Le suffragette e il primo movimento per la parità sessuale

Indice. Capitolo terzo

Nonostante vari Stati europei abbiano allargato il diritto di voto anche ad alcune fasce sociali meno abbienti, ne continuano a rimanere escluse le donne. 

I primi Paesi a concedere il suffragio femminile, non universale ma ancora censitario, sono le isole Pitcairn (nel 1838), le isole Cook e la Nuova Zelanda (nel 1893), seguite poi dall’Australia (che nel 1902 concede il voto alle donne bianche ma non alle aborigene), tutte colonie dell’Impero britannico. 

Invece a Londra il movimento per il suffragio femminile viene represso e le sue protagoniste arrestate: le donne inglesi potranno votare soltanto dopo la I Guerra mondiale.

In tutta l’Europa ricca esplode il movimento delle suffragette. Si rivendica il diritto di voto e di eleggibilità per le donne, alla pari che per gli uomini, fino a quel momento negato. Ma non per tutte le donne: la lotta è portata avanti da signore ricche provenienti dall’aristocrazia e dall’alta borghesia che vogliono il suffragio maschile e femminile ristretto per censo, fedeli alla tradizione del Seicento inglese secondo cui lo Stato esiste in funzione degli interessi da difendere e quindi deve essere amministrato solo da chi detiene una certa soglia di beni materiali. Così le richieste elettorali di queste donne non ottengono alcun seguito presso le lavoratrici salariate. Inoltre le suffragette, seppure con alcune eccezioni, chiedono nel complesso i diritti politici senza alcuna analisi o critica sul ruolo della donna nella società patriarcale: contestano il fatto che le donne non possano votare o sedere in Parlamento ma non si addentrano nella questione che la figura femminile sia sempre stata vista come quella il cui unico compito si limita ad accudire i figli o lavare i piatti. Quella che chiedono è quindi una parità formale dietro cui non vi è nessuna parità sostanziale e nessuna autonomia: in quel tipo di società, pur votando, la donna rimarrebbe succube di una figura maschile. 

Se da un lato sono valide queste considerazioni, dall’altro occorre ricordare che le future leggi a tutela della maternità delle lavoratrici, di molto successive, saranno varate soltanto quando siederanno in Parlamento delle donne, spesso elette da altre donne. Quindi ottenere il voto è un primo passo, insufficiente ma importante, del lungo percorso che porterà poi al voto a tutte le donne e infine verso una parità più completa. 

In ogni caso, anche se in un primo momento non ottengono il diritto di voto o si limitano a poter scegliere tra candidati uomini, con questa battaglia si sono prese la voce, la possibilità di essere ascoltate in pubblico. E non è poco.

Schema di date. Capitolo terzo




Orsi dispettosi e cavalli ribelli: il mondo di Noemi Vola

Quest’anno un grande orso nero e goffo e una marea di verdetti giganti hanno invaso le città: prima è stato il turno di Bologna, presso il Mambo, poi c’è stata Macerata e pare siano stati avvistati anche a Torino. Sembra che gli animali siano innocui, anzi, l’orso è particolarmente appiccicoso e non ama essere lasciato solo.

Questo è il mondo di Noemi Vola, classe ’93 nata a Bra (CN) nel 1993, diplomata nel 2016 al corso di Fumetto e Illustrazione all’Accademia di Belle Arti di Bologna. Attualmente frequenta il corso di Illustrazione per l’Editoria a Bologna. Nel 2014 fonda Blanca, rivista autoprodotta per bambini.

Nel 2017 inizia la sua collaborazione con la storica Corraini Edizioni. Al primo libro, Un orso sullo stomaco, è seguito Filastrocche di vetro, con i testi di Sabina Italiano.

Da pochissimo nelle librerie troviamo anche Un libro di cavalli, uscito il mese scorso ancora con Corraini. Sempre a maggio è uscito FIM? ISTO NÃO ACABA ASSIM per la casa editrice spagnola Planeta Tangerina. Insomma, Noemi non si ferma, e sembra non avere nessuna intenzione di farlo.

Le illustrazioni di Noemi Vola sono ironiche e leggere, realizzate con tecniche manuali come matite colorate e pennarelli. La grande forza delle sue illustrazioni non sta in un particolare virtuosismo tecnico, ma nella loro capacità di stupirci per la maniera ironica di vedere la realtà e per la capacità che hanno i suoi libri, una volta presi in mano, di convincerci a continuare a sfogliarli fino all’ultima pagina.

Il suo primo libro edito da Corraini, Un orso sullo stomaco, narra di un grande orso nero dall’aspetto goffo e di una ragazzina che quell’orso proprio non lo sopporta. Qualunque tentativo di scacciare via l’orso è vano (neanche il cioccolato o la matematica) perché l’orso la segue ovunque lei vada, e anche se scompare, poi ritorna sempre. Insomma, un vero disastro avere a che fare con gli orsi!

Foto 1

Ho intervistato Noemi Vola per curiosare un po’ nel suo mondo.

Con il tuo primo libro Un orso sullo stomaco realizzi anche laboratori per bambini. È arrivato un orso a mangiarsi tutti i pastelli colorati?

Come si può vedere nel libro, quest’orso ce l’ha messa tutta per complicarmi la vita, e l’ ha fatto fino alla fine, quando è stato così dispettoso da mangiarsi letteralmente tutti i pennarelli che avrei voluto usare per disegnarlo.

Era da molto tempo che non disegnavo usando solo il nero (e non l’avrei fatto nemmeno questa volta!), la scelta di eliminare i colori é stata presa insieme all’editore. Inizialmente non è stato molto facile cedere all’idea di eliminare il colore, ma  l’uso del bianco e nero mi ha costretta a riportare sulla carta nient’altro di più che il necessario alla narrazione, e di non allontanarmi troppo dalla spontaneità grafica delle bozze iniziali. Sono stata felice di questa scelta e devo ringraziare infatti l’editore che ha insistito parecchio per farmelo capire.

Spesso anche nei laboratori invito i bambini a usare solo il nero per disegnare orsi di ogni tipo. È un limite che può diventare interessante, perché li costringe a non usare tutti i colori come d’abitudine, ma a inventare nuove soluzioni che spesso portano a risultati inaspettati.

Foto 2

I personaggi che popolano i tuoi libri sono sempre fortemente caratterizzati: un orso dispettoso,  cavalli sovversivi, e poi i vermetti, di cui voglio sapere assolutamente qualcosa di più. Come lavori alla costruzione dei tuoi personaggi?

Ho sempre pensato prima alla storia che ai personaggi, infatti non sono mai stata una grande appassionata di orsi, cavalli o lombrichi, ma avevo un’idea da rappresentare e mi servivano dei buoni “attori ” adatti a interpretare delle parti.

Quando ho scritto Un orso sullo stomaco non avevo in mente di scrivere un libro con un orso come protagonista, avevo piuttosto la necessità assoluta di raccontare e scrivere quello che mi stava pesando addosso. Non sapevo bene cosa fosse, che forma avesse, quale fosse il suo nome; sapevo solo che era pesante, fastidioso, dispettoso, molto ingombrante e per niente amichevole. Insomma, una descrizione che assomigliava e aveva molti punti in comune con un orso. E d’altronde una sensazione del genere non poteva di certo assomigliare a una formica o a uno scoiattolo!

