ITALIA – Alla scoperta del patrimonio Unesco veronese

La bella Verona è patrimonio dell’umanità.  Per ammirare il suo eccezionale valore è necessario superare un percorso impegnativo, lungo 12 Km, che inizia dal Centro trekking Batteria di Scarpa.

Andando oltre il vallo di Cangrande  e percorrendo la Strada Castellana, tra muretti a secco e pergolati,

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è possibile raggiungere, attraverso i boschi, Poiano 3^ e 4^ Torricella. Il paesaggio che circonda la città di Verona cambia sotto gli occhi di chi si mette in cammino per raggiungere Castel san Felice che, con torri, rondelle, bastioni, fossati e terrapieni, fa parte della cinta muraria urbana, estesa oltre 9 chilometri e per quasi 100 ettari.

La flora costituita prevalentemente  da ornielli profumati, bagolare e carpini neri e bianchi ospita passeri italiani, cince,  scoiattoli, gheppi. I cipressi sono invece frutto delle opere di rimboschimento degli anni Sessanta così come gazze e cornacchie sono ospiti dell’inquinamento urbano a scapito di passeri e cince.

Tuttora rimangono imponenti i resti della città fortificata romana, il perimetro della città murata scaligera con i suoi castelli, la struttura della fortezza veneta, la grandiosa disposizione della piazzaforte asburgica, cardine del Quadrilatero. Per questo motivo nel 2000 Verona è stata decretata dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità, poiché “rappresenta in modo eccezionale il concetto di città fortificata durante diverse epoche significative della storia Europea”.

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Prima di risalire i colli per raggiungere il Parco delle Torricelle, così chiamato per la presenza di tre torri austriache edificate dall’esercito in ritirata, si attraversa il quartiere di Avesa, caratteristica località delle lavandaie costruita sulle grotte carsiche della Lessinia, preziose anche per i siti archeologici che conservano i resti dell’uomo di Neantherland.

Le case delle lavandaie mantengono un aspetto inalterato. Le acque carsiche fluiscono perennemente in questo angolo  silente tanto da sembrare incantato.

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All’ingresso del piccolo quartiere delle lavandaie, nel 1.200, i monaci Camaldolesi edificarono una chiesetta.

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Anche l’altare fu costruito con un blocco unico di tufo.

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All’interno si conservano gli affreschi e le croci dei Templari.

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Ad Avesa sopravvivono tradizioni dimenticate.

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Le case hanno un aspetto caratteristico determinato  dalle piccole dimensioni.

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Attraverso viuzze lambite dalle acque risorgive si raggiungono i boschi e i sentieri delle colline veronesi.

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In cima a queste alture, si scorgono, in stato di abbandono, le suddette torricelle austriache, utilizzate come base di appoggio per ripetitori e trasmettitori.

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Si prosegue il cammino sulla Strada  del vino della Valpolicella. La leggenda narra che il nome della Valpolicella era composto dalle parole “valle”, “poli” e “cellae”, a significare “valle dalle molte cantine”. La zona comprende i comuni della fascia settentrionale della provincia di Verona, da est a ovest. L’uso della specificazione Classico è riservato al prodotto della zona più antica che comprende i comuni di Negrar, Marano, Fumane, S.Ambrogio, San Pietro in Cariano.

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Il sentiero si immerge nel bosco dell’alta Valdonega.

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Dopo un centinaio di metri ecco comparire la fontana di Sommavalle.

Un imponente costone di roccia pressoché verticale sembra accogliere il visitatore. I rilievi circostanti rappresentano il bacino di carico dell’acqua piovana che poi, continuamente, sgorga dalla sorgente, anche in periodi di siccità seppur in quantità minore.

La conformazione della sorgente sembra risalire all’ epoca romana.

Grazie alla presenza dell’acqua, si è creato un vitale e particolare ambiente naturale. Al piede del citato costone di roccia calcarea, è stata ricavata una grotta con due aperture sovrapposte nella roccia, simili a finestrelle, dotate di inferriate.

Realizzazione probabilmente finalizzata a salvaguardare il corretto attingimento e l’uso dell’acqua. Sopra le finestre, si possono individuare i resti di una scritta romana scolpita nella pietra o forse su una targa.

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Secondo alcuni, all’interno della grotta della sorgente, dovrebbe aver origine un tunnel  perforato dai romani, che condurrebbe in città.

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La sorgente della Fontana di Sommavalle affiora nella zona più alta della valle Valdonega situata subito a nord della città di Verona.

