Leo Lionni

«Due cinque e un dieci – una piccola simmetria all’interno dell’infinità di numeri. Due cinque: le mie mani. Dieci: le mie dita. Avrei fatto cose.»

Con queste parole, Leo Lionni apre la sua autobiografia, un viaggio tra i ricordi di una vita lunga e piena, dislocata in luoghi e campi d’azione diversi. Il titolo stesso, Tra i miei mondi, ne è testimonianza: nato in Olanda nel 1910, vivrà in Belgio, Italia, Stati Uniti e di nuovo in Italia, dove morirà nel 1999, senza contare i numerosi viaggi in giro per il mondo, che fossero per studio, lavoro o per la sua rinomata curiosità.

Fin da giovane si avvicina all’arte in ogni sua forma, dalla pittura alla scultura, dal design alla grafica pubblicitaria, fino al libro per l’infanzia. Così sperimenta l’unione di immagini e parole, la potenza comunicativa che il linguaggio visivo può avere attraverso significati suggeriti da quello verbale.

I suoi libri, infatti, propongono storie apparentemente di poco conto, ma che celano temi fondamentali per la crescita, concludendosi con un’importante presa di coscienza da parte dei personaggi e dei piccoli lettori.

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C’è Pezzettino, che cerca qualcosa di cui pensa di essere il pezzo mancante, per poi scoprire di essere sé stesso, fatto di tante parti.

Il topolino Federico (in copertina), che raccoglie i raggi del sole, le parole e i colori dell’estate, provviste speciali per allietare le grigie serate invernali.

Le lettere di un Albero Alfabeto, che si uniscono insieme scoprendo la forza delle parole per dire qualcosa di importante.

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E poi Piccolo blu e piccolo giallo, il suo primo e forse più noto libro. Si parla di un lavoro piuttosto radicale, definito talvolta anti-libro, che ha stravolto il modo di fare letteratura per l’infanzia, sia per la potenza del messaggio (di amicizia, ricchezza della diversità, evoluzione attraverso l’altro) sia per il modo in cui viene trasmesso. L’autore gioca con le posizioni delle due macchioline protagoniste per suggerire la narrazione e gli stati d’animo: immagine e parola diventano l’una indispensabile all’altra, capaci insieme di fornire a chi legge e osserva le tensioni e le suggestioni narrative, affettive, morali che permettono di accogliere in sé la storia e modificare le proprie certezze.

L’opera di Lionni apre a nuovi mondi possibili che parlano a bambine e bambini mai da una prospettiva infantile, ma come un adulta/o che dà l’esempio, per agire e vedere in modo differente. Essa, però, si rivolge anche a lettori e lettrici mature, colpendole come una rivelazione. Il valore della pace, dell’amicizia, della diversità, della solidarietà, del fare del bene, della poesia e della meraviglia sono messaggi di un’intensità etica disarmante, trasmessi con una leggerezza profonda in cui Lionni è maestro. Un lavoro estremamente concettuale, una celebrazione dell’umanità, un inno alla gioia che tornano a essere fondamentali, ancora di più oggi, e arrivano ai “grandi” come un appello: cercare di essere tali, per davvero e sempre, e insieme coltivare e abbracciare quella preziosa diversità, diventando (come una macchia blu che abbraccia una gialla) un po’ verdi.

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Giulia Pastorino: colore, ritmo e movimento

Colori caldi, stesi sul foglio con un tratto istintivo e gestuale, come una danza, a formare illustrazioni piene ma dove c’è sempre equilibrio.

Giulia Pastorino si forma all’Accademia di Belle Arti per poi trasferirsi a Urbino per studiare Illustrazione all’ISIA. Nel 2016 è tra gli illustratori selezionati al Bologna Children’s Book Fair e nello stesso anno vince il concorso Tapirulan. Nel 2017 viene selezionata al Nami Island International Illustration Concours.

Dal 2016 collabora con la rivista autoprodotta Pelo, nata tra le mura dell’ISIA di Urbino.

Vince la XII edizione del concorso Tapirulan, il cui tema è Ciak, con l’illustrazione L’arte del sogno, ispirata all’ononimo film di Michael Gondry.

Per la XIII edizione del concorso le viene dedicata una mostra personale e la pubblicazione del catalogo, contenente i suoi lavori per magazine e progetti personali. Il nome del catalogo è Disordine. Disordine non è un tema scelto a priori, ma il filo rosso che lega tutte le illustrazioni: il disordine invade lo spazio ma raggruppa, ordina, dona una coerenza visiva che permette alle immagini di vivere indipendentemente l’una dall’altra.

Il disordine così diventa vita: una volta qualcuno ha detto che nel disordine c’è armonia, c’è completezza, che una scrivania piena è preoccupante ma non quanto una scrivania vuota.

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Nelle sue opere lo spazio è invaso da forme, colori, piccoli particolari in cui chi osserva si può perdere, ma è un pieno che è sempre stabile, attraverso un sapiente uso dei colori, delle forme, dei pieni e dei vuoti: un disordine in equilibrio. E poi il movimento: l’equilibrio si trova anche nella sua capacità di fermare un’immagine, catturare un momento.

