La lezione di Ripellino. Un poeta in cattedra

Di Giusy Sammartino

(Palermo 4 dicembre 1923 -Roma 21 aprile 1978)

A quaranta anni dalla morte

I poeti, non quelli che scrivono in versi, ma quelli che vivono la vita da poeti, credi di incontrarli solo dentro una fiaba, vestiti di uno scuro mantello colore del cielo notturno. Oppure, chissà, forse anche girovaghi, al seguito di qualche compagnia di teatranti. E invece un giorno ti capita di incontrarne uno sul serio, di essere stata alunna di Angelo Maria Ripellino, di averne ascoltato le lezioni, di essere interrogata da lui agli esami. Allora capisci che i sogni si possono avverare e che quel poeta è lo stesso incrociato proprio in un suo libro, il protagonista di uno dei più malinconici racconti di Storie del bosco boemo.

Ala fortuna della conoscenza accademica si è aggiunta poi per me quella di aver incontrato anche una parte della vita privata, quando, per scrivere un articolo, in occasione dei cinque anni dalla sua morte, sono stata nella sua casa di via Angela Merici, a un passo da piazza Bologna, dietro la sopraelevata, non lontano dalla “Sapienza” dove lui ha insegnato succedendo a un altro insigne slavista, Ettore Lo Gatto, del quale Ripellino teneva sul tavolo rispettosamente la fotografia incorniciata.

Incontrando la moglie Ela Hlochova (morta anche lei, circa otto anni fa, grande compagna di traduzioni, oltre che di vita, da tanti poeti boemi), durante un piacevolissimo pomeriggio a parlare di ricordi ho visto la sua enorme leggendaria libreria, i quadri dei suoi grandissimi amici pittori e, infine, ho avuto il regalo più bello, sognato da sempre, di vedere il manoscritto di Praga magica, uno dei suoi libri più noti e più amati, una sorta di guida turistico-intellettuale per una città piena di mistero e di storie. Un manoscritto voluminoso, rigorosamente vergato a pennarello verde, scritto con quella sua caratteristica grafia chiarissima e grande che eravamo abituati a vedere a lezione.

Dai racconti di Ela Ripellino ho trovato quello che già immaginavo. Ho rivissuto le volte che da studentessa ho visitato Praga attraverso le pagine della sua magia. Tutte le volte che ho conosciuto poeti e pittori grazie alle sue storie letterarie o ho incontrato registi e attori (la Kommisarzevskaja) nei teatri di Mosca e di Praga che allora potevo solo immaginare!

Come tutti i poeti Ripellino aveva un dono, quello di trascinare, di coinvolgere con la passione del vivere “forte”, in prima persona. I suoi corsi monografici (che nostalgia dell’università di allora!) erano una corsa giullaresca e vivace tra le righe dei poeti, siano essi Puskin, Pasternak, Mal’destam o Majakovskij. Tutti li sapeva straordinariamente a memoria. Me li ha fatti amare attraverso i mille richiami all’arte, alla vita reale (indimenticabile la proposta di una tesi sulla presenza delle insegne di negozi nella letteratura russa) e persino alla scienza, sempre a tutto tondo, sempre con rigore. Ricordo la sua ultima venuta in facoltà, all’istituto di slavistica, al primo piano di Lettere e Filosofia. Era sempre ad aprile, pochi giorni prima della sua morte, quasi a richiamare ancora i versi di Majakovskij: “Io e il mio cuore non siamo vissuti neppure una volta fino a maggio/ e della mia vita passata c’è solo il centesimo aprile” (La nuvola in calzoni).

Ci ha riuniti (dovrei dire riunite per la squisita femminilizzazione della partecipazione ai suoi corsi e agli studi di slavistica) e ci ha “letto” a memoria alcuni versi del suo amico Boris Leonidovic Pasternak che chiamava, commosso, con nome e patronimico. Aveva portato i versi del poeta russo in Italia, era andato, in compagnia del poeta Evtusenko, a trovarlo nella sua dacia di Peredelkino ridendo allo scherzo del suo accompagnatore che lo aveva presentato come un “poeta georgiano” giocando sui suoi tratti apparentemente asiatici, ma realmente più attinenti al barocco della sua Palermo. Quel giorno recitando i versi sulla vecchiezza di B. L. Pasternak abbiamo sentito tutta la sua commozione e il suo rimpianto di stare per lasciare la vita, lui che anagraficamente era ancora giovane (appena cinquantaquattro anni) e con un animo di grande poeta.

Il dubbio di non essere riconosciuto poeta lo tormentava, ossessione di essere puntato a dito e costretto a difendersi: “Slavista!  mi gridano donne con frappe sul capo/ e con fettucce e fleurettes e crauti e baubau/ Slavista! Mi assalgono omini violacei/ con scrofole e nasi da Ostenda”. E in una completa rivolta di luoghi e oggetti che gli vanno contro aggiunge: “Slavista! Mi gridano i fiumi di piazza Navona. Slavista! Mi gridano da un carro funebre/ gonfio come una torta dai riccioli d’oro” (Notizie dal diluvio).

E invece Angelo Maria Ripellino è stato soprattutto un poeta e da poeta ha affrontato la cultura slava che ha amato profondamente in tutte le sue diramazioni nazionali, dalla Russia alla Boemia (ma qui gli fu fatale la sua presa di posizione della Primavera, nonché la sua ingenuità), la Polonia, la Bulgaria. La sua critica, i suoi testi non sono mai distaccati e tediosi e si leggono sempre con la fantasia con la quale si legge un romanzo intrigante. Altrimenti, senza questo intrigo, che coinvolge a capofitto il lettore, decisamente la sua scrittura non si capisce.

Come Baudelaire, Ripellino ha amato più l’inferno che il paradiso. Ha preferito essere “della stirpe dei demoni e dei giocolieri” che “angelo dalla faccia cotta”. In Sinfonietta scriverà: “Io viluppo di fiamme d’inferno, piromane e miccia”. E chi lo ha conosciuto e ha ceduto al suo fascino sa la veridicità di queste affermazioni. La mente va inevitabilmente a V.V. Majakovskij. Anche nel poeta russo c’è questa smania d’incendio, questo desiderio di violentare l’animo per vivificarlo, accendendolo. Molto in comune aveva Ripellino come Majakovsij e con tutta la cultura slava, una sorta di filiazione, di coinvolgimento culturale culminante in un vertice che per lui era il triangolo barocco Palermo- Roma-Praga.

Praga è da Ripellino città amata e sofferta cui rimane visceralmente legato. Come dimenticare le ultime pagine, sempre di Praga Magica!Sono un urlo di disperazione, ma anche un atto d’amore incommensurabile: “Dovrei dirle mi sono stuccato di te capitale Boema. E invece le dico: voglio essere ancora tuissimo, mio Schicksal, mia follia. Voglio che mi si proverbi come matto di Praga. Ripeterò le parole di Nezval: <Il tempo fugge e io vorrei dire ancora molto. Il tempo fugge e di te ho detto poco sinora –. Il tempo fugge come una rondine e accende le vecchie stelle su Praga. Come nel racconto di Kafka Primo dolorel’acrobata non vuole scendere più dal trapezio>. Questo amore per la capitale Boema non gli fa perdere la speranza, una speranza intrisa di angoscia in tempi bui cui l’autore fa cenno con il richiamo alla malinconica figura di Charlot proprio dell’ultima riga del libro.

