Le musiciste e compositrici della musica popolare-folklorica italiana (prima parte)

Sono state attive protagoniste della memoria sociale, custodi, divulgatrici e creatrici della musica popolare delle diverse regioni italiane: musiciste geniali, ricercatrici, che oggi definiamo interpreti della musica folk. Già nell’antichità le trovatore utilizzarono il canto e la musica per denunciare ingiustizie private e sociali.

1. Giovanna Daffini

Nella prima metà del Novecento, da Nord a Sud dell’Italia, ricordiamo Giovanna Daffini, nata a Villa Saviola di Motteggiana, presso Mantova, nel 1914 e morta a Gualtieri, presso Reggio Emilia nel 1969, che iniziò giovanissima a suonare come ambulante e divenne una delle esponenti di spicco del Nuovo Canzoniere Italiano. Lavorava nelle risaie e da mondina, “con la voglia di libertà”, iniziò a interpretare brani celebri, narrativi della tradizione padana e in seguito, grazie alla sua partecipazione alla Resistenza, brani di lotta sociale: Amore mio non piangere, L’amarezza delle mondine, Bella ciao, La lega, A morte la casa Savoia, Sacco e Vanzetti. Con il marito, il violinista Vittorio Carpi, si esibì in feste popolari e fu scoperta da Gianni Bosio e Roberto Leydi, con i quali collaborò come informatrice e cantante. Le sue reinterpretazioni di canzoni popolari e il timbro della sua voce, aspro e aggressivo, definito spesso “eversivo”, ben rappresentavano l’anima della lotta di classe, della denuncia sociale e politica di quegli anni. È stata sicuramente una musa ispiratrice per le cantanti folk italiane, come Giovanna Marini; ammirata dalla generazione rock e riscoperta negli anni Novanta come una madre del punk. 

Risale al 1964 la sua prima produzione discografica. 

Giovanna Salviucci Marini (Roma 1937, foto di copertina) cantautrice, interprete e ricercatrice etnomusicale si diplomò in chitarra classica al Conservatorio di Santa Cecilia e si perfezionò con Andreas Segovia. In seguito all’incontro con Pier Paolo Pasolini, Italo Calvino, Roberto Leydi, Gianni Bosio e Diego Carpitella scoprì il valore del canto sociale e politico, e promosse quindi sia spettacoli in tutta Italia, sia lo studio e la trasmissione della musica folklorica. Nel 1974 fondò con un gruppo di musicisti e musiciste la Scuola popolare di musica di Testaccio a Roma, di cui è attualmente presidente onoraria. Con l’Istituto Ernesto De Martino, si è dedicata alla raccolta di canti di tradizione orale e ha inventando un sistema di notazione musicale che permette di trasportare la storia orale cantata sul palcoscenico. Con i suoi allievi ha condotto decine di viaggi di studio per ascoltare e registrare i canti di tradizione orale ancora presenti in Italia nelle feste religiose o profane. Nel 1976 ha fondato il Quartetto Vocale per il quale compone le “Cantate” e con il quale si esibisce in concerti e tournées in Italia e all’estero. Numerosi sono i premi e i riconoscimenti ricevuti (tra i quali Premio Tenco, Premio Maria Carta, Commendatore della Repubblica Italiana) come pure le collaborazioni con grandi artisti  e registi italiani, quali: Dario Fo, Francesco De Gregori, Ascanio Celestini, Nanni Loy, Citto Maselli, Paolo Pietrangeli e Yervant Gianikian. 

2. Maria Carta

Maria Carta nacque a Siligo (Sassari) nel 1934 e morì a Roma nel 1994. Cantautrice e attrice, dedicò tutta la sua vita di ricerca alla musica sarda e alla sua divulgazione, rivitalizzando ninne nanne, gosos, canti rituali religiosi e canti gregoriani. Studiò musica popolare nel centro di Carpitella al Conservatorio di Santa Cecilia, continuando sempre a svolgere ricerca etnografica. Nel 1971 la Rai trasmise un documentario su di lei, Incontro con Maria Carta. Nel 1975 pubblicò il volume di poesie Canto rituale, ma lasciò anche numerosi inediti di grande intensità. I più prestigiosi teatri europei hanno ospitato il suo Canto della memoria e, in particolare, si ricorda il tour sardo con Amália Rodrigues. Come attrice ha lavorato con Francis Ford Coppola e Franco Zeffirelli. Il suo è un canto necessario alla vita: «Ho sempre detto che scacciavo le Ombre dalla mia strada solo attraverso la mia voce […] Avevo paura del buio, sentivo echi di passi, sapevo che erano loro, le Ombre, che mi accompagnavano dal mondo del passato. Allora cantavo a voce delirante».

3. Sassari, intitolazione a Maria Carta (foto di Teresa Spano)

Arriviamo ora in Sicilia, a cui è stata data voce da Rosa Balistreri (Licata, 1927 – Palermo, 1990) cantante e cantastorie. Figlia di un padre violento, lavorò fin da giovane nei campi, nei mercati e come domestica. Scoprì la sua voce e il canto per dare sfogo alla propria rabbia per le condizioni di vita personali, e poi collettive, della sua terra. Dichiarò: «Si può fare politica e protestare in mille modi, io canto. Diciamo che sono un’attivista che fa comizi con la chitarra. Le mie storie di miseria provocheranno guai a molti pezzi grossi il giorno in cui l’opinione pubblica sarà più sensibile ad argomenti come la fame, la disoccupazione, le donne madri, l’emigrazione, il razzismo dei ceti borghesi…». Il timbro della sua voce, forte e originale, le permise di esprimere tutta la drammaticità della sua vita gravata, per due volte, dal carcere per vicende di vita privata. Nel 1966 partecipò allo spettacolo di canzoni popolari portato sulle scene da Dario Fo, dal titolo Ci ragiono e canto. La sua prima produzione discografica risale al 1967 con La voce della Sicilia, alla quale seguirono: Un matrimonio infelice (1967), La cantatrice del Sud (1973),  Amore tu lo sai la vita è amara (1971), Terra che non senti (1973), Noi siamo nell’inferno carcerati (1974), Amuri senza amuri (1974), Vinni a cantari all’ariu scuvertu (1978), Concerto di Natale (1985).

4. Licata (AG), in memoria di Rosa Balistreri (foto di Giovanni Savio)




Emilia, la mamma di Alessandro

Tra pochi giorni sarà proclamato il libro vincitore del Premio Strega 2018. Nella cinquina dei finalisti appare il nuovo romanzo di Lia Levi, Questa sera è già domani, in cui è narrata la storia di una famiglia ebraica a Genova, durante gli anni del fascismo e poi delle leggi razziste. La storia di due sorelle, Emilia e Wanda, dei loro mariti, Marc e Osvaldo, del vecchio padre delle sorelle, Luigi, e del protagonista, Alessandro, il figlio di Marc e di Emilia.

Marc Rimon, belga di nascita, trapiantato in Olanda, di passaporto inglese, di madrelingua francese, intagliatore di diamanti, trasferitosi a Genova, racchiude in sé alcuni caratteri tipici dell’ebreo d’Europa, poliglotta e capace di racchiudere dentro di sé lingua, culture, modi di vivere diversi, elementi ai quali senza ch’egli, non religioso, non osservante, mostri di averne consapevolezza, dà unità l’identità ebraica, che, malgrado il suo distacco dalla tradizione, vive tuttavia in qualche modo dentro di lui.

Emilia non ama quel marito dall’humoursottile, educato e gentile. Il loro è stato un matrimonio combinato, ma non è questo, un’usanza diffusa, che procura disagio a Emilia, piuttosto è il fatto ch’egli sia uno straniero, cosa che le comunica un fastidioso sentimento di differenza, così come pure non aver parenti di lui da poter presentare, malgrado apprezzi di tenere lontane persone che potrebbero darle fastidi, come la suocera, che vive in Olanda. Nei primi anni del matrimonio, Emilia, più per noia che per reale ostilità, cerca il conflitto col marito, ma la calma incrollabile di lui, se da una parte le fa credere di aver a che fare con un debole, le infligge frustrazione, l’impressione di urtare contro un muro che non può essere attraversato.

