Restaurazione e moti rivoluzionari. Il Congresso di Vienna

INDICE

 Dopo la Rivoluzione, Napoleone Bonaparte dà il via all’espansionismo francese ottenendo in un primo momento numerose vittorie e conquiste territoriali. Con queste diffonde in Europa l’imperialismo e il militarismo, ma anche gli ideali rivoluzionari che pochi decenni prima avevano scosso la Francia e abbattuto la monarchia assoluta, creando una situazione di subbuglio politico e sociale difficilmente controllabile. Sebbene gestiti da parenti dello stesso Napoleone, i piccoli Stati da lui creati in Italia, Spagna e Portogallo con il nome di “Repubbliche giacobine” contribuiscono a diffondere i sentimenti di Liberté Égalité e Fraternité in tutta l’Europa.

Nel 1812 la Campagna di Russia aperta da Napoleone si conclude con un esito disastroso: la popolazione russa arretra facendo trovare ai soldati francesi solo terra bruciata e città vuote, lasciando che la fame e l’inverno distruggessero l’invasore. L’anno dopo le armate napoleoniche subiscono un’altra clamorosa sconfitta a Lipsia, nell’Europa centrale, questa volta da parte di una coalizione formata da Austria, Prussia, Russia e Svezia.

Nel 1814 Napoleone, confinato all’isola d’Elba, riesce a tornare in Francia e armare nuovamente l’esercito. L’ultima e definitiva battaglia persa è quella di Waterloo (nell’attuale Belgio) contro l’Inghilterra. Napoleone viene recluso nuovamente, stavolta sull’isola di Sant’Elena, in mezzo all’Oceano Atlantico, dove morirà nel 1821.

La grande paura che ha spinto tutte le potenze europee a coalizzarsi contro la Francia è sicuramente quella di perdere territori, ma anche e soprattutto di veder diffondere gli ideali della grande Rivoluzione del 1789.

Con questo spirito nel novembre 1814, pochi giorni prima della battaglia di Waterloo, si apre il Congresso di Vienna. Qui si riuniscono i rappresentanti di tutti gli Stati che hanno contribuito a sconfiggere la Francia e di tutti gli interessi che l’espansione napoleonica ha turbato. L’obiettivo è ristabilire l’ordine che regnava in Europa prima della Rivoluzione: azzerare le conquiste di Napoleone, restaurare la monarchia assoluta e rimettere sul trono i sovrani spodestati.

Fino a quel momento alla fine delle guerre vincitori e vinti si riunivano intorno a un tavolo per trattare le condizioni della futura pace: ovvio che la parola del vincitore contava di più, ma anche la parte sconfitta la sua parte di voce in capitolo ce l’aveva. Con il Congresso di Vienna, per la prima volta nella Storia moderna, le potenze vincitrici si riuniscono da sole e decidono le condizioni per punire la nazione sconfitta senza consultarla né coinvolgerla nelle trattative: la Francia è considerata l’unica responsabile di aver sconvolto la pace europea prima vigente.

Il primo dei criteri che guida il Congresso è il cosiddetto principio di legittimità: si vuole ristabilire l’assetto europeo prerivoluzionario in virtù del fatto che, secondo gli artefici della Restaurazione, la presunta legittimità della monarchia assoluta sarebbe basata sull’origine divina del potere. Quindi l’Austria deve tornare agli Asburgo, il Portogallo ai Braganza e la Francia e la Spagna ai Borbone; l’Italia meridionale viene restituita ai Borbone con il Regno delle Due Sicilie (ex Regno di Napoli) e quella settentrionale agli Asburgo con il Regno Lombardo-Veneto, mentre al centro della penisola restano lo Stato Pontificio sotto il diretto controllo papale e i Ducati di Parma, Piacenza e Modena e il Granducato di Toscana dati in mano a famiglie legate agli Asburgo ma di fatto autonomi.

L’altro importante elemento guida del Congresso di Vienna è il principio di equilibrio. Le ultime guerre hanno dimostrato notevoli fragilità e squilibri nella cartina europea lasciando ad alcuni Stati la possibilità di espandersi facilmente a danno dei vicini: riportare la situazione esattamente al punto di partenza rischia di far ripetere le esperienze appena vissute. Inoltre, le mire imperialiste di Napoleone si sono servite di soldati che credevano in buona fede negli ideali rivoluzionari ed erano convinti di star esportando proprio quei valori, che hanno comunque lasciato un segno nella mentalità comune non solo francese: con queste premesse, è forte il rischio di nuove rivolte e tentativi rivoluzionari. E allora la nuova mappa dell’Europa dovrà essere a prova di insurrezione.

Con questo criterio vengono creati degli Stati-cuscinetto, in particolare intorno alla Francia, utili per arginare in tempo eventuali nuove espansioni e tamponare ogni spinta libertaria. Così tra Francia e Prussia nasce il Regno dei Paesi Bassi dalla fusione di Belgio e Olanda, troppo piccole da sole per resistere ad attacchi o attutire colpi; con la stessa intenzione, tra Francia e Austria, il Piemonte, la Sardegna e la ex Repubblica di Genova vengono unite a formare il Regno di Sardegna, affidato alla famiglia Savoia; l’Impero Russo si espande fino alla Polonia in cambio di alcune concessioni territoriali al Regno di Svezia; al posto della ricostituzione del Sacro Romano Impero Germanico viene sancita un’alleanza tra Austria e Prussia con il nome di Confederazione Germanica; l’Impero Ottomano non viene toccato e l’Inghilterra non avanza alcuna pretesa territoriale sull’Europa continentale (nonostante abbia gran parte del merito della sconfitta di Napoleone) ma ottiene invece di allargare il proprio impero coloniale oltreoceano. La Spagna è il luogo dove la repressione è più forte: viene perseguitato chiunque abbia tendenze liberali ed è sospesa la Costituzione di Cadice del 1812, principale eredità delle Repubbliche Giacobine. In Francia sale sul trono con il beneplacito asburgico e papale Luigi XVIII di Borbone, nipote di Luigi XVI (il Re ghigliottinato durante la Rivoluzione) e figlio di Luigi XVII (scomparso nel nulla senza lasciare traccia).

A suggellare il tutto viene stabilito il principio di intervento: ogni tentativo insurrezionale che metta a repentaglio l’ordine costituito deve essere duramente represso. A questo scopo nasce la Santa Alleanza: Austria, Russia e Prussia, legate dal Cattolicesimo e accompagnate dalla benedizione papale, formano una coalizione militare che interverrà a sedare le future rivolte.

