SIRIA – Isis: uccisi 200 bambini a colpi di mitragliatrici

Lo Stato Islamico (Is) ha filmato l’esecuzione di 200 bambini in Siria. Sdraiati uno accanto all’altro, faccia a terra, i bambini rapiti dall’Is vengono uccisi a colpi di mitragliatrici e di fucili da una dozzina di jihadisti. All’inizio del filmato un miliziano, forse un comandante dell’Is, esamina da vicino i bambini voltati di spalle e spara ad alcuni di loro a distanza ravvicinata. Altri jihadisti, con il volto coperto, si uniscono al primo e sparano, compiendo una vera e propria esecuzione di massa.




L’infibulazione non è citata nel Corano, ma è in auge in Egitto, Eritrea, Guinea, Senegal, Somalia e Sudan

“I miei genitori hanno organizzato una festa e alcuni parenti sono venuti a vedere la mia cicatrice”; “Mia sorella è morta, la mano della nonna, non è più precisa come un tempo”; l’infibulazione nonostante sia una pratica disumana e le pene nei confronti dei medici che si prestano nell’operare clandestinamente le piccole pazienti, siano severissime, continua ad essere praticata in tutto il mondo. Migliaia di persone in tutto il mondo,ogni giorno si uniscono al grido di sdegno di chi da anni combatte contro le mutilazioni genitali delle donne e grazie a loro qualcosa si sta muovendo, infatti, a giugno, la Nigeria è stato il primo Stato africano a vietarla in maniera ufficiale. Auspicandoci che dopo di essa, molti altri Stati africani si esprimano in tal senso, è importante chiarire che l’infibulazione non ha origini islamiche, in quanto non è citata nel Corano, come peraltro non sono ammesse pratiche che possano in un certo modo mutilare il piacere femminile, ma è stata di sicuro generata da menti grette e per nulla empatiche. Sebbene, nel suddetto libro sacro, non le venga data alcuna rilevanza, l’infibulazione è in auge nei paesi in cui il culto islamico è prevalente come Egitto, Eritrea, Guinea, Senegal, Somalia, Sudan.




ROMA – Appello dei No Triv per il referendum. Coinvolti anche i centri sociali

“Il 30 Settembre scorso è accaduto qualcosa di unico e straordinario nella storia dell’Italia Repubblicana: la pressione esercitata da oltre 200 associazioni, comitati, movimenti territoriali e personalità della cultura e delle scienze, che danno lustro al nostro Paese, ha spinto le Assemblee di metà delle Regioni italiane a deliberare, in modo pressoché unanime e trasversale, la richiesta di sei quesiti referendari contro le trivelle in mare e su terraferma.
Superato positivamente il duplice controllo della Cassazione e della Corte Costituzionale, i cittadini potranno così riappropriarsi del diritto, spesso negato, di decidere di se stessi e del futuro dei rispettivi territori.
Con il deposito in Cassazione delle istanze referendarie, le 200 associazioni firmatarie dell’appello alle Regioni possono rivendicare, con orgoglio, di aver raggiunto un primo prezioso obiettivo: una volta ritenuto ammissibile, il referendum dovrà essere celebrato nella primavera del 2016, a meno che – cosa alquanto improbabile – il Governo decida di abrogare le norme oggetto dei quesiti.
Siamo arrivati fin qui perché le politiche governative, tese a riaccentrare nelle mani dello Stato la potestà energetica ed ogni facoltà che ne derivi (ne sono palesi esempi lo “Sblocca Italia” e la ormai imminente revisione del Titolo V della Costituzione), hanno di fatto spogliato i territori di ogni possibilità di autodeterminazione, relegandoli a meri esecutori di strategie ambientali spesso preistoriche.
I quesiti referendari hanno, così, questo preziosissimo scopo: pur non potendo da soli risolvere l’intera questione legata alle trivellazioni petrolifere (che interessa anche le acque non territoriali, i Paesi transfrontalieri, la legislazione europea, ecc.), mirano ad una ridefinizione complessiva del rapporto Stato-Regioni e ad evitare che alcuni procedimenti di VIA, accelerati in questi giorni nella nuova “era fossile”, giungano a rapido compimento nonostante il parere contrario, diffuso e pressoché unanime, delle popolazioni territorialmente interessate.

Proprio la gravità della situazione di alcuni procedimenti, ormai prossimi ad approdare allo stadio di permesso o di concessione, ci ha costretti a chiedere alle Regioni di approvare una Legge che inibisca ogni attività legata agli idrocarburi nel limite delle 12 miglia marine dalle linee di costa e dalle aree naturali protette. Sintomo di una situazione ormai indifferibile.