Foto 3

Per Un libro di cavalli rivoluzionari, invece, l’idea di partenza riguardava un concetto che mi è sempre sembrato molto interessante e poco discusso: la disobbedienza e l’importanza di pensare con la propria testa. Avevo letto Rodari (in particolare Tonino l’ Obbediente, Il giovane gambero, Il Re Federico), Disobbedienza Civile di Thoreau, L’obbedienza non é più una virtú di Don Milani, e ho pensato che mi sarebbe piaciuto provare a raccontare questo concetto in un modo molto semplice ed elementare, adatto tanto a bambine e bambini quanti agli adulti, come Rodari ha abilmente fatto nelle sue filastrocche.

Ma per parlare di disobbedienza mi serviva qualcuno o qualcosa che fosse simbolo dell’opposto contrario, ovvero dell’obbedienza. E i cavalli erano perfetti: fin dall’antichità hanno seguito senza opporsi i loro padroni che li hanno usati come macchine da guerra o da corsa, oggi li troviamo immobili su piedistalli di marmo, schiavi di un moto perpetuo come il dondolo o la giostra, manovrati come le pedine sulle scacchiere.

Foto 4

I lombrichi, invece, fanno parte di un progetto a cui sto lavorando, purtroppo non posso dire molto di più perché è tutto ancora molto incerto. A grandi linee si tratta di una storia il cui protagonista è un lombrico molto sconfortato, incerto e confuso, che riflette sulla vita.

Ora che sei un’illustratrice affermata e i tuoi libri popolano le librerie, hai un sogno nel cassetto che vorresti tirare fuori?

Sarebbe molto bello (ma non sarà molto facile) avere il tempo necessario per dedicarmi al lombrico e pensare completamente solo a lui. Per ora è il progetto in corso a cui tengo maggiormente, che ho iniziato e che come al solito non so dove mi porterà.

Foto 5




La storia di Elke Mascha Blankenburg, Direttrice d’Orchestra (terza parte)

Alla fine degli anni ’90 Elke Mascha Blankenburg ha dovuto lasciare la direzione d’orchestra per un problema all’udito. Vive per lungo tempo in Umbria, dove prende forma un nuovo progetto: il desiderio di voler dare visibilità al vasto mondo delle direttrici d’orchestra, partendo dalle loro origini fino ad arrivare alla contemporaneità, divenendo lei stessa strumento di divulgazione e di denuncia per un ambiente fortemente sessista e che non educa il pubblico a considerare una direttrice d’orchestra al pari di un uomo e che nel peggiore dei casi sfrutta l’eccezionalità della presenza di una donna dandole visibilità perché giovane e bella. Non è un caso, racconta Mascha, che non ci siano direttrici d’orchestra anziane e che di nuovo, la storiografia non narri della loro presenza fin dai tempi di Mozart.

Dall’altro versante e quasi per paradosso, le direttrici d’orchestra che attualmente ricoprono ruoli importanti non divulgano le musiche delle compositrici, non riescono e spesso non provano a proporre nuovi programmi concertistici.

“Noi ci siamo conosciute in Umbria, nel 1999, e stavi scrivendo il libro sulle direttrici d’orchestra…

Sì, è uscito nel 2003. Quando ho avuto la malattia dell’udito, direttamente in clinica già avevo capito che l’udito non sarebbe tornato, dunque già in clinica ho cercato in internet, in tutte le lingue, le donne direttrici d’orchestra, e con una grande sorpresa sono venute fuori tantissime donne direttrici e io ho fatto un foglio con domande e l’ho spedito a tutte per internet e posta e mi hanno dato altri contatti di donne che non erano in internet… dopo il Ministero tedesco per le scienze e la cultura, mi ha finanziato il progetto per viaggiare e intervistare queste donne. E così ho fatto un grande lavoro, ho viaggiato da San Pietroburgo fino a Madrid, l’Europa è diversa dall’America.

In che cosa è diversa?

In America tu sei impegnata solo per pochi anni in un’orchestra sinfonica, non come accade in Germania, per esempio in Germania è un posto stabile. In America ci sono tre direttrici veramente grandi, la mia preferita tra tutte è un genio, Joanne Falletta.  Famosa è Simone Young, lavora alla Staatsoper di Amburgo come chef. L’orchestra è di altissimo livello tanto che quaranta direttori nel mondo provano a essere scelti per questa orchestra e ha vinto Simone Young tra il 2005/2006. Una donna in questa posizione è una pioniera, ma mostra, anche per gli uomini, per i colleghi, dimostra che una donna può farlo ed è accettato. Perché adesso gli uomini devono imperare a essere diretti da una donna.

Simone Young è la prima professoressa che insegna in Germania come direttrice d’orchestra, anche questo è un traguardo. È sposata, ha due figlie grandi, ha cinquantadue anni, è molto bella, e anche quando l’ho incontrata in Baden Baden per un famoso Festival, l’ho vista con i capelli neri lunghi lunghi, veramente bella, interessante, ed entra sul palco, con un vestito scollato sulla schiena… e ho pensato: “Che forza!” Lei è veramente molto intelligente e voleva dire. “Sono una donna, non porto un frak”. Viene dall’Australia, ha un temperamento, una sovranità incredibile ed è accettata dalle orchestre di tutto il mondo.

Le vecchie femministe degli anni ’70 hanno un’idea ancora molto forte e radicata del femminismo, le più giovani sono influenzate, ma dopo le più giovani non vogliono più sentire queste cose, sono contro e Simone Young è alla terza generazione, ha capito tutto, non fa differenza, non può più sentire l’eco dell’essere donna, ma ha capito tutto…

Lei esegue le musiche delle compositrici?

No, no.

È questo il problema…

Sì, è un grande problema. Ma mi invitano spesso altre direttrici come ospite. Quando si fa carriera si è legate al sistema, a programmi già definiti, devono vendere i concerti, anche se sei il direttore artistico e puoi scegliere il programma… le sale devono essere piene di gente e se qualcuno scrive che ci sarà l’opera di Francesca Caccini o di Ethel Smyth, che nessuno conosce… solo con una propaganda incredibile le persone vengono in questi casi, e costa ancora di più… Ho scritto spesso agli enti lirici tedeschi, di provare a mettere opere di donne, per il progresso… ma è difficile…

E le altre direttrici che hai intervistato hanno eseguito delle musiche di donne?

Pochissime.

A distanza di dieci anni dalla perdita dell’udito a un orecchio Mascha torna a dirigere un’orchestra, non in modo professionale, ma è la conferma che la musica si può fare anche in condizioni diverse dal passato, che la sua grande esperienza è la base per affrontare ogni situazione. Ma Mascha non intende tornare alla vita di prima, per lei è un ciclo definito e chiuso. 

