L’indipendenza dell’America Latina e la “dottrina Monroe”

Nei secoli successivi alla conquista europea, l’America Latina sviluppa un’economia basata sui latifondi (haciendas in spagnolo e fazendas in portoghese) e una società in cui sono presenti forti discriminazioni razziali al suo interno.

I colonizzatori spagnoli e portoghesi hanno imposto il Cattolicesimo in tutto il continente e sterminato delle popolazioni indigene. Il ceto sociale egemone è costituito dai creoli, discendenti dei coloni europei; numerosissimi sono anche gli indios, i pochi originari di quelle terre sopravvissuti alla conquista, e i neri, pronipoti degli schiavi deportati dall’Africa come manodopera gratuita da sfruttare nei campi e nelle miniere. Gli schiavi più fortunati sono usati per mansioni domestiche anziché per lavori pesanti, ma sempre di schiavi si tratta.

Durante i secoli XVII e XVIII, i Borbone hanno instaurato in Spagna un’economia imperiale di totale sfruttamento delle risorse minerarie e agricole americane, costringendo le colonie ad attuare la cosiddetta economía hacia afuera, ovvero una produzione tutta incentrata sulle esportazioni in funzione dei bisogni europei e soffocata dalle tasse che lascia pochissimo spazio ai consumi interni.

Tra i creoli, prevalentemente ricchi o comunque benestanti che amministrano le ricchezze per conto delle famiglie imperiali di Spagna e Portogallo, cresce il desiderio di una maggiore autonomia fiscale dalla madrepatria. Il momento migliore per realizzare tale desiderio si presenta quando Spagna e Portogallo sono in difficoltà a causa dell’invasione napoleonica, vale a dire rispettivamente nel 1807 e nel 1808.

A questo punto le storie dell’America Latina spagnola e di quella portoghese prendono strade diverse.

Il Re di Spagna viene fatto prigioniero dalla Francia napoleonica, lasciando quindi in America un vuoto politico: in assenza di una figura di riferimento che si ponga come garante formale dell’ordine costituito, gestire la situazione diventa impossibile. Ed è proprio di questo vuoto che si approfitta l’élite coloniale creola, la quale peraltro usa in chiave antispagnola e antifrancese quell’ideale di libertà economica e commerciale nato proprio dalla borghesia inglese e francese durante la Rivoluzione Atlantica. Alla notizia della prigionia del Re, le famiglie creole istituiscono delle Juntas (unità locali di autogoverno) che proclamano la sospensione dei doveri fiscali verso la Spagna. Quando il Congresso di Vienna riporta sul trono il legittimo sovrano, ormai i creoli non hanno nessuna intenzione di rinunciare alle libertà conquistate. Il Re cancella la Costituzione di Cadice e pretende di restaurare l’assolutismo anche nelle colonie. Ma sono le sue stesse truppe a ribellarsi, dando inizio ai moti europei del 1820.

Tra il 1820 e il 1824 si scatena la guerra anche oltreoceano: sotto la guida di Simón Bolívar a Nord (attuali Colombia, Venezuela, Ecuador e Perù) e a Sud di José de San Martín (attuali Cile e Argentina) e José Artigas (attuale Uruguay) tutto il continente ottiene l’indipendenza definitiva dalla Spagna. In questi eserciti a guida creola confluiscono anche numerose popolazioni indigene con la speranza (mai esaudita) di veder riconosciuti i propri diritti sulle loro ancestrali terre. A onor del vero va però detto che Bolívar e San Martín riescono solo in minima parte nei loro intenti: non bisogna dimenticare che il sogno dei due libertadores non è solo la cacciata degli spagnoli ma soprattutto l’unificazione dell’intera America meridionale in un unico grande Stato federale, cosa che non sarà mai realizzata.

FOTO 1. Monumento a Los Liberadores Simón Bolívar y José de San Martín, Guayaquil, Ecuador

La famiglia reale portoghese invece, fiutando l’imminente pericolo, aveva trasferito la sede governativa da Lisbona a Rio de Janeiro prima dell’invasione napoleonica, riconoscendo così l’importanza per l’impero delle terre d’oltreoceano (ovvero l’attuale Brasile) ed evitando la crescita dei sentimenti antieuropeisti in seno alle élite locali. Dopo la Restaurazione, la famiglia reale torna a Lisbona, lasciando a Rio un reggente per niente ostile alle rivendicazioni locali. Così il Brasile è l’unico Stato sudamericano a raggiungere l’indipendenza nel 1822 attraverso un processo indolore.

Foto 2. L’indipendenza degli Stati latinoamericani

Particolarmente conservatrici sono sempre state le élite messicane, legate non solo al latifondismo ma anche alla Chiesa cattolica e, non da ultimo, agli interessi degli Stati Uniti, a danno dei piccoli contadini e soprattutto degli Indios.

Negli stessi anni gli USA, costituiti da tredici Stati tra loro federati e indipendenti dalla Gran Bretagna già dal 1777, si stanno espandendo verso Ovest in zone considerate terra di nessuno. Dove per “nessuno” si intendono vari e numerosi popoli indigeni (i cosiddetti «pellerossa») con proprie usanze e ricche culture. Quando non con le armi, gli “indiani” sono stati decimati distruggendo il loro habitat secolare e facendo estinguere gli animali che costituivano la loro fonte di sostentamento primaria.

Dopo aver sostenuto militarmente l’indipendenza messicana dalla Spagna, il presidente statunitense James Monroe pronuncia un celebre discorso datato 1823 che sarà ricordato con il suo nome e che si può riassumere nello slogan «l’America agli americani». La particolarità della dottrina Monroe è che cambierà di significato nel corso del tempo: la stessa frase, che in un primo momento aveva una connotazione antimperialista volta a scacciare le potenze europee, diventerà nel Novecento il pretesto per permettere agli Stati Uniti di intervenire economicamente e militarmente sugli affari degli Stati latinoamericani con la scusa di tutelare i propri interessi, andando a violare proprio quel principio di autodeterminazione dei popoli di cui il presidente Monroe si faceva portavoce.