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Dirigendosi verso valle si giunge al castello S. Felice.

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Nello spazio urbano veronese sono visibili ancora oggi opere monumentali che formano un repertorio di quasi 2000 anni di storia dell’arte fortificatoria.

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Secondo le testimonianze storiche, gli antichi Romani costruirono una prima parte delle mura a difesa della città nel I secolo a.C. Decisero di trincerare artificialmente la parte a sud, perché a nord, ad ovest e ad est ci si avvaleva della protezione naturale fornita dal fiume Adige.

Nel 265 d.C. all’epoca dell’imperatore Gallieno, a causa della minaccia rappresentata dagli Alemanni, fu necessaria un’opera di restauro delle mura, la cui conservazione, dopo quasi due secoli di pace, era in pessimo stato. L’Arena venne inglobata nel complesso difensivo perché i nemici non fossero facilitati nell’ingresso in città. Di epoca romana rimangono ben conservate anche porta Borsari e porta Leoni.

Successivamente, in epoca scaligera fu aggiunto un impianto di mura che sosteneva l’azione del fiume a nord e che si estendeva fino a Castel San Felice.

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In epoca veneziana, a sud e ad est, furono aggiunti bastioni, torri e roccaforti grazie all’operato dell’architetto-ingegnere Michele Sanmicheli che realizzò peraltro le imponenti porta Palio, porta San Zeno e porta Nuova. (Nella foto i tipici mattoni veneziani)

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Per il ruolo strategico e prioritario che giocava Verona, l’Impero Austriaco fra il 1833 e il 1866 rinforzò, attraverso un consistente investimento, le fortificazioni della città e le inserì nel più ampio sistema difensivo austriaco, adottando i moderni criteri di difesa contro l’artiglieria pesante e con la capacità di sferrare ritorni controffesivi.

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Le mura di Verona hanno sempre scoraggiato i nemici, per questo la città non è mai stata protagonista di grandi battaglie.




ITALIA – E’ ancora mistero per il caso Tenco, in corso le indagini

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“Io ho voluto bene al pubblico italiano e gli ho dedicato inutilmente cinque anni della mia vita. Faccio questo non perché sono stanco della vita (tutt’altro) ma come atto di protesta contro un pubblico che manda “Io, tu e le rose” in finale e una commissione che seleziona “La Rivoluzione”. Spero che serva a chiarire le idee a qualcuno. Ciao. Luigi”.
Erano le 02:15 del 27 gennaio 1967 , quando la vita di uno dei più controversi cantautori italiani fu stroncata da un colpo di pistola alla tempia, dando inizio ad uno dei più intricati misteri dello Stato Italiano. Si trattò di suicidio o di omicidio? La delusione per la “bocciatura” della canzone cantata da Luigi Tenco sul palcoscenico dell’Ariston fu talmente cocente? Ma, andiamo con ordine , la sera dell’esibizione,Tenco era nervoso, temeva che la sua canzone non sarebbe stata compresa, durante le prove la sua interpretazione era stata pessima e il presentatore di quella edizione, ossia Mike Bongiorno, tentò di incoraggiarlo, ma lui gli sussurrò nell’orecchio che sarebbe stata l’ultima canzone che avrebbe cantato. La sua performance non convinse affatto i giurati ottenendo solo 38 voti su 900. La commissione, inoltre preferì ripescare la canzone la rivoluzione, di Gianni Pettenati e Gene Pitney. Quando gli comunicarono che la sua canzone “ Ciao amore ciao” era stata esclusa dalla finale lui a primo acchito non sembrava affatto arrabbiato, subito dopo si recò al casinò ed evitaò in malo modo di firmare autografi per le sue fans, poi andò via a bordo dell’auto della sua compagna Dalida sfrecciando e guidando in maniera sconsiderata. Dopo qualche ora accadde l’irreparabile. Il corpo fu trovato da Dalida, gli investigatori formularono subito l’ipotesi che si fosse trattato di suicidio. Erano i primi anni che la polizia scientifica aveva iniziato ad operare e le indagini furono svolte malissimo. Mancano le foto della scena del crimine, le tre persone che videro il cadavere diedero versioni differenti su come fosse posizionato, stessa cosa per la collocazione della pistola, inoltre il bossolo se fosse stato esploso da una distanza ravvicinata avrebbe deturpato il volto di Luigi Tenco. In seguito furono congetturati diversi mandanti del possibile omicidio, ma quello più credibile fu attribuibile alla loggia P2. Stranamente il primo investigatore che giunse sul luogo fu Arrigo Molinari vice dirigente del commissariato di Sanremo, il cui nome fu per alcuni anni incluso nelle liste della P2. Un altro lato oscuro da chiarire riguarda la sua compagna Dalida, una dipendente dell’hotel Savoy affermò che la nota cantante egiziana era in stanza con Tenco quando si suicidò. Poco prima avevano discusso forse a causa della gelosia che Dalida provava nei confronti di Valeria, l’unica donna che probabilmente Tenco ha amato, tanto da chiederle, pochi giorni prima di “spararsi un colpo alla tempia”, di sposarlo.
Cosa sia realmente accaduto in quella stanza non ci è dato saperlo, ma lascerà per sempre nell’animo delle persone a lui vicine e ai suoi fans un alone di incredulità e mistero.