In questi anni la creatività si apre alla scrittura saggistica e letteraria, nella quale rielaborare il proprio vissuto e su un altro versante vi è il continuo impegno per dare il giusto spazio e visibilità alle nuove generazioni di direttrici d’orchestra. 

Compito e vocazione di chi ha vissuto e arriva alla terza età è quello di ripercorrere le tappe fondamentali della propria vita, dar loro un proprio significato, ma anche aprirsi al mondo e donare la propria esperienza e la propria forza: il suo ultimo progetto di scrivere un’autobiografia.

“Hai più riprovato a dirigere?

No, proprio dirigere no, una mia amica, April Hailer mi ha invitata a dirigere in una grande chiesa per il suo compleanno centrale a Berlino. Io ho pensato, questo orecchio è male, non sento, ma dopo dieci anni questo altro orecchio ha imparato a sentire l’altro lato, e dunque ho detto sì. Johann Sebastian Bach per me non è difficile, lo conosco perfettamente. Ho avuto una paura della prima prova! Sentirò bene? Come sarà? Da dieci anni non dirigo… e comincia la prova, e io entro ed era come ieri! Incredibile!

Per molti anni non sapevo se scegliere la letteratura o la musica, ma ora sono felice di aver scelto la musica. Molto.

Mi piace molto scrivere, adesso. Purtroppo quest’anno non ho fatto molto, da gennaio è venuta la malattia (silenzio) è iniziata con l’infiammazione del polmone, per due mesi non ho potuto camminare per dolore alla schiena e solo in maggio hanno capito cosa avessi e questo è molto triste per me, anche se sono abituata a raccontare a tutti cosa faccio, e niente faccio, niente, da un anno… è così strano per me, e tutti dicono, “scusa non ti vergognare, tu hai fatto una vita così bella, non devi dimostrare più nulla.

Non mi sono mai occupata di quale giorno fosse della settimana… lunedì, martedì, mercoledì, mai, io vado in questo mondo con in testa la musica, poemi, amici, amore e non so leggere i contratti, ho dato tutto sempre a mio marito tutta “la normalità” mi stancava. Mi dispiace un po’ perché tante cose belle e importanti della vita sono state anche escluse, se posso dire, per esempio non so nulla di scienze naturali (ride) e tante cose… solo questo essere in un altro mondo, nella musica e tutte le arti. Ma oggi con la malattia sono cambiata, vedo la normalità con gioia. 

Credi in un’altra forma della vita dopo la morte?

No. No, non credo. Purtroppo penso così, purtroppo, perché ho visto morire le persone… quando ho visto mia madre morta, era ancora calda, si dice, occhi chiusi… io ho visto un muro di rame immenso, che significa tu non puoi entrare, e a me non era permesso di entrare, ed è un altro mondo. Posso pensare dalla mattina alla notte che cosa succede dopo la morte, ci sono miliardi di libri scritti, ma non c’è una persona che lo sa veramente, perché non è ritornata dell’eternità.

Credo nell’amore fra le persone e la natura, credo nel rispetto per gli animali… Tutto qui sulla nostra terra e nella nostra vita.

Veronesi ha scritto che nella sua esperienza con i pazienti i non credenti hanno meno paura di morire…

È scritto anche nella Bibbia, che non è bene pensare a cosa succede dopo la morte, tu vedrai, non ha senso pensarci in vita… prima non si sa niente. Naturalmente ho molti pensieri: esempi come l’acqua che bolle e si trasforma in vapore. Credo che l’energia resta. Ma resta un’energia con la coscienza di me stesso, personale? O vado in una foglia, in un fiore, nel vento…? Non si sa se quello era Mascha Blankenburg! (ride) non si sa! Questo non è un tema importante per me, in gioventù è stato un tema forte, ora non più. Terziani dice una cosa fantastica: noi pensiamo che il tempo scorra in modo lineare, ma in verità va a salti, tutto finisce e ricomincia. (silenzio) 

Ora ho già 220 pagine della mia autobiografia. L’ho lasciata e ripresa tante volte. 

Quando avevi iniziato?

Molto tempo fa. Ho fatto così tante cose: la scoperta delle compositrici, il coro, i concerti, la direzione d’orchestra, è troppo… è difficile da raccontare. e ho scoperto che scrivere un libro di soli successi non mi interessa, ci sono state anche le insoddisfazioni: tutto questo è la mia vita.

La storia integrale è pubblicata nel libro di M. Gammaitoni, Storie di vita di artiste europee, dal medioevo alla contemporaneità, Cleup, Padova, 2013




L’annessione del Sud e la III Guerra d’indipendenza

Già nel 1844, i fratelli Carlo ed Emilio Bandiera avevano tentato di fomentare un’insurrezione repubblicana in Calabria, ma la popolazione locale non aveva aderito. Di nuovo, nel 1848, Carlo Pisacane aveva tentato una nuova insurrezione antiborbonica, stavolta in Campania, ma l’impresa si era rivelata un ulteriore clamoroso fallimento.

Nel 1860, approfittando dello scontento lasciato dai Borbone in Sicilia, Giuseppe Garibaldi decide di ritentare la conquista del Meridione. Parte da Quarto (vicinissimo a Genova) con circa un migliaio di uomini verso la Sicilia. A casa Savoia il Sud non interessa, a livello economico, e anche Cavour è contrario alla missione, sapendo che Garibaldi ha idee repubblicane e democratiche, quasi socialiste, e rischia di fondare una repubblica nell’Italia meridionale escludendo i Savoia. I volontari garibaldini sbarcano in Sicilia e, promettendo la democrazia e la fine del latifondismo, conquistano subito l’appoggio della popolazione locale. Non tutti sanno che alla spedizione partecipa anche una donna, Rose Montmasson, e altre presenze femminili si registrano in Sicilia: fra queste Jessie White Mario, Antonia Masanello, Maria Martini della Torre.

L’imbarco dei Mille da Quarto, 1860, Gerolamo Induno

Nel giro di poche settimane prendono possesso di tutta l’isola, varcano lo stretto di Messina e puntano su Napoli. Il Re Ferdinando II di Borbone scappa a Gaeta e lascia la città in mano ai nuovi arrivati. A questo punto il governo di Torino non può non interessarsi alla questione.

La situazione si fa preoccupante: Vittorio Emanuele e Cavour temono che Garibaldi conquisti anche Roma, il che provocherebbe la reazione francese in difesa del Papa, e che insieme a Giuseppe Mazzini instauri a Napoli una repubblica democratica con il consenso della popolazione napoletana ma non dei Savoia. Dunque il Re occupa le terre pontificie di Umbria e Marche con il consenso francese e inglese (in quanto è l’unico modo per impedire che Garibaldi prenda Roma e soprattutto che istituisca la repubblica) e punta su Napoli per fermare Garibaldi. Intanto, a Torino, il Parlamento piemontese ratifica l’annessione dell’ex Regno delle Due Sicilie al Regno di Sardegna: non è un’unificazione tra Stati ma una conquista di uno su tutti gli altri. 

