La storia di Elke Mascha Blankenburg, Direttrice d’Orchestra (seconda parte)

Oggi e la prossima settimana potrete leggere alcuni estratti dalla storia di Elke Mascha Blankenburg. La sua storia è parte della storia collettiva, è il vissuto di chi, determinata, stupita e felice, scopre centinaia di compositrici vissute in ogni tempo e luogo del mondo. È la lotta per la propria affermazione come direttrice d’orchestra, unita all’impegno costante per la divulgazione delle donne che hanno composto nuove musiche.

Quanti anni avevi quando hai diretto il primo concerto?

Ventisette anni. 

Tuo padre ti ha osteggiata?

Era contrario, ma la nostra casa era sempre piena di musica. Naturalmente l’idea che aveva di me era quella di studiare la musica perché bella, ma non perché diventasse un lavoro, fino a quando non mi sarei sposata poteva andare bene, ma dopo? Questa era la sua preoccupazione. Dopo sposata avrei potuto suonare per il piacere della casa, per gli amici… Mia madre aveva lasciato la musica per la famiglia. Nessuno dunque mi ha mai sostenuta al pensiero di vivere con la musica. Neanche io pensavo di fare carriera! Ho iniziato a insegnare ai bambini, ho fatto dei concerti. Con il tempo ho capito che non tutto è il prodotto dei nostri errori, la società ha fatto del male alle donne. Quando penso agli uomini che ridono quando dirige una donna!

Come sei arrivata a scoprire le compositrici?

Ero legata al movimento delle donne, non conoscevo il pensiero sociale delle donne, solo quello privato, quello delle confidenze. In famiglia con mio padre e mio fratello non mi sentivo repressa. Un giorno a Colonia durante una manifestazione ho incontrato donne meravigliose, intelligenti, che avevano letto già tante cose. Le donne nel Rinascimento erano pirate, professoresse a Bologna, le Pinottini, una matematica e l’altra filosofa. Io non lo sapevo. Dunque ho pensato che non era possibile che non ci fossero musiciste. Dove cercare? Sono andata all’Istituto Musicologico di Colonia, il più grande dopo quello di Berlino, e ho lavorato dalle otto fino alle cinque del pomeriggio al catalogo per scoprire i nomi: Francesca Caccini, Lili Boulanger… vedevo solo i nomi, tanti, e scrivevo senza sapere delle loro musiche. Dopo dieci giorni ho trovato 112 nomi. Non hanno scritto solo musica per pianoforte o canzoni, quella permessa per una donna, no! Hanno scritto sinfonie, opere. In quel momento ho scoperto un nuovo mondo che ha cambiato la mia vita. Divenne una mania, per quindici anni, dovevo sapere chi erano queste donne, cosa hanno scritto, come hanno vissuto. E se quello che hanno scritto è buono. Perché siamo pieni di dubbi verso la qualità delle donne. 

E quando hai letto i primi spartiti?

Il primo fu di Barbara Strozzi, arie e canzoni di Francesca Caccini, Fanny Mendelssohn, Lili Boulanger, canzoni di Clara Schumann. Chiesi a un musicologo un giudizio sulla musica di Clara Schumann; mi disse che non si poteva. In un’altra occasione gli dissi era di Robert Schumann e lui: “Ma che meravigliosa musica, che periodo era? Ma che opera! Devi fare un’edizione!” Così ho parlato alla radio, in televisione, ho scritto articoli. Quando ho visto la ricchezza di tutta questa musica, ho pensato che tutti dovevano conoscerla e lavorare. Ho fondato un istituto dove tutte le donne, musicologhe, giornaliste, musiciste, possono iscriversi.

Pensi che sia giusto rinunciare allo “charme” per farsi rispettare?

Io penso che ancora non si hanno altre possibilità, perché gli uomini non vogliono perdere il loro potere. Quando faccio i concerti, quando sono andata in tournée chi mi ha curato, stirato, lavato? Io, naturalmente. Come tutte le donne. Sto scrivendo un libro su questo tema, sulle direttrici d’orchestra da ieri a oggi. Io sono come tutti, non voglio essere solo una donna, ma un direttore d’orchestra. Naturalmente la musica classica è da un punto di vista sociologico un ambiente conservatore. Non è come quella moderna. Quando tu entri in un conservatorio, il mondo è completamente diverso rispetto a una scuola di pittura dove la gente beve, non sono sempre vestiti bene! Anche i giornalisti o gli scrittori, sono più artisti, invece quando studi violino o pianoforte sei in un mondo elegante e questo è anche bello, ma non si può rimanere a ieri. E così le donne che vivono in questo ambiente sono così felici di riuscirci che si comportano come gli uomini, e quando dico che per una donna è più difficile mi si risponde che è un problema di qualità. Non è vero. Io lo so. Ma le giovani stanno cambiando. Sì, molto.

Perché hai deciso di diventare direttrice d’orchestra?

Amo lavorare con gli altri, quando suonavo il pianoforte ero sola nella stanza, con gli esercizi da fare, io pensavo che fosse strano, amavo la musica ma ero pigra nel suonare da sola. Non ho mai pensato al solismo. Il canto, è un’altra passione, le canzoni di Brecht e Dubrolvich, Tucholsky. Quando dirigo do sempre le spalle al pubblico ma quest’altro aspetto del teatro lo amo, canto in concerto per avere il pubblico di fronte. Nell’orchestra io servo la musica.

Quando ho cominciato a dirigere tutto è cambiato. Non voglio mai finire, quando faccio le prove mi sorprendo che gli altri si stanchino, “ma come, io sto in piedi! Venite, continuiamo!” Persone e musica sono un’unica cosa. La musica d’insieme è la più bella società esistente! Il suono dell’orchestra, i colori, il repertorio, essere uniti in quaranta anime.

E il tuo primo maestro di direzione d’orchestra come è stato?

I più importanti mi hanno detto “Vai! Hai talento”. Da Swarowski andava tutto il mondo, Zubin Metha, Da Swarowski andava tutto il mondo, Zubin Metha, quando io entrai, era l’allievo più bravo. 