Proprio per queste ragioni -ne siamo consapevoli tutti- il referendum non è un punto di arrivo ma un punto di partenza. Ha necessità di consolidarsi, mettendo radici profonde nella coscienza collettiva del Paese, attraverso un percorso chiaro, condiviso e partecipato, in cui il ruolo di motore e di guida deve restare saldamente in mano ai movimenti, alle associazioni e ai comitati.

Come già accaduto nel recente passato, è importante che a concorrere al raggiungimento dell’obiettivo finale siano chiamati, avvertendone la responsabilità, anche altri soggetti, ciascuno nel rispetto di ruoli e funzioni:
– le Regioni, in un regionalismo fedele allo spirito della Costituzione, che restituisca loro un ruolo strategico di “collegamento” tra Stato e periferie, in un rinnovato ed autentico rapporto con i territori;
– il mondo dell’Associazionismo tutto, per riaffermare il diritto alla partecipazione dal basso alle scelte che interessano noi tutti e per inaugurare una nuova stagione di solidarietà ed emancipazione politica e culturale;
– le forze politiche, chiamate trasversalmente a sostenere la campagna referendaria contro le trivelle e a farsi portatrici, operose e concrete, delle istanze nei luoghi della rappresentanza;
– le organizzazioni sindacali dei lavoratori che vogliamo al nostro fianco per ribadire la necessità di un cambiamento profondo nella struttura economica e sociale del nostro Paese, e dell’indifferibilità di un processo di riconversione ecologica del sistema produttivo;
– le associazioni degli operatori economici dei settori del turismo, della pesca, dell’agricoltura e della zootecnica che, destinati a soccombere in caso di trasformazione in distretti minerari di vaste aree del Paese, hanno più di un motivo per reclamare un futuro più “green” della nostra economia;
– gli operatori del mondo della scuola, formatori delle menti del futuro sulle cui capacità di inventiva e sulla cui operosità facciamo affidamento, malgrado e contro la “Buona Scuola”, per il definitivo superamento delle storture e delle gravi ingiustizie dell’attuale sistema economico-sociale;
– alle donne ed agli uomini del mondo della scienza e della cultura, a cui chiediamo di tener sempre vivo il fuoco del desiderio di conoscenza critica, rinnovata consapevolezza ed operosità, senza il quale nessuna transizione energetica potrà mai aver luogo.

Il referendum può fare breccia nel cuore e nelle menti di un Paese spesso “distratto” solo a patto che tutti questi soggetti comprendano la portata storica degli equilibri da ridefinire e diventino protagonisti di questo percorso. SE REFERENDUM SARA’, IL REFERENDUM SARA’ DI TUTTI.

Ci attende una lunga stagione di impegno e passione: c’è molto ancora da fare!
Il traguardo è ambizioso, impegnativo ma a portata di mano: salvo pronunciamenti sfavorevoli da parte della Cassazione e della Corte Costituzionale, dovremo dimostrarci capaci di portare alle urne la metà più uno delle Italiane e degli Italiani aventi diritto al voto.
E’ giunto il momento di incontrarsi, confrontarsi e discutere sulle scelte operative e sui prossimi passi da compiere.

Incontriamoci dunque domenica 8 novembre, dalle ore 10:00 fino alle ore 17:00 circa, a Roma, presso lo storico “Parco delle Energie” (Centro Sociale ex-SNIA, in Via Prenestina 173), per iniziare questo splendido percorso.
Vi invitiamo a condividere il presente invito con chiunque voglia diventare protagonista di questo percorso e a comunicare all’indirizzo di posta elettronica referendumnotriv@gmail.com la partecipazione all’Assemblea Nazionale di domenica 8 novembre.”

LOCANDINA




GERMANIA – Quattrocentonovanta attacchi contro i centri di accoglienza. I tedeschi si schierano contro la Merkel

Le rivolte contro i profughi sono in crescita, tanto da preoccupare la Cancelliera e il governo federale tedesco. Il ministro dell’Interno Thomas De Maizière ha lanciato  l’allarme sulle violenze contro i migranti che si stanno moltiplicando in Germania.