A Teano, in Campania, Vittorio Emanuele incontra Garibaldi che ha definitivamente sconfitto i Borbone: senza una sola parola di ringraziamento né il minimo riconoscimento di quanto fatto, il Re gli ordina di smettere la sua marcia. «Obbedisco» è la celebre risposta di Garibaldi, prima di ritirarsi a vita privata in Sardegna. 

2. L’incontro di Vittorio Emanuele II e Garibaldi a Teano (particolare), di Pietro Aldi. Palazzo Pubblico di Siena, affresco del 1886 

Umbria e Marche ratificano l’annessione al Regno di Sardegna con un altro plebiscito, di nuovo a suffragio universale maschile. Il Sud invece è annesso senza plebiscito. I sogni di democrazia, di abolizione del latifondo e di spartizione delle terre svaniscono nel nulla. Garibaldi vorrebbe conquistare anche Roma ma è costretto a rinunciare, vorrebbe la repubblica a Napoli con un’assemblea costituente eletta dalla popolazione ma non gli viene permesso: così, suo malgrado, un uomo di tutt’altre idee si è ritrovato a servire gli interessi di casa Savoia.

3. La bandiera del Regno d’Italia

Il 17 marzo 1861 viene proclamato il Regno d’Italia con capitale Torino: il sogno originario era Roma capitale ma la Francia non lo permette. La Costituzione del Regno è lo Statuto Albertino, il Primo Ministro è Camillo Cavour e il primo Re è Vittorio Emanuele II di Savoia, «Re d’Italia per grazia di Dio e per volontà della Nazione»: per sottolineare la continuità tra il vecchio Stato e il nuovo, il sovrano rifiuta di cambiare nome in Vittorio Emanuele I, come a ricordare che non c’è stata nessuna unificazione ma solo un’annessione in stile medievale. Mentre l’Italia centrale è stata annessa al Regno di Sardegna con plebisciti votati a suffragio universale maschile, per le elezioni del nuovo Parlamento il suffragio ritorna a essere ristretto per censo.

Il nuovo Regno d’Italia si presenta sulla scena internazionale come alleato di Francia e Gran Bretagna e acerrimo nemico dell’Austria.

Pochi mesi dopo Camillo Cavour muore.

Rispetto all’Italia che conosciamo oggi, nel periodo subito dopo la formazione del Regno mancano il Veneto, il Friuli-Venezia Giulia, il Trentino, il Sud Tirolo e il Lazio.

4. Il Regno d’Italia

Nel 1864 l’Italia si impegna nuovamente con la Francia a non toccare la città di Roma, stavolta in cambio del graduale ritiro delle truppe francesi dalla città pontificia. Per rassicurare Napoleone III che Roma non verrà attaccata, la capitale del Regno viene spostata a Firenze. 

Intanto in Prussia è salito al governo Otto Von Bismarck, intenzionato a conquistare parte dell’Austria per dar vita al II Reich (l’impero tedesco). Nel 1866 Bismarck propone all’Italia una nuova alleanza antiaustriaca: in cambio di una guerra comune su entrambi i fronti, in caso di vittoria l’Italia riceverà il Veneto. Inizia così la III Guerra d’Indipendenza. L’Italia perde tutte le battaglie sulle Alpi, solo Garibaldi sta per ottenere alcune vittorie sulla strada verso Trento ma riceve dal Re l’ordine di desistere. La Prussia invece vince contro l’Austria su tutti i fronti. L’Italia di fatto ha perso le sue battaglie ma, in quanto alleata della potenza vittoriosa, siede al tavolo delle trattative in qualità di vincitrice, ottenendo così il Veneto. Per sfregio all’Italia, l’Austria cede il Veneto alla Francia, anch’essa alleata della Prussia, la quale poi lo “consegna” all’Italia: essendo in vigore questo schema di alleanze, l’Italia ha pagato con migliaia di morti ciò che avrebbe potuto ottenere gratis con accordi diplomatici. 

L’anno successivo Garibaldi ci riprova: nonostante gli accordi, nel 1867 con pochi volontari entra nel Lazio alla volta di Roma ma viene tempestivamente fermato e arrestato dai soldati francesi. Il piano prevedeva un’ampia insurrezione popolare a Roma, mai verificatasi per mancanza di partecipazione, fatta eccezione per poche decine di persone guidate da Giuditta Tavani Arquati e dal marito, laica e ostile al Papa e già protagonista della resistenza durante la Repubblica Romana del 1849. Il Re conferma all’Imperatore dei Francesi quanto già concordato: Roma non sarà toccata.

5. Schema di date

6. La formazione dell’Italia 




A Napoli da Matilde

“Guarda che bello… Per carità, Roma è Roma, ma un lungomare così dove altro puoi trovarlo?”
“Ha ragione signora Serao1, Napoli ti entra nel cuore… Lei quando è venuta qui?”
“Ho seguito la mia famiglia nel 1861, avevo solo cinque anni. Ci siamo trasferiti perché mio padre è stato assunto alla redazione de Il Pungolo.”
“È grazie a lui che ha cominciato a scrivere?”
“Sicuramente mio padre mi ha fatto avvicinare al mondo del giornalismo e mi ha abituato sin da piccola all’ambiente della redazione, ma in realtà ho imparato a leggere e a scrivere molto tardi!”
“Quindi il suo esordio a quando risale?”
“All’inizio scrivevo brevi articoli per il Giornale di Napoli, poi ho pubblicato qualche novella sotto lo pseudonimo di “Tuffolina”. Però, al di là di questi primi esperimenti, la mia prima pubblicazione vera e propria è stata la novella “Opale”, che uscì nel 1878 sul Corriere del Mattino.”
“Da lì in poi ha scritto romanzi che hanno avuto un successo strepitoso! Penso a “Fantasia”, o a “Il ventre di Napoli”…”
“Sì, ma ti fermo subito: scrivere mi ha sempre appassionato tantissimo, soprattutto perché mi ha consentito di far trapelare dei lati della mia personalità che in un articolo non potevo mettere in luce, ma è al giornalismo che ho dedicato tutta la mia vita. Possiamo discutere a lungo di tecniche letterarie, di personaggi, ma sul giornalismo ho cose molto più interessanti da raccontare, perché ho passato la mia vita a sgomitare per conquistare il posto che meritavo e, nel mentre, ho visto tante cose, cara mia!”
“Io la seguo, signora Serao! Le va di raccontarmi la sua esperienza a Roma, allora?”
“Ecco, di Roma, per esempio, ho davvero tante cose da dire! Ho iniziato a collaborare con il giornale Capitan Fracassa, dove ho avuto la libertà di spaziare dalla critica letteraria alla cronaca mondana. Inoltre, sono entrata nei salotti romani, ho conosciuto personalità del calibro di Carducci e D’Annunzio, ma mi vedi? Ti sembro una tipa da salotto io? Non lo sono e tantomeno lo ero; il fatto che non c’entrassi proprio niente con quelle damine eleganti, intente a parlare del nulla, non mi ha di certo favorito.”
“Però mi risulta che a Roma abbia conosciuto l’amore, quindi su qualcuno sicuramente ha fatto colpo!”
“Ah, Edoardo… Amava di me proprio quella spontaneità che in quei salotti risultava fuori luogo. Insieme abbiamo fondato Il Corriere di Roma, nell’85. È durato solo due anni, ma subito dopo aver smesso di pubblicare, Matteo Schilizzi ci propose di tornare a Napoli e di fondere la nostra testata alla sua, Il Corriere del Mattino, e così nacque Il Corriere di Napoli.”
“E poi? Come siete arrivati alla fondazione de Il Mattino?”
“Io ed Edoardo abbiamo deciso di cedere la nostra parte di proprietà sul Corriere e con il ricavato abbiamo fondato il nuovo giornale. Era il 1892, che dopo molto poco si rivelò uno degli anni peggiori della mia vita.”
“Come mai dice così?”
“È l’anno in cui il mio matrimonio si spaccò definitivamente, tanto che io me ne andai di casa per un paio d’anni e al mio ritorno… Insomma, della storia di Gabrielle2non ho voglia di parlare, ma lo scandalo uscì su tutti i giornali e fu molto difficile a quel punto tenere separate la mia carriera e la mia vita privata.
Ho fatto ciò che potevo e ho cresciuto Paolina come se fosse mia figlia, con tutto l’amore che meritava. D’altronde, lei non c’entrava proprio niente, povera creatura…”
Ha ragione: dello scandalo so già tutto e più la guardo, più mi chiedo come abbia fatto a rialzarsi dopo una simile tragedia. Eppure, con la sua risata fragorosa, Matilde ce l’ha fatta e, in risposta a chi voleva scagliarla nel dimenticatoio, ha ricominciato da zero con un nuovo compagno e, soprattutto, con un nuovo giornale.