Altri studenti erano Claudio Abbado, Gabriel Chmura, Daniel Barenboim, Miguel Gomez Martìnez. Per essere ammessi bisognava studiare otto grandi opere e dirigere un movimento. Quando mi presentai eravamo in sessanta, tutti diressero un movimento, chiamati in ordine alfabetico. Io fui saltata. Andai da Swarowski chiedendo se mi avesse dimenticata e lui rispose: “Ah, lei vuole dirigere! Ma incredibile! Che brava!”. Gli feci vedere che mi ero iscritta, e lui: “Ma una donna! Ascolta, fai le tue esperienze…” Io avevo comprato tutte le grandi opere e gli dissi “Voglio imparare”. Mi rispose di dirigere Mendelssohn il giorno dopo. Il giorno dopo disse “La signora Blankenburg ci mostri cosa sa fare, per favore diriga Mozart”. Come potevo cambiare all’improvviso? Chiesi di suonare Mendelssohn e lui si girò verso le finestre, dandomi le spalle mentre dirigevo. Dopo poche pagine mi prese il braccio: “ Vai in cucina! Lì è il tuo mondo, tu sei uno zero, non puoi fare niente! Prendi un posto che è fatto per l’uomo” è una cosa che non potrò mai dimenticare. Io ero completamente distrutta, ma essendo una ribelle, dopo pochi giorni ho detto “mai mi lascerò avvilire così!” Lui era un despota, anche contro gli uomini, specialmente con le donne e io su sessanta allievi ero la sola donna. Infatti tutti mi dicevano stupiti “Tu dirigi? Che brava e che fai quando ti sposerai?” e io rispondevo “Ma sono già sposata.” E che dice tuo marito? “Gli piace”, “ma dirigerai anche quando avrai dei bambini?” Così era la società. 

[…] Insomma, dopo tre giorni sono ritornata dal Maestro dicendo “ho pagato il corso, ho comprato la musica, ho studiato, e se lei pensa che le donne non devono (il femminismo in Germania non esisteva ancora) dirigere non scriva sui moduli d’iscrizione signore e signori. Scriva solo uomini! Ognuno ha avuto la possibilità di dirigere un intero movimento, anche io lo devo fare. Lui disse “Va bene, domani, ma non serve a nulla”. Io penso di non aver mai studiato un’opera in quel modo! Ho diretto tutto a memoria. “Questo non è male, signora, -disse- può inscriversi come allieva effettiva” solo diciotto erano effettivi. Molti pensarono che ero stata a letto con lui! Alla fine mi ha dato un diploma con un giudizio inaspettato, buono.

Già da tre anni lavoravo con il coro, avevo ventinove anni, e in quel momento capii che la mia vita di direttrice d’orchestra sarebbe stata legata all’ingiustizia, al potere, alle derisioni, alla gelosia e che la mia vita non sarebbe stata solo una vita per la musica. Dovevo decidere se affrontare tutto e difendermi oppure lasciare. Ma ho scelto di difendermi. Ho continuato.

Link: https://www.youtube.com/watch?v=EE6V0xTCq1c&t=39s 

La storia integrale è pubblicata nel libro di M. Gammaitoni, Storie di vita di artiste europee, dal medioevo alla contemporaneità, Cleup, Padova, 2013




Barcellona, XIX Fira Modernista in onore di Lluïsa Vidal

Dal 1 al 3 giugno, all’interno della festa rionale della Dreta de l’Eixample, si è tenuta la XIV Fira Modernista di Barcellona, quest’anno dedicata alla pittrice Lluïsa Vidal,  in occasione del centenario della sua morte.

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La fiera nasce come rievocazione storica di un periodo particolarmente fecondo per la città, l’epoca del Modernismo, a cavallo tra XIX e XX secolo, coincidente con la Belle Époque e che nel contesto iberico, in particolare nella capitale catalana, assume delle connotazioni precipue, sull’onda di una piccola rivoluzione industriale e commerciale che vide protagonista Barcellona. La trasformazione interessò la società intera, modificandone struttura e stili di vita, come riflette l’arte e l’urbanistica: la fiera viene riproposta annualmente  nell’Eixample, sede delle tracce artistico-architettoniche più evidenti del movimento modernista catalano; il quartiere è diviso in esquerra (sinistra) e dreta (destra, guardando la città dal mare), e fu concepito in funzione delle nuove necessità della popolazione al fine di migliorarne condizioni di vita e di salute. 

Il Modernismo intersecò nuovi movimenti quali il socialismo e il femminismo, di cui la dedicataria di questa edizione della Fiera fu un’esponente attiva anche in senso pacifista.

Lluïsa Vidal fu la prima pittrice a dedicarsi all’arte come professionista, a fianco ai grandi nomi della tradizione modernista catalana (uno fra tutti, Ramon Casas). Dopo il recente restauro del primo monumento pubblico dedicato a una donna (l’artista Pepita Texidor), con l’omaggio a Lluïsa Vidal, Barcellona si riconferma una città sensibile alla questione femminile e al recupero, nella memoria collettiva, del ruolo delle donne nella storia e in società.

La Fira, che si configura come occasione per valorizzare l’artigianato, le attività commerciali dell’Eixample e varie attività culturali della città, quest’anno ha visto la partecipazione di negozianti e gente comune in costumi d’epoca. Le teatranti del Teatre Dona (promotrici di uno spettacolo dedicato a Vidal) e Les Descabellades hanno anche riproposto una piccola marcia femminista, vestite da suffragette. 

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Tra artigianato, gastronomia, turismo, arte, danze e varie attività creative per tutte le età, la Fira ha visto la partecipazione di ‘La merienda’, una delle associazioni che si occupa di fornire supporto ai senzatetto della città (presso cui era possibile comprare un berretto stile retrò i cui proventi sono stati devoluti per la causa). 

In piccolo, l’evento ha dimostrato come sia possibile organizzare una manifestazione che possa dirsi veramente ‘collettiva’ chiamando a raccolta, il più possibile, le istanze di tutti e tutte, tra storia, gioco, festa e impegno sociale. 




Ironia e leggerezza nelle illustrazioni di Isidro Ferrer

Lo scorso 14 aprile sono stata a Macerata per la quinta edizione festival di illustrazione Ratatà; durante il festival c’è stata l’inaugurazione della Retrospettiva su Isidro Ferrer, che ho avuto la fortuna di conoscere e di osservare all’opera.

