Le visioni oniriche di Ana Juan

Pittura, scultura e in particolare illustrazione per libri e riviste: i campi d’azione in cui Ana Juan è attiva sono molteplici, ma in ognuno di essi è riconoscibile il suo stile assolutamente unico e inconfondibile.

Nata a Valencia nel 1961, si trasferisce a Madrid appena ventenne, agli inizi degli anni Ottanta, distinguendosi per la qualità del suo lavoro, che nel 2010 le farà vincere il prestigioso Premio Nazionale di Illustrazione (un riconoscimento conferito dal Ministero della Cultura Spagnolo).

In Italia è diventata famosa grazie alle splendide copertine realizzate per i libri di Isabelle Allende, ma in realtà, Ana Juan si muove in molti settori.

1. Copertine The New Yorker

Da un lato ci sono le collaborazioni con importanti riviste:  El Pais, El mundo e in particolare The New Yorker, per la quale ha realizzato più di venti copertine (tra cui una dedicata all’attentato alla sede della rivista francese Charlie Hebdo). Dall’altro, invece, c’è tutta la produzione di libri per bambine e bambini dove è evidente la varietà di stili e di temi che è in grado di padroneggiare.

Si passa da visioni oniriche e poetiche ad atmosfere oscure e angoscianti, da esplosioni di colore a tavole in bianco e nero, che l’artista ha ammesso di prediligere, in particolare per la possibilità di inserire dei dettagli colorati e creare così forti contrasti.

I protagonisti delle sue illustrazioni sono sempre presentati nell’incredibile molteplicità dei propri stati d’animo, espressi attraverso i loro corpi.

È proprio da questi ultimi che si rendono più evidenti i riferimenti a grandi maestre e maestri della storia dell’arte. Modigliani, Chagall, Tamara de Lempicka, Picasso, Gaugin, e così via: il corpo diventa protagonista, rappresentato senza fronzoli, adattato alle emozioni che lo muovono, ora etereo e quasi intangibile, ora monumentale e scultoreo.

Nel 2015 la casa editrice Logos (che ha pubblicato i suoi lavori in Italia) ha realizzato una raccolta delle sue opere. Non solo le numerose copertine, ma anche le tavole per i suoi libri.

2. Amantes

Ci sono i suoi Amantes, che ci mostrano diversi tipi di amore, da quello settimanale a quello finale.

C’è una Snowhite oscura, sfruttata da sette nani spietati e da un principe senza cuore.

3. Snowhite

Ci sono le Sorelle, legate l’un l’altra dalla nascita attraverso i loro stessi capelli e da un amore ossessivo (in copertina).

C’è L’isola, dove un guardiano del faro, annebbiato dall’alcol, si innamora di una donna immaginaria, che si insinuerà anche nei rapporti con la sua famiglia.

4. L’isola

E così via, in un universo onirico, senza tempo, dove i personaggi delle sue storie sono costretti a fare i conti con la realtà più cruda, con le proprie ossessioni, paure, la propria solitudine, sempre in equilibrio tra dolcezza, inquietudine e, spesso, tragedia.




“Mai più violenza sulle donne” Il murales di Desx per l’8 Marzo

Girando tra le strade del quartiere San Lorenzo a Roma ci si imbatte, in via dei Sardi, nel murale di Luca Ximenes, in arte Desx.

“Mai più violenza sulle donne” così recita la scritta in cima al disegno. Il murale è stato realizzato in occasione dell’8 marzo, giornata internazionale della donna, in concomitanza con il restauro del disegno di fronte. Quest’ultimo rappresenta 107 sagome di carta bianche unite per la mano, una catena di figure femminili, che non hanno nessun connotato particolare, se non quello della gonna, immagini bianche che impressionano per il loro messaggio nudo e crudo. Infatti su di ogni sagoma è posta una targa su cui è scritto il loro nome e la data di nascita e di morte.

Colpisce il modo diretto di rivolgersi all’interlocutore e all’interlocutrice, un nome è sufficiente a prendere confidenza con la vittima, delle date bastano a rendersi conto dell’orrore che è avvenuto. Il numero di donne uccise, purtroppo attualmente sono molte più di quante ne viene ricordata la memoria su quel muro.

Il disegno di Desx, vuole seguire idealmente la linea del primo murale. Rimangono le donne che si tengono per mano, ma stavolta hanno colore e un volto, per quanto sia frammentato ed evanescente. Quasi spiriti benigni che vegliano nel mondo, le 4 figure di donne, dal centro fino all’estremità hanno i tratti del volto e del corpo sempre meno accennati. Librano nell’aria, i piedi non toccano il suolo. Così, ci appaiono sospese, presenti ed assenti nello stesso momento.

Il disegno è stato realizzato quasi interamente con la tecnica del rullo ed i colori utilizzati sono l’azzurro, il rosa, il nero ed il grigio. Colori freddi che raggiungono in maniera diretta e senza mezzi termini spettatore e spettatrice.