 

1MATILDE SERAO: nata a Patrasso nel 1856 è stata una scrittrice e giornalista. È stata la prima donna italiana ad aver fondato e diretto un quotidiano, Il Corriere di Roma, e, a partire dal 1903, Il Giorno.
Ha scritto romanzi indimenticabili come “Fantasia”, “Il ventre di Napoli” e “Addio, amore!”.
Morì nella sua amata Napoli nel 1927, colpita da un infarto mentre scriveva nel suo studio.

2GABRIELLE BESSARD: cantante di teatro, ebbe una relazione con Edoardo Scarfoglio, marito di Matilde Serao, da cui nacque una bambina. Quando Scarfoglio decise di restare con la moglie, Bessard si suicidò sull’uscio della casa della coppia, affidandogli la bambina neonata. La scrittrice accolse la bambina come fosse sua figlia. Nonostante fosse stata richiesta la massima riservatezza, lo scandalo uscì sul Corriere di Napoli, in aperta polemica con la coppia Scarfoglio-Serao.




Thomas Ott: l’umanità che emerge dal nero

Figura assolutamente eclettica e impegnata in campi d’azione diversi, Thomas Ott è noto per lo più come illustratore e in particolare come fumettista.

Svizzero, classe 1966, inizia a farsi conoscere, giovanissimo, già dagli anni Ottanta collaborando a una rivista underground di Zurigo (Strapazin). 

Partendo da tecniche quali l’inchiostro di china e l’incisione a puntasecca, Ott si avvicina presto a quello che diventerà (e rimarrà) il suo “modus operandi” prediletto: lo scratchboard, che in italiano è chiamato da alcuni “sgraffito”. 

Si parte dal ricoprire totalmente un foglio di carta con dell’inchiostro nero, dopodiché si gratta via con un pennino o una punta, facendo emergere il disegno.

Foto 1

Si tratta di una tecnica pesante da utilizzare, in quanto richiede molto più tempo per poter lavorare sui dettagli di quanto invece richiederebbe la realizzazione a partire dal “positivo”: il punto di partenza è infatti sempre il nero su cui si va a incidere la luce. 

Con incredibile maestria, Ott gratta via moltissimi segni, sottilissime linee bianche attraverso cui riesce a creare sfumature e definire nel minimo particolare i dettagli e le espressioni dei personaggi, senza mai perdersi nel nero, che comunque fa sempre da padrone.

Foto 2

Lo stesso artista ha affermato più volte che la difficoltà (e anche la bellezza) di questa tecnica sta proprio nell’imparare a usare il nero, a calibrarlo senza esserne sopraffatti, imparare a capirlo.

L’effetto è sicuramente potente e mostra chiaramente i riferimenti ai maestri  dell’Espressionismo tedesco (sebbene manchi l’uso del colore).

Le atmosfere sono invece un chiaro richiamo ai film noir e dell’orrore, a cui lo stile così complesso si abbina perfettamente. Vizi, violenze, deliri, perversioni, paure, morte: l’umanità che viene presentata è espressione di una realtà terribile e terrificante. 

Foto 3

I suoi personaggi sono sempre psicologicamente complessi, disturbati e disturbanti, e attingono pienamente da un immaginario crudo e violento. 

Le storie di Ott diventano quindi dei brevi racconti dell’orrore, ricchi di suspence, che turbano e stordiscono chi legge, narrati in una quasi totale assenza di parole, ma solo attraverso vignette che emergono dal nero con spettacolari tagli e inquadrature cinematografiche.

Foto 4

Sembrerebbe un lavoro cinico, distaccato, ma in realtà l’intento dell’artista, come lui stesso ha dichiarato, è ben diverso. 

L’idea di fondo è infatti liberarsi dalle paure che lo attanagliano normalmente, esorcizzarle, trasferirle sulla carta per non tenerle dentro di sé. 

Attraverso il suo lavoro, Thomas Ott esprime la volontà di mostrare nel modo più brutale possibile il lato più oscuro delle cose, tutta una parte di realtà di cui nessuno vuole parlare, per poterla accettare e così, in qualche modo, aprirsi al mondo e alla vita.




L’uomo di Saccopastore è una donna!

La storia dei ritrovamenti fossili in Paleontologia Umana è ricca di colpi di fortuna e incredibili coincidenze.

È quanto è successo per i reperti di Saccopastore, due crani incompleti ritrovati a circa sei anni l’uno dall’altro in località Saccopastore, in una cava di ghiaia sulla via Nomentana a Roma, sulla riva sinistra dell’Aniene, a circa tre chilometri da Porta Pia.

Nel maggio del 1929 un operaio della cava nel corso dei lavori di scavo urtò col suo piccone uno strano sasso che aveva quasi la forma di un cranio umano. Pensò di avvertire il sovraintendente ai lavori che era affittuario della tenuta appartenente al duca Mario Grazioli. Il duca, che la stampa dell’epoca definiva “generale cultore di studi ed autore di pregevoli monografie che interesano la campagna romana”, conosceva il direttore dell’Istituto di Antropologia della vicina Università La Sapienza.

Il professor Sergio Sergi, prontamente avvertito, riconobbe in quel “sasso” un cranio fossile di un ominide risalente, secondo la datazione radiometrica, a circa 125.000 anni fa.