Nonostante ne condivida i contenuti, l’Inghilterra protestante rifiuta l’ingresso in uno schieramento i cui principi sono ritenuti eccessivamente mistici: così nello stesso 1815 nasce la Quadruplice Alleanza, simile alla prima, ma senza la forte connotazione cattolica, con il preciso intento di isolare la Francia in cui potrebbero facilmente risorgere sentimenti rivoluzionari. In seguito, proprio per inseguire l’equilibrio ed evitare nuove guerre, i sovrani francesi rimessi sul trono entreranno nella Quintuplice Alleanza insieme agli altri quattro imperi.

 

L’unica volontà totalmente calpestata è quella popolare: non viene dato nessun ascolto, ad esempio, alle spinte indipendentiste polacche e alle idee libertarie spagnole.

Una pace fondata su questi pilastri non può avere vita lunga.

 

SCHEMA DI DATE




Dalle Trobairitz alle Trovatore di oggi

“Note femminili” ha aperto con un salto storico, per festeggiare l’8 marzo in memoria di Mary Ethel Smyth. Da oggi iniziamo una narrazione  cronologica per permettere, a voi lettrici e lettori, di costruire un immaginario storico abbastanza lineare, sotto la lente dell’interpretazione sociologica. Ma non mancheranno interviste a compositrici e musiciste contemporanee, indicazioni su Festival, Convegni, Seminari, Mostre.

E’ dunque un dato di fatto che le compositrici hanno quasi sempre dovuto lottare per ottenere libertà di studiare, di creare e lavorare professionalmente, e la giusta visibilità per le proprie opere. Per far tutto questo hanno seguito strade formali e  informali: nell’ambito della vita quotidiana della propria famiglia, nei micro sistemi sociali di riferimento (Corti, Salotti, Club, ecc), fino ai movimenti di rivoluzione popolare.

Già nell’antichità é possibile trovare le prime musiciste che denunciano le ingiustizie della vita privata e sociale: le trobairitz. Nel Medioevo i trovatori non furono solo uomini: anche alcune donne delle classi inferiori divennero musiciste di corte, e utilizzarono l’arte dei versi non per idealizzare l’amore, ma per denunciare soprusi, tradimenti, infelicità della vita quotidiana. Tra le più famose fu Beatriz, Contessa de Dia vissuta nella seconda metà del XII secolo, la più alta tra le voci femminili della scuola trobadorica. Visse tra la Provenza e la Lombardia. Nei suoi versi, fieri ed eleganti, utilizza un linguaggio spregiudicato per i costumi dell’epoca:

“Devo cantare ciò che non vorrei,

tanto mi amareggia colui di cui sono l’amore,

poiché l’amo più di ogni altra cosa;

con lui grazia e cortesia non mi giovano,

né la mia bellezza, merito o intelletto,

perché sono ingannata, tradita

quanto sarebbe giusto se fossi colpevole”[1].

Anche Azalais de Porcairagues (Portiragnes 1140 –1177) di origini nobili, scrisse in lingua occitana, dedicando la maggior parte dei suoi versi al marito, Gui Guerrejat.

Delle sue testimonianze resta la Vida, con la chanson musicata, Ar em al freit temps vengut:

“ L’amore di una donna è mal servito

Quando si mette a discutere con un uomo ricco,

(uno sopra il rango di vassallo):

E chi lo fa è folle!”

L’eredità delle trobairitz giunge al ‘900, scoprendo nuove modalità compositive con le grandi jazziste e cantanti blues, fino alle più recenti trovatore rivoluzionarie che cantano in difesa di popoli oppressi; per esempio Violeta Parra, Mercedes Sosa, e a seguire, nel  rock esploso contro la guerra, negli anni ’70, nella musica folk-popolare italiana, in cui molte musiciste creano i canti del quotidiano, per denunciare la fatica e le ingiustizie della vita contadina e operaia, la condizione della subalternità femminile e della violenza in famiglia. In particolare ricordiamo Rosa Balistrieri e Caterina Bueno; fino ad arrivare al rap che oggi denuncia la marginalità sociale delle subculture giovanili. Esemplare è la storia di Sonità, una rapper afgana in lotta contro la Sharia. La sua famiglia decide di darla in sposa, a soli quattordici anni, a un uomo disposto a pagare novemila dollari, soldi necessari al fratello di Sonità per comprare una moglie.

I versi della sua canzone gridano:

“Lascia che ti sussurri queste parole, così che nessuno senta che sto parlando delle bambine vendute. La mia voce non dovrebbe essere ascoltata perché contro la Sharia, le donne devono rimanere in silenzio”[2].

All’età di dieci anni Sonità fugge in Iran, lontana dal regime talebano, ma non può frequentare la scuola perché rifugiata e senza documenti, così inizia a frequentare un’ONG dove studia anche musica, con una predilezione per l’hip-hop. A Teheran inizia a cantare la sua storia. Compone un inno alla pace e un brano a favore di elezioni democratiche in Afghanistan, superando il divieto che proibisce alle donne di fare musica in Iran.

Forse, come scriveva Herbert Marcuse, una reale azione utopica e rivoluzionaria avverrà grazie alle popolazioni ribelli di Paesi considerati del “Terzo Mondo”, perché:

“Queste categorie permangono al di fuori  del processo democratico; la loro presenza prova come non mai, quanto sia immediato e reale il bisogno di porre fine a condizioni e istituzioni intollerabili”[3].

La sociologa e scrittrice marocchina, Fatima Mernissi, già negli anni ’80 aveva previsto che l’uso di internet sarebbe potuto essere uno strumento di emancipazione e di maggior apertura e libertà per le donne e per quei popoli soggetti alla censura e dunque all’impossibilità anche solo ipotetica di entrare in contatto con altri mondi:

«Educazione é conoscere i hudud, i sacri confini, asseriva Lalla Tam, direttrice della scuola coranica dove, all’età di tre anni, fui mandata a raggiungere i miei dieci cugini. […] Io desideravo tremendamente di compiacere Lalla Tam, e una volta che lei non era a portata d’orecchio chiesi a mia cugina Malika, di due anni maggiore di me, se poteva mostrarmi il punto esatto dove si trovavano i hudud. Da allora, cercare i confini é diventata l’occupazione della mia vita.[4]»

 

[1]Le manuscript du roi, canzoniere copiato nel 1270 per Carlo D’Angiò.

[2] Dal Rap “Bride for sale”. La storia di Sonita é raccontata nel documentario “Sonita” diretto da Rokhsareh Ghaemmaghami e presentato in anteprima al Biografilm Festival di Bologna.

[3] Cfr. Herbert  Marcuse, L’uomo a una dimensione, Einaudi, Torino, 1968, pag. 57.

[4] Cfr., Fatima Mernissi, La terrazza proibita. Vita nell’harem, Firenze, Giunti, 1996, pag. 42.




Il gap nello spazio

Fino ad oggi, su un totale di 556 viaggiatori dello spazio, 60 sono di genere femminile: Russia, India, Cina, Stati Uniti, Corea del Sud, Canada, Francia, Iran, Giappone, Regno Unito e, con Samantha Cristoforetti, anche l’Italia ha mandato una donna nello spazio.

