mostra frida immagine

Arte in ITALIA – Frida Khalo in mostra a Genova dal 20 settembre 2014 all’8 febbraio 2015

di Giusy Michielli

“Spero che l’uscita sia felice e spero di non tornare mai più”. Queste furono le ultime parole che Frida Khalo scrisse sul suo diario prima di morire. La grande pittrice messicana, donna di grande temperamento, libera da ogni schema tanto da disegnare in ogni suo autoritratto la libertà attraverso la monociglia, metafora di due ali spiegate in volo che le permettevano di volare con la fantasia e sognare nonostante la rigidità del suo corpo devastato dai tanti interventi chirurgici.
Nonostante spesso venisse definita “surrealista”, lei rifiutava categoricamente qualsiasi appartenenza pittorica, sostenendo d’essere sciolta da ogni classificazione e di dipingere solo le sue emozioni più intime. Dopo il grande successo della mostra a lei dedicata a Roma presso le scuderie del Quirinale in cui si analizzava il suo estro in relazione ai movimenti artistici a lei contemporanei, dal 20 settembre all’8 febbraio 2015 si terrà nel palazzo Ducale di Genova un’esposizione il cui tema principe sarà il rapporto tra Frida e suo marito Diego Rivera. Il loro è stato un grande amore, complice, ma allo stesso tempo molto doloroso per la pittrice in quanto costellato da grandi sofferenze provocate dai continui tradimenti di Rivera. Tra le opere esposte ci saranno anche “Diego in my mind”, dipinto dall’artista nel periodo della loro breve separazione e uno dei busti in gesso che era costretta ad indossare a causa dell’incidente avuto all’età di diciassette anni che le ha provocato in tutto il resto della sua vita atroci sofferenze. Sul busto è dipinta la falce e il martello comunista sopra il feto che raffigura il proprio aborto, peraltro dipinto in varie occasioni, segno della mancata maternità che probabilmente fu il suo più grande tormento.




LIBRI in fila

Accademici paesaggi e non

di Saverio Simi de Burgis

 

Nella pittura, nelle arti figurative in genere, nell’architettura, soprattutto nella poesia, gran parte dell’immaginazione, si dipana dalla visualizzazione di luoghi naturali, di paesaggi, ordinati dall’uomo, o ancora incontaminati e selvaggi. Tutto, rientra in tali sorprendenti, a volte edenici luoghi, in altre occasioni sconvolgenti e terribili, sempre provocando un sentimento di stupore e meraviglia, comunque di considerazione e attenzione, agendo, nella maggior parte dei casi, a livello sinestetico, sedimentandosi nella memoria dove rivive attraverso chiare e inconfondibili immagini.

Tutto nell’arte, ma anche nella scienza, parte da una tale osservazione, la natura nel suo aspetto statico e cangiante allo stesso tempo, per i vari effetti cui è soggetta nella stessa esistenza e ciclicità, dal generale al particolare, dal macro al microcosmo dei vari fenomeni che la compongono e la regolano. I diversi periodi della storia dell’arte testimoniano il rapporto indissolubile esistente tra arte e natura, anche quando questo diventa meno chiaro ed esplicito. Sussistono, tuttavia, alcuni momenti in cui tutto ciò risulta maggiormente evidente, come nel caso della fine del Settecento inglese, si veda il sublime e il pittoresco, concetti estetici che si estendono all’arte come al giardinaggio, diventando valori protagonisti nel secolo successivo, vedi la fortuna critica di Constable e Turner, anche in Francia fino a influenzare gli impressionisti e oltre. Il concetto del sublime viene, invece, a sostanziarsi in Germania nella pittura di Caspar David Friedrich.

Il Museo del Paesaggio di Torre di Mosto, è il luogo ideale per un’esposizione sul paesaggio. Questo luogo nasce con la finalità di valorizzare un’area, in questo caso di bonifica, all’insegna di un intervento risanante e reso produttivo ad opera dell’uomo così da renderlo un modello esportabile, in termini esemplari, in tutto il territorio nazionale e non solo.