Il tratto gestuale, immediato, la mancanza di contorni definiti e di una precisa definizione degli spazi, non possono che ricordarci i dipinti di Jean-Michel Basquiat. C’è un altro elemento che li lega: un richiamo sottile, ma tangibile, all’Africa. I toni caldi, le maschere, ma anche una sensazione di continuo movimento, come una danza ininterrotta, avvicina le illustrazioni di Giulia all’arte del continente africano.

Figura 2.

Lo strumento che caratterizza Giulia è il pastello a olio, che dona alle opere un sapore materico e fa emergere il segno: sembra quasi che la mano di Giulia si posi sul foglio e non si fermi finché il disegno non è completo.

Tre domande a Giulia Pastorino, per conoscere lei e il suo lavoro.

Nelle tue opere tutti gli elementi sembrano essere posizionati istintivamente, di getto: come costruisci le tue illustrazioni?

Non mi piace stare troppo tempo su uno stesso disegno, mi annoia.

In genere butto giù un’idea, qualche colore e inizio a disegnare. 

I pastelli a olio sono i miei migliori amici, ma, a seconda di quello che devo realizzare, mischio diverse tecniche (dal carboncino agli acrilici, dalle ecoline ai pastelli colorati). Ciò che mi rende felice e che abbatte ogni mia ansia è il colore, che non mi spaventa per niente.

Quello che in genere non viene percepito è l’utilizzo del digitale. In realtà le illustrazioni non sono quasi mai tavole uniche. In genere disegno soggetti separati, dei pezzi che poi assemblo su photoshop. 

Ci sono diverse motivazioni per le quali prediligo questo modo di lavorare. 

La prima è che mi diverte moltissimo. Mi piace sovrapporre i miei disegni, aggiungerci carte preparate e scoprire l’effetto che dà. Spostare, cambiare, muovere. Ciò non significa che non abbia un’idea chiara in testa, ma mi piace dare spazio anche alla casualità, che spesso mi suggerisce nuove idee.

La seconda motivazione è che disegnare pochi soggetti alla volta ti permette di poterli riutilizzare, dandogli nuova vita. La mia missione è di creare un archivio infinito di ometti, piante e animali fantastici.

La terza è che sono una persona parecchio disordinata e la precisione ammetto che non sia il mio forte (ho altri pregi). Così ho un sacco di fogli con soggetti singoli o con composizioni di oggetti, su formati più o meno grandi, su carte più o meno pregiate. Prima credevo che questo mio modo di lavorare fosse sbagliato, da tenere “segreto”. Ora non saprei. Non so se abbia senso parlare di cosa sia giusto o meno, se sono più o meno brava.

In realtà in questo momento mi rispecchia, poi magari cambierò, per ora tavole uniche solo su grandi dimensioni, nel piccolo sto stretta.

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Una storia che vorresti assolutamente illustrare?

Una storia che volevo illustrare l’ho illustrata. Ed è la storia di Enrico D’Albertis, un genovese d’altri tempi che ha viaggiato per il mondo portando nel suo castello meraviglie e ricordi di ogni dove. In questa biografia c’è la mia città, la navigazione, il mare e tutti quegli oggetti misteriosi che parlano di culture lontane.

Facendo un po’ meno la seria, gli spunti migliori per una storia si trovano nella quotidianità, nella follia di qualche personaggio, origliando qualche chiacchiera o in un semplice dettaglio. Proprio qualche giorno fa un’amica mi stava raccontando che è partita con il nipote per una breve vacanza, portandosi dietro un limone del suo orto. Scelta un po’ inusuale, ma credo che una storia sulle vicissitudini di un limone in gita, potrebbe essere divertente, soprattutto se sul finale comparisse una spremuta.

Di idee ne ho diverse, vorrei concludere la storia di Ernesto, il bradipo iperattivo e poi dare un volto a Graziella che è nata quando aveva 17 anni.

Piano piano, chissà…

Nel 2016 sei stata selezionata in un concorso internazionale e da lì non ti sei più fermata: quali sono i tuoi programmi?

Viaggiare, comprarmi una casa in più posti differenti perché non ho ancora trovato il mio posto e nel dubbio…

Imparare a non arrossire nei momenti meno opportuni, dipingere in un grande spazio, avere un grande spazio, e costruire una libreria di legno.

Scherzi a parte, a essere sincera non programmo quasi mai niente. Ho un grosso problema con questa parola. 

Il 2016 mi ha dato un piccolo aiuto a credere in quello che faccio. Piccolissimo. Ciò di cui sono contenta è che mi riconosco nelle mie illustrazioni, che non è così scontato.

Per il resto che dire, sono tornata da un viaggio in Centro America che inevitabilmente mi ha dato molti spunti sui quali lavorare a un nuovo progetto. Non vorrei stare troppo ferma, in tutti i sensi.

L’idea dell’illustratrice solitaria nella sua scrivania l’apprezzo, ma solo in parte e a piccole dosi. 

Cerco di collaborare anche con persone che sono lontane dal mondo dell’illustrazione, per far convivere diverse esperienze e imparare sempre qualcosa di nuovo.

Pelo, invece, rimane una costante.

Immagini dal sito: https://giuliapastorino.tumblr.com




Ironia e leggerezza nelle illustrazioni di Isidro Ferrer

Lo scorso 14 aprile sono stata a Macerata per la quinta edizione festival di illustrazione Ratatà; durante il festival c’è stata l’inaugurazione della Retrospettiva su Isidro Ferrer, che ho avuto la fortuna di conoscere e di osservare all’opera.