Sebbene la prima partecipazione di una donna a un programma di esplorazione spaziale avvenne nel 1963, poco dopo l’inizio dei viaggi con equipaggiamento umano, ci vollero circa vent’anni perché l’evento si ripetesse; durante gli anni ’80 diverse donne furono incluse nelle missioni spaziali (soprattutto statunitensi) fino a rendere abbastanza comune la loro presenza.

Un piccolo passo per una donna un grande passo per l’umanità

In questo elenco, accompagnato dalle immagini, sono incluse astronaute (partecipanti a programmi statunitensi), cosmonaute (parte di programmi sovietici) e taikonaute (viaggiatrici dello spazio per l’agenzia spaziale cinese).




La famiglia del III millennio, tre millenni di famiglie

Il 1 e il 2 marzo il laboratorio di grammatica e sessismo ha dato vita ad un seminario formativo interdisciplinare dal titolo: La famiglia nel III millennio, tre millenni di famiglie. Si tratta della seconda edizione di un seminario che si era svolto, sempre presso l’Università di Roma Tor Vergata, un anno fa. L’evento è stato ideato e pensato in primis per le scuole, docenti e insegnanti, ma intendeva costituire un momento di riflessione rivolto alla società tutta.

L’approccio è stato, come il laboratorio cerca sempre di fare, un approccio interdisciplinare. La scelta del tema, quello della famiglia e delle famiglie, un’ottima occasione per discutere, sulla base di dati e di esperienze empiriche, di un “contenitore” che condiziona la società e la vita delle singole persone.

L’apertura dell’evento è stata affidata a P.G. Medaglia per i saluti istituzionali. Medaglia è docente presso la facoltà di ingegneria e delegato del Rettore per l’inclusione degli studenti con disabilità e DSA (UniRoma2). Partendo proprio dal concetto di inclusione, ha voluto sottolineare l’importanza della famiglia come istituzione prima in cui si realizzano e prendono forma valori quali l’accoglienza, la pazienza, l’ascolto, la cura e la custodia.

 

In seguito, il direttore del dipartimento di Lettere e filosofia dell’Università di Roma Tor Vergata, E. Paoli, attraverso studi sull’antichità e sull’esegesi, ha posto la propria attenzione sull’evoluzione alla quale è andata incontro la sacra famiglia, da intendersi come modello dapprima impossibile, poi eversivo, e infine esemplare. Il modello originario presentato è stato quello di una famiglia cristiana “zoppa”, ovvero priva della figura paterna. Non era un caso che la castità fosse l’eccellenza, alla quale ogni buon cristiano e ogni buona cristiana doveva ambire. Col passare dei secoli o, per meglio dire, dei millenni il modello familiare ha però subito notevoli mutamenti. Nel ‘600, e ancor più nell’800 Giuseppe è divenuto una figura centrale e, con lui, ogni padre. Si è così giunti al modello di famiglia esemplare, costituito da padre, madre e figlio, ancora attuale pilatro della società cristiana.

  1. Meli, ricercatrice dell’Istat, ha invece apportato il suo contributo a partire da ricerche quantitative che ridisegnano e riscrivono la realtà familiare italiana, attraverso dati, percentuali e grafici. Dai dati presentati al seminario si evince che, nel nostro paese, ci si sposa sempre più tardi e si divorzia con maggiore frequenza. Inoltre, in aumento sarebbe anche la percentuale di secondi matrimoni. Le nascite sono invece in diminuzione, anche in relazione a un cambiamento del ruolo della donna, infatti ¼ di donne fertili sceglie volontariamente di non procreare. Le famiglie vanno incontro a una progressiva semplificazione e cristallizzazione, poiché costituite da pochi/poche figli/e che abbandonano il nucleo originario sempre più tardi. L’intervento si è poi concluso evidenziando non poche criticità riguardo i limiti dei parametri utilizzati, i quali non sempre riescono a individuare e a prendere in considerazione/analisi ogni tipo di nucleo familiare.

 

Di taglio sociologico il contributo di A. Volterrani, docente di Sociologia presso L’Università degli studi di Roma Tor Vergata. Partendo da dati anagrafici, e in particolare dallo studio dello stato di famiglia, lo studioso ha evidenziato l’esistenza di almeno diciassette tipi di famiglie diverse. Pertanto, la nostra penisola risulta essere ben lontana dal modello stereotipato di “famiglia tradizionale”, che ricopre solo il 50% dell’attuale panorama familiare italiano. Insomma, tante famiglie, costitutivamente diverse, eppure simili in quanto egualmente fonte di opportunità e problemi.

 

La famiglia è fortemente rappresentata anche nei media, e nei social, così come nella pubblicità, analizzata in modo interculturale da due classi del liceo paritario San Paolo di Roma che, come momento di sintesi e a parziale conclusione di un progetto di alternanza scuola lavoro incentrato sulla comunicazione consapevole, hanno elaborato un filmato che metteva in evidenza come la famiglia, le famiglie, sono state rappresentate, ieri e oggi, dal marchio Coca Cola, a seconda del paese in cui è stato proiettato lo spot pubblicitario.

Lo stesso argomento, seppur con tagli diversi, è stato preso in esame anche da S. Melchiorre (ricercatrice presso L’università degli Studi della Tuscia), L. Bagini (docente presso l’Università degli Studi di Poitiers) ed L. Selvarolo (laureata in comunicazione presso l’Università degli Studi di Roma Tor Vergata). La prima ha introdotto la propria analisi partendo dall’identità individuale, ormai fluida nell’epoca dei media, per poi passare a un’analisi dell’identità familiare. Identità che si costruiscono e riscostruiscono senza sosta e che vengono inevitabilmente condizionate e guidate dai (social)media. Biagini e Selvarolo hanno invece offerto il loro contributo analizzando il mondo pubblicitario di ieri e di oggi, fornendoci così una panoramica chiara e continuativa della rappresentazione familiare all’interno del mondo pubblicitario. Bagini si è concentrata sui caroselli, ovvero le originarie rappresentazioni di quelli che oggi definiamo spot, Selvarolo invece ha focalizzato la propria ricerca attorno ai recenti spot pubblicitari di tre grandi marchi, ovvero Findus, Barilla e Kinder.

In entrambi i casi le conclusioni alle quali sono giunte sono pressoché simili. La famiglia proposta è quella “tradizionale”, e le figure rappresentate (di padre, madre e figli/e) sono fortemente stereotipate.