SCHEMA DI DATE




Scrittrici e premi letterari

Come è noto (e come confermano gli ultimi dati Istat) in Italia le lettrici sono più numerose dei lettori. Tuttavia non sembra che le donne siano così ben accette nell’ambiente della letteratura. Non è un’affermazione avventata: si fonda su quanto osservava un editore italiano, Luigi Spagnol (un addetto ai lavori, quindi, assai qualificato), in un articolo dal titolo “Maschilismo e letteratura. Cosa ci perdiamo noi uomini”, comparso nell’ottobre del 2016 in www.illibraio.it , articolo cui erano seguiti parecchi altri contributi, sullo stesso argomento, ad opera di Michela Murgia, Valeria Parrella, Giusi Marchetta e altre.

“Il mondo letterario e la società in generale – si chiede l’autore nell’articolo citato –  riconoscono alle opere scritte dalle donne la stessa importanza che viene riconosciuta a quelle scritte dagli uomini? Siamo altrettanto pronti, per esempio, a considerare una scrittrice o uno scrittore dei capiscuola, ad accettare che una donna possa avere la stessa influenza di un uomo sulla storia della letteratura?”

La risposta è no, e il numero insignificante di presenze femminili negli albi d’oro dei grandi premi letterari  – Nobel, Goncourt, Booker, Strega, Pulitzer –  dove le donne sono un quinto degli uomini, non fa che confermare questa intuizione.

La cosa strana, continua Spagnol, è che i numerosi libri scritti dalle donne hanno un gran successo di vendite, soprattutto all’estero, il che significa che le scrittrici sono più in sintonia con il pubblico, però non godono, nell’ambiente della critica letteraria e dell’editoria, della stessa considerazione dei loro colleghi maschi. La letteratura “alta” continua a essere dominata dagli uomini. Questa esclusione, conclude l’autore, può essere spiegata solo con il maschilismo perdurante nel mondo letterario, atteggiamento che mira a conservare i privilegi (potere, controllo, denaro, autostima) che gli uomini detengono da sempre e che rifiutano di spartire. Ma è un’operazione che ha un costo: la rinuncia ad arricchire il proprio orizzonte culturale con tutto un bagaglio di pensieri e sentimenti di cui le donne sono portatrici.

Si tratta di un articolo particolarmente significativo proprio perché scritto da un uomo. E da un uomo che non solo ha la lucidità di interrogarsi su un fenomeno che è sotto gli occhi di tutti e tutte senza essere riconosciuto, ma che si rende conto delle conseguenze negative  di questo stato di cose e ha il coraggio di dichiararlo.

E qual è la situazione in Italia? Quante donne hanno ottenuto il massimo riconoscimento nei premi letterari di casa nostra? Quante scrittrici hanno vinto lo Strega, il Viareggio, il Campiello? Quante sono state premiate al Bagutta, al Bancarella, al Calvino? Quando? E con quali opere?

Sarà l’oggetto di una ricerca i cui risultati compariranno su queste pagine prossimamente.




Point Eyes a Centocelle

La Libertà

È il potere del ribelle

Il sogno del prigioniero

Il brivido sulla pelle

La spada del guerriero

 

La meta del pirata

La strada del viandante

La penna del poeta

La terra del migrante

 

Le ali di farfalle

La danza di una donna

Il volo in una valle

La notte che ti inganna

 

Il colore del pittore

La voce del cantante

La nota al suonatore

La cosa più importante.

 

La poesia è stata scritta da Er Pinto, poeta anonimo del Trullo e illustrata da Mattia Yest Pisauro. Insieme formano il duo Point Eyes, nato appena un anno fa, nel mese di giugno.

Il loro obiettivo è quello di unire in unico elaborato artistico tre discipline: la poesia, l’illustrazione e la calligrafia.

Er Pinto ha iniziato il suo percorso di Street Poetry con il collettivo “Poeti der Trullo”, scrivendo dal 2010 le sue poesie sui muri della Capitale.

Yest, alias Mattia Pisauro, conta nella propria produzione l’illustrazione di copertine di

artisti che hanno fatto la storia dell’hip hop a Roma.

Nel novembre del 2017 sono stati invitati a partecipare all’iniziativa “Gau, Gallerie Urbane” proposto dal “Progetto Goldstein” di Roma. L’intenzione è quella di creare una galleria a cielo aperto su ispirazione del modello lisboeta di “GAU, Galeria de Arte Urbana”.

Il primo passo del progetto ha visto il coinvolgimento di una ventina di artisti dediti a dipingere quaranta campane verdi nel quartiere di Centocelle. In questo modo si attua la trasformazione di un elemento urbano da semplice raccoglitore di rifiuti in vetro ad opera d’arte.

La campana dipinta dal duo Point Eyes rappresenta tantissime farfalle colorate volare all’interno di una gabbia che però non ha porte, solo sbarre. Questo sta a simboleggiare come le costrizioni mentali siano una gabbia creata dall’essere umano, da cui si può uscire, acquisendone consapevolezza.

 

 

 




Attualità di “Violetta la timida” (terza parte)

Così la ex timida Violetta viene scelta come portavoce delle compagne e l’Autrice descrive una trasmissione della tv di quegli anni in cui i microfoni erano appesi al collo delle cosiddette “giraffe” piccole gru montate su un carrello guidato da un tecnico in camice bianco, che portavano il microfono sulle teste di chi doveva parlare. Su altri carrelli erano trasportate le ingombranti telecamere, il regista faceva accendere e spegnere le luci e tracciava cerchi a terra per indicare a ognuno il suo posto.

Il civile dibattito che vede impegnata da un lato Violetta e dall’altro i professori, moderato da un pedagogista, si conclude con la schiacciante vittoria dei professori stessi che con valide ragioni contestano tutte le obiezioni indicate dalle allieve di cui Violetta si fa portavoce. D’altra parte i ragionamenti sono inoppugnabili e la stessa ragazzina deve ammettere che gli insegnanti hanno pienamente ragione. Così vengono rapidamente smontate le obiezioni fatte dalle allieve.

