margaret Alic del 1989. Soprattutto le opere di Evelyn Fox-Keller, fisica, biologa e filosofa, considerata l’esponente di maggior spicco dell’epistemologia femminista, volsero uno sguardo critico sulla base linguistica che accompagna la ricerca, mostrando le conseguenze operative e scientifiche dei presupposti culturali e di genere di cui gli scienziati sono portatori, presupposti che emergono nelle metafore e nei termini che vengono utilizzati. Secondo Fox-Keller, “le donne non fanno scienza in modo diverso dagli uomini, ma si fa scienza diversamente solo se la consapevolezza di genere agisce in chi fa ricerca”.

Più tardi vennero pubblicati testi italiani come “Donne senza Rinascimento” di Enrica Chiaromonte, Giovanna Frezza e Silvia Tozzi, 1991 e “Immagini di cristallo” di Luisella Erlicher e Barbara Mapelli, 1991; “Conversazioni con Evelyn Fox-Keller” del 1991 e “La nube e il limite” del 1990 di Elisabetta Donini, una puntuale e approfondita analisi critica del formarsi della scienza e delle sue categorie. Furono libri molto importanti perché ricostruirono la presenza delle donne, svelarono le metafore usate nel linguaggio scientifico e smascherarono gli stereotipi secolari sul rapporto donne e scienza.

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Nacquero in quegli anni in varie città italiane i luoghi di ricerca
dove le donne cominciarono a interrogare le discipline: a Bologna nel 1986 si formò il “Coordinamento Nazionale Donne e scienza, a Milano nel 1987 furono fondate l’”Università delle donne”, la rivista Lapis diretta da Lea Melandri e la “Comunità scientifica Ipazia”, a Roma nello stesso anno il “Centro culturale Virginia Woolf”.  In questi luoghi le donne sperimentarono la possibilità “di pensare e di parlare di scienza in modo nuovo, senza cancellare le esperienze mute del corpo, di creare una scienza diversa capace di tenere insieme il corpo sessuato con la mente” come scriveva sulla rivista Lapis Agnese Seranis, una delle protagoniste del movimento femminista di critica alla scienza.
Allora collaboravo con Lapis e tenevo i primi corsi di “alfabetizzazione informatica” all’Università delle donne. Contemporaneamente insegnavo Matematica in un Liceo e soffrivo moltissimo nel constare che, nonostante i contributi del femminismo allo studio delle discipline scientifiche, nei libri di testo le scienziate venivano ignorate e nell’immaginario comune la scienza continuava ad avere un volto maschile.  Proprio per rimediare a questa cancellazione è nata la prima ricerca italiana sul rapporto delle donne con la scienza che ho promosso presso il Centro di ricerca Pristem dell’Università Bocconi nel 1997, Uno studio collettivo che produsse la mostra fotografica “Scienziate d’Occidente. Due secoli di storia” e il libro “Scienziate nel tempo”, un progetto ancora in corso con l’obiettivo di dare visibilità alle scienziate, di indagare i contenuti e le modalità con cui si è espresso il loro lavoro nel corso dei secoli e di capire i motivi della scarsa presenza femminile nella ricerca. 

Il disastro di Chernobyl ha cambiato molte vite e le future scelte energetiche di molti paesi: se negli anni Ottanta il nucleare ne deteneva la maggioranza, a partire dagli anni successivi la situazione si è rovesciata indirizzandosi a favore delle energie rinnovabili, ma il “pericolo nucleare” rimane una grande minaccia. Anche il rapporto delle donne con la scienza è certamente migliorato da allora, ma molti problemi rimangono ancora aperti e vanno indagati.




La Guerra di secessione americana: da schiavi a operai

Dopo l’indipendenza dalla Gran Bretagna, i primi tredici membri degli Stati Uniti si espandono verso Ovest nelle praterie, fino alle Montagne Rocciose e all’Oceano Pacifico, spazzando via le popolazioni native che abitavano le grandi pianure occidentali del continente con una cultura ricchissima, quasi interamente distrutta. In vari casi le tribù Sioux e Cheyenne riescono a opporre resistenza in difesa delle proprie terre ancestrali, ma frecce e cavalli non possono competere con le armi da fuoco industriali sostenute alle spalle da ferrovie e telegrafi; peraltro l’aver sterminato gli animali (in particolare i bisonti), fonte di sussistenza degli indigeni, impedisce la loro futura sopravvivenza.

Così le civiltà native vengono spinte verso l’estremo Ovest sui climi inospitali delle montagne, private di ogni diritto. D’ora in avanti, quando si parla di Americani ci si riferisce ai bianchi discendenti dei coloni europei e non più a coloro che popolavano l’America originariamente, che prendono erroneamente il nome di «Indiani».