La famiglia è stata considerata anche dal punto di vista medico, della cura, con il racconto di M. Macchiaiolo, specializzata in malattie rare e croniche. In contesti così delicati, le famiglie svolgono un ruolo centrale, poiché accompagnano il/la figlio/a malato/a nel loro cammino, di guarigione o di cura, ma, a loro volta, devono essere supportate e sostenute. Accettare che il proprio figlio, o la propria figlia, sia affetto/a da una malattia rara significa accettare la morte della rappresentazione mentale di un figlio, o di una figlia, idealizzato/a per mesi, se non per anni, e iniziare a ricostruire un nuovo percorso di vita, in cui il/la medico/a diventa il primo punto di riferimento, clinico, morale e psicologico.

Quest’ultimo ambito è stato analizzato in particolar modo dalla psicologa Anna Maria Di Santo. Con i cambiamenti avvenuti nella società contemporanea, i figli e le figlie appartengono non più ad una famiglia, ma sempre più a gruppi familiari a plurale. Famiglie ricomposte, famiglie allargate, famiglie allungate, che rideterminano i ruoli e le relazioni fra le persone coinvolte. In ogni caso, si fa sempre riferimento a un luogo in cui si deve instaurare un clima di serenità, capace di garantire un equilibrato sviluppo psico-fisico dei bambini e delle bambine che ne fanno parte.

Famiglie, però, sono anche quelle che adottano a livello internazionale. Questo argomento è stato trattato dalla psicologa M. Azzacconi, la quale ha messo il rilievo, da una parte, le difficoltà delle famiglie, nel riuscire a ottenere un/una figlio/a in adozione, e dall’altra, i vantaggi e le difficoltà dell’inserimento nella nuova vita da parte di minori adottati/e.

Il seminario ha dato spazio anche ad altri ambiti. Uno fra i tanti è stato quello antropologico, rappresentato dal P. Vereni. Quest’ultimo ha demolito il concetto di famiglia naturale, sotto un duplice aspetto. In un primo momento ha dimostrato che ogni costituzione familiare si basa sull’unione tra due individui che non possiedono legami naturali, ovvero di sangue. A sancirne l’unione è soltanto un contratto, prodotto artificiale ben lontano dal concetto di natura. In un secondo tempo si è poi concentrato sul concetto di famiglia socialmente valido e naturalmente condiviso. Creando quindi dei parallelismi tra la cultura italiana e quelle appartenenti ad altri popoli, ha dimostrato quanto ogni concetto di normalità familiare, di spontanea accettazione, sia legato alla propria visione del mondo, alla propria cultura, e nulla abbia a che fare davvero con la natura umana.

Lo stesso concetto di famiglia e famiglia, congiunto ai due ambiti del naturale e dell’artificiale (quindi del contratto di matrimonio), è stato analizzato anche dalla linguista S. Cavagnoli, docente presso l’Università degli Studi di Roma Tor Vergata. L’analisi compiuta dalla studiosa verteva sul diritto di famiglia e, in particola modo, sulla lingua che il diritto di famiglia utilizza per rappresentare l’attuale panorama italiano.

Il seminario ha inoltre ospitato anche R. Oliva De Concilis, dell’associazione “Rete per la parità” e B. Belotti, dell’associazione di “Toponomastica femminile”.

La prima, compiendo degli studi che ruotano attorno all’anagrafe, ha dimostrato quanto, negli anni scorsi, le donne abbiano dovuto lottare per eliminare la procedura del cognome coatto (ovviamente in riferimento al cognome del marito). Oggi tanti passi avanti sono stati compiuti, soprattutto in relazione ai/alle figli/e vittime di femminicidio. Per loro è stata messa in atto una procedura semplificata, in relazione all’abbandono del cognome paterno e all’acquisizione di quello materno. Nonostante ciò, tanto c’è ancora da fare all’interno di un mondo, quello dei cognomi, ancora capace di svelarci innumerevoli relazioni di potere familiare.

  1. Belotti ha utilizzato lo stesso punto di partenza, quello dei cognomi, unendo però quest’ambito a quello della toponomastica. Le analisi e gli studi compiuti da Belotti dimostrano che, nei secoli, smisurate donne, madri, mogli, figlie e sorelle, non sono state tenute in considerazione nell’intitolazione delle strade delle nostre città. Strade che ci raccontano il nostro passato, un passato dal quale le donne sono state cancellate, non soltanto perché a loro è stato riservato poco spazio nella toponomastica rispetto a quello maschile, ma anche perché, se presenti, le donne sono state completamente oscurate da cognomi maschili, capaci di inglobarle in sé fino a farle cadere nell’oblio.

La rappresentazione della famiglia è stata completata dalla presentazione di analisi di libri di testo per la scuola primaria e per l’apprendimento della lingua italiana per non italofoni, e dal racconto di una scrittrice insegnante, che si è confrontata con il tema della famiglia a scuola.

I libri di testo, destinati alla scuola primaria, sono stati presi in esame da A. Cassarino, laureata magistrale presso l’Università degli studi di Roma Tor Vergata. La ricerca diacronica ha dimostrato che, ieri come oggi, il libro di testo contribuisce alla costruzione dell’immaginario comune attraverso la rappresentazione di un unico modello familiare, quello nucleare, in cui i ruoli ricoperti risultano ancora fortemente stereotipati.

  1. Nardi e C. Coccia, in qualità rispettivamente di responsabile del CLICI (Centro di Lingua e Cultura Italiana) e di dottoranda presso l’Università degli Studi di Roma Tor Vergata, hanno invece analizzato i testi destinati a individui di cultura non italiana, sottolineando la centralità della famiglia, calata nei diversi contesti culturali, come punto di partenza e come indispensabile veicolo per un’efficiente pratica dell’insegnamento/apprendimento.
  2. Dai Prà, insegnante e scrittrice, ha infine voluto evidenziare il profondo legame che unisce scuola e famiglie. A volte però, l’incuranza e la scarsa informazione possono risultare fuorvianti per uno sviluppo ottimale degli/delle studenti/studentesse in piena fase di formazione. Dai Prà ha pertanto messo in luce la pericolosa diffusione nelle scuole dell’infondata teoria gender, priva di qualsiasi fondamento scientifico eppure fortemente viva all’interno del mondo scolastico.

Il seminario, organizzato con un interesse linguistico di fondo dalle docenti F. Dragotto e S. Cavagnoli (linguiste presso l’Università degli Studi di Roma Tor Vergata), si è chiuso con una riflessione di F. Dragotto sulla definizione di famiglia dal punto di vista della sua etimologia, che emerge anche dalle pieghe delle diverse proposte di lettura offerte da questo incontro interdisciplinare che, tra chi presente, ha fatto registrare una insolita partecipazione alla discussione. Indicativa di quanto ci sia ancora da dire su questo tema di cui si parla con scarsa consapevolezza




Con Simone, al Café de Flore

SIMONE DE BEAUVOIR: Nata a Parigi nel 1908, è stata una scrittrice, filosofa, insegnante e femminista francese. Oltre ai capolavori letterari come “Il Secondo Sesso”, “Una donna spezzata” e i quattro volumi di memorie autobiografiche, ne ricordiamo l’instancabile attivismo politico. Fu tra le fondatrici di “Choisir: la cause des femmes” e della “Lega dei diritti della donna”. Morì nel 1986 e fu sepolta nel cimitero di Montparnasse, accanto a Jean-Paul Sartre, compagno di una vita.