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ITALIA – Foibe: per cinquant’anni il silenzio della storiografia

È in queste voragini dell’Istria, cavità carsiche di origine naturale con un ingresso a strapiombo, che fra il 1943 e il 1947 sono stati gettati, vivi e morti, quasi diecimila italiani.

La prima ondata di violenza esplose subito dopo la firma dell’armistizio, l’8 settembre 1943: in Istria e in Dalmazia i partigiani slavi si vendicano contro i fascisti e gli italiani non comunisti. Torturano, massacrano, affamano e poi gettano nelle foibe circa un migliaio di persone. Li considerano “nemici del popolo”. Ma la violenza aumenta nella primavera del 1945, quando la Jugoslavia occupa Trieste, Gorizia e l’Istria. Le truppe del Maresciallo Tito si scatenano contro gli italiani. A cadere dentro le foibe ci sono fascisti, cattolici, liberaldemocratici, socialisti, uomini di chiesa, donne, anziani e bambini. Lo racconta Graziano Udovisi, l’unica vittima del terrore titino che riuscì a uscire da una foiba. È una carneficina che testimonia l’odio politico-ideologico, è la pulizia etnica voluta da Tito per eliminare dalla futura Jugoslavia i non comunisti. La persecuzione prosegue fino alla primavera del 1947, fino a quando, cioè, viene fissato il confine fra l’Italia e la Jugoslavia. Ma il dramma degli istriani e dei dalmati non finisce.

Nel febbraio del 1947 l’Italia ratifica il trattato di pace che pone fine alla Seconda guerra mondiale: l’istria e la Dalmazia vengono cedute alla Jugoslavia. Trecentocinquantamila persone si trasformano in esuli. Scappano dal terrore, non hanno nulla, sono bocche da sfamare che non trovano in Italia  accoglienza. Non suscita solidarietà chi sta fuggendo dalla Jugoslavia, da un paese comunista alleato dell’URSS, in cui si è realizzato il socialismo reale. La vicinanza ideologica con Tito è la ragione per cui il PCI non affronta il dramma, appena concluso, degli infoibati. Ma non è solo il PCI a lasciar cadere l’argomento nel disinteresse. Come ricorda lo storico Giovanni Sabbatucci, la stessa classe dirigente democristiana considera i profughi dalmati “cittadini di serie B” e non approfondisce la tragedia delle foibe. I neofascisti, d’altra parte, non si mostrano particolarmente propensi a raccontare cosa avvenne alla fine della seconda guerra mondiale nei territori istriani. Fra il 1943 e il 1945 quelle terre sono state sotto l’occupazione nazista, in pratica sono state annesse al Reich tedesco.

Per quasi cinquant’anni il silenzio della storiografia e della classe politica avvolge la vicenda degli italiani uccisi nelle foibe istriane. È una ferita ancora aperta, “perché – ricorda ancora Sabbatucci – è stata ignorata per molto tempo”. Il 10 febbraio del 2005 il Parlamento italiano ha dedicato la giornata del ricordo ai morti nelle foibe. E’ iniziata solo da un decennio l’elaborazione di una delle pagine più angoscianti della nostra storia.

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, a Montecitorio durante la giornata del ricordo degli italiani gettati nelle cavità carsiche:

“Il Parlamento con decisione largamente condivisa ha contribuito a sanare una ferita profonda nella memoria e nella coscienza nazionale”. Così il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha ricordato le vittime delle foibe e l’esodo degli italiani giuliano -dalmati nel corso del Giorno del Ricordo, celebrato a Montecitorio. “Per troppo tempo – ha aggiunto il Presidente – le sofferenze patite dagli italiani giuliano-dalmati con la tragedia delle foibe e dell’esodo hanno costituito una pagina strappata nel libro della nostra storia”.