Dall’inizio dell’anno sono stati 490 gli attacchi registrati contro i centri di accoglienza, in alcune situazioni sono anche stati dati alle fiamme interi campi profughi. In un’intervista diffusa dai quotidiani tedeschi del gruppo Funke, esprimendo la propria preoccupazione, il ministro ha precisato che due terzi dei responsabili sono “residenti nella regione, che non avevano mai commesso prima atti illegali”. Insomma, una rivolta che non interessa criminali, ma persone comuni preoccupate dall’arrivo incondizionato di stranieri.
“Si tratta di una vergogna per la Germania“, ha sottolineato il ministro, che li considera “delitti inaccettabili”. Ma non è tutto. Perché oltre alle rivolte dei cittadini tedeschi ci sono anche incidenti continuano peraltro ad essere registrati all’interno dei campi di accoglienza:  a Schwerin, nella parte orientale della Germania, è scoppiata una rissa tra un gruppo di siriani e uno di afgani. Ieri, invece, in un centro ad Amburgo i rifugiati iracheni ed eritrei si erano azzuffati. La polizia era stata costretta a inviare 15 veicoli sul posto insieme a tanti agenti per riuscire a riportare la situazione alla calma.
Intanto anche sul piano politico la decisione della Merkel di aprire le porte ai migranti ha scatenato reazioni a catena. Dopo aver fortemente criticato la Cancelliera nei giorni scorsi, il presidente della Baviera Horst Seehofer ha annunciato che presenterà ricorso alla Corte Costituzionale per far imporre la limitazione degli arrivi dei profughi, se non ci penserà lo Stato federale.
Senza contare poi che i lettori della Bild hanno dichiarato con un sondaggio che sui profughi la pensano come il bavarese Horst Seehofer: nel 90% bocciano la politica di accoglienza di Angela Merkel, appoggiata solo da un 10%. Al sondaggio hanno risposto 344.256 lettori.




SIRIA – Le ong segnalano: “129mila civili in fuga dai raid russi”

Non si arresta l’offensiva russa in Siria, con circa 130mila civili in fuga dai raid aerei del Cremlino.

A fianco dei russi si trovano forze iraniane e i siriani fedeli al governo di Assad, che operano nelle regioni centro settentrionali del Paese, tra Hama, Idlib e Aleppo.

La cifra è stata fornita da una piattaforma di 47 ong internazionali che operano al confine tra Siria e Turchia. Il Forum delle ong basato a Gaziep (Turchia) e riconosciuto dall’Onu segnala un “significativo aumento della frequenza e intensità dei bombardamenti aerei”, specificando però che: “i raid continuano a prender di mira aree dove c’è un’altra concentrazione di civili.”

“Scuole, ospedali e mercati sono a rischio – prosegue il comunicato – Nei giorni scorsi sono stati colpiti anche dei centri sanitari. I combattimenti sul terreno – prosegue il comunicato – hanno causato nuovi rischi per i civili, destabilizzando zone che erano state relativamente stabili e sicure. Questa nuova realtà ha costretto almeno 129mila civili a fuggire da Aleppo, Idlib e Hama”.

Il Cremlino intanto ha smentito un rapporto dell’Osservatorio per i Diritti Umani che denunciava l’uccisione di 59 civili – tra cui 33 bimbi – nel corso dei raid delle forze russe.

Un appello per la pace in Medio Oriente è stato lanciato da Papa Francesco: il Sommo Pontefice ha pregato perché particolarmente i cristiani possano restare in quelle terre senza esserne scacciati da guerre e persecuzioni.




NEPAL – Bidhya Devi Bhandari è la prima presidente donna

Bidhya Devi Bhandari è  la prima presidente donna del paese: ha ottenuto 327 voti dal parlamento, contro i 214 del suo avversario. Il presidente in Nepal ricopre un ruolo perlopiù cerimoniale, mentre il primo ministro è il capo politico del paese. Bhandari fa parte del partito comunista di Khadga Prasad Oli, che è primo ministro dall’11 ottobre di quest’anno, e si batte da tempo per i diritti delle donne nel paese. Bhandari è la seconda persona a ricoprire il ruolo di presidente del Nepal, da quando il paese è diventato una repubblica parlamentare: prima era una monarchia retta dal re Gyanendra.




GIORDANIA – Accordi militari con Russia e Tunisia per le operazioni in Siria

Mentre si trova a Vienna per parlare con il segretario di Stato americano Kerry, il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha affermato che Mosca e Amman hanno stretto un accordo per coordinare le operazioni in Siria.