Desx nasce a L’Aquila nel 1976 e attualmente vive e lavora a Roma. Da sempre molto attento alle tematiche sociali, ha organizzato nella propria città terremotata, il RE-ACTO Fest, festival di arte urbana, dove ha chiamato a dipingere più artisti, in modo da ridare valore ed attenzione, attraverso l’arte, ad una città quasi tralasciata dalle istituzioni.

In foto: le diverse fasi della realizzazione del murales (Guido Laudani)

 

 

 




Orsi dispettosi e cavalli ribelli: il mondo di Noemi Vola

Quest’anno un grande orso nero e goffo e una marea di verdetti giganti hanno invaso le città: prima è stato il turno di Bologna, presso il Mambo, poi c’è stata Macerata e pare siano stati avvistati anche a Torino. Sembra che gli animali siano innocui, anzi, l’orso è particolarmente appiccicoso e non ama essere lasciato solo.

Questo è il mondo di Noemi Vola, classe ’93 nata a Bra (CN) nel 1993, diplomata nel 2016 al corso di Fumetto e Illustrazione all’Accademia di Belle Arti di Bologna. Attualmente frequenta il corso di Illustrazione per l’Editoria a Bologna. Nel 2014 fonda Blanca, rivista autoprodotta per bambini.

Nel 2017 inizia la sua collaborazione con la storica Corraini Edizioni. Al primo libro, Un orso sullo stomaco, è seguito Filastrocche di vetro, con i testi di Sabina Italiano.

Da pochissimo nelle librerie troviamo anche Un libro di cavalli, uscito il mese scorso ancora con Corraini. Sempre a maggio è uscito FIM? ISTO NÃO ACABA ASSIM per la casa editrice spagnola Planeta Tangerina. Insomma, Noemi non si ferma, e sembra non avere nessuna intenzione di farlo.

Le illustrazioni di Noemi Vola sono ironiche e leggere, realizzate con tecniche manuali come matite colorate e pennarelli. La grande forza delle sue illustrazioni non sta in un particolare virtuosismo tecnico, ma nella loro capacità di stupirci per la maniera ironica di vedere la realtà e per la capacità che hanno i suoi libri, una volta presi in mano, di convincerci a continuare a sfogliarli fino all’ultima pagina.

Il suo primo libro edito da Corraini, Un orso sullo stomaco, narra di un grande orso nero dall’aspetto goffo e di una ragazzina che quell’orso proprio non lo sopporta. Qualunque tentativo di scacciare via l’orso è vano (neanche il cioccolato o la matematica) perché l’orso la segue ovunque lei vada, e anche se scompare, poi ritorna sempre. Insomma, un vero disastro avere a che fare con gli orsi!

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Ho intervistato Noemi Vola per curiosare un po’ nel suo mondo.

Con il tuo primo libro Un orso sullo stomaco realizzi anche laboratori per bambini. È arrivato un orso a mangiarsi tutti i pastelli colorati?

Come si può vedere nel libro, quest’orso ce l’ha messa tutta per complicarmi la vita, e l’ ha fatto fino alla fine, quando è stato così dispettoso da mangiarsi letteralmente tutti i pennarelli che avrei voluto usare per disegnarlo.

Era da molto tempo che non disegnavo usando solo il nero (e non l’avrei fatto nemmeno questa volta!), la scelta di eliminare i colori é stata presa insieme all’editore. Inizialmente non è stato molto facile cedere all’idea di eliminare il colore, ma  l’uso del bianco e nero mi ha costretta a riportare sulla carta nient’altro di più che il necessario alla narrazione, e di non allontanarmi troppo dalla spontaneità grafica delle bozze iniziali. Sono stata felice di questa scelta e devo ringraziare infatti l’editore che ha insistito parecchio per farmelo capire.

Spesso anche nei laboratori invito i bambini a usare solo il nero per disegnare orsi di ogni tipo. È un limite che può diventare interessante, perché li costringe a non usare tutti i colori come d’abitudine, ma a inventare nuove soluzioni che spesso portano a risultati inaspettati.

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I personaggi che popolano i tuoi libri sono sempre fortemente caratterizzati: un orso dispettoso,  cavalli sovversivi, e poi i vermetti, di cui voglio sapere assolutamente qualcosa di più. Come lavori alla costruzione dei tuoi personaggi?

Ho sempre pensato prima alla storia che ai personaggi, infatti non sono mai stata una grande appassionata di orsi, cavalli o lombrichi, ma avevo un’idea da rappresentare e mi servivano dei buoni “attori ” adatti a interpretare delle parti.

Quando ho scritto Un orso sullo stomaco non avevo in mente di scrivere un libro con un orso come protagonista, avevo piuttosto la necessità assoluta di raccontare e scrivere quello che mi stava pesando addosso. Non sapevo bene cosa fosse, che forma avesse, quale fosse il suo nome; sapevo solo che era pesante, fastidioso, dispettoso, molto ingombrante e per niente amichevole. Insomma, una descrizione che assomigliava e aveva molti punti in comune con un orso. E d’altronde una sensazione del genere non poteva di certo assomigliare a una formica o a uno scoiattolo!