Per tali motivi, affinché un territorio risultasse fertile non solo sul piano di un adeguato sfruttamento agricolo, ma anche dal punto di vista culturale, la mostra è stata concepita in concomitanza e a corollario della rassegna dedicata a Goffredo Parise e al suo rapporto con la natura e al conseguente amore per l’arte e gli artisti. Parise, che per anni ha girato il mondo come inviato di importanti quotidiani, dopo un periodo vissuto intensamente a Roma, è tornato nel suo amato Veneto, dove trascorrerà gli ultimi anni dell’esistenza , in una casa in mezzo alla campagna, a Salgareda, nei pressi del secondo argine del Piave, e quindi a Ponte di Piave, nella provincia di Treviso, dove vivrà fino alla morte, avvenuta nel 1986.

Questa mostra vuole essere un omaggio in piena regola a Parise e si colloca in una linea di continuità col suo intendere. Siamo certi che lo scrittore avrebbe apprezzato, riscontrando le radici culturali della sua terra, seppure in opere diverse per periodo e per concezioni estetiche, in artisti così qui attivi come Silvia de’ Giudici, Nata, Olinsky, Maria Grazia Rosin, Nelio Sonego, Silvano Tessarollo e Ampelio Zappalorto, assieme a tutto il gruppo degli studenti, ma già valenti artisti quali Giovanna Bonenti , Chiara Campanile, Oscar Contreras Rojas, Veronica de Giovanelli, Virginia Gabrielli, Beatrice Gelmetti , Massimiliano Gottardi, Manuela Kokanovic , Luca Migliorino, Edison Pashkaj, Barbara Prenka, Mattia Sinigaglia, Massimo Stenta, Nežka Zamar, tutti dell’Accademia di belle arti di Venezia.

Il MuPa è la dimostrazione tangibile che in questi luoghi l’arte non è assolutamente cosa morta, ma sono stati ben riposti semi rigogliosi per la sua continuità e il suo futuro.   La ricerca sul paesaggio o sui paesaggi possibili rimane, pertanto, come punto di partenza essenziale di spunti attinti dal grande calderone della natura e dell’arte con tutte le varie declinazioni, fondamentale e fonte inesauribile con tutte le sue diverse suggestive influenze nella germinazione e produzione continua di stimoli per la realizzazione di qualsiasi operazione che meriti ancora di essere definita creativa.di Saverio Simi de Burgis

Nella pittura, nelle arti figurative in genere, nell’architettura, soprattutto nella poesia, gran parte dell’immaginazione, si dipana dalla visualizzazione di luoghi naturali, di paesaggi, ordinati dall’uomo, o ancora incontaminati e selvaggi. Tutto, rientra in tali sorprendenti, a volte edenici luoghi, in altre occasioni sconvolgenti e terribili, sempre provocando un sentimento di stupore e meraviglia, comunque di considerazione e attenzione, agendo, nella maggior parte dei casi, a livello sinestetico, sedimentandosi nella memoria dove rivive attraverso chiare e inconfondibili immagini.

Tutto nell’arte, ma anche nella scienza, parte da una tale osservazione, la natura nel suo aspetto statico e cangiante allo stesso tempo, per i vari effetti cui è soggetta nella stessa esistenza e ciclicità, dal generale al particolare, dal macro al microcosmo dei vari fenomeni che la compongono e la regolano. I diversi periodi della storia dell’arte testimoniano il rapporto indissolubile esistente tra arte e natura, anche quando questo diventa meno chiaro ed esplicito. Sussistono, tuttavia, alcuni momenti in cui tutto ciò risulta maggiormente evidente, come nel caso della fine del Settecento inglese, si veda il sublime e il pittoresco, concetti estetici che si estendono all’arte come al giardinaggio, diventando valori protagonisti nel secolo successivo, vedi la fortuna critica di Constable e Turner, anche in Francia fino a influenzare gli impressionisti e oltre. Il concetto del sublime viene, invece, a sostanziarsi in Germania nella pittura di Caspar David Friedrich.

Il Museo del Paesaggio di Torre di Mosto, è il luogo ideale per un’esposizione sul paesaggio. Questo luogo nasce con la finalità di valorizzare un’area, in questo caso di bonifica, all’insegna di un intervento risanante e reso produttivo ad opera dell’uomo così da renderlo un modello esportabile, in termini esemplari, in tutto il territorio nazionale e non solo.