Dietro la vetrina del Café de Flore, tra i viali alberati di Saint Germain des Prés, riesco a distinguere chiaramente il profilo di una donna, seduta a un tavolino di legno scuro.

Mi saluta sorridendo attraverso il vetro: sono nel posto giusto.

– Prendi un espresso anche tu? Ci porta due caffè, per favore?

Dopo una stretta di mano molto calorosa, Simone de Beauvoir si risiede sulla panca di pelle rossa e comincia a seguire delicatamente con un dito la trama ruvida del legno.

– Non sai quante delle mie carte sono state qui, io e Jean Paul eravamo clienti abituali di questo caffè. Oltre ad offrirmi un porto sicuro dove scrivere è sempre stato una grande fonte di ispirazione per la mia creatività.

D’altronde, non c’è modo migliore di capire la società in cui si vive che osservare le persone mentre non sanno di essere guardate.

– Anche le carte de “Il Secondo Sesso” sono passate da qui?

– Ovviamente sì. In questo bar, come in ogni luogo che ho attraversato, ho ritrovato il riflesso di una società profondamente misogina. Ho osservato e analizzato tantissime donne diverse e, ai miei occhi, nessuna era meno donna di altre. Mi sono invece resa conto, mi creda, con infinita amarezza, che nella concezione comune una donna che non fosse moglie, o ancor di più, che non fosse madre, era vista come una femmina snaturata.

Si è instaurato sotto la nostra pelle questo apparentemente inscalfibile determinismo biologico applicato ai ruoli sociali. Io non nego che esistano differenze tra i due sessi nella società in cui viviamo, ma ritengo abbiano origine dalla nostra cultura; la natura c’entra ben poco.

Ha un’eleganza nel mettere le parole una dietro l’altra che farebbe rimanere a bocca aperta chiunque: cura e spontaneità così perfettamente calibrate da non lasciare spazio ad alcuna replica.

– Oltre ad aver scritto dei romanzi indimenticabili, so che è stata in prima linea nella lotta per la parità di genere. Guardando il mondo di oggi, quanto è stato fatto e quanto ancora c’è da fare?

– Sarebbe sciocco negare che si sono fatti dei passi avanti, basti pensare che fino agli anni ’70 del secolo scorso, nella stragrande maggioranza dei paesi europei, l’interruzione volontaria di gravidanza era illegale e perseguibile penalmente.

Fondando “Choisir: la cause des femmes” puntavamo a sopprimere le leggi anti-aborto e anti-contraccezioni e, nel frattempo, a difendere e assistere gratuitamente tutte le donne trascinate in tribunale con l’accusa di aborto o complicità con esso.

Dal punto di vista giuridico c’è ancora da fare, ma abbiamo vinto tantissime battaglie.

Al momento l’urgenza più sostanziale rimane, a mio avviso, quella di cambiare mentalità. Possiamo anche risultare pari sulla carta, ma non saremo uguali finché non cominceremo a considerarci effettivamente come tali.

Il cambiamento è necessario che parta in primis da noi, dobbiamo smettere di pensarci come donne spezzate.

  • Anche lei si ritiene una donna spezzata?

– Io credo fermamente che noi donne abbiamo troppo spesso una rappresentazione mentale fuorviante di noi stesse. Si insinua come un tarlo nelle nostre menti la convinzione di aver bisogno di essere tutelate da un uomo, di avere necessità di un maschio accanto per poter essere.

Anche io da giovane sono caduta nella tela del ragno, ma dopo le prime delusioni ho smesso di concedere a un uomo il potere di definirmi.

Comunque, tornando al discorso di prima, se vuoi approfondire meglio la situazione attuale posso presentarti Gisele Halimi, siamo amiche da mezzo secolo e avevo in programma di incontrarla proprio questo pomeriggio.

 – Sarebbe un onore per me, è ancora la presidente di “Choisir”?

– Assolutamente sì, per questo credo possa darti risposte più puntuali delle mie.

E così la seguo, fuori dal Cafè de Flore, verso la fermata del tram. Vorrei imitarne tutto, se potessi: il passo, lo sguardo, le parole, ma mi limito a raccogliere scrupolosamente le briciole di orgoglio che lascia lungo il suo cammino. È una donna che ha imparato ad alzare la testa.

 

 




Micòl Finzi-Contini

Il giardino dei Finzi-Contini narra l’amore della voce narrante anonima per Micòl, ma anche l’intreccio delle amicizie, la vita divisa tra studi, abitudini e riti familiari di alcuni ragazzi di Ferrara, quasi tutti ebrei, che vengono sorpresi e attraversati dalle leggi razziali dell’Italia fascista, che trovano riparo e paradossalmente libertà dall’esclusione nell’orto concluso di due di loro, Micol e il fratello Alberto, ricchissimi e vissuti sempre in un isolamento aristocratico che li tiene per contrasto al centro dell’attenzione nella piccola, tranquilla, solida città. Nel meraviglioso giardino della grande casa, e nel suo campo da tennis, i ragazzi, giocano, parlano, alcuni progettano, malgrado tutto, il futuro. Gli adulti appaiono gentili ed affettuosi, ma in qualche modo distanti e meno consapevoli della catastrofe che sta per abbattersi su un mondo del quale quasi mai mostrano di avvertire la straordinaria precarietà.

Micòl, al contrario, appare più conscia di ogni altro personaggio del futuro incerto e angoscioso. Ella nega il progetto e, negando il progetto, nega l’amore, non solo all’io narrante, che le sembra troppo simile a sé, troppo indifeso per la lotta cruenta che la relazione amorosa le pare richiedere, ma forse anche a sé stessa, che pure forse lo ama e al quale forse preferisce incontri senza progetto col solido Malnate, il giovane comunista, non ebreo, che, lui sì, crede nel futuro, ma che, atroce disinganno, non tornerà più dalla spedizione italiana in Russia.

Micòl sfuggente e misteriosa, Micòl seduttiva e improvvisamente fredda, Micòl saggia e infantile, che sistematicamente spiazza il narratore o ne frustra le attese.

Il romanzo, che muove dal ricordo della tomba monumentale dei Finzi-Contini, arriva improvviso al galoppante epilogo, dove gli anni dalla fine del 1939 al 1943 sono narrati in due pagine, che tuttavia aggiungono quello che dall’Esordio era stato già annunciato, ma non circostanziato, la morte di tutti i Finzi-Contini: di Alberto per tumore, e poi la morte in campo di sterminio di Micol, del padre, il colto e mite professor Ermanno, della madre, la fragile signora Olga, atterrita dai microbi, della vecchissima nonna paralitica, Regina.