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Per Un libro di cavalli rivoluzionari, invece, l’idea di partenza riguardava un concetto che mi è sempre sembrato molto interessante e poco discusso: la disobbedienza e l’importanza di pensare con la propria testa. Avevo letto Rodari (in particolare Tonino l’ Obbediente, Il giovane gambero, Il Re Federico), Disobbedienza Civile di Thoreau, L’obbedienza non é più una virtú di Don Milani, e ho pensato che mi sarebbe piaciuto provare a raccontare questo concetto in un modo molto semplice ed elementare, adatto tanto a bambine e bambini quanti agli adulti, come Rodari ha abilmente fatto nelle sue filastrocche.

Ma per parlare di disobbedienza mi serviva qualcuno o qualcosa che fosse simbolo dell’opposto contrario, ovvero dell’obbedienza. E i cavalli erano perfetti: fin dall’antichità hanno seguito senza opporsi i loro padroni che li hanno usati come macchine da guerra o da corsa, oggi li troviamo immobili su piedistalli di marmo, schiavi di un moto perpetuo come il dondolo o la giostra, manovrati come le pedine sulle scacchiere.

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I lombrichi, invece, fanno parte di un progetto a cui sto lavorando, purtroppo non posso dire molto di più perché è tutto ancora molto incerto. A grandi linee si tratta di una storia il cui protagonista è un lombrico molto sconfortato, incerto e confuso, che riflette sulla vita.

Ora che sei un’illustratrice affermata e i tuoi libri popolano le librerie, hai un sogno nel cassetto che vorresti tirare fuori?

Sarebbe molto bello (ma non sarà molto facile) avere il tempo necessario per dedicarmi al lombrico e pensare completamente solo a lui. Per ora è il progetto in corso a cui tengo maggiormente, che ho iniziato e che come al solito non so dove mi porterà.

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Thomas Ott: l’umanità che emerge dal nero

Figura assolutamente eclettica e impegnata in campi d’azione diversi, Thomas Ott è noto per lo più come illustratore e in particolare come fumettista.

Svizzero, classe 1966, inizia a farsi conoscere, giovanissimo, già dagli anni Ottanta collaborando a una rivista underground di Zurigo (Strapazin). 

Partendo da tecniche quali l’inchiostro di china e l’incisione a puntasecca, Ott si avvicina presto a quello che diventerà (e rimarrà) il suo “modus operandi” prediletto: lo scratchboard, che in italiano è chiamato da alcuni “sgraffito”. 

Si parte dal ricoprire totalmente un foglio di carta con dell’inchiostro nero, dopodiché si gratta via con un pennino o una punta, facendo emergere il disegno.

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Si tratta di una tecnica pesante da utilizzare, in quanto richiede molto più tempo per poter lavorare sui dettagli di quanto invece richiederebbe la realizzazione a partire dal “positivo”: il punto di partenza è infatti sempre il nero su cui si va a incidere la luce. 

Con incredibile maestria, Ott gratta via moltissimi segni, sottilissime linee bianche attraverso cui riesce a creare sfumature e definire nel minimo particolare i dettagli e le espressioni dei personaggi, senza mai perdersi nel nero, che comunque fa sempre da padrone.

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Lo stesso artista ha affermato più volte che la difficoltà (e anche la bellezza) di questa tecnica sta proprio nell’imparare a usare il nero, a calibrarlo senza esserne sopraffatti, imparare a capirlo.

L’effetto è sicuramente potente e mostra chiaramente i riferimenti ai maestri  dell’Espressionismo tedesco (sebbene manchi l’uso del colore).

Le atmosfere sono invece un chiaro richiamo ai film noir e dell’orrore, a cui lo stile così complesso si abbina perfettamente. Vizi, violenze, deliri, perversioni, paure, morte: l’umanità che viene presentata è espressione di una realtà terribile e terrificante. 

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I suoi personaggi sono sempre psicologicamente complessi, disturbati e disturbanti, e attingono pienamente da un immaginario crudo e violento. 

Le storie di Ott diventano quindi dei brevi racconti dell’orrore, ricchi di suspence, che turbano e stordiscono chi legge, narrati in una quasi totale assenza di parole, ma solo attraverso vignette che emergono dal nero con spettacolari tagli e inquadrature cinematografiche.

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Sembrerebbe un lavoro cinico, distaccato, ma in realtà l’intento dell’artista, come lui stesso ha dichiarato, è ben diverso. 

L’idea di fondo è infatti liberarsi dalle paure che lo attanagliano normalmente, esorcizzarle, trasferirle sulla carta per non tenerle dentro di sé. 

Attraverso il suo lavoro, Thomas Ott esprime la volontà di mostrare nel modo più brutale possibile il lato più oscuro delle cose, tutta una parte di realtà di cui nessuno vuole parlare, per poterla accettare e così, in qualche modo, aprirsi al mondo e alla vita.




Barcellona, XIX Fira Modernista in onore di Lluïsa Vidal

Dal 1 al 3 giugno, all’interno della festa rionale della Dreta de l’Eixample, si è tenuta la XIV Fira Modernista di Barcellona, quest’anno dedicata alla pittrice Lluïsa Vidal,  in occasione del centenario della sua morte.