Per tali motivi, affinché un territorio risultasse fertile non solo sul piano di un adeguato sfruttamento agricolo, ma anche dal punto di vista culturale, la mostra è stata concepita in concomitanza e a corollario della rassegna dedicata a Goffredo Parise e al suo rapporto con la natura e al conseguente amore per l’arte e gli artisti. Parise, che per anni ha girato il mondo come inviato di importanti quotidiani, dopo un periodo vissuto intensamente a Roma, è tornato nel suo amato Veneto, dove trascorrerà gli ultimi anni dell’esistenza , in una casa in mezzo alla campagna, a Salgareda, nei pressi del secondo argine del Piave, e quindi a Ponte di Piave, nella provincia di Treviso, dove vivrà fino alla morte, avvenuta nel 1986.

Questa mostra vuole essere un omaggio in piena regola a Parise e si colloca in una linea di continuità col suo intendere. Siamo certi che lo scrittore avrebbe apprezzato, riscontrando le radici culturali della sua terra, seppure in opere diverse per periodo e per concezioni estetiche, in artisti così qui attivi come Silvia de’ Giudici, Nata, Olinsky, Maria Grazia Rosin, Nelio Sonego, Silvano Tessarollo e Ampelio Zappalorto, assieme a tutto il gruppo degli studenti, ma già valenti artisti quali Giovanna Bonenti , Chiara Campanile, Oscar Contreras Rojas, Veronica de Giovanelli, Virginia Gabrielli, Beatrice Gelmetti , Massimiliano Gottardi, Manuela Kokanovic , Luca Migliorino, Edison Pashkaj, Barbara Prenka, Mattia Sinigaglia, Massimo Stenta, Nežka Zamar, tutti dell’Accademia di belle arti di Venezia.

Il MuPa è la dimostrazione tangibile che in questi luoghi l’arte non è assolutamente cosa morta, ma sono stati ben riposti semi rigogliosi per la sua continuità e il suo futuro. La ricerca sul paesaggio o sui paesaggi possibili rimane, pertanto, come punto di partenza essenziale di spunti attinti dal grande calderone della natura e dell’arte con tutte le varie declinazioni, fondamentale e fonte inesauribile con tutte le sue diverse suggestive influenze nella germinazione e produzione continua di stimoli per la realizzazione di qualsiasi operazione che meriti ancora di essere definita creativa.




The feta on the slipper

Prologue

03/01/2013, Bari – Italy

Gosh! I was finally ready to leave for Greece and I was so sure that I would have been involved in such an amazing and interesting experience! To be more precise, I was sure that the formula languages + interculturality would have given as a result a certain intellectual euphoria… and not only! Infact, I was conscious of the fact that certain sentimental drama could have bursted out.

—Elixis—

Ermis… A Messenger? He who – sent by the gods – spreads messages, information and knowledge?

However, going beyond these silly definition attempts,

I could easily state that, once I met him, I felt “something”, as if he was special somehow; since the very first moment, I saw something different, something intriguing in him.

I knew that all of this sounded extremely banal, but my body, my mind… and ” the organ which takes care of blood irrogation in our physiological system” – also known as heart, my dear enemy – kept on sending me signals that I couldn’t ignore although I would have loved to! These signals were clear and, nevertheless, ineffable, translatable into a stream of consciousness bound the body, an effluvium which inebriated me and involved my ego in all of its totality; talking about these last elements – after this encounter -, its emotional component had been extremely corrupted, infected and hurt … and not by accident I guess!

Ah! Emotionality… vague word … yet incredible source of chaos! It has always been hostile towards me … or was I towards it? By the way, its ambiguousness and irrationality made me feel indeguate, insecure and unease in front of its immortal deadly army/platoon: feelings.

Nevertheless, Ermis could arouse a deaf yell of a lost sensitivity which, in the meantime was confronting and decimating my soldiers of denial, could define itself as a new-born and censored one. Furthermore, it couldn’t admit to itself even the existence of pleasant but destabilizing sensations tied to the exertion – dominion, a pure egemony over me, an unbeatable magnetism… relentless, inescapable and deadly.

“Am I able to love?”

Mellifluous question filled with stagnant sentimentalisms, but – although I was totally convinced of this cold criticism – something indefinable in my chest was dragging me towards the opposite direction and, so, to the answer to the dreadful question up above.

I would have discoverd it at a later stage, or maybe not, howbeit in that moment I wished that – even though I hadn’t many certainties and the few of them were staggering – Ermis would have given me the chance to understand, live and listen to that “dark” craving, such a strong yearning, an overwhelming thirst which was finally about to be satisfied.