FOTO 1 – Indios Pah-Ute, Utah, 1872

L’altro numeroso gruppo sociale di cui non si tiene conto è costituito dai neri,  pronipoti degli schiavi deportati dall’Africa e usati come manodopera gratuita nelle piantagioni del Sud degli Stati Uniti. La Costituzione americana prevede la schiavitù e sancisce per legge la disuguaglianza sociale non riconoscendo diritti alle categorie etniche minoritarie. All’interno della “razza” bianca vige il suffragio universale maschile e la società è molto aperta e tollerante: i bianchi che hanno fatto richiesta della cittadinanza hanno diritto di voto prima ancora di averla ottenuta. La contraddizione sta nel fatto che verso la metà dell’Ottocento gli Stati Uniti d’America sonoil Paese meno autoritario del mondoe con il piùalto tasso di libertà individuali, ma anche l’unico Paese a conservare la schiavitù.

FOTO 2 – Carta degli Stati americani dell’Unione e della Confederazione

Tra le varie zone dello Stato federale che si va formando sono presenti grosse differenze climatiche ed economiche. A Sud, intorno al Golfo del Messico, si estendono enormi piantagioni di tabacco e cotone, gestite da pochissimi ricchi e lavorate da schiavi neri: dato che a migrare verso l’America un secolo prima non erano certo gli aristocratici, che quindi in America sono mancati, l’élite di latifondisti costituisce in qualche modo l’equivalente della nobiltà europea. Invece a Nord, nelle terre vicine al Canada e all’Oceano Atlantico, con scambi culturali e commerciali con l’Europa, sorgono complessi industriali gestiti da una borghesia simile a quella europea e mantenuti da operai salariati, come in Inghilterra. Ne consegue una forte divergenza di interessi.

Gli imprenditori del Nord hanno bisogno di una classe operaia “libera” ed elastica con una facile mobilità lavorativa, mentre i proprietari terrieri del Sud invece necessitano di una manodopera permanente e gratuita di cui poter disporre a proprio piacimento senza diritti né intralci alla produzione. L’interesse settentrionale è il protezionismo, per favorire lo sviluppo delle nuove fabbriche senza che siano schiacciate dalla concorrenza europea, mentre quello meridionale è il liberismo, per commerciare agevolmente i prodotti che in Europa mancano. Nascono così due grandi partiti: il Partito Repubblicano, espressione degli interessi del Nord, e il Partito Democratico, che rappresenta le istanze del Sud.

Diversamente dall’Europa, i partiti americani non fanno riferimento ad aree ideologiche e culturali ma solo a interessi di specifici gruppi affaristici: mentre in Europa si diventa cattolici o socialisti a seconda dell’educazione ricevuta, in America si diventa repubblicani o democratici a seconda della propria posizione sociale, che è variabile e mai statica. Il Partito Repubblicano è abolizionista, ovvero per l’abolizione legale e sostanziale della schiavitù: non è certo una questione morale di dignità umana o di magnanimità, quanto di favorire le richieste delle fabbriche rispetto a quelle dei latifondi.

FOTO 3 – Abraham Lincoln

Nel 1861 il Partito Repubblicano riesce a far eleggere Presidente federale Abraham Lincoln, un uomo di origini sociali modeste. Immediatamente gli Stati del Sud dichiarano la secessione staccandosi dalla federazione. Gli Stati del Nord reagiscono muovendo guerraai separatisti. Dopo un conflitto durato quattro anni, il Nord ottiene una vittoria schiacciante e il potere dell’élite agraria meridionale viene ridimensionato. Nel 1863 Lincoln pubblica The Emancipation Proclamation(Proclama di emancipazione – immagine di copertina):la schiavitù viene almeno formalmente abolita e gli ex schiavi ottengono i diritti civili e politici. Dal punto di vista teorico e legale è sicuramente un grande passo in avanti, ma non sempre affrancarsi dalla schiavitù comporta un reale miglioramento della propria esistenza: per chi prima aveva assicurate fatica e spesso frustate ma anche vitto e alloggio inizia l’odissea del dover cercare lavori stagionali o addirittura giornalieri altrettanto faticosi con una libertà formale che non garantisce la sopravvivenza.

FOTO 4 – Dorothea Lange, Mississippi Delta, 1939: Water Boy

L’altra questione mai risolta è quella del razzismo. Sia al Nord che al Sud, la parità dura poco: mentre il governo federale si disinteressa al problema, i bianchi riprendono potere, fino ad arrivare a una situazione di totale apartheidche andrà avanti per oltre un secolo: i neri non hanno diritto di voto e chiese, scuole, quartieri, mezzi pubblici e posti di lavoro vengono separati. Questi provvedimenti che legalizzano la segregazione, il più importante dei quali approvato nel 1877, portano il nome di Leggi di Jim Crow, dal personaggio inventato da un comico teatrale noto come Daddy Rice che nei decenni precedenti faceva satira sulla popolazione afroamericana, diffondendo lo stereotipo del “negro” pigro, imbroglione, bugiardo e ladro. Giornalisti, teologi e scienziati contribuiscono a diffondere falsi miti sulla presunta inferiorità naturale dei neri. La mentalità comune americana è sempre stata intrisa di razzismo e persino la Corte Suprema degli Stati Uniti ha confermato la validità giuridica della segregazione razziale. La situazione cambierà solo negli anni Sessanta del Novecento.