L’artista si aggirava con il suo cappello e il suo bicchiere in mano, e non appena qualcuno gli si avvicinava per una firma o una dedica, dimenticava la folla intorno per realizzare dei piccoli ma accurati disegni su qualunque tipo di supporto: un poster, un quadernetto o un foglio strappato, e in assenza di acqua bagnava la brush pen nel suo bicchiere di vino.

Isidro Ferrer, classe ’63, nato a Madrid, grafico e illustratore, si forma in drammaturgia ma scopre presto la sua vocazione per la comunicazione visiva. Dalla fine degli anni ’80 inizia a emergere nel panorama della grafica; nel 2002 vince il National Design Award.

Si distingue nel panorama nazionale con la vincita di numerosi premi e con le numerose pubblicazioni che girano presto il mondo. Dal 2000 è membro AGI, una prestigiosa associazione che riunisce i migliori grafici, designer e illustratori mondiali.

L’opera di Ferrer conta numerosi manifesti, spesso legati al mondo del palcoscenico, da cui proviene.

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La seconda parte della sua produzione riguarda i libri, specialmente quelli per bambini, che gli permettono una maggiore libertà espressiva.

Se si osservassero tutti i libri di Isidro Ferrer uno accanto all’altro (e ci vorrebbe un tavolo davvero grande, perché stiamo parlando di trentuno pubblicazioni a oggi!) si noterebbe una grande variazione. Piccoli libricini che si nascondono nelle librerie, grandi libroni ai quali è difficile trovare un posto, libri rilegati in brossura e leporelli… la produzione di Ferrer è totalmente variegata in termini di formato e dimensione, che sarebbe difficile trovare un libro simile a un altro.

Ciò che accomuna le sue opere sono la delicatezza, la potenza comunicativa, l’utilizzo di forme rotonde e sinuose, i colori scelti e dosati con saggezza e i suoi personaggi, sempre costruiti con grande ironia e capaci di generare un effetto di sorpresa in chi osserva.

Sembra che Isidro non immagini altri mondi, ma si limiti a tradurre la realtà nella quale siamo immerse e trasformarla in poesia, donandoci la sua personale visione ironica, leggera, e per questo sempre riconoscibile.

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In Un Jardin (A buen paso, 2016) Isidro Ferrerrealizza le illustrazioni peril testo della poetessa cilena María José Ferrada Lefendi: la storia parla di un uomo che sogna un giardino, e si trasforma nelle creature che immagina. Le illustrazioni danno vita a uno spazio sospeso, popolato da strani animali che interagiscono con gli elementi geometrici posizionati nella pagina.

Il libro è un leporello: proseguendo con la lettura il volume si apre fino a diventare un grande panorama in cui perdersi.

Per quanto riguarda la tecnica, l’illustratore predilige tecniche manuali, facendo interagire il disegno, grazie all’uso del collage, a elementi materici come il legno, che donano alle sue opere una sensazione di tridimensionalità: non a caso realizza anche sculture in legno dei suoi personaggi.

L’utilizzo della sovrapposizione di strati e le forme che non sono mai colorate in maniera regolare ci fanno pensare alle tecniche di stampa manuale.

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Il mondo che Isidro Ferrer costruisce è un mondo in cui perdersi con leggerezza, per ricordarsi che se la realtà non ci piace, possiamo stravolgerla, accartocciarla, disegnarla, trasferirla su un pezzo di legno e appenderla al contrario.

Immagini dal sito: www.isidroferrer.com




La storia di Elke Mascha Blankenburg, Direttrice d’Orchestra (prima parte)

Elke Mascha Blankenburg era una donna carismatica, come una direttrice d’orchestra deve essere. Forte del suo passato lo racconta con sguardi e parole, con l’umiltà di chi vive una vocazione: la Beruf che è quell’insieme di serietà e passione per il proprio lavoro. 

Alla fine degli anni ‘60 la giovane Blankenburg si presenta a Swarowski per perfezionare i suoi studi. Non cede allo stupore e al pregiudizio di chi non crede a una donna sul podio. Così intraprende la strada, “per essere infelice”, a detta del padre.

Dagli anni ‘70 la sua interpretazione della musica non può ignorare la presenza delle donne; l’incessante interrogativo se ve ne furono e se ve ne furono di geniali.

I diversi incontri e le molte interviste realizzate con Elke Mascha Blankenburg, a partire dal 2000 fino al 2012, rappresentano la storia personale ma anche e soprattutto la storia collettiva.

Elke Mascha Blankenburg è nata a Mindelheim, vicino Colonia, nel 1943. Si é diplomata nel 1969 in musica sacra, direzione di coro e direzione d’orchestra presso i conservatori di Heidelberg e Colonia, perfezionandosi a Vienna con Hans Swarowski. Nel 1970 ha fondato a Colonia il coro “Koelner Kurrende” con cui ha vinto vari premi. Il suo repertorio include soprattutto i grandi Oratori di Bach, Haendel, Mozart, Brahms, Mendelssohn, Verdi e Orff. Dirige quattro concerti all’anno presso la Koelner Philarmonic con diverse orchestre. Fonda nel 1978 il circolo culturale “Donna e Musica” che ha come scopo la pubblicazione e l’esecuzione di musiche per coro e orchestra di donne compositrici, tra cui Fanny Mendelssohn e Marianna Martinez, scoperte dalla stessa direttrice in collaborazione con due case editrici tedesche. Di queste compositrici ha diretto e pubblicato la prima discografia al mondo. Nel 1989 fonda una biblioteca Internazionale di Musica di Compositrici. Nel 1986 dà vita alla “Clara Schumann Orchester Koeln”, la prima orchestra sinfonica interamente femminile della Repubblica Federale. Nel 1996 fonda in Italia l’Accademia Europea Francesca Caccini e l’Orchestra Clara Schumann.  Con l’Ensemble da lei creato ha svolto tournée in Europa e programmi radio televisivi. Dal 1999 si occupa di riunire le testimonianze delle attuali direttrici d’orchestra nel mondo e nel 2003 ha pubblicato con la casa editrice EVA (Europaeische Verlagsanstalt Hamburg) il volume Direttrici d’orchestra nel Ventesimo Secolo nel quale Blankenburg presenta 90 biografie di direttrici d’orchestra  divenendo, ad oggi, un’opera unica di riferimento.
Dal 2007 Elke Mascha Blankenburg vive a Berlino dove ha fondato il Forum Artistico e dove organizza rappresentazioni di tutte le discipline.
Nel 2009 ha pubblicato il suo saggio Rose per Fanny Mendelssohn con la casa editrice Bertelsmann.
Nel 2011 dà alle stampe il suo primo romanzo Tastenfieber (Febbre da Tastiera), una storia tratta dalla sua biografia. Oggi, Elke Mascha Blankenburg si dedica completamente alla scrittura, in seguito a un grave crollo dell’udito (colpita dal Tinnitus nel 1999), per cui non può più lavorare come direttrice d’orchestra. Attualmente il suo progetto é la scrittura della sua autobiografia. 