L’artista si aggirava con il suo cappello e il suo bicchiere in mano, e non appena qualcuno gli si avvicinava per una firma o una dedica, dimenticava la folla intorno per realizzare dei piccoli ma accurati disegni su qualunque tipo di supporto: un poster, un quadernetto o un foglio strappato, e in assenza di acqua bagnava la brush pen nel suo bicchiere di vino.

Isidro Ferrer, classe ’63, nato a Madrid, grafico e illustratore, si forma in drammaturgia ma scopre presto la sua vocazione per la comunicazione visiva. Dalla fine degli anni ’80 inizia a emergere nel panorama della grafica; nel 2002 vince il National Design Award.

Si distingue nel panorama nazionale con la vincita di numerosi premi e con le numerose pubblicazioni che girano presto il mondo. Dal 2000 è membro AGI, una prestigiosa associazione che riunisce i migliori grafici, designer e illustratori mondiali.

L’opera di Ferrer conta numerosi manifesti, spesso legati al mondo del palcoscenico, da cui proviene.

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La seconda parte della sua produzione riguarda i libri, specialmente quelli per bambini, che gli permettono una maggiore libertà espressiva.

Se si osservassero tutti i libri di Isidro Ferrer uno accanto all’altro (e ci vorrebbe un tavolo davvero grande, perché stiamo parlando di trentuno pubblicazioni a oggi!) si noterebbe una grande variazione. Piccoli libricini che si nascondono nelle librerie, grandi libroni ai quali è difficile trovare un posto, libri rilegati in brossura e leporelli… la produzione di Ferrer è totalmente variegata in termini di formato e dimensione, che sarebbe difficile trovare un libro simile a un altro.

Ciò che accomuna le sue opere sono la delicatezza, la potenza comunicativa, l’utilizzo di forme rotonde e sinuose, i colori scelti e dosati con saggezza e i suoi personaggi, sempre costruiti con grande ironia e capaci di generare un effetto di sorpresa in chi osserva.

Sembra che Isidro non immagini altri mondi, ma si limiti a tradurre la realtà nella quale siamo immerse e trasformarla in poesia, donandoci la sua personale visione ironica, leggera, e per questo sempre riconoscibile.

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In Un Jardin (A buen paso, 2016) Isidro Ferrerrealizza le illustrazioni peril testo della poetessa cilena María José Ferrada Lefendi: la storia parla di un uomo che sogna un giardino, e si trasforma nelle creature che immagina. Le illustrazioni danno vita a uno spazio sospeso, popolato da strani animali che interagiscono con gli elementi geometrici posizionati nella pagina.

Il libro è un leporello: proseguendo con la lettura il volume si apre fino a diventare un grande panorama in cui perdersi.

Per quanto riguarda la tecnica, l’illustratore predilige tecniche manuali, facendo interagire il disegno, grazie all’uso del collage, a elementi materici come il legno, che donano alle sue opere una sensazione di tridimensionalità: non a caso realizza anche sculture in legno dei suoi personaggi.

L’utilizzo della sovrapposizione di strati e le forme che non sono mai colorate in maniera regolare ci fanno pensare alle tecniche di stampa manuale.

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Il mondo che Isidro Ferrer costruisce è un mondo in cui perdersi con leggerezza, per ricordarsi che se la realtà non ci piace, possiamo stravolgerla, accartocciarla, disegnarla, trasferirla su un pezzo di legno e appenderla al contrario.

Immagini dal sito: www.isidroferrer.com




Le architetture fantastiche nelle illustrazioni di Giovanni Colaneri

Tanti piccoli elementi che interagiscono tra loro per formare una grande composizione e dare vita a una struttura più grande, come un mosaico. Le illustrazioni di Giovanni Colaneri sono come un grande collage di elementi: figure di uomini e donne dialogano con oggetti e strutture geometriche e architettoniche, per dare vita a dei veri e propri macrocosmi dove ogni cosa trova silenziosamente il suo posto.

Giovanni Colaneri è un giovane illustratore napoletano, laureato all’Accademia di Belle Arti di Firenze in Grafica d’arte, per poi proseguire i suoi studi all’ISIA di Urbino nel biennio in Illustrazione.

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Nel 2016 è tra gli illustratori selezionati al Bologna Children’s Book Fair. Nello stesso anno è tra i 29 selezionati al concorso That’s a mole!.

Nel 2017 vince il concorso Art stop monti, che ha come obiettivo la promozione di interventi artistici all’interno delle stazioni metropolitane di Roma. Giovanni realizza due illustrazioni destinate agli ingressi della stazione Cavour della Metro B di Roma, nelle quali combina persone con elementi architettonici di Roma, che accostate creano delle lettere, minuscole e maiuscole.

Tra le collaborazioni di Giovanni, troviamo quella con Pelo Magazine, la rivista made in ISIA.

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I colori che Giovanni utilizza sono sempre tenui, la cui delicatezza deriva anche dagli strumenti utilizzati, ovvero colori ad acqua. La bellezza delle sue illustrazioni sta nella grande complessità di elementi al loro interno, dove ogni cosa deve avere il giusto colore per tirare fuori una composizione bilanciata.