FOTO 5 – Russell Lee, Oklahoma City, 1939:”Colored” drinking fountain

 




Le parole tra me e Lalla

“Buonasera, signora Romano1!”
“Buonasera! Mi scusi per l’orario insolito, ma il caffè ormai sono abituata a prenderlo a quest’ora, tra l’altro in questo bar.”
In effetti, un caffè alle 18:00 equivale a insonnia quasi certa…

“È una cliente abituale, quindi?”

“Sì, prendo qui il caffè ogni sera, da quando mi sono trasferita a Milano. Fino a qualche anno fa mi ritrovavo a questi tavolini con i miei amici scrittori, poi abbiamo perso quest’abitudine purtroppo…”
“Quando è venuta a vivere a Milano?”
“Ho raggiunto mio marito nel dopoguerra e qui sono rimasta tutta la vita, ma io in realtà sono piemontese, ho vissuto le guerre tra Demonte, vicino Cuneo, e Torino.”

“Che ricordo ha della Resistenza Italiana? So che ne ha preso parte!”
“Sì, ho partecipato alla lotta partigiana, ma riconosco di non essere mai stata in prima linea.
Sono entrata nei Gruppi di difesa della donna, ho corso anche io i miei rischi, ma ho deciso di non scriverne mai.”

“Come mai questa scelta? La letteratura sulla Resistenza ha avuto un successo clamoroso nei decenni dopo la seconda guerra mondiale…”

“È stata una scelta dettata dalla convinzione che ognuno debba occuparsi di ciò che gli compete e io mi sono sempre sentita aliena dallo scrivere di questioni politiche, sociali ed economiche.
È la stessa ragione per cui mi sono dimessa nel ’76, dopo esser stata eletta consigliera comunale a Milano… Banalmente, non fa per me!”

“Quando ha iniziato a scrivere?”

“In realtà piuttosto tardi, ho esordito con una raccolta di poesie intorno ai trent’anni: il mio primo approccio all’arte è stato con la pittura. Poi, dopo una serie di romanzi, ho scritto “Le parole tra noi leggere”: il successo è arrivato nel ’69 e non ero più una ragazzina da un bel po’!”

“Proprio di quel romanzo volevo parlare: Anna Banti al riguardo ha detto <Minuziosamente, con una precisione da cartella clinica niente affatto pietosa, vengono registrati gli incontri-scontri fra istinti analoghi e divaricati in una quasi sacrilega ricerca di reciproca offesa>.  Pensa sia una giusta analisi del libro?”

“Credo che Anna abbia ragione: le parole tra me e mio figlio sono tutt’altro che leggere. Anche quando sono ironiche, nascondono una sfida che va oltre le piccole battaglie quotidiane.”
“Secondo lei perché il romanzo ha avuto così tanto successo?”
“Penso abbia avuto un peso fondamentale il contesto storico in cui è stato pubblicato. Ovviamente io racconto di un periodo antecedente al ’68, ma le ribellioni di Piero alla scuola e alla famiglia si inseriscono perfettamente nel clima sessantottino, nonostante mio figlio sia della generazione precedente. È un personaggio che, se vuoi, ha anticipato gli atteggiamenti dei ragazzi figli del ’68 e credo sia questa la ragione di tanto successo. In fondo, la rivoluzione sociale che fa da sfondo al romanzo, ovvero il passaggio da un tipo di educazione più repressiva a un’educazione permissiva, nel ’68 ha avuto il suo massimo apice, quindi è ovvio che la sua pubblicazione nel ’69 sia caduta involontariamente a pennello.”

“È stato apprezzato tanto dal pubblico, quanto dalla critica: le ha fatto vincere il Premio Strega di quell’anno!”
“Sì, è stato un grande onore. Ma, proprio la genuina spontaneità premiata dalla critica ha aggravato ulteriormente il conflitto con mio figlio, che credo non mi abbia mai perdonato di aver messo per iscritto le parole tra noi tutt’altro che leggere. Sono cose che nessun riconoscimento ti ridà indietro…”
Afferra tra le dita la sua tazzina di caffè, in una presa tremolante, ma nel complesso solida, portandosela alle labbra per berne l’ultimo goccio. La conosco da dieci minuti, ma già mi ha trasmesso la straordinaria, insolita fierezza di essere pienamente sé stessa in tutto ciò che fa, serenamente libera in tutto che dice.