La noia e la separatezza fra moglie e marito subiscono però un’improvvisa scossa quando il piccolo Alessandro, a soli quattro anni, rivela doti eccezionali, legge e scrive correntemente sia in italiano che in francese e quando viene iscritto a scuola, ben presto le maestre convocano i genitori, perché il bambino è straordinariamente avanti rispetto ai suoi coetanei, così, su loro impulso, viene iscritto a due classi successive. Il mondo pare cambiare per Emilia, che si dice come la sua vita è stata fino ad allora piena di buchi neri ed ora qualcuno, forse Dio, vuole ripagarla con quel figlio genio, nel quale si compiace per alcuni anni, divenendo meno rancorosa verso il marito e da allora quasi “correndo per mano a lui” insieme a quel figlio eccezionale.

Il tempo mostra, però, come Alessandro non è un genio, è stato solo molto precoce, così, a partire dai primi anni del ginnasio, comincia a incontrare alcune difficoltà, al punto che per alcune materie deve seguire lezioni private. La madre reagisce negativamente alla delusione e da allora riserva al figlio un rancore, un’ostilità, un certo disprezzo, che seppure, espressi in rare occasioni, il ragazzino sensibile avverte senza dubbi e via via che cresce sente aumentare il suo distacco affettivo dalla madre, che giudica cattiva. Riconosce invece l’amore del padre, che lo guarda attento e con silenziosa comprensione; l’amore del nonno, che, vedovo di una moglie colta, tenta sui ricordi delle parole di lei, di comunicare al nipote elementi dell’ ebraismo, dal quale tuttavia la famiglia si sente lontana; l’amore degli zii che, privi di figli propri, riversano sul nipote un affetto parentale. E nella dolce zia Wanda, Alessandro finisce per vedere la madre che avrebbe voluto, la madre buona.

Gli anni che trascorrono precipitano però la famiglia nel buco nero delle leggi antiebraiche, con i disagi, le umiliazioni, le fratture, l’esclusione che esse comportano. Marc ha passaporto inglese e comincia a valutare la possibilità che si trasferiscano in Inghilterra: quel che avviene in Germania, in Cecoslovacchia, in Austria non gli pare offrire adito a dubbi, anche se molti continuano a resistere all’evidenza. Dopo qualche tempo tutti i parenti, decine di cugini, zii, nipoti, e poi nonni, cognati, si riuniscono insieme per alcuni giorni in una grande villa del fratello di Osvaldo. Vengono prese decisioni diverse. Alcuni intendono partire per i luoghi più lontani, Singapore, Cuba, l’America latina, e si stabilisce di creare un fondo di aiuto per chi, volendo andar via, non ne abbia le possibilità economiche, ma altri decidono di restare, credono di poter superare la tempesta. Fra loro è Emilia, che non vuole lasciare l’Italia per l’Inghilterra, né per altri luoghi, non vuole separarsi dal padre, dalla sorella, da ciò che conosce. E Alessandro pensa di nuovo che la madre non l’ama, che non vuole salvarlo e glielo grida, non ottenendone che brevi frasi di disprezzo, che sembrano però al lettore piuttosto una difesa contro quello che appare troppo orrendo per essere guardato, ma Alessandro è troppo giovane e troppo spaventato per comprenderlo e si approfondisce in lui l’ostilità verso la madre.

Saranno gli eventi a trasformare ancora una volta i sentimenti, insieme alla vita. Scoppia la guerra e la famiglia sente il pericolo sempre più vicino: Mussolini potrebbe decidere di seguire l’alleato tedesco nell’avventura che appare all’inizio così facile, coronata da successi rapidissimi e schiaccianti. Ma ancora Emilia resiste a partire, e il marito non sa contrastarla, anche in lui trova spazio la tentazione di abituarsi al sempre peggio, a scendere insensibilmente quelli che uno dei personaggi, non a caso una ragazzina, chiama “i molti gradini dell’inferno”. I giovani appaiono infatti, più volte nel romanzo, dotati di maggiore consapevolezza del pericolo, forse per la loro maggiore vitalità, per la forza animale che li spinge con violenza a voler vivere, a volersi salvare. Presto l’Italia entra in guerra e per Marc, col suo passaporto inglese, è il confino, una condanna che, in un oscuro paesino marchigiano, si rivela una parziale oasi di tranquillità, ma ambigua e incerta. Alessandro che, come la madre, è italiano, non è tenuto a restare al confino, e dopo qualche tempo viene mandato dai genitori presso gli zii, perché possa continuare gli studi alla scuola ebraica, dopo l’allontanamento dal ginnasio pubblico.

E arrivano i giorni del settembre 1943. Dopo un’illusione brevissima di pace vicina, la situazione per gli ebrei precipita, arrivano, ora dopo ora, notizie terribili. Emilia continua a opporre resistenze a una fuga ormai difficilissima: in Italia c’è il papa, i tedeschi non oseranno spingersi oltre.  Stavolta, però, sono le sue parole a cadere nel vuoto, bisogna andar via. Il nonno, ormai morente, viene trasferito sotto falso nome nell’ospedale, dove come ebreo non potrebbe essere ammesso, Wanda e Osvaldo, con un breve discorso, consumano il loro distacco dai parenti: ognuno dovrà tentare di salvarsi per sé. È questo un annuncio inatteso, che delude e rattrista Marc ed Emilia, che però rapidamente si procurano documenti falsi, in cui hanno un cognome non ebraico, Ferrari, e prendono accordi con certi contrabbandieri, che attraverso le montagne, cercheranno di farli passare in Svizzera. Al momento della partenza, Alessandro, malgrado i genitori si raccomandino affinché non trattenga nulla che possa identificarli come ebrei, ha un moto violento di ribellione: porterà con sé a qualunque costo la stella di Davide d’oro e smalto regalo della nonna, che ha serbato fin da piccolissimo. Qualcosa avviene in Emilia, che osserva Alessandro come vedendolo improvvisamente in un modo nuovo. Con gesti dai quali emerge una strana umiltà verso quel figlio, che ha sempre curato, ma che per molto tempo aveva smesso di rispettare, scuce la manica della giacca di lui, vi inserisce il ciondolo amato, poi la ricuce con punti attenti, piccolissimi.

Il passaggio sulle montagne avviene in modo drammatico e, durante una sosta piena di affanni in una vecchia baita, i tre fuggiaschi incontrano una donna ebrea, che il marito e i figli hanno lasciato indietro, perché per una caduta si è spezzata una gamba. La cosa sconvolge Alessandro, che non sa trattenersi dall’esprimere alla donna un giudizio di rimprovero per quelli che l’hanno abbandonata. Ma la donna li difende: è stata lei a obbligarli, minacciando di spezzarsi da sola l’altra gamba se non avessero proseguito. Alessandro si chiede se sua madre avrebbe fatto un tale sacrificio per lui, e immediatamente, senza comprendere ancora cosa significa quella risposta si dice, che sì, anche sua madre avrebbe fatto lo stesso per lui.