Le illustrazioni di Giovanni Colaneri sono inclusive, a ricordarci che una società è tale perché formata da tanti elementi diversi che, senza attirare troppo l’attenzione, trovano il loro posto e si inseriscono in qualcosa di più grande: un messaggio molto importante in questo momento storico. Le sue illustrazioni sono come un grido silenzioso che si diffonde per trovare il suo posto, senza fare troppo rumore o troppo scalpore.

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Ho fatto qualche domanda a Giovanni per scoprire qualcosa di più su di lui e sul suo lavoro.

Le tue illustrazioni si caratterizzano per essere delle composizioni formate da tanti elementi.

Come costruisci le tue illustrazioni?

Comincio con un piccolo outing come premessa: di base ho il terrore del vuoto, il famosissimo horror vacui. Credo di essere peggiorato col tempo, man mano che disegnavo. A volte non ce la faccio proprio a vedere quel piccolo spazio bianco vuoto tra due omini, quindi qualcosa ce la devo mettere per forza, che sia una sfera, un cubo o altro. Stava diventando un problema quando iniziavo a riempire proprio tutto, però la buona notizia è che ultimamente ci sto lavorando su e a volte quello spazietto riesco a lasciarlo così com’è. Questo per spiegare i tanti elementi. Come le costruisco invece è difficile da spiegare, proverò a farlo in senso ampio. Quando mi siedo alla scrivania, metto le cuffie e mi alieno che manco io so come faccio e ci posso stare per tutto il tempo che voglio. Uso principalmente matite e pennarelli, soprattutto pantoni ma anche acquerelli, brushpen, acrilici, a seconda di quello che serve. Disegno oggetti, luoghi, piante e soprattutto persone, tante e tutte diverse, giganti o minuscole, reali o fantastiche, che fanno cose tra di loro o in solitudine, a seconda delle parole, di come mi sento, di cosa devo raccontare e a chi. In ognuno di queste c’è una parte di me che viene fuori, del mio mondo. È tutto.

Una domanda di rito: progetti nel cassetto che vorresti tirare fuori?

Ho un cassetto gigante e ogni volta che lo apro mi ci perdo. Ci metto dentro tutto quello che sento mio. Saper aspettare è importante. Se ho qualcosa che non sono molto sicuro di voler tirare fuori, la lascio lì fino a quando non mi sento pronto. Un progetto così l’ho realizzato quest’anno ed è Che cos’è una sindrome?, la mia tesi di laurea. Dal titolo si capisce di cosa parla, è un argomento che mi sta molto a cuore, quello della disabilità. Vorrei tirarne fuori altri sul tema, spaziando sempre di più nella diversità. Ho molta voglia di farlo perché sento che nella società in cui viviamo manca un’educazione al rispetto della diversità. Non è vero che siamo tutti uguali, anzi, siamo tutti diversi e tutti dovremmo avere gli stessi diritti, nessuno escluso. Almeno, io l’ho vissuta e la vedo così. Mi piacerebbe fare molto per questo, perché il mio lavoro possa dare un contributo, anche minimo, per riuscire a stare meglio in questo mondo. Stavo pensando da un po’ che ho quasi sempre usato figure umane per i miei lavori, mi manca disegnare una storia con protagonista un amico a quattro zampe. Qualche settimana fa ho disegnato un cammello e gli ho dato un nome, Dario. Non sapeva come sentirsi e così ha iniziato la sua corsa alla ricerca di sé, della sua identità perché non si sentiva cammello. Chissà dove andrà o cosa scoprirà, di sé e del mondo che lo circonda. Il bello di creare storie per me è anche questo.

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Nel 2016 sei stato selezionato in un concorso internazionale e da lì non ti sei più fermato: quali sono i tuoi programmi?

Hashtag fatturare. Scherzi a parte, in realtà ogni tanto mi fermo o comunque mi sono fermato. Da quell’esperienza ne sono uscito leggermente meglio di prima. Parlo della mia autostima, che era sempre a zero, invece adesso ce n’è qualche briciolo in più. Sì, cerco di continuare sempre e comunque anche perché, come si dice, chi si ferma è perduto. Sinceramente non ho particolari programmi per il futuro, ma alcune cose che cercherò di fare ogni giorno ce ne sono, illustrazione a parte, intendo. Cercare di stare bene, ad esempio, che non è la cosa più facile. Fare quello che mi piace, sempre o almeno ogni volta che posso. Non smettere di crescere e restare curioso e meravigliato dalle cose, come fa un bambino. Non perdere le amicizie, quelle belle, sparse per l’Italia e per il mondo, che la distanza a volte è proprio brutta. Parlare un po’ di più, in generale, perché è una cosa che non fa parte di me e chi mi conosce lo sa bene. A pensarci bene, per adesso seguirò Dario, per un po’, vedo dove mi porterà. 

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ITALIA – Scandalosa e seducente,Tamara de Lempicka a Palazzo Forti di Verona

Viaggiatrice, misteriosa, eccentrica,  Tamara resterà a Verona fino al 31 gennaio 2016.

