Tra l’Africa e l’Europa, una terra di pietre e di niente

Recensione di Luminusa di Franca Cavagnoli

Rileggere Luminusa è un buon antidoto contro il senso di smarrimento che si prova nel considerare le inedite misure del governo attuale di fronte alla tragedia delle migrazioni. Ci ricorda che c’è anche un altro modo di guardare a una realtà come quella.

La vicenda di Mario, studente cremonese di Scienze Politiche che ha scelto di passare qualche tempo a Lampedusa per dare una mano nell’emergenza, si intreccia con le vite degli isolani e con quelle della gente che viene dal Ciad, dal Ghana, dal Mali, dal Niger, dalla Somalia, cercando oltremare una possibilità di sopravvivenza che le è negata in un continente percorso dall’instabilità politica, dalla guerra, da tensioni di ogni tipo. Per tanti uomini e tante donne la terra promessa è stata per qualche tempo la Libia, dove era possibile trovare lavoro; poi, con lo scoppio della guerra civile, anche quel paese è diventato pericoloso, soprattutto per chi ha la pelle scura, e l’unica via di scampo è stata proseguire verso Nord, verso l’Europa, in qualsiasi modo.

Mario ascolta i racconti dei sopravvissuti e colloca nel piccolo “museo” del paese, accompagnandoli con didascalie in versi, gli oggetti restituiti dal mare, trovati sul fondo dei barconi o abbandonati da chi è arrivato sull’isola e ne è ripartito. Sono fotografie dilavate dall’acqua marina, disegni, tanti disegni fatti dai bambini, scarpe da tennis, sandali scompagnati, giocattoli. C’è un fumetto macchiato di sangue, c’è anche un rotolo di lettere in tigrino, trovato nella tasca di una giacca. Qual è stato il destino delle persone cui quegli oggetti sono appartenuti? Nel piccolo cimitero di Lampedusa, affacciato su quel cimitero più grande che è il mare, le persone senza nome che vi sono state seppellite (uomini e donne giovani, e poi bambini e bambine) sono solo ottanta, ma molte di più sono quelle che il mare non ha mai restituito. Mario e gli altri ragazzi con cui vive e collabora sull’isola sanno che “dei morti, dei dispersi, dei caduti in mare non rimane traccia in nessun archivio. Sono scomparsi e basta. Il minimo che si può fare è cercare di ricordarli” con quello che rimane di loro. 

Foto 1. Migranti

Sono giovani ma tristi, Mario e i suoi amici. Vivono in un paese senza speranza, un paese “che ha perso la sua dignità” e non produce che “governanti meschini”. Per questo sempre più spesso questa gioventù non vede altra prospettiva che andarsene dall’Italia. Anche Mario, alla fine, decide di partire e sceglie una direzione diversa, atipica, perché ha il “dono” di sentire la sofferenza degli altri, quella dei deboli e degli offesi, come gli dice suo padre. Ma a spingerlo c’è anche un dramma personale di cui si viene a conoscenza soltanto alla fine del romanzo, ed è questa scoperta a conferire intensità al personaggio e a farcelo rimanere nel cuore.

Una lettura non banale, una storia breve ma densa, incardinata su temi attuali e significativi. E poi c’è l’isola di Lampedusa, con la sua luce, la sua aria trasparente, il suo fascino. Lampedusa porta d’Europa, “terra di pietre e di niente”. Un niente che diventa, per chi legge, un grosso, pressante punto interrogativo.

Franca Cavagnoli

Luminusa

Pagg. 158

€ 18,50

Frassinelli, Milano, 2015




I problemi del nuovo Stato. La questione meridionale e la questione romana

Nel 1861 si assiste alla proclamazione del Regno d’Italia con capitale Torino; nel 1866 viene annesso il Veneto e la capitale è spostata a Firenze; nel 1870, approfittando della sconfitta francese nella battaglia di Sedan, l’esercito sabaudo entra a Roma e ne fa la capitale del Regno, nonostante i precedenti accordi con la Francia prevedessero di non toccare la città papale. La costruzione del Regno d’Italia non è stata tanto un’unificazione nazionale quanto piuttosto l’espansione di uno Stato sugli altri della penisola: ne è prova anche la scelta del Re Vittorio Emanuele II di non cambiare nome in Vittorio Emanuele I. Con queste premesse, la formazione del Paese non può certo essere un processo democratico e indolore.

L’Italia si è formata mettendo insieme zone con economie diversissime, creando quindi un confronto diretto tra ricchi e poveri che non poteva non danneggiare gli ultimi. I primi passi dell’economia nazionale sono tutti a vantaggio delle zone corrispondenti all’ex Regno di Sardegna. Nei decenni iniziali dello Stato unitario si forma il cosiddetto «triangolo industriale» tra Torino, Genova e Milano, area a forte sviluppo non solo di fabbriche ma anche di servizi e infrastrutture.

Tutta la crescita è a vantaggio del Nord della penisola, andando a peggiorare una situazione di partenza già abbastanza squilibrata.

Nel 1859, prima della proclamazione ufficiale del Regno, era stata istituita in Piemonte la legge Casati che imponeva l’obbligo scolastico fino a nove anni indipendentemente dal reddito e sottraeva l’istruzione al controllo ecclesiastico. Quando vari Stati della penisola diventano uno Stato unico occorrerebbe una nuova legge che pareggi le differenze regionali, e invece si decide di limitarsi ad estendere la vecchia legge piemontese. Per le famiglie ricche o quantomeno benestanti del Nord, mandare i figli a scuola non è certo un problema; ma per quelle povere del Sud, che vivono di quel poco che la terra offre, avere braccia in meno senza aiuti economici statali è una difficoltà in più per la sopravvivenza. A togliere braccia utili in famiglia e rendere impossibile la sopravvivenza dei poveri contribuisce anche la leva militare imposta dal nuovo esercito nazionale.

Mentre al Nord si producono armi e ferrovie, la maggior parte dei beni alimentari che il Paese consuma è prodotto nel Meridione da contadini e pastori, pagati poco e tassati molto di più. Infrangendo le promesse portate dall’esercito garibaldino, nell’ex Regno delle Due Sicilie il latifondo e lo sfruttamento dei braccianti non vengono aboliti, cambiano solo i nomi dei proprietari terrieri. Inoltre, il nuovo Stato privatizza tutte le terre del Sud: prima della conquista sabauda, molti pascoli e boschi erano di proprietà pubblica, usati dai nullatenenti per raccogliere frutta, legna e animali, mentre ora i più poveri sono in preda alla miseria e possono scegliere se morire di fame, essere sfruttati come braccianti nei latifondi o emigrare a Nord o all’estero a fare gli operai delle nuove industrie. Così, nel complesso, l’espansione piemontese ha determinato nel Mezzogiorno italiano un forte aumento della povertà e un immiserimento della qualità della vita. L’unico modo equo di organizzare un’unione politica nazionale che non soffocasse il Sud sarebbe stato quello di porre dei dazi regionali per proteggere le merci meridionali senza esporle alla schiacciante concorrenza con quelle del Nord. Quando invece c’erano Stati separati, la Napoli borbonica aveva un’economia industriale rigogliosa proprio perché le sue fabbriche, per quanto piccole, non dovevano competere con quelle lombarde e piemontesi.