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La fiera nasce come rievocazione storica di un periodo particolarmente fecondo per la città, l’epoca del Modernismo, a cavallo tra XIX e XX secolo, coincidente con la Belle Époque e che nel contesto iberico, in particolare nella capitale catalana, assume delle connotazioni precipue, sull’onda di una piccola rivoluzione industriale e commerciale che vide protagonista Barcellona. La trasformazione interessò la società intera, modificandone struttura e stili di vita, come riflette l’arte e l’urbanistica: la fiera viene riproposta annualmente  nell’Eixample, sede delle tracce artistico-architettoniche più evidenti del movimento modernista catalano; il quartiere è diviso in esquerra (sinistra) e dreta (destra, guardando la città dal mare), e fu concepito in funzione delle nuove necessità della popolazione al fine di migliorarne condizioni di vita e di salute. 

Il Modernismo intersecò nuovi movimenti quali il socialismo e il femminismo, di cui la dedicataria di questa edizione della Fiera fu un’esponente attiva anche in senso pacifista.

Lluïsa Vidal fu la prima pittrice a dedicarsi all’arte come professionista, a fianco ai grandi nomi della tradizione modernista catalana (uno fra tutti, Ramon Casas). Dopo il recente restauro del primo monumento pubblico dedicato a una donna (l’artista Pepita Texidor), con l’omaggio a Lluïsa Vidal, Barcellona si riconferma una città sensibile alla questione femminile e al recupero, nella memoria collettiva, del ruolo delle donne nella storia e in società.

La Fira, che si configura come occasione per valorizzare l’artigianato, le attività commerciali dell’Eixample e varie attività culturali della città, quest’anno ha visto la partecipazione di negozianti e gente comune in costumi d’epoca. Le teatranti del Teatre Dona (promotrici di uno spettacolo dedicato a Vidal) e Les Descabellades hanno anche riproposto una piccola marcia femminista, vestite da suffragette. 

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Tra artigianato, gastronomia, turismo, arte, danze e varie attività creative per tutte le età, la Fira ha visto la partecipazione di ‘La merienda’, una delle associazioni che si occupa di fornire supporto ai senzatetto della città (presso cui era possibile comprare un berretto stile retrò i cui proventi sono stati devoluti per la causa). 

In piccolo, l’evento ha dimostrato come sia possibile organizzare una manifestazione che possa dirsi veramente ‘collettiva’ chiamando a raccolta, il più possibile, le istanze di tutti e tutte, tra storia, gioco, festa e impegno sociale. 




Ironia e leggerezza nelle illustrazioni di Isidro Ferrer

Lo scorso 14 aprile sono stata a Macerata per la quinta edizione festival di illustrazione Ratatà; durante il festival c’è stata l’inaugurazione della Retrospettiva su Isidro Ferrer, che ho avuto la fortuna di conoscere e di osservare all’opera.

L’artista si aggirava con il suo cappello e il suo bicchiere in mano, e non appena qualcuno gli si avvicinava per una firma o una dedica, dimenticava la folla intorno per realizzare dei piccoli ma accurati disegni su qualunque tipo di supporto: un poster, un quadernetto o un foglio strappato, e in assenza di acqua bagnava la brush pen nel suo bicchiere di vino.

Isidro Ferrer, classe ’63, nato a Madrid, grafico e illustratore, si forma in drammaturgia ma scopre presto la sua vocazione per la comunicazione visiva. Dalla fine degli anni ’80 inizia a emergere nel panorama della grafica; nel 2002 vince il National Design Award.

Si distingue nel panorama nazionale con la vincita di numerosi premi e con le numerose pubblicazioni che girano presto il mondo. Dal 2000 è membro AGI, una prestigiosa associazione che riunisce i migliori grafici, designer e illustratori mondiali.

L’opera di Ferrer conta numerosi manifesti, spesso legati al mondo del palcoscenico, da cui proviene.

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La seconda parte della sua produzione riguarda i libri, specialmente quelli per bambini, che gli permettono una maggiore libertà espressiva.

Se si osservassero tutti i libri di Isidro Ferrer uno accanto all’altro (e ci vorrebbe un tavolo davvero grande, perché stiamo parlando di trentuno pubblicazioni a oggi!) si noterebbe una grande variazione. Piccoli libricini che si nascondono nelle librerie, grandi libroni ai quali è difficile trovare un posto, libri rilegati in brossura e leporelli… la produzione di Ferrer è totalmente variegata in termini di formato e dimensione, che sarebbe difficile trovare un libro simile a un altro.

Ciò che accomuna le sue opere sono la delicatezza, la potenza comunicativa, l’utilizzo di forme rotonde e sinuose, i colori scelti e dosati con saggezza e i suoi personaggi, sempre costruiti con grande ironia e capaci di generare un effetto di sorpresa in chi osserva.

Sembra che Isidro non immagini altri mondi, ma si limiti a tradurre la realtà nella quale siamo immerse e trasformarla in poesia, donandoci la sua personale visione ironica, leggera, e per questo sempre riconoscibile.