Alla celebrazione è intervenuta anche il presidente della Camera Laura Boldrini, che ha parlato di “un debito” italiano verso le vittime e “di una violenza brutale” rispetto alla quale “dobbiamo assumerci la responsabilità di aver negato o teso a oscurare la verità”. Il Giorno del Ricordo è stato istituito nel 2004 per ricordare le oltre diecimila vittime gettate nelle cavità carsiche ai confini orientali del nostro Paese tra il 1943 e il 1945 per ordine del dittatore jugoslavo Tito intenzionato a ‘slavizzare’ territori che erano stati a lungo italiani, come l’Istria e Fiume. Nel suo intervento, Boldrini ha lamentato che questo oblio sia stato dovuto “per calcoli diplomatici o convenienze internazionali”. Quella tragedia, ha detto fra l’altro la presidente della Camera, “è un monito per il passato e per il futuro: contro l’intolleranza, le dittature, le guerre e ogni tendenza a nascondere la verità”. Durante la celebrazione, che si è svolta nella sala della Regina della Camera dei deputati, Mattarella ha consegnato i premi alle scuole vincitrici del concorso nazionale ‘La Grande Guerra e le terre irredente dell’Adriatico orientale nella memoria degli italiani’, promosso dal Miur.




A un secolo dalla tragedia armena

Il 5 febbraio, nell’Auditorium San Fedele, in Piazza Zamara, a Palazzolo sull’Oglio (Bs), è toccato a Cyril Aslanov, grande conoscitore del primo genocidio del Novecento, intervenire per fare memoria attiva della persecuzione feroce di un popolo.

Come è noto, il genocidio armeno si è svolto in due fasi principali. Il primo massacro (1894-1897) è legato alla figura del sultano Abdul Hamid II (da cui il termine “massacro hamidiano”), il quale volle punire una popolazione in rivolta ordinando terribili repressioni. Il secondo massacro (1915-1923), quello drammaticamente più importante, è invece legato al gruppo dei Giovani Turchi, che per mettere capo ai propri obiettivi nazionalisti pianificarono l’eliminazione sistematica della popolazione armena presente nel paese. Tutto ebbe inizio nella notte tra il 23 e il 24 aprile 1915, quando nella città di Costantinopoli (l’odierna Istanbul) si verificò un improvviso rastrellamento degli intellettuali appartenenti all’élite armena presenti in città. In un solo giorno scomparvero quasi 300 persone appartenenti alla classe dirigente tra cui giornalisti, scrittori, avvocati e persino deputati al Parlamento.

Queste persone vennero deportate in Anatolia, e chi sopravvisse al duro tragitto venne massacrato una volta giunto a destinazione. Dopo aver eliminato la classe dirigente, il governo turco, con un decreto emesso sempre nel 1915, ordinò il disarmo di tutti i militari armeni arruolatisi per la guerra(circa 350.000), che vennero arrestati e massacrati. Infine il piano dei Giovani Turchi colpì l’intera popolazione armena dell’Anatolia, deportata verso la Mesopotamia. Presero avvio le terribili marce della morte che coinvolsero circa 1.200.000 persone. I Giovani Turchi uccisero senza pietà gli uomini e deportarono i bambini e le donne nel deserto siriano, dove morirono per la fame e per la sete. Totalmente abbandonati. Ad alcuni bambini vennero inchiodati ai piedi i ferri di cavallo. I beni sequestrati andarono ad arricchire alcune famiglie turche. Fu il Medz Yeghern, il ‘Grande Male’.