Blankenburg scrive sulla sua vita: 

Guardo indietro con riconoscenza ai 30 anni di professione che mi hanno gratificata, esibendomi in meravigliose chiese e in magnifiche sale da concerto, regalandomi molti successi, permettendomi di incontrare persone creative e di portare gioia a gente di tutte le età. La musica è e rimane la fonte della mia vita.




Bella mia, di Donatella Di Pietrantonio

Il terremoto che il 6 aprile 2009 ha sconvolto L’Aquila ha lasciato ferite profonde nella famiglia di Caterina, la protagonista e narratrice di Bella mia. La sua gemella, Olivia, è morta sotto le macerie della sua casa, dove si era attardata per recuperare qualche oggetto, quasi sotto gli occhi del figlio adolescente e della sorella, che invece avevano fatto in tempo ad uscirne.

In attesa di una ricostruzione (che non si sa se e quando avverrà) a Caterina e a sua madre è stato assegnato un appartamento del progetto governativo C.A.S.E., dove le raggiunge il figlio di Olivia, Marco, dopo un tentativo fallito di convivenza con suo padre, musicista, da tempo separato, che vive a Roma con una donna molto più giovane di lui.

La protagonista, pur non avendo mai voluto figli suoi, si ritrova così a fare i conti con una sorta di maternità obbligata nei confronti del nipote, adolescente “furioso e desolato”, in un momento difficile anche per lei che, dopo la scomparsa della sorella Olivia, si trova come amputata: era l’altra, infatti, l’elemento forte della coppia gemellare.

Pittrice su ceramica, Caterina ha trovato in affitto un locale dove continuare la propria attività, ma un amico ceramista le ha regalato anche gli strumenti del proprio lavoro e un giorno lei sente il bisogno di usarli per scolpire due figure femminili. Così, attraverso l’energia messa in moto dalla creazione artistica, il processo di ricerca interiore iniziato da tempo trova la strada per una nuova consapevolezza: Caterina capisce che la sua infelicità ha radici profonde, e risale a prima della tragedia, connessa com’è alla rinuncia di una parte di sé. L’avvio della risoluzione della crisi permetterà anche l’accettazione di un nuovo amore.

Bella mia(il titolo riecheggia le parole di un canto popolare intriso di nostalgia per la terra natale) è uscito nel gennaio scorso con una postfazione dell’autrice nella nuova edizione einaudiana, dopo quella di Elliot del 2014, che aveva concorso al Premio Strega vincendo poi il Premio Brancati. È il secondo lavoro di Donatella Di Pietrantonio dopo Mia madre è un fiume, (Elliot 2011, Premio Tropea) romanzo d’esordio diventato un caso editoriale nazionale.

Lo sfondo della vicenda è la città dell’Aquila colpita dal terremoto e in gran parte inagibile; la “zona rossa” ancora è transennata e ne è vietato l’accesso, ma sia Caterina sia suo nipote vi penetrano più volte, all’insaputa l’uno dell’altra, quasi non potessero fare a meno di tornare nel luogo dove è avvenuta la tragedia famigliare legata alla crisi da cui ognuno cerca dolorosamente di uscire a suo modo: la vecchia madre ricorrendo alle certezze offerte dalla fede, Caterina attraverso l’arte e Marco, il personaggio forse più intenso del romanzo, attraverso una sua via difficile, tortuosa, in cui alla rivolta si accompagna una sorta di acerba progettualità. E le macerie sono nello stesso tempo reali e simboliche, così come è reale e ma anche metaforica la mezza stanza che Marco, insieme ai suoi amici, riesce a liberare dai calcinacci  e a rendere in qualche modo abitabile, nella casa lesionata dove è morta sua madre e dove lui vuole assolutamente ritornare, dopo che sarà ricostruita.

Semplice nella trama, il romanzo dà largo spazio ai sentimenti e ai conflitti legati ai rapporti famigliari attraverso la prosa secca, scabra, priva di lusinghe formali ma capace di improvvise accensioni  che caratterizza anche l’ultimo lavoro di Donatella Di Pietrantonio, L’Arminuta,vincitore del premio Campiello 2017, attraverso il quale l’autrice si è confermata come una delle voci più interessanti nel panorama della letteratura italiana degli ultimi dieci anni.

Donatella Di Pietrantonio

Bella mia

Einaudi, Torino, 2018

  1. 182

€ 12




Il malinconico “Ricorditi di me” di Pia de’ Tolomei

La morte giunta all’improvviso per mano dell’uomo che le aveva promesso sposandola amore e protezione e l’umile e discreta richiesta di essere ricordata sono i due elementi essenziali che caratterizzano un personaggio dantesco che, probabilmente, non avrebbe avuto voce se a dargliela non fosse stato il grande poeta fiorentino.

 

“Deh, quando tu sarai tornato al mondo

e riposato de la lunga via”,

seguitò ‘l terzo spirito al secondo,

 

“ricorditi di me, che son la Pia

Siena mi fé, disfecemi Maremma:

salsi colui che ’nnanellata pria

 

disposando m’avea con la sua gemma”.

 

(Purgatorio V, 130-136)

 

Lei è Pia de’ Tolomei, anima penitente che Dante colloca nel secondo balzo dell’Antipurgatorio fra coloro che sono morti a causa della violenza omicida, ma si sono pentiti prima di spirare. La vicenda di questa donna occupa pochissimi versi ed è circondata da un alone di mistero di cui volutamente e sapientemente Dante non analizza i dettagli, fornendoci una delle prove più alte della sua poesia che è capace di stringere e rappresentare in sette versi una storia d’amore e di violenza che rischierebbe di essere dimenticata per sempre.