Ricordo che lo salutai, in una limpida giornata di aprile bisbigliando tra me e me i versi di Pasternak, quelli che ci aveva recitato nella sua stanza d’istituto: “La vecchiezza è una Roma/ che invece di ciarle e di ciance/ non prove esige dall’attore/ ma una completa autentica rovina”

Mi piacerebbe che davanti a un suo ritratto, a lui che ci ha fatto viaggiare nel meraviglioso, che ci ha fatto conoscere la cultura, e non solo quella slava, dall’ottica antiaccademica della felicità, chi lo ha amato e conosciuto dicesse, come quel padre che ha issato sulle spalle il figlio indicando il corpo di Majakovskij, un padre dicesse al proprio figlio, “Lo vedi, quello è Ripellino!”.

Io vorrei che mia figlia, dopo tutto quello che le ho raccontato di lui e quello che ormai ha anche letto e amato, citando i versi dedicati da Maria Luisa Spaziani possa dire: “Mia madre mi ha lasciato un carillon magico, una boite à surprise, una chicca, un codice angelico, il verde/ unico stradivari superstite firmato Scardanelli”.

In copertina: Anna Dall’Agata, Angelo Maria Ripellino, Pineto, 1983




Vanda

L’importanza dei personaggi letterari non è definita dallo spazio che occupano nell’opera in cui compaiono, e ciò è immediatamente evidente, per esempio, riguardo all’azione di un romanzo in cui l’assassino appaia improvviso e inatteso sul finale, agisca e si dilegui immediatamente e per sempre. Spesso più sottile da cogliere per il lettore, e a volte, credo, persino per l’autore, è il peso simbolico, ma pure biografico, psicologico, delle creature che, di invenzione o realmente esistite, vivono tuttavia, per un breve tratto o anche solo per accenni, nelle narrazioni. È questo, mi sembra, il caso di un personaggio che viene intensamente, ma brevemente narrato, senza neppure citarne il nome, nella grande opera di esordio di Primo Levi, Se questo è un uomo, ma che, attraverso le notizie e le testimonianze sulla vita dell’autore, attraverso sparsi lacerti e tracce nelle sue opere successive, per accenni nelle interviste dei giorni che precedettero immediatamente la sua tragica morte, e per altre testimonianze, sappiamo essere Vanda Maestro, donna fondamentale nella vita di Primo Levi.

Vanda Maestro, di famiglia ebraica, nacque nel 1919 a Torino, dove suo padre, Cesare, di Trieste, si era trasferito e dove, con la moglie Clelia Colombo, gestiva un negozio. Conseguita la maturità classica a Torino, Vanda si laureò in chimica a Genova nel 1942. A Torino, nella Biblioteca della scuola ebraica, presso il Tempio in via Sant’Anselmo, già da qualche anno aveva stretto amicizia con alcuni coetanei con cui condivideva l’intellettualità, l’antifascismo e l’amore per la montagna, fra questi vi erano Primo Levi, Luciana Nissim, Franco Momigliano, Ada della Torre, Emanuele Artom, Eugenio Gentili Tedeschi, Bianca Guidetti Serra e altri ancora che non furono risparmiati dalle leggi razziali. A partire dal 1942, mentre gli eventi precipitavano, una parte del gruppo si trasferì a Milano, ma continuò a incontrarsi in casa di Ada della Torre. Dopo l’8 settembre, Vanda, Luciana Nissim, Primo Levi con pochi altri amici costituirono una minuscola banda partigiana presso Amay. Arrestati il 13 dicembre 1943, dopo due mesi di carcere ad Aosta, furono portati a Fossoli, dove riuscirono a restare insieme e si riunì a loro anche Franco Sacerdoti, ebreo napoletano, che aveva lavorato a Torino entrando nel gruppo degli amici della Biblioteca, anch’egli salito in montagna, ma con un altro gruppo, e poi catturato. Franco sarebbe stato fucilato durante una “marcia della morte”. Dopo un mese a Fossoli, ancora insieme i quattro amici vengono deportati ad Auschwitz-Birkenau. Dopo atroci vicende, Primo e Luciana sarebbero tornati a casa, Franco sarebbe stato fucilato durante una “marcia della morte”, Vanda inviata alle camere a gas nell’autunno del ‘44. 

Poche le parole a lei dedicate in Se questo è un uomo. I prigionieri sono ammassati nei vagoni che li portano verso una destinazione ignota, fra questi Primo e i suoi amici, che non sanno illudersi sula tragicità di quanto sta per succedere. ”Accanto a me, serrata come me fra corpo e corpo, era stato per tutto il viaggio una donna. Ci conoscevamo da molti anni, e la sventura ci aveva colti insieme, ma poco sapevamo l’uno dell’altra. Ci dicemmo allora, nell’ora della decisione, cose che non si dicono tra i vivi. Ci salutammo, e fu breve; ciascuno salutò nell’altro la vita. Non avevamo più paura.” 

I due corpi serrati, in una intimità tremenda eppure ancora dolce e confortante, poi l’ora estrema della decisione. Cosa resta da decidere a coloro che erano già destituiti di scelta?, a loro indotti a dirsi cose che i vivi non si dicono? Decidere, forse, se restare umani, decidere se piegarsi o continuare una ostinata, disperata resistenza, ancora più disarmata, ancora più invisibile. Mentre salutano uno nell’altro la vita, cioè il desiderio, l’amore e il futuro, privi di paura, come chi non spera più, loro, le vittime innocenti, sono più vive e vitali dei carnefici. Eppure, Levi lo sa, qualcosa muore allora per sempre in loro. Muore la giovinezza, muore l’illusione antica sull’uomo. Dopo la shoah, per molti muoiono l’arte e la filosofia, muore Dio. Tuttavia, Levi continuerà a vivere e a testimoniare, continuerà a credere che l’uomo può educarsi a fare il bene, e Vanda tornerà ancora nei suoi scritti. Nel 1953, nell’articolo “Testimonianza di un compagno di prigionia”, ritrovato e attribuitogli con certezza da Giovanni Falaschi dal 2001, Levi scrive: “Chi da Birkenau è tornato, ci ha raccontato di Vanda, fin dai primi giorni prostrata dalla fatica, dagli stenti, e da quella sua terribile chiaroveggenza che le imponeva di rifiutare i penosi inganni a cui così volentieri si cede davanti al danno supremo. Ci ha descritto la sua povera testa spogliata dei capelli, le sue membra presto disfatte dalla malattia e dalla fame, tutte le tappe del nefando processo di schiacciamento, di spegnimento, che in Lager preludeva alla morte corporale. E tutto, o quasi tutto, sappiamo della sua fine: il suo nome pronunciato fra quelli delle condannate, la sua discesa dalla cuccetta dell’infermeria, il suo avviarsi (in piena lucidità!) verso la camera a gas ed il forno di cremazione”; e ne La tregua riporta la testimonianza di Olga, una compagna di prigionia di Vanda “Vanda era andata in gas, in piena coscienza, nel mese di ottobre: lei stessa, Olga, le aveva procurato due pastiglie di sonnifero, ma non erano bastate”. Ne Il sistema periodico, del 1975, fa il suo nome narrando la storia del piccolo, ingenuo gruppo partigiano in cui erano insieme: […] i partigiani più disarmati del Piemonte, e probabilmente anche i più sprovveduti”. 

E certo ancora pensando a Vanda, aveva scritto il 9 gennaio 1946 la poesia 25 febbraio 1944, data della sua entrata a Monowitz) pubblicata poi nella raccolta Ad ora incerta, uscita nel 1984:

Vorrei credere qualcosa oltre,

Oltre la morte che ti ha disfatta.

Vorrei poter dire la forza

Con cui desiderammo allora,

Noi già sommersi,

Di potere ancora una volta insieme

Camminare liberi sotto il sole.

Tornerà ancora Vanda, come un dolore, come un tormentoso rimorso degli ultimi giorni, dolore e rimorso confidati, tra molte reticenze a Giovanni Tesio (si veda per questo l’articolo di G.Falaschi, su “Doppiozero” dell’8 aprile 2016).  

