GINEVRA – Le Società Nazionali di Croce Rossa contrarie all’accordo tra UE e Turchia

Alcune Società Nazionali di Croce Rossa della zona Europa, tra cui l’Italia con il Presidente Francesco Rocca, esprimono forti preoccupazioni per le conseguenze sul piano umanitario in seguito  per arginare i flussi migratori verso l’Europa.

Le Società, pur apprezzando gli sforzi compiuti dai paesi dell’UE nell’affrontare l’enorme crisi umanitaria in corso, sottolineano che l’accordo rischia di violare i diritti umani dei rifugiati, nonché il diritto internazionale ed europeo. In sintesi si chiede di garantire la possibilità di richiedere asilo agli aventi diritto, e di accedere a procedure eque ed efficaci per la determinazione dello status di rifugiato, nonché di garantire la protezione contro i respingimenti.

In Grecia è in corso una terribile emergenza umanitaria. Si tratta di una crisi europea che richiede atti concreti e autentici di solidarietà tra gli Stati. Né la Grecia né la Turchia possono prendersi cura esclusivamente di tutti i migranti che arrivano sul loro territorio. Nonostante gli sforzi dell’Unione Europea per fermare i flussi migratori, sulle isole greche continuano ad arrivare ogni giorno circa mille migranti che, come testimoniato dalla Croce Rossa Ellenica e dalle altre Società intervenute sul posto, ad oggi sono bloccati in condizioni spaventose, vivendo in tende esposti alle intemperie, e con condizioni igieniche e sanitarie molto