Pia de’ Tolomei prende la parola dopo aver pazientemente atteso che altre due anime – Jacopo del Cassero e Bonconte di Montefeltro – abbiano concluso il resoconto della loro tragica fine; lo fa in modo mite e discreto chiedendo a Dante solo di essere testimone di una storia che rischia di non essere mai raccontata. Chi sia stata realmente questa donna, è difficile ricostruirlo in modo preciso e, avventurandosi nel labirinto delle varie ipotesi, si rischia di togliere a questo personaggio quel fascino che sta proprio nel fatto di essere circondato da un alone di mistero. Partendo, quindi, dalle parole del poeta fiorentino, possiamo dire che “la Pia”, come lei stessa si nomina, apparteneva a un’importante famiglia senese, i Tolomei, ed ebbe come marito un assassino che fu la causa della sua sventura. Su di lui abbiamo molte informazioni che ci provengono da antichi commentatori: era Paganello, detto Nello, d’Inghiramo dei Pannochieschi, signorotto maremmano che ricoprì vari incarichi fra i quali quello di Capitano del Popolo a Modena (1284), di Podestà prima di Volterra (1277) e poi di Lucca (1313), nonché di Capitano della Taglia Guelfa, l’insieme dei mercenari che ciascun comune della Lega Guelfa forniva per combattere i ghibellini. Di lui le cronache dicono che fosse un cavaliere molto abile e di bell’aspetto (“bello e savio cavaliere”), ma anche un uomo meschino e traditore (“vile uomo e poco leale”). Era inoltre feudatario della potente famiglia degli Aldobrandeschi che gli affidò la gestione del Castello della Pietra, un maniero costruito nella Maremma grossetana nel quale, secondo alcuni, si consumò l’assassinio di Pia.

È giusto precisare che c’è chi ritiene che la donna non fu sposata a Nello Pannochieschi, ma ad altri uomini: le ipotesi a riguardo si accavallano e probabilmente la diatriba non avrà mai fine.

Così come l’identità del marito di Pia de’ Tolomei non è ancora stata definita in modo univoco, allo stesso modo sia le cause che il movente del suo omicidio sono sconosciute e fonte di continue ipotesi. Un anonimo fiorentino del XIV – XV secolo sostiene che Nello mandò un suo fante nelle stanze della moglie che venne presa per i piedi e defenestrata sprofondando nella valle su cui sorgeva il castello in modo da non far sapere più nulla di lei. Altri ritengono che la violenza venne commessa nel territorio della Maremma grossetana mediante strangolamento; altri ancora parlano di abbandono della donna malata di malaria.

La scelta di Dante di collocare l’anima di Pia fra le anime penitenti, morte in modo violento e le parole della donna ci fanno optare più per l’anonimo fiorentino anche se ciò su cui il poeta vuole porre l’accento non sono le cause della morte, bensì l’atteggiamento di Pia di rassegnata accettazione della propria fine senza rancore, né desiderio di rivalsa; è questo, infatti, che fa scaturire in Dante un sentimento di affettuosa pietà nei suoi confronti.

Anche il movente non viene indicato forse perché Dante non ne era a conoscenza oppure non ne era certo: alcuni commentatori dell’epoca, sono propensi a pensare al desiderio di Nello di liberarsi della prima moglie per potersi poi risposare con Margherita Aldobrandeschi, un ottimo partito; altri parlano, invece, di gelosia del marito per un presunto o reale tradimento della donna.

Quello che oggi rimane della vicenda di Pia de’ Tolomei nella toponomastica femminile è il “salto della contessa”, il nome di un dirupo presso i resti dell’antico Castello di Pietra dove  il 10 di agosto di ogni anno termina la ricostruzione storica della tragica vicenda organizzata dal comune di Gavorrano.

Foto 1. Gavorrano (GR). Castel di Pietra

Non è tutto! Il personaggio dantesco ha ispirato la letteratura, il teatro, l’arte e il cinema. Nel 1554 Matteo Brandello, autore di una raccolta di novelle fra le quali quella dalla quale Shakespeare trasse ispirazione per il suo Romeo e Giulietta, ne dedicò una a Pia accusandola di essere un’adultera. Poi fu Bartolomeo Sestini nel 1882 a scrivere in suo onore un poemetto in ottave che diede al librettista Cammarano l’opportunità di realizzare, insieme a Donizzetti, l’opera lirica “

”, rappresentata per la prima volta nel 1837 presso l’allora Teatro Apollo di Venezia. Infine, una scrittrice, Carolina Invernizio, nel 1879 diede alle stampe un romanzo storico con la Tolomei protagonista. I pittori che la rappresentarono furono quasi tutti influenzati dalla corrente romantica, tra di essi troviamo il fiorentino Stefano Ussi, il romano Vincenzo Cabianca, ma anche uno dei principali esponenti del movimento preraffaelita e cioè Dante Gabriel Rossetti che ne realizzò un ritratto utilizzato spesso come copertina delle edizioni scolastiche del Purgatorio dantesco. Anche in ambito cinematografico Pia de’ Tolomei è stata protagonista di due pellicole: una del 1941 diretta da Esodo Pratelli, uno dei fondatori di Cinecittà; l’altra del 1958 girata da Sergio Grieco.

La Pia di Dante rimane comunque unica sia per le emozioni che trasmette l’essenzialità del suo ritratto enigmatico e della violenza patita che affiorano appena dal silenzio; ma anche e soprattutto per la sua testimonianza. Dante infatti le affida un compito molto importante e cioè quello di ricordarci che i morti sono vivi fino a quando abitano nei nostri pensieri, ma la materna raccomandazione che Pia rivolge al poeta, al quale dice di parlare di lei ai vivi non prima però di essersi adeguatamente riposato per il lungo viaggio, va oltre e conferma un’illusione senza la quale i vivi farebbero fatica a sopravvivere: i morti ci pensano e si preoccupano per noi.




La Nuoro di Grazia

Ai piedi del monte Ortobene, nella Sardegna continentale, si estende Nuoro, città natale di Grazia Deledda1.

Mi aspetta davanti alla scuola elementare del centro, con i capelli bianchi raccolti e quei tratti così marcati da conferirle un’apparente, perenne severità.

“Buongiorno signora Deledda!”