Potremmo chiederci se si può parlare di Vanda come “personaggio letterario”. La materia è storia, atroce e vera. Ma, dal canto suo la letteratura non è finzione, bensì universalizzazione e resa esemplare della vita.     

Anche Luciana Nissim ci racconterà della prigionia di Vanda ad Auschwitz, vissuta con lei in larga parte, ma non fino in fondo, prima in una testimonianza del 1946 e poi più diffusamente nel suo tardo libro di memorie Ricordi della casa dei morti e altri scritti, del 2008, in cui si spingerà a parlare anche dei sentimenti di Primo per Vanda, ma è una storia diversa che sarà utile, doloroso e necessario, raccontare in un’altra occasione.




Emma Perodi: la Signora delle Fate

Iniziamo questa lunga carrellata di scrittrici italiane per ragazze e ragazzi da un’autrice della fine Ottocento/inizi Novecento cui è stato attribuito, per la sua prolifica produzione fantastica, l’appellativo di Signora delle Fate. 

Si tratta di Emma Perodi, nata a Cerreto Guidi (FI) il 31 gennaio del 1850. La famiglia, padre ingegnere, madre di nobili origini, aveva notevoli risorse economiche che permisero a Emma di studiare e viaggiare in Italia e all’estero imparando le lingue. Ciò si rivelò fondamentale per la sua attività di traduttrice dal tedesco (tradusse tra l’altro le Affinità elettive di Goethe), dall’inglese e dal francese.

Le origini toscane hanno notevolmente influenzato le sue storie, in particolare quelle che sono considerate il suo capolavoro: le “Novelle della Nonna” pubblicate prima in settanta dispense e poi raccolte in cinque volumi tra il 1882 e il 1883 con il sottotitolo di Fiabe fantastiche, nella Biblioteca fantastica dell’editore romano Eduardo Perino.

Si tratta di quarantacinque novelle che rielaborano, rivisitandole, fiabe e leggende della tradizione toscana soprattutto casentina. Sono, infatti, tutte ambientate (tranne una) nel Casentino di epoca medioevale (XII – XIII secolo) e vengono narrate, nell’arco di un anno, la domenica sera intorno al fuoco, dalla matriarca Regina Marcucci, la nonna del titolo.

In un doppio registro narrativo lettori e lettrici seguono da un lato le vicende della famiglia Marcucci, mezzadri del podere di Farneta, un piccolo borgo sulla via di Camaldoli, e dall’altro si appassionano alle varie novelle goticheggianti, dove la fanno da padroni fate e streghe, maghi e fattucchiere, re e principesse, angeli e demoni, scheletri e mostri, gatti neri e barbagianni. Si tratta di un magnifico affresco medioevale che cattura l’attenzione dei lettori piccoli e grandi che ne restano affascinati. In uno stile quasi horror che non sarebbe dispiaciuto al re dei romanzi horror Stephen King, l’autrice recupera fiabe e leggende contadine sulla scia di quanto avevano fatto i fratelli Grimm in Germania o Perrault in Francia. 

Il Casentino, regione montuosa dell’alta valle dell’Arno, dalle sorgenti del fiume alla piana d’Arezzo, è il luogo dove si svolgono le vicende di questa specie di Decameron rustico, dove i piani narrativi della cornice e dei racconti si compenetrano.

Da un lato l’Adesso rappresentato dal podere dei Marcucci, tipo ideale della famiglia contadina della Toscana di fine ottocento e dall’altro l’Altrove di un Casentino medioevale in cui Cristo e la Vergine scendono in terra a combattere il Diavolo, l’eterno nemico; dove schiere di santi aiutano i devoti fedeli e dove spettri, scheletri e fantasmi sono presenti in un passaggio continuo tra il mondo dei vivi e quello dei morti, in un crescendo di terrore in cui tuttavia la paura non è mai fine a se stessa e la morale finale è sempre presente.

La carriera di scrittrice di Emma Perodi nasce qualche anno prima delle Novelle, “facendosi le ossa” come giornalista.  Le prime prove giornalistiche furono di collaborazione alla Gazzetta d’Italia nella cui Biblioteca comparve nel 1877 il suo primo romanzo: “Il Cavalier Puccini”. Dal luglio al novembre 1880 curò sulle pagine di “Cornelia” – rivista letteraria, educativa, dedicata principalmente agli interessi morali e materiali delle donne italiane – la rubrica “Le idee di Elena”. La rivista, pubblicata con cadenza quindicinale, era diretta da Aurelia Folliero de Luna Cimino, fervente patriota e sostenitrice dell’emancipazione delle donne italiane.

Trasferitasi a Roma, Emma Perodi collaborò con il “Fanfulla della domenica” e poi nel 1881 divenne collaboratrice, e successivamente direttrice, del “Giornale per i bambini”, fondato e inizialmente diretto da Ferdinando Martini. Un’altra esperienza giornalistica la ebbe come collaboratrice dal 1896 al settimanale illustrato “Il tesoro dei bambini” e al “Messaggero della Gioventù”, dal 1899 al 1902. 

Ebbe anche una vasta produzione di romanzi per adulti da “Sull’Appennino” a “Il Principe della Marsigliana”, da “Romanzo romano”, a “La tragedia di un cuore”.

Ma la massima popolarità la scrittrice la raggiunse con le fiabe, dalle “Novelle a mano libera” alle “Fiabe fantastiche”, dalle “Fiabe elettriche” alle “Fate d’oro”. Seguirono tutta una serie di libri di fate (Le fate belle, le Fate e i bimbi, Le Fate dei fiori) e vari altri libri per l’infanzia di cui ricordiamo solo alcuni titoli: “Cuoricino ben fatto”, “Nel canto del fuoco”, “I bambini di diverse nazioni a casa loro” in cui l’autrice, in un contesto di multiculturalità, sottolinea i caratteri universali dei racconti per le giovanissime generazioni pur nelle diversità dei singoli Paesi. 

Nell’ultima parte della sua produzione letteraria emergono l’interesse per la storia e la realtà della Sicilia. Escono così le ampie raccolte “Al tempo dei tempi: Fiabe e leggende del mare, dei monti e delle città di Sicilia”, omaggio all’isola e alla città di Palermo dove si trasferì negli ultimi vent’anni della sua vita morendovi di polmonite il 5 marzo 1918, esattamente cento anni fa. 




La partigiana Agnese

Scrittrice precocissima, Renata Viganò, classe 1900, aveva partecipato alla Resistenza da staffetta partigiana e infermiera, ma pure come collaboratrice della stampa clandestina, insieme al marito Antonio Melluschi, anch’egli giornalista e scrittore. Per Viganò, il successo, non duraturo (oggi è poco letta e di lei di rado ci si ricorda) ma significativo, giunse col primo e più riuscito tra i suoi scritti sulle vicende resistenziali, il romanzo che nel titolo, a un tempo, indica la protagonista e ci fa dolorosamente certi della sua sorte, L’Agnese va a morire. Pubblicato nel 1949, conquistò il secondo posto al Premio Viareggio di quell’anno e fu riconosciuto come un frutto maturo del Neorealismo, e vibrante, luminosa testimonianza della lotta partigiana, degli ideali che l’avevano ispirata, della generosità e dell’abnegazione al bene comune delle donne e degli uomini che insieme l’avevano sostenuta, spesso fino a sacrificare la vita stessa per la libertà e la pace che avevano così donato agli altri senza poterne essi stessi godere. Nel 1976, Giuliano Montaldo dal romanzo trasse un film col titolo omonimo (foto di copertina).