Ma a suggello di tutte le vicende, l’io narrante pone le disperate parole di Micòl che dicono la sua indifferenza, anzi la sua repulsione per il futuro: ”Micòl ripeteva di continuo anche a Malnate che a lei, del suo futuro democratico e sociale non gliene importava nulla, che il futuro, in sé, lei lo abborriva, ad esso preferendo di gran lunga “le vierge, le vivace et le bel aujourdhui“, e il passato, ancora di più, “il caro, il dolce, il pio passato.”, verace profetessa dell’orrore che stava per travolgere lei e i suoi più cari insieme ad un intero mondo.




Romain Rolland: pacifista libertario e pensatore globale

 

 

Il 14 marzo a Roma, presso l’aula Giuseppe Dalla Vedova di Palazzetto Mattei, in Villa Celimontana, la Società Geografica Italiana presenterà l’ultimo volume di Fiorenza Taricone.

Vi si racconta la vita e il pensiero di un uomo d’assoluta onestà e rettitudine che tenne fede ai suoi ideali di europeista, pacifista, antifascista, e nel contempo un ottantennio di storia europea, tra speranze e illusioni, contraddizioni e tragedie.

Romain Rolland (1866-1944), fu un raffinato musicologo, scrittore di saggi storici, biografie, drammi teatrali, romanzi a sfondo sociale e politico, novelle, pamphlets, farse liriche.

Nato in Borgogna, a Clamecy, studiò e insegnò a Parigi, per poi trasferirsi nella Svizzera neutrale allo scoppio della prima guerra mondiale. Dal 1914 al 1915 lavorò come volontario all’Agenzia dei prigionieri di guerra, smistando le lettere dei familiari ai soldati e occupandosi degl’internati e prigionieri civili. Un’esperienza unica che racconterà nei due volumi del Diario degli anni di guerra.

Nel 1915 ricevette il Premio Nobel per la Letteratura per il romanzo Jean-Christophe, che attraverso le vicende di un giovane musicista in lotta contro la tradizione, dipinge il quadro dell’Europa tra Ottocento e Novecento. Un altro suo libro, Au dessus de la mêlée, capolavoro del pacifismo europeo, in cui fa appello ai belligeranti affinché prendano le distanze dalla guerra e cerchino soluzioni di pace, gli attirò condanne, malumori, critiche e vendette, nonché sospetti di spionaggio.

Rolland salutò entusiasticamente la rivoluzione sovietica, primo vero tentativo di liberazione delle masse lavoratrici sfruttate, dissentendo poi dallo stalinismo. Antifascista coerente e dichiarato, fu un estimatore di Gramsci, che a sua volta rese famosa una frase  di Rolland: l’ottimismo della volontà, il pessimismo della ragione.

 

Fiorenza Taricone

Romain Rolland: pacifista libertario e pensatore globale

Guida editore, Napoli, 2018

pp. 331

€ 20,00

 

Fiorenza Taricone è Docente di Storia delle dottrine politiche all’Università degli Studi di Cassino e Lazio Meridionale. Si occupa di studi di genere dagli anni Ottanta, con particolare attenzione ai diritti civili e politici. Ha fatto parte della Commissione Nazionale Parità, Presidenza del Consiglio, dal 1994 al 1996. Fra le fondatrici del Centro Interuniversitario per gli studi sulla donna nella storia e nella società negli anni Novanta. Tra le sue ultime pubblicazioni, Ginevra Conti Odorisio – Fiorenza Taricone, Per filo e per segno. Antologia di testi politici sulla questione femminile dal XVII al XIX secolo, (Torino, 2009), Louis Blanc e Mme d’Agoult (Daniel Stern) socialismo e liberalismo (Firenze, 2013).

 




Il laboratorio di Grammatica e Sessismo (GeS) dell’Università di Tor Vergata (Roma)

A cura di Francesca Dragotto e Stefania Cavagnoli

GeS, Laboratorio di grammatica e sessismo, inizia la propria attività nel 2011, sviluppato a partire da un’idea di Francesca Dragotto, docente di linguistica generale presso vari corsi dell’Università di Roma Tor Vergata.

È stato pensato, fin dalla sua istituzione, per alimentare una discussione intorno al genere, categoria presente in numerose lingue oltre che in moltissime altre entità organizzate, allo stesso modo che il linguaggio verbale, in forma di struttura. Società in primis.

Divenuto di recente argomento di grande attualità e discussione per la prima volta anche presso il pubblico non specialista a seguito della diffusione della cosiddetta Teoria gender, di genere si parla in modo per lo più distorto a causa della sua facile ma erronea sovrapposizione alla categoria di genere biologico ovvero di marker sessuale. Una sovrapposizione favorita, nel caso della lingua italiana, da quel processo di grammaticalizzazione del genere che alcune migliaia di anni fa ha condotto il latino a munirsi di marche per l’evidenziazione di maschile, femminile e neutro, interpretate frettolosamente ed erratamente come riproposizione linguistica di una situazione presente in natura.

Per tentare di superare le conseguenze di questa distorsione, i cui effetti possono essere facilmente assunti a fini manipolatori da parte della comunicazione politica e di massa, si è ritenuto di dover contribuire a diffondere una visione del genere fondata da un punto di vista epistemologico e scientifico avendo cura di mostrare come si tratti di un fenomeno che può essere colto solo adottando una prospettiva di studio inter e pluridisciplinare, volta a coglierne la sussistenza e le conseguenze nelle lingue, nei testi, nella mente, nelle patologie, nel diritto, nelle arti e in ogni altra entità organizzata in forma di struttura, ovvero di grammatica.

Chi è GeS

Anima da tre anni stabilmente le attività di GeS, insieme con la sua ideatrice, Stefania Cavagnoli, docente di linguistica applicata e glottodidattica e direttrice del Centro Linguistico di Ateneo – CLA dell’Università di Roma Tor Vergata, che nella linguistica di genere annovera uno dei suoi interessi più profondi e duraturi, e, dal 2017, Annalisa Cassarino, laureata in linguistica studiosa di questioni di genere e, in particolare, di analisi dell’acquisizione e sedimentazione degli stereotipi in età evolutiva oltre che ideatrice e conduttrice di “De-generiamo”, una rubrica per la webradio Radio libera tutti.

Cosa fa GeS

L’attività del Laboratorio GeS, prevede ogni anno e più volte nel corso dello stesso anno l’organizzazione e lo svolgimento di giornate di seminario presso la macroarea di Lettere.