“Buongiorno a te! Prima volta a Nuoro?”

“Sì, sono stata più volte in Sardegna ma Nuoro mi mancava…”

“Dai, allora ti faccio fare un giro in città! Partiamo da qui: questa è stata la mia scuola elementare, nonché l’unica che io abbia mai frequentato.”

“Come mai si è fermata negli studi?”

“Non mi sono fermata, ho solo proseguito per conto mio! L’istruzione superiore qui a Nuoro, e non solo, era ancora preclusa alle ragazze, quindi, finita la quarta elementare, i miei genitori mi hanno fatto prendere lezioni private di italiano, latino e francese. Dopo di che ho continuato a studiare totalmente da autodidatta.”

“Non aver frequentato il liceo le ha mai creato problemi durante la sua lunga carriera?”

“Assolutamente sì, la nomea di “illetterata” ha gravato sulle mie spalle come un macigno! Pensa che, agli esordi, ho fatto molta fatica ad essere presa in considerazione, perché molti editori si rifiutavano anche solo di leggere ciò che scrivevo.”

“Poi però i suoi romanzi hanno ricevuto gli apprezzamenti di personaggi del calibro di Verga e Capuana, no?”

“Sì, ma non credere… Il marchio di non istruita me lo sono portato sempre appresso, anche quando ho vinto il Nobel del ‘26 c’è stato chi gridava all’ingiustizia, proprio a causa dei miei studi!

La vedi quella chiesa che sbuca lì in cima? È il mio posto preferito di tutta Nuoro, è la Chiesa della Madonna della Solitudine.”

Lo vedo nei suoi occhi quanto è innamorata di quest’isola.

“Cosa c’è della Sardegna in ciò che ha scritto?”

“C’è tanto, tantissimo: direi che è la protagonista indiscussa dei miei romanzi. C’è la sua meravigliosa natura, i suoi paesaggi ancestrali, ma c’è anche la società fortemente patriarcale che a me è sempre stata così stretta. Anche il sardo è un elemento importante, perché credo che, anche se stemperato dall’italiano letterario, abbia contribuito molto a rendere veri e realistici i miei personaggi.”

“E la Sardegna come ha reagito al successo raggiunto con ‘Elias Portolu’ prima e ‘Canne al vento’ poi?”

“Da una parte credo ci sia stato il classico orgoglio regionale, dall’altra, ti dirò, ho suscitato un’antipatia generale, dovuta al fatto di aver restituito un’immagine poliedrica della Sardegna, mettendone in luce il bene e il male. Io credo di averla descritta con autenticità, c’è chi crede io l’abbia invece dipinta più arretrata di quanto non fosse.”

“Secondo lei, c’è qualcosa che lega i personaggi dei suoi romanzi, a prescindere dalle vicende?”

“Sì, se ci fai caso, i protagonisti sono in questo stato di smarrimento, consapevoli della fatalità della vita umana, ma incapaci di arrendersi ad essa. L’uomo è così: si dimena tra angosce e pulsioni e, nel frattempo, incassa i colpi della sorte, proprio come una canna al vento.”

 

 

1GRAZIA DELEDDA: nata a Nuoro nel 1871, è stata una scrittrice italiana, vincitrice del Premio Nobel per la letteratura del 1926.

L’esordio letterario avvenne a soli 17 anni, quando inviò alla rivista romana “Ultima moda” il primo scritto “Sangue sardo”, chiedendone la pubblicazione.

Il suo primo romanzo di successo fu “Elias Portolu”, ma fu consacrata al grande pubblico da “Canne al vento”, del 1913.

L’ultimo romanzo “La chiesa della solitudine” venne scritto nel 1936. La protagonista è, come l’autrice, ammalata di tumore.

Di lì a poco, il 15 agosto dello stesso anno, Grazia Deledda si spense.Lasciò un’opera incompiuta, che verrà pubblicata l’anno successivo a cura di Antonio Baldini con il titolo “Cosima, quasi Grazia”.




La I Guerra d’indipendenza e lo Statuto Albertino

Il 1848 è un anno di grande fermento politico e sociale e in tutta Europa, fermento che non manca di farsi sentire anche nella penisola italiana. Napoli e Palermo insorgono chiedendo una Costituzione sul modello di quella di Cadice che limiterebbe il potere assoluto del sovrano, Milano si ribella al dominio austriaco in nome di una monarchia più liberale, a Venezia la rivolta viene egemonizzata dai democratici che danno vita alla Repubblica di San Marco sotto la guida di Daniele Manin, persino a Roma scoppia una rivolta contro il papato che culminerà nell’esperienza democratica della Repubblica Romana del 1849. Ma la repressione non si fa attendere: Ferdinando II di Borbone ripristina l’ordine e attua centinaia di condanne a morte, il Papa Pio IX riprende il potere grazie all’appoggio francese e torna alla precedente politica conservatrice e nel Lombardo-Veneto viene mandato il generale austriaco Joseph Radetzky, noto per la repressione più sanguinosa. 

Nel Regno di Sardegna la situazione è diversa: Carlo Alberto di Savoia, invece di ricorrere alla repressione militare, concede una Costituzione, che, con il nome di Statuto Albertino, sarà poi confermata dal suo successore Vittorio Emanuele II. Questa Carta rimarrà in vigore esattamente per cent’anni. È l’unico dei Regni della penisola italiana ad abbandonare definitivamente l’assolutismo.

 

Foto 1. Carlo Alberto, re di Sardegna, firma lo Statuto. Arazzo, Museo Nazionale del Risorgimento Italiano di Torino

Lo Statuto Albertino è una Costituzione concessa dall’alto. Si tratta, ovviamente, di una Carta liberale. Sancisce l’uguaglianza formale ma non sostanziale dei sudditi davanti alla legge senza preoccuparsi di renderla effettiva: è di per sé significativo il fatto che tale eguaglianza non venga menzionata fino all’articolo 24. Lo Statuto Albertino crea un apparente equilibrio tra le parti sociali: il Senato nominato dal Re rappresenta i nobili, mentre la Camera eletta dai sudditi più abbienti tutela gli interessi della borghesia. Il suffragio elettorale è maschile e ristretto: hanno diritto di voto solo gli uomini al di sopra di una certa soglia di ricchezza, le donne e i poveri non sono rappresentati e non hanno diritto di voto. Il Parlamento ha la facoltà di scrivere le leggi e di bloccarle, ma il Governo è responsabile soltanto di fronte al Re: se un governo non ha l’appoggio del Parlamento farà fatica a governare ma non per questo decade. L’elasticità di questa Carta è ciò che le ha permesso di sopravvivere durante un intero secolo ma anche di vedere governi diversissimi alternarsi senza mai infrangerlo. Il testo dello Statuto resterà in vigore fino al 1948, dopo la fine della II guerra mondiale e l’istituzione della Repubblica.