Dopo altri incidenti, la famiglia arriva al confine svizzero. Purtroppo, i loro documenti falsi, ma perfetti, fanno sospettare ai frontalieri che essi mentano e non siano ebrei. Spiegano che troppi chiedono asilo e non si possono accogliere persone che rischino meno degli ebrei e dei perseguitati politici, come chi scappa ‘solo’ dalla guerra e dalla fame. Inutili gli interrogatori ai quali i tre sono sottoposti separatamente: ognuno di loro dice le stesse cose, senza contraddizioni, ma può essere una falsa versione concordata. Non sono creduti, devono andar via, saranno riportati in Italia. Alessandro si ribella nuovamente, stavolta con violenza centuplicata, come centuplicato sente il pericolo: si aggrappa al piede della scrivania dell’ufficio in cui si trovano, non si riesce a staccarlo. L’ufficiale comandante è colpito, lo calma. Accetta di dar loro un’altra possibilità, tuttavia hanno bisogno di una prova. Marc chiede che controllino la sua cittadinanza inglese, ma l’ufficiale, dice che non c’è tempo, ci vuole una prova irrefutabile subito, e inutile era già stato l’accenno di Marc alla circoncisione, tanti non ebrei sono circoncisi. Alessandro, ch’era rimasto seduto a terra, si alza con occhi fiammeggianti, toglie la giacca chiede delle forbici, i soldati temono che voglia minacciare di uccidersi, ma è Emilia a capire, a ricordare subito. Prende la giacca, con calma chiede un paio di forbici, le ottiene e di nuovo scuce la manica, estrae la stella di Davide, che il figlio afferra e, sollevandola alta, la mostra, luminosa, splendente nella luce. Sono salvi. I frontalieri li portano in auto in un piccolo paese vicino, al centro di smistamento. Nell’ufficio in cui entrano, intravedono figure sparse, nella penombra, sedute. Un piccolo gruppo più compatto è in piedi, in un angolo. Discutono.? No… pregano. “Il Lehà Dodi li raggiunge improvviso: “Vieni mio amato, incontro alla sposa, accogliamo lo Shabbàt” da secoli c’è qualcuno che continua a cantarlo. Adesso è già sabato. Sono in pochi, non hanno raggiunto di sicuro il minian. Alessandro si è mosso, la madre lo segue”.

La violenza che voleva cancellarli ha fatto sì che Alessandro ed Emilia ritrovassero la propria identità, l’identità di figlio, l’identità di madre, l’identità ebraica. Una nuova vita li attende, piena di consapevolezza e di amore.




Il genere prima della lingua, nelle lingue e nella lingua in dieci domande (e risposte) – Prima parte

Come si forma il genere nella lingua?
La marca di genere (ovvero il fatto che nelle parole sia presente un “pezzettino” riferito solo al genere o al genere in unione ad altre categorie, come avviene in italiano, dove il genere si trova fuso col numero, per esempio nella terminazione –o di bambino o in quella –a di ragazza) non è una necessità della lingua; quando usato, indica però che dai parlanti viene ritenuto appropriato e che viene usato come classificatore di elementi ritenuti simili. Nel caso di molte lingue indoeuropee, il genere è assegnato nel modo ritenuto appropriato, mentre un terzo genere, il neutro, è riservato agli individui che non hanno raggiunto la maturità sessuale. Ciò sembra funzionare relativamente bene quando i designati afferiscono a campi, come quello botanico o zoologico, dove gli esseri possono essere individuati su base sessuale. Tuttavia,  l’aumento dell’arbitrarietà innesca una serie di problemi.  Dal punto di vista storico-linguistico, il processo che si conclude con la formazione dei generi si è sviluppato nel corso di un tempo lunghissimo e, per quanto riguarda le lingue indoeuropee, ha portato dapprima ad una separazione tra animato e inanimato (stadio a 2 generi) e, successivamente, ad una ripartizione dell’animato in femminile e maschile (stadio a 3 generi). Il terminus post quem è dato dalle lingue anatoliche, il ramo più antico della famiglia indoeuropea (attestato nel III millennio), che non distinguono maschile e femminile. Nell’analisi dei vari sistemi linguistici, una volta venutosi a creare il sistema a più generi, emergono alcune questioni analizzabili nell’ottica di una “grammatica sessista”.

La determinazione di genere serve alla lingua? 

La determinazione di genere non è in sé necessaria al funzionamento del sistema. Anzi, dal punto di vista morfologico provoca lo “svantaggio” di dover adattare al meccanismo altre parti del discorso (si pensi all’aggettivo rispetto al nome) e di dover assegnare il genere anche a parole designanti, come si è detto, entità inanimate. Sul piano semantico questa determinazione è priva di qualsiasi utilità: in termini biologici non aiuta infatti a operare distinzioni che siano d’aiuto, mentre impone di creare coppie di parole completamente diverse per il maschio e la femmina, con un effetto deleterio quando riferito al criterio di economicità della lingua. Non così sul piano della sintassi, dove è invece di enorme utilità nel caso di lingue a ordine libero. Nel caso, ad esempio, di due alternative, il genere può risultare d’aiuto nell’individuare il sostantivo a cui l’aggettivo si riferisce. Comprova la correlazione tra ordine delle parole e genere una tendenza abbastanza sistematica: analizzando il fenomeno in diacronia e contrastivamente ci si accorge infatti che il genere viene mantenuto dalle lingue che conservano in modo più o meno completo il meccanismo della flessione (Meillet) e che al contrario tende ad atrofizzarsi laddove il sistema si ristruttura, in genere in senso analitico.

Perché il genere maschile si è imposto come non marcato? 

All’interno del genere animato, in diacronia il femminile si è distinto dal maschile in un primo tempo solo nell’aggettivo. Per esempio, la flessione di mater non si differenzia da quella di pater (ma mater bona si oppone a pater bonus). In varie lingue indoeuropee è dimostrato che molte forme femminili sono secondarie, morfologicamente derivate da quelle maschili, a imitazione del meccanismo già perfezionato dagli aggettivi. La non marcatezza del maschile è comunque una tendenza generale nel funzionamento del linguaggio, e non si può escludere che si tratti di un mero fatto tecnico; altri linguisti postulano invece una “imposizione di griglie maschili alla lingua in una situazione culturale dominata dal “patriarcato” (Vallini). Tuttavia, se ciò fosse vero, e che quindi il maschile realizza entrambi i generi quando l’opposizione m/f si neutralizza, quando a neutralizzarsi è l’opposizione animato/inanimato e quindi l’inanimato rappresenta entrambi i generi, si dovrebbe forse pensare a una mancanza di rispetto verso i vivi? 

Di che natura è il rapporto tra genere grammaticale e natura delle entità designate? 

Si tratta del problema più vistoso, se non altro alla luce delle numerose incongruenze tra le lingue, che possono marcare una stessa entità come maschile e femminile (con il “classico” esempio di sole, maschile e luna femminile in italiano ma non in tedesco, dove sono “rovesciati” dal punto di vista del genere (der Mund, die Sonne).
A monte della determinazione di genere, occorrerà anzitutto ricordare che non tutto quello che per noi è animato lo era nel mondo antico (è il caso della pioggia, sentita anche come animata perché fecondatrice della terra). L’attribuzione del genere maschile o femminile a oggetti, dal canto suo, sembra seguire criteri quasi del tutto arbitrari. 

Che dire del rapporto tra morfosintassi e categoria di genere? 

Sul piano prettamente linguistico, morfosintattico, resta da spiegare perché sia proprio -a ad indicare il genere, marcato, femminile. Come è noto -a segnalava entità astratte o collettive. Il passaggio da collettivo a plurale è abbastanza perspicuo; il passaggio da astratto a femminile non risulta spiegabile. Una spiegazione potrebbe però trovarsi in una coincidenza di natura formale: alla base dell’associazione -a/femminile potrebbe esserci la terminazione che il sostantivo per “femmina” aveva nelle locuzioni indicanti “la femmina di”, *gwena. Non è chiaro se questa -a fosse una desinenza o parte integrante del tema; in ogni modo sarebbe altro rispetto alla -a astratta e collettiva. La diffusione di la femmina di + nome della specie unitamente alla omofonia potrebbero essere state decisive per la sovrapposizione delle due forme.