Non sono troppi i compiti assegnati da svolgere a casa o durante le vacanze, ma il vero problema è la mancanza di metodo da parte delle allieve che tendono a rimandarli all’ultimo momento col risultato di sentirsi oppresse dalla mole dei compiti stessi.

Non è eccessiva la quantità di testi/poesie da mandare a memoria anzi essa in questo modo viene efficacemente esercitata per evitare che si atrofizzi come ogni facoltà non tenuta in esercizio. Del resto lo stesso Italo Calvino raccomandava: “Imparate delle poesie a memoria, molte poesie a memoria; da bambini, da giovani, anche da vecchi.  Le poesie fanno compagnia, uno se le ripete mentalmente e poi lo sviluppo della memoria è molto importante.”.[1]

Non sono i compiti dati per castigo a essere indice di un metodo antiquato per una scuola moderna ma è l’indisciplina delle scolaresche a essere un atteggiamento incompatibile con la presa di coscienza che si auspicherebbe fosse ormai raggiunta dai giovani i quali dovrebbero convenire che a scuola si va per imparare.

Quanto  al fatto che, per la loro giovane età non è giusto che gli studenti siano per tante ore costretti nei banchi e curvi sui libri, riconoscendo che non sempre viene tenuta in giusta considerazione la vivacità propria dell’età, i professori alla fine si impegnano a dare maggior libertà ai ragazzi quanto più dimostreranno di saper studiare razionalmente.

Da un punto di vista pedagogico e di trasmissione dei valori l’Autrice da un lato manifesta una grande modernità prevedendo la possibilità dei ragazzi di esprimere i loro pareri e far valere le loro ragioni ma dall’altro, attraverso un inoppugnabile ragionamento, li porta a convenire che gli insegnanti, e in altre situazioni educative, i genitori e in generale gli adulti con il loro bagaglio di esperienza hanno il ruolo di indirizzare e istruire i giovani pur tenendo conto delle loro necessità e legittime esigenze.

Pedagogia e psicanalisi

L’aspetto psicologico cui si inspira l’Autrice è messo bene in evidenza anche per quello che riguarda la questione, particolarmente di attualità in una classe tutta femminile, dell’abbigliamento e del trucco. Sarà compito dell’insegnante di matematica, la professoressa Cantoni, cercare di conciliare il risvegliarsi dell’istinto femminile di voler essere belle e desiderabili delle sue giovani allieve e l’atteggiamento di genitori e insegnanti in generale che disapprovano queste tendenze.

La classica risposta “non è ancora l’età per queste cose non può essere considerata soddisfacente, troppo debole“ in rapporto alla forza della vanità, del desiderio di apparire che sorge in voi”. D’altra parte le proibizioni degli adulti hanno una loro ragion d’essere ma l’errore è di volerle imporre e di non volerle spiegare. Con fine dialettica la giovane insegnante che si rifà come lei stessa sostiene, a quelle conoscenze di psicologia ormai indispensabili per un buon rapporto con le giovani generazioni, definisce “L’adolescenza un’età che non è più infanzia e non è ancora giovinezza”. Un’età da rispettare senza voler né indulgere negli istinti dell’infanzia né anticipare quelli della giovinezza. Un’età di attesa, una primavera della vita una breve età in cui si è belle senza alcun ornamento, un’età invidiabile di naturale eleganza e agilità. Per bocca della docente parla la stessa Autrice che attraverso questo personaggio esprime le sue personali opinioni dettate da un sano buonsenso e da saldi principi morali espressi in modo analogo in altri suoi romanzi quasi tutti imperniati su personaggi di giovinette che si trovano a vivere le contraddizioni e gli entusiasmi di quell’età definita “terra di nessuno” che è l’adolescenza.

Consigli e suggerimenti

In pratica qual è il metodo segreto perché Violetta, Terenzio e i tanti timidi, disseminati nel romanzo riescano a superare le loro paure e a diventare sicuri di sé recuperando l’autostima che tante circostanze ed anche tanti atteggiamenti di critica da parte degli altri avevano contribuito a distruggere? Semplicemente, come dice la Signora A, affrontare ogni situazione che intimorisca o faccia soggezione, affrontare le proprie paure, imporsi di fare esattamente quello che si teme di fare. Che si tratti di chiedere all’insegnante di matematica di spiegar più lentamente le lezioni, di ottenere il permesso di invitare le amiche a casa per una festicciola, farsi portavoce delle compagne nell’incontro studenti- professori, o affrontare il primo servizio giornalistico intervistando alcune compagne e compagni di scuola l’importante è non tirarsi indietro, mai.

In questo modo la ex-timida Violetta si prepara a un futuro di giovane donna consapevole delle proprie capacità e pronta ad affrontare quello che la vita vorrà riservarle.

Conclusioni

Il personaggio di Violetta, che ha conquistato negli anni Sessanta un’intera generazione di adolescenti timide, ha mantenuto intatta la sua attualità.

Nonostante siano mutati i tempi e gli scenari in cui si svolgono le vite dei giovani di adesso, alcuni atteggiamenti dell’essere umano sono sempre uguali e sempre lo saranno. La timidezza, la mancanza di autostima si riscontrano anche nelle generazioni del XXI secolo malgrado comportamenti più o meno aggressivi per cercare di mascherarli.

Il rimedio, che consiste nel vincere la timidezza imponendosi di fare le cose che si teme di dover fare, è qualcosa di cui l’Autrice parla per esperienza personale se pensiamo che lei stessa, poco più che adolescente (aveva sedici anni) affrontò un viaggio a Milano e la difficoltà di chiedere e ottenere un colloquio con il direttore del Corriere della Sera Luigi Albertini per sottoporgli una sua novella sorretta dalla determinazione che le veniva dal desiderio di realizzare il suo sogno di diventare giornalista e scrittrice.