Valli di Comacchio, dopo il 25 luglio del 1943. Agnese, donna in età più che matura, fa la lavandaia. È forte e lavora duramente per mantenere se stessa e il marito, Palita, di salute cagionevole, che sta a casa e intreccia vimini da cui ricava ceste. Sono insieme da tanto tempo e si vogliono un bene profondo e sereno, lui sembra più giovane di lei, che lo protegge con un affetto che è anche di madre. Non hanno figli e quando Palita attende Agnese gli fa compagnia una gatta nera, affettuosa e dolce, che fa le fusa tutto il giorno. Un giorno, un soldato italiano che cerca di tornare a casa, dopo la rotta dell’esercito, chiede loro aiuto. Agnese e Palita gli danno da sfamarsi e lo fanno dormire a casa loro per una notte. Ma i tedeschi sono sempre allerta e hanno informatori, fra i quali i vicini di casa di Agnese, marito, moglie e due ragazze che si accompagnano ai fascisti e ai soldati tedeschi in cambio di cibo e di denaro. Avvertita, Agnese riesce a far fuggire il soldato, ma Palita insieme a molti altri uomini viene portato via dai tedeschi. Da subito Agnese non vuole illudersi e si dice che il marito non tornerà. Quando poco dopo arrivano lettere dai rastrellati, Agnese non riceve nulla. Ha sempre disprezzato i fascisti e odia i tedeschi, ma la sua consapevolezza del male di cui essi sono portatori si fa sempre più lucida, più vigile. Appena andato via Palita, i partigiani compagni di Palita vanno a trovarla, le dicono quanto loro fosse prezioso per loro. Da quel momento Agnese entra a far parte del loro gruppo e viene impegnata dal Comandante in operazioni di staffetta. Col suo corpo grosso e pesante, ma forte e resistente, percorre decine e decine di chilometri al giorno in bicicletta, portando ordini, armi, materiali esplosivi per le azioni partigiane. Di giorno Agnese, umile, inconsapevole del proprio coraggio, che i partigiani apprezzano silenziosamente, compie azioni sempre più impegnative, con modestia, quasi timorosa, stupita e imbarazzata da se stessa, dà consigli e propone soluzioni, che vengono sempre accolte. Di notte sogna Palita, che la incoraggia, la rassicura. Palita sta bene, è contento di lei. Le si siede vicino e le parla. Agnese non crede ch’egli viva in una dimensione in cui potranno rivedersi, non pensa che mai si ricongiungeranno, ma trae conforto da quei sogni ed è felice solo quando il sonno giunge con la sua pace e coi sogni. Smette di fare la lavandaia, per se stessa ha a sufficienza da vivere e non vuole lavorare per i tedeschi, lavare i loro panni; quando dal comando la chiamano per offrirle lavoro, si dice ammalata. Dopo alcuni mesi, il giovane figlio di un compaesano, deportato con Palita, riuscito a fuggire, raggiunge la casa di Agnese, racconta il loro trasporto su un treno merci per la Germania insieme a prigionieri ebrei, durante il quale Palita, subito ammalatosi, è morto. La notizia sconvolge Agnese, che comprende di aver segretamente sperato che malgrado tutto il marito si sarebbe salvato. Quando un soldato tedesco uccide la sua gatta, che Palita le aveva affidato mentre lo portavano via, e poi ubriaco si addormenta nella cucina di Agnese, ella, col calcio del mitra di lui, gli fracassa la testa, poi abbandona la sua casa, che vede da lontano bruciare, sente le urla dei tedeschi, grida di donne (saprà poi che i tedeschi hanno ucciso i suoi vicini per ritorsione). Attraversa le paludi e raggiunge i partigiani, che l’accolgono come una madre e lei da madre comincia a prendersene cura, preparando cibo e dando loro come un’idea di famiglia recuperata con la sua presenza forte e silenziosa; prosegue tuttavia e anzi via via incrementa la sua lotta partigiana attiva. Tra sofferenze, pericoli, azioni in cui rischia continuamente la vita e in cui muoiono tanti che ormai le sono carissimi, Agnese continua in realtà un nuovo percorso di appropriazione del mondo iniziato dalla deportazione di Palita. Comprende nuove cose, i pensieri in lei si fanno più facili e fluidi, pensa al futuro che con i suoi compagni sta costruendo, un futuro che forse lei e altri non vedranno, ma che altri ancora resteranno a ricordare, quando la libertà sarà arrivata. E, mentre con la lana che ha filato prepara calze ai “ragazzi”, pensa, ricorda i pranzi domenicali sereni e silenziosi con Palita. Adesso avrebbe da dirgli tante cose, adesso potrebbero parlare di tutte le domande senza risposta che cominciano nei bambini e finiscono nei vecchi. Perché alcuni hanno le cose, la sicurezza della vita, la protezione e altri poco o nulla? Ora capisce. Capisce che i ricchi vogliono tutto e lo tolgono agli altri e capisce che i fascisti li sostengono nella loro prepotenza, Capisce che cosa intendevano tanti uomini e tante donne che non avevano paura e che dicevano che le cose andavano cambiate e che doveva esserci pane per tutti e non solo pane, ma anche il resto, poter divertirsi ed essere contenti. E Agnese lavora le calze e pensa ai ricchi per i quali lavava i panni che la tenevano sull’uscio della porta, al timore di sbagliare, di fare o dire qualcosa che li irritasse, che li spingesse a non darle il lavoro, a toglierle il pane. E pensa ai compagni “gente istruita, che capisce, e vuol bene a tutti, non chiede niente per sé e lavora per gli altri quando ne potrebbe fare a meno, e va verso la morte mentre potrebbe avere molto denaro e vivere in pace fino alla vecchiaia. E appena si arriva, dice: – Hai mangiato? Hai bisogno di qualche cosa? E prima di andar via dice: – Buona notte e buon Natale, mamma Agnese. Questo era il partito e valeva la pena di farsi ammazzare”.

La lotta partigiana continua, mentre gli Alleati si muovono con troppa lentezza; più volte nel romanzo viene sottolineata anche l’irragionevolezza, l’inutilità di certe azioni. Agnese ha avuto una radio dai compagni e ascolta le notizie sui diversi fronti, il grande avanzamento a est del fronte, le incertezze a ovest. Ma poi arriva la svolta. Anche a ovest si procede più veloci, forse non ci sarà un altro inverno di guerra. E i tedeschi si fanno più feroci. La paura e la morte che li incalzano li rendono più violenti e spietati, un’azione terribile stermina quasi tutto il gruppo partigiano di Agnese. Lei e pochi altri sono rimasti, ma altri compagni arrivano, di partigiani più ne muoiono e più ne arrivano, dice Agnese. Le azioni dei tedeschi e dei fascisti si fanno più spietate e quando viene rubato un camion tedesco tutti quelli che si trovano sulla strada vicina al furto vengono sequestrati per alcune ore in un grande stanzone. Agnese è fra loro. C’è chi piange, una donna dice che la colpa è di chi provoca i tedeschi, che altrimenti non sarebbero cattivi. Agnese le ricorda aspramente i morti che hanno fatto in paese, le case distrutte, ma ancora la donna inveisce contro i “ribelli”, è a causa loro che i tedeschi reagiscono contro la popolazione. Agnese ripensa ai compagni perduti, li rivede, “compagni, partigiani, combattenti non ‘ribelli’” e interviene e grossa, alta, severa, incombe sulla donna. Un uomo le si avvicina, la riconosce, le fa un cenno d’intesa, le fa segno di lasciar stare la miserabile. Agnese si scosta, si allontana fra due file d’occhi che la guardano fisso. Poi si volta, dice che il momento della paga è vicino. Ai tedeschi non resta più nulla. Anzi, gli resta la paura. Passa ancora tempo. Poi la porta dello stanzone si spalanca, la gente viene fatta uscire, tutti corrono, si affollano, Agnese va verso l’uscita, pensa che anche stavolta non si muore, esce e un volto le si fa incontro, deformato da un urlo: è il soldato che credeva di aver ucciso in casa sua. Anche il maresciallo la riconosce, le dà due ceffoni furibondi. Poi le spara quattro colpi, negli occhi, sulla bocca, nella fronte. Tutti fuggono urlando. Il maresciallo sorride. “L’Agnese restò sola, stranamente piccola, un mucchio di stracci neri sulla neve.” Quasi lo stesso Viganò scrive della gatta nera di Palita, quando il soldato tedesco l’ammazza col mitra: “Sembrò uno straccio nero buttato via”. Ma ci accompagna, dopo la lettura, il senso dell’umile grandezza di Agnese, la lavandaia che si fa partigiana, che non ha mai paura per sé, ma teme e lotta per quelli che ama e per quelli che difende, un intero popolo, che donne e uomini come lei, sconosciuti ai più, hanno liberato.