“Gli eserciti di entrambi i Paesi si sono accordati per coordinare le loro azioni in territorio siriano, fra cui quelle delle forze aeree” ha detto Lavrov che ha poi spiegato le basi dell’accordo. La cooperazione avverrà attraverso “un meccanismo di lavoro che avrà base ad Amman” in Giordania e al quale potranno aggiungersi altri paesi della regione.

Il nuovo accordo con la Giordiania fa parte della road map che ha in mente Mosca e cioè di lavorare per portare ad un processo politico che rispetti il comunicato di Ginevra del 2012: “Ciò prevede l’avvio di negoziati inclusivi con i rappresentanti del governo della Siria e con tutto lo spettro dell’opposizione, sia interna sia all’estero, con l’appoggio attivo di attori esterni” ha detto il ministro che ha poi concluso dicendo che la Russia: “partecipa agli sforzi per la creazione delle condizioni necessarie di questo processo”.

Anche Tunisia e Giordania hanno firmato due accordi di cooperazione nei settori militare, della sicurezza e della protezione civile, in occasione della visita ad Amman del presidente tunisino Beji Caid Essebsi. Lo rende noto un comunicato del Palazzo Reale giordano.

Essebsi e Abdallah II, informa il comunicato, hanno convenuto sulla necessità di sviluppare ulteriormente la cooperazione bilaterale anche nel campo delle nuove tecnologie, dell’energia, della sanità, dell’educazione e del turismo. Le relazioni commerciali tra Tunisia e Giordania sono stimate a circa 30 milioni di dollari all’anno.

I due leader hanno anche parlato dell’attuale situazione in Cisgiordania e della Spianata delle Moschee a Gerusalemme, della lotta al terrorismo e della crisi libica.

Essebsi, accompagnato dal ministro degli Esteri Taieb Baccouche, ha incontrato anche il premier giordano Abdullah Ensour. Tra i temi affrontati, la prossima sessione di incontri dell’Alta Commissione tuniso-giordana programmata per il mese di dicembre ad Amman.

COOPERAZIONE – Durante la visita in Giordania per partecipare alla conferenza mediterranea dell’Ocse il ministro degli esteri Paolo Gentiloni, ha partecipato alla cerimonia di inaugurazione delle Unità protesiche fissa e mobile, allestite dall’Ong Icu, insieme al Centro “Our Lady of Peace for People with Disabilities” e finanziate dalla Cooperazione Italiana. La struttura fornisce gratuitamente protesi degli arti inferiori e servizi di riabilitazione fisica e psicosociale sia ai rifugiati siriani, sia ai cittadini giordani meni abbienti. All’evento hanno presenziato l’Arcivescovo cattolico di Amman, Maroun Laham, e il Ministro della Sanità, Ali Hyasat. Quest’ultimo ha espresso apprezzamento per l’impegno italiano a favore dei rifugiati siriani e delle comunità ospitanti giordane, e per i servizi che il Centro potrà fornire gratuitamente a numerose vittime di amputazione su tutto il territorio giordano.

Nell’Ambito del programma di emergenza AID 10249 a favore dei rifugiati siriani in Giordania (2014/2015) è stata dedicata una particolare attenzione al tema della disabilità. Il progetto eseguito dalla Ong Icu infatti è stato interamente dedicato alla assistenza ad adulti e bambini amputati presso due centri allestiti ad hoc nei governatorati di Irbid e Amman. Il progetto ha previsto la fornitura, adattamento e montaggio di 100 arti, un programma di riabilitazione fisioterapica e di supporto psicologico per gli amputati assistiti, la creazione e l’equipaggiamento di un centro protesico fisso e di uno mobile nonché corsi intensivi di aggiornamento per tre fisioterapisti e due psicologi dei centri di riabilitazione. Infine sarà organizzato l’inverno prossimo un evento sportivo multidisciplinare non competitivo per disabili ad Amman.

Nella seconda fase del programma AID 10249, in fase di avvio, la Ong Icu continuerà il lavoro di distribuzione protesi e il sostegno fisioterapico e psicologico ai beneficiari, aggiungendo ai servizi offerti la produzione e la distribuzione di protesi, assistenza riabilitativa e il reinserimento scolastico dei bambini che a causa della disabilità sono rimasti esclusi dalle opportunità di educazione per determinati periodi di tempo.