Tale orrore è stato dimostrato nel corso del tempo da varie personalità, tra le quali spicca lo studioso di origine ebraica Yehuda Bauer, che nel suo libro The Place of the Holocaust in the Contemporary History, definì il genocidio armeno il caso che più si avvicina alla Shoah o come il giurista polacco Raphael Lemkin – onorato nel Giardino dei Giusti di Brescia nel 2013. Lemkin dedicò la sua vita allo studio dei crimini contro l’umanità, ponendo le basi di un’assunzione di responsabilità degli Stati che ha portato all’istituzione del Tribunale Permanente dei Popoli. Dopo aver conosciuto lo sterminio degli armeni e la ferocia perpetrata dai nazisti in quel ‘contro evento’ che fu la Shoah, esule negli Usa, coniò il termine genocidio fatto proprio dall’Assemblea generale dell’Onu il 9 dicembre 1948. Infine non ci si può esimere dal ricordare un’altra figura eminente, Armin Wegner – poeta e intellettuale tedesco, testimone di verità per gli armeni e per gli ebrei – che eludendo i divieti delle autorità turche e tedesche, ha scattato centinaia di fotografie nei campi dei deportati, documentando, anche con lettere e diari, la tragedia del popolo armeno. Sull’argomento si segnala il pregevole testo edito in questi giorni dalla casa editrice Giuntina: Pro Armenia. Voci ebraiche sul genocidio armeno, che si avvale dell’autorevole prefazione di Antonia Arslan e dell’altrettanto efficace postfazione di Fulvio Cortese e Francesco Berti (traduzione di Rossanella Volponi) raccoglie, per la prima volta in Italia, le voci di eminenti personalità: da Lewis Einstein (I massacri armeni), a André Mandelstam (La Turchia), da Aaron Aaronsohn (Pro Armenia) a Raphael Lemkin (Dossier sul genocidio armeno).

«Per genocidio intendiamo la distruzione di una nazione o di un gruppo etnico.[…] In senso generale, genocidio non significa necessariamente la distruzione immediata di una nazione, se non quando esso è realizzato mediante lo sterminio di tutti i membri di una nazione. Esso intende, piuttosto, designare un piano coordinato di differenti azioni miranti a distruggere i fondamenti essenziali della vita dei gruppi nazionali, per annientare questi gruppi stessi».

R. Lemkin, Axis Rule in Occupied Europe




ITALIA – Samantha Cristoforetti da 48 giorni in orbita nello spazio

Il 22 novembre ha avuto inizio la missione spaziale SS Expedition 42/43 Futura volta ad analizzare alcuni aspetti della fisiologia umana in totale assenza di gravità. A bordo della Soyuz è salita assieme al russo Anton Shkaplerov e l’americano Terry W. Virts, l’italiana Samantha Cristoforetti. È la prima donna Italiana, la terza Europea dopo la britannica Helen Sharman e la francese Claudie Haigneré a partecipare ad una missione spaziale. La navicella con a bordo i tre astronauti ha raggiunto la stazione spaziale internazionale in meno di cinque ore e quarantotto minuti ove sono stati accolti dal comandante NASA della Stazione Barry Wilmore e dai cosmonauti Yelena Serova ed Alexander Samokutyaev .Il progetto avrà la durata di sei mesi, ed è il secondo di lunga durata realizzato dagli italiani. Altri oggetti di studio saranno un dimostratore per un processo di realizzazione di oggetti tridimensionali in assenza di peso e una macchinetta che funziona a capsule in grado di offrire bevande calde, quest’ultima avrà l’obiettivo di studiare il comportamento dei fluidi ad alta pressione in assenza di peso. C’è stato un episodio avvenuto durante l’attracco della navicella alla stazione spaziale che ha catalizzato l’attenzione di milioni di persone, ossia l’urlo pregno di spavento che Samantha ha lanciato alla vista di un oggetto di forma sferica schizzare verso il basso. Il comandante ha cercato di rassicurarla dicendole : “tiho, tiho, tiho”ossia“calma, calma, calma”. La versione ufficiale è che si sia trattato di un detrito, ma in molti ipotizano l’idea che  fosse in realtà  un ufo.

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Gli elementi pagani del Natale

Il Natale nella religione cristiana coincide con la nascita di Gesù Cristo celebrata come di consuetudine il 25 dicembre. I simboli legati a questa festività sono l’albero di Natale e il presepe. Riguardo quest’ultimo, la città partenopea da secoli ha avviato una produzione artigianale di presepi in mostra, visitabile a Napoli durante tutto l’anno nella zona chiamata Spaccanapoli. Il primo presepe fu però allestito ad opera di San Francesco d’Assisi nel 1223 in un paesino chiamato Greccio. Analizzando i personaggi di cui esso è composto, secondo le testimonianze dei Vangeli , a primo acchito c’è qualcosa che non quadra: i pastori infatti porterebbero al pascolo le proprie greggi nei campi, cosa alquanto improbabile da poter fare nel mese di dicembre. Volendo indagare su questo elemento e cercando notizie più approfondite sulla Bibbia, in realtà non vi è riportata alcuna data certa circa la nascita del Bambinello. La data, dunque fu scelta a secoli di distanza perché in realtà coincideva con altre festività pagane. L’imperatore romano Costantino, che concesse al suo popolo la libertà di culto, si trovò nella condizione di dover accontentare la parte della popolazione pagana e per questo la religione cristiana risulta contenere al suo interno elementi pagani.
Alcune delle divinità che sarebbero nate prima di Cristo in questa data sono le seguenti: Il dio Egizio Horur, la cui iconografia e vita coincide in molti fattori con quella di Gesù, Il dio Babilonese Tamuz, figlio e sposo della dea Ishtar, il Dio indo-persiano Mitra, anch’esso generato da una vergine e soprannominato “Il Salvatore”.