1LALLA ROMANO: nata a Demonte nel 1906, è stata una scrittrice, poetessa e giornalista italiana. Dopo aver conseguito la maturità classica, si iscrive alla facoltà di lettere dell’Università di Torino, dove si laurea a pieni voti nel 1928.
Pubblica la prima raccolta di poesie nel 1941, con il titolo “Fiore”. Dopo la guerra raggiunge il marito Giovanni Vermiglia a Milano e nel 1951 pubblica il primo romanzo “Le metamorfosi”, seguito da “Maria”, “Tetto murato” e “Diario di Grecia”.
Nel 1969 arriva il successo con “Le parole tra noi leggere”. Negli anni successivi continua a scrivere poesie e romanzi, come “L’ospite”, fino a che si spegne nel 2001, al fianco del suo amorevole compagno Antonio Ria.

 




“Quello che i muri dicono”

“Quello che i muri dicono – Guida ragionata alla street art della capitale” è il libro della giornalista e scrittrice Carla Cucchiarelli. Come si evince dal titolo, che esprime in maniera saliente il contenuto del volume, non si tratta solo di una guida ma di una riflessione sulla più che contemporanea arte di strada della città di Roma.

L’autrice si è interessata alla street art in seguito alla stesura di un altro suo libro: “No, la Gioconda no” dove ha scoperto che, tra i numerosi artisti e artiste che hanno rielaborato l’iconografia leonardesca, c’erano anche alcuni street artists, come per esempio Mimì the Clown, di cui racconta il “museo di stencil con il naso rosso” realizzato nel cuore della Capitale.

Si sa, quando veniamo in contatto con cose nuove che ci stimolano interesse iniziamo a vederle ovunque. Quindi, dopo aver scoperto l’arte urbana, come è possibile non notarla in ogni angolo della Capitale?

Roma, insieme a Parigi, Berlino e Londra pullula di street art. Che si passi tra le case popolari di San Basilio o per i vicoli di Trastevere, i muri sono lì, pronti a comunicarci qualcosa.

Quello che descrive la scrittrice è un excursus dettagliato su ogni forma di contaminazione urbana.

Non tralascia gli interventi spontanei, né i disegni storici come l’asino che vola a via Tor di Nona o il graffito della spiga di grano che accompagna la scritta “Via la polizia dall’università”, realizzato durante i fermenti del ’68 all’interno della facoltà d’ Architettura Valle Giulia.

Descrive l’arte “illegale” delle pareti dei centri sociali come l’Alexis, attualmente sgomberato, di via Ostiense, la cui facciata è stata dipinta da Blu e al cui interno presenta più interventi da parte di molti artisti come per esempio Alice Pasquini e Bol; o l’arte nelle occupazioni abitative come l’ex fabbrica Fiorucci sulla Prenestina occupata e trasformata in museo contemporaneo – il “MAAM” – da artisti di tutto il mondo; fino ad arrivare a descrivere le manifestazioni autorizzate come il Festival della Poesia di Strada del Trullo dove artisti e poeti si sono riuniti per dipingere le facciate dei palazzi con disegni accompagnati dalle poesie.

 

FOTO 1. Bambina residente di “Metropoliz-Maam” davanti a un murales di Giò Pistone

 Il libro, pubblicato dall’editore Iacobelli, è stato elaborato come una guida alla street art e non segue un filo temporale bensì è sviluppato per aree tematiche. In questo modo i lettori e le lettrici possono scegliere il proprio percorso personale, iniziando a leggere il libro dall’ultimo capitolo o dal primo, a seconda di ciò che più interessa. 

Per aiutare il lettore e la lettrice a individuare l’artista e la zona di intervento, Cucchiarelli ha inserito dei sottocapitoli che anticipano di quali murales tratterà.

Molto attenta alle tematiche sociali, Carla racconta, per esempio, la coinvolgente storia del condominio-acquario di Torpignattara dipinto da Carlos Atoche. L’intervento è stato realizzato grazie alla volontà degli e delle abitanti del comitato di quartiere che, tramite un crowdfunding sono riusciti ad abbellire con la pittura un fatiscente edificio. Il murale non ha solo uno scopo estetico, l’artista ha ricreato i fondali marini dove più creature dialogano tra loro, così come il quartiere di Torpignattara contiene in sé persone dalle etnie differenti, primo fra tutti l’artista Atoche, originario del Perù.

 

FOTO 2. Etnik a TorPignattara

Inoltre il libro non si limita a descrivere il fenomeno urbano, c’è sempre una ricercata indagine sui perché e sui come, c’è un racconto documentaristico ma mai eccessivo sui personaggi che orbitano intorno ad un determinato intervento. Che sia l’artista, la committenza, o l’abitante, la sua storia viene raccontata.