Inoltre, stabilmente

–       svolge attività di formazione al di fuori dell’università in primis nelle scuole

–     promuove la circolazione della conoscenza scientifica del genere e di ciò che implica attraverso la pubblicazione e la diffusione di testi

–    collabora con enti e associazioni (è stabile, per esempio, quella con il Forum del Terzo Settore del Lazio)

–       collabora con il CUG e con la commissione CARIS di Ateneo, per l’inclusione

–       collabora e progetta interventi didattici con Toponomastica femminile

–       partecipa a convegni internazionali e ad altre iniziative di carattere scientifico

–       assegna tesi triennali e magistrali su aspetti connessi con il genere

 

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  Francesca Dragotto

Francesca Dragotto è professoressa associata di Linguistica all’Università di Tor Vergata. I suoi campi di interesse includono semantica, lessico e pragmatica, sia sincroniche che diacroniche. In anni più recenti i suoi interessi si sono focalizzati sull’analisi del testo, considerata come un insieme cognitivo, culturale e sociale nel quale ciascun parlante ricostruisce la propria rappresentazione del mondo e dei ruoli e delle norme sociali che in esso agiscono.

dragotto.f@impagine.it

 

  Stefania Cavagnoli

Stefania Cavagnoli è professoressa associata presso l’Università di Roma Tor Vergata (abilitata alla I fascia), dove insegna Linguistica generale e applicata e Teoria e prassi della traduzione. È delegata del rettore per il centro linguistico di ateneo e sua direttrice. I suoi campi di ricerca sono l’educazione plurilingue e la linguistica giuridica, con particolare attenzione alla lingua di genere.

cavagnoli.s@impagine.it




Eugenia di Anna Maria Ortense

Nel 1953, per i tipi di Einaudi, nella Collana “I Gettoni”, diretta da Elio Vittorini, appare un libro sul quale da allora e poi ancora fino a tempi recentissimi, si è riversata la critica aspra e, lo dico subito, incomprensiva e a volte strumentalmente ostile, del mondo intellettuale napoletano.

Il titolo stesso della breve raccolta di racconti, cinque soltanto, Il mare non bagna Napoli, è apparso e tuttora appare come una provocazione intollerabile a chi si è ostinato in passato e persiste oggi nel vedere nella città del libro un’immagine realistica e provocatoria verso la classe intellettuale della città, quella classe molto fortunata, politicamente e sul mercato pubblico e librario, la classe di Luigi Compagnone, Raffaele La Capria, Michele Prisco, Domenico Rea e di alcuni loro ideali eredi, primo fra tutti Erri De Luca.

A ben poco servì l’apprezzamento più generale, che valse all’opera il Premio Viareggio, la città  disconobbe ed escluse Ortese, che ben presto andò via per sempre da quella Napoli in cui non era nata, ma che aveva eletto a sua propria città. A queste ragioni va ricondotta la solitudine morale e materiale in cui ella visse poi per sempre, ostracismo da una parte e sua delusione e paura del mondo intellettuale che, dopo averla accolta nell’immediato caotico dopoguerra di Napoli, dopoguerra, pure animato da speranze e tentativi di riscatto politico, morale e civile, prima ancora che sociale ed economico (e forse fu anche questo un grave errore, una debolezza del tessuto della città e del Mezzogiorno tutto) per esempio anche con l’operazione della rivista “Sud”, fecero cadere su di lei attacchi, ma subito dopo una ancor più violenta “congiura del silenzio”, sì che oggi davvero pochi sono i napoletani che la conoscono, se non vagamente, e i più quelli che non conoscono il suo amore, mai dimenticato, ma anzi ribadito in quasi ogni altro suo libro, per quella che è forse una delle più contraddittorie città del mondo.

Il primo racconto della raccolta, Un paio di occhiali, apre sul tema che sottostà in realtà all’intero libro quello dello sguardo prima velato, poi aperto nitidamente sulla città. La piccola Eugenia, poverissima bambina quasi cieca, vive nella parte più povera della città, fra umiliazioni, fame, botte sempre immeritate, nella sua famiglia, dove la durezza delle parole e dei comportamenti della maggioranza dei miseri adulti non è cattiveria, ma esasperazione per un’ingiustizia che patiscono senza riconoscerla. Il mondo appare ad Eugenia attraverso un velo, nel quale colori e luci a volte intravisti le fanno credere che il mondo dev’essere pur bello finalmente il suo desiderio di ‘chiarezza’ può realizzarsi perché la zia Nunziata che ha un po’ di denaro da parte si offre di comprarle gli occhiali. Nunziata è la sorella del padre di Eugenia, zitella che vive con Eugenia, i suoi genitori e i due fratelli piccoli (le sorelle grandi sono state avviate alla monacazione),  nel piccolissimo basso, umido e sporco che affaccia su un cortile pieno di tanta altra umanità sofferente e ferita nel corpo e nell’anima da una povertà senza speranza di riscatto, mentre ai piani alti stanno i signori egoisti e privi di pietà, loro sì, davvero ciechi sul mondo.

Eugenia esce con la zia, manesca e brusca, e con lei si reca a via Toledo, una strada di signori, dove, dopo la visita oculistica, l’ottico poggia sul naso della bambina, emozionata e con le gambe che le tremano, le lenti correttive a lei adatte. E la bambina guarda fuori e il mondo che vede appare pieno di luce e di colori, le signore dai capelli lucenti come l’oro sedute ai bar della strada, le vetrine degli altri negozi piene di abiti dalle stoffe fine fine, financo le persone che passano nei grandi autobus verdi sono ai suoi occhi elegantissime, il mondo è bello, si dice Eugenia, è bello assai.

Quasi in estasi, umilmente grata alla zia che brontola per la spesa enorme di ottomila lire a cui si è impegnata, Eugenia torna a casa, e piena di ansia gioiosa attende gli otto giorni che ancora la separano dalla consegna degli occhiali, senza curarsi delle botte della zia, delle allusioni cattive della signora del palazzo, delle umiliazioni quotidiane che nulla e nessuno le risparmiano, a lei, come agli altri abitanti dei miseri tuguri della città che per quelli come lei non ha sole né mare. E finalmente il giorno atteso arriva. Sarà la mamma, pur malata e piena di dolori per la spaventosa umidità del misero tugurio che per loro è casa, a recarsi a ritirarli. Al suo ritorno, non solo Eugenia, ma tutta la famiglia e tanti vicini dei bassi, informati dell’evento si affollano intorno alla madre e alla bambina. Rosa, la madre, entrata nel basso, estrae dall’astuccio gli occhiali, che appaiono come uno strano insetto e li inforca alla figlia … che subito prende a tremare, vede piccolo piccolo e tutto nero…vacillando esce nel cortile, senza provare più gioia, anche se si sforza di sorridere, ma le affiora sul volto pallidissimo una smorfia ebete.