Una lettura attenta della biografia di Giana Anguissola dei suoi numerosi racconti, novelle e romanzi sia per adulti che per ragazzi, dei molti articoli pubblicati su vari giornali dell’epoca, dalla Domenica del Corriere a Libertà ecc. ci fanno capire in che ricco panorama di esperienze personali, conoscenze culturali, si siano maturate le sue profonde convinzioni e siano scaturiti i suoi insegnamenti validi per tutte le stagioni.

E sono le avventure di Violetta, ma anche delle varie Priscilla, Giulietta, Marilù, Pierpaola, Giana, eroine di tanti romanzi, che testimoniano la volontà dell’Autrice, attraverso quella che si può considerare la vita normale di normalissime ragazzine di varia estrazione sociale, di dare delle linee guida di comportamento che possano aiutare nella delicata fase della crescita le giovani protagoniste e, attraverso di loro, le giovani lettrici.

Un intento e una volontà che, a distanza di oltre sessant’anni dalla morte della scrittrice piacentina, e con tutti i cambiamenti che si sono verificati nella Società, mantiene ancora una sua intramontabile attualità.

 

 

[1] In un’intervista nel libro di Alberto Sinigaglia Vent’anni al Duemila Eri, Torino, 1982.




La nonna di Emiliano

Denotare il romanzo L’ospite di Lalla Romano, uscito nel 1973, come la vicenda dei giorni che il nipote neonato della scrittrice trascorre presso di lei, mentre i genitori sono in viaggio in Nepal, significa indurre immediatamente all’incomprensione di questo scritto breve e densissimo. Ben presto, infatti, la nonna, che ha accolto, con terrore e insieme con desiderio, la notizia dell’arrivo del piccolo Emiliano, ci dice esplicitamente che la lunga, eppure troppo breve, visita del bambino è in realtà l’epifania di un dio, dopo la quale le vite di coloro che lo hanno accolto non saranno più le stesse.

Malgrado il piccolo ospite sia figlio di Piero, il rapporto con lui per la nonna non è proiezione, tentativo di recupero, dell’amore, più antico e fallito, con Piero, la cui dinamica di sistematica frustrazione ed elusione dell’amore materno è narrata, dalle origini e fino alla prima maturità del figlio, nel romanzo Le parole tra noi leggére, ed è confermata ne L’ospite, immediatamente successivo. Già prima che Emiliano arrivi come ospite, appena nasce, la nonna sente che la sua esaltazione, la sua gratitudine sono dovute al fatto che Emiliano è Emiliano, lui stesso amato per sé stesso.

L’arrivo del neonato, più che quella degli altri abitanti della casa, il nonno Innocenzo, attento, sensibile e pensoso, la perspicace cameriera Rachele, sconvolge la vita della nonna. Durante la sua permanenza di quaranta giorni, “una quaresima”, Lalla non legge più, non scrive più, la sua scrivania di lavoro, ingombra di carte e pile di libri ormai inutili, è occupata da camomilla, acqua, pappa. Ma, nel suo nuovo ruolo di accudimento, l’intellettuale spodestata misura la propria goffaggine nelle faccende materiali e vive smacchi affettivi dolorosi, sconta, in realtà, un suo peccato originale verso il giovane dio: il calcolo di riservare a sé il ruolo di nutrirlo la notte per essere riconosciuta da lui e amata. Per orgoglio, non solo trascura il momento umile della preparazione della pappa, che induce per più giorni un errore nell’approntamento dei biberon, ma, sconfitta ben più dolorosa, il ruolo che si è ritagliata le sembra porti il bambino a vedere in lei soltanto la nutritrice, mentre la sua scelta affettiva, di rapporto, ricade piuttosto su Innocenzo e Rachele. Lalla accetta la dura punizione, che ritiene di aver meritato per il suo calcolo “criminoso”. Ma ben presto avviene una svolta: ella inizia “a fare”, per garantire cure umili e necessarie al bambino. Con estrema attenzione, senza mai entrare in automatismi, prepara pappe, frulla, passa.

Emiliano è un dio bellissimo, senza particolari graziosi o leziosi, è pieno di maestà e dignità, “un Mantegna”, è pure sereno e ineffabile come un Buddha, ride come un dio antropomorfo, ma, ancora, è divinità ancestrale, polimorfica: chiocciola, tartaruga, cetonia, marmotta, canta come un gallo e come un usignolo, sta teso in ascolto come un cane, a volte ha un piccolo ghigno di gatto, i suoi ditini scompigliano l’acqua come le ombrelle delle ortensie. Emiliano è un dio benigno, un salvatore. I nonni rincasano col bambino dopo una passeggiata. Lalla esce per prima dall’ascensore sullo stretto pianerottolo e nel muoversi col passeggino mette un piede nel vuoto, È di spalle alla ringhiera, tuttavia, riesce ad afferrarla e, mentre comprende di essere salva, vede alti sopra di sé il marito con il bambino in braccio. L’impressione che ne riceve è che siano stati loro, l’uomo col Bambino raggiante, a salvarla.

In uno tra i numerosi flash back del romanzo, ci vengono mostrati l’amore assoluto e la felice confidenza fisica tra il bambino e la propria madre. È innanzitutto per lei, Marlène, che l’amore della nonna paterna patisce una gelosia tormentosa, quella che Pasolini descrisse così acutamente in una tempestiva recensione del romanzo, forse la più nota.

La nonna, nella sua attenzione spasmodica sull’”essere più amato”, nota che Emiliano per strada è attratto dalle ragazze “bionde dai capelli sciolti a ciocche diseguali”, le osserva assorto e lei, con gioia insieme e pena, comprende che gli ricordano Marlène. Anche stavolta la gelosia di Lalla è priva di recriminazione e amarezza, è subito rassegnata, finanche lieta e grata, umile, come improntato all’umiltà, alla reverenza, alla gratitudine e alla consolazione è tutto il suo rapporto col bambino, carattere questo di cui ella ha consapevolezza fino a scrivere: “Mi domando se non avessi il<<complesso della schiava>>. E quand’anche?”.