Succede per Gaetano, il venditore ambulante di via Giolitti, rappresentato sulla parete da Mauro Sgarbi.

Succede per Massimo Colonna, in arte Crash Kid, writer e B-boy vissuto durante gli anni ’90 e scomparso prematuramente all’età di 26 anni, cui è stata dedicata una giornata alla sua memoria durante la quale artisti, amici e break dancer si sono radunati nel sottopasso di via Ettore Rolli e hanno dato vita a una giornata fatta di musica, danza ed arte. Rimangono a testimonianza dell’iniziativa i murales a lui dedicati e una targa alla sua memoria.

Sia che voi siate a conoscenza dell’arte urbana di Roma o che ne siate da poco appassionati, con questo libro potrete approfondire le vostre conoscenze o assimilarne di nuove.

Scritto con pura oggettività non vuole essere una critica d’arte nonostante risulti molto dettagliato e accurato nelle descrizioni.

Trattandosi di arte effimera, soggetta alle intemperie e spesso all’incuranza, rispetta il qui e ora heideggerianoe quindi, cari lettori e care lettrici, non rischiate che il tempo si porti via la libera arte che ci circonda, così come è successo per i murales di Keith Haring, ma infilate le scarpe,  prendete il libro in mano e andate a visitare questo magnifico museo a cielo aperto che Roma ci offre.

 

FOTO 3. Dettaglio di Blu su ex caserma                                                              




Ida Baccini e le memorie di un pulcino

Ida Baccini nasce a Firenze il 16 maggio 1850 a pochi mesi da Emma Perodi, che era nata a Cerreto Guidi il 31 gennaio 1850. Entrambe quindi toscane in quella regione che è sempre stata patria indiscussa di grandi scrittori e artisti.

Educata come usava allora in una scuola privata gestita da due anziane signorine (l’obbligatorietà della scuola primaria diventò legge solo nel 1877 con la Legge Coppino), conseguì nel 1871 quella che allora si chiamava la “patente” di maestra e insegnò per circa otto anni in varie scuole elementari conoscendo in quel periodo il Professor Pietro Dazzi che, nel 1871, aveva fondato le scuole professionali.

Lasciò però presto l’insegnamento non riconoscendo la validità dei metodi pedagogici allora in vigore, sognando una scuola diversa.

L’esperienza fatta le fu comunque molto utile per il contatto avuto con quel mondo dei piccoli che tenne sempre presente nelle sue successive esperienze di scrittrice e collaboratrice di vari giornali e riviste.

Nel 1875 uscì il suo primo libro “Le memorie di un pulcino” per suggerimento del Professor Dazzi, pubblicato inizialmente con le sole iniziali per lasciare ai lettori il dubbio che l’autore fosse un uomo. I tempi non erano ancora maturi perché avesse successo un libro scritto da una donna!

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Collaborò successivamente con varie testate giornalistiche quali La Vedetta, su cui scriveva sotto lo pseudonimo di Cenerentola, e il Fanfulla della Domenica a cui collaboravano le più prestigiose firme dell’epoca da Carducci a Serao, a Perodi che Ida cominciò a frequentare nella libreria fiorentina dei fratelli Paggi, luogo di ritrovo dell’intellighenzia nazionale.

Nel 1884 diventò Direttrice della rivista Cordelia, fondata nel 1881 da Angelo De Gubernatis e che portava il nome della figlia del fondatore. Nata come rivista per fanciulle, Baccini ne fece un vero successo promuovendo i valori dell’educazione e della famiglia tanto da essere premiata con la medaglia d’oro del Ministero della Pubblica Istruzione nel 1890 per l’opera di moralizzazione del costume femminile tra le fanciulle di fine Ottocento.

Diresse anche varie riviste per l’infanzia: Il Giornale per i bambini e il Giornale dei Fanciulli.

Pubblicò anche testi scolastici come il fortunato “Lezioni e racconti per i bambini” del 1882 con la prefazione del Professor Dazzi, da sempre suo sostenitore, che osservava come “ I buoni libri non hanno bisogno di raccomandazioni come il buon vino non ha bisogno di frasca”.

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Sulla scia del successo delle Memorie di un pulcino uscì anche il seguito “Le memorie di un pulcino. Come andò a finire” mentre ci furono una serie di scrittrici ispirate dal suo testo: Maria Bertolini, che scrisse “Il mio pulcino”, Caterina Lorenzoni, che pubblicò “Il pulcino verde”, e Milla Vignini Palaschi, con “Ciò Ciò”. Quanto all’invenzione dell’animale come protagonista era già stata sperimentata in Francia dalla Contessa de Segur, scrittrice russa naturalizzata francese, con le sue Memoires d’un Ane nel 1860 e da Zenaide Fleuriot con la sua gallinella. Guarda caso sempre scrittrici donne.