Sei le sezioni tematiche della mostra monografica dedicata alla musa, diva e grande artista dell’ Art Decò; 200 le opere in esposizione. Da “I mondi di Tamara de Lempicka”, un’esplorazione attraverso tutte le case in cui ha vissuto tra il 1916 e il 1980, tra l’anno del suo matrimonio a San Pietroburgo e l’anno della morte a Cuernavaca, fino a “Le visioni amorose”, che racconta attraverso eccezionali nudi la delicata attenzione riservata a uomini e donne da lei amati. Per finire con la sezione “Scandalosa Tamara”, dove si affronta il tema della coppia: da quella eterosessuale ripresa dal Bacio di Hayez, alle coppie saffiche. Quasi un corollario della mostra, la sezione “Dandy déco” è una “mostra nella mostra”: un’inedita sfilata di abiti calzature e accessori dei decenni Venti e Trenta, scelti rispecchiando i gusti della Lempicka. Per finire, a Verona ha preso corpo anche una inedita sezione che si può definire virtuale: “Seduzione in Musica”. A Palazzo Forti, sede dell’Arena Museo Opera, l’opera di Tamara è letta attraverso la musica: in ogni sala della mostra echeggiano brani e musiche dei tempi e dei luoghi della Lempicka.

La pop-star Madonna – affascinata dalla biografia della pittrice – è divenuta una delle principali collezioniste delle opere di Tamara de Lempicka e ha prestato i quadri della pittrice da lei in possesso a musei e per l’organizzazione di eventi. Questo ha contribuito nei recenti anni alla riscoperta (almeno mediatica) e alla rivalutazione della Lempicka.

Madonna ha presentato le opere della Lempicka nei video musicali di alcuni dei suoi grandi successi, ad esempio in “Open Your Heart” (1987), “Express Yourself” (1989), “Vogue” (1990) and “Drowned World/Substitute for Love” (1998), e durante il Who’s That Girl tour del 1987 e il Blond Ambition world tour del 1990.

Tra gli altri collezionisti delle opere della Lempicka troviamo l’attore Jack Nicholson e l’attrice-cantante Barbra Streisand.




Gli animaletti e la vita quotidiana nelle vignette di Liz Climo

Liz Climo è un’illustratrice e animatrice americana.

Inizia a lavorare, giovanissima, come disegnatrice per la serie televisiva I Simpsons realizzando gli storyboard e i personaggi. In parallelo, come lei stessa dichiara, “disegna altre cose” e sono  proprio queste, a mio parere, a meritare una certa attenzione.

L’autrice è diventata famosa quando ha iniziato a pubblicarle sul suo primo blog, dopodiché le tavole sono state raccolte e pubblicate nel libro The little world of Liz Climo (omonimo del suo sito thelittleworldofliz.com).

Ma cosa rende questo lavoro così speciale?

A primo impatto, le illustrazioni sono in effetti molto semplici.

Linea sottile di contorno, colori piatti, cura di (pochi) dettagli, assenza totale di ambientazioni: lo stile è minimale, estremamente sintetico. Semplice, appunto, eppure per niente facile.

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Il ruolo centrale delle sue vignette è ricoperto dalle figure (che spesso però non si muovono neppure) e in particolare dai dialoghi, dalle parole che queste pronunciano, piccole perle di saggezza o di vita quotidiana.

La cosa curiosa è che i personaggi sono sempre animali che, in qualche modo, “tradiscono” la loro natura, o meglio, che vanno oltre sé stessi, regalandoci scene buffissime e indimenticabili.

Uno dei più noti è sicuramente Rory, il piccolo dinosauro (protagonista di Rory the dinosaur: me and my dad, pubblicato in Italia come Rory il dinosauro e il suo papà) che intraprende un viaggio da solo alla scoperta della sua isola, seguito dall’inseparabile papà, che lo aiuterà a crescere e a sviluppare, pian piano, la sua indipendenza.

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Ma Rory non è l’unico animaletto che popola questo stupendo universo: dinosauri, orsi, conigli, armadilli, orche, serpenti, varani e così via.

Credo che il mio preferito sia l’orso, perché sembra sempre portare quel tocco di meraviglia che fa sorridere, risollevando il morale dei suoi amici (o, come è giusto che sia, facendoselo risollevare lui qualche volta). Uno dei temi più importanti è proprio quello dell’amicizia (su cui l’autrice ha realizzato un altro libro, non ancora pubblicato in Italia), del valore dell’aiuto reciproco, della diversità che non è un ostacolo, ma un punto di forza per fare qualcosa di buono per gli altri. Un valore che questi animaletti incarnano alla perfezione.

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In effetti non so se posso scegliere un personaggio o una vignetta che preferisco.

Quella di Liz Climo è un’opera che non si prende mai troppo sul serio, eppure è dotata di un’incredibile freschezza e dolcezza, di un candore e una leggerezza irresistibili, mantenendo un’ironia sottile che fa sorridere lettori e lettrici, senza veri limiti di età.

Sarà che si tratta di animaletti già di per sé buffi, sarà che vivono quei problemi della vita (da quelli grandi a quelli più piccoli) in cui è impossibile non immedesimarsi. Sarà che spesso celano messaggi ben più profondi, sarà che c’è sempre un velo di meraviglia, quella che si prova quando si sta scoprendo il mondo.

Io ogni volta che vedo una tavola di Liz Climo sorrido e mi ricordo quanto sia bello farlo. E mi commuovo pure, un pochino.

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L’immagine della città attraverso le illustrazioni di Viola Gesmundo

Architetta di formazione e illustratrice di professione, Viola Gesmundo nasce a Foggia ma lavora tra Rotterdam e Torino.