Foto. Ferrara, foto di Maria Pia Ercolini

È questo un romanzo importante, fra i primi a uscire sulla lotta resistenziale, tra i pochi a narrare la Resistenza dagli occhi di una donna.

Su questa linea Viganò, occorre ricordarlo, scrive anche Donne della Resistenza, che esce nel 1955, la storia di ventotto partigiane, cadute nella lotta antifascista.

 

 

 




Sul dondolo con Louisa

Affacciata al portico di Orchard House, tra gli alberi di mele, una donna agita una mano in aria “Sonoqui! Mettiamoci sul dondolo che oggi c’è un bel sole!”.

Un volo fino al Massachusetts solo per incontrare un’autrice potrà sembrare un follia, ma se quell’autrice ha cambiato per sempre la letteratura per ragazzi, se quell’autrice è Louisa May Alcott1, allora la distanza diventa un irrisorio dettaglio.

“Questa villa è bellissima, signora Alcott. Quanto ha vissuto qui?”

“Non male vero? Ci siamo trasferiti qui nel 1840, da Boston. Questo giardino era un paradiso per me e le mie sorelle!”

“Quanto c’è della sua famiglia in ‘Piccole donne’?”

“La vita della famiglia March è in fondo uno scorcio sulla mia vita, sulla mia famiglia. Al di là dei chiari riferimenti autobiografici, come la composizione familiare e l’ambientazione del romanzo, l’elemento su cui ho tentato di focalizzare la vicenda è la solidarietà che regna tra la madre, Meg, Jo, Beth e Amy, la loro forza e autonomia. Mi rendo conto che per una ragazza della tua generazione sia molto difficile immaginare la famiglia March, e di riflesso la mia, come una famiglia progressista, ma ti assicuro che nell’Ottocento, in piena guerra civile americana, eravamo tutt’altro che conservatori.”

“In cos’è che la sua famiglia è stata progressista?”

“Sono figlia di un trascendentalista e di una suffragetta, tra l’altro due abolizionisti convinti. Abbiamo collaborato all’Underground Railroad e i miei hanno tentato tutta la vita, riuscendoci solo qui a Concord, di aprire una scuola che fosse meno rigida, meno conservatrice, che desse una possibilità anche a chi non aveva accesso all’istruzione. ”

“Sua madre Abby May le ha lasciato in eredità la passione per l’attivismo politico?”

“Che scherzi? Devo ammettere che mia madre è stata politicamente più impegnata di me, ma sono stata al suo fianco nella lotta per il suffragio universale. Lo sapevi che sono stata la prima donna in assoluto di questa città a iscriversi nelle liste elettorali? Adesso a te sembrerà una cosa scontata, le generazioni dopo la mia sono nate con questo diritto, noi ce lo siamo dovuto conquistare… Votare per la prima volta fu un’emozione straordinaria, lo ricordo ancora come fosse ieri!”

“Eppure, la critica che più viene rivolta a ‘Piccole donne’ è quella di presentare una visione di genere molto stereotipata. Lei cosa ne pensa?”

“Penso che leggendo attentamente il libro ci si renda conto che non è assolutamente così, anche se questa potrebbe essere la chiave di lettura più immediata. In realtà, ogni personaggio ha la sua personalissima identità, che entra in relazione con le altre del romanzo, tutte diverse, complesse e poliedriche, certamente lontane dai canoni. È proprio il rapporto tra le protagoniste che a me interessava mettere in evidenza, più dei personaggi stessi, perché non è forse la solidarietà, l’unione, la base e la forza di qualsiasi forma di femminismo? Essendo poi personaggi così diversi c’è ovviamente chi è più eversiva e chi meno, chi nello stereotipo si trova a suo agio e chi invece sgomita per uscirne, altrimenti sai che noia!”

“Quando parla di personaggi eversivi non posso fare a meno di pensare a Jo. Possiamo considerarla la sua gemella letteraria?”

“Tra tutte è sicuramente quella che più ho ritratto a mia immagine e somiglianza. Anche lei, come me, è la secondogenita, fa di tutto per aiutare la famiglia ad andare avanti ma ha ben impresso in mente l’obiettivo: scrivere. È quando ha in mano carta e penna che la creatività e la curiosità prendono il sopravvento. Jo è tra tutte la più selvatica, la più determinata, sicuramente la meno ancorata alla tradizione e ai canoni femminili della sua epoca.”

“Ed è anche, a mio parere, l’unica ad avere un rapporto ‘sincero’, mi passi il termine, con l’altro sesso. Non trova?”

“È così, Jo, al contrario delle altre ragazze della sua età, si sposa per amore, tra l’altro con un professore molto più grande di lei, ha un rapporto di amicizia assolutamente paritario con Laurie, il vicino, che prescinde da qualsiasi implicazione romantica. Questo non rientrava di certo nel quadro della famiglia americana post-secessione.”

Si dà una piccola spinta con il piede, per rimettere in moto il dondolo. Con un bicchiere di sidro in mano, sospira guardando i meli e mi sembra di essere catapultata in una scena del libro, di vedere Jo, che altri non è che Louisa, combattere con tutte le forze per inseguire il suo sogno da scrittrice, dietro la maschera da piccola donna.

 

1 LOUISA MAY ALCOTT: nata a Germantown nel 1832 è stata una scrittrice statunitense, principalmente nota per la tetralogia di “Piccole donne”. Scrisse anche alcuni romanzi appassionanti sotto lo pseudonimo di A.M. Barnard. Morì nel 1888 a Boston, probabilmente a causa di un avvelenamento da mercurio, contratto durante il suo servizio da infermiera volontaria nella Guerra civile americana.




Il Premio Bancarella e le scrittrici

Caso unico nel panorama dei premi letterari italiani, il Bancarella è caratterizzato dal fatto di essere gestito direttamente da chi, i libri, li vende. È stato fondato nel 1953 a Mulazzo, poi si è trasferito nella vicina Pontremoli ed è connesso con l’affascinante storia dei venditori e delle venditrici ambulanti di libri della Lunigiana toscana, corrispondente all’alta valle del Magra, zona povera e di forte emigrazione. Mentre da Bagnone e dintorni, posti sulla riva sinistra del fiume, partivano i “barsan” e le “barsane”, merciai itineranti specializzati in maglieria e abbigliamento, alla fine dell’Ottocento librai (e forse anche libraie) ambulanti iniziarono a migrare dai centri della riva destra del Magra verso le campagne e le città del Nord Italia, ma anche verso il sud della Francia. Alberto Vigevani, editore bibliofilo poeta romanziere, nelle sue memorie scrive che quand’era ragazzo (Vigevani, milanese, era nato nel 1918) vi erano case editrici “che stampavano apposta, su pessima carta, con caratteri usurati, in misere brossure, libri fuori diritti o in traduzioni trucemente scorrette — da Tolstoj a Dumas, da Casanova a Dostoevskij, a Dickens — per smerciarli attraverso le bancarelle che appartenevano tutte a pontremolesi”. Questi “si erano sparsi per l’Italia con le bancarelle. Erano spesso parenti: si chiamavano, e si chiamano, Tarantola, Fogola, Gandolfi, Ghelfi, Lorenzelli, Barbato. Spesso si univano per comprare al miglior prezzo fondi di magazzino”. Queste famiglie hanno fondato alcune tra le più affermate librerie nel centro delle grandi città.