Altri celebri romanzi furono “Una famiglia di Gatti”, in risposta al romanzo della Contessa Lara “Una famiglia di Topi, “Una famiglia di saltimbanchi” e “Il Romanzo di una Maestra” nel 1901. Dieci anni prima Edmondo de Amicis aveva pubblicato “Il romanzo di un maestro”.

FOTO 3. Intitolazione fiorentina. Foto di Laura Ciuccetti

Il 28 febbraio 1911 moriva a Firenze, stroncata da un enfisema polmonare.

La sua fu una particolare letteratura per l’infanzia che iniziò a puntare sull’intimismo e la tenerezza coniugate al fantastico. Il dialogo con i giovani lettori è mantenuto sempre in modo diretto e pervaso di tenerezza materna.

 




L’Ottocento europeo: trasformazioni sociali e nuova vita per le compositrici?

Cosa accade alle compositrici europee con l’affermazione delle prime Costituzioni e trasformazioni sociali di fine ‘700 e prima metà dell’800? Per alcuni secoli poterono studiare professionalmente grazie alla propria famiglia di artisti, tutte le altre donne se si avvicinavano a uno strumento era unicamente in funzione di un dilettantismo, che se non si sviluppava ulteriormente, mirava soprattutto ad esaltare qualità così dette femminili. Solo dal 1870 i conservatori iniziarono ad ammetterle nelle classi di prove orchestrali e di composizione. Le grandi scuole furono gli Ospedali di Venezia, i Conservatori in Germania, Francia, Inghilterra. Il Conservatorio di Parigi, fondato nel 1795, e la Royal Accademy of Music di Londra, aperta nel 1823, accettarono sia uomini che donne, ma in tutta Europa le donne poterono accedere in giorni e orari diversi dagli uomini, con programmi di studio sottostimati – “especially organized for their requirements” – e lo studio di molti strumenti era precluso (violoncello, strumenti a fiato, ecc.) per la posizione fisica disdicevole, non adatta alla reputazione di una donna.

Certamente con il moltiplicarsi dei Conservatori vi furono più spazi per le donne, fu il caso di Maria Pleyel e di Pauline Viardot, di Louise Farrenc docente al Conservatorio di Parigi per trent’anni. Poterono così far conoscere le proprie opere, sia per scopi educativi, che per attività concertistica; come per esempio la famosa compositrice polacca, Maria Szymanowska, e a seguire Clara Wieck Schumann, Louise Adolphe Le Beau, Agathe Backer Grondal.

In ogni nazione troviamo storie e percorsi istituzionali diversi: alla fine dell’800 il direttore del Conservatorio di Milano, Antonio Bazzini, condivise pubblicamente le perplessità relative alla “questione femminile nelle classi di composizione”, con il direttore del Conservatorio di San Pietro a Majella, Giuseppe Martucci, dichiarando che nonostante tutto l’unico candidato degno di ammissione nella sua classe in quell’anno fosse proprio una donna, Antonietta Gàmbara Untersteiner .

Le compositrici che poterono agire, anche se non appartenenti agli ambienti aristocratici furono in particolare le francesi e le inglesi. In Germania, Austria, Italia, Spagna le donne musiciste appartenevano a una élite e per lo più frequentavano Scuole strettamente legate alla vita di corte o aristocratica, quando poterono studiare e divenire professioniste, ma con assai poca libertà di diffusione e circolazione delle proprie opere.

A tutte fu impedito di accedere alle orchestre nazionali e ai teatri dell’opera, motivo per il quale alcune decisero di formare in modo indipendente degli ensemblese orchestre femminili.

Quando a fine ‘800 la classe media iniziò la sua ascesa, e la scuola divenne accessibile a diversi strati sociali, anche nuove compositrici di differenti classi sociali riuscirono a emergere, ma sempre con grande fatica: per esempio, Augusta Holmes (1847-1903), Cecile Chaminade (1857-1944), Ethel Smyth (1858-1944). L’ostruzionismo radicato nelle tradizioni patriarcali rese sempre una dura lotta di affermazione quando una donna decideva di specializzarsi e dunque accedere ai livelli più alti delle professioni, divenendo un modello di un nuovo agire sociale, pubblicamente visibile. Le prime forme di democrazia, di scolarizzazione di massa non facilitarono lo sviluppo e l’affermazione della genialità femminile; le musiciste faticarono ancora a lungo, soprattutto se la propria famiglia non le sosteneva, ancora, e troppo spesso dovettero accettare di lavorare nella penombra di ruoli secondari.