*** Contenuti tratti da Francesca Dragotto (a cura di), Grammatica e sessismo, Questione di dati?, Universitalia, Roma, 2012 




Gli animaletti e la vita quotidiana nelle vignette di Liz Climo

Liz Climo è un’illustratrice e animatrice americana.

Inizia a lavorare, giovanissima, come disegnatrice per la serie televisiva I Simpsons realizzando gli storyboard e i personaggi. In parallelo, come lei stessa dichiara, “disegna altre cose” e sono  proprio queste, a mio parere, a meritare una certa attenzione.

L’autrice è diventata famosa quando ha iniziato a pubblicarle sul suo primo blog, dopodiché le tavole sono state raccolte e pubblicate nel libro The little world of Liz Climo (omonimo del suo sito thelittleworldofliz.com).

Ma cosa rende questo lavoro così speciale?

A primo impatto, le illustrazioni sono in effetti molto semplici.

Linea sottile di contorno, colori piatti, cura di (pochi) dettagli, assenza totale di ambientazioni: lo stile è minimale, estremamente sintetico. Semplice, appunto, eppure per niente facile.

Fig. 1

Il ruolo centrale delle sue vignette è ricoperto dalle figure (che spesso però non si muovono neppure) e in particolare dai dialoghi, dalle parole che queste pronunciano, piccole perle di saggezza o di vita quotidiana.

La cosa curiosa è che i personaggi sono sempre animali che, in qualche modo, “tradiscono” la loro natura, o meglio, che vanno oltre sé stessi, regalandoci scene buffissime e indimenticabili.

Uno dei più noti è sicuramente Rory, il piccolo dinosauro (protagonista di Rory the dinosaur: me and my dad, pubblicato in Italia come Rory il dinosauro e il suo papà) che intraprende un viaggio da solo alla scoperta della sua isola, seguito dall’inseparabile papà, che lo aiuterà a crescere e a sviluppare, pian piano, la sua indipendenza.

Fig. 2

Ma Rory non è l’unico animaletto che popola questo stupendo universo: dinosauri, orsi, conigli, armadilli, orche, serpenti, varani e così via.

Credo che il mio preferito sia l’orso, perché sembra sempre portare quel tocco di meraviglia che fa sorridere, risollevando il morale dei suoi amici (o, come è giusto che sia, facendoselo risollevare lui qualche volta). Uno dei temi più importanti è proprio quello dell’amicizia (su cui l’autrice ha realizzato un altro libro, non ancora pubblicato in Italia), del valore dell’aiuto reciproco, della diversità che non è un ostacolo, ma un punto di forza per fare qualcosa di buono per gli altri. Un valore che questi animaletti incarnano alla perfezione.

Fig. 3

In effetti non so se posso scegliere un personaggio o una vignetta che preferisco.

Quella di Liz Climo è un’opera che non si prende mai troppo sul serio, eppure è dotata di un’incredibile freschezza e dolcezza, di un candore e una leggerezza irresistibili, mantenendo un’ironia sottile che fa sorridere lettori e lettrici, senza veri limiti di età.

Sarà che si tratta di animaletti già di per sé buffi, sarà che vivono quei problemi della vita (da quelli grandi a quelli più piccoli) in cui è impossibile non immedesimarsi. Sarà che spesso celano messaggi ben più profondi, sarà che c’è sempre un velo di meraviglia, quella che si prova quando si sta scoprendo il mondo.

Io ogni volta che vedo una tavola di Liz Climo sorrido e mi ricordo quanto sia bello farlo. E mi commuovo pure, un pochino.

Fig. 4

 




Le nuove musiche delle compositrici dell’est europeo

Nell’ex Unione Sovietica, in Polonia, Repubblica Ceca, Romania, scopriamo importanti compositrici, famose nel mondo e spesso muse ispiratrici per altri compositori.  

Nasce in Polonia, nel 1789, Maria Agata Szymanowska (in copertina), musicista e compositrice, debuttò a Vienna a 26 anni e nel 1822 diventò pianista di corte presso la Zarina di Russia. Fu allieva di F. Lessel, J.N. Hummel, J. Field. 

Solo in seguito al divorzio dal marito, dal quale ebbe tre figli, iniziò a viaggiare in tournée per le Corti europee, vivendo tra Varsavia e San Pietroburgo. 

Compose notturni, fantasie, variazioni, mazurke, rondò, marce, lieder in polacco e in francese e studi per pianoforte, in particolare alcuni testi dei suoi lied sono di Shakespeare.

Si ritiene che Chopin sia stato sicuramente ispirato dalle sue musiche, Goethe ne era appassionato e resta una fitta corrispondenza tra la compositrice, Mickiewcz e Puskin.

Fu stimata dalla critica sia come compositrice che per l’eleganza delle sue esecuzioni. Morì all’età di 42 anni.

Bisogna però aspettare il ‘900 per una vera esplosione di talenti: i Conservatori e le Accademie europee iniziarono ad ammettere le donne ai corsi di composizione.    

 Vitezslava Kapralova iniziò a comporre a nove anni, studiando al Conservatorio di Brno, nella Repubblica Ceca, all’École Normale di Parigi con Charles Munch e Nadia Boulanger.

Nel 1937 diresse l’Orchestra Filarmonica della Repubblica Ceca e la BBC Orchestra per eseguire la sua Military Sinfonietta. Morì a soli 25 anni, ma riuscì a comporre importanti repertori di musica da camera e sinfonica, tutt’oggi apprezzati e divulgati. 

In suo onore è stata fondata la Kapralova Society grazie alla quale è possibile consultare un ricco archivio nel web dedicato alle musiciste (www.kapralova.org). A oggi le sue opere continuano ad essere pubblicate e divulgate.       

Tra le più famose compositrici polacche contemporanee troviamo Grażyna Bacewicz.  Iniziò come violinista, divenendo, negli anni ‘30 la principale musicista della radio nazionale polacca; un ruolo che le permise di diffondere le sue composizioni, ricevendo premi e riconoscimenti sia nazionali che internazionali, diventando lei stessa membro in diverse giurie. 

Studiò presso il Conservatorio di Varsavia, e all’École Normale de Musique di Parigi con Ignacy Jan Paderewski, Nadia Boulanger e André Touret.

Compose principalmente per violino solo, pianoforte, musica da camera e alcune sinfonie.

In particolare si ricordano: Quartets for violins, Seven String Quartets, Sinfony for Strings.

Nacque a Bucarest Myriam Marbe dove entrò in Conservatorio all’età di 13 anni. Per alcuni anni fu regista presso la Casa de filme, insegnò contrappunto e composizione al Conservatorio della sua città, ma quando rifiutò di aderire al partito comunista le fu  impedita la carriera accademica. 

Dopo il crollo del regime, si è recata a Manheim grazie ad una borsa di studio. Le sue composizioni sono custodite presso il Sophie Drinker Institut.                                               

Oggi, a Bucarest è docente di composizione Doina Rotaru, la quale insegna anche a Ferienkurse di Darmstadt e alla International Gaudeamus Muziekweek ad Amsterdam. 

Compositrice di opere per lo più orchestrali e da camera, la sua musica è stata commissionata ed eseguita in Europa, Asia e America. Ha ricevuto il Premio della Accademia Rumena delle Arti e delle Scienze ed Primo Premio al Concorso GEDOK di Mannheim.                                     

Chiudiamo questa breve rassegna, che non esaurisce la ricca presenza delle compositrici dell’Est, con Sofia Asgatovna Gubaidulina, nata a Čistopol’ nel 1931.  Studiò pianoforte e composizione al Conservatorio di Kazan, ma in seguito, al Conservatorio di Mosca, la sua musica fu giudicata irresponsabile e troppo rivoluzionaria. Fu incoraggiata da Dmitri Shostakovich a perseverare e a seguire la sua vocazione musicale, tanto che negli anni settanta fondò Astreja, gruppo di improvvisazione folcloristico. Iniziò a essere conosciuta all’estero dagli anni ‘80 grazie alla sua opera “Offertorium”, per violino e orchestra, eseguita da Gidon Kremer. Ha ricevuto numerosi riconoscimenti: il Russian State Prize (1992), e il leone d’oro alla carriera alla Biennale di Venezia  (2013).




