Restaurazione e moti rivoluzionari. Il Congresso di Vienna

INDICE

 Dopo la Rivoluzione, Napoleone Bonaparte dà il via all’espansionismo francese ottenendo in un primo momento numerose vittorie e conquiste territoriali. Con queste diffonde in Europa l’imperialismo e il militarismo, ma anche gli ideali rivoluzionari che pochi decenni prima avevano scosso la Francia e abbattuto la monarchia assoluta, creando una situazione di subbuglio politico e sociale difficilmente controllabile. Sebbene gestiti da parenti dello stesso Napoleone, i piccoli Stati da lui creati in Italia, Spagna e Portogallo con il nome di “Repubbliche giacobine” contribuiscono a diffondere i sentimenti di Liberté Égalité e Fraternité in tutta l’Europa.

Nel 1812 la Campagna di Russia aperta da Napoleone si conclude con un esito disastroso: la popolazione russa arretra facendo trovare ai soldati francesi solo terra bruciata e città vuote, lasciando che la fame e l’inverno distruggessero l’invasore. L’anno dopo le armate napoleoniche subiscono un’altra clamorosa sconfitta a Lipsia, nell’Europa centrale, questa volta da parte di una coalizione formata da Austria, Prussia, Russia e Svezia.

Nel 1814 Napoleone, confinato all’isola d’Elba, riesce a tornare in Francia e armare nuovamente l’esercito. L’ultima e definitiva battaglia persa è quella di Waterloo (nell’attuale Belgio) contro l’Inghilterra. Napoleone viene recluso nuovamente, stavolta sull’isola di Sant’Elena, in mezzo all’Oceano Atlantico, dove morirà nel 1821.

La grande paura che ha spinto tutte le potenze europee a coalizzarsi contro la Francia è sicuramente quella di perdere territori, ma anche e soprattutto di veder diffondere gli ideali della grande Rivoluzione del 1789.

Con questo spirito nel novembre 1814, pochi giorni prima della battaglia di Waterloo, si apre il Congresso di Vienna. Qui si riuniscono i rappresentanti di tutti gli Stati che hanno contribuito a sconfiggere la Francia e di tutti gli interessi che l’espansione napoleonica ha turbato. L’obiettivo è ristabilire l’ordine che regnava in Europa prima della Rivoluzione: azzerare le conquiste di Napoleone, restaurare la monarchia assoluta e rimettere sul trono i sovrani spodestati.

Fino a quel momento alla fine delle guerre vincitori e vinti si riunivano intorno a un tavolo per trattare le condizioni della futura pace: ovvio che la parola del vincitore contava di più, ma anche la parte sconfitta la sua parte di voce in capitolo ce l’aveva. Con il Congresso di Vienna, per la prima volta nella Storia moderna, le potenze vincitrici si riuniscono da sole e decidono le condizioni per punire la nazione sconfitta senza consultarla né coinvolgerla nelle trattative: la Francia è considerata l’unica responsabile di aver sconvolto la pace europea prima vigente.

Il primo dei criteri che guida il Congresso è il cosiddetto principio di legittimità: si vuole ristabilire l’assetto europeo prerivoluzionario in virtù del fatto che, secondo gli artefici della Restaurazione, la presunta legittimità della monarchia assoluta sarebbe basata sull’origine divina del potere. Quindi l’Austria deve tornare agli Asburgo, il Portogallo ai Braganza e la Francia e la Spagna ai Borbone; l’Italia meridionale viene restituita ai Borbone con il Regno delle Due Sicilie (ex Regno di Napoli) e quella settentrionale agli Asburgo con il Regno Lombardo-Veneto, mentre al centro della penisola restano lo Stato Pontificio sotto il diretto controllo papale e i Ducati di Parma, Piacenza e Modena e il Granducato di Toscana dati in mano a famiglie legate agli Asburgo ma di fatto autonomi.

L’altro importante elemento guida del Congresso di Vienna è il principio di equilibrio. Le ultime guerre hanno dimostrato notevoli fragilità e squilibri nella cartina europea lasciando ad alcuni Stati la possibilità di espandersi facilmente a danno dei vicini: riportare la situazione esattamente al punto di partenza rischia di far ripetere le esperienze appena vissute. Inoltre, le mire imperialiste di Napoleone si sono servite di soldati che credevano in buona fede negli ideali rivoluzionari ed erano convinti di star esportando proprio quei valori, che hanno comunque lasciato un segno nella mentalità comune non solo francese: con queste premesse, è forte il rischio di nuove rivolte e tentativi rivoluzionari. E allora la nuova mappa dell’Europa dovrà essere a prova di insurrezione.

Con questo criterio vengono creati degli Stati-cuscinetto, in particolare intorno alla Francia, utili per arginare in tempo eventuali nuove espansioni e tamponare ogni spinta libertaria. Così tra Francia e Prussia nasce il Regno dei Paesi Bassi dalla fusione di Belgio e Olanda, troppo piccole da sole per resistere ad attacchi o attutire colpi; con la stessa intenzione, tra Francia e Austria, il Piemonte, la Sardegna e la ex Repubblica di Genova vengono unite a formare il Regno di Sardegna, affidato alla famiglia Savoia; l’Impero Russo si espande fino alla Polonia in cambio di alcune concessioni territoriali al Regno di Svezia; al posto della ricostituzione del Sacro Romano Impero Germanico viene sancita un’alleanza tra Austria e Prussia con il nome di Confederazione Germanica; l’Impero Ottomano non viene toccato e l’Inghilterra non avanza alcuna pretesa territoriale sull’Europa continentale (nonostante abbia gran parte del merito della sconfitta di Napoleone) ma ottiene invece di allargare il proprio impero coloniale oltreoceano. La Spagna è il luogo dove la repressione è più forte: viene perseguitato chiunque abbia tendenze liberali ed è sospesa la Costituzione di Cadice del 1812, principale eredità delle Repubbliche Giacobine. In Francia sale sul trono con il beneplacito asburgico e papale Luigi XVIII di Borbone, nipote di Luigi XVI (il Re ghigliottinato durante la Rivoluzione) e figlio di Luigi XVII (scomparso nel nulla senza lasciare traccia).

A suggellare il tutto viene stabilito il principio di intervento: ogni tentativo insurrezionale che metta a repentaglio l’ordine costituito deve essere duramente represso. A questo scopo nasce la Santa Alleanza: Austria, Russia e Prussia, legate dal Cattolicesimo e accompagnate dalla benedizione papale, formano una coalizione militare che interverrà a sedare le future rivolte.

Nonostante ne condivida i contenuti, l’Inghilterra protestante rifiuta l’ingresso in uno schieramento i cui principi sono ritenuti eccessivamente mistici: così nello stesso 1815 nasce la Quadruplice Alleanza, simile alla prima, ma senza la forte connotazione cattolica, con il preciso intento di isolare la Francia in cui potrebbero facilmente risorgere sentimenti rivoluzionari. In seguito, proprio per inseguire l’equilibrio ed evitare nuove guerre, i sovrani francesi rimessi sul trono entreranno nella Quintuplice Alleanza insieme agli altri quattro imperi.

 

L’unica volontà totalmente calpestata è quella popolare: non viene dato nessun ascolto, ad esempio, alle spinte indipendentiste polacche e alle idee libertarie spagnole.

Una pace fondata su questi pilastri non può avere vita lunga.

 

SCHEMA DI DATE




Direttrici d’orchestra. Ieri e oggi

Persone e musica sono un’unica cosa.

La musica d’insieme è la più bella società esistente!

Il suono dell’orchestra, i colori, il repertorio,

essere uniti in quaranta anime”.

Elke Mascha Blankenburg

 

Vedere su un podio una donna dirigere un’orchestra è ancora molto raro. Raro ma non impossibile. Nel ‘900 molte donne hanno studiato, spesso come autodidatte, perché generalmente i maestri non le accettavano nelle proprie classi di insegnamento, ma sono comunque riuscite a dirigere importanti orchestre.

Già nelle antiche civiltà del Mediterraneo esistevano musiciste che possono definirsi direttrici di coro e di piccoli complessi musicali, forse i primi esempi di attività direttoriale femminile. Tra le più antiche si ricorda Miriam, nata nel 1200 a.C. descritta nella Bibbia come cantante, danzatrice e direttrice di un coro femminile; è la stessa Miriam che posa in un cesto il piccolo Mosè per salvarlo dall’uccisione dei figli maschi ordinata dal Faraone.

Nella storia occidentale, fin dal 1600, sono sempre stati i compositori a dirigere le proprie opere: come Francesca Caccini e Claudio Monteverdi, spesso suonando il clavicembalo, come tra il ‘600 e il ‘700 anche Jean-Baptiste Lully ed Elisabeth Jacquet de la Guerre, compositrice alla corte di Louis IV, Re Sole, la quale dirigeva a Parigi e a Versailles i suoi Balletti e le sue Cantate. A partire dal 1700 i compositori e le compositrici hanno diretto sempre più spesso suonando il clavicembalo o il violino di spalla: divenne nota la compositrice Marianna Martinez, amica di Mozart e che diresse a Vienna le sue Messe e Oratori.

Dopo il 1850 si afferma la professione del direttore d’orchestra non più coincidente con il compositore che dirigeva e faceva eseguire le proprie musiche, divenendo una prassi largamente riconosciuta nel 1900. Vi furono continui scambi di ruoli tra direttori d’orchestra e compositori: Fanny Mendelssohn diresse opere di Gluck, di Mozart, di Beethoven e Felix Mendelssohn diresse l’orchestra di Königsstadt nelle famose serate musicali di Berlino.

La direttrice d’orchestra, Elke Mascha Blankenburg fondò nel 1978 l’associazione “Donne e musica” con la quale pubblicò e fece rappresentare musiche di compositrici, in particolare di Fanny Mendelessohn e Marianna Martinez, scoperte da lei stessa. Autrice di un’importante ricerca dedicata alla storia delle direttrici d’orchestra e alla loro presenza nel mondo[1], ha raccolto le loro biografie nei percorsi formativi e professionali. In questo libro Blankenburg scrive:

“Quando mi alzo per dirigere non penso, se sono un uomo o una donna. «Faccio il mio lavoro», diceva 74 anni fa Nadia Boulanger quando un giornalista le chiese come si sentiva come donnaal podio. Questa domanda è ancora oggi una delle prime che vengono rivolte alle direttrici d’orchestra, e ognuna di loro risponde più o meno pazientemente allo stesso modo. C’è un muro da parte degli agenti, degli organizzatori di teatri e festival, perché questo essere sensazionaleserve per creare curiosità, aiuta a vendere ma anche a conservare le donne nella ghettizazione. Quando una donna sale al podio per dirigere è quasi impossibile che la stampa non dia l’eco della sensazionalità che «Una donna dirige!».

Si leggono diversi titoli: “Una donna addomestica 60 uomini” – “Una donna è come un uomo al podio” – “La bacchetta nella morbida mano”. Spesso le recensioni iniziano con la descrizione degli abiti indossati. Il Die Zeit,nel 1977 scriveva su Hortense von Gelmini ” Sinfonia in bionda” – “Rosso diventa solo nel fortissimo”. “Sarebbe meglio se dirigesse nuda.”
Nel 1996, Süddeutsche Zeitungpubblica su Simone Young: “Questa giovane donna delicata, in un completo di seta nero porta scarpe con tacco così alto, che si deve pensare che le ha comprate in un negozio sado-masochista”. E ancora, il Die Weltscrive nel 2000, sempre su Simone Young, Titolo: “stiletto-pumps per l’Opera di Sidney” “Simone Young, una piccola bersagliera con capelli rossi, con uno smoking stretto e stiletto-pumps sarà direttrice d’orchestra all’Opera di Sidney.”
Infine, quando nel 2002 Lisa Xanthopoulou vinse il primo premio di un importante concorso a Bad Homburg, concorrendo tra 50 uomini, viene pubblicato: “La prima volta che una donna si afferma in un mondo ancora maschile.”
Eppure già nel 1929 Lise Maria Mayer dirige i Berliner Philharmoniker con la IV Sinfonia di Beethoven, e l’Ouverture “Euryanthe” di Carl Maria von Weber, più una sua composizione dal titolo “Kokain”, le succede nel 1930 Antonia Brico con opere di Händel, Schumann e Dvorak.

Echeggiano le parole di Thomas Beecham, il quale sosteneva: “Non voglio donne in orchestra perché se sono belle mi distraggono, ma se sono brutte non posso guardarle”.

È interessante, sottolinea Blankenburg, che fino ad oggi non troviamo una direttrice con una posizione fissa oltre i 55 anni di età. Le direttrici  più anziane non sono chieste da nessun parte, riescono ad imporsi solo se giovani e belle. “La maturità nell’interpretazione, la conoscenza della pratica musicale, un orecchio esperto, non contano. Invece il pubblico ascolta con fervore i concerti, diretti da signori di settanta, ottanta, novant’anni. Infatti Pierre Monteux dirige la London Symphony Orchestracon un contratto stabile: all’età di 80 anni ha ricevuto un prolungamento per 25 anni; Leopold Stokowski ha sottoscritto a 92 anni un contratto con la RCA per altri 10 anni.”

Sicuramente, nella storia moderna un numero esiguo di donne ha avuto la forza di imporsi nella direzione d’orchestra e soprattutto in un ambiente così chiuso. Vale la pena citarle: Ethel Leginska, inglese (1886-1970); Antonia Brico, olandese (1902-1989); Mary Ethel Smyth, inglese (1858-1944); Carmen Campori Bulgarelli, italiana (1910-1965); Mary Davenport Engberg, americana (1881-1951); Florica Dimitriu, romena (1915-1993); Vitezslava Kaprálová, ceca (1915-1940); Elisabeth Kuyper, olandese (1877-1953),Veronika Borisovna Dudarova(Baku, 1916-2009)..

Oggi, in Italia, purtroppo nessuna donna ha la direzione artistica di un teatro o di un ente concertistico, come invece già accade in altri paesi europei, negli Stati Uniti, o in Australia. Una più fitta presenza di donne nell’ambito della direzione d’orchestra si ha a partire dal 1988, ma in modo sostanziale dal 1995 ad oggi, in particolare con Julia Jones e Claire Gibault. Nel sito www.dirigentinnen.detroviamo i curriculum di 96 direttrici del mondo occidentale, di cui dieci italiane. Tra le italiane coloro che dirigono importanti orchestre sono Nicoletta Conti e Silvia Massarelli. Nei corsi di direzione di orchestra, in media su cento diplomati solo cinque sono donne, di queste una minoranza riesce effettivamente a dirigere un’orchestra. Vi sono delle eccezioni, per esempio Nicoletta Conti si è diplomata in pianoforte, composizione e direzione d’orchestra, è divenuta assistente di Leonard Bernstein, ha debuttato dirigendo l’orchestra di Santa Cecilia, ha diretto l’Orchestra Arturo Toscanini, la Covent Garden e la Royal Philarmonic Orchestra, ma non ha un’orchestra stabile.

Per rompere la barriera sedimentata nei secoli, le donne crearono delle orchestre tutte al femminile come la “Vienna Ladies Orchestra” (1867), diretta da Josephine Weinlich, oppure “Fadette Women’s Orchestra”(1868), diretta da Caroline Nichols, o la “Philadelphia Symphony Orchestra” (1921), diretta da F. Lehman.

L’America sembra essere il Paese più aperto e democratico per quanto riguarda la presenza delle direttrici d’orchestra: sono 52 le donne negli Stati Uniti che dirigono stabilmente un’orchestra, tra cui due direttrici d’orchestra afro-americane: George Robert e Margaret Harris. Nel 1903 il sindacato americano decise di interrompere la discriminazione, così le donne furono finalmente accettate.

Oggi giovani direttrici continuano a fondare orchestre indipendenti, come ha fatto Alondra de la Parra (1980). La sfida di oggi è quella non solo di non considerare più una direttrice d’orchestra un’eccezione alla regola, ma anche la possibilità che si possano scegliere programmi concertistici con musiche composte da uomini e donne.

 

 

 

[1]Elke Mascha Blankenburg, Dirigentinnen im 20. jahrhundert, Hanmburg, 2003, pag. 9.




Lisa Giua, narrata da Anna Foa

La famiglia F., uscito pochi mesi fa, alla fine del 2017, è un esperimento di ricostruzione storica e narrazione che intreccia la storia di più famiglie, Foa, ma Giua, Della Torre, Luzzati, Agnini e altre ancora, unite fra loro da legami matrimoniali e di sangue, ma pure, e con altrettanta forza, da lotte politiche che si rivelano subito e definitivamente solidali e necessarie ai legami fra le persone, proprio come la carne e il sangue. Donne e uomini uniti, separati, riuniti e separati ancora dallo slancio ideale, da prigioni, da esili, da morti spesso eroiche o tragiche, annunciate o, più sottilmente, prefigurate. Tutte le famiglie coinvolte in questi legami e in questo racconto, che è storico, ma insieme intimo, sono riunite nel titolo, dalla nota studiosa Anna Foa, come famiglia F., con un tratto di nascondimento discreto, ma anche allusivo, probabilmente come a dire che è questa la storia di una famiglia italiana come altre ce ne sono state nel periodo dall’Unità d’Italia alla faticosa fine dei comunismi, o almeno alla fine delle speranze di milioni di uomini e donne su ciò che il comunismo avrebbe potuto realizzare. Ma certo è pure un gruppo familiare che ha avuto un’esperienza intensissima e viva, di primo piano, nella lotta politica italiana e internazionale per più di cento anni.

Fra i tanti personaggi, uomini e donne, desidero soffermarmi su Lisa Giua, madre di Anna Foa e moglie di Vittorio, il grande sindacalista: Lisa, della quale sembra essere indagato e sottoposto al tentativo di scioglimento il mistero non solo suo, ma di un’intera generazione che credette in una generosa ideologia, continuamente contraddetta nella sua attuazione e tuttavia continuamente inseguita e perseguita. E appaiono anche il ricordo affettuoso ed una commozione sempre trattenuta, ma non celata.

Lisetta Giua, poi detta Lisa, nacque nel 1923 a Torino. Il padre Michele, socialista, fu tra i pochi professori universitari italiani a rinunciare alla cattedra per non giurare fedeltà al fascismo, e nel 1935 fu condannato a quindici anni di carcere per attività eversive del regime (nello stesso processo in cui fu condannato Vittorio Foa), condanna che scontò fino al 1943, quando venne liberato. La madre di Lisetta, Clara Lollini, donna austera, rigorosa, piena di forza, condivise sempre le idee del marito e con lui patì la morte del primo figlio nella guerra di Spagna, poi del secondo, molto cagionevole, per malattia e ne condivise i timori per l’attività partigiana nella quale la figlia cominciò a militare giovanissima. 

La piccola, vivace Lisetta di Lessico famigliare di Natalia Ginzburg, la Lisa intellettuale autorevole nel commosso ricordo di Adriano Sofri, nel 2005, alla morte di lei, viene confermata in toto nel racconto che Anna Foa ci consegna. Precoce nelle letture, precoce nella lotta antifascista, incapace di timori per sé e straordinariamente schiva. Comunista con un’evidente vena anarchica, spregiatrice di ogni titolo, di ogni potere personale, di ogni carica istituzionale. Brava a scuola, dove però si annoiava, ironica verso l’accademia, di cui non volle mai far parte, non volle neppure laurearsi. Indifferente al matrimonio come istituzione, sposò Foa un bel po’ dopo la loro unione e dopo la nascita della prima figlia. Così, non si curò di divorziare, dopo la separazione, alla fine degli anni Settanta. Ben presto suo padre le era apparso un uomo superato dai tempi, come storia vecchia le parve sempre il femminismo. Diceva “mia nonna era femminista”. Dopo la liberazione, imparò il russo, viaggiò moltissimo nell’Est Europa, collaborò con Togliatti, tradusse, scrisse per “Rinascita”. Dai fatti d’Ungheria, però, cominciò il suo lungo percorso di ripensamento e critica del comunismo sovietico, fino alla rottura, quasi silente, col PCI, nel 1969, all’ingresso dei carri armati a Praga, ma continuò incessantemente il suo impegno, in varie riviste, e in Lotta Continua dal 1972, aiutando la lotta polacca per la caduta del comunismo sovietico, occupandosi del Vietnam, della rivolta africana contro il colonialismo, aderendo quindi al maoismo, nella cui esperienza iniziale coglieva una vena fantasiosa ed anarchica che le corrispondeva bene e arrivando al punto di indossare per molto tempo la casacca blu dei maoisti cinesi. Anche questa nuova speranza sarebbe caduta. Ma Lisa, infaticabile, passò ad aiutare i profughi bosniaci, con la figlia Bettina approfondì la questione del genocidio dei Tutsi. Dalla fine degli anni Ottanta, si era dedicata allo studio della Shoah, questione che, ammise con Anna, “avevamo trascurato”.

Anche il cancro aggressivo e doloroso, che l’avrebbe uccisa, fu da lei affrontato con serenità e con un distacco dolce e fermo, con l’eleganza anche interiore che pare essere stata la sua cifra essenziale.

Una donna vissuta di idee e per le idee, che aveva subito la detenzione, nel 1944, nella spaventosa Villa Triste di Milano, mentre era incinta, catturata con un’amica, pure incinta, dalla banda Koch. I fascisti chiesero al CNL di trattare la liberazione di alcuni fascisti in cambio di quella delle due donne, offerta che, con la sua sollecitazione ed approvazione, il Comitato rifiutò, e, particolare davvero atroce, ma, oso dire, sublime, Vittorio Foa fu tra coloro che decisero contro la trattativa. Fu il cardinale Schuster a salvare la vita alle due prigioniere, dietro richiesta dei partigiani, segnalando quella prigione irregolare ai nazisti, che la smantellarono, dopo aver fatto portare le donne in ospedale, dove erano piantonate, ma da cui si riuscì a farle fuggire.

Lisa fu pure una moglie che consumò il suo distacco dal marito perché la loro posizione politica si era sempre più divaricata, fra il socialismo anticomunista di lui e la ricerca di un comunismo dal volto umano di lei. E fu una madre che mescolava ironia e tenerezza, come nel rapporto con Anna, da lei considerata con qualche ironia per il suo lavoro nell’Università, ma che anni prima aveva guidato in una delle prime manifestazioni di protesta studentesca, dove era improvvisamente apparsa in aiuto della figlia che era con un’amica francese, perché le due ragazze sfuggissero alle cariche della polizia e agli arresti.

Come della fanciulla fuggevolmente narrata da Primo Levi in Se questo è un uomo, di cui non è detto il nome (ma che sappiamo essere Vanda Maestro), viene da chiederci se siamo dinanzi ad un personaggio completamente storico, che per nessun aspetto tocca il territorio della letteratura. Anche per lei sembra di poter rispondere che la narrazione storica, ove assuma un aspetto di modello esemplare, può sconfinare nella letteratura, se letteratura è narrazione di sogni e desideri umani. Un segnale in questo senso pare trasparire anche da alcune parole con le quali questo breve articolo si congeda da Lisa. Un ricordo di Anna: “[…] Ritorna, attraverso Beethoven, il filo conduttore dell’eroismo che mi ha accompagnata da bambina e da ragazza. Quando Lisa morì, la mattina in cui sapevo che sarebbe stata cremata ascoltai l’Eroica.”

                                                                              




La partigiana Agnese

Scrittrice precocissima, Renata Viganò, classe 1900, aveva partecipato alla Resistenza da staffetta partigiana e infermiera, ma pure come collaboratrice della stampa clandestina, insieme al marito Antonio Melluschi, anch’egli giornalista e scrittore. Per Viganò, il successo, non duraturo (oggi è poco letta e di lei di rado ci si ricorda) ma significativo, giunse col primo e più riuscito tra i suoi scritti sulle vicende resistenziali, il romanzo che nel titolo, a un tempo, indica la protagonista e ci fa dolorosamente certi della sua sorte, L’Agnese va a morire. Pubblicato nel 1949, conquistò il secondo posto al Premio Viareggio di quell’anno e fu riconosciuto come un frutto maturo del Neorealismo, e vibrante, luminosa testimonianza della lotta partigiana, degli ideali che l’avevano ispirata, della generosità e dell’abnegazione al bene comune delle donne e degli uomini che insieme l’avevano sostenuta, spesso fino a sacrificare la vita stessa per la libertà e la pace che avevano così donato agli altri senza poterne essi stessi godere. Nel 1976, Giuliano Montaldo dal romanzo trasse un film col titolo omonimo (foto di copertina).

Valli di Comacchio, dopo il 25 luglio del 1943. Agnese, donna in età più che matura, fa la lavandaia. È forte e lavora duramente per mantenere se stessa e il marito, Palita, di salute cagionevole, che sta a casa e intreccia vimini da cui ricava ceste. Sono insieme da tanto tempo e si vogliono un bene profondo e sereno, lui sembra più giovane di lei, che lo protegge con un affetto che è anche di madre. Non hanno figli e quando Palita attende Agnese gli fa compagnia una gatta nera, affettuosa e dolce, che fa le fusa tutto il giorno. Un giorno, un soldato italiano che cerca di tornare a casa, dopo la rotta dell’esercito, chiede loro aiuto. Agnese e Palita gli danno da sfamarsi e lo fanno dormire a casa loro per una notte. Ma i tedeschi sono sempre allerta e hanno informatori, fra i quali i vicini di casa di Agnese, marito, moglie e due ragazze che si accompagnano ai fascisti e ai soldati tedeschi in cambio di cibo e di denaro. Avvertita, Agnese riesce a far fuggire il soldato, ma Palita insieme a molti altri uomini viene portato via dai tedeschi. Da subito Agnese non vuole illudersi e si dice che il marito non tornerà. Quando poco dopo arrivano lettere dai rastrellati, Agnese non riceve nulla. Ha sempre disprezzato i fascisti e odia i tedeschi, ma la sua consapevolezza del male di cui essi sono portatori si fa sempre più lucida, più vigile. Appena andato via Palita, i partigiani compagni di Palita vanno a trovarla, le dicono quanto loro fosse prezioso per loro. Da quel momento Agnese entra a far parte del loro gruppo e viene impegnata dal Comandante in operazioni di staffetta. Col suo corpo grosso e pesante, ma forte e resistente, percorre decine e decine di chilometri al giorno in bicicletta, portando ordini, armi, materiali esplosivi per le azioni partigiane. Di giorno Agnese, umile, inconsapevole del proprio coraggio, che i partigiani apprezzano silenziosamente, compie azioni sempre più impegnative, con modestia, quasi timorosa, stupita e imbarazzata da se stessa, dà consigli e propone soluzioni, che vengono sempre accolte. Di notte sogna Palita, che la incoraggia, la rassicura. Palita sta bene, è contento di lei. Le si siede vicino e le parla. Agnese non crede ch’egli viva in una dimensione in cui potranno rivedersi, non pensa che mai si ricongiungeranno, ma trae conforto da quei sogni ed è felice solo quando il sonno giunge con la sua pace e coi sogni. Smette di fare la lavandaia, per se stessa ha a sufficienza da vivere e non vuole lavorare per i tedeschi, lavare i loro panni; quando dal comando la chiamano per offrirle lavoro, si dice ammalata. Dopo alcuni mesi, il giovane figlio di un compaesano, deportato con Palita, riuscito a fuggire, raggiunge la casa di Agnese, racconta il loro trasporto su un treno merci per la Germania insieme a prigionieri ebrei, durante il quale Palita, subito ammalatosi, è morto. La notizia sconvolge Agnese, che comprende di aver segretamente sperato che malgrado tutto il marito si sarebbe salvato. Quando un soldato tedesco uccide la sua gatta, che Palita le aveva affidato mentre lo portavano via, e poi ubriaco si addormenta nella cucina di Agnese, ella, col calcio del mitra di lui, gli fracassa la testa, poi abbandona la sua casa, che vede da lontano bruciare, sente le urla dei tedeschi, grida di donne (saprà poi che i tedeschi hanno ucciso i suoi vicini per ritorsione). Attraversa le paludi e raggiunge i partigiani, che l’accolgono come una madre e lei da madre comincia a prendersene cura, preparando cibo e dando loro come un’idea di famiglia recuperata con la sua presenza forte e silenziosa; prosegue tuttavia e anzi via via incrementa la sua lotta partigiana attiva. Tra sofferenze, pericoli, azioni in cui rischia continuamente la vita e in cui muoiono tanti che ormai le sono carissimi, Agnese continua in realtà un nuovo percorso di appropriazione del mondo iniziato dalla deportazione di Palita. Comprende nuove cose, i pensieri in lei si fanno più facili e fluidi, pensa al futuro che con i suoi compagni sta costruendo, un futuro che forse lei e altri non vedranno, ma che altri ancora resteranno a ricordare, quando la libertà sarà arrivata. E, mentre con la lana che ha filato prepara calze ai “ragazzi”, pensa, ricorda i pranzi domenicali sereni e silenziosi con Palita. Adesso avrebbe da dirgli tante cose, adesso potrebbero parlare di tutte le domande senza risposta che cominciano nei bambini e finiscono nei vecchi. Perché alcuni hanno le cose, la sicurezza della vita, la protezione e altri poco o nulla? Ora capisce. Capisce che i ricchi vogliono tutto e lo tolgono agli altri e capisce che i fascisti li sostengono nella loro prepotenza, Capisce che cosa intendevano tanti uomini e tante donne che non avevano paura e che dicevano che le cose andavano cambiate e che doveva esserci pane per tutti e non solo pane, ma anche il resto, poter divertirsi ed essere contenti. E Agnese lavora le calze e pensa ai ricchi per i quali lavava i panni che la tenevano sull’uscio della porta, al timore di sbagliare, di fare o dire qualcosa che li irritasse, che li spingesse a non darle il lavoro, a toglierle il pane. E pensa ai compagni “gente istruita, che capisce, e vuol bene a tutti, non chiede niente per sé e lavora per gli altri quando ne potrebbe fare a meno, e va verso la morte mentre potrebbe avere molto denaro e vivere in pace fino alla vecchiaia. E appena si arriva, dice: – Hai mangiato? Hai bisogno di qualche cosa? E prima di andar via dice: – Buona notte e buon Natale, mamma Agnese. Questo era il partito e valeva la pena di farsi ammazzare”.

La lotta partigiana continua, mentre gli Alleati si muovono con troppa lentezza; più volte nel romanzo viene sottolineata anche l’irragionevolezza, l’inutilità di certe azioni. Agnese ha avuto una radio dai compagni e ascolta le notizie sui diversi fronti, il grande avanzamento a est del fronte, le incertezze a ovest. Ma poi arriva la svolta. Anche a ovest si procede più veloci, forse non ci sarà un altro inverno di guerra. E i tedeschi si fanno più feroci. La paura e la morte che li incalzano li rendono più violenti e spietati, un’azione terribile stermina quasi tutto il gruppo partigiano di Agnese. Lei e pochi altri sono rimasti, ma altri compagni arrivano, di partigiani più ne muoiono e più ne arrivano, dice Agnese. Le azioni dei tedeschi e dei fascisti si fanno più spietate e quando viene rubato un camion tedesco tutti quelli che si trovano sulla strada vicina al furto vengono sequestrati per alcune ore in un grande stanzone. Agnese è fra loro. C’è chi piange, una donna dice che la colpa è di chi provoca i tedeschi, che altrimenti non sarebbero cattivi. Agnese le ricorda aspramente i morti che hanno fatto in paese, le case distrutte, ma ancora la donna inveisce contro i “ribelli”, è a causa loro che i tedeschi reagiscono contro la popolazione. Agnese ripensa ai compagni perduti, li rivede, “compagni, partigiani, combattenti non ‘ribelli’” e interviene e grossa, alta, severa, incombe sulla donna. Un uomo le si avvicina, la riconosce, le fa un cenno d’intesa, le fa segno di lasciar stare la miserabile. Agnese si scosta, si allontana fra due file d’occhi che la guardano fisso. Poi si volta, dice che il momento della paga è vicino. Ai tedeschi non resta più nulla. Anzi, gli resta la paura. Passa ancora tempo. Poi la porta dello stanzone si spalanca, la gente viene fatta uscire, tutti corrono, si affollano, Agnese va verso l’uscita, pensa che anche stavolta non si muore, esce e un volto le si fa incontro, deformato da un urlo: è il soldato che credeva di aver ucciso in casa sua. Anche il maresciallo la riconosce, le dà due ceffoni furibondi. Poi le spara quattro colpi, negli occhi, sulla bocca, nella fronte. Tutti fuggono urlando. Il maresciallo sorride. “L’Agnese restò sola, stranamente piccola, un mucchio di stracci neri sulla neve.” Quasi lo stesso Viganò scrive della gatta nera di Palita, quando il soldato tedesco l’ammazza col mitra: “Sembrò uno straccio nero buttato via”. Ma ci accompagna, dopo la lettura, il senso dell’umile grandezza di Agnese, la lavandaia che si fa partigiana, che non ha mai paura per sé, ma teme e lotta per quelli che ama e per quelli che difende, un intero popolo, che donne e uomini come lei, sconosciuti ai più, hanno liberato.

Foto. Ferrara, foto di Maria Pia Ercolini

È questo un romanzo importante, fra i primi a uscire sulla lotta resistenziale, tra i pochi a narrare la Resistenza dagli occhi di una donna.

Su questa linea Viganò, occorre ricordarlo, scrive anche Donne della Resistenza, che esce nel 1955, la storia di ventotto partigiane, cadute nella lotta antifascista.

 

 

 




L’Europa dalla Belle Époque al colonialismo e la Triplice Alleanza

Dopo la fine della Comune di Parigi, in Europa si spengono le rivolte sociali. L’industria va avanti florida, le scoperte tecnologiche procedono a gonfie vele, il ciclo produzione-sfruttamento ha raggiunto un compromesso per cui gli scioperi diminuiscono e la ricchezza aumenta. Londra, Parigi e Berlino vedono crescere la propria rete ferroviaria e metropolitana e la luce elettrica si diffonde in tutte le città rendendo più sicura la vita notturna. Questo periodo di pace, ricchezza e splendore prende il nome di «Belle Époque». Tra gli ultimi decenni del XIX secolo e i primi del XX, l’Europa, e in particolare la Francia, è sede di un rigoglioso laboratorio culturale e intellettuale.

Durante gli stessi anni nella ricca Europa si assiste anche a una serie di fenomeni preoccupanti. Tra i settori più sviluppati e moderni dell’industria vi è quello siderurgico e dell’acciaieria pesante, finalizzato a costruire non solo ferrovie ma anche armi. E se le armi non si usano l’industria va in crisi. Nasce da qui la “corsa agli armamenti” che nel corso di mezzo secolo porterà a far scoppiare una nuova guerra, stavolta molto più grande e drammatica delle precedenti: tutti gli Stati si armano fino ai denti, anche in assenza di guerre imminenti.

Francia e Gran Bretagna arrivano alle porte del XX secolo con un impero marittimo molto esteso e redditizio. La Spagna e il Portogallo, potenze marittime dei secoli precedenti, hanno perso tutta l’America Latina e le Filippine, la Francia ha ristretto i confini europei ma conserva ancora numerosi territori d’oltremare; la Regina Vittoria e i suoi discendenti hanno perso gli Stati Uniti ma detengono l’India e buona parte dell’Africa. La Germania è lo Stato-Nazione più recente d’Europa ma militarmente è il più forte e di conseguenza rivendica un maggiore peso internazionale.

L’Africa è il terreno in cui si scontrano le pretese europee, a volte con vere e proprie guerre di conquista e altre volte con l’istituzione di protettorati locali in mano a deboli governi obbedienti agli Stati europei. Per evitare nuove guerre, le potenze europee si riuniscono e a tavolino si spartiscono gli Stati africani, i cui abitanti vengono chiamati «selvaggi» e ridotti in schiavitù, come secoli prima era successo con le popolazioni native americane. L’altro grande elemento di contrasto è dato dal rapido declino dell’Impero Ottomano, Stato islamico che si espandeva dalla Persia (attuale Iran) fino ai confini settentrionali della penisola balcanica. Le potenze europee sostengono l’indipendenza balcanica, ma si apre immediatamente la contesa tra Austria, Inghilterra e Russia per l’egemonia su queste terre. Nel 1876 scoppiano delle rivolte indipendentiste nei Balcani. Come con la Grecia nel 1820, di nuovo le potenze europee appoggiano le sommosse popolari per togliere peso all’Impero Ottomano ed evitare l’espansione russa. Viene riconosciuto il Regno di Bulgaria e la Serbia viene lasciata autonoma, mentre la Bosnia-Erzegovina passa sotto il controllo austriaco. Germania e Austria stringono un’alleanza antirussa.

Dal momento che l’Italia, violando gli accordi internazionali con la presa di Roma, ha perso credibilità agli occhi francesi e inglesi, nel 1882 entra nell’alleanza austro-tedesca, nonostante lo Stato italiano sia nato proprio dalle guerre contro l’Austria. Questa coalizione prende il nome di Triplice Alleanza. È un accordo esclusivamente difensivo: se uno dei tre Paesi viene attaccato gli altri sono tenuti a intervenire in sua difesa, ma se attacca per primo gli alleati non hanno doveri nei suoi confronti. Si apre così una nuova fase di tensioni.

Schema di date




Un’analisi sociologica: le musiciste nella storia e nella lotta per i diritti sociali

In Occidente, fin dal Medioevo, furono numerose le compositrici attive nella creazione musicale, nella vita sociale e politica, ma l’Enciclopedismo Universale del ‘700 e la specializzazione delle diverse discipline cancellarono del tutto la loro esistenza e di conseguenza nei manuali di storia della musica.

Oggi è possibile rintracciare e definire anche un numero approssimativo della loro presenza: nel New Grove of Music se ne contano 900, la Fondazione “Donne e Musica” registra 27.000 presenze tra compositrici, interpreti, pedagoghe, musicologhe presenti in 108 paesi e 84 associazioni. Presenze dimenticate nei conservatori e nella storia della musica, nel sapere formalizzato e istituzionalizzato.

Centrale e sicuramente sorprendente è il fatto che molte compositrici furono riconosciute e ammirate in vita dai loro contemporanei  –  editori, circoli intellettuali, comunità scientifiche, personaggi istituzionali  –  i loro nomi sono continuamente presenti nelle recensioni, nella fitta rete degli scambi epistolari con i maggiori intellettuali e artisti del tempo.

Gli spazi di affermazione pubblica si chiudono paradossalmente quando i processi di democratizzazione del sapere – l’illuminismo e l’enciclopedismo del ‘700, l’istituzionalizzazione delle diverse discipline, la scolarizzazione di massa – impediscono gli accessi all’alta formazione delle donne, per evitare che divenisse prassi consolidata e generalizzata l’esempio di un’artista autonoma, creativa, geniale. Tutt’oggi le musiciste sono oggetto di censura, pregiudizi e stereotipi ghettizzanti e marginalizzanti, tanto da stigmatizzarle in una tripla devianza: quella di essere donne ribelli ai costumi dell’epoca, di esercitare un’arte ancora oggi considerata marginale rispetto ad altre espressioni artistiche, quella di essere artiste e dunque per tradizione individui devianti, o stravaganti nel migliore dei casi.

Una, tra le storie di vita delle compositrici, che più di altre emerge a fine ‘800, nella lotta per i diritti civili e politici, è quella di Ethel Mary Smyth, (Londra 1858- 1944 – foto di copertina),Ethel Mary Smyth, (Londra 1858- 1944) si impegnò attivamente nella lotta per i diritti civili e politici delle donne, compose la famosa “March of the women”; riscuotendo un tale successo: per anni fu suonata per le strade inglesi. Scrittrice e saggista, fu proclamata Dama dell’Impero Britannico e le sue pubblicazioni furono diffuse e vendute anche in America e in Germania. Purtroppo, ad oggi le sue musiche sono state dimenticate, non solo non é citata nei manuali di storia della musica, ma anche la sua famosa “Marcia per le suffragette” resta tutt’oggi anonima anche nei titoli di coda dei film in cui viene utilizzata.Scrisse Smyth: “Ciò che mi sta davvero a cuore è quanto accade nel campo della musica. Durante la guerra divenne impossibile proseguire senza introdurre donne nelle orchestre e, detto spassionatamente, poche cose mi impressionarono maggiormente del nuovo suono ottenuto, più brillante e caldo. Si percepiva uno spirito nuovo e fresco – senza dubbio il risultato, almeno in parte, di una rivalsa di ‘genere’, nel miglior senso del termine. (…) L’atteggiamento degli Inglesi verso le donne nei vari settori artistici è ridicolo e incivile. Non c’è sesso nell’arte. Come si suona il violino, come si dipinge o si compone è ciò che veramente conta. Nei paesi in cui l’istinto estetico è grande, e coltivato – in Francia, per esempio – il giudizio è pulito e oggettivo, e una donna che pratichi un’arte è semplicemente un’artista fra gli artisti. Qui in Inghilterra, dove l’istinto langue, e non viene educato, il primo e l’ultimo giudizio sulla sua opera provengono dal sesso […]”[1].

Pierre Bourdieu, ispirato da Virginia Woolf, svelò pienamente i meccanismi dell’ordine stabilito dal potere maschile: il rapporto di dominio, il modo in cui viene imposto e subìto è l’esempio per eccellenza di sottomissione paradossale alla violenza simbolica, invisibile alle stesse vittime, e che si esercita attraverso l’uso della comunicazione e della conoscenza, in cui la doxa è doppiamente paradossale quando smonta la trasformazione della storia e dei costumi culturali in qualcosa di naturale.[2]

La giustizia sociale deve essere dunque ridefinita, re-immaginata e condivisa, utilizzando nuove narrazioni, ricostruendo universi simbolici.

Se la storia delle compositrici non entrerà a pieno diritto nei programmi di studio dei Conservatori, nei libri di storia, non si farà altro che confermare un ordine naturale dominato da una costruzione storica oramai inverosimile.

Per rispondere a questo vuoto istituzionale, è in corso di stampa il primo volume di una collana editoriale “Voci di Musiciste”, (a cura di Luca Aversano, Milena Gammaitoni, Orietta Caianiello, Angela Annese), per le Edizioni Italiane di Musicologia; ci aspetta un grande lavoro di formazione e di divulgazione nel quale impegnarci e coinvolgere le nuove generazioni a partire dal linguaggio[3]: in Wikipedia, l’enciclopedia più consultata nel web, e principalmente dai giovani, le compositrici rispondono alla definizione: “Compositori donne”. A chi verrebbe mai in mente di cercare la storia delle musiciste scrivendo la parola chiave al maschile?

 

 

[1] E. Smyth, Streaks of life (trad. Stralci di vita, secondo dei volumi dell’autobiografia di E. Smyth a cura di Orietta Caianiello), London, Longmans, Green, 1921, pp. 237-240.

[2] Pierre Bourdieu, Il dominio maschile, Feltrinelli, Milano, 1998,  p. 22.

[3] La Presidente della Camera dei Deputati, On. Laura Boldrini, dall’inizio del suo mandato ha promosso il bisogno di declinare la lingua italiana al femminile in ogni ambito della vita pubblica e privata; l’Associazione Toponomastica femminile sta collaborando attivamente con Wikipedia per un cambiamento radicale del linguaggio.




Le compositrici italiane del ‘500 e del ‘600: cortigiane e religiose

Francesca Caccini fu sicuramente un’eccezione per la sua genialità e la possibilità di esprimerla e affinarla in una corte, quella Medicea, che ambiva all’eccellenza, ma non fu la sola compositrice del periodo, nei conventi e monasteri emergono molte altre musiche. Le corti italiane, a Mantova, a Milano, a Venezia, a Ferrara, a Urbino, diedero ampio spazio alle musiciste, duole però rilevare che talvolta la loro fama fu accompagnata dall’appellativo di cortigiana, ossia: donna dai facili costumi. Anche l’iconografia del tempo ci riporta immagini tutt’altro che professionali.

Di Francesca Caccini resta solo un medaglione marmoreo con scolpito il suo volto, ma Barbara Strozzi sembra piuttosto un Erinni che una compositrice… Purtroppo anche nel XXI secolo assistiamo a titoli dei media dove la bellezza di una donna viene esaltata come prima dote, anziché la sua genialità. Come ci insegna Mary Wollstonecraft, nel 1700 conoscere questo passato costringe a chiedersi come e perché, a distanza di secoli, in contesti radicalmente diversi, possano riaffiorare (travestiti nei panni della modernità) aspetti arcaici del rapporto fra sessi, trasmessi dal sistema mediatico che implicitamente e subdolamente li propone come modello.

 

Tra il ‘500 e il ‘600 non furono poche le musiciste famose ai loro contemporanei che poterono dunque studiare ad alto livello, rappresentando e diffondendo le proprie opere in forma scritta. Ripercorriamo alcune delle loro vite e opere.

Maddalena Casulana (Casuale d’Elsa 1540? – 1583?), nota a Venezia come liutista e cantante, fu tra le prime a stampare la propria musica. Compose la prima collezione di Madrigali nel 1566, con il titolo Il Desiderio. Amica di Isabella de’ Medici le dedicò alcuni Madrigali, e Orlando di Lasso mise in scena il suo Primo libro di Madrigali alla corte di Alberto V, a Monaco. Poco altro si sa della sua vita.

Stampando il suo primo libro di Madrigali scrisse: “Voglio mostrare al mondo per quanto possa in questa professione di musicista, l’errore vano degli uomini che credono di essere gli unici a possedere i doni dell’intelletto e dell’arte e che tali doni non vengano mai dati alle donne”.

La più conosciuta ai nostri giorni, interpretata in vaste discografie, è sicuramente Barbara Strozzi (Venezia 1619 – Padova 1677), compositrice e soprano (in copertina), nota come virtuosa a Venezia, dove si esibì presso l’Accademia degli Unisoni, fondata dal padre. Dedica il Primo Libro dei Madrigali alla Duchessa di Toscana. Le sue composizioni comprendono cantate, arie e duetti; compose prevalentemente per voce soprano. In particolare si ricordano Sacri musicali affetti e Ariette a voce sola. Fu definita cortigiana di alta classe, perché conduceva una vita libera, autonoma, tanto che ebbe quattro figli senza mai sposarsi.

FOTO. Vittoria Aleotti

Entriamo nei conventi: Vittoria Aleotti (Ferrara, 1575 – 1620) iniziò ancora bambina lo studio della musica, ascoltando le lezioni impartite alla sorella maggiore e proseguì gli studi musicali presso il convento ferrarese di San Vito. Il padre ottenne per lei da Battista Guarini alcuni madrigali da porre in musica, che furono stampati a Venezia nel 1593 con il titolo Ghirlanda de madrigali a quattro voci. Oltre all’edizione veneziana, uscì a nome di Vittoria anche un madrigale a cinque voci (Di pallide viole). C’è la possibilità che Raffaella, ritenuta la sorella maggiore, sia stata in realtà la stessa persona, che avrebbe mutato nome al momento di prendere gli ordini.

Sulpitia Ludovica Cesis (Modena 1577 –?) era una monaca agostiniana, liutaia e “compositore” (com’è definita nei documenti dell’epoca). Di lei sono rimasti stampati solo i Mottetti Spirituali del 1619, dove troviamo preziose informazioni sulla prassi esecutiva musicale in uso a quei tempi nei conventi italiani femminili. Difficile spiegare come abbia potuto divulgare musiche pensate per cornetti, tromboni, viole e violoni, perché in pieno contrasto con i dettami della Chiesa, che aveva proibito nei conventi l’uso di strumenti musicali diversi dall’organo.

La suora benedettina Caterina Assandra(Pavia, 1590 –1618) fu subito appoggiata dall’editore e musicista Filippo Lomazzo, che nel 1606 le dedicò una raccolta di madrigali. Studiò contrappunto con Benedetto Re, uno dei principali organisti e maestri di cappella lombardi dell’epoca. La sua prima opera fu una raccolta di Mottetti a due e tre voci e di lei resta anche un bellissimo Salve Regina.

Ebbero grande eco le composizioni della suora orsolina Isabella Leonarda(Novara 1620 –1704), interamente dedicata alla musica sacra, in cui prevale il mottetto per voce sola con l’accompagnamento dell’organo o, in qualche caso, di pochi strumenti. Isabella arrivò a sperimentare la sola scrittura strumentale, componendo una sonata, e dunque andando contro le regole monastiche.

La vita di queste religiose dimostra che, oltre ogni limite e censura, anche il monastero divenne luogo dove esprimere il proprio talento, sfidando la Chiesa al suo interno, come fece Ildegarda di Bingen già nel Medioevo. Ed è evidente che anche le loro musiche influenzarono lo sviluppo della musica polifonica rinascimentale




Buongiorno a tutti. E a tutte

Ebbene sì, confessiamocelo, tener conto del rispetto di genere nella comunicazione è una gran bella fatica, che si aggiunge alle altre esigenze ben note a chi ha occasione di scrivere o di editare scritti altrui. Oltre alla indispensabile correttezza ortografica, morfologica e sintattica,  bisogna scegliere un lessico appropriato e magari anche efficace, sostituire i termini ripetuti, fare attenzione alla punteggiatura, eliminare fastidiose pesantezze. E tutto questo discorso riguarda solo l’aspetto formale, perché la prima preoccupazione, naturalmente, è quella di scrivere qualcosa di sensato e magari di utile. C’è proprio bisogno di aggiungere una fatica ulteriore? Di scrivere sempre “bambini e bambine”, “figlie e figli”, “cittadine e cittadini”? Di scervellarsi per superare il cosiddetto “maschile inclusivo”, di fare a pugni con gli aggettivi, i pronomi e i participi passati che richiedono inflessibilmente le concordanze, lottando con una lingua che da questo punto di vista non ci facilita proprio il compito e anzi ci pone un sacco di problemi?

Sì, ce n’è bisogno.

Ce n’è bisogno perché l’uso di un linguaggio corretto rispetto al genere sta diventando in qualche modo una bandiera per dichiarare da che parte si vuole stare in un Paese dove il becero maschilismo che domina la vita sociale, la pubblicità, il costume non suscita quasi mai la riprovazione che si meriterebbe, passando come “normale” mentre normale non è.

Ce n’è bisogno perché è possibile che un’attenzione costante al modo di usare la lingua rispetto a questo problema riesca a sensibilizzare qualche persona non del tutto incapace di pensiero autonomo. E pazienza se c’è chi storce il naso, trovando più facile appiccicare etichette piuttosto che riflettere. Pazienza anche se tante persone neanche se ne accorgono, di questa scelta, perché interessate solo al messaggio palese (quello che un tempo si chiamava “il contenuto”) e poco abituate all’analisi del mezzo espressivo. E comunque, anche se non ci fosse proprio nessuno (e nessuna…) a capire e ad approvare, questa attenzione non sarebbe inutile, dal momento che almeno per chi scrive la fatica, ogni tipo di fatica relativa alla scrittura ha sempre un senso: quello di ricordarci che le parole che usiamo parlano di noi e di ciò che siamo, molto più di quanto non si creda.

Stiamo attente – e attenti, perché il discorso non vale solo per le donne – a non cadere nella trappola del “c’è ben altro”, e anche a interpretare nel modo giusto l’atteggiamento di chi affetta, rispetto a questo problema, una indifferenza che è spesso una scappatoia per non prendere atto di una realtà considerata con fastidio, se non sentita come una minaccia. Drizziamo le orecchie e aguzziamo la vista e l’ingegno: la disattenzione verso il linguaggio rispettoso delle differenze di genere ma anche l’ostilità – dichiarata o celata che sia – che questo suscita ha sempre un senso.




La Guerra di Crimea e la II Guerra d’indipendenza

Succeduto al padre, Vittorio Emanuele II, per aumentare il proprio prestigio e la propria credibilità, sceglie di mantenere una linea liberale. In un primo momento il nuovo re affida il governo al liberale Massimo D’Azeglio. Bisogna ricordare che lo Statuto Albertino dà al sovrano l’incarico esclusivo di nominare il governo mentre il Parlamento ha funzione soltanto legislativa: se la maggioranza dei deputati e dei senatori è ostile a un governo può bloccare tutte le sue leggi ma non può farlo cadere, ma un governo che gode della fiducia del re ma non di quella del Parlamento difficilmente riuscirà a legiferare. Dunque per le pressioni del Parlamento, Vittorio Emanuele II revoca la nomina a D’Azeglio e la conferisce a Camillo Benso, conte di Cavour, liberale di destra che ha viaggiato tutta l’Europa ed è esperto di questioni internazionali. Proprio a lui si devono importanti infrastrutture piemontesi come la ferrovia Torino-Genova. È con Cavour che nasce la pratica parlamentare del “trasformismo”: i deputati e i senatori, una volta eletti, possono passare da una parte all’altra indipendentemente dalle idee di partenza cono cui sono stati eletti, variando così all’occorrenza le maggioranze parlamentari. 

La prima importante intuizione geopolitica di Cavour è l’alleanza con la Francia di Napoleone III in quanto entrambi antiaustriaci: quest’alleanza conviene all’Impero Francese per rovesciare gli equilibri del Congresso di Vienna e al Regno di Sardegna per ottenere il Lombardo-Veneto. 

Nel 1853 esplode la crisi del Mar Nero: l’Impero Ottomano si sta lentamente sgretolando e i suoi pezzi fanno invidia a tutte le potenze europee. La Russia attacca la flotta turca per conquistare la penisola di Crimea nel Mar Nero, destando le preoccupazioni di Francia e Gran Bretagna che vedono in pericolo le proprie colonie nel Mediterraneo a causa dell’espansionismo russo: da qui scoppia la Guerra di Crimea.

FOTO 1. Guerra di Crimea. La battaglia di Balaklava, 25 ottobre 1854.

Attack of the Light Brigade, dipinto di Richard Caton Woodville del 1894

Il Regno di Sardegna, seppur con un ruolo marginale, partecipa alla guerra contro la Russia: così nel 1856 Cavour si può sedere al tavolo dei vincitori e, pur non ottenendo ingrandimenti territoriali, fa sì che il Piemonte sia riconosciuto come Stato rilevante per gli equilibri europei. Davanti alle principali potenze, Cavour denuncia l’occupazione austriaca del Nord Italia, approfittando dell’ostilità già accesa tra gli Asburgo e Napoleone III. 

In un incontro presso Plombières (in Belgio) tra Cavour e Napoleone III viene sancita ufficialmente l’alleanza franco-piemontese: la Francia interverrà in difesa del Piemonte se questo sarà attaccato dall’Austria, ma non se sarà il Piemonte ad attaccare l’Austria per primo. Il tutto a due condizioni: cedere alla Francia la regione alpina della Savoia e la città di Nizza e non toccare in nessun caso la città di Roma che deve rimanere sotto il governo papale in maniera da mantenere l’indiretto controllo francese sull’Italia centrale.

Gli accordi sono pronti e sono favorevoli agli interessi piemontesi. Resta solo un problema: l’alleanza franco-piemontese è di natura solo difensiva, quindi il Regno di Sardegna ha bisogno di essere attaccato dall’Austria. Così Cavour inizia a schierare provocatoriamente le truppe al confine, ricorrendo anche a corpi speciali creati appositamente da Garibaldi. L’Austria cade nel tranello e attacca il Piemonte, suscitando l’intervento francese. Inizia così la II Guerra d’Indipendenza, che per l’Austria ha esiti disastrosi. 

FOTO 2. Carta tratta da: 

http://dizionaripiu.zanichelli.it/storiadigitale/p/mappastorica/164/la-seconda-guerra-d-indipendenza-1859-1860

Intanto in Toscana, Emilia-Romagna, Umbria e Marche le borghesie insorgono chiedendo di entrare nel Regno di Sardegna: salta così il progetto francese di prendere il controllo dell’Italia centrale con l’appoggio del Papa. A questo punto Napoleone III interrompe la guerra firmando trattati di pace separati: ottiene dall’Austria la Lombardia, che cede poi al Piemonte, ma non il Veneto che rimane austriaco.

Ormai Napoleone III è costretto a rinunciare all’Italia centrale: conquistarla vorrebbe dire passare attraverso l’Austria, che non è praticabile, o mettersi di nuovo contro il Piemonte, che non gli conviene.

Questa situazione offre la possibilità di nuove trattative: il Regno di Sardegna cede Nizza e la Savoia alla Francia e in cambio Napoleone III accetta di lasciare che l’Italia centrale passi sotto il dominio sabaudo, sempre a condizione di non toccare il Lazio e la città di Roma. Si rafforza così anche il legame tra Napoleone III e Papa Pio IX. 

Nel 1860 il Ducato di Parma, il Ducato di Modena e il Granducato di Toscana entrano a far parte del Regno di Sardegna mentre Umbria e Marche restano pontificie. La decisione viene ratificata attraverso dei plebisciti popolari svolti a suffragio universale maschile.

Il Regno di Sardegna è diventato uno Stato-Nazione moderno.




Scrittrici italiane per ragazzi e ragazze: da Emma Perodi a Bianca Pistorno

La letteratura destinata alle generazioni in erba è stata spesso definita una letteratura di serie B senza considerarne l’importanza culturale e pedagogica e l’obiettiva difficoltà che si incontra per suscitare in loro interesse e partecipazione.

Come sosteneva la scrittrice piacentina Giana Anguissola (Piacenza 1906- Milano, 1966), la letteratura per ragazzi e ragazze dovrebbe seguire regole ben precise: essere portatrice di valori etici, essere divertente/accattivante; avere una forma comunicativa salda e vivace.

E la stessa, rivolgendosi agli autori, li esortava dicendo: “Beati coloro che sulle loro ali sollevano i piccoli lettori….”.

In Italia la letteratura giovanile vera e propria (senza considerare le favole della tradizione orale, spesso di origine contadina), trova il suo inizio nella seconda metà dell’Ottocento quando sempre maggior attenzione si presta all’infanzia e al suo armonioso sviluppo psico-fisico e quando una sempre maggiore scolarizzazione aumenta il numero di potenziali lettori e lettrici.

In questo campo compaiono nomi insigni come quello di Carlo Collodi, Emilio Salgari, Giuseppe Fanciulli, Vamba, ecc. ma non mancano le figure di scrittrici, anche se spesso tenute in ombra da una prevalenza maschile dilagante in questo come negli altri campi delle lettere, delle arti, della scienza.

Nomi, da rivalutare e far conoscere, di autrici che furono spesso insegnanti e quindi a diretto contatto con l’universo infantile e adolescenziale di cui conoscevano bisogni e gusti. Furono anche educatrici, spesso pedagogiste, impegnate a trasmettere, attraverso i loro scritti, valori etici e morali.

Furono giornaliste, spesso direttrici di giornalini per la fascia giovanile, autrici di opere teatrali per i più piccoli muovendosi in un universo variegato e complesso con grande professionalità e passione.

Attraverso brevi biografie e accenni ai loro romanzi più famosi si procederà alla loro riscoperta partendo dalle prime e più famose scrittrici della seconda metà dell’ottocento, come Emma Perodi e Ida Baccini, continuando con le varie autrici del Novecento, da Giana Anguissola a Lina Schwrtz, fino ad arrivare alle attuali: da Bianca Pistorno a Paola Mastrocola.