Ma arriva fin troppo presto il momento in cui torna colei che Emiliano ama sopra tutti, cui appartiene totalmente e che totalmente gli appartiene. Con straordinaria grazia e naturalezza la coppia si riunisce. “Emiliano si volse a sua madre, ma come per scherzo. Lei non lo abbracciò né lo toccò. Lui si sporse verso di lei, che lo prese, poi si rivolse a Rachele, e tornò con lei; ma subito dopo tornò a voltarsi a Marlène. Così rimase con lei.”

Alla fine dell’estate successiva, Emiliano, che ha quasi due anni, torna nella casa dei nonni. Appare subito evidente che la riconosce, ne cerca pensoso e intento gli angoli già noti e praticati, ma non è più un dio, adesso, “Ora è soltanto umano. Prevale sempre la gioia in lui, ma non è più olimpica.”. È la saggia Rachele che, testimone della nuova esplorazione, come lo era stata della visita dell’anno precedente, suggella la fine irrecuperabile di un tempo favoloso con parole solenni: “- Emiliano, – disse, – si ricorda della sua giovinezza.”      




Leo Lionni

«Due cinque e un dieci – una piccola simmetria all’interno dell’infinità di numeri. Due cinque: le mie mani. Dieci: le mie dita. Avrei fatto cose.»

Con queste parole, Leo Lionni apre la sua autobiografia, un viaggio tra i ricordi di una vita lunga e piena, dislocata in luoghi e campi d’azione diversi. Il titolo stesso, Tra i miei mondi, ne è testimonianza: nato in Olanda nel 1910, vivrà in Belgio, Italia, Stati Uniti e di nuovo in Italia, dove morirà nel 1999, senza contare i numerosi viaggi in giro per il mondo, che fossero per studio, lavoro o per la sua rinomata curiosità.

Fin da giovane si avvicina all’arte in ogni sua forma, dalla pittura alla scultura, dal design alla grafica pubblicitaria, fino al libro per l’infanzia. Così sperimenta l’unione di immagini e parole, la potenza comunicativa che il linguaggio visivo può avere attraverso significati suggeriti da quello verbale.

I suoi libri, infatti, propongono storie apparentemente di poco conto, ma che celano temi fondamentali per la crescita, concludendosi con un’importante presa di coscienza da parte dei personaggi e dei piccoli lettori.

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C’è Pezzettino, che cerca qualcosa di cui pensa di essere il pezzo mancante, per poi scoprire di essere sé stesso, fatto di tante parti.

Il topolino Federico (in copertina), che raccoglie i raggi del sole, le parole e i colori dell’estate, provviste speciali per allietare le grigie serate invernali.

Le lettere di un Albero Alfabeto, che si uniscono insieme scoprendo la forza delle parole per dire qualcosa di importante.

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E poi Piccolo blu e piccolo giallo, il suo primo e forse più noto libro. Si parla di un lavoro piuttosto radicale, definito talvolta anti-libro, che ha stravolto il modo di fare letteratura per l’infanzia, sia per la potenza del messaggio (di amicizia, ricchezza della diversità, evoluzione attraverso l’altro) sia per il modo in cui viene trasmesso. L’autore gioca con le posizioni delle due macchioline protagoniste per suggerire la narrazione e gli stati d’animo: immagine e parola diventano l’una indispensabile all’altra, capaci insieme di fornire a chi legge e osserva le tensioni e le suggestioni narrative, affettive, morali che permettono di accogliere in sé la storia e modificare le proprie certezze.

L’opera di Lionni apre a nuovi mondi possibili che parlano a bambine e bambini mai da una prospettiva infantile, ma come un adulta/o che dà l’esempio, per agire e vedere in modo differente. Essa, però, si rivolge anche a lettori e lettrici mature, colpendole come una rivelazione. Il valore della pace, dell’amicizia, della diversità, della solidarietà, del fare del bene, della poesia e della meraviglia sono messaggi di un’intensità etica disarmante, trasmessi con una leggerezza profonda in cui Lionni è maestro. Un lavoro estremamente concettuale, una celebrazione dell’umanità, un inno alla gioia che tornano a essere fondamentali, ancora di più oggi, e arrivano ai “grandi” come un appello: cercare di essere tali, per davvero e sempre, e insieme coltivare e abbracciare quella preziosa diversità, diventando (come una macchia blu che abbraccia una gialla) un po’ verdi.

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La musica di Hildegard von Bingen

Hildegard von Bingen, Santa Ildegarda di Bingen nacque nel 1098 a Bermersheim, fu monaca benedettina, mistica e profetessa, ma anche cosmologa, guaritrice, linguista, naturalista, filosofa e probabilmente la prima donna musicista e compositrice nella storia cristiana.

La musica è il corpo e l’anima dell’uomo, un’allegoria dinamica, scrive nel cuore del Medioevo l’ottantenne Ildegarda di Bingen, la quale racconta di comporre canzoni e melodie in onore di Dio e dei Santi senza aver ricevuto alcun insegnamento:

“E dato che a volte, ascoltando una melodia, un essere umano spesso sospira, e geme, circondandosi della natura dell’armonia celeste, il profeta Davide, considerando sottilmente la profonda natura dello spirito, e sapendo che l’anima dell’uomo è sinfonica (Symphonialis), ci esorta nel suo salmo a proclamare il Signore sul liuto e a suonare per lui sulla cetra a dieci corde: egli desidera riferire il liuto, che suona più basso, al controllo del corpo; la cetra, che suona più alto, all’intenzione dello spirito; le dieci corde, al compimento della Legge”.