Audre: sister outsider

È nella città in cui ha passato gran parte della sua vita che ho deciso di incontrare Audre Lorde1, poetessa e attivista che ha ridefinito il femminismo di seconda ondata.
In pieno stile newyorkese, decidiamo di prendere un caffè a portar via e di berlo su una panchina in quella meraviglia di Central Park.
“Quando ha cominciato ad approcciarsi alla poesia?”
“Ho iniziato quand’ero molto piccola: quando qualcuno mi diceva ‘Come ti senti?’ oppure ‘Cosa pensi?’, io recitavo una poesia e da qualche parte in quei versi c’era il senso di ciò che volevo dire. A un certo punto, mi sono resa conto che le poesie degli altri non mi bastavano più e così, quando le emozioni da descrivere si sono fatte più complesse, ho iniziato a scrivere, anzi, a scrivermi.”
“E che potenziale vedeva nella poesia?”
“Amavo la poesia e amavo le parole, ma la loro bellezza doveva avere lo scopo di cambiare la mia vita. L’arte non può essere mai fine a sé stessa e dopo aver visto ciò che ho visto, dopo aver subito sulla mia stessa pelle (e anche a causa di essa) così tante ingiustizie, ho scelto di far sentire la mia voce. Ho scelto di incanalare il mio dolore e cambiare le cose: è da qui che secondo me parte la protesta sociale.”
“Avrebbe mai pensato che le sue parole avrebbero avuto così tanto impatto?”
“Sinceramente? No. Però sai una cosa? Non penso che le mie parole da sole possano fare una rivoluzione, per un semplicissimo motivo: la rivoluzione è un processo, non si può fare tutta d’un botto. Io posso essere una delle tante voci, ma da sola, qui e subito, non posso cambiare un gran che.”
“Oltre alle meravigliose poesie che ha scritto, dai saggi e dagli interventi raccolti in ‘Sister outsider’, emerge per la prima volta un concetto molto importante: l’intersezionalità. Mi spiega che cosa intende?”
“Intersezionalità vuol dire considerare le varie categorie di oppressione come in un rapporto di correlazione e reciproca alimentazione. Ad esempio, l’oppressione di genere è inseparabile da quella di razza, da quella di classe e così via.
Io mi definisco fieramente nera, lesbica, madre, guerriera e poeta: sono tutte queste cose e cento altre insieme. È per questo che non esiste una battaglia monotematica: non esiste una vita che sia monotematica!”
So che suonerà come un’affermazione molto forte, ma io non credo che potrà esistere alcuna forma di femminismo universale finché non riusciremo ad abbracciare le differenze che ci sono tra noi donne. Perché le differenze è innegabile che ci siano, ma non sono quelle a separarci, piuttosto il nostro rifiuto di riconoscerle ed accettarle.”
Gli strumenti del padrone non demoliranno mai la casa del padrone. Questa frase è tratta da un suo intervento pubblico dell’inizio degli anni Ottanta. Le va di commentarla?”.
“È stato un intervento fortemente provocatorio, mi sono fatta portavoce della sfida che le militanti nere avevano lanciato al patriarcato razzista e all’universalismo del femminismo bianco eterosessuale di classe media, che aveva fino ad allora tirato le fila del dibattito. Volevamo ridefinire gli strumenti di una lotta che fino a quel momento si era espressa quasi esclusivamente attraverso una sola voce, imponendo anche la nostra parola. Insomma, siamo stanche di essere outsiders!”

1AUDRE LORDE: nata a New York nel 1934, è stata una poeta, scrittrice e pensatrice statunitense.
Dopo essersi laureata alla Columbia University, lavorò in libreria per molti anni, fino al 1968: anno di pubblicazione della sua prima raccolta poetica “First Cities”. “From a Land Where Other People Live”, del 1973, ebbe molto successo e fu candidato al National Book Award. Seguirono “The Black Unicorn” e “Sister Outsider”.
Morì nelle Isole Vergini nel 1992, dopo anni di battaglia contro il cancro.




Recensione: “La ragazza di Marsiglia”, di Maria Attanasio

Di Roberta Pinelli

Appena pubblicato da Sellerio, “La ragazza di Marsiglia” di Maria Attanasio è un libro che bisogna assolutamente leggere.

I motivi sono tanti: è un romanzo ben scritto e ben costruito, che si legge d’un fiato e che presenta una storia vera, con il suo carico di gioie e di amarezze. È anche un romanzo storico, poiché l’autrice fonda la sua scorrevole scrittura su una ricca documentazione e sulla visita che ha personalmente effettuato nei luoghi di cui il libro parla. È una storia di sopraffazione dell’uomo sulla donna, con la complicità del potere (politico e giudiziario). È la storia di una donna forte, coerente e coraggiosa, che a un certo punto della sua vita, apparentemente sconfitta, si fa da parte e scompare nell’ombra, complice anche la damnatio memoriae a cui il suo potente marito la condanna. È quindi una storia “al femminile”, che coinvolge in particolar modo (ma non solo) chi si occupa di parità di genere e dei soprusi e delle violenze cui sono sottoposte le donne ancor oggi.

Rosalie Montmasson nasce nel 1823 in Savoia (allora parte del Regno di Sardegna), ma ben presto lascia l’asfittico paesino di Saint Jorioz per recarsi a cercare un lavoro e una nuova vita a Marsiglia. Qui, causalmente, incontra Francesco Crispi, mazziniano esule dalla sua Sicilia. Lo ritroverà di nuovo, ancora per caso, a Genova, dove ambedue si sono trasferiti. Nasce fra i due, lei lavandaia e stiratrice, lui avvocato, una relazione non solo sentimentale, ma anche politica e ideale. Rosalie condivide con il suo “Fransuà” gli ideali mazziniani e collabora con lui nella preparazione della spedizione di Garibaldi. Unica donna, riuscirà a convincere Garibaldi a lasciarla partire con i Mille per la spedizione che sfocia, nel 1860, con la liberazione del Regno delle Due Sicilie e con l’Unità d’Italia. Costretti a un nuovo esilio, i due si recano a Malta, dove solo il lavoro di Rosalie consente alla famiglia di sopravvivere, anche se in modo precario. Quando si profila la necessità di lasciare Malta per Londra, Rosalie e Francesco Crispi si sposano, il 27 dicembre 1854, nella parrocchia di S.Publio. Prima a Londra poi a Parigi, i coniugi Crispi collaborano strettamente con Mazzini e Rosalie viene anche impiegata per segretissime missioni in Europa, per l’organizzazione delle attività rivoluzionarie mazziniane. Viene poi il tempo in cui Francesco Crispi, eletto al Parlamento italiano, può finalmente rientrare in Italia; si stabilisce con la moglie prima a Torino poi, con lo spostamento della capitale d’Italia, a Firenze. Ma “Fransuà” abbandona progressivamente gli ideali mazziniani e nel 1864 pronuncia il famoso discorso che attesta pubblicamente la sua adesione alla monarchia e la sua rinuncia all’idea repubblicana. Rosalie invece rimane sempre fedele a quegli ideali e soffre quello che considera il “tradimento” dei comuni valori e il suo ruolo di prima donna d’Italia, quando “Fransuà” diventa Capo del Governo. Ma il problema più grosso per il loro matrimonio è rappresentato dalla vita sregolata di Crispi, che nel 1871 si innamora di Filomena Barbagallo, detta Lina, giovane e bellissima nobildonna napoletana, che sposa nello stesso anno e dalla quale ha la figlia Giuseppina nel 1873. Nel 1872 ha anche un figlio con un’altra amante, Luisa Del Testa. Per sposare Lina, Crispi dichiara di essere di stato libero, ma viene accusato di bigamia dall’opposizione, in cui molti democratici sono a conoscenza del suo matrimonio con Rosalie. Per evitare lo scandalo che farebbe cadere il governo, Crispi ordina un’inchiesta e i due magistrati incaricati, dichiaratamente filo-governativi, nonostante la documentazione inoppugnabile, nel 1875 dichiarano illegittimo il matrimonio di Malta. Da quel momento Rosalie Montmasson scompare dalla vita pubblica, da ogni documento relativo all’impresa dei Mille e da tutto ciò che concerne il suo “Fransuà”. Il loro matrimonio viene ridotto ad una romantica, breve storia d’amore legata agli anni della militanza mazziniana, nonostante 24 anni di unione, di cui lei conserva religiosamente il certificato di matrimonio insieme alle decorazioni avute da Garibaldi per la sua partecipazione alla spedizione dei Mille.