Il Premio, che è diventato una delle manifestazioni letterarie più seguite in Italia, seleziona i libri più venduti, considerando il libro come merce, anche se “non disgiunta dal valore letterario”.L’analisi dei risultati delle sue 65 edizioni offre qualche sorpresa.

Delle 65 opere vincitrici — la prima è stata Il vecchio e il mare di Hemingway, l’ultima I Medicidi Matteo Strukul — dovute a scrittrici e scrittori italiani ma anche stranieri, dieci sono a firma femminile, il 15,3%. Fin qui, tutto nella norma: sono percentuali modestissime, di poco superiori a quelle degli altri premi finora considerati, lo Strega e il Bagutta, ad eccezione del Bagutta Opera Prima, un po’ più generoso con le donne, come s’è visto. Se però stralciamo i risultati delle ultime dieci edizioni, dal 2008 al 2017, scopriamo che in questo periodo i riconoscimenti sono paritari: cinque a uomini, cinque a donne. Tante quante erano state premiate nelle 55 edizioni precedenti!

Potrebbe essere il segno che, da poco, qualcosa sta velocemente evolvendo nel campo del mercato letterario, magari perché le donne che scrivono sono di più o più lette, o entrambe le cose. O magari anche perché stanno entrando in scena giovani scrittrici che sanno utilizzare il web per farsi conoscere e sono ben determinate a conquistarsi una fetta di mercato. E non è un caso che sia proprio il Bancarella, il più “popolare” premio letterario italiano, a segnalare prontamente il successo femminile nel mercato dei libri.

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Le autrici cui è stato conferito il premio sono: Han Suyn, L’amore è una cosa meravigliosa 1956; Oriana Fallaci, Niente e così sia 1970; Susanna Agnelli, Vestivamo alla marinara 1975; Carmen Covito, La bruttina stagionata1993,Alessandra Appiano, Amiche di salvataggio2003;Elizabeth Strout, Olive Kitteridge  2010; Anna Premoli, Ti prego, lasciati odiare 2013;Michela Marzano, L’amore è tutto: è tutto ciò che so dell’amore 2014; Sara Rattaro, Niente è come te 2015; Margherita Oggero, La ragazza di fronte 2016.

 




L’altra verità di Alda

“Maria, ci porti due espressi fuori, per favore?”
“Signora Merini1, conosce la proprietaria?”
“Scherzi?! Fino a qualche anno fa venivo qui ogni giorno, con quelle che mi piace chiamare “le mie compagne di sventura”: ormai sono di casa. “La Chimera” era il nostro rifugio, il nostro confessionale, persino la barista conosce le nostre storie a memoria. Comunque, ti prego, dammi del tu e chiamami Alda, non sono mica così vecchia!”
Alda è innamorata di questa città, si vede lontano un miglio. Volge uno sguardo distratto, ma pieno d’affetto, al Naviglio su cui si affaccia il bar dove ha scelto di incontrarmi e si accende una sigaretta: un decennale rito quotidiano, trasformato, ormai, in una semplice gestualità automatizzata.
Chiude gli occhi, mentre aspira il primo, lungo tiro, e si lascia baciare dal raro sole di Milano.
“Alda, la tua figura è associata prevalentemente alle meravigliose poesie che hai scritto, ma forse le opere in cui più ci hai raccontato di te sono “La Terra Santa” e “L’altra verità. Diario di una diversa.”, entrambe in prosa e a tematica autobiografica. Perché ti definisci diversa? In cosa consisteva, o consiste tutt’ora, la diversità che racconti?”
“Cos’è poi in fondo la diversità? Siamo tutti diversi gli uni dagli altri, ti sfido a trovare due persone uguali! Io, anche da ragazzina, non mi sentivo capita e mi sembrava di fare pensieri diversi da quelli che facevano i bambini della mia età. Tuttavia, avevo imparato a conviverci e anzi, quei viaggi così strani che faceva la mia mente alimentavano il fuoco della mia creatività. Purtroppo, andando avanti con gli anni le cose sono peggiorate, ho perso spesso l’equilibrio e la mia salute era sempre più altalenante, però sai una cosa? Nonostante tutto, non penso di essermi meritata la mia prigionia, nessuno merita una cosa del genere.”
“Quando parli di prigionia, parli degli anni nell’ospedale “Paolo Pini”?”
“Parlo degli anni in manicomio, chiamiamo le cose con il loro nome. Sono stata rinchiusa in quell’inferno dal ’61 al ’72, seppur con dei brevi periodi di pausa, trascorsi a casa con la mia famiglia. Inutile dire che non è stato un ricovero volontario: è stato il mio primo marito a volerlo e a quel tempo aveva tutto il potere di decidere delle mie sorti. Ti ricordo che ancora non c’era la legge Basaglia, che ha regolamentato i trattamenti sanitari obbligatori, bastava veramente poco per essere etichettati come folli pericolosi. Tornando al tema della diversità, io non sono poi così diversa, ma non potrò mai più essere guardata come se fossi uguale agli altri, perché il manicomio mi ha marchiata a fuoco con il suo timbro di alienazione.”
“Non pensi, quindi, che il ricovero abbia funzionato? Che quest’esperienza ti abbia fatto anche del bene?”
“Non credo che i manicomi avessero alcuna utilità clinica, né tantomeno sociale, oltre a servire per scaricare gli istinti sadici dell’uomo. Però, in fondo, del bene me l’ha fatto. Infatti, è tra quelle mura che ho imparato ad accettare il male e questa, mia cara, è una prerogativa soprattutto dei poeti, perché il poeta indossa i propri dolori come fossero i suoi migliori vestiti, li rende poesia. Tra iniezioni forzate, elettroshock e tanta disperazione, ho anche conosciuto la gentilezza di una premura inaspettata, da parte delle mie compagne, o l’amore comprensivo di un abbraccio. Ho accolto tutto questo dentro di me, mi sono lasciata permeare dal dolore e dall’amore allo stesso modo e ho capito di cosa ho sempre avuto davvero bisogno:di poesia, questa magia che brucia la pesantezza delle parole, che risveglia le emozioni e dà colori nuovi.2
Un ultimo tiro di sigaretta, ormai ridotta al filtro, e socchiude di nuovo le palpebre, ruotando un po’ quel viso stanco alla ricerca del dolce caldo di aprile. È in quel piccolo movimento insignificante che riconosco Alda, in bilico perenne tra caduta e risalita.

1 Alda Merini, nata a Milano il 21 marzo 1931, è stata una grande poetessa e scrittrice italiana.
Dopo aver terminato la scuola elementare e tre anni di avviamento al lavoro, tentò di essere ammessa al Liceo Manzoni, ma, paradossalmente, non superò la prova di italiano.
Esordì come autrice a soli 15 anni, grazie a Giacinto Spagnoletti. È l’autrice di poesie che hanno segnato il Novecento letterario e di opere di grande successo, come “La Terra Santa” e “L’altra verità. Diario di una diversa.”, narrazioni autobiografiche di una vita molto tormentata.
Morì a Milano nel 2009, all’età di 78 anni.