Passi scritti da mani decise, tratti da una lettera della Bingen in risposta all’interdizione dell’Arcivescovo di Magonza di eseguire la musica nel monastero. Ildegarda aveva appena scritto la Sinfonia dell’armonia delle rivelazioni celesti frutto e fonte della personale concezione filosofica della musica. La musica non è solo musica mundana, ma strumento, espressione e comprensione della storia, un modus grazie al quale gli uomini possono ancora incarnare la divina beltà sulla terra. L’anima umana è sinfonica, e ogni sinfonia di voci e strumenti sulla terra, che sia diretta verso il cielo, è un modo per reintegrarsi, per ridare nuovamente vita alla perduta condizione paradisiaca dell’uomo. La Symphonia è materiale e immateriale perché le voci sono umane e gli strumenti costruiti e suonati da uomini terrestri, non solo da angeli. La musica terrena viene dalla terra, tuttavia non è legata alla terra, per questo il musicista e chi ascolta la musica sopravvivrà.

Queste parole non ebbero successo con i prelati che non ritirarono l’interdetto, solo sei mesi prima che Ildegarda morisse, l’Arcivescovo di Magonza decise di ritirare il bando.

Ildegarda intrattiene fitti rapporti epistolari con Papi e Re, dei quali assurge a consigliera spirituale; ma attende l’età adulta per intraprendere le scritture di opere musicali, di trattati religiosi, filosofici, per dissertare di medicina e di botanica.

Ildegarda nasce in una famiglia nobile, ultima di dieci figli e già in tenera età ricorda di aver avuto le prime visioni accompagnate a malattie fisiche fortemente debilitanti e che avrebbero contrassegnato tutta la sua esistenza.

La musica, secondo Ildeagrda, ricrea sulla terra l’armonia perduta e prefigura quella della fine dei tempi. La musica, nella cultura medievale, era una delle arti liberali perché “liberava l’anima dai vincoli stretti del corpo” e apparteneva al gruppo delle scienze matematiche come l’astronomia e la geometria.

Mentre si dedicava alla storia naturale e alla medicina compose settanta canti, che insieme al suo dramma musicato, Ordo Virtutum formarono la Symphonia, definita dai posteriori come la prima morality play tramandataci. Ildegarda sviluppò idee avanzate sulla musica, proponendo la musica strumentale come parte integrante del canto umano, che per gli antichi padri era l’unica musica legittima e soprattutto componeva pensando alle voci femminili, non esclusivamente per le voci bianche.

La linea melodica delle sue opere è unica, tipica del Canto Gregoriano, ma la sua originalità è caratterizzata dal ritmo irregolare, con un’enfasi non convenzionale, combinando testo e musica con risultati di grande effetto.

In uno dei suoi Lieder Inno alla Forza della Vita, narra il senso e il vissuto della musica, sapere e sentire sintetico, “luogo” dove l’armonia tra anima e corpo si esprime al massimo livello:

 

“O viriditas nobilissima. che hai radici nel sole,

e in candida serenità riluci

nella ruota,

che nessuna altezza terrena contiene,

tu sei circondata dall’amplesso dei divini misteri.

Risplendi come la rossa aurora

 e ardi come la fiamma del sole”.

 

Papa Giovanni Paolo II definì Ildegarda la “profetessa della Germania”, la donna “che non esitò a uscire dal convento per incontrare, intrepida interlocutrice, vescovi, autorità civili, e lo stesso imperatore (Federico Barbarossa)”. E al genio di Ildegarda fece ancora cenno nell’enciclica sulla dignità femminile Mulieris Dignitatem. Nel 2012 papa Benedetto XVI proclama santa Ildegarda di Bingen Dottore della Chiesa Universale.

A settembre del 2017, Cristina Borgogni, autrice e attrice teatrale, ha portato il suo spettacolo “Ildegarda. La Sibilla Renana” nel Duomo di Firenze, all’interno della rassegna di musica sacra O flos colende.

Speriamo di poter ascoltare sempre più spesso dal vivo la musica di Ildegarda: protettrice delle battaglie.  

 

Possibili consigli per l’ascolto musicale:

https://www.youtube.com/watch?v=hvfc9BYkXWw

https://www.youtube.com/watch?v=Ei88J4lERbk&t=252s

 

 

 

 




I moti del 1820

A soli cinque anni di distanza dal Congresso di Vienna la stabilità inizia a scricchiolare.

La prima rivolta nasce nelle periferie d’Europa.

Gli anni Dieci dell’Ottocento avevano visto sorgere e rafforzarsi un notevole fermento politico e sociale in America Latina che porterà numerose colonie spagnole e portoghesi a ottenere l’indipendenza, privando la madrepatria di gran parte delle entrate che derivavano dalle miniere e dai latifondi sudamericani. Inoltre, la Spagna è stata il Paese più duramente colpito dalla Restaurazione. Contagiati dai fatti d’oltreoceano, i primi a insorgere sono i soldati che stavano per imbarcarsi a Cadice per andare a reprimere i tentativi di liberazione latinoamericani. E la loro ribellione incontra subito l’appoggio popolare. Il Re è costretto a ripristinare la Costituzione di Cadice del 1812, carta di tendenze liberali (in copertina: Dia 10 de marzo de 1820 en Cadiz, Puerta de Tierra).

La notizia fa il giro d’Europa in fretta.

Un’altra rivolta scoppia in Portogallo, dove il Re concede una Costituzione simile a quella di Cadice. La popolazione insorge anche in Piemonte e a Napoli: il Re Vittorio Emanuele I di Savoia abdica e il successore Carlo Alberto concede anche lui una Costituzione, una legge inviolabile che sancisca diritti e doveri dei sudditi e del sovrano, limitando di fatto il potere di quest’ultimo.

Con grande fatica gli eserciti restauratori ripristinano l’ordine. Con una brutale repressione, la Francia interviene in Spagna, l’Austria in Italia e l’Inghilterra in Portogallo. Ma ormai è chiaro che la pace di Vienna è sotto scacco.

L’altra periferia d’Europa che insorge è la Grecia, stavolta per liberarsi dell’Impero Ottomano, unico Stato islamico. Già nel 1815 la Serbia aveva ottenuto l’indipendenza con l’appoggio russo, e anche in questo caso la Russia aiuta la Grecia, insieme a tutta la Quadruplice Alleanza.