He was the only who could be the definitive panacea, able to heal the long and concealed agony of my fragmented soul; without realizing it, I was completely subjugated to the most intriguing and, at the same time, upsetting query ever known by human beings…

“Am I able to love?”Prologue

03/01/2013, Bari – Italy

Gosh! I was finally ready to leave for Greece and I was so sure that I would have been involved in such an amazing and interesting experience! To be more precise, I was sure that the formula languages + interculturality would have given as a result a certain intellectual euphoria… and not only! Infact, I was conscious of the fact that certain sentimental drama could have bursted out.

—Elixis—

Ermis… A Messenger? He who – sent by the gods – spreads messages, information and knowledge?

However, going beyond these silly definition attempts,

I could easily state that, once I met him, I felt “something”, as if he was special somehow; since the very first moment, I saw something different, something intriguing in him.

I knew that all of this sounded extremely banal, but my body, my mind… and ” the organ which takes care of blood irrogation in our physiological system” – also known as heart, my dear enemy – kept on sending me signals that I couldn’t ignore although I would have loved to! These signals were clear and, nevertheless, ineffable, translatable into a stream of consciousness bound the body, an effluvium which inebriated me and involved my ego in all of its totality; talking about these last elements – after this encounter -, its emotional component had been extremely corrupted, infected and hurt … and not by accident I guess!

Ah! Emotionality… vague word … yet incredible source of chaos! It has always been hostile towards me … or was I towards it? By the way, its ambiguousness and irrationality made me feel indeguate, insecure and unease in front of its immortal deadly army/platoon: feelings.

Nevertheless, Ermis could arouse a deaf yell of a lost sensitivity which, in the meantime was confronting and decimating my soldiers of denial, could define itself as a new-born and censored one. Furthermore, it couldn’t admit to itself even the existence of pleasant but destabilizing sensations tied to the exertion – dominion, a pure egemony over me, an unbeatable magnetism… relentless, inescapable and deadly.

“Am I able to love?”

Mellifluous question filled with stagnant sentimentalisms, but – although I was totally convinced of this cold criticism – something indefinable in my chest was dragging me towards the opposite direction and, so, to the answer to the dreadful question up above.

I would have discoverd it at a later stage, or maybe not, howbeit in that moment I wished that – even though I hadn’t many certainties and the few of them were staggering – Ermis would have given me the chance to understand, live and listen to that “dark” craving, such a strong yearning, an overwhelming thirst which was finally about to be satisfied.

He was the only who could be the definitive panacea, able to heal the long and concealed agony of my fragmented soul; without realizing it, I was completely subjugated to the most intriguing and, at the same time, upsetting query ever known by human beings…

“Am I able to love?”




APOSTOLIS

Stavo partendo per la Grecia ed ero sicuro che sarebbe stata un’esperienza interessante! Per essere più precisi, ero sicuro che la formula lingue + interculturalità avrebbe dato come risultato un’euforia intellettiva… e non solo! Difatti, ero ben consapevole delle trame sentimentali (e non!) che si sarebbero potute verificare.

  • – – Ellissi – – –

Apostolis… Apostolo? Colui che diffonde e protegge la verità “divina”… o che la rifiuta per tre volte o, addirittura, la tradisce?

Ad ogni modo, tentando di andare oltre queste sciocche definizioni, potevo ben affermare di vedere qualcosa di diverso in lui, l’avevo avvertito sin dal primo momento.

So/Sapevo che tutto ciò aveva un non-so-che di estremamente banale, ma il mio corpo, la mia mente e… “l’organo che si occupa dell’irrogazione del sangue nel nostro sistema fisiologico” – anche noto come “cuore”, mio caro nemico – mi mandavano dei segnali inconfondibili che non potevo “semplicemente” ignorare.

Erano dei messaggi chiari e tuttavia ineffabili, traducibili in un flusso di coscienza “corporeo”, un effluvio che mi inebriava e che coinvolgeva il mio “Io” in tutta la sua totalità; di quest’ultimo, in special modo, ne veniva “infettata” la componente emotiva… e non casualmente…

Ah! L’emotività, parola vaga…eppure fonte di caos! Si era sempre dimostrata ostile nei mie confronti…o forse lo ero io nei suoi?

Ad ogni modo, le sue amibiguità e irrazionalità mi facevano sempre sentire “inadeguato”, a disagio o semplicemente insicuro innanzi al suo plotone fatale e immortale: le emozioni.