Il Regno di Sardegna comprende la Savoia (regione alpina oggi francese), il Piemonte, la Liguria fino alla città di Nizza (anche questa oggi francese) e la Sardegna. Approfittando della difficile situazione austriaca nel fronteggiare le rivolte di Praga e Budapest, Carlo Alberto dichiara guerra all’Austria appoggiato da tutti gli Stati del Nord della penisola con l’intento di espandere il proprio Regno e sottrarre il Lombardo-Veneto all’Austria. L’iniziativa prende il nome di I Guerra d’indipendenza. In occasione di questa guerra torna in Italia Giuseppe Garibaldi, prima impegnato nel sostenere le lotte indipendentiste in America Latina. Uno dei motivi che ha spinto casa Savoia a tentare l’espansione è quanto accaduto a Venezia: la guida repubblicana della rivolta potrebbe mettere a rischio il futuro della monarchia. Ma il fronte italiano è diviso e l’evidente volontà espansionistica piemontese preoccupa gli altri sovrani. Così la guerra si rivela un totale fallimento. Sconfitto, Carlo Alberto abdica in favore del figlio Vittorio Emanuele II.

In copertina

La battaglia del ponte di Goito sul fiume Mincio, durante la Prima guerra d’Indipendenza, in un’incisione del XIX secolo conservata a Roma presso il Museo Storico dei Bersaglieri.

Schema di date




Lisa Giua, narrata da Anna Foa

La famiglia F., uscito pochi mesi fa, alla fine del 2017, è un esperimento di ricostruzione storica e narrazione che intreccia la storia di più famiglie, Foa, ma Giua, Della Torre, Luzzati, Agnini e altre ancora, unite fra loro da legami matrimoniali e di sangue, ma pure, e con altrettanta forza, da lotte politiche che si rivelano subito e definitivamente solidali e necessarie ai legami fra le persone, proprio come la carne e il sangue. Donne e uomini uniti, separati, riuniti e separati ancora dallo slancio ideale, da prigioni, da esili, da morti spesso eroiche o tragiche, annunciate o, più sottilmente, prefigurate. Tutte le famiglie coinvolte in questi legami e in questo racconto, che è storico, ma insieme intimo, sono riunite nel titolo, dalla nota studiosa Anna Foa, come famiglia F., con un tratto di nascondimento discreto, ma anche allusivo, probabilmente come a dire che è questa la storia di una famiglia italiana come altre ce ne sono state nel periodo dall’Unità d’Italia alla faticosa fine dei comunismi, o almeno alla fine delle speranze di milioni di uomini e donne su ciò che il comunismo avrebbe potuto realizzare. Ma certo è pure un gruppo familiare che ha avuto un’esperienza intensissima e viva, di primo piano, nella lotta politica italiana e internazionale per più di cento anni.

Fra i tanti personaggi, uomini e donne, desidero soffermarmi su Lisa Giua, madre di Anna Foa e moglie di Vittorio, il grande sindacalista: Lisa, della quale sembra essere indagato e sottoposto al tentativo di scioglimento il mistero non solo suo, ma di un’intera generazione che credette in una generosa ideologia, continuamente contraddetta nella sua attuazione e tuttavia continuamente inseguita e perseguita. E appaiono anche il ricordo affettuoso ed una commozione sempre trattenuta, ma non celata.

Lisetta Giua, poi detta Lisa, nacque nel 1923 a Torino. Il padre Michele, socialista, fu tra i pochi professori universitari italiani a rinunciare alla cattedra per non giurare fedeltà al fascismo, e nel 1935 fu condannato a quindici anni di carcere per attività eversive del regime (nello stesso processo in cui fu condannato Vittorio Foa), condanna che scontò fino al 1943, quando venne liberato. La madre di Lisetta, Clara Lollini, donna austera, rigorosa, piena di forza, condivise sempre le idee del marito e con lui patì la morte del primo figlio nella guerra di Spagna, poi del secondo, molto cagionevole, per malattia e ne condivise i timori per l’attività partigiana nella quale la figlia cominciò a militare giovanissima. 

La piccola, vivace Lisetta di Lessico famigliare di Natalia Ginzburg, la Lisa intellettuale autorevole nel commosso ricordo di Adriano Sofri, nel 2005, alla morte di lei, viene confermata in toto nel racconto che Anna Foa ci consegna. Precoce nelle letture, precoce nella lotta antifascista, incapace di timori per sé e straordinariamente schiva. Comunista con un’evidente vena anarchica, spregiatrice di ogni titolo, di ogni potere personale, di ogni carica istituzionale. Brava a scuola, dove però si annoiava, ironica verso l’accademia, di cui non volle mai far parte, non volle neppure laurearsi. Indifferente al matrimonio come istituzione, sposò Foa un bel po’ dopo la loro unione e dopo la nascita della prima figlia. Così, non si curò di divorziare, dopo la separazione, alla fine degli anni Settanta. Ben presto suo padre le era apparso un uomo superato dai tempi, come storia vecchia le parve sempre il femminismo. Diceva “mia nonna era femminista”. Dopo la liberazione, imparò il russo, viaggiò moltissimo nell’Est Europa, collaborò con Togliatti, tradusse, scrisse per “Rinascita”. Dai fatti d’Ungheria, però, cominciò il suo lungo percorso di ripensamento e critica del comunismo sovietico, fino alla rottura, quasi silente, col PCI, nel 1969, all’ingresso dei carri armati a Praga, ma continuò incessantemente il suo impegno, in varie riviste, e in Lotta Continua dal 1972, aiutando la lotta polacca per la caduta del comunismo sovietico, occupandosi del Vietnam, della rivolta africana contro il colonialismo, aderendo quindi al maoismo, nella cui esperienza iniziale coglieva una vena fantasiosa ed anarchica che le corrispondeva bene e arrivando al punto di indossare per molto tempo la casacca blu dei maoisti cinesi. Anche questa nuova speranza sarebbe caduta. Ma Lisa, infaticabile, passò ad aiutare i profughi bosniaci, con la figlia Bettina approfondì la questione del genocidio dei Tutsi. Dalla fine degli anni Ottanta, si era dedicata allo studio della Shoah, questione che, ammise con Anna, “avevamo trascurato”.