La spiegazione di questo fatto si trova in due motivi fondamentali: il primo è che una potenza islamica in Europa non piace affatto agli imperi cristiani e ogni pezzo di terra che le viene sottratto toglie peso a tale preoccupazione, il secondo è che la Russia ortodossa punta all’egemonia su tutti i Paesi slavi e su tutti i popoli di cultura cristiana ma non cattolica (ovviamente fatta eccezione per l’Inghilterra), quindi sull’intera area balcanica.

In cambio di accettare l’imposizione di un Re austriaco, le potenze europee aiutano la lotta per l’indipendenza greca, che viene ottenuta nel 1823.

I moti ottocenteschi vedono nascere in Europa società segrete di idee liberali e democratiche avanzate, vietate e represse dai rispettivi governi per le loro finalità insurrezionali. La più nota di queste è la Carboneria, così chiamata perché i suoi membri agiscono camuffati da venditori di carbone. Le donne legate a questa società sono invece dette giardiniere. La storiografia ufficiale da un lato ha cancellato del tutto la partecipazione femminile ai moti e dall’altro ha raccontato quella maschile solo in chiave nazionalistica e patriottica, non menzionando il carattere rivoluzionario di tali organizzazioni.

Schema di date




COLAZIONE CON ELSA MORANTE

Se c’è un quartiere di Roma in cui ancora sopravvive la veracità romana, quello è Testaccio.
Nonostante i locali, i negozi e la vita notturna, addentrandomi per le vie del rione mi sono sempre sentita sospesa in una realtà parallela fuori dal tempo.
C’è un bar sulla piazza, con qualche tavolino all’esterno che dà su Santa Maria Liberatrice, di fronte ai giardini. È lì davanti che aspetto Elsa Morante1. Questa volta sono in anticipo.

– Scusa il ritardo, ‘sta città più passa il tempo, più è trafficata.
– Si figuri, anzi, grazie di aver accettato di incontrarmi.
– Cappuccino e cornetto, come da tradizione?

Ho già fatto colazione, ma un cornetto con la Morante è impossibile da rifiutare.

– Amo moltissimo i suoi romanzi, “L’isola di Arturo” è stato un grande compagno di viaggio nella mia adolescenza. Da cosa ha tratto ispirazione per raccontare l’età di transizione?
– Mi ricordo che da piccola, quando accompagnavo mio padre Augusto a lavorare nell’istituto di correzione, rimanevo ammaliata da questo mondo in cui i ragazzi vivevano in una situazione di collettività, di perenne gioco e confronto. Non era un luogo particolarmente felice, ma ai miei occhi sembrava meraviglioso e stimolava moltissimo la mia creatività.
Arturo, come tutti gli adolescenti, è prigioniero di un metamorfismo incontrollabile. Man mano che cresce, crollano tutte le sue certezze, riemergono ferite e lutti del passato, si frantuma l’immagine idealizzata che aveva di suo padre.
Crollano i miti e fioriscono le insicurezze. Sono le tipicità di quella che hai giustamente definito età di transizione, in cui ci si prepara per lanciarsi nel mondo degli adulti. È un limbo, per alcuni infernale, ma fuori dal quale “non v’è Eliso”, come ho scritto nella dedica del romanzo.

– Ascoltando le sue parole non posso far a meno di cogliere dei riferimenti alla sua storia personale.
– Questo è chiaro, i dolori di Arturo sono in parte stati anche i miei. C’è molto di me in quel libro.
– Allora perché ha dato voce a un ragazzo e non a una ragazza?
– Non ti nascondo che in fondo in fondo avrei sempre voluto essere un uomo.
Mi è mancata molto quella dimensione giocosa e infantile che si è sempre presentata davanti ai miei occhi come un privilegio riservato al genere maschile.

– Altra grande protagonista, oltre ai ragazzi, è la figura materna, non trova?
– Assolutamente sì. Ho posto al centro di moltissimi dei miei romanzi il legame madre-figlio.
L’universo femminile nei miei libri è fondamentalmente spaccato a metà, tra l’affermazione, a volte sofferta, della propria maternità e la tensione verso l’amore e la passione. Questi ultimi sono intrappolati però in un momento di sogno, destinato a infrangersi nella dura realtà. Ida, protagonista de “La storia”, ne è forse l’esempio più calzante.
– Anche per lei l’amore e la passione hanno sofferto nello scontro con la realtà?
– Io ho amato senza mezzi termini, tutte le volte. Lo saprai… La mia vita privata è, mio malgrado, sulla pubblica piazza. Delusione dopo delusione, sono arrivata a covare dentro di me una profonda infelicità; ma preferirei non parlarne, se non ti dispiace.

Per la prima volta dall’inizio del nostro incontro stacco gli occhi dai miei appunti e incrocio il suo sguardo. Vale più di mille parole: le leggo dentro una vitalità bruciante che fa la lotta con una selvatica, autodistruttiva insofferenza. Ho davanti Arturo.

1 Elsa Morante è nata a Roma nel 1912. È stata una delle principali letterate italiane del dopoguerra, donando al mondo capolavori come “L’isola di Arturo” e “La Storia”.
Fu la prima donna a vincere il Premio Strega, nel 1957, consacrandosi come una delle più importanti narratrici di tutti i tempi.
Dopo un lungo periodo di infermità, tentò il suicidio nel 1983. Morì nel 1985, in una clinica romana.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 




Attualità di “Violetta la timida” (seconda parte)