Si tratta dei resti di un cranio quasi completo, di un individuo di sesso femminile, di un’età approssimativa di circa quarant’anni. Le caratteristiche primitive, quali l’assenza di fronte, le arcate sopraorbitarie molto prominenti, le dimensioni della calotta cranica ridotte portarono il professor Sergi a classificare il reperto come pre-neandertaliano o, come si diceva allora, Homo Sapiens pre-neanderthalensis.

Questa donna di età matura, ritrovata così fortunosamente, era vissuta, come testimoniavano gli strati geologici e i reperti di fauna accompagnante, in un periodo interglaciale, caratterizzato da un clima caldo umido che permetteva nelle campagne laziali la presenza di una fauna tipica di climi caldi quali, elefanti, rinoceronti, ippopotami e una flora che oltre a boschi di querceto misto  presentava ad esempio una specie di olmo attualmente presente in Asia e nell’isola di Creta.. Il paesaggio era molto diverso dall’attuale caratterizzato all’orizzonte dalle sagome dei vulcani laziali in quel periodo ancora in attività oltre a una serie di bacini lacustri di varie dimensioni.

Nella stessa località, nel luglio del 1935 altri antropologi tra cui l’Abate H. Breuil, professore del’Istituto di Paleontologia Umana di Parigi ed Alberto Carlo Blanc, giovane antropologo italiano che qualche anno più tardi avrebbe studiato il famoso cranio neandertaliano della Grotta Guattari a San Felice al Circeo (LT), videro affiorare dalle pareti della cava un altro reperto, più incompleto ma sufficiente a riconoscere in esso le stesse caratteristiche del primo. Indicato come Saccopastore II rappresenta un individuo di sesso maschile, di circa 25/30 anni.

Entrambi i reperti, studiati a lungo dal Professor Sergi, sono custoditi nella cassaforte dell’Istituto di Antropologia dell’Università La Sapienza, solo per la consultazione di studiosi e ricercatori italiani e stranieri. Nelle sale del Museo, sono esposti due calchi perfettamente uguali agli originali con alle spalle un diorama che ricrea in modo verosimile le caratteristiche dell’ambiente in cui essi vissero.

Foto 1. Il diorama a La Sapienza di Roma

Per quello che riguarda le attività e lo stile di vita dei nostri Saccopastore ce li dobbiamo immaginare impegnati durante il giorno alla ricerca di cibo, tenendosi vicini ai vari corsi d’acqua della zona, e rifugiati di notte in qualcuna delle caverne disponibili, fiocamente illuminata da piccoli focolari su cui veniva arrostito il cibo. Cibo proveniente dalla caccia e dalla pesca, cui erano adibiti gli uomini del gruppo che utilizzavano a tale scopo alcuni primitivi manufatti in pietra, soprattutto ossidiana di origine vulcanica, e osso (quelli di legno data la deperibilità del materiale non sono stati ritrovati). Sono emersi dagli strati fossili sia strumenti su scheggia appuntita, ritoccati da ambo i lati, chiamati “amigdale” che venivano usati come una specie di ascia a mano per uccidere gli animali, sia una serie di punte più piccole dette “raschiatoi” che servivano a tagliare le carni e a lavorare le pelli.

Foto 2. Gli strumenti

Possiamo quindi immaginare il nostro giovane uomo rientrare nella caverna con una preda da dividere con tutti i membri del gruppo e consegnarla alla donna più anziana che avrebbe provveduto a prepararla per la cottura dividendola in pezzi per i vari commensali.

Compito delle donne era infatti la preparazione del cibo oltre alla raccolta di frutta e altri vegetali che rendevano più varia la dieta, all’accudimento dei piccoli, degli anziani, dei feriti.

Forse queste piccole comunità avevano già dei riti funebri, anche se non è certo che seppellissero i defunti, e qualche forma di religiosità sia pure molto primitiva.

La strada dell’evoluzione era ancora lunga e complessa ma ogni passo avanti è stato un progresso verso l’umanità attuale e in questo lungo cammino la presenza costante delle donne è stata fondamentale e determinante.

 

 




Le ricamatrici di Santa Caterina, di Ester Rizzo

di Grazia Mazzè

Sarà presentato il 9 giugno il libro di Ester Rizzo “Le ricamatrici” a “Una Marina di Libri” – il Festival del libro, all’Orto Botanico di Palermo.

Avevo letto sul web la storia delle ricamatrici di Santa Caterina di Villermosa, un paesino del Nisseno, un paio di anni fa, curiosa di approfondire fatti in cui sono state coinvolte donne siciliane e le rivendicazioni dei loro diritti.

La lettura del romanzo però è arrivata alla mia memoria più intima, a un nostalgico nucleo di ricordi con mia nonna, una ricamatrice, vissuta nella realtà meno circoscritta della città di Palermo.

Sono certa, se fosse arrivata a lei l’eco del movimento della Lega della Rosa Rossa sarebbe stata una delle “Mille ragazze in lotta”.

La mattina al risveglio la trovavo già sulla sua seggiolina davanti all’imposta del balcone, sempre alla ricerca della luce “buona”, con il suo telaio, a tirare fili con affilatissime forbicine, a realizzare quadratini perfetti per poi ricomporli con un gioco di ago e filo, come un’artista, per creare quella preziosità fatta a mano chiamata “Cinquecento”.

Stesso anno di nascita di Filippa, anche lei aveva frequentato la sesta elementare, stessa tempra, risoluta, istruita per quei tempi, rinchiusa in un Collegio aveva studiato. Lì aveva imparato l’arte del ricamo, della maglia, le tessiture del filet e del Quattrocento, ma nel Cinquecento aveva trovato la possibilità di concretizzare un lavoro.

Un lavoro che la teneva china sul telaio dall’alba al tramonto, a volte più del dovuto. Lei si raccontava mentre sfilava ed io l’ascoltavo, meraviglitata per la capacità di creare dalle mani tale bellezza, arte che ho imparato, senza mai eguagliarla, spezzandone il filo dopo la morte di lei.

Indossando gli immancabili guanti e cappellino mi conduceva per mano a consegnare quei lavori, scrollandosi così la fatica e il dolore agli occhi. Sentivo trattava sul prezzo dei manufatti con i negozianti che glieli avevano commissionati per dei privati, non era mai soddisfatta quando mi riprendeva la mano per uscire dal negozio.

Filippa mi riporta alla memoria di quei miei primi otto anni, collocandoli nel contesto storico-politico di quel tempo. Forte e tenace, una figura capace di ricacciare dentro le sue emozioni, per permettere alle altre che il da farsi arrivasse chiaro e pulito. Accogliente ma autorevole, con addosso l’esperienza di emigrata che le aveva permesso di aprire la mente e convincersi che la cultura avrebbe liberato la nuova generazione delle donne dalle trappole del patriarcato.

Come scritto nella bellissima prefazione di Gaetano Savatteri, “Ester ha costruito con la dedizione di una ricamatrice una stagione in cui sembrava facile schierarsi dalla parte giusta, contro la prevaricazione, contro lo sfruttamento.”