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In Un Jardin (A buen paso, 2016) Isidro Ferrerrealizza le illustrazioni peril testo della poetessa cilena María José Ferrada Lefendi: la storia parla di un uomo che sogna un giardino, e si trasforma nelle creature che immagina. Le illustrazioni danno vita a uno spazio sospeso, popolato da strani animali che interagiscono con gli elementi geometrici posizionati nella pagina.

Il libro è un leporello: proseguendo con la lettura il volume si apre fino a diventare un grande panorama in cui perdersi.

Per quanto riguarda la tecnica, l’illustratore predilige tecniche manuali, facendo interagire il disegno, grazie all’uso del collage, a elementi materici come il legno, che donano alle sue opere una sensazione di tridimensionalità: non a caso realizza anche sculture in legno dei suoi personaggi.

L’utilizzo della sovrapposizione di strati e le forme che non sono mai colorate in maniera regolare ci fanno pensare alle tecniche di stampa manuale.

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Il mondo che Isidro Ferrer costruisce è un mondo in cui perdersi con leggerezza, per ricordarsi che se la realtà non ci piace, possiamo stravolgerla, accartocciarla, disegnarla, trasferirla su un pezzo di legno e appenderla al contrario.

Immagini dal sito: www.isidroferrer.com




Jerico e la dialettica uomo-natura

Jerico, classe 1992, è un artista italiano di origini Filippine. Il suo approccio con il binomio arte-strada avviene a tredici anni, quando comincia a disegnare in posti nascosti e abbandonati della città di Roma, firmandosi come “Dekoner”. 

Con l’iscrizione al liceo artistico approfondisce quei pittori quali Van Gogh, Lucian Freud, Francis Bacon da cui prenderà maggiore ispirazione. 

I primi quadri si concentrano sulla ritrattistica che siano autoritratti o non. Volti frammentati, espressioni sconfitte, esistenze che urlano, chiedono aiuto mentre si dissolvono inesorabilmente. Spettatori e spettatrici non possono fare nulla, non c’è possibilità di riscatto per quelle anime cristallizate sulla tela, chi ne fruisce ha la sola possibilità di essere colto nel profondo e sentir penetrare dentro sé i più cupi e misteriosi meandri dell’animo umano.

La sua ricerca sulla ritrattistica continua in strada, realizzando sia muri legali in quartieri alla periferia di Roma, che “Affissioni Abusive” titolo dei dieci poster attaccati illegalmente sui muri dello storico quartiere operaio di Testaccio.

Nel dicembre del 2014 espone per la prima volta alcuni dei suoi lavori nella mostra collettiva “The pitiless gaze of hysterical realism” al Popping Club nel rione Monti. 

Il primo grande progetto che ha coinvolto Jerico insieme ad altri diciannove artisti è quello realizzato nel 2015 dalla 999Contemporary in collaborazione con l’ATER e il Comune di Roma: Big City Life. La facciata di 14 metri di altezza si trova all’interno di un lotto con più di 500 abitanti del quartiere Tor Marancia. In questa circostanza, trovandosi a dipingere non solo per se stesso ma soprattutto per una collettività di persone, la sua ricerca artistica si evolve maggiormente. 

FOTO 1. Al lavoro a Tor Marancia, foto di Livia Fabiani

Intitolato “Distanza uomo-natura” il murale rappresenta una nuova creazione divina nella quale tra i michelangioleschi indici che si accingono a toccarsi, viene posto un ramo di fiore giapponese. Non c’è segno di inquietudine ma di diffusa serenità che il colore ciano di sfondo fa emergere intorno a sé. 

FOTO 2. “Distanza uomo-natura” a Tor Marancia, foto di Livia Fabiani

La sua ricerca pittorica continua a svilupparsi incentrandosi sulla natura e sul suo rapporto con l’essere umano. Le immagini dipinte da Jerico rappresentano una natura selvaggia e spontanea, non ancora contaminata dall’uomo. 

Ne è un esempio il murale realizzato durante la residenza artistica a Civita Castellana per l’associazione culturale Kill the Pig. “Ultimo orizzonte” è frutto di un elaborato lavoro e una lunga ricerca en plein air.

FOTO 3. Civita Castellana, “Ultimo Orizzonte”, foto di Sara Francola

In questo caso il soggetto è un bambino, zainetto in spalla e cappello in testa che rivolge la schiena allo spettatore osservando attentamente la natura. Il dipinto vuole ricordare l’immagine leopardesca della poesia “L’infinito” dove la natura, statica e sempreterna, sprigiona forza ed energia. 




Aaron Becker e la forza dell’immaginazione

Aaron Becker è un illustratore statunitense, autore della trilogia di cui fanno parte i libri senza parole Viaggio, Scoperta e Ritorno (pubblicati in Italia da Feltrinelli rispettivamente nel 2014, 2015 e 2016). 