In risposta alle troppe ingiustizie, tanti uomini e donne del Sud di tutte le età e di varie estrazioni sociali si uniscono in bande dando vita a una fitta resistenza antisabauda.

La brigante Michelina Di Cesare uccisa sul monte Morone il 30 agosto 1868 dall’esercito regio, denudata ed esposta in piazza

Alcune bande sono nostalgiche dei Borbone, altre sono indipendentiste, altre ancora chiedono solo un’Italia giusta ed equa, molte vogliono semplicemente veder abolito il latifondo una volta per tutte, con la redistribuzione delle terre, e avere il diritto di partecipare ai processi decisionali del Paese. Questi gruppi armati sono costituiti da alcuni ex soldati dell’esercito borbonico insieme a tanti contadini, pastori e artigiani depredati delle proprie terre e risorse, molti cattolici ma anche tanti laici. Nascosti tra i boschi e le montagne di Abruzzo, Molise, Campania, Basilicata, Puglia e Calabria,  “partigiani e partigiane ante litteram” combattono contro il nuovo Stato, che considerano invasore: dalla propria parte, oltre all’appoggio della popolazione locale in parte fedele ai Borbone e in parte delusa dalla mancata realizzazione delle promesse garibaldine di democrazia e fine del latifondo, hanno il vantaggio di conoscere il territorio meglio dei conquistatori.

La stampa piemontese (ormai nazionale) cerca di far passare il fenomeno non come una richiesta sociale ma come una semplice questione di ordine pubblico e attribuisce agli abitanti delle regioni meridionali l’epiteto di «terroni» e ai partigiani sudisti il nome di «briganti», accusandoli anche di depredare gli stessi paesi del Sud. Ma la popolazione locale è schierata con i ribelli. Lo Stato centrale risponde con una repressione feroce. Sotto il comando del generale Enrico Cialdini, le truppe sabaude sterminano interi villaggi del Meridione non risparmiando neanche i civili di tutti i sessi, le età, le estrazioni sociali e le condizioni personali e fisiche. Così le baionette piemontesi ripristinano l’ordine al Sud.

Intitolazione ad Angelina Romano (Longobardi, CS), scomoda testimone della violenza sabauda, fucilata a Castellammare del Golfo (TP), a soli nove anni, il 3 gennaio 1862

L’altro grande problema aperto nel nuovo Stato è il difficile rapporto con il Papa. La maggior parte della popolazione italiana è cattolica, quindi il Pontefice ha una forte influenza sulle questioni interne al Paese. Fino al 1870 Roma è stata difesa dagli accordi diplomatici con la Francia. Quando il 20 settembre dello stesso anno i bersaglieri entrano a Roma attraverso una breccia aperta a cannonate nelle mura vaticane, il Papa Pio IX sceglie di non difendersi: militarmente sarebbe inutile e l’appoggio francese è venuto a mancare a causa della Guerra franco-prussiana, Napoleone III è caduto e la nuova III Repubblica Francese è profondamente laica. L’anno seguente il governo italiano emana la Legge delle Guarentigie, con cui stabilisce che l’interno delle mura vaticane, il palazzo di Castel Gandolfo e la basilica di S. Giovanni in Laterano restano di proprietà papale, mentre lo Stato italiano versa un indennizzo per i beni espropriati allo Stato della Chiesa, misero rispetto a quanto sottratto. Il Papa si dichiara prigioniero in Vaticano e ribadisce che potere politico e potere spirituale sono inseparabili. Nel 1874 Pio IX emana il Non expedit (dal latino «non è opportuno»), una disposizione in cui intima ai sudditi del Regno d’Italia di fede cattolica di astenersi dal partecipare alle elezioni e a tutta la vita politica del Paese. Proprio in questi anni, per provocazione contro la Santa Sede, il governo Crispi fa erigere a Roma la statua di Giordano Bruno, considerato anticlericale, in Campo de’ Fiori, luogo dell’esecuzione del filosofo da parte del tribunale della Santa Inquisizione nel 1600, come simbolo del libero pensiero.

La repressione del Sud e l’astensionismo dei cattolici minano ulteriormente la già scarsa rappresentanza politica vigente nel Regno. Al momento della formazione del Regno, ad avere il diritto di voto sono soltanto i maschi adulti alfabetizzati che possiedono oltre una certa soglia di ricchezze e pagano in tasse almeno quaranta lire all’anno, ovvero circa il 2% della popolazione. Va da sé, di conseguenza, che ad avere posti in Parlamento sia una ristretta minoranza di aristocratici e una piccola cerchia di imprenditori dell’alta borghesia.

All’interno del Parlamento si vengono a creare due macrofazioni, provenienti da aree culturale ideologiche diverse ma di fatto abbastanza simili nelle iniziative politiche. La prima di queste, guidata da Agostino Depretis, è liberista nell’economia, laica nella politica interna e accentratrice nell’amministrazione: prende il nome di Destra storica e rappresenta gli interessi dei proprietari terrieri e degli industriali. Un importante obiettivo dei governi della Destra storica è raggiungere il pareggio di bilancio, ovvero saldare tutti i debiti contratti con le guerre d’indipendenza; ma tale obiettivo viene raggiunto tassando pesantemente i beni di consumo, quindi le classi sociali più povere.

L’altra corrente, guidata da Francesco Crispi, prende il nome di Sinistra storica: costituita prevalentemente da ex mazziniani ed ex garibaldini che hanno accettato la monarchia sabauda, è altrettanto laica rispetto ai rapporti dello Stato con la Chiesa e altrettanto autoritaria nella politica interna, ma punta al decentramento amministrativo e al suffragio universale maschile. Sotto la Sinistra storica, nel 1889 il ministro della Giustizia Giuseppe Zanardelli abolisce la pena di morte, salvo per i reati di guerra puniti dalla legge marziale.

Strano ma vero, è sotto il governo Depretis che viene allargato il suffragio elettorale dal 2% al 7% della popolazione, una cifra di per sé irrisoria ma che coinvolge pur sempre il triplo dei precedenti votanti: ora possono votare anche borghesi di basso livello e alcuni operai del Nord. Con questa nuova legge, nelle elezioni del 1882 entra in Parlamento il primo deputato socialista, Andrea Costa. Fuori dalla politica si sono chiamati invece i cattolici, offesi per l’invasione di Roma, e i repubblicani, che non si riconoscono nel Regno della famiglia Savoia.

In copertina. La Real Colonia Serica di San Leucio (Caserta), un eccellente esperimento sociale e produttivo devitalizzato dall’annessione




Ironia e leggerezza nelle illustrazioni di Isidro Ferrer

Lo scorso 14 aprile sono stata a Macerata per la quinta edizione festival di illustrazione Ratatà; durante il festival c’è stata l’inaugurazione della Retrospettiva su Isidro Ferrer, che ho avuto la fortuna di conoscere e di osservare all’opera.

L’artista si aggirava con il suo cappello e il suo bicchiere in mano, e non appena qualcuno gli si avvicinava per una firma o una dedica, dimenticava la folla intorno per realizzare dei piccoli ma accurati disegni su qualunque tipo di supporto: un poster, un quadernetto o un foglio strappato, e in assenza di acqua bagnava la brush pen nel suo bicchiere di vino.