La rivoluzione femminile si era già avviata, molte le donne nel mercato del lavoro, spinte dalla necessità economica e stimolate dai diritti conquistati, dalla crescente cultura femminile e il controllo della procreazione. Siamo nella fase aperta dal movimento del ’68, l’identità femminile punta alla liberazione, al riconoscimento e al valore delle differenze tra uomini e donne.

Eppure, scrive Savatteri, “le ricamatrici le pensiamo mansuete, chine sui loro tomboli, aduse a riprodurre un sapere antico tramandato di madre in figlia, competenti nell’impiego ritualmente femminile”.

Ester Rizzo ha una forte anima femminista e la troviamo intessuta nei fili del suo racconto, pieno di personaggi e temi che ancora oggi impegnano le donne in rivendicazioni e lotte.

Come allora l’emigrazione rientra tra le scelte quasi obbligate per avere un lavoro e una retribuzione adeguata. Il divario salariale tra uomini e donne è un peso che grava sull’economia del Paese e non c’è dubbio che le conseguenze ricadono maggiormente sulle donne.

C’è dentro l’attenzione alle vittime di uomini narcisi e violenti, come la povera Saretta, propensa a subire, incapace a denunciare, con l’amaro risvolto di una scelta obbligata o di una tragica fine.

Ci mostra la resa di coloro che si sentono forti e dalla parte della ragione e, nonostante ciò, provare l’impotenza cui costringe il potere mafioso e prevaricatore. L’onestà e il diritto non sono sempre carte vincenti.

L’amore in conflitto con le regole del patriarcato, nella storia di Pietro e la bella contadina. Il disagio di chi ha movimenti e pensieri da “straniera”, come Livia, testimone di quella evoluzione culturale che rende libere le donne dalle usanze di una realtà paesana.

E poi c’è Adele, la Marchesa, nella cui testa Ester fa muovere la libertà di non riconoscersi come donna nella maternità.  Un diritto di scelta ancora oggi intriso da pregiudizi e dall’incapacità sociale di dare lo stesso valore a coloro che scelgono di bastare a se stesse.

È anche una storia di sorellanza, di amicizia, di solidarietà, di un sentire comune tra donne che abbattono barriere, annullano ceti, si alleano nel bisogno.

Una storia d’amore, quella di Filippa e il marito, mai dissolto e garantito nel tempo, superbo esempio per chi ha paura dell’evoluzione delle donne nella libertà.

Queste sono le donne apparse mansuete, hanno riempito le strade del paese, queste schiave del racket degli intermediari e dei padroni ombra, bersaglio di attacchi che si scatenarono in tutta la Sicilia per il riconoscimento e la tutela del lavoro a domicilio. Qui c’è anche la formazione di un percorso sindacale, di una piattaforma, di un minimo salariale, del riconoscimento del lavoro nella sua dignità più vera, del valore di un prezzo da pagare e di un conto da saldare.

Ester Rizzo continua a insegnarci qualcosa, con le sue donne tirate fuori dall’oblio. Ci regala la testimonianza di una storia passata con ago e filo tra le mani. Siamo arrivate dove siamo perché queste donne, come tante altre, sono esistite, hanno marcato un tassello nel grande mosaico degli anni che ci sono appartenuti, cui dobbiamo dare ancora visibilità di margini e di consistenza.

Grazie alla Lega delle ricamatrici della Rosa Rossa, grazie a Ester Rizzo per la sua dedizione, per il dono che molte, dopo di noi, troveranno indispensabile per la marcia verso le conquiste future.

 

Ester Rizzo

Le ricamatrici di Santa Caterina

Navarra, Palermo, 2018

  1. 104

€ 10




Ad Atlanta con Margaret

Atlanta, con i suoi grattacieli e i suoi mille colori, non è lo sfondo che immaginavo per il mio incontro con Margaret Mitchell e il suo viso di porcellana. Eppure, è qui che Margaret1è nata e ha passato gran parte della sua vita.

“Tu ora la vedi così, ma un tempo di questi grattacieli non ce n’era neanche uno!”

“Com’è stata la sua infanzia ad Atlanta?”

“Credo di aver avuto una bellissima infanzia, anche se con mio padre ho sempre avuto un rapporto un po’ burrascoso, sai… Mentalità incompatibili! Con mia madre invece avevo un rapporto meraviglioso, è grazie a lei se sono come sono oggi.”

“Che tipo era sua madre?”

“Era una donna che sapeva coniugare una grande fermezza e una dolcezza indescrivibile. Quando se ne è andata per me è stato un colpo durissimo, ma le sue ultime parole non hanno fatto altro che confermare la sua infinita intelligenza e consapevolezza.”

“Cosa le ha detto prima di andarsene?”

“Purtroppo, non l’ho potuta abbracciare di persona, ma mi ha mandato una lettera in cui si è raccomandata di non tralasciare mai la mia vita per occuparmi di quella degli altri e di non rinunciare mai ai miei sogni per far felice qualcun altro.”

“Mi dispiace non abbia potuto salutarla… Dove si trovava?”

“Avevo iniziato gli studi di medicina allo Smith College, in Massachusetts, ma la morte di mia madre mi ha portato a lasciare il college e tornare a casa.”

“E una volta tornata ad Atlanta?”

“Avevo 20 anni e fino a quel momento avevo scritto per me stessa e pochi intimi, ma dopo qualche mese mi è stato offerto un posto all’Atlanta Journal Sunday Magazine… Che soddisfazione! Ho avuto persino l’occasione di intervistare Rodolfo Valentino! Poi quell’incidente…”

“Quale incidente?”

“Non lo sai? Si legge che abbia lasciato il lavoro per scrivere “Via col vento”, ma non è così: mi sono rotta la caviglia e la convalescenza mi ha costretto a letto per mesi! A quel punto mi sono dovuta licenziare per forza e per passare il tempo ho deciso di provare a dare forma a quella storia che avevo in mente da così tanto tempo.”

“È stato difficile delineare un personaggio poliedrico come Rossella O’Hara?”

“Molto e ti dirò perché: lei non c’entra assolutamente nulla con la classica eroina del filone romantico. Rossella non è un personaggio che piace o non piace, in quanto allo stesso tempo la si ama e la si odia e non si può fare altrimenti. Non fa altro che commettere errori in amore, non riusciamo a condividerne le scelte, ma questo la rende decisamente più umana e fa sì che in fondo, ci faccia simpatia. Seppur dall’alto dei suoi privilegi, Rossella è una ribelle per i tempi in cui vive. La Guerra di Secessione la costringe a rimboccarsi le mani e, in parte, a lasciarsi alle spalle la frivolezza della vita che conduceva. È in quel momento che l’apparente perfezione si frantuma e il suo comportamento fa parlare le malelingue della città.”
“Via col vento ha avuto un successo strepitoso, superando il milione di copie vendute nelle prime settimane dopo la pubblicazione. Come mai ha deciso di non pubblicare altri romanzi?”