2Verso tratto dalla poesia “Non ho bisogno di denaro”

 




Il Premio Viareggio

Se il Bagutta è il decano dei premi letterari italiani, il secondo per longevità è il Premio Viareggio, fondato nel 1929 da Leonida Rèpaci, con il contributo di Alberto Colantuoni e Carlo Salsa. Come lo Strega, anche il Viareggio è stato contestato (nel 1968 Italo Calvino lo rifiutò con un telegramma in cui sosteneva di ritenere ormai conclusa l’epoca dei premi letterari) ma nonostante ciò oggi appare ancora ben vitale. L’obiettivo, come scrisse il fondatore, era quello di creare una manifestazione di più vasto respiro rispetto al Bagutta, nato pochi anni prima, attirando “le simpatie di coloro che la dittatura stava isolando”. Tale obiettivo non sfuggì al regime, che presto mise sotto controllo l’istituzione; la presenza di un personaggio come Rèpaci, giornalista notoriamente antifascista, era di per sé sospetta. Interrotto allo scoppio della seconda guerra mondiale, il Premio rinacque nel dopoguerra per volontà del suo fondatore che ne rimase presidente fino alla morte, nel 1985. Gli successero Natalino Sapegno e Cesare Garboli. Dopo un periodo di presidenza di Rosanna Bettarini, ora a guidare il Premio è Simona Costa. La giuria è attualmente costituita da un gruppo stabile di una ventina di addetti/e ai lavori (accademici e accademiche, scrittori, scrittrici, giornalisti /e ecc.).

L’analisi dei risultati del Premio non è semplicissima, dal momento che, fin dall’inizio, le giurie hanno distribuito i riconoscimenti senza attenersi a una norma prestabilita, creando con molta libertà una grande quantità di segnalazioni, medaglie, targhe diverse ed estemporanee, cosa che ha dato adito a qualche critica. Tenendo conto solo delle opere di narrativa, poesia e saggistica (e non dei premi minori, delle opere prime o dei “premi del presidente”) su 247 premi calcolati complessivamente per le tre sezioni, 213 sono stati consegnati a uomini, solo 34 a donne: una percentuale che non arriva al 14%. Non solo ma, come per lo Strega, non si apprezza alcuna evoluzione: dei 30 premi consegnati negli ultimi 10 anni, solo 4 (2 per la narrativa, 2 per la poesia) sono andati ad autrici, il 13,3%. Se poi consideriamo la categoria dei 13 andati alle donne nell’ultimo ventennio, ci colpisce la sperequazione tra poesia (10) e narrativa (3). Non vorremmo peccare di eccessiva malignità, ma è noto che la poesia vende poco o niente… Non sarà che i premi per la narrativa, genere potenzialmente più redditizio, sono riservati agli uomini?

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Queste le scrittrici premiate (per i titoli delle opere si rimanda al sito del Viareggio): Paola Masino 1933 narrativa, Maria Bellonci 1939 narrativa, Elsa Morante 1948 narrativa, Sibilla Aleramo 1948 poesia, Renata Viganò 1949 narrativa, Gianna Manzini 1956 narrativa, Natalia Ginsburg 1957 narrativa, Laudomia Bonanni 1960 narrativa, Clotilde Marghieri 1974 narrativa, Rossana Ombres 1974 poesia, Maria Luisa Spaziani 1981 poesia, Giuliana Morandini 1983 narrativa, Gina Lagorio 1984 narrativa, Rosellina Balbi 1985 saggistica, Marisa Volpi 1986 narrativa, Rosetta Loy 1988 narrativa, Luisa Adorno 1990 narrativa, Gabriella Leto 1991 poesia, Grazia Livi 1991 saggistica, Chiara Frugoni 1994 saggistica, Serena Vitale 1995 saggistica, Alda Merini 1996 poesia, Franca Grisoni 1997 poesia, Patrizia Cavalli 1999 poesia, Elena Jaeggy 2002 narrativa, Iolanda Insana e Ludovica Ripa di Meana ex aequo 2002 poesia, Livia Livi e Maria Marchesi ex aequo 2004 poesia, Sivia Bre 2007 poesia, Francesca Sanvitale 2008 narrativa, Edith Bruck 2009 narrativa, Antonella Anedda 2012 poesia, Sonia Gentili 2016 poesia.

 




Sibilla

È questa la vicenda di una scrittrice che è insieme personaggio di un dramma amoroso, narrato nelle lettere degli stessi protagonisti: Sibilla Aleramo e Dino Campana.

Quando i due si incontrano, nel 1916, Sibilla ha quarant’anni ed è già inserita, come figura di rilievo, nell’ambiente intellettuale, tanto milanese che fiorentino e romano; già da un decennio ha pubblicato il suo romanzo Una donna, che testimonia, attraverso temi allora considerati ‘scabrosi’, come la follia e le molestie sessuali, del costituirsi di una coscienza femminista, destinata in lei a consolidarsi negli anni.

Dino Campana, nato nel 1885, fin dall’adolescenza aveva manifestato disagi contro i quali la medicina del tempo, e in un soggetto povero e solitario, del tutto sradicato quale sempre egli fu, non era in grado di fare molto. Vagabondò e visse sempre in povertà, non uscendo mai da questa condizione. La vicenda stessa della pubblicazione dei Canti Orfici si inserisce del tutto in una vita di estreme difficoltà.

La storia fra i due, che si innamorano di un amor de lohn, che l’incontro reale, concordato per via epistolare, conferma e rafforza, si dipana lungo il biennio 1916-1918, anche se la relazione vera e propria sarebbe durata poco più di sei mesi nel corso del 1916 e se dopo il gennaio del 1917 i due si incontreranno una sola volta, nella circostanza tragica del  ricovero coatto di lui.

Le prime settimane del rapporto d’amore recano a entrambi sentimenti nuovi, emozioni mai prima vissute con tanta intensità, malgrado entrambi avessero avuto numerosi incontri, più o meno significativi per la poetessa, non incidenti per Campana. Entrambi trovano accenti appassionati e intimi. Notevole la differenza delle lettere di lei, di tono un po’ dannunziano e recitato all’inizio, ma presto, dopo i primi incontri, intimo e tenero, pieno di abbandono affettuoso, come quando si firma col piccolo, modesto suo vero nome: Rina, o addirittura Rinuccia, che, gli scrive, “non ho usato mai”. Ma presto la follia del poeta si manifesta col suo carico di dolore e di violenza. E se la malattia che lo tormentò è la motivazione sostanziale delle sue ripetute violenze, pure, la manifestazione di esse sulla donna amata, accusata immotivatamente di infedeltà e colpevolizzata per le precedenti relazioni, ha la forma storica del sentimento di proprietà cieco e violento in tanti rapporti uomo/donna che tuttora sono sotto i nostri occhi. Una poesia di straordinaria intensità e bellezza, che reca la data dell’8 settembre 1916, scritta da Sibilla e spedita al suo amato Dino, apre uno scenario sconvolgente delle atrocità cui ella era stata sottoposta.

 

Rose calpestava nel suo delirio

e il corpo bianco che amava.

Ad ogni lividura più mi prostravo,

oh singhiozzo, invano, oh creatura!

Rose calpestava, s’abbatteva il pugno,

e folle lo sputo su la fronte che adorava.

Feroce il suo male più di tutto il mio martirio.

Ma, or che son fuggita, ch’io muoia del suo male!