Nato e cresciuto negli Stati Uniti, si può dire che la sua formazione sia in realtà legata ai numerosi viaggi compiuti, “zaino in spalla”, in giro per il mondo. Un’esperienza di vita riscontrabile nel suo lavoro, sia nelle tematiche che nei dettagli e nei riferimenti visivi a diverse culture, che vanno a popolare la sua opera.

FOTO 1. Viaggio

FOTO 2. Viaggio

Il primo capitolo della trilogia si intitola infatti Viaggio e racconta di una bambina che, sola e annoiata, disegna sulla parete della sua cameretta una porticina con un gessetto rosso, attraverso la quale riesce a entrare in un mondo spettacolare e magico. Un universo parallelo, ricco di colori e particolari, dove la bambina vivrà numerose avventure, tra cui la nascita di una nuova amicizia. 

FOTO 3. Scoperta

FOTO 4. Scoperta

Scoperta è il secondo libro della trilogia e riprende la storia di Viaggio, con la bambina e il suo nuovo amico cui viene affidata una missione da un misterioso re uscito da una porta magica, che consegna loro un altro gessetto colorato e una mappa per trovare tutti i colori dell’arcobaleno. Ritorniamo così nel mondo fantastico che avevamo incontrato nel primo libro, per vivere una nuova avventura alla ricerca della libertà dei colori.

L’ultimo capitolo che va a concludere la trilogia è Ritorno. La storia riprende ancora una volta i capitoli precedenti, ma stavolta vede il papà della bambina protagonista che scopre la porta magica ed entra così nel mondo fantastico alla ricerca della figlia. Combatterà al suo fianco e vivrà con i due bambini sorprendenti avventure, alla ricerca di un modo per sconfiggere i nemici e una macchina terribile che cattura i colori dell’arcobaleno.

FOTO 5. Ritorno

FOTO 6. Ritorno

Le tavole realizzate da Becker sprigionano colori vividi e avvolgenti, frutto di una maestria nella tecnica dell’acquerello, con i quali descrive luoghi grandiosi, ricchi di dettagli e pieni di vita. 

I volti e le espressioni sono invece sempre poco caratterizzati, a volte persino non visibili: la narrazione è, infatti, affidata alla spettacolarità delle ambientazioni, presentate con straordinarie prospettive cinematografiche (l’autore ha lavorato anche con gli studi della Disney e della Pixar) che segnano e accompagnano il ritmo della narrazione, serrato come nelle migliori avventure.

L’interpretazione e le molteplici letture che questi libri offrono, però, spettano a chi ha la fortuna di sfogliarli e di entrare in un magico mondo dove il colore diventa strumento delle più potenti “armi” contro la noia: l’immaginazione e la meraviglia. 

Due valori che, a mio parere, ci ricordano proprio l’importanza di saper viaggiare, di poter scoprire e, estremamente arricchiti, ritornare.




Giulia Pastorino: colore, ritmo e movimento

Colori caldi, stesi sul foglio con un tratto istintivo e gestuale, come una danza, a formare illustrazioni piene ma dove c’è sempre equilibrio.

Giulia Pastorino si forma all’Accademia di Belle Arti per poi trasferirsi a Urbino per studiare Illustrazione all’ISIA. Nel 2016 è tra gli illustratori selezionati al Bologna Children’s Book Fair e nello stesso anno vince il concorso Tapirulan. Nel 2017 viene selezionata al Nami Island International Illustration Concours.

Dal 2016 collabora con la rivista autoprodotta Pelo, nata tra le mura dell’ISIA di Urbino.

Vince la XII edizione del concorso Tapirulan, il cui tema è Ciak, con l’illustrazione L’arte del sogno, ispirata all’ononimo film di Michael Gondry.

Per la XIII edizione del concorso le viene dedicata una mostra personale e la pubblicazione del catalogo, contenente i suoi lavori per magazine e progetti personali. Il nome del catalogo è Disordine. Disordine non è un tema scelto a priori, ma il filo rosso che lega tutte le illustrazioni: il disordine invade lo spazio ma raggruppa, ordina, dona una coerenza visiva che permette alle immagini di vivere indipendentemente l’una dall’altra.

Il disordine così diventa vita: una volta qualcuno ha detto che nel disordine c’è armonia, c’è completezza, che una scrivania piena è preoccupante ma non quanto una scrivania vuota.

Figura 1.

Nelle sue opere lo spazio è invaso da forme, colori, piccoli particolari in cui chi osserva si può perdere, ma è un pieno che è sempre stabile, attraverso un sapiente uso dei colori, delle forme, dei pieni e dei vuoti: un disordine in equilibrio. E poi il movimento: l’equilibrio si trova anche nella sua capacità di fermare un’immagine, catturare un momento.

Il tratto gestuale, immediato, la mancanza di contorni definiti e di una precisa definizione degli spazi, non possono che ricordarci i dipinti di Jean-Michel Basquiat. C’è un altro elemento che li lega: un richiamo sottile, ma tangibile, all’Africa. I toni caldi, le maschere, ma anche una sensazione di continuo movimento, come una danza ininterrotta, avvicina le illustrazioni di Giulia all’arte del continente africano.