Nel suo lavoro è centrale il tema dell’interazione e della rigenerazione urbana; i suoi personaggi sono portatori di un dono di positività e sembrano sempre invitarci a divertirci e a non prendere la vita troppo sul serio.

Nel 2016 realizza un murale per la riqualificazione di un ex dazio ottocentesco a Torino (in copertina) e ottiene una residenza d’artista con la Foundation B.a.d. a Rotterdam, conclusasi con una grande opera site-specific.

Nel 2017 le sue opere sono state esposte in varie mostre, presso il MAO di Torino, lo Studio De Bakkerij a Rotterdam e il Museo Civico di Foggia con la personale DIORAMI 365+1.

Nel 2017 pubblica il suo primo albo illustrato Una strada per Ritache parla di una bambina, Rita, che riceve dalla sua maestra un compito speciale: scoprire che cosa non va nella sua città. Non a caso, Viola illustra una storia che parla di sviluppo sociale nella quale ci propone di guardare con occhi diversi la città.

FOTO 1. Una strada per Rita. Illustrazione

Il libro è realizzato in collaborazione con l’Associazione Toponomastica femminile e pubblicato con Matilda Editrice. Nel 2018 pubblica il suo secondo albo illustrato, Se dico no è no, edito con la stessa casa editrice.

FOTO 2 Una strada per Rita. Copertina.

Le forme che Viola disegna sono delimitate da spesse linee nere dentro le quali esplodono i colori; insieme a essi domina un ampio uso di texture, che riempiono gli spazi e suggeriscono dinamicità e movimento.

Nelle sue illustrazioni utilizza una palette di colori determinata, dove trionfano il rosso, il blu, il giallo. I suoi personaggi sono giocosi e sempre in movimento, pronti a invadere qualsiasi superficie dove è possibile dipingere. Le figure sono sempre bidimensionali e prive di sfumature. Questa essenzialità nel disegno rende le figure adatte a essere trasportate su superfici ampie: le facciate di case e le mura della città diventano una grande tela da riempire.

FOTO 3 Sconfinamenti.Illustrazione

Ho parlato con Viola Gesmundo per indagare questo rapporto tra illustrazione, architettura e street art.

– Hai studiato architettura ma hai scelto di lavorare come illustratrice freelance, e a quanto pare dipingere sui muri non ti dispiace affatto. Che significato ha nel tuo lavoro l’architettura?

– L’architettura, così come l’illustrazione, ha l’abilità di saper interpretare i desideri degli altri, del pubblico, e più in generalerendere le persone felici facendo sì che gli spazi con cui interagiscono nel loro quotidiano siano più piacevoli. Per questo un’opera di street art può essere considerata rigenerazione urbana. La rigenerazione urbana può essere infatti attuata attraverso grandi e piccoli gesti. Grandi gesti come la riqualificazione di una città, di un edificio o di uno spazio pubblico; e piccoli gesti quali la semplicità di un’illustrazione murale che ridia nuova vita con un “segno” più fruibile nell’immediato.

– Dipingere su un muro, rispetto alla carta, significa creare una rottura con il circostante. Il muro non può essere nascosto, ed è costantemente sotto gli occhi dei passanti. Si potrebbe forse dire che il muro è un mezzo di comunicazione. Cosa significa per te utilizzare un muro rispetto a un foglio di carta?

– Quando disegno su un muro, soprattutto se pubblico, sento un grande senso di responsabilità nei confronti del prossimo, in quanto ho la possibilità di rendere la giornata di un passante più allegra e colorata anche solo per un momento.

Il murale è arte pubblica, in comunicazione diretta con i passanti, che la interpretano continuamente e in modi sempre diversi, facendo prendere al disegno spesso pieghe sorprendenti.

Mi è capitato di aggiungere un soggetto in un murale in corso per il commento di un bambino o per una nonna che mi “riprendesse” per la mancanza di colore. L’arte murale diventa così arte partecipata oltre che condivisa. La carta è ugualmente un efficace mezzo di comunicazione con la differenza che spesso è rivolto a un pubblico più specifico, come la letteratura per l’infanzia in cui mi sono imbattuta ultimamente.

– La street art pare che sia una prerogativa maggiormente maschile, o forse mi sto sbagliando?

– È stata una prerogativa maschile nel modo in cui la società ha spesso considerato il “ruolo” femminile lontano da certi ambienti più “difficili” come può essere quello dell’arte urbana, che implica lo sporcarsi le mani o arrampicarsi su supporti traballanti.

Tuttavia sempre più ragazze oggi condividono le loro idee e la loro arte sui muri della città.




“Quello che i muri dicono”

“Quello che i muri dicono – Guida ragionata alla street art della capitale” è il libro della giornalista e scrittrice Carla Cucchiarelli. Come si evince dal titolo, che esprime in maniera saliente il contenuto del volume, non si tratta solo di una guida ma di una riflessione sulla più che contemporanea arte di strada della città di Roma.

L’autrice si è interessata alla street art in seguito alla stesura di un altro suo libro: “No, la Gioconda no” dove ha scoperto che, tra i numerosi artisti e artiste che hanno rielaborato l’iconografia leonardesca, c’erano anche alcuni street artists, come per esempio Mimì the Clown, di cui racconta il “museo di stencil con il naso rosso” realizzato nel cuore della Capitale.