ITALIA – Mezzogiorno sfruttato, deriso e ghettizzatoITALIA – Mezzogiorno sfruttato, deriso e ghettizzato

di Giusy Michielli

L’unificazione dell’Italia non ha mai portato alcun beneficio al Mezzogiorno che invece è sempre stato deriso e ghettizzato. Attualmente ritenuto alla stregua dei paesi del “terzo mondo” è definito dalla maggior parte degli abitanti del settentrione, una zavorra di cui doversi liberare al fine di far divenire il nord dell’Italia competitivo e degno di potersi confrontare con i paesi europei più ricchi. Molti di loro, probabilmente dimenticano che prima dell’Unità d’Italia il Regno delle due Sicilie era prospero ed emancipato, infatti, la rete ferroviaria Italiana fu inaugurata proprio a Napoli nel 1839. Dopo l’unificazione, furono massacrati migliaia di meridionali, tra le stragi più sanguinose si annoverano quelle di Casalduni e Pontelandolfo,due paesi rasi al suolo, 4000 persone furono uccise in un solo giorno. I ribelli erano chiamati briganti, ma in realtà questi ultimi lottavano per la loro libertà. In occasione del 150 anno dell’unificazione dell’Italia,fu inaugurato a Torino Il museo lombroso, in cui vengono esposti i crani di numerosi briganti.
Questo museo oltre a non avere nessuna valenza scientifica, offende ancora una volta la memoria dei meridionali e quei corpi piuttosto dovrebbero restituiti alle loro famiglie. Nonostante siano passati due secoli, i meridionali non sono visti di buon occhio dai settentrionali, la loro presenza è mal tollerata nei paesi del nord dell’Italia. Questa distinzione è ancor più enfatizzata dai movimenti secessionisti, confluiti in un partito chiamato Lega nord nel novembre del 1989. I leghisti solitamente definiscono gli abitanti del mezzogiorno con l’appellativo “terrun”, presumibilmente sapendo d’essere offensivi, ma francamente da Terrona dinnanzi alla bellezza della mia terra, della sua storia e folklore tali parole generate da ideologie rozze e mediocri risultano essere alquanto insignificanti.




Grecia Apostolis

Apostolis

Stavo partendo per la Grecia ed ero sicuro che sarebbe stata un’esperienza interessante! Per essere più precisi, ero sicuro che la formula lingue + interculturalità avrebbe dato come risultato un’euforia intellettiva… e non solo! Difatti, ero ben consapevole delle trame sentimentali (e non!) che si sarebbero potute verificare.

  • – – Ellissi – – –

Apostolis… Apostolo? Colui che diffonde e protegge la verità “divina”… o che la rifiuta per tre volte o, addirittura, la tradisce?

Ad ogni modo, tentando di andare oltre queste sciocche definizioni, potevo ben affermare di vedere qualcosa di diverso in lui, l’avevo avvertito sin dal primo momento.

So/Sapevo che tutto ciò aveva un non-so-che di estremamente banale, ma il mio corpo, la mia mente e… “l’organo che si occupa dell’irrogazione del sangue nel nostro sistema fisiologico” – anche noto come “cuore”, mio caro nemico – mi mandavano dei segnali inconfondibili che non potevo “semplicemente” ignorare.

Erano dei messaggi chiari e tuttavia ineffabili, traducibili in un flusso di coscienza “corporeo”, un effluvio che mi inebriava e che coinvolgeva il mio “Io” in tutta la sua totalità; di quest’ultimo, in special modo, ne veniva “infettata” la componente emotiva… e non casualmente…

Ah! L’emotività, parola vaga…eppure fonte di caos! Si era sempre dimostrata ostile nei mie confronti…o forse lo ero io nei suoi?