“Attorno a “Via col vento” si è scatenato un polverone che non mi aspettavo di certo… Mi ha fatto vincere il Pulitzer del 1936 e addirittura mi ha fatto portare a casa una candidatura al Nobel per la letteratura! ll successo editoriale è stato accresciuto, non c’è neanche bisogno di specificarlo, dal film di Victor Fleming, che ha fatto esplodere i botteghini di tutto il mondo.
Tutto ciò mi ha riempito di gioia e orgoglio, ma credo che se avessi continuato a scrivere avrei deluso le aspettative dei miei lettori e delle mie lettrici, in quanto dubito che sarei mai riuscita a pubblicare qualcosa che reggesse il confronto con “Via col vento”.
Poi, in realtà, ho continuato a scrivere romanzi, ma non ho intenzione di pubblicarli… Ai miei familiari ho dato disposizioni di bruciare tutto, quando non ci sarò più. Chissà se rispetteranno la mia volontà o se ci saranno belle sorprese!”

1MARGARET MITCHELL: nata nel 1900 ad Atlanta, è stata una scrittrice e giornalista statunitense. Iniziò gli studi in medicina, ma lasciò il college dopo la morte della madre, nel 1919.Tornata ad Atlanta venne assunta all’Atlanta Journal Sunday Magazine come giornalista, anche se a causa di una brutta frattura fu costretta a lasciare il lavoro.
Fu proprio durante la convalescenza, infatti, che scrisse “Gone with the wind” (“Via col vento”), che fu pubblicato nel 1936 e che vinse il premio Pulitzer nel 1937.
Il romanzo ebbe un successo straordinario, ma dopo soli dodici anni Margaret morì, investita da un taxi.




La Guerra di Crimea e la II Guerra d’indipendenza

Succeduto al padre, Vittorio Emanuele II, per aumentare il proprio prestigio e la propria credibilità, sceglie di mantenere una linea liberale. In un primo momento il nuovo re affida il governo al liberale Massimo D’Azeglio. Bisogna ricordare che lo Statuto Albertino dà al sovrano l’incarico esclusivo di nominare il governo mentre il Parlamento ha funzione soltanto legislativa: se la maggioranza dei deputati e dei senatori è ostile a un governo può bloccare tutte le sue leggi ma non può farlo cadere, ma un governo che gode della fiducia del re ma non di quella del Parlamento difficilmente riuscirà a legiferare. Dunque per le pressioni del Parlamento, Vittorio Emanuele II revoca la nomina a D’Azeglio e la conferisce a Camillo Benso, conte di Cavour, liberale di destra che ha viaggiato tutta l’Europa ed è esperto di questioni internazionali. Proprio a lui si devono importanti infrastrutture piemontesi come la ferrovia Torino-Genova. È con Cavour che nasce la pratica parlamentare del “trasformismo”: i deputati e i senatori, una volta eletti, possono passare da una parte all’altra indipendentemente dalle idee di partenza cono cui sono stati eletti, variando così all’occorrenza le maggioranze parlamentari. 

La prima importante intuizione geopolitica di Cavour è l’alleanza con la Francia di Napoleone III in quanto entrambi antiaustriaci: quest’alleanza conviene all’Impero Francese per rovesciare gli equilibri del Congresso di Vienna e al Regno di Sardegna per ottenere il Lombardo-Veneto. 

Nel 1853 esplode la crisi del Mar Nero: l’Impero Ottomano si sta lentamente sgretolando e i suoi pezzi fanno invidia a tutte le potenze europee. La Russia attacca la flotta turca per conquistare la penisola di Crimea nel Mar Nero, destando le preoccupazioni di Francia e Gran Bretagna che vedono in pericolo le proprie colonie nel Mediterraneo a causa dell’espansionismo russo: da qui scoppia la Guerra di Crimea.

FOTO 1. Guerra di Crimea. La battaglia di Balaklava, 25 ottobre 1854.

Attack of the Light Brigade, dipinto di Richard Caton Woodville del 1894

Il Regno di Sardegna, seppur con un ruolo marginale, partecipa alla guerra contro la Russia: così nel 1856 Cavour si può sedere al tavolo dei vincitori e, pur non ottenendo ingrandimenti territoriali, fa sì che il Piemonte sia riconosciuto come Stato rilevante per gli equilibri europei. Davanti alle principali potenze, Cavour denuncia l’occupazione austriaca del Nord Italia, approfittando dell’ostilità già accesa tra gli Asburgo e Napoleone III. 

In un incontro presso Plombières (in Belgio) tra Cavour e Napoleone III viene sancita ufficialmente l’alleanza franco-piemontese: la Francia interverrà in difesa del Piemonte se questo sarà attaccato dall’Austria, ma non se sarà il Piemonte ad attaccare l’Austria per primo. Il tutto a due condizioni: cedere alla Francia la regione alpina della Savoia e la città di Nizza e non toccare in nessun caso la città di Roma che deve rimanere sotto il governo papale in maniera da mantenere l’indiretto controllo francese sull’Italia centrale.

Gli accordi sono pronti e sono favorevoli agli interessi piemontesi. Resta solo un problema: l’alleanza franco-piemontese è di natura solo difensiva, quindi il Regno di Sardegna ha bisogno di essere attaccato dall’Austria. Così Cavour inizia a schierare provocatoriamente le truppe al confine, ricorrendo anche a corpi speciali creati appositamente da Garibaldi. L’Austria cade nel tranello e attacca il Piemonte, suscitando l’intervento francese. Inizia così la II Guerra d’Indipendenza, che per l’Austria ha esiti disastrosi. 

FOTO 2. Carta tratta da: 

http://dizionaripiu.zanichelli.it/storiadigitale/p/mappastorica/164/la-seconda-guerra-d-indipendenza-1859-1860

Intanto in Toscana, Emilia-Romagna, Umbria e Marche le borghesie insorgono chiedendo di entrare nel Regno di Sardegna: salta così il progetto francese di prendere il controllo dell’Italia centrale con l’appoggio del Papa. A questo punto Napoleone III interrompe la guerra firmando trattati di pace separati: ottiene dall’Austria la Lombardia, che cede poi al Piemonte, ma non il Veneto che rimane austriaco.

Ormai Napoleone III è costretto a rinunciare all’Italia centrale: conquistarla vorrebbe dire passare attraverso l’Austria, che non è praticabile, o mettersi di nuovo contro il Piemonte, che non gli conviene.

Questa situazione offre la possibilità di nuove trattative: il Regno di Sardegna cede Nizza e la Savoia alla Francia e in cambio Napoleone III accetta di lasciare che l’Italia centrale passi sotto il dominio sabaudo, sempre a condizione di non toccare il Lazio e la città di Roma. Si rafforza così anche il legame tra Napoleone III e Papa Pio IX. 

Nel 1860 il Ducato di Parma, il Ducato di Modena e il Granducato di Toscana entrano a far parte del Regno di Sardegna mentre Umbria e Marche restano pontificie. La decisione viene ratificata attraverso dei plebisciti popolari svolti a suffragio universale maschile.

Il Regno di Sardegna è diventato uno Stato-Nazione moderno.