Si sa, quando veniamo in contatto con cose nuove che ci stimolano interesse iniziamo a vederle ovunque. Quindi, dopo aver scoperto l’arte urbana, come è possibile non notarla in ogni angolo della Capitale?

Roma, insieme a Parigi, Berlino e Londra pullula di street art. Che si passi tra le case popolari di San Basilio o per i vicoli di Trastevere, i muri sono lì, pronti a comunicarci qualcosa.

Quello che descrive la scrittrice è un excursus dettagliato su ogni forma di contaminazione urbana.

Non tralascia gli interventi spontanei, né i disegni storici come l’asino che vola a via Tor di Nona o il graffito della spiga di grano che accompagna la scritta “Via la polizia dall’università”, realizzato durante i fermenti del ’68 all’interno della facoltà d’ Architettura Valle Giulia.

Descrive l’arte “illegale” delle pareti dei centri sociali come l’Alexis, attualmente sgomberato, di via Ostiense, la cui facciata è stata dipinta da Blu e al cui interno presenta più interventi da parte di molti artisti come per esempio Alice Pasquini e Bol; o l’arte nelle occupazioni abitative come l’ex fabbrica Fiorucci sulla Prenestina occupata e trasformata in museo contemporaneo – il “MAAM” – da artisti di tutto il mondo; fino ad arrivare a descrivere le manifestazioni autorizzate come il Festival della Poesia di Strada del Trullo dove artisti e poeti si sono riuniti per dipingere le facciate dei palazzi con disegni accompagnati dalle poesie.

 

FOTO 1. Bambina residente di “Metropoliz-Maam” davanti a un murales di Giò Pistone

 Il libro, pubblicato dall’editore Iacobelli, è stato elaborato come una guida alla street art e non segue un filo temporale bensì è sviluppato per aree tematiche. In questo modo i lettori e le lettrici possono scegliere il proprio percorso personale, iniziando a leggere il libro dall’ultimo capitolo o dal primo, a seconda di ciò che più interessa. 

Per aiutare il lettore e la lettrice a individuare l’artista e la zona di intervento, Cucchiarelli ha inserito dei sottocapitoli che anticipano di quali murales tratterà.

Molto attenta alle tematiche sociali, Carla racconta, per esempio, la coinvolgente storia del condominio-acquario di Torpignattara dipinto da Carlos Atoche. L’intervento è stato realizzato grazie alla volontà degli e delle abitanti del comitato di quartiere che, tramite un crowdfunding sono riusciti ad abbellire con la pittura un fatiscente edificio. Il murale non ha solo uno scopo estetico, l’artista ha ricreato i fondali marini dove più creature dialogano tra loro, così come il quartiere di Torpignattara contiene in sé persone dalle etnie differenti, primo fra tutti l’artista Atoche, originario del Perù.

 

FOTO 2. Etnik a TorPignattara

Inoltre il libro non si limita a descrivere il fenomeno urbano, c’è sempre una ricercata indagine sui perché e sui come, c’è un racconto documentaristico ma mai eccessivo sui personaggi che orbitano intorno ad un determinato intervento. Che sia l’artista, la committenza, o l’abitante, la sua storia viene raccontata.

Succede per Gaetano, il venditore ambulante di via Giolitti, rappresentato sulla parete da Mauro Sgarbi.

Succede per Massimo Colonna, in arte Crash Kid, writer e B-boy vissuto durante gli anni ’90 e scomparso prematuramente all’età di 26 anni, cui è stata dedicata una giornata alla sua memoria durante la quale artisti, amici e break dancer si sono radunati nel sottopasso di via Ettore Rolli e hanno dato vita a una giornata fatta di musica, danza ed arte. Rimangono a testimonianza dell’iniziativa i murales a lui dedicati e una targa alla sua memoria.

Sia che voi siate a conoscenza dell’arte urbana di Roma o che ne siate da poco appassionati, con questo libro potrete approfondire le vostre conoscenze o assimilarne di nuove.

Scritto con pura oggettività non vuole essere una critica d’arte nonostante risulti molto dettagliato e accurato nelle descrizioni.

Trattandosi di arte effimera, soggetta alle intemperie e spesso all’incuranza, rispetta il qui e ora heideggerianoe quindi, cari lettori e care lettrici, non rischiate che il tempo si porti via la libera arte che ci circonda, così come è successo per i murales di Keith Haring, ma infilate le scarpe,  prendete il libro in mano e andate a visitare questo magnifico museo a cielo aperto che Roma ci offre.

 

FOTO 3. Dettaglio di Blu su ex caserma                                                              




ROMA – Murale a Casal Bernocchi

 

Di Livia Fabiani

Ci troviamo a Casal Bernocchi, periferia di Roma in direzione del mare, quando, questa estate, sulla parete della scuola elementare intitolata a Raffaella La Crociera prende vita fra i colori il ritratto di una bambina assorta a scrivere su un foglio.

Il murale è stato realizzato dall’artista Alice Pasquini, invitata dall’associazione Culturale Collettivo La Talpa.