Ad ogni modo, le sue amibiguità e irrazionalità mi facevano sempre sentire “inadeguato”, a disagio o semplicemente insicuro innanzi al suo plotone fatale e immortale: le emozioni.

Nonostante tutto ciò, Apostolis riusciva ad evocare in me un grido sordo di un’emotività – che nel frattempo affrontava e decimava i miei soldati di diniego – censurata, neonata ed incapace di ammettere a se stessa l’esistenza di piacevoli sensazioni destabilizzanti legate all’esercizio (inconsapevole? non avevo gli strumenti necessari per affermarlo con certezza) di un dominio, una pura egemonia su di me, un magnetismo imbattibile, lento ed inesorabile.

“Sono capace di amare?”

Domanda melliflua e pregna di sentimentalismi stagni, ma – sebbene fossi pienamente convinto di questo arido criticismo, unica dottrina a cui riponevo tutta la mia fede – qualcosa d’indefinibile dentro di me muoveva in direzione contraria, verso una ( o LA?) risposta a quel temutissimo questito.

L’avrei scoperta successivamente, o forse no, tuttavia in quel momento mi auguravo – sebbene certezze in merito non ce ne fossero e le poche barcollanti – che Apostolis mi avrebbe dato modo di comprendere, vivere ed ascoltare quell’oscura “sete”, tanto forte da potermi finalmente appagare, chetare e, dunque, essere panacea definitiva alla lunga e celata agonia del mio animo, ormai totalmente sottomesso dal quesito più intrigante e al contempo sconvolgente che tormenta l’/ mai conosciuto dall’essere umano.

“Sono capace di amare?”. “The feta on the slipper”

Prologue

03/01/2013, Bari – Italy

Gosh! I was finally ready to leave for Greece and I was so sure that I would have been involved in such an amazing and interesting experience! To be more precise, I was sure that the formula languages + interculturality would have given as a result a certain intellectual euphoria… and not only! Infact, I was conscious of the fact that certain sentimental drama could have bursted out.

—Elixis—

Ermis… A Messenger? He who – sent by the gods – spreads messages, information and knowledge?

However, going beyond these silly definition attempts,

I could easily state that, once I met him, I felt “something”, as if he was special somehow; since the very first moment, I saw something different, something intriguing in him.

I knew that all of this sounded extremely banal, but my body, my mind… and ” the organ which takes care of blood irrogation in our physiological system” – also known as heart, my dear enemy – kept on sending me signals that I couldn’t ignore although I would have loved to! These signals were clear and, nevertheless, ineffable, translatable into a stream of consciousness bound the body, an effluvium which inebriated me and involved my ego in all of its totality; talking about these last elements – after this encounter -, its emotional component had been extremely corrupted, infected and hurt … and not by accident I guess!

Ah! Emotionality… vague word … yet incredible source of chaos! It has always been hostile towards me … or was I towards it? By the way, its ambiguousness and irrationality made me feel indeguate, insecure and unease in front of its immortal deadly army/platoon: feelings.

Nevertheless, Ermis could arouse a deaf yell of a lost sensitivity which, in the meantime was confronting and decimating my soldiers of denial, could define itself as a new-born and censored one. Furthermore, it couldn’t admit to itself even the existence of pleasant but destabilizing sensations tied to the exertion – dominion, a pure egemony over me, an unbeatable magnetism… relentless, inescapable and deadly.

“Am I able to love?”

Mellifluous question filled with stagnant sentimentalisms, but – although I was totally convinced of this cold criticism – something indefinable in my chest was dragging me towards the opposite direction and, so, to the answer to the dreadful question up above.

I would have discoverd it at a later stage, or maybe not, howbeit in that moment I wished that – even though I hadn’t many certainties and the few of them were staggering – Ermis would have given me the chance to understand, live and listen to that “dark” craving, such a strong yearning, an overwhelming thirst which was finally about to be satisfied.