Nonostante tutto ciò, Apostolis riusciva ad evocare in me un grido sordo di un’emotività – che nel frattempo affrontava e decimava i miei soldati di diniego – censurata, neonata ed incapace di ammettere a se stessa l’esistenza di piacevoli sensazioni destabilizzanti legate all’esercizio (inconsapevole? non avevo gli strumenti necessari per affermarlo con certezza) di un dominio, una pura egemonia su di me, un magnetismo imbattibile, lento ed inesorabile.

“Sono capace di amare?”

Domanda melliflua e pregna di sentimentalismi stagni, ma – sebbene fossi pienamente convinto di questo arido criticismo, unica dottrina a cui riponevo tutta la mia fede – qualcosa d’indefinibile dentro di me muoveva in direzione contraria, verso una ( o LA?) risposta a quel temutissimo questito.

L’avrei scoperta successivamente, o forse no, tuttavia in quel momento mi auguravo – sebbene certezze in merito non ce ne fossero e le poche barcollanti – che Apostolis mi avrebbe dato modo di comprendere, vivere ed ascoltare quell’oscura “sete”, tanto forte da potermi finalmente appagare, chetare e, dunque, essere panacea definitiva alla lunga e celata agonia del mio animo, ormai totalmente sottomesso dal quesito più intrigante e al contempo sconvolgente che tormenta l’/ mai conosciuto dall’essere umano.

“Sono capace di amare?”.Stavo partendo per la Grecia ed ero sicuro che sarebbe stata un’esperienza interessante! Per essere più precisi, ero sicuro che la formula lingue + interculturalità avrebbe dato come risultato un’euforia intellettiva… e non solo! Difatti, ero ben consapevole delle trame sentimentali (e non!) che si sarebbero potute verificare.

  • – – Ellissi – – –

Apostolis… Apostolo? Colui che diffonde e protegge la verità “divina”… o che la rifiuta per tre volte o, addirittura, la tradisce?

Ad ogni modo, tentando di andare oltre queste sciocche definizioni, potevo ben affermare di vedere qualcosa di diverso in lui, l’avevo avvertito sin dal primo momento.

So/Sapevo che tutto ciò aveva un non-so-che di estremamente banale, ma il mio corpo, la mia mente e… “l’organo che si occupa dell’irrogazione del sangue nel nostro sistema fisiologico” – anche noto come “cuore”, mio caro nemico – mi mandavano dei segnali inconfondibili che non potevo “semplicemente” ignorare.

Erano dei messaggi chiari e tuttavia ineffabili, traducibili in un flusso di coscienza “corporeo”, un effluvio che mi inebriava e che coinvolgeva il mio “Io” in tutta la sua totalità; di quest’ultimo, in special modo, ne veniva “infettata” la componente emotiva… e non casualmente…

Ah! L’emotività, parola vaga…eppure fonte di caos! Si era sempre dimostrata ostile nei mie confronti…o forse lo ero io nei suoi?

Ad ogni modo, le sue amibiguità e irrazionalità mi facevano sempre sentire “inadeguato”, a disagio o semplicemente insicuro innanzi al suo plotone fatale e immortale: le emozioni.

Nonostante tutto ciò, Apostolis riusciva ad evocare in me un grido sordo di un’emotività – che nel frattempo affrontava e decimava i miei soldati di diniego – censurata, neonata ed incapace di ammettere a se stessa l’esistenza di piacevoli sensazioni destabilizzanti legate all’esercizio (inconsapevole? non avevo gli strumenti necessari per affermarlo con certezza) di un dominio, una pura egemonia su di me, un magnetismo imbattibile, lento ed inesorabile.

“Sono capace di amare?”

Domanda melliflua e pregna di sentimentalismi stagni, ma – sebbene fossi pienamente convinto di questo arido criticismo, unica dottrina a cui riponevo tutta la mia fede – qualcosa d’indefinibile dentro di me muoveva in direzione contraria, verso una ( o LA?) risposta a quel temutissimo questito.

L’avrei scoperta successivamente, o forse no, tuttavia in quel momento mi auguravo – sebbene certezze in merito non ce ne fossero e le poche barcollanti – che Apostolis mi avrebbe dato modo di comprendere, vivere ed ascoltare quell’oscura “sete”, tanto forte da potermi finalmente appagare, chetare e, dunque, essere panacea definitiva alla lunga e celata agonia del mio animo, ormai totalmente sottomesso dal quesito più intrigante e al contempo sconvolgente che tormenta l’/ mai conosciuto dall’essere umano.

“Sono capace di amare?”.