Gli stessi principi pedagogici li ritroviamo applicati dalla giovane insegnante di matematica, la signorina Cantoni, che non è per i metodi disciplinari coercitivi, che ritiene superati, ma per l’attenzione spontanea che fa dell’insegnane un’amica e non uno spauracchio. Anzi, a suo dire  il linguaggio delle nuove insegnanti è che «il sapere deve tener conto della sensibilità della materia che lo deve assorbire. Gli allievi non sono macchine ma creature umane differenti l’una dall’altra e non bisogna mai dimenticarsene.»[1] Inutile dire che un metodo del genere, un approccio di tale sensibilità soprattutto nei confronti delle più deboli in matematica, da presto i suoi frutti. L’atavica paura, il diffuso pregiudizio che chi va bene nelle materie letterarie abbia  “l’idiosincrasia” per i numeri sono rapidamente superati;  le allieve si avviano a trarre profitto da lezioni che prima seguivano con noia e grande fatica in un’atmosfera di reciproca collaborazione perché, come sostiene la stessa insegnante «Non è con le più brave che deve tenere il ritmo, il passo una classe ma con le più deboli …. Le altre dovranno aiutarle al fine di recuperarle per marciare quindi tutte  assieme verso un buon risultato finale.»[2]

Concezione della scuola

Altro argomento di grande attualità presente nel romanzo è la concezione della scuola vista come “elemento importantissimo per la formazione morale ed intellettuale dei giovani” che «non può rimanere sempre la stessa ma deve rinnovarsi e progredire col mutare e progredir dei tempi

Teniamo presente che il romanzo è ambientato negli anni ’Sessanta, quando era fondamentale il concetto di disciplina e di autorità (per non dire autoritarismo). Un’epoca in cui c’era una rigida divisione tra classi maschili e femminili (spesso con ingressi e palestre separate tra ragazzi e ragazze), dove si puntava moltissimo ad esercitare la memoria e ci si basava prevalentemente sul nozionismo, ove i programmi erano ancora quelli della Riforma Gentile  del 1923[3].  La riforma, che porta il nome del filosofo neoidealista Giovanni Gentile che la elaborò in collaborazione con il pedagogista e filosofo Giuseppe Lombardo Radice, era rimasta in vigore fino al 31 dicembre 1962. In quella data il Parlamento abolì la scuola di avviamento professionale istituendo la cosiddetta Scuola Media Unificata.  Da allora si susseguirono una serie di riforme che hanno preso il nome dai vari Ministri della Pubblica Istruzione che le promulgarono. Queste riforme hanno operato modifiche sulla durata del percorso scolastico, hanno portato alla liberalizzazione degli accessi alle varie Facoltà Universitarie (prima solo il diploma di Liceo Classico consentiva l’iscrizione a tutte le Facoltà mentre con il diploma di Liceo Scientifico si poteva accedere solo alle Facoltà Scientifiche),  all’abolizione  dell’insegnamento della lingua latina nella scuola dell’obbligo, alla condanna della selezione classista, evidenziata da Don Milani nella sua Lettera ad una Professoressa del 1967, alla presenza nella vita della scuola di rappresentanze dei genitori, del personale ATA e degli studenti, ad un rinnovamento dei  cicli scolastici e della durata degli stessi, ad una modifica relativamente allo  svolgimento degli esami di maturità, fino ad arrivare alla Riforma cosiddetta della Buona Scuola del 2015 in cui si è voluta mettere al centro l’autonomia scolastica, e auspicare  una più ricca offerta formativa che privilegi materie quali Musica, Arte, Lingue, Competenze digitali ed economiche e coinvolga l’intera comunità scolastica .

Le successive trasformazioni in campo scolastico attuate dalle riforme che si susseguirono erano impensabili all’epoca del romanzo eppure l’Autrice, precorrendo i tempi,  immagina che , per arrivare ad una scuola che “ ….risponda man mano alle esigenze delle nuove generazioni a cui si rivolge:” si organizzi in Televisione un incontro fra professori e studenti in cui , in un talk show ante litteram, gli studenti espongano le loro critiche al metodo scolastico sottolineando  quello che approvano della scuola e quello che criticano e gli insegnanti rispondano  durante un’amichevole discussione nel corso della quale si possano sentire le ragioni degli uni e degli altri.

L’Autrice conosceva bene il mezzo televisivo che considerava, come anche la Radio, un nuovo ed importantissimo mezzo di comunicazione in grado di raggiungere un grande pubblico e di cui si dovevano sfruttare le potenzialità.

In radio aveva partecipato a varie tavole rotonde su svariati argomenti relativi all’educazione ed alla crescita dei giovani ed in televisione era stata la sceneggiatrice del primo romanzo a puntate trasmesso dalla tv dei Ragazzi al suo esordio nel 1954 ed intitolato Il Diario di Giulietta.

 

[1][1][1] G. Anguissola, Violetta la timida, Mursia, Milano, 1963p. 154

[2] Ivi, p. 150

[3] La riforma, che porta il nome del filosofo neoidealista Giovanni Gentile che la elaborò in collaborazione con il pedagogista e filosofo Giuseppe Lombardo Radice, era rimasta in vigore fino al 31 dicembre 1962. In quella data il Parlamento abolì la scuola di avviamento professionale istituendo la cosiddetta Scuola Media Unificata.  Da allora si susseguirono una serie di riforme che hanno preso il nome dai vari Ministri della Pubblica Istruzione che le promulgarono. Queste riforme hanno operato modifiche sulla durata del percorso scolastico, hanno portato alla liberalizzazione degli accessi alle varie Facoltà Universitarie (prima solo il diploma di Liceo Classico consentiva l’iscrizione a tutte le Facoltà mentre con il diploma di Liceo Scientifico si poteva accedere solo alle Facoltà Scientifiche),  all’abolizione  dell’insegnamento della lingua latina nella scuola dell’obbligo, alla condanna della selezione classista, evidenziata da Don Milani nella sua Lettera ad una Professoressa del 1967, alla presenza nella vita della scuola di rappresentanze dei genitori, del personale ATA e degli studenti, ad un rinnovamento dei  cicli scolastici e della durata degli stessi, ad una modifica relativamente allo  svolgimento degli esami di maturità, fino ad arrivare alla Riforma cosiddetta della Buona Scuola del 2015 in cui si è voluta mettere al centro l’autonomia scolastica e auspicare  una più ricca offerta formativa che privilegi materie quali Musica, Arte, Lingue, Competenze digitali ed economiche e coinvolga l’intera comunità scolastica.