Isidro Ferrer, classe ’63, nato a Madrid, grafico e illustratore, si forma in drammaturgia ma scopre presto la sua vocazione per la comunicazione visiva. Dalla fine degli anni ’80 inizia a emergere nel panorama della grafica; nel 2002 vince il National Design Award.

Si distingue nel panorama nazionale con la vincita di numerosi premi e con le numerose pubblicazioni che girano presto il mondo. Dal 2000 è membro AGI, una prestigiosa associazione che riunisce i migliori grafici, designer e illustratori mondiali.

L’opera di Ferrer conta numerosi manifesti, spesso legati al mondo del palcoscenico, da cui proviene.

Foto 1.

La seconda parte della sua produzione riguarda i libri, specialmente quelli per bambini, che gli permettono una maggiore libertà espressiva.

Se si osservassero tutti i libri di Isidro Ferrer uno accanto all’altro (e ci vorrebbe un tavolo davvero grande, perché stiamo parlando di trentuno pubblicazioni a oggi!) si noterebbe una grande variazione. Piccoli libricini che si nascondono nelle librerie, grandi libroni ai quali è difficile trovare un posto, libri rilegati in brossura e leporelli… la produzione di Ferrer è totalmente variegata in termini di formato e dimensione, che sarebbe difficile trovare un libro simile a un altro.

Ciò che accomuna le sue opere sono la delicatezza, la potenza comunicativa, l’utilizzo di forme rotonde e sinuose, i colori scelti e dosati con saggezza e i suoi personaggi, sempre costruiti con grande ironia e capaci di generare un effetto di sorpresa in chi osserva.

Sembra che Isidro non immagini altri mondi, ma si limiti a tradurre la realtà nella quale siamo immerse e trasformarla in poesia, donandoci la sua personale visione ironica, leggera, e per questo sempre riconoscibile.

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In Un Jardin (A buen paso, 2016) Isidro Ferrerrealizza le illustrazioni peril testo della poetessa cilena María José Ferrada Lefendi: la storia parla di un uomo che sogna un giardino, e si trasforma nelle creature che immagina. Le illustrazioni danno vita a uno spazio sospeso, popolato da strani animali che interagiscono con gli elementi geometrici posizionati nella pagina.

Il libro è un leporello: proseguendo con la lettura il volume si apre fino a diventare un grande panorama in cui perdersi.

Per quanto riguarda la tecnica, l’illustratore predilige tecniche manuali, facendo interagire il disegno, grazie all’uso del collage, a elementi materici come il legno, che donano alle sue opere una sensazione di tridimensionalità: non a caso realizza anche sculture in legno dei suoi personaggi.

L’utilizzo della sovrapposizione di strati e le forme che non sono mai colorate in maniera regolare ci fanno pensare alle tecniche di stampa manuale.

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Il mondo che Isidro Ferrer costruisce è un mondo in cui perdersi con leggerezza, per ricordarsi che se la realtà non ci piace, possiamo stravolgerla, accartocciarla, disegnarla, trasferirla su un pezzo di legno e appenderla al contrario.

Immagini dal sito: www.isidroferrer.com




ITALIA – Samantha Cristoforetti da 48 giorni in orbita nello spazio

Il 22 novembre ha avuto inizio la missione spaziale SS Expedition 42/43 Futura volta ad analizzare alcuni aspetti della fisiologia umana in totale assenza di gravità. A bordo della Soyuz è salita assieme al russo Anton Shkaplerov e l’americano Terry W. Virts, l’italiana Samantha Cristoforetti. È la prima donna Italiana, la terza Europea dopo la britannica Helen Sharman e la francese Claudie Haigneré a partecipare ad una missione spaziale. La navicella con a bordo i tre astronauti ha raggiunto la stazione spaziale internazionale in meno di cinque ore e quarantotto minuti ove sono stati accolti dal comandante NASA della Stazione Barry Wilmore e dai cosmonauti Yelena Serova ed Alexander Samokutyaev .Il progetto avrà la durata di sei mesi, ed è il secondo di lunga durata realizzato dagli italiani. Altri oggetti di studio saranno un dimostratore per un processo di realizzazione di oggetti tridimensionali in assenza di peso e una macchinetta che funziona a capsule in grado di offrire bevande calde, quest’ultima avrà l’obiettivo di studiare il comportamento dei fluidi ad alta pressione in assenza di peso. C’è stato un episodio avvenuto durante l’attracco della navicella alla stazione spaziale che ha catalizzato l’attenzione di milioni di persone, ossia l’urlo pregno di spavento che Samantha ha lanciato alla vista di un oggetto di forma sferica schizzare verso il basso. Il comandante ha cercato di rassicurarla dicendole : “tiho, tiho, tiho”ossia“calma, calma, calma”. La versione ufficiale è che si sia trattato di un detrito, ma in molti ipotizano l’idea che  fosse in realtà  un ufo.

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Eugenia di Anna Maria Ortense

Nel 1953, per i tipi di Einaudi, nella Collana “I Gettoni”, diretta da Elio Vittorini, appare un libro sul quale da allora e poi ancora fino a tempi recentissimi, si è riversata la critica aspra e, lo dico subito, incomprensiva e a volte strumentalmente ostile, del mondo intellettuale napoletano.

Il titolo stesso della breve raccolta di racconti, cinque soltanto, Il mare non bagna Napoli, è apparso e tuttora appare come una provocazione intollerabile a chi si è ostinato in passato e persiste oggi nel vedere nella città del libro un’immagine realistica e provocatoria verso la classe intellettuale della città, quella classe molto fortunata, politicamente e sul mercato pubblico e librario, la classe di Luigi Compagnone, Raffaele La Capria, Michele Prisco, Domenico Rea e di alcuni loro ideali eredi, primo fra tutti Erri De Luca.

A ben poco servì l’apprezzamento più generale, che valse all’opera il Premio Viareggio, la città  disconobbe ed escluse Ortese, che ben presto andò via per sempre da quella Napoli in cui non era nata, ma che aveva eletto a sua propria città. A queste ragioni va ricondotta la solitudine morale e materiale in cui ella visse poi per sempre, ostracismo da una parte e sua delusione e paura del mondo intellettuale che, dopo averla accolta nell’immediato caotico dopoguerra di Napoli, dopoguerra, pure animato da speranze e tentativi di riscatto politico, morale e civile, prima ancora che sociale ed economico (e forse fu anche questo un grave errore, una debolezza del tessuto della città e del Mezzogiorno tutto) per esempio anche con l’operazione della rivista “Sud”, fecero cadere su di lei attacchi, ma subito dopo una ancor più violenta “congiura del silenzio”, sì che oggi davvero pochi sono i napoletani che la conoscono, se non vagamente, e i più quelli che non conoscono il suo amore, mai dimenticato, ma anzi ribadito in quasi ogni altro suo libro, per quella che è forse una delle più contraddittorie città del mondo.

Il primo racconto della raccolta, Un paio di occhiali, apre sul tema che sottostà in realtà all’intero libro quello dello sguardo prima velato, poi aperto nitidamente sulla città. La piccola Eugenia, poverissima bambina quasi cieca, vive nella parte più povera della città, fra umiliazioni, fame, botte sempre immeritate, nella sua famiglia, dove la durezza delle parole e dei comportamenti della maggioranza dei miseri adulti non è cattiveria, ma esasperazione per un’ingiustizia che patiscono senza riconoscerla. Il mondo appare ad Eugenia attraverso un velo, nel quale colori e luci a volte intravisti le fanno credere che il mondo dev’essere pur bello finalmente il suo desiderio di ‘chiarezza’ può realizzarsi perché la zia Nunziata che ha un po’ di denaro da parte si offre di comprarle gli occhiali. Nunziata è la sorella del padre di Eugenia, zitella che vive con Eugenia, i suoi genitori e i due fratelli piccoli (le sorelle grandi sono state avviate alla monacazione),  nel piccolissimo basso, umido e sporco che affaccia su un cortile pieno di tanta altra umanità sofferente e ferita nel corpo e nell’anima da una povertà senza speranza di riscatto, mentre ai piani alti stanno i signori egoisti e privi di pietà, loro sì, davvero ciechi sul mondo.

Eugenia esce con la zia, manesca e brusca, e con lei si reca a via Toledo, una strada di signori, dove, dopo la visita oculistica, l’ottico poggia sul naso della bambina, emozionata e con le gambe che le tremano, le lenti correttive a lei adatte. E la bambina guarda fuori e il mondo che vede appare pieno di luce e di colori, le signore dai capelli lucenti come l’oro sedute ai bar della strada, le vetrine degli altri negozi piene di abiti dalle stoffe fine fine, financo le persone che passano nei grandi autobus verdi sono ai suoi occhi elegantissime, il mondo è bello, si dice Eugenia, è bello assai.

Quasi in estasi, umilmente grata alla zia che brontola per la spesa enorme di ottomila lire a cui si è impegnata, Eugenia torna a casa, e piena di ansia gioiosa attende gli otto giorni che ancora la separano dalla consegna degli occhiali, senza curarsi delle botte della zia, delle allusioni cattive della signora del palazzo, delle umiliazioni quotidiane che nulla e nessuno le risparmiano, a lei, come agli altri abitanti dei miseri tuguri della città che per quelli come lei non ha sole né mare. E finalmente il giorno atteso arriva. Sarà la mamma, pur malata e piena di dolori per la spaventosa umidità del misero tugurio che per loro è casa, a recarsi a ritirarli. Al suo ritorno, non solo Eugenia, ma tutta la famiglia e tanti vicini dei bassi, informati dell’evento si affollano intorno alla madre e alla bambina. Rosa, la madre, entrata nel basso, estrae dall’astuccio gli occhiali, che appaiono come uno strano insetto e li inforca alla figlia … che subito prende a tremare, vede piccolo piccolo e tutto nero…vacillando esce nel cortile, senza provare più gioia, anche se si sforza di sorridere, ma le affiora sul volto pallidissimo una smorfia ebete.

Improvvisamente i balconi cominciarono a diventare tanti, duemila, centomila; i carretti con la verdura le precipitavano addosso; le voci che riempivano l’aria, i richiami, le frustrate, le colpivano la testa come se fosse malata; si volse barcollando verso il cortile, e quella terribile impressione aumentò. Come un imbuto viscido il cortile, con la punta verso il cielo e i muri lebbrosi fitti di miserabili balconi; gli archi dei terranei, neri, coi lumi brillanti a cerchio intorno all’Addolorata; il selciato bianco di acqua saponata, le foglie di cavolo, i pezzi di carta, i rifiuti, e, in mezzo al cortile, quel gruppo di cristiani cenciosi e deformi, coi visi butterati dalla miseria e dalla rassegnazione, che la guardavano amorosamente. Cominciarono a torcersi, a confondersi, a ingigantire. Le venivano tutti addosso, gridando, nei due cerchietti degli occhiali.

Eugenia non regge e vomita, vomita fino a non avere più nulla nel povero stomaco affamato. E nello sconcerto generale, nella pena della madre e della zia, nelle parole di conforto della vicina, si leva la voce afferrata della bambina, che di nuovo senza  occhiali, che provvidamente una vicina, donna Mariuccia, le ha tolto, si aggrappa alla madre e le chiede perdutamente <<Mammà, dove stiamo?>>, quasi tutti sorridono di sollievo: è mezza cecata, è mezza scema. Solo donna Mariuccia, ancora lei, capisce, è la sola che sa dare parole di comprensione alla sua amarezza:<<Lasciatela stare, povera creatura, è meravigliata>> fece donna Mariuccia, e il suo viso era torvo di compassione, mentre rientrava nel basso che le pareva più scuro del solito.

Insieme ad Eugenia, amaro nome, così in contrasto con la nascita e il destino di questa creatura atrocemente indifesa e deprivata,  Ortese apre gli occhi sulla città, ma quel che vede non permette una visione, un’analisi, razionale, non sembra profilarsi soluzione: la città distorta e spaccata fra bellezza e orrore, altera lo sguardo, dà il capogiro, angoscia e spezza. E’ la Napoli del secondo dopoguerra, già tradita dalla sua classe politica e intellettuale, quella che nei decenni successivi, ha più volte tentato un riscatto, fra luci e ombre, speranze brevi e delusioni amare, una città che ancora oggi ci appare nella sua bellezza, nelle sue zone di miseria, una luogo difficile in cui vivere, dove ancora tanti ogni giorno si inventano la giornata, sono delusi, a volte obbligati alla fuga: giovani intellettuali e professionisti, operatori degli affari, del mondo informatico ed editoriale, operai specializzati.

Oggi i tempi per una più attenta e, vorrei dire, riconoscente lettura dell’intera opera di Ortese sembrano maturi.

 

 




ITALIA – Un Jingle per “Beacon Waves”. A sorprendere il Liceo di Roberta Pinelli

MODENA – Sarà il Liceo musicale Carlo Sigonio a comporre il jingle per Beacon Waves, un progetto coinvolgente in continua espansione. Il gruppo di improvvisazione guidato dal professor Ivan Valentini è già al lavoro e ha promesso di sorprendere. La collaborazione con il Liceo musicale  condurrà gli ascoltatori alla scoperta di nuovi itinerari storici nel territorio modenese. L’intervista, della 3A AFM dell’Ites Barozzi, alla preside Roberta Pinelli, storica e toponomasta.

D – Perché ha deciso di collaborare al progetto Beacon waves?

Perché credo che sia un progetto valido per avvicinare in modo consapevole gli studenti all’uso dei mass media.

D – Ha scelto una canzone da abbinare al progetto?

Il gruppo di improvvisazione del Liceo Musicale sta componendo il jingle per la radio.

D – Perché ha deciso di far parte dell’associazione Toponomastica femminile? Di cosa si occupa l’associazione Toponomastica?

L’associazione Toponomastica Femminile si occupa della condizione delle donne nel mondo di oggi, condizione che giudico ancora troppo discirminante. Questo è il motivo per cui ho aderito all’associazione.

D – Perché ha deciso di intraprendere la carriera di dirigente scolastica? Esercita altre professioni? Prima di fare la preside ha fatto qualche lavoro? Da quanti anni è preside? Preferirebbe insegnare ai ragazzi? Perché si, perché no?

20 anni fa ho deciso di tentare il concorso da Dirigente perché avevo in testa un’idea di scuola e volevo provare ad attuarla. Ho superato il concorso al primo tentativo e da allora sono Dirigente, prima in un Istituto Comprensivo in provincia di Reggio E., poi per 5 anni a Vignola in un Istituto Tecnico e infine, dal 2003, al liceo Sigonio. Ho iniziato la carriera come maestra e ho insegnato nella scuola primaria per 13 anni; sono poi passata alle superiori come docente di lettere (8 anni) e infine sono diventata Dirigente. L’insegnamento mi piaceva molto, soprattutto quello di Storia, ma non mi manca perché comunque il contatto con gli studenti per me non è mai venuto meno.

D – È difficile coordinare la scuola? Quali problemi riscontra nella direzione generale della scuola? Cosa pensa del sistema scolastico italiano? Come pensa che possa migliorare?

Dirigente una scuola è come dirigere qualunque altra organizzazione; è faticoso perché mancano i soldi, mancano le norme (oppure ci sono e sono poco chiare), non puoi scegliere i docenti né licenziare quelli che non funzionano, ci scontriamo continuamente con un sistema scolastico rigido e con una struttura organizzativa vecchia, che non è più adatta ai ragazzi di oggi.

D – Ha passioni particolari?

Mi piace moltissimo leggere: leggo in media 10 libri al mese ; compro molti libri ma frequento anche le biblioteche modenesi, che funzionano benissimo e sono abbastanza aggiornate.

D – Sappiamo che ha scritto dei libri, di cosa parlano?

Ho pubblicato quasi esclusivamente libri di ricerca storica, tranne uno, che si occupa dei nomi di persona

D – Suona qualche strumento?

Ho studiato Pianoforte per 4 anni (ai miei tempi per le maestre era obbligatorio) ma non ho mai imparato bene, per cui adesso non riesco più a suonare. In compenso ho sempre cantato come mezzo soprano e poi come contralto, nel coro della Cappella Musicale del Duomo di Modena, poi in una mia band e infine, fino al 2013, in un coro di canto popolare, diretto dalla maestra Bruna Montorsi.

D – Come è nata la sua passione per la musica? Che emozioni Le trasmette? Che generi musicali le piace di più ascoltare?

La mia passione per la musica non è nata in età precoce ma piuttosto tardi. Oggi la musica ha per me un’importanza vitale, non posso non ascoltare musica a qualunque ora del giorno e della notte. Non ho preferenze particolari, la musica mi piace tutta, da quella classica al pop. L’unico genere che non riesco tanto ad apprezzare è il jazz.

D – Musicisti o cantanti che secondo lei hanno rivoluzionato il mondo della musica.

Non sono un’esperta, ma direi che quelli che hanno cambiato di più la musica siano stati i Beatles, i Rolling Stones, David Bowie, Sting, gli U2, Bruce Springsteen. In Italia i cambiamenti più significativi sono stati apportati dai cantautori.

D – Ascolta la radio? Le piace? Quale stazione radiofonica ascolta di più?

Non ho tanto tempo per ascoltare la radio. Di solito la ascolto in auto, limitandomi ai giornali radio e a poco altro. Ascolto quasi esclusivamente Radio 3

D – Secondo lei, con le generazioni future, il trattamento delle donne varierà o rimarrà come oggi?

Posso e debbo sperare che le cose per le donne cambino in meglio, nel senso di una maggiore equità, ma dipende da come educheremo i maschi.




Micòl Finzi-Contini

Il giardino dei Finzi-Contini narra l’amore della voce narrante anonima per Micòl, ma anche l’intreccio delle amicizie, la vita divisa tra studi, abitudini e riti familiari di alcuni ragazzi di Ferrara, quasi tutti ebrei, che vengono sorpresi e attraversati dalle leggi razziali dell’Italia fascista, che trovano riparo e paradossalmente libertà dall’esclusione nell’orto concluso di due di loro, Micol e il fratello Alberto, ricchissimi e vissuti sempre in un isolamento aristocratico che li tiene per contrasto al centro dell’attenzione nella piccola, tranquilla, solida città. Nel meraviglioso giardino della grande casa, e nel suo campo da tennis, i ragazzi, giocano, parlano, alcuni progettano, malgrado tutto, il futuro. Gli adulti appaiono gentili ed affettuosi, ma in qualche modo distanti e meno consapevoli della catastrofe che sta per abbattersi su un mondo del quale quasi mai mostrano di avvertire la straordinaria precarietà.

Micòl, al contrario, appare più conscia di ogni altro personaggio del futuro incerto e angoscioso. Ella nega il progetto e, negando il progetto, nega l’amore, non solo all’io narrante, che le sembra troppo simile a sé, troppo indifeso per la lotta cruenta che la relazione amorosa le pare richiedere, ma forse anche a sé stessa, che pure forse lo ama e al quale forse preferisce incontri senza progetto col solido Malnate, il giovane comunista, non ebreo, che, lui sì, crede nel futuro, ma che, atroce disinganno, non tornerà più dalla spedizione italiana in Russia.

Micòl sfuggente e misteriosa, Micòl seduttiva e improvvisamente fredda, Micòl saggia e infantile, che sistematicamente spiazza il narratore o ne frustra le attese.

Il romanzo, che muove dal ricordo della tomba monumentale dei Finzi-Contini, arriva improvviso al galoppante epilogo, dove gli anni dalla fine del 1939 al 1943 sono narrati in due pagine, che tuttavia aggiungono quello che dall’Esordio era stato già annunciato, ma non circostanziato, la morte di tutti i Finzi-Contini: di Alberto per tumore, e poi la morte in campo di sterminio di Micol, del padre, il colto e mite professor Ermanno, della madre, la fragile signora Olga, atterrita dai microbi, della vecchissima nonna paralitica, Regina.

Ma a suggello di tutte le vicende, l’io narrante pone le disperate parole di Micòl che dicono la sua indifferenza, anzi la sua repulsione per il futuro: ”Micòl ripeteva di continuo anche a Malnate che a lei, del suo futuro democratico e sociale non gliene importava nulla, che il futuro, in sé, lei lo abborriva, ad esso preferendo di gran lunga “le vierge, le vivace et le bel aujourdhui“, e il passato, ancora di più, “il caro, il dolce, il pio passato.”, verace profetessa dell’orrore che stava per travolgere lei e i suoi più cari insieme ad un intero mondo.




LIBRI in fila

Accademici paesaggi e non

di Saverio Simi de Burgis

 

Nella pittura, nelle arti figurative in genere, nell’architettura, soprattutto nella poesia, gran parte dell’immaginazione, si dipana dalla visualizzazione di luoghi naturali, di paesaggi, ordinati dall’uomo, o ancora incontaminati e selvaggi. Tutto, rientra in tali sorprendenti, a volte edenici luoghi, in altre occasioni sconvolgenti e terribili, sempre provocando un sentimento di stupore e meraviglia, comunque di considerazione e attenzione, agendo, nella maggior parte dei casi, a livello sinestetico, sedimentandosi nella memoria dove rivive attraverso chiare e inconfondibili immagini.

Tutto nell’arte, ma anche nella scienza, parte da una tale osservazione, la natura nel suo aspetto statico e cangiante allo stesso tempo, per i vari effetti cui è soggetta nella stessa esistenza e ciclicità, dal generale al particolare, dal macro al microcosmo dei vari fenomeni che la compongono e la regolano. I diversi periodi della storia dell’arte testimoniano il rapporto indissolubile esistente tra arte e natura, anche quando questo diventa meno chiaro ed esplicito. Sussistono, tuttavia, alcuni momenti in cui tutto ciò risulta maggiormente evidente, come nel caso della fine del Settecento inglese, si veda il sublime e il pittoresco, concetti estetici che si estendono all’arte come al giardinaggio, diventando valori protagonisti nel secolo successivo, vedi la fortuna critica di Constable e Turner, anche in Francia fino a influenzare gli impressionisti e oltre. Il concetto del sublime viene, invece, a sostanziarsi in Germania nella pittura di Caspar David Friedrich.

Il Museo del Paesaggio di Torre di Mosto, è il luogo ideale per un’esposizione sul paesaggio. Questo luogo nasce con la finalità di valorizzare un’area, in questo caso di bonifica, all’insegna di un intervento risanante e reso produttivo ad opera dell’uomo così da renderlo un modello esportabile, in termini esemplari, in tutto il territorio nazionale e non solo.

Per tali motivi, affinché un territorio risultasse fertile non solo sul piano di un adeguato sfruttamento agricolo, ma anche dal punto di vista culturale, la mostra è stata concepita in concomitanza e a corollario della rassegna dedicata a Goffredo Parise e al suo rapporto con la natura e al conseguente amore per l’arte e gli artisti. Parise, che per anni ha girato il mondo come inviato di importanti quotidiani, dopo un periodo vissuto intensamente a Roma, è tornato nel suo amato Veneto, dove trascorrerà gli ultimi anni dell’esistenza , in una casa in mezzo alla campagna, a Salgareda, nei pressi del secondo argine del Piave, e quindi a Ponte di Piave, nella provincia di Treviso, dove vivrà fino alla morte, avvenuta nel 1986.

Questa mostra vuole essere un omaggio in piena regola a Parise e si colloca in una linea di continuità col suo intendere. Siamo certi che lo scrittore avrebbe apprezzato, riscontrando le radici culturali della sua terra, seppure in opere diverse per periodo e per concezioni estetiche, in artisti così qui attivi come Silvia de’ Giudici, Nata, Olinsky, Maria Grazia Rosin, Nelio Sonego, Silvano Tessarollo e Ampelio Zappalorto, assieme a tutto il gruppo degli studenti, ma già valenti artisti quali Giovanna Bonenti , Chiara Campanile, Oscar Contreras Rojas, Veronica de Giovanelli, Virginia Gabrielli, Beatrice Gelmetti , Massimiliano Gottardi, Manuela Kokanovic , Luca Migliorino, Edison Pashkaj, Barbara Prenka, Mattia Sinigaglia, Massimo Stenta, Nežka Zamar, tutti dell’Accademia di belle arti di Venezia.

Il MuPa è la dimostrazione tangibile che in questi luoghi l’arte non è assolutamente cosa morta, ma sono stati ben riposti semi rigogliosi per la sua continuità e il suo futuro.   La ricerca sul paesaggio o sui paesaggi possibili rimane, pertanto, come punto di partenza essenziale di spunti attinti dal grande calderone della natura e dell’arte con tutte le varie declinazioni, fondamentale e fonte inesauribile con tutte le sue diverse suggestive influenze nella germinazione e produzione continua di stimoli per la realizzazione di qualsiasi operazione che meriti ancora di essere definita creativa.di Saverio Simi de Burgis

Nella pittura, nelle arti figurative in genere, nell’architettura, soprattutto nella poesia, gran parte dell’immaginazione, si dipana dalla visualizzazione di luoghi naturali, di paesaggi, ordinati dall’uomo, o ancora incontaminati e selvaggi. Tutto, rientra in tali sorprendenti, a volte edenici luoghi, in altre occasioni sconvolgenti e terribili, sempre provocando un sentimento di stupore e meraviglia, comunque di considerazione e attenzione, agendo, nella maggior parte dei casi, a livello sinestetico, sedimentandosi nella memoria dove rivive attraverso chiare e inconfondibili immagini.

Tutto nell’arte, ma anche nella scienza, parte da una tale osservazione, la natura nel suo aspetto statico e cangiante allo stesso tempo, per i vari effetti cui è soggetta nella stessa esistenza e ciclicità, dal generale al particolare, dal macro al microcosmo dei vari fenomeni che la compongono e la regolano. I diversi periodi della storia dell’arte testimoniano il rapporto indissolubile esistente tra arte e natura, anche quando questo diventa meno chiaro ed esplicito. Sussistono, tuttavia, alcuni momenti in cui tutto ciò risulta maggiormente evidente, come nel caso della fine del Settecento inglese, si veda il sublime e il pittoresco, concetti estetici che si estendono all’arte come al giardinaggio, diventando valori protagonisti nel secolo successivo, vedi la fortuna critica di Constable e Turner, anche in Francia fino a influenzare gli impressionisti e oltre. Il concetto del sublime viene, invece, a sostanziarsi in Germania nella pittura di Caspar David Friedrich.

Il Museo del Paesaggio di Torre di Mosto, è il luogo ideale per un’esposizione sul paesaggio. Questo luogo nasce con la finalità di valorizzare un’area, in questo caso di bonifica, all’insegna di un intervento risanante e reso produttivo ad opera dell’uomo così da renderlo un modello esportabile, in termini esemplari, in tutto il territorio nazionale e non solo.

Per tali motivi, affinché un territorio risultasse fertile non solo sul piano di un adeguato sfruttamento agricolo, ma anche dal punto di vista culturale, la mostra è stata concepita in concomitanza e a corollario della rassegna dedicata a Goffredo Parise e al suo rapporto con la natura e al conseguente amore per l’arte e gli artisti. Parise, che per anni ha girato il mondo come inviato di importanti quotidiani, dopo un periodo vissuto intensamente a Roma, è tornato nel suo amato Veneto, dove trascorrerà gli ultimi anni dell’esistenza , in una casa in mezzo alla campagna, a Salgareda, nei pressi del secondo argine del Piave, e quindi a Ponte di Piave, nella provincia di Treviso, dove vivrà fino alla morte, avvenuta nel 1986.

Questa mostra vuole essere un omaggio in piena regola a Parise e si colloca in una linea di continuità col suo intendere. Siamo certi che lo scrittore avrebbe apprezzato, riscontrando le radici culturali della sua terra, seppure in opere diverse per periodo e per concezioni estetiche, in artisti così qui attivi come Silvia de’ Giudici, Nata, Olinsky, Maria Grazia Rosin, Nelio Sonego, Silvano Tessarollo e Ampelio Zappalorto, assieme a tutto il gruppo degli studenti, ma già valenti artisti quali Giovanna Bonenti , Chiara Campanile, Oscar Contreras Rojas, Veronica de Giovanelli, Virginia Gabrielli, Beatrice Gelmetti , Massimiliano Gottardi, Manuela Kokanovic , Luca Migliorino, Edison Pashkaj, Barbara Prenka, Mattia Sinigaglia, Massimo Stenta, Nežka Zamar, tutti dell’Accademia di belle arti di Venezia.

Il MuPa è la dimostrazione tangibile che in questi luoghi l’arte non è assolutamente cosa morta, ma sono stati ben riposti semi rigogliosi per la sua continuità e il suo futuro. La ricerca sul paesaggio o sui paesaggi possibili rimane, pertanto, come punto di partenza essenziale di spunti attinti dal grande calderone della natura e dell’arte con tutte le varie declinazioni, fondamentale e fonte inesauribile con tutte le sue diverse suggestive influenze nella germinazione e produzione continua di stimoli per la realizzazione di qualsiasi operazione che meriti ancora di essere definita creativa.




La II Rivoluzione Industriale

Porta il nome di seconda Rivoluzione industriale in generale l’arco di tempo a cavallo tra il 1840 e il 1870, periodo contrassegnato da grandi innovazioni tecnologichee, di conseguenza, forti sommovimenti sociali che partono dall’Inghilterra e si diffondono nell’Europa settentrionale.

Nei settori chimico, farmaceutico, elettrico e siderurgico la scienza fa passi da gigante. La scoperta dell’elettromagnetismo porta all’invenzione del telegrafo e poi del telefono, semplificando e accelerando enormemente le comunicazioni a distanza. L’uso dell’acciaio e del carbone permette il passaggio dalle imbarcazioni a remi e a vela alle navi a nafta e la costruzione delle prime ferrovie: tra queste la transiberiana da Mosca a Vladivostok (porto russo sull’Oceano Pacifico) e la linea New York-San Francisco, costata la vita a intere tribù di pellerossa.

FOTO 1. Le prime ferrovie

In questo periodo Londra e Parigi vedono costruire le prime linee urbane di metropolitane sotterranee, passando da cittadine settecentesche a metropoli moderne. I vecchi piccoli luoghi di lavoro urbani (che nel secolo precedente erano prevalentemente opifici tessili e laboratori di lavorazione di prodotti alimentari) nati con la prima Rivoluzione industriale si sviluppano notevolmente e sorgono in questi anni le grandi fabbrichesiderurgiche e metallurgiche, le fonderie e le acciaierie.

La prima delle grandi conseguenze di questo processo è l’inizio del disastro ambientale. La modernizzazione ottocentesca si basa su un concetto di sviluppo illimitato di origine illuminista, che credeva illimitate anche le risorse su cui questo sviluppo si sarebbe dovuto basare, risorse che invece illimitate non sono. Nel giro di pochi decenni l’aria delle città diventa grigia e irrespirabile e le campagne vengono depredate di suolo, legname, animali e ricchezze sotterranee per alimentare i bisogni industriali. L’Europa del Settecento era occupata prevalentemente da boschi e foreste, interrotte da piccoli centri abitati sparsi e poche città, oggi il vecchio continente è molto densamente popolato e di spazi verdi e incontaminati ne sono rimasti pochissimi.

L’abbondanza di prodotti industriali, realizzati in tempi brevi e a basso costo, determina un netto crollo nelle vendite dei prodotti artigianali, che richiedono tempi più lunghi e forza lavoro maggiore, mandando in miseriai piccoli produttori indipendenti di cui l’Europa preindustriale era piena.

Così cambiano radicalmente anche gli equilibri demografici: gran parte della popolazione rurale si trasferisce nelle città e chi prima era contadino, pastore o artigiano ora diventa operaio nelle nuove grandi fabbriche o disoccupato se le industrie sono al completo. Oltre che dalle campagne alle città, enormi masse si trasferiscono dalle zone più arretrate a quelle più industrializzate.

Mentre i lavori manuali di un tempo prevedevano specifiche conoscenze e abilità, l’impiego dell’operaio è fatto di seriali gesti faticosi, ma semplici e ripetitivi, che abbrutiscono l’essere umano: chi prima costruiva da solo un intero mobile con piallatura, cesellatura e decorazioni eseguite in maniera personale, ora si limita a girare un bullone e un altro operaio farà il passaggio successivo. Mentre il lavoratore dei secoli precedenti usava alcuni strumenti tecnici per facilitare la produzione, l’operaio moderno è quasi un’appendice del macchinario di cui è dipendente: non è più il falegname che ha bisogno della pialla ma è la macchina che per funzionare ha bisogno di un uomo che prema dei tasti. Questo meccanismo disumanizzante prende il nome di catena di montaggio.

FOTO 2. Tempi moderni

A risentirne è anche il salario: mentre la vita di campagna bastava a mantenere una famiglia, ora il padrone paga l’operaio  quel minimo indispensabile a mantenerlo in vita e a farlo tornare a lavorare l’indomani e lo rende costantemente dipendente dal lavoro salariato impedendogli ogni futura emancipazione. La media della giornata lavorativa in fabbrica verso la metà dell’Ottocento dura tra le dodici e le quattordici ore, un orario massacrante.

Una produzione massiccia di beni di consumo ha bisogno di essere smaltita attraverso un altrettanto massiccio consumo di beni: cosa ci si fa con l’ingente quantità di merci prodotte se solo pochissime persone possono acquistarle? E soprattutto, i capitali spesi tra acquisto e manutenzione dei macchinari e salario degli operai devono rientrare attraverso le vendite, altrimenti le aziende falliscono e il sistema crolla su se stesso. Ogni volta che la produzione della merce eccede le vendite e i consumi calano drasticamente, si parla di crisi di sovrapproduzione. Da qui il bisogno di indurre le persone al consumismo con prezzi modici, salari più generosi e incentivi culturali. Ed è proprio la saturazione del mercato locale una delle cause che hanno spinto le potenze europee a espandersi in altre aree geografiche dando origine al fenomeno del colonialismo.

Da qui prende origine il movimento operaio, per rivendicare migliori condizioni di lavoro e di vita. Su quest’onda nel 1864 nasce la prima Associazione Internazionale dei Lavoratori, calderone dei programmi politici di tutti gli schieramenti rivoluzionari d’Europa. Non è un caso che la I Internazionale dei lavoratori venga fondata a Londra, una delle prima città fortemente industrializzate (insieme a gran parte dell’Inghilterra).

Una forma primitiva di lotta operaia già alla fine del Settecento, durante la prima Rivoluzione industriale, era stata il Luddismo: prendendo nome da un misterioso Capitan Ned Ludd (o Generale Nedd Ludd, a seconda delle fonti, uomo la cui reale esistenza non è mai stata accertata), i primissimi operai si ribellavano all’industrializzazione sfasciando i macchinari di cui erano ormai dipendenti, considerati fonte del peggioramento delle loro condizioni. Invece il movimento ottocentesco, sotto la guida marxista, mantiene comportamenti meno spontaneisti e più rigidamente organizzati.

FOTO 3. Luddismo

 

Film consigliato: Charlie Chaplin, Tempi moderni, 1936 (Foto 2)

 

FOTO 4. Schema di date

 




Il linguaggio giuridico rispettoso del genere: un’analisi sulle norme della genitorialità (terza parte)

Nel contesto di sostanziale asimmetricità che vede, in modo non corretto, una predominanza del maschile anche per i sostantivi che indicano professioni femminili, soprattutto se ritenute di prestigio, mi sono chiesta che tipo di lingua sarà presente in due dei testi principali che regolano il tema della maternità e della paternità nel mondo del lavoro. 

Nella cultura italiana, il tema della maternità è un tema femminile. L’ipotesi è quella quindi di trovare una lingua adeguata al genere, anche dato il contenuto delle norme in esame.

I testi qui analizzati sono la Legge 8 marzo 2000, n. 53: “Disposizioni per il sostegno della maternità e della paternità, per il diritto alla cura e alla formazione e per il coordinamento dei tempi delle città” e il decreto legislativo 26 marzo 2001, 151 testo unico; “Testo unico delle disposizioni legislative in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità, a norma dell’articolo 15 della legge 8 marzo 2000, n. 53”.

Il primo atto normativo è una legge, composta di 7 capi e 28 articoli. Si tratta di un testo che riassume sia la tematica dei congedi parentali, familiari e formativi, sia la flessibilità di orario, che ulteriori misure a sostegno di maternità e paternità. Tale legge riporta una serie di indicazioni utili per capire i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici quando decidono di diventare genitori. Le norme esposte riguardano in primis l’astensione, obbligatoria e facoltativa.

Il secondo documento invece è un decreto legislativo nato dopo la scrittura della legge 53, con l’obiettivo di porre ordine alle diverse leggi esistenti sull’argomento. Consta di 16 capi, e di 88 articoli, a cui vengono aggiunti quattro elenchi, con i lavori pericolosi, e le diverse assicurazioni per i lavoratori (sic!). Le tematiche principali coinvolgono i riposi giornalieri per allattamento, il divieto di licenziamento in caso di gravidanza, la tutela contro le discriminazioni e il divieto di adibire a lavori pericolosi la donna in gravidanza.

Legge 53, 2000. Nella prima analisi del testo si riscontra un’attenzione (che si pensava scontata) all’uso di una lingua adeguata al genere. Nel testo si trova infatti spesso la dicitura lavoratrici e lavoratori, con qualche inversione in lavoratori e lavoratrici. Si parla di lavoratrici, madri, di lavoratrice madre e di lavoratore padre (non sempre univoco: si trova anche padre lavoratore e madre lavoratrice), anche di genitori, ma si usano esclusivamente le forme del maschile per tutte le altre parole (e persone) coinvolte: si trova sempre il bambino o il minore, il datore di lavoro, il richiedente, il dipendente, i soggetti, il titolare d’impresa, l’imprenditore, il lavoratore autonomo, in tutti quei casi in cui la generalizzazione indica unicamente il maschile come forma di riferimento. E ancora, nell’art. 25, si indica il sindaco, il responsabile, il rappresentante, il dirigente, i presidenti, gli imprenditori, il provveditore, i cittadini.

In questo testo di legge, anche per la materia disciplinata, emerge che il legislatore (o la legislatrice?) si è sforzato a etichettare, in modo corretto, la persona portatrice di diritti e di doveri, a seconda della situazione illustrata. Ciò però avviene solo quando si intende un unico soggetto, e mai quando si deve generalizzare. È il caso già dell’art. 3, in cui si legge “il bambino” e si intende certamente la possibilità che sia una bambina. O ancora, dell’art. 12, in cui si indicano “le lavoratrici” che devono essere visitate da “un medico specialista”; in una frase successiva, il dialogo è fra la “gestante” e “il nascituro”.

L’art. 15 è molto significativo, dal punto di vista linguistico, perché esplicitamente, alla lettera c), recita, nell’elenco dei passi da compiere per l’attuazione della legge: “ coordinamento formale del testo delle disposizioni vigenti, apportando, nei limiti di detto coordinamento, le modifiche necessarie per garantire la coerenza logica e sistematica della normativa, anche al fine di adeguare e semplificare il linguaggio normativo”.

Tale adeguamento dovrebbe riguardare anche l’univocità dei termini utilizzati, e la ritualità. Nell’analisi del decreto legislativo di attuazione non sempre sarà questa la realizzazione. Un esempio in questo senso nella legge 53 è legato alle espressioni: lavoratrice madre vs. madre lavoratrice, e l’omologa espressione “lavoratore padre vs. padre lavoratore”. Le due locuzioni sono usate come sinonimi, nel testo di legge, mentre la diversa dislocazione pone il focus ora sulla parola madre, ora su quella di lavoratrice.

Decreto legislativo 151, 2001. Il decreto in oggetto è un testo più lungo della legge, completato da tre appendici; si tratta di un testo maggiormente operativo e concreto, proprio per la sua natura di attuazione di una legge. Dovrebbe valere come riferimento normativo per tutte le questioni riguardanti tematiche legate alla maternità, alla paternità, alla conciliazione di tempo di lavoro e tempo di vita personale.

In questo testo è costante l’espressione “lavoratrice o lavoratore”. Nello stesso articolo, 28, si trova la forma “il padre lavoratore e la lavoratrice”, quindi espressione non simmetrica.

Nell’art. 32 la forma utilizzata “genitore richiedente” è una buona soluzione per evitare la ripetizione e allo stesso tempo essere adeguato alla realtà comunicativa. Nel comma precedente, invece, è presente la forma duplicata.

In altre espressioni, come accade nel testo di legge, si usa la forma non declinata al femminile, soprattutto nel senso di inclusiva. Si trovano quindi, anche ripetuti, il datore di lavoro, i dipendenti, i soci delle cooperative, i terzi, i soggetti iscritti al fondo pensioni. Anche in questo testo, la prole è declinata sempre al maschile: si trova la parola figlio, il minore, bambino. Nell’art. 47 il testo “scivola” nel maschile anche relativamente alla locuzione “lavoratrice/lavoratore”.

In conclusione rileviamo che rispetto ad altri testi di legge, la presenza della donna è esplicita (e come potrebbe essere altrimenti, visto il tema?). C’è un’attenzione in entrambi i testi allo sdoppiamento, e quasi sempre all’attribuzione del femminile o del maschile in modo corretto. Quello che emerge è però anche l’uso di un maschile inclusivo per tutti quei ruoli che non riguardano direttamente “la lavoratrice madre o il lavoratore padre”. È chiaro che in questa denominazione l’attenzione del legislatore è quasi costretta ad un uso differenziato del termine; tale scelta però viene ripetuta spesso anche per lo sdoppiamento “lavoratrice e lavoratore”, che secondo le tradizioni del linguaggio giuridico italiano non sarebbe così normale. In questo senso, si assiste, in questi due testi normativi, ad un cambiamento verso la lingua adeguata al genere.

Resta, come detto sopra, un’abitudine all’inclusività per molti ruoli presenti nelle leggi.

E infine, una bibliografia tematica utile.

Beaugrande, R.A, Dressler, W.U (1987), Introduzione alla linguistica testuale, Bologna, Il Mulino

Berruto, G. (2004), Prima lezione di sociolinguistica, Roma-Bari, Laterza.

Cavagnoli, S. ( 2007), La comunicazione specialistica, Roma, Carocci.

Cavagnoli, S. (2013), Linguaggio giuridico e lingua di genere: una simbiosi possibile, Alessandria, Edizioni dell’Orso.

Conte M.E. (1999), Condizioni di coerenza. Ricerche di linguistica testuale, Alessandria, Edizioni dell’Orso.

Cossutta, M. (2000), Digressioni intorno alla correttezza del comunicare giuridico, in Kemol, E., Pira, F. (a cura di), Comunicazione e potere, Padova, Cluep, 93-106.

Fusco, F. (2012), La lingua e il femminile nella lessicografia italiana. Tra stereotipo e (in)visibilità, Alessandria, Edizioni dell’Orso.

Migliorino, F. (2008), Il corpo come testo, storie del diritto. Milano, Bollati Boringhieri.