Figura 2.

Lo strumento che caratterizza Giulia è il pastello a olio, che dona alle opere un sapore materico e fa emergere il segno: sembra quasi che la mano di Giulia si posi sul foglio e non si fermi finché il disegno non è completo.

Tre domande a Giulia Pastorino, per conoscere lei e il suo lavoro.

Nelle tue opere tutti gli elementi sembrano essere posizionati istintivamente, di getto: come costruisci le tue illustrazioni?

Non mi piace stare troppo tempo su uno stesso disegno, mi annoia.

In genere butto giù un’idea, qualche colore e inizio a disegnare. 

I pastelli a olio sono i miei migliori amici, ma, a seconda di quello che devo realizzare, mischio diverse tecniche (dal carboncino agli acrilici, dalle ecoline ai pastelli colorati). Ciò che mi rende felice e che abbatte ogni mia ansia è il colore, che non mi spaventa per niente.

Quello che in genere non viene percepito è l’utilizzo del digitale. In realtà le illustrazioni non sono quasi mai tavole uniche. In genere disegno soggetti separati, dei pezzi che poi assemblo su photoshop. 

Ci sono diverse motivazioni per le quali prediligo questo modo di lavorare. 

La prima è che mi diverte moltissimo. Mi piace sovrapporre i miei disegni, aggiungerci carte preparate e scoprire l’effetto che dà. Spostare, cambiare, muovere. Ciò non significa che non abbia un’idea chiara in testa, ma mi piace dare spazio anche alla casualità, che spesso mi suggerisce nuove idee.

La seconda motivazione è che disegnare pochi soggetti alla volta ti permette di poterli riutilizzare, dandogli nuova vita. La mia missione è di creare un archivio infinito di ometti, piante e animali fantastici.

La terza è che sono una persona parecchio disordinata e la precisione ammetto che non sia il mio forte (ho altri pregi). Così ho un sacco di fogli con soggetti singoli o con composizioni di oggetti, su formati più o meno grandi, su carte più o meno pregiate. Prima credevo che questo mio modo di lavorare fosse sbagliato, da tenere “segreto”. Ora non saprei. Non so se abbia senso parlare di cosa sia giusto o meno, se sono più o meno brava.

In realtà in questo momento mi rispecchia, poi magari cambierò, per ora tavole uniche solo su grandi dimensioni, nel piccolo sto stretta.

Figura 3.

Una storia che vorresti assolutamente illustrare?

Una storia che volevo illustrare l’ho illustrata. Ed è la storia di Enrico D’Albertis, un genovese d’altri tempi che ha viaggiato per il mondo portando nel suo castello meraviglie e ricordi di ogni dove. In questa biografia c’è la mia città, la navigazione, il mare e tutti quegli oggetti misteriosi che parlano di culture lontane.

Facendo un po’ meno la seria, gli spunti migliori per una storia si trovano nella quotidianità, nella follia di qualche personaggio, origliando qualche chiacchiera o in un semplice dettaglio. Proprio qualche giorno fa un’amica mi stava raccontando che è partita con il nipote per una breve vacanza, portandosi dietro un limone del suo orto. Scelta un po’ inusuale, ma credo che una storia sulle vicissitudini di un limone in gita, potrebbe essere divertente, soprattutto se sul finale comparisse una spremuta.

Di idee ne ho diverse, vorrei concludere la storia di Ernesto, il bradipo iperattivo e poi dare un volto a Graziella che è nata quando aveva 17 anni.

Piano piano, chissà…

Nel 2016 sei stata selezionata in un concorso internazionale e da lì non ti sei più fermata: quali sono i tuoi programmi?

Viaggiare, comprarmi una casa in più posti differenti perché non ho ancora trovato il mio posto e nel dubbio…

Imparare a non arrossire nei momenti meno opportuni, dipingere in un grande spazio, avere un grande spazio, e costruire una libreria di legno.

Scherzi a parte, a essere sincera non programmo quasi mai niente. Ho un grosso problema con questa parola. 

Il 2016 mi ha dato un piccolo aiuto a credere in quello che faccio. Piccolissimo. Ciò di cui sono contenta è che mi riconosco nelle mie illustrazioni, che non è così scontato.

Per il resto che dire, sono tornata da un viaggio in Centro America che inevitabilmente mi ha dato molti spunti sui quali lavorare a un nuovo progetto. Non vorrei stare troppo ferma, in tutti i sensi.

L’idea dell’illustratrice solitaria nella sua scrivania l’apprezzo, ma solo in parte e a piccole dosi. 

Cerco di collaborare anche con persone che sono lontane dal mondo dell’illustrazione, per far convivere diverse esperienze e imparare sempre qualcosa di nuovo.

Pelo, invece, rimane una costante.

Immagini dal sito: https://giuliapastorino.tumblr.com




“Quello che i muri dicono”

“Quello che i muri dicono – Guida ragionata alla street art della capitale” è il libro della giornalista e scrittrice Carla Cucchiarelli. Come si evince dal titolo, che esprime in maniera saliente il contenuto del volume, non si tratta solo di una guida ma di una riflessione sulla più che contemporanea arte di strada della città di Roma.