Crispi diventa per quattro volte Capo del Governo, contribuendo anche al sorgere e all’affermarsi di quel nazionalismo populista che sfocerà poi nel fascismo. Rosalie conduce un’oscura e misera esistenza a Roma, grazie al piccolo mensile che “Fransuà” le riconosce all’atto della separazione. Francesco Crispi muore a Napoli nel 1901 e Rosalie lo segue nel 1904. Per le sue condizioni di estrema miseria, viene sepolta nel cimitero del Verano a Roma, a spese del Comune.

Tutte queste vicende vengono presentate dall’autrice con ritmo incalzante e con la massima obiettività possibile, dovuta alla grande quantità di documenti da lei consultati. Molto interessanti sono anche i personaggi di contorno, la maggior parte dei quali è realmente esistita e alcuni, pochi, sono di pura fantasia. Tutti contribuiscono a darci uno specchio attendibile e stimolante delle vicende italiane di quegli anni.

Molto utili, in coda al romanzo, i capitoli esplicativi, in particolare quello relativo a due libri che ci consentono oggi di conoscere la storia di Rosalie Montmasson e del suo disgraziato matrimonio. Il primo testo è Una donna fra i Mille di Renato Composto, pubblicato nel 1989, un secolo dopo le vicende di cui il libro parla. L’altro è Il ministro e le sue mogli dei giuristi Enzo e Nicola Ciconte, pubblicato nel 2010, in cui viene analizzata la sentenza che dichiarò nullo il matrimonio fra Rosalie e “Fransuà” e che gli autori definiscono “politica e maschilista”, poiché in base alle leggi allora in vigore il solo certificato di matrimonio bastava a dimostrare la piena legittimità del matrimonio.

In conclusione, un romanzo di grande qualità, il ritratto di una donna eccezionale, un’importante pagina di storia. 

Foto. La targa apposta a Firenze nella casa in cui i coniugi Crispi abitarono prima di trasferirsi a Roma. Si notino la presenza del termine “consorte” per definire Francesco Crispi e l’uso del nome “Rose” al posto del vero nome Rosalie.

Maria Attanasio

La ragazza di Marsiglia

Pagg. 386

€ 15,00

Sellerio editore, Palermo




L’Alchimia e l’oro di Roma. Storia della Porta magica di piazza Vittorio Emanuele II e dei suoi personaggi

Di Giusy Sammartino

Ancora oggi suscitano interesse le vicende di esperienze alchemiche e le storie di coloro che tra fornelli e lambicchi si dedicarono, in tempi non poi così lontani, all’ermetica arte. Ci si domanda ancora chi di loro fu davvero impostore poiché spesso le loro figure sfumano nella leggenda.

Anche i regnanti, e non pochi di loro, vennero attratti o stimolarono questa misteriosa ricerca. Esempi illustri si hanno in Rodolfo II, vero terrore degli alchimisti che non riuscivano, nei loro laboratori praghesi (nella famosa viuzza d’oro), a strappare al miscuglio delle sostanze l’ambita ricetta e venivano mortalmente puniti racchiusi in gabbie sospese nel vuoto. Poi Cristina di Svezia che, dopo l’abiura, probabilmente tradita dal suo stesso seguito, si trasferì a Roma, dove abitò a Palazzo Farnese e Corsini. La regina grazie alla sua conversione al cristianesimo fu tanto ben accetta dal Papa da non essere minimamente disturbata, nonostante la condotta della sua vita non fosse del tutto tranquilla, per le sue ricerche alchemiche.

Ma l’Alchimia non fu certo “scienza” solo del millennio passato e dell’Europa: infatti essa pone le basi già nell’antico Egitto, dove si diceva venisse insegnata agli uomini da Ermete Trismegisto.

Della presenza di monumenti alchemici in Europa ci informa Pietro Bornia in un articolo del 1915 nel quale cita la loro esistenza in Francia, in Svizzera e, quindi, in Italia, a Roma, in quella che oggi è la piazza del quartiere più multietnico della capitale, spesso pieno di tensioni e forti contrasti: piazza Vittorio Emanuele II.

Un monumento marmoreo della ricerca del lapis philosoforumper la trasmutazione delle sostanze in oro svetta dalla parte a nord della piazza -una volta adibita a colorito mercato e oggi trasformata in giardino, con il suo contorno di portici testimoni del discutibile passaggio architettonico dei piemontesi – tra basilica di Santa Maria Maggiore, sullo sfondo, e la chiesa di Sant’Eusebio da un lato.

Misterioso, o almeno ancora da svelare come fosse anche questo un segreto inaccessibile ai non iniziati, il nome dell’autore. Come per tutti gli scritti ermetici rimbalza dal nome del Pellegrino,alchimista che girava le corti europee del Seicento, sempre in fuga a causa dei perenni debiti, al nome del marchese Massimiliano Palombara (1614-1685), che abitava la grande villa all’Esquilino, tra l’odierna piazza Vittorio e viale Manzoni.

Sì, perché caratteristica del filosofo ermetico, dello scrittore dei segreti alchemici, era dire la verità nella menzogna: sussurrare all’orecchio del saggio ciò che aveva intuito e provato e burlarsi invece del profano, incapace d’ascolto.

Un testo in tal senso è La bugia, del Palombara, proprio il presunto e probabilissimo autore delle iscrizioni sulla Porta Magica,che era anche uno degli ingressi laterali alla villa romana dell’eccentrico marchese.

Per gli appassionati, lo scritto, tutto composto da inediti, è frutto di una ricerca (fatta una ventina di anni fa) presso la Biblioteca Apostolica Vaticana e negli archivi dei Prìncipi Massimo, famiglia in cui confluirono i Palombara grazie al matrimonio di Barbara Savelli Palombara e don Francesco Massimo, ambasciatore di papa Clemente XIII.

“Ho voluto ancora sotto la figura dello strumento che tiene il lume, detto volgarmente Bugia, intitolare quei miei discorsi e poesie perché vertendo essi intorno a scienza così alta, non potevo più proportionalmente che sotto tale simbolo propalarli; come fece l’em.mo Cusano ch’intitolò i suoi libri della più fine filosofia e teologia: Dotta ignoranza. E  ciò sia per le raggioni addotte di sopra, sia anche perché tal stromento per lo più si adopera sopra gli altari a’ i Sacrificij Sacri”.

Così il Palombara spiega, questa volta il meno ermeticamente possibile, la scelta del titolo al suo libro e, con il riferimento al Cusano della Dotta ignoranza, ne sottolinea la provocatoria ambiguità del doppio senso insito nel termine: bugia intesa proprio nell’accezione corrente più moderna di menzogna, di cosa non vera, e bugia, come oggetto che metaforicamente sostiene la candela portatrice di luce dell’intelletto.