L’autrice del primo romanzo italiano di sentire femminista, che giovanissima aveva conosciuto violenze fisiche e psicologiche in famiglia e che a fatica si era liberata, reagisce, tuttavia, per qualche tempo in modo che sta pur’esso dentro il canone storico: si sottomette, subisce, spera in un cambiamento, le pare perfino di comprendere che la sofferenza di lui, folle, è più grande della propria, che subisce la violenza, ma non ne viene ingoiata. Ben presto i due s’incontrano ancora. Tuttavia il ripetersi delle violenze convince Sibilla, dopo alcuni mesi, che la situazione è irrecuperabile, che la storia va troncata. Ama ancora, lo dichiara nelle lettere a lui e ad amici, e la sua sincerità, il suo dolore, il suo rimpianto sono evidenti, ma ha ampie risorse, sa difendersi e comprende che la sua unica difesa è interrompere il rapporto.

Il 21 dicembre 2016, scrive a Leonetta Cecchi Pieraccioni, amica sua e di Dino:

“Leonetta, non so se vedrai Campana. Dopo averlo ritrovato, e con lui qualcuna delle nostre ore più belle, stanotte s’è di nuovo abbandonato al suo delirio d’odio e questa volta credo non ci ritroveremo più […] Non avevo mai impegnata così totalmente la mia esistenza: era adorazione, sottomissione, negazione mia totale. Ora non saprò mai più amare. Sibilla”

Spaventata, ma soprattutto ferita, Aleramo, dispera in un cambiamento positivo e non vuole più incontrare Campana, malgrado la successione insistita, appassionata, a tratti straziante, dei messaggi di lui, nei quali invoca perdono e le chiede almeno un ultimo incontro. Eppure il sottrarsi di lei è colmo di dolore e rimpianto, malgrado il rapporto con Campana le appaia adesso come “martirio”.

Il 26 febbraio 2017 scrive infatti all’amico Vittorio Baldini: “Ho vissuto sei mesi di martirio, appetto a cui tutto ciò che avevo prima sofferto si è parso gioco. Ma era vita, e ora ch’è finito…”. E nelle lettere che continua a inviare al poeta, pur negandogli un nuovo incontro, gli dichiara un amore appassionato, la speranza disperata che il futuro insieme sia ancora possibile.

Nel 1918, su indicazione medica, Campana entra nel manicomio dal quale non uscirà mai più, morendovi nel 1932. Aleramo vive fino al 1960. Quello che era stato l’amore più perturbante della sua vita, fu una ferita definitiva, una vicenda della quale seppe e volle pochissimo parlare, autorizzando solo nel 1958 la pubblicazione del carteggio in suo possesso e che ha conosciuto una storia editoriale pure singolarmente tormentata e non ancora giunta a conclusione.

Le citazioni sono tratte dal carteggio Sibilla Aleramo – Dino Campana, Un viaggio chiamato amoreLettere 1916-1918, a cura di Bruna Conti (Feltrinelli, 2000), ma si veda pure l’edizione del 2015, per la stessa curatrice e ancora per Feltrinelli.




In viaggio sull’Orient Express

“Mi scusi, sa dov’è la carrozza ristorante?”
“Carrozza 12, signorina, dall’altra parte!”
Oltre i lussuosi vagoni letto del treno, da cui non mi sorprenderebbe affatto veder sbucare i maestosi baffi di Hercule Poirot, mi aspetta la grande intervistata di oggi: niente di meno che la signora del delitto per eccellenza.
“Buonasera Mrs. Christie1, che impressione incontrarla proprio qui!”
“Non lo dica a me! È una grande emozione per me tornare tra questi vagoni!”
“L’Orient Express le ha portato una grande fortuna, ma il famosissimo libro è uscito nel 1934: quattordici anni dopo la prima indagine di Poirot. Come e quando ha iniziato a scrivere gialli?”
“Sono sempre stata una grande fan dei polizieschi, soprattutto delle avventure di Sherlock Holmes orchestrate da Arthur Conan Doyle. Così, nel 1920 ho scritto il mio primo romanzo giallo, “Poirot a Styles Court”, delineando la figura di un detective molto particolare, che avesse la genialità di Sherlock ma non gli somigliasse né nell’aspetto, né tantomeno nel carattere. Inoltre, l’altra grande ispirazione mi è venuta durante la prima guerra mondiale, quando ho lavorato come infermiera e nel dispensario dell’ospedale di Torquay, dove ho imparato tutto ciò che so su farmaci e veleni: ho capito che mi sarebbero tornati molto utili per raccontare storie di delitti intriganti.”
“È da qui che nasce la sua passione per la farmacologia?”
“Assolutamente. Il veleno ha per me un grande fascino: non ha la crudezza della pistola o del coltello. È tutta una questione di dosaggio: la distinzione tra farmaco e veleno è talmente ambigua che molte sostanze, a seconda della quantità, possono risultare curative o letali.”
“Ha nominato prima Hercule Poirot, ma non è l’unico grande detective dei suoi romanzi: dal 1930 è Miss Marple l’altra brillante protagonista delle indagini. Cos’è che, a suo avviso, la rende un personaggio così interessante?”
“Per chi si approccia per la prima volta a Miss Marple è inevitabile riconoscere la figura stereotipata di un’anziana signora inglese, con i capelli grigi raccolti e una grande passione per l’uncinetto, il giardinaggio e il tè. Andando avanti ci si rende conto che accanto all’adorabile vecchietta di St. Mary Mead c’è una donna di un’intelligenza estrema, che grazie al suo intuito geniale riesce a risolvere delitti apparentemente senza soluzione. Questo dualismo funziona, rende il personaggio molto simpatico al pubblico!”
“Non ritiene che Miss Marple sia stata un po’ sfavorita dalla critica rispetto a Poirot?”
“Forse sì… Una donna che combatte il crimine grazie alla sua spiazzante intelligenza era, ed è forse tutt’ora, ritenuta meno credibile rispetto a un uomo. Con questa realtà si scontra Miss Marple stessa durante le sue indagini: è circondata da colleghi che tentano continuamente di screditarla, convinti di avere la verità in tasca. A questi la protagonista risponde più con i fatti, che con le parole, lasciandoli sempre un passo indietro e riuscendo a chiudere dei casi complicatissimi grazie a intuizioni a dir poco strabilianti.”
“Mrs. Christie, lei è ritenuta universalmente la signora del giallo più famosa di tutti i tempi. Al di là dei romanzi, la sua vita privata è circondata da un grande mistero su cui ancora non si è fatta luce. Mi può raccontare cosa è veramente successo nel 1926? Perché è scomparsa per 11 giorni?”
Non avrei dovuto farle questa domanda: la sua espressione, fino a quel momento così cordiale, si adombra all’improvviso. Posa delicatamente la sua tazza di tè caldo sul piattino e comincia a guardarsi intorno, quasi in cerca di una via di fuga. Poi uno sguardo, che vale più di mille parole, uno sguardo che dice “Sì, ho tentato di incastrare quel traditore di mio marito! Sì, è proprio così! Neanche il più astuto personaggio dei miei romanzi avrebbe mai saputo inscenare un omicidio così ad arte!”.

Ma tutto questo Agatha non l’ha mai detto, né a me, né a nessun altro.

 

1Agatha Mary Clarissa Miller, nota al pubblico come Agatha Christie, (Torquay,1890 – Wallingford, 1976) è stata la regina del romanzo poliziesco.Ha segnato la storia del giallo con romanzi come “Dieci piccoli indiani” e “Assassinio sull’Orient Express”, oltre ad aver raccontato magistralmente le indagini di detective brillanti come Hercule Poirot e Miss Marple.
Il vero grande mistero rimane la sua scomparsa del 1926, a seguito del tradimento di suo marito Archimbald Christie: fu trovata dopo undici giorni in un albergo ad Harrogate, dove si era registrata con il nome dell’amante del marito. Tra chi ipotizza una montatura pubblicitaria e chi invece un tentativo di far incolpare il signor Christie di omicidio e occultamento di cadavere, non si è mai fatta chiarezza sulla vicenda.