 

 IN COPERTINA: Vienna Damen Orchester, Creata e diretta da Josephine Weinlich, 1870




Fur, nell’intimità di Diane Arbus

Fur è un film del 2006 di Steven Shainberg, con Nicole Kdiman e Robert Downey Jr. nei ruoli principali, tratto dal libro di Patricia Bosworth, Diane Arbus: una biografia. Il titolo è completato da un’indicazione fondamentale: Un ritratto immaginario di Diane Arbus, in  quanto non si tratta di un film fedele alla biografia, ma di un’interpretazione dell’idea, del sogno della fotografa. 

Foto 1 

La pellicola vanta a sua volta una fotografia sapiente e accattivante, aspetto che assume, naturalmente, una certa rilevanza nei film che di fotografia trattano; si potrebbe accostare a Grand Budapest Hotel, soprattutto per la costruzione ordinata delle scene, con atmosfere non più cupe ma che sollecitano una dimensione onirica e riflessiva tramite l’uso di colori freddi, ma non smorti, alternati a quelli vibrantemente autunnali. 

Foto 2

Il film, costruito su simmetrie concettuali (Fur rimanda per certi versi al mondo della moda, di cui si occupavano i genitori di Arbus e poi la stessa fotografa col marito, e, nel film, all’ipertricosi dell’altro personaggio principale, Lionel, che condurrà Diane verso il contatto profondo con se stessa; il suicidio di Lionel, invece, è simmetrico al suicidio reale della fotografa), racconta la ricerca personale di una donna verso la via di fuga dall’America convenzionale e spendacciona. Viene esasperata la passività del ruolo della protagonista nella gestione degli affari di famiglia, che comprendevano la realizzazione di cataloghi fotografici commerciali: appare, infatti, come assistente del marito Alan, limitandosi a ‘procurare cannucce alle modelle perché non il rossetto non sbavi’. Esasperata dal mondo patinato segue una chiamata interiore verso ciò che è non conferme, diverso, genericamente strano, riconoscendolo in sé: per questo, potremmo dire che metaforicamente l’obiettivo non è puntato verso l’esterno, ma verso la propria interiorità. E la bellezza di Diane-Kidman rende magnificamente l’idea che anche una bellezza vistosa può essere freak, poiché non è qualcosa che riguarda solo la parte tangibile e visibile della realtà, ma un vero e proprio modo di essere, e di esistere. E che a volte ci si salva dalla follia avvicinandosi ad essa a distanza di sicurezza; o sarebbe meglio dire, avvicinandosi a ciò che non si lascia addomesticare, che risveglia la nostra creatività e uno sguardo umano e comprensivo sul mondo.

Permeato di una sensualità elegante, nel legame tra Lionel e Diane l’acqua è l’elemento costante che riconnette la donna con i suoi sogni e desideri. Molto prima, insomma, della Forma dell’acqua, i concetti di norma e fuori norma sono messi in discussione tramite la potenza di relazioni umane tra persone apparentemente molto diverse. 

Il film parla poco, nei fatti, della fotografia di Diane Nemerov. Nata in una famiglia borghese, benestante e incline all’arte, Diane sposerà presto Alan Arbus inaugurando con lui anche una collaborazione professionale attorno alla fotografia. I loro lavori commerciali finiscono sulle maggiori riviste di moda. Certamente, un’esperienza tecnicamente molto formativa. Intorno agli anni ’60 i due si separano e Diane comincia una ricerca personale, distanziandosi da quel mondo convenzionale che in un certo senso aveva concorso a creare nell’immaginario collettivo con i suoi lavori per i servizi di moda; le atmosfere glamorous, l’idea stereotipata e ossessivamente promossa di uno sfacciato benessere a portata d’acquisto – riflesso di quello stesso conformismo di relazioni umane, oggetti e spazi che artisti come Tim Burton hanno egregiamente rappresentato e a cui si sono ribellati dando vita ai loro freak – iniziano a lasciare il posto a nuovi orizzonti umani. 

Foto 3

Arbus ridefinisce ciò che è degno di essere fotografato, ciò che è bello, che è interessante perché è umano. Frequenta ambienti inusitati, un underground molto esteso fatto di identità altre, e le sublima in bianco e nero, come Vivian Maier, peraltro sua contemporanea. La differenza con Maier sta in un tecnicismo più espresso, una predisposizione più evidente alla messa in posa intesa non come artificio, ma come messa in relazione di chi fotografa, macchina e soggetto. Con occhio innamorato perché partecipe, Arbus riesce a dar vita ritratti talmente poetici da ricordare le grandi attrici del cinema muto, o a far diventare protagonisti, davanti l’obiettivo, tutti quei testimoni di un’alterità che il mainstream aveva lasciato fuori, condotto a sé con il richiamo e la partecipazione dell’intimità.