He was the only who could be the definitive panacea, able to heal the long and concealed agony of my fragmented soul; without realizing it, I was completely subjugated to the most intriguing and, at the same time, upsetting query ever known by human beings…

“Am I able to love?”




assenzio

SVIZZERA – SULLA VIA DELL’ASSENZIO

Di Giusy Michielli (inviata)

Assenzio, bevanda dal sapore amaro, ma baluardo della ribellione. Muso ispiratore nelle vesti di “fata verde” degli artisti maledetti che inebriati dalla sua essenza gli dedicarono numerose opere d’arte. In realtà è un distillato, il cui ingrediente principale, ossia l’artemisia absinthium è utilizzato, talvolta come erba officinale, al fine di curare le patologie legate all’intestino. La prima distilleria che lo produsse, fu avviata da Emil Pernot verso la fine del XVIII a Couvet, una cittadina collocata nella Val de Travers.Nel 1850 l’assenzio divenne famoso per due aspetti principali:era più economico del vino ( talmente a buon mercato da essere utilizzato dai soldati per disinfettare l’acqua) ed era molto amato dagli artisti della belle epoque. In questo periodo la sua produzione era di circa ventimila litri al giorno. La sua fama suscitò l’invidia dei produttori di vino che gelosi insinuarono che la bevanda fosse pericolosa , incriminandola di contenere al suo interno la molecola di tujone, presente peraltro in dosi più massicce nella salvia, ma quest’ultima non credo sia stata mai messa al bando. Nel 1910 in Svizzera fu indetto un referendum popolare il cui esito portò al divieto di produzione del distillato. Stessa sorte ebbe nel 1915 lo sfortunato elisir in Francia e in tutti i paesi europei a esclusione della Spagna e della Cecoslovacchia, che in realtà produceva un suo surrogato composto da vodka amara. La riproduzione clandestina dell’assenzio fu tollerata dallo Stato, in quanto la preparazione della bevanda necessitava di un ingrediente fondamentale, ovvero l’alcool , il cui costo comprendeva le tasse statali, ma se al contrario il produttore utilizzava quello importato, l’ammenda era salatissima. Nel 1983 il distillato tornò alle luci della ribalta a causa “dell’affaire Mitterrand”. L’emerito Presidente della Repubblica francese si trovava in visita ufficiale nel cantone di Neuchâtel e gli fu servito un soufflè all’assenzio, il cui chef, reo d’averlo cucinato, fu arrestato e condannato a quattro giorni di prigione.Nel paese elvetico, dunque, solo nel 2005 tornò ad essere legale, ed attualmente esistono centinaia di tipologie della bevanda che si dividono in tre varietà: blu, bianco e verde, meglio noto come fata verde e stimato per aver intrigato gli artisti maledetti, che lo utilizzavano diluendolo con acqua che veniva versata nel bicchiere attraverso un cucchiaio su cui veniva posta un zolletta di zucchero che sciogliendosi rendeva più dolce il rituale e grazie alla sua agognata legittimità ci permette nuovamente di poter cogliere miglior il significato che loro gli hanno attribuito.




cronache dal belgio

Note su Cronache dal Belgio

di Sandro Miliella

Continua la lodevole iniziativa   della   Edizioni dal Sud di pubblicare e promuovere libri di giovani autori meridionali, pugliesi in particolare. Cronache dal Belgio, della mia omonima Angela Alessandra Milella è, appunto, uno degli ultimi sfornati dalla casa editrice meridionale.
Ed è toccato   a me il piacere di   presentarlo presso la taverna del Maltese, a Bari; davanti a un’attenta platea di giovani   studenti, desiderosi di conoscere — come si è evinto, subito dopo la presentazione del libro, dai numerosi interventi del dibattito—   le peculiari caratteristiche di   un altro paese europeo; o semplicemente pronti ad apprendere da un’autrice ormai alla sua ennesima pubblicazione, altri segreti della scrittura creativa alla ricerca dunque di una personale possibilità artistica d’espressione letteraria.Intanto, con un suo amarcord coniugato al presente Angela A. Milella ci mostra con puntuali osservazioni giornalistiche su ciò che le capita a tiro durante la sua permanenza in Belgio il vero modo di essere degli abitanti del luogo .
Il tutto, semplicemente usando la propria penna come una macchina   da presa rivolta verso se stessa in modo da offrirci un osservatore osservato mentre si cala nella realtà di un paese diverso dal nostro con accezioni ora positive ora negative.Scopriamo così che   finisce per consigliare cosa fare per correggere il nostro di mondo o, più raramente, conservare ciò che di buono noi italiani abbiamo rispetto ad altri.
E, sottotraccia, regala un consiglio soprattutto ai suoi lettori più giovani: andate, viaggiate e conoscete alla prima occasione vi si pari davanti in modo da diventare,di diritto cittadini del mondo con la sana caratteristica della tolleranza verso altri popoli.