FOTO1 LA SCUOLA E IL MURALE

È la rappresentazione della bambina a cui viene dedicata la scuola, piccola poetessa di versi romaneschi morta all’età di 14 anni. Vissuta negli anni ’50, bloccata da quasi un anno al letto per via della malattia, Raffaella era consapevole del suo triste destino. Durante l’autunno del 1954 un nubifragio si abbatte sulla costiera Salernitana, spargendo morte e dolore in ogni dove. La Rai fa un appello in tutta Italia, richiedendo cibo, vestiti e qualsiasi cosa potesse essere di aiuto alle vittime. La richiesta giunge fino alle orecchie della bambina, la quale vuole aiutare la popolazione salernitana a suo modo. Raffaella manda alla Rai una delle sue poesie: “Er zinale” ossia il grembiule, dedicandola a tutti i bambini colpiti dal nubifragio. La poesia fu messa all’asta e venduta per mezzo milione di lire, il ricavato venne destinato agli alluvionati di Salerno. Raffaella morì solo pochi giorni dopo e venne sepolta al Cimitero monumentale del Verano, vicino agli altri artisti, ricevendo il premio della bontà.

Er zinale

Giranno distratta pe casa,

tra tanta robba sfusa,

ha trovato: ah! come er tempo vola,

er zinale de scola.

Nero, sguarcito,

Un pò vecchio e rattoppato,

è rimasto l’amico der tempo passato.

Lo guarda e come se gnente

a quell’occhioni

spunteno li lucciconi,

e se rivede studente

allegra e sbarazzina

tanto grande, ma bambina.

Lo guarda e come un’eco risente

quelle voci sommesse: Presente!

Li singhiozzi, li pianti,

li mormorii fra li banchi,

e senti…senti…

pure li suggerimenti.

Tutto rivede e fra quer che resta,

c’è la cara sora maestra.

Sospira l’ècchese studente, perché sa

che a scola sua non ce potrà riannà.

Lei cià artri Professori, poverina.

Lei cià li Professori de medicina.

Alice Pasquini sceglie di non vestire Raffaella con abiti anni ’50, vuole universalizzare la sua figura dando risalto al gesto, rendendola un’icona esemplare per tutti i bambini. Il volto di Raffaella non è del tutto visibile, è china sulla pagina di un foglio dove sta scrivendo una poesia. Caratteristica principale dei dipinti di Alice è quella di far emergere i personaggi da sfondi colorati che prendono vorticosamente vita. Lo stesso soggetto non ha i colori caratteristici dell’essere umano, ma è contaminato, oniricamente, dalle tonalità che lo circondano.

FOTO2 TARGA STRADALE

A Raffaella La Crociera è dedicata una strada nel VII Municipio, in località Torre Gaia (delibera n. 358 del 26 febbraio 1999).

Foto di Annalisa Cassarino

 




Immaginazione e ironia: le storie di Oliver Jeffers

Cosa succede quando trovi un pinguino davanti alla porta di casa? E quando un alce diventa il tuo migliore amico? E se i tuoi pastelli decidono di scappare dalla loro scatola?

Oliver Jeffers prova a rispondere a queste domande creando storie dove i personaggi, che siano animali o pastelli colorati, escono dalla loro routine, per far immaginare al lettore storie incredibili, anticonvenzionali, da leggere tutte d’un fiato ma rimanendo rapiti di tanto in tanto dalle illustrazioni.

Oliver Jeffers, classe ’77, nato a Port Hedland e trasferito a Brooklyn dove attualmente vive e lavora, è un illustratore, artista e scrittore, o meglio creatore di storie.

Albi illustrati, dipinti, film, il mondo di Oliver Jeffers non ha limiti, l’unica condizione necessaria è che ci sia una matita colorata e un supporto di qualunque tipo dove scrivere e disegnare.

Carta, alberi, mappamondi, i supporti che l’illustratore australiano utilizza non sono mai convenzionali, quasi come se il suo bisogno di disegnare, scrivere, annotare invada tutto ciò che lo circonda.

Tra le collaborazioni di Oliver Jeffers c’è quella con la band Irlandese U2, per la quale ha realizzato il video del brano Ordinary love, risultato di una sperimentazione che unisce testo e immagini, di cui alcune scene sono girate con la tecnica dello stop motion.

I libri di Oliver Jeffers catturano, strappando un sorriso e sono contraddistinti spesso da una nota dolceamara. Pubblicati in America dalla casa editrice Penguin, in Italia sono tradotti da ZOOlibri. Tra i suoi titoli troviamo Chi trova un pinguino… (in inglese Lost and found), la storia di un bambino che trova davanti alla porta di casa niente meno che un pinguino, dall’aria triste e persa, e allora non può che riportarlo a casa navigando fino in Antartide con una barchetta.

In Quest’alce è mio! un bambino si imbatte in un alce simpatico ma indisciplinato, e da questo incontrò nasce un’amicizia molto particolare.

La grande abilità di Oliver Jeffers sta nella creazione di personaggi estremamente espressivi, con pochi tratti, e nella sua capacità di inserire elementi destabilizzanti capaci di generare un grande effetto comico.

Nel 2017 vince il prestigioso premio Bologna Ragazzi Award nella sezione Fiction con il libro La bambina dei libri (in inglese The child of book), frutto di una collaborazione con Sam Winston, un artista che lavora con la tipografia per creare composizioni di ogni genere.

Il libro parla di una bambina che inizia un viaggio attraverso il libro, e coinvolge nel suo viaggio anche un bambino: insieme attraverseranno mari e scaleranno montagne, il tutto fatto ovviamente di parole. Chiunque può accompagnarli nel loro viaggio, l’importante è avere la chiave: l’immaginazione.