Anche il cancro aggressivo e doloroso, che l’avrebbe uccisa, fu da lei affrontato con serenità e con un distacco dolce e fermo, con l’eleganza anche interiore che pare essere stata la sua cifra essenziale.

Una donna vissuta di idee e per le idee, che aveva subito la detenzione, nel 1944, nella spaventosa Villa Triste di Milano, mentre era incinta, catturata con un’amica, pure incinta, dalla banda Koch. I fascisti chiesero al CNL di trattare la liberazione di alcuni fascisti in cambio di quella delle due donne, offerta che, con la sua sollecitazione ed approvazione, il Comitato rifiutò, e, particolare davvero atroce, ma, oso dire, sublime, Vittorio Foa fu tra coloro che decisero contro la trattativa. Fu il cardinale Schuster a salvare la vita alle due prigioniere, dietro richiesta dei partigiani, segnalando quella prigione irregolare ai nazisti, che la smantellarono, dopo aver fatto portare le donne in ospedale, dove erano piantonate, ma da cui si riuscì a farle fuggire.

Lisa fu pure una moglie che consumò il suo distacco dal marito perché la loro posizione politica si era sempre più divaricata, fra il socialismo anticomunista di lui e la ricerca di un comunismo dal volto umano di lei. E fu una madre che mescolava ironia e tenerezza, come nel rapporto con Anna, da lei considerata con qualche ironia per il suo lavoro nell’Università, ma che anni prima aveva guidato in una delle prime manifestazioni di protesta studentesca, dove era improvvisamente apparsa in aiuto della figlia che era con un’amica francese, perché le due ragazze sfuggissero alle cariche della polizia e agli arresti.

Come della fanciulla fuggevolmente narrata da Primo Levi in Se questo è un uomo, di cui non è detto il nome (ma che sappiamo essere Vanda Maestro), viene da chiederci se siamo dinanzi ad un personaggio completamente storico, che per nessun aspetto tocca il territorio della letteratura. Anche per lei sembra di poter rispondere che la narrazione storica, ove assuma un aspetto di modello esemplare, può sconfinare nella letteratura, se letteratura è narrazione di sogni e desideri umani. Un segnale in questo senso pare trasparire anche da alcune parole con le quali questo breve articolo si congeda da Lisa. Un ricordo di Anna: “[…] Ritorna, attraverso Beethoven, il filo conduttore dell’eroismo che mi ha accompagnata da bambina e da ragazza. Quando Lisa morì, la mattina in cui sapevo che sarebbe stata cremata ascoltai l’Eroica.”

                                                                              




Jerico e la dialettica uomo-natura

Jerico, classe 1992, è un artista italiano di origini Filippine. Il suo approccio con il binomio arte-strada avviene a tredici anni, quando comincia a disegnare in posti nascosti e abbandonati della città di Roma, firmandosi come “Dekoner”. 

Con l’iscrizione al liceo artistico approfondisce quei pittori quali Van Gogh, Lucian Freud, Francis Bacon da cui prenderà maggiore ispirazione. 

I primi quadri si concentrano sulla ritrattistica che siano autoritratti o non. Volti frammentati, espressioni sconfitte, esistenze che urlano, chiedono aiuto mentre si dissolvono inesorabilmente. Spettatori e spettatrici non possono fare nulla, non c’è possibilità di riscatto per quelle anime cristallizate sulla tela, chi ne fruisce ha la sola possibilità di essere colto nel profondo e sentir penetrare dentro sé i più cupi e misteriosi meandri dell’animo umano.

La sua ricerca sulla ritrattistica continua in strada, realizzando sia muri legali in quartieri alla periferia di Roma, che “Affissioni Abusive” titolo dei dieci poster attaccati illegalmente sui muri dello storico quartiere operaio di Testaccio.

Nel dicembre del 2014 espone per la prima volta alcuni dei suoi lavori nella mostra collettiva “The pitiless gaze of hysterical realism” al Popping Club nel rione Monti. 

Il primo grande progetto che ha coinvolto Jerico insieme ad altri diciannove artisti è quello realizzato nel 2015 dalla 999Contemporary in collaborazione con l’ATER e il Comune di Roma: Big City Life. La facciata di 14 metri di altezza si trova all’interno di un lotto con più di 500 abitanti del quartiere Tor Marancia. In questa circostanza, trovandosi a dipingere non solo per se stesso ma soprattutto per una collettività di persone, la sua ricerca artistica si evolve maggiormente. 

FOTO 1. Al lavoro a Tor Marancia, foto di Livia Fabiani

Intitolato “Distanza uomo-natura” il murale rappresenta una nuova creazione divina nella quale tra i michelangioleschi indici che si accingono a toccarsi, viene posto un ramo di fiore giapponese. Non c’è segno di inquietudine ma di diffusa serenità che il colore ciano di sfondo fa emergere intorno a sé. 

FOTO 2. “Distanza uomo-natura” a Tor Marancia, foto di Livia Fabiani

La sua ricerca pittorica continua a svilupparsi incentrandosi sulla natura e sul suo rapporto con l’essere umano. Le immagini dipinte da Jerico rappresentano una natura selvaggia e spontanea, non ancora contaminata dall’uomo. 

Ne è un esempio il murale realizzato durante la residenza artistica a Civita Castellana per l’associazione culturale Kill the Pig. “Ultimo orizzonte” è frutto di un elaborato lavoro e una lunga ricerca en plein air.

FOTO 3. Civita Castellana, “Ultimo Orizzonte”, foto di Sara Francola

In questo caso il soggetto è un bambino, zainetto in spalla e cappello in testa che rivolge la schiena allo spettatore osservando attentamente la natura. Il dipinto vuole ricordare l’immagine leopardesca della poesia “L’infinito” dove la natura, statica e sempreterna, sprigiona forza ed energia.