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In copertina. Dalla mostra di Toponomastica femminile “Donne e lavoro”. Sezione Fotografe. Obiettivo sui grandi talenti




La ragazzina del Ghetto

Lo scialle andaluso, di Elsa Morante, raccoglie dodici racconti, scritti tra il 1935 e il 1963, alcuni già pubblicati prima dell’uscita del volume per i tipi di Einaudi, altri inediti, distesi dunque su un lungo periodo dell’esperienza umana e intellettuale dell’autrice. Sono storie che hanno in comune una fitta presenza di bambini, spesso protagonisti, magari anche voci narranti, e di adulti che conservano tratti fanciulleschi molto accentuati, ma alla cui età, o personalità, non corrisponde un’interpretazione del mondo immatura, o infantile nel senso che comunemente diamo al termine. Al contrario, questi personaggi hanno uno sguardo, insieme realistico e fantasioso sugli esseri e sugli eventi, che può arrivare fino alla visionarietà profetica, a volte a linguaggio antico, solenne e terribile.

È in particolare il caso, nel primo racconto, L’uomo dei lumi, il più antico della raccolta, ma pubblicato per la prima volta solo in essa. L’Io narrante, femminile, il cui nome resta ignoto, ci racconta situazioni e fatti di pressoché cinquant’anni prima, quando ella era una ragazzina di circa sei anni, ma la Narratrice ancora non sa se era poi proprio lei stessa l’Io di cui si ricorda, malgrado ormai, dopo più di cinquant’anni, dovrebbe ormai saperlo. E cosa? La misera, sudicia strada del Ghetto in cui abitava, con la madre, triste e violenta, col padre gobbo, con la sorella bella, grande, bella e distante, con la nonna sorda e avara, e in fondo alla strada il Ghetto con le vetrate colorate e le sue luci rosseggianti nella notte, e ricorda la sua paura del buio. Ma al centro del ricordo sono due antichi peccati: il primo, quello del custode del Tempio, Jusvin, bello e solenne come un angelo o un profeta, che aveva rubato l’olio alle lampade dei morti, lasciandoli in un buio che li rendeva inquieti, e che era stato punito dal Signore con la malattia il cui nome spaventoso, col rimando “alla feroce fauna marina e ai tropici africani”, lo aveva colpito sulla lingua, consumandolo rapidamente e facendolo morire tra urla senza parole. E subito la Narratrice aveva sentito la gente dire e lei stessa aveva compreso, che i sei figli di Jusvin, per sfamare i quali egli aveva peccato, erano definitivamente segnati dalla colpa paterna, privi anch’essi di giustificazione, bellissimi e laceri, esposti alla Vendetta.

Il secondo peccato era stato commesso dall’Io narrante stesso, poco dopo quello del custode del Tempio. Un giorno, suo padre le aveva dato una moneta perché la giuocasse al lotto. Distratta dalla vita intorno a lei, la piccola aveva perso il biglietto e l’aveva colta lo sgomento per la sua distrazione colpevole. Singhiozzando, aveva vagato in cerca del biglietto, frugando nella polvere delle strade misere e squallide, finché, giunta presso il Tempio, s’era addossata ai suoi muri mentre la notte scendeva. Piangeva la piccola, non poteva tornare a casa: il padre l’avrebbe picchiata, la madre, come sempre quando lei disubbidiva, l’avrebbe maledetta con solenni parole in ebraico, col viso sciupato rivolto verso il Tempio. E la Narratrice, ora anziana, con terrore rinnovato, ricorda ancora: di aver pensato di uscire dal Ghetto e andar via da tutto e morire, perché aveva peccato, come Jusvin aveva peccato, come Jusvin, che ora era in presenza del Signore e che non poteva parlare, non poteva giustificarsi, chiedere perdono. E stava muto davanti a Lui, il senza-forma, anch’egli muto, il cui silenzio diceva a Jusvin -Tu, ladro-. Ed ecco – il ricordo continua – i morti erano usciti dalle mura del Tempio, pallidi, muti, laceri, trascinando i piedi pesanti, alcuni ella aveva riconosciuto. Tutti tendevano le labbra come a chiedere acqua, brancolanti a cercare la luce, tolta loro dal guardiano infedele.  Risaliti sulla terra per ritrovarla, avevano scoperto che solo i vivi avrebbero potuto dargliela o togliergliela, questa la volontà del Dio silenzioso, che castiga i vivi e chiude i morti nella terra.

Così era il suo Dio, dice la Vecchia. E quella ragazzina forse era lei, o forse sua madre o forse sua nonna, poiché ella è nata e morta molte volte, e ogni nuovo inizio è un processo incerto. Eppure il passato non è finito: laggiù, nell’ombra, la ragazzina che, forse, lei è stata, ancora trema nella paura e nel dubbio, in un mondo e davanti a un Dio incomprensibili.

Ma, sua o di un’altra, la comprensione, o meglio, la rivelazione sul mondo ricevuta nella prima età è stata definitiva, non per una fissazione sull’infantile, bensì per la ‘visione’ che le è stata data del destino umano, tremendo in vita e in morte.