L’autrice si è interessata alla street art in seguito alla stesura di un altro suo libro: “No, la Gioconda no” dove ha scoperto che, tra i numerosi artisti e artiste che hanno rielaborato l’iconografia leonardesca, c’erano anche alcuni street artists, come per esempio Mimì the Clown, di cui racconta il “museo di stencil con il naso rosso” realizzato nel cuore della Capitale.

Si sa, quando veniamo in contatto con cose nuove che ci stimolano interesse iniziamo a vederle ovunque. Quindi, dopo aver scoperto l’arte urbana, come è possibile non notarla in ogni angolo della Capitale?

Roma, insieme a Parigi, Berlino e Londra pullula di street art. Che si passi tra le case popolari di San Basilio o per i vicoli di Trastevere, i muri sono lì, pronti a comunicarci qualcosa.

Quello che descrive la scrittrice è un excursus dettagliato su ogni forma di contaminazione urbana.

Non tralascia gli interventi spontanei, né i disegni storici come l’asino che vola a via Tor di Nona o il graffito della spiga di grano che accompagna la scritta “Via la polizia dall’università”, realizzato durante i fermenti del ’68 all’interno della facoltà d’ Architettura Valle Giulia.

Descrive l’arte “illegale” delle pareti dei centri sociali come l’Alexis, attualmente sgomberato, di via Ostiense, la cui facciata è stata dipinta da Blu e al cui interno presenta più interventi da parte di molti artisti come per esempio Alice Pasquini e Bol; o l’arte nelle occupazioni abitative come l’ex fabbrica Fiorucci sulla Prenestina occupata e trasformata in museo contemporaneo – il “MAAM” – da artisti di tutto il mondo; fino ad arrivare a descrivere le manifestazioni autorizzate come il Festival della Poesia di Strada del Trullo dove artisti e poeti si sono riuniti per dipingere le facciate dei palazzi con disegni accompagnati dalle poesie.

 

FOTO 1. Bambina residente di “Metropoliz-Maam” davanti a un murales di Giò Pistone

 Il libro, pubblicato dall’editore Iacobelli, è stato elaborato come una guida alla street art e non segue un filo temporale bensì è sviluppato per aree tematiche. In questo modo i lettori e le lettrici possono scegliere il proprio percorso personale, iniziando a leggere il libro dall’ultimo capitolo o dal primo, a seconda di ciò che più interessa. 

Per aiutare il lettore e la lettrice a individuare l’artista e la zona di intervento, Cucchiarelli ha inserito dei sottocapitoli che anticipano di quali murales tratterà.

Molto attenta alle tematiche sociali, Carla racconta, per esempio, la coinvolgente storia del condominio-acquario di Torpignattara dipinto da Carlos Atoche. L’intervento è stato realizzato grazie alla volontà degli e delle abitanti del comitato di quartiere che, tramite un crowdfunding sono riusciti ad abbellire con la pittura un fatiscente edificio. Il murale non ha solo uno scopo estetico, l’artista ha ricreato i fondali marini dove più creature dialogano tra loro, così come il quartiere di Torpignattara contiene in sé persone dalle etnie differenti, primo fra tutti l’artista Atoche, originario del Perù.

 

FOTO 2. Etnik a TorPignattara

Inoltre il libro non si limita a descrivere il fenomeno urbano, c’è sempre una ricercata indagine sui perché e sui come, c’è un racconto documentaristico ma mai eccessivo sui personaggi che orbitano intorno ad un determinato intervento. Che sia l’artista, la committenza, o l’abitante, la sua storia viene raccontata.

Succede per Gaetano, il venditore ambulante di via Giolitti, rappresentato sulla parete da Mauro Sgarbi.

Succede per Massimo Colonna, in arte Crash Kid, writer e B-boy vissuto durante gli anni ’90 e scomparso prematuramente all’età di 26 anni, cui è stata dedicata una giornata alla sua memoria durante la quale artisti, amici e break dancer si sono radunati nel sottopasso di via Ettore Rolli e hanno dato vita a una giornata fatta di musica, danza ed arte. Rimangono a testimonianza dell’iniziativa i murales a lui dedicati e una targa alla sua memoria.

Sia che voi siate a conoscenza dell’arte urbana di Roma o che ne siate da poco appassionati, con questo libro potrete approfondire le vostre conoscenze o assimilarne di nuove.

Scritto con pura oggettività non vuole essere una critica d’arte nonostante risulti molto dettagliato e accurato nelle descrizioni.

Trattandosi di arte effimera, soggetta alle intemperie e spesso all’incuranza, rispetta il qui e ora heideggerianoe quindi, cari lettori e care lettrici, non rischiate che il tempo si porti via la libera arte che ci circonda, così come è successo per i murales di Keith Haring, ma infilate le scarpe,  prendete il libro in mano e andate a visitare questo magnifico museo a cielo aperto che Roma ci offre.

 

FOTO 3. Dettaglio di Blu su ex caserma