Improvvisamente i balconi cominciarono a diventare tanti, duemila, centomila; i carretti con la verdura le precipitavano addosso; le voci che riempivano l’aria, i richiami, le frustrate, le colpivano la testa come se fosse malata; si volse barcollando verso il cortile, e quella terribile impressione aumentò. Come un imbuto viscido il cortile, con la punta verso il cielo e i muri lebbrosi fitti di miserabili balconi; gli archi dei terranei, neri, coi lumi brillanti a cerchio intorno all’Addolorata; il selciato bianco di acqua saponata, le foglie di cavolo, i pezzi di carta, i rifiuti, e, in mezzo al cortile, quel gruppo di cristiani cenciosi e deformi, coi visi butterati dalla miseria e dalla rassegnazione, che la guardavano amorosamente. Cominciarono a torcersi, a confondersi, a ingigantire. Le venivano tutti addosso, gridando, nei due cerchietti degli occhiali.

Eugenia non regge e vomita, vomita fino a non avere più nulla nel povero stomaco affamato. E nello sconcerto generale, nella pena della madre e della zia, nelle parole di conforto della vicina, si leva la voce afferrata della bambina, che di nuovo senza  occhiali, che provvidamente una vicina, donna Mariuccia, le ha tolto, si aggrappa alla madre e le chiede perdutamente <<Mammà, dove stiamo?>>, quasi tutti sorridono di sollievo: è mezza cecata, è mezza scema. Solo donna Mariuccia, ancora lei, capisce, è la sola che sa dare parole di comprensione alla sua amarezza:<<Lasciatela stare, povera creatura, è meravigliata>> fece donna Mariuccia, e il suo viso era torvo di compassione, mentre rientrava nel basso che le pareva più scuro del solito.

Insieme ad Eugenia, amaro nome, così in contrasto con la nascita e il destino di questa creatura atrocemente indifesa e deprivata,  Ortese apre gli occhi sulla città, ma quel che vede non permette una visione, un’analisi, razionale, non sembra profilarsi soluzione: la città distorta e spaccata fra bellezza e orrore, altera lo sguardo, dà il capogiro, angoscia e spezza. E’ la Napoli del secondo dopoguerra, già tradita dalla sua classe politica e intellettuale, quella che nei decenni successivi, ha più volte tentato un riscatto, fra luci e ombre, speranze brevi e delusioni amare, una città che ancora oggi ci appare nella sua bellezza, nelle sue zone di miseria, una luogo difficile in cui vivere, dove ancora tanti ogni giorno si inventano la giornata, sono delusi, a volte obbligati alla fuga: giovani intellettuali e professionisti, operatori degli affari, del mondo informatico ed editoriale, operai specializzati.

Oggi i tempi per una più attenta e, vorrei dire, riconoscente lettura dell’intera opera di Ortese sembrano maturi.

 

 




Un tè con Virginia

VIRGINIA WOOLF: Nata a Londra nel 1882, fu una delle principali scrittrici del XX secolo.
Impegnata nella lotta per la parità dei sessi, coniugò attivismo ed elaborazione letteraria in opere come “Una stanza tutta per sé” e “Le Tre Ghinee”.
Morì suicida nel fiume Ouse nel 1941.

Salendo le scale mobili di King’s Cross Station, non posso fare a meno di notare, tra la frenesia dei passanti, una donna impellicciata, con i capelli raccolti in una crocchia un po’ all’antica e uno sguardo inconfondibile: non può essere che lei.

– Signora Woolf? È un onore conoscerla, sono la giornalista con cui ha parlato al telefono.
– Piacere, mia cara. Sbrighiamoci, un taxi ci sta aspettando.

Siamo dirette a Gordon Square, nel cuore di Bloomsbury, dove Virginia si trasferì dopo la morte dei genitori.

– Lo vede il civico 46? Quella è la prima casa che ha accolto me, Vanessa e i miei fratelli, prima di trasferirci più in là nel quartiere. È stata uno dei punti di ritrovo del Bloomsbury Group… Un via-vai che neanche si immagina.

Sedute al tavolino di un caffè, al centro della piazza, la signora Woolf mi sembra alquanto distratta. I suoi grandi occhi guizzanti sono carichi di una curiosità travolgente e ora capisco perché incutesse tanto timore agli uomini del suo tempo: non dev’esser stata una donna che aveva paura di fare domande scomode.
Peccato che il suo sguardo curioso non si accenda con la nostra conversazione. Avvolta dai fumi di un tè nero bollente non distoglie un attimo quel piglio quasi accigliato dalla vetrina del bar, come se una patina di smarrimento, che assomiglia molto a una profonda delusione, fosse calata sulle sue pupille.

– Mi diceva del gruppo Bloomsbury, cosa ricorda di quel per… Signora Woolf? Cos’è che attira così tanto la sua attenzione lì fuori?
– Tutto questo inesprimibile, rumorosissimo vuoto.
– In che senso? A me sembra un quartiere pieno di vita!
– Vede, è proprio questo che intendo. Lei percepisce un quartiere pieno di vita, io invece vedo un senso d’inadeguatezza spesso come un muro di cemento e sento risate pronte a infrangersi al suolo e rompersi in mille pezzi, proprio come questa tazza da tè. Vedo tante Mrs. Dalloway lì fuori, tutte pronte a dare feste per coprire il silenzio delle proprie vite.
– La Mrs. Dalloway del suo romanzo era una donna paralizzata dalle convenzioni e dalla sterilità delle relazioni umane. In che modo crede che la rigidità degli schemi e dei ruoli sociali del suo tempo abbiano influito sulle opportunità culturali ed editoriali delle donne?
– L’educazione e il sistema di valori nel quale le donne dell’inizio del secolo scorso erano inserite hanno inciso significativamente sulla loro effettiva possibilità di diventare scrittrici. Il talento senza istruzione non va da nessuna parte e le assicuro che anche nella società borghese ed altolocata, ai miei tempi, non era affatto scontato che le ragazze potessero studiare. La subordinazione socio-economica delle donne rispetto agli uomini, che fossero padri o mariti, era un dato di fatto.
– Se dovesse darmi un consiglio per il mio futuro editoriale, cosa mi direbbe?
– Cara, ti direi di andare per la tua strada. Non aggrapparti mai al braccio di un uomo e lotta per la tua indipendenza. Una donna, per poter scrivere, ha bisogno di “una stanza tutta per sé” e di non dipendere da nessuno.

Alzo gli occhi dagli appunti, pronta per riversare su di lei tutte le domande che questa sua riflessione mi ha suscitato, ma purtroppo il nostro tempo è finito.

– Ora devo andare cara, il treno per Rodmell parte tra un quarto d’ora e Leonard mi aspetta per cena. È stato un piacere incontrarti, buona fortuna per il tuo libro!

Seguo i suoi passi sempre più lontani, ancora una volta incredibilmente tesi tra una decisione spiazzante e l’incertezza di chi si sente fuori posto.