È importante questo per la comprensione degli alchimisti e della “scienza” alchemica perché la serie di parabole, sonetti, rime e scherzi ermetici, Ludus Hermeticus, il tutto scritto in versi latini che riguardano soprattutto l’effetto fonico, sono esempio di quella “beffa” caratteristica di ogni testo alchemico.

Altro elemento importante, in questo testo fondamentale, è la scelta della lingua di volta in volta latina e toscana. Ce lo spiega lo stesso Palombara:

“Ho voluto con vari metrij tanto di lingua Toscana come Latina soddisfare il curioso Lettore acciò l’ingegno di ogni natione possa havere parte nel Filosofico studio; onde, non paia strano a chi intende l’una o l’altra lingua, se nel leggere trova il medesimo discorso tanto nell’uno quanto nell’altro Idioma. Poiché ciò che si narra nel Latino l’istesso si narra nel Toscano, trattandosi di una sola materia et operatione la quale si potrebbe descrivere in poche righe, onde conforme al proprio genio ciascuno potrà eleggersi quel che più gli aggraderà”.

Il fatto è che il testo non è solo importante per il passaggio da una lingua a un’altra (questo poi accade poche volte) ma è principalmente il voluto dilungamento di ciò che “si potrebbe scrivere in poche righe” che con l’uso essenzialmente sonoro della parola diventa così cerimoniale di un rito introduttivo ai misteri della Grande Opera.

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Foto. Particolare superiore della Porta

Le iscrizioni sulle pareti e sulla Porta della villa del Palombara sono il perfetto esempio di questa lingua scritta che deve essere essenzialmente letta. E poco importa che l’autore sia il Palombara stesso o il Pellegrino, che lasciò gocce del preziosissimo liquido cercato dagli alchimisti, o che invece, svolgendosi al femminile, possa esserne autrice la regina Cristina di Svezia, diventata a Roma grande collaboratrice del Palombara nella ricerca del particolare metallo. Tutto ciò, nulla toglie, anzi aumenta la “segretezza” insita.

Il laboratorio alchemico del Palombara sorgeva al pian terreno del casino della villa dove il marchese conduceva vita austera e, come lui stesso indica, con abbigliamento praticamente monacale: ”All’usanza di Norcia porto i zoccoli”.   Dunque vita monacale e ciò è confermato dalla chiusura alle Rime ermetiche:“Ora et labora, et sic habebis” di chiara impronta benedettina.

Non sappiamo se il Palombara abbia trovato veramente il segreto che sembra invece si sia rivelato al Pellegrino, suo ospite forse per solo una notte. Dilettiamo a pensare di sì, e che in onore del prezioso e mai poco misterioso metallo, la Porta Magica di piazza Vittorio Emanuele II, insieme al vicino Ninfeo di Alessandro Severo, comunemente conosciuto come i Trofei diMario(III secolo) siano curate e tolte dal degrado in cui periodicamente versano e molti possano andare ad ammirarle per sapere di più su ciò che rappresentano e su i loro presunti e misteriosi autori.

 

 

 




Tre diverse forme di modernità europea: Germania, Gran Bretagna e Russia

La Germania viene unificata nel 1870 ma, già da prima, la Prussia era la potenza militare più forte del mondo e la seconda nazione dopo la Gran Bretagna per industrializzazione, con i conflitti sociali che ne conseguono: la Germania è infatti il Paese europeo con il più forte movimento operaio. 

Nel 1875 viene fondato il Partito Socialdemocratico Tedesco (SPD) unendo la corrente socialista statalista a quella comunista marxista: in breve tempo, l’SPD diventa il principale partito politico tedesco e il più numeroso elemento di aggregazione operaia in Europa. 

Non riuscendo ad arginarlo né a reprimerlo, il governo di Bismarck è costretto a varare importanti riforme sociali, come le pensioni di invalidità e di vecchiaia, l’assicurazione in caso di infortuni sul lavoro e il riposo pagato in caso di malattia; lo scopo di tali riforme è ridurre la conflittualità sociale – in particolare gli scioperi – e quindi aumentare la produzione a vantaggio dei padroni (altrimenti non si spiegherebbe come mai queste riforme provengano da un governo fortemente conservatore), ma di fatto la vita della classe operaia ne riceve notevoli benefici. 

La società tedesca è comunque controllata, non tanto dalla borghesia imprenditoriale quanto da una ristretta nobiltà terriera ultraconservatrice e quasi feudale, detta Junker, di cui fa parte lo stesso Bismarck, che esercita il suo potere sull’esercito e su tutto l’apparato statale. Il sistema elettorale tedesco è assai significativo: il Parlamento è diviso in due Camere, un Senato ereditario che rappresenta l’aristocrazia e una Camera eletta a suffragio universale maschile in cui Junker, borghesia e lavoratori hanno la stessa ripartizione di seggi pur rappresentando fasce sociali numericamente tutt’altro che pari. A questo bisogna aggiungere che il Parlamento non ha alcun controllo sull’operato del governo, che è interamente dominato dal Kaiser (Imperatore) e dal Cancelliere (Primo Ministro), quindi le elezioni per la Camera sono di fatto ininfluenti. La Germania è quindi il Paese con il Parlamento meno rappresentativo nonostante abbia il suffragio elettorale più esteso d’Europa. Di conseguenza, lo stesso movimento operaio, per quanto numerosissimo, è del tutto ininfluente sul piano istituzionale in quanto nessuno è tenuto ad ascoltare le sue istanze.

Fig. 1. Unificazione della Germania

La Gran Bretagna ha sempre goduto di una situazione molto particolare, anche grazie alla sua posizione geografica: vicina all’Europa ma fisicamente distaccata, sciolta da vincoli stretti con gli altri Paesi, è sempre stata l’autonoma egemone di gran parte dei traffici marittimi, mantenendo un piede dentro e uno fuori rispetto a tutte le tensioni internazionali grazie anche all’impero, che ha costruito oltreoceano in tutti gli angoli del mondo. Dunque, la Gran Bretagna non ha nessuna convenienza nel legarsi all’Europa né a intervenire nelle vicende europee che non siano di natura commerciale.

Dal 1837 al 1901 siede sul trono di Londra la Regina Victoria. Il suo regno è ricordato come il più prosperoso per l’impero e come il secondo più lungo (superato oggi soltanto dalla Regina Elizabeth II, regnante dal 1952). Durante l’età vittoriana, la Gran Bretagna raggiunge la sua massima espansione imperiale e ricchezza economica. Lo Stato si sviluppa in una forma sempre più liberale: formalmente il governo è nominato dalla Regina ma di fatto è responsabile davanti alla Camera dei Comuni; le cariche pubbliche vengono attribuite per merito, anziché in base alla ricchezza; viene esteso il suffragio elettorale grazie a una legge che ridefinisce i collegi elettorali, dando più spazio ai centri urbani e sottraendo all’aristocrazia terriera il controllo sulle votazioni. 

Da dopo la Rivoluzione del 1688, l’impero britannico ha vissuto un periodo di stabilità politica e pace sociale, fatta eccezione per l’Irlanda, le cui richieste di autonomia politica e di maggiore rappresentanza nel Parlamento imperiale vengono sempre represse nel sangue. L’altro fattore di repressione è il cattolicesimo irlandese, mai tollerato dall’Inghilterra protestante: si tratta dell’unico caso di guerra di religione ancora aperto in Europa alle porte del Novecento.

Durante l’età vittoriana si estende anche alle classi lavoratrici l’idea di perbenismo e di rispettabilità tipica della nobiltà britannica. La miseria delle campagne, lo sfruttamento in fabbrica e la prostituzione diffusa, note a chiunque, sono tenute nascoste da un velo di ipocrisia che nasconde le questioni nel silenzio senza affrontarle; durante il cosiddetto compromesso vittoriano, il tabù sessuale è tale che l’etichetta prevede di nascondere non solo le gambe umane ma anche quelle dei tavoli. 

Fig. 2. L’Europa negli anni 1890-1995

All’inizio del Novecento, con la salita al trono dello Zar Nicola II Romanov (che rimarrà al potere fino alla Rivoluzione dell’ottobre 1917) e in minima parte anche con il suo predecessore Alessandro III, la parte europea della Russia vede iniziare un timido processo di industrializzazione su modello occidentale. Si tratta di uno sviluppo lento, non paragonabile alla situazione economica inglese o tedesca: la Russia rimane un Paese principalmente agricolo. La spinta industriale, per quanto debole, permette la formazione di moderni partiti di stampo occidentale: tra questi il partito socialdemocratico, che si sviluppa clandestinamente sotto la guida di Lenin, esiliato dalla polizia zarista e rifugiato in Svizzera. Sono rilevanti anche il partito costituzionale democratico e il partito socialrivoluzionario. Quest’ultimo fa spesso ricorso al terrorismo come forma di lotta politica.

Nel 1905 la situazione è in fermento. I nobili premono per la fine dell’assolutismo e i contadini per avere le terre, inoltre la guerra con il Giappone ha esasperato gli animi degli strati più disagiati della popolazione. E guerra e Rivoluzione sono strettamente collegate. A gennaio una imponente manifestazione di operai a Pietroburgo vuole presentare una petizione allo Zar ma, davanti al Palazzo d’Inverno, viene accolta a mitragliate. Centinaia di persone restano sul selciato. Questo episodio, noto come «la domenica di sangue», accende una polveriera enorme. Il movimento operaio si infiamma, sotto la guida del soviet (consiglio operaio) di Pietroburgo, presieduto dal giovane socialista Lev Trozkij; anche i contadini formano dei soviet; si susseguono vari ammutinamenti di militari; a ottobre uno sciopero generale paralizza il Paese. Spaventato dalla situazione incandescente, lo Zar emana un documento in cui proclama la fine dell’assolutismo e l’istituzione di un parlamento (Duma) con funzione legislativa ma praticamente impotente. Per tre volte di fila lo Zar scioglie la Duma non appena questa tenta di affrontare la questione agraria.

Nonostante una parvenza di monarchia parlamentare e in via di sviluppo industriale, la Russia rimane un Paese di stampo feudale. La situazione sociale è quindi destinata a esplodere nuovamente alla prima scintilla, che non tarderà ad arrivare.

Fig. 3. Schema di date

In copertina: Queen Victoria and her family, including King Edward VII, Tsar Nicholas II, Tsarina Alexandra, Kaiser Wilhelm II and Empress Frederick at a wedding in Coburg, Germany, 1894




Paola Lombroso e le favole di zia Mariù

Paola Lombroso nacque a Pavia 14 marzo 1871, prima figlia del famoso antropologo e psichiatra Cesare Lombroso.

Cresciuta a Torino, sviluppò soprattutto interesse per il mondo dell’infanzia, per la psicologia, per la pedagogia e per la letteratura infantile.

Pubblicò, a soli 23 anni, “Saggi di psicologia del bambino” nel 1894 e “La vita dei bambini” nel 1904.

Molto sensibile ai temi sociali fondò, con la sorella Gina, sociologa e antropologa, l’associazione Scuola e Famiglia, una specie di doposcuola per figlie e figli dei lavoratori e, durante la Prima Guerra Mondiale, sempre insieme alla sorella, si prodigò per l’assistenza alla prole dei soldati creando una sorta di asili-ricovero: le Ville per i figli dei soldati si popoleranno in breve tempo di oltre 1500 bambine/i.  Da questi nuclei nascerà “La casa del Sole” per piccole/i tubercolotici in una gran villa donata dal padre di Giorgina Levi, una delle più attive collaboratrici della Lombroso, spentasi prematuramente in giovane età, in memoria della figlia.

Nel 1899 sposa un allievo di suo padre, Mario Carrara, illustre medico e criminologo che le fu sempre al fianco in tutte le sue iniziative.

Feconda scrittrice collaborò a riviste letterarie e culturali quali Il Fanfulla della Domenica e La Gazzetta letteraria, concentrando i suoi interessi sul giornalismo per l’infanzia.

Collaborò fin dai primi numeri al periodico Cenerentola, fondato nel 1893 da Luigi Capuana che tuttavia cessò le pubblicazioni dopo soli due anni, nonostante firme prestigiose quali quelle di Luigi Pirandello e di Ida Baccini.

Il mondo infantile continuò a essere al centro dei suoi interessi.

Collabora con Il Giornalino della Domenica creato da Vamba nel 1906 e con La lettura, il mensile del Corriere della Sera. 

Ispirandosi ai periodici per ragazzi e ragazze, soprattutto anglosassoni, elaborò un progetto culturale ed educativo per una rivista per l’infanzia. Il progetto, rifiutato da altri editori, suscitò l’interesse di Luigi Albertini, direttore del Corriere della Sera che lo approvò affidandone però la direzione a Silvio Spaventa Filippi, ritenendolo provvisto di maggiore esperienza e più adatto a ricoprire un tale ruolo.

Nasce così, il 28 dicembre 1908, Il Corriere dei Piccoli in cui Paola Lombroso si occuperà di una rubrica di corrispondenza con lettori e lettrici, intitolata “Piccola posta”, firmandosi “zia Mariù”.

La collaborazione con il Corrierino tuttavia si concluderà nel 1912 per una serie di divergenze di opinioni con la direzione e la Lombroso si dedicherà a potenziare il suo progetto delle “Bibliotechine rurali”, un’esperienza di promozione alla lettura per alunne e  alunni delle scuole di campagna. Questa iniziativa, promossa sulle pagine del Corriere dei Piccoli attraverso una campagna di sensibilizzazione della stessa zia Mariù, impegnava i giovani lettori, chiamati “ Cavalieri del libro”, a raccogliere fondi e libri per le scuole rurali di cui diventavano i “patroni”. L’iniziativa creò legami di amicizia tra bambine/i di provenienze sociali diverse grazie anche all’impegno delle giovani maestre formatesi nel clima di rinnovamento psicologico che caratterizzò gli inizi del secolo ed ebbe un grande successo con la distribuzione di oltre 100.000 libri nelle scuole dei paesi più sperduti d’Italia. Paola Lombroso fondò e diresse il Bollettino delle Bibliotechine fino al 1934 per riprenderne la direzione per un breve periodo negli anni cinquanta.  Pubblica intanto numerosi libri per ragazze/i con vari editori da Paravia a Le Monnier a Bemporad. 

Esce nel 1922 “Storie per voi bambini di zia Mariù” che fa parte di una serie di sei volumetti della collana “Zia Mariù” da lei stessa diretta per la casa editrice Paravia.

Cura anche riduzioni per ragazze e ragazzi di importanti classici, da Peter Pan a Guerino detto il Meschino per la collana “La scala d’oro” della UTET.

Durante la guerra è costretta a lasciare l’Italia per sfuggire alle persecuzioni razziali contro gli ebrei e si rifugia in Svizzera fino alla fine del conflitto.

Tornata a Torino, nel 1950 viene insignita della medaglia d’oro dei benemeriti della Pubblica Istruzione. Viene eletta Presidente del Centro di letteratura infantile di Torino e poco prima di morire nel 1953 dà alle stampe una nuova edizione delle “Storie vere di zia Mariù”.

Muore a Torino il 23 gennaio 1954 e viene sepolta nel Cimitero monumentale della città.

Sulla sua lapide si legge: 

PAOLA CARRARA LOMBROSO

(ZIA MARIU’)

Unendo ardor di affetti a luce d’ingegno

Volle l’infanzia lieta e serena

E con libri diffusi ne le scuole d’Italia

Aprì tenere menti alle vie del sapere

Fotografia di Paola Lombroso