MOSCA – Aleksandr Lukashenko conquista il quinto mandato consecutivo con oltre l’80% dei voti

Il presidente bielorusso uscente, Aleksandr Lukashenko, conquista un quinto mandato consecutivo con oltre l’80% dei voti, secondo un exit poll di tre istituti statali. Lo riferisce l’agenzia bielorussa Belta. Le opposizioni hanno protestato contro la pratica del voto anticipato che ha consentito a circa il 36 per cento dei circa 7 milioni di elettori di votare a partire da cinque giorni fa




17 OTTOBRE – Giornata mondiale contro la povertà: il progetto “Diritti per le nostre strade”

Riceviamo e pubblichiamo:

“Anche come “Diritti per le nostre strade” vogliamo aderire e contribuire alle iniziative volte a mettere al centro la lotta alla povertà. E lo vogliamo fare col solito taglio radicale che abbiamo espresso durante questi mesi di lavoro:
– andare alla radice dei processi di impoverimento, per dichiarare illegale la povertà e non i poveri (guerra ai poveri);
– inquarare la povertà in termini di disuguaglianza e ingiustizia sociale e lavorare per contrastare ogni concessione al dramma della guerra tra poveri;
– superare il pietismo compassionevole sui poveri per rivendicare una cittadinanza inclusiva ed eguale come garanzia di pienezza di diritti;
Il riferimento all’articolo 3 (secondo comma) della Costituzione è anche per noi il perno di una politica e una cultura seriamente orientate a rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana.

Su di esso abbiamo costruito il progetto “Diritti per le nostre strade” e ad esso sono ispirati i 12 principi del nostro recente “Manifesto dei diritti”.
Per questo ora sosteniamo lo sforzo che “Libera”, con la campagna “Miseria Ladra”, sta mettendo in questa direzione e invitiamo a passare presso il banchetto all’interno di Equa – Festa delle Interazioni solidali (16-17-18 ottobre, c/o Arsenale di Verona) per raccogliere materiale e sostenere la campagna.
E vi invitiamo a partecipare alle altre iniziative che in questi mesi stiamo proponendo a Borgo Nuovo, presso la sede dell’Associazione per la pace tra i popoli (Casa della Pace “Filippo De Girolamo”, via Enna 12):

> venerdì 23 ottobre, ore 20.45: parlando con Tiberio Bentivoglio di lotta alla mafia come lotta all’impoverimento morale e civile di una comunità;
> venerdì 30 ottobre, ore 20.45: condividendo con gli amici di Self Help le possibili forme di riscatto dall’impoverimento sociale, relazionale e di diritti;
> sabato 28 novembre, ore 16.30: riflettendo con Angela Milella di povertà educativa, impoverimento della scuola e precarietà dei docenti”.

“LA POVERTA’ RUBA LA SPERANZA, LA DIGNITA’, I DIRITTI”
(Miseria Ladra)

“DICHIARIAMO ILLEGALE LA POVERTA'”
(Banning Poverty)

“IL POVERO CHE NON ORGANIZZA LA PROPRIA RIBELLIONE NON MERITA COMPASSIONE PER LA SUA SORTE”
(Thomas Sankara)

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ITALIA – Pinotti: “Nella lotta all’Isis in Iraq l’Italia c’è sempre stata. Si stanno valutando nuovi ruoli per i nostri velivoli”

L’ipotesi della partecipazione dell’Italia nella guerra contro l’Isis che si sta combattendo in Iraq appare sempre più vicina alla realtà. Il ministro della difesa Roberta Pinotti ha dichiarato durante un’intervista al Tg1 che: “Nella lotta all’Isis in Iraq l’Italia c’è sempre stata: siamo ad Erbil, siamo a Baghdad, ci siamo con i nostri addestratori, con i carabinieri e con aerei da ricognizione che partecipano all’operato della coalizione. Eventuali diverse esigenze, sulla base del rapporto con gli alleati e con il governo iracheno verranno valutate ma certamente passeranno al vaglio del Parlamento” . Ha inoltre affermato che “Si stanno valutando possibili nuovi ruoli per i nostri velivoli, e quando dovesse verificarsi questa ipotesi ovviamente riferirò in Parlamento”.
Il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni sulla questione si è espresso sostenendo che “la situazione in Iraq è aperta, c’è una discussione tra gli alleati sul modo migliore per partecipare all’operazione ma una cosa è certa l’Italia non ha preso nuove decisioni sull’utilizzo dei nostri aerei e se dovesse prenderle il governo non lo farebbe di nascosto ma coinvolgerebbe come è ovvio e doveroso il parlamento”. L’Italia collabora in Iraq con le forze alleate da oltre un anno, compiendo solo missioni di ricognizione attraverso l’utilizzo di 140 unità , 4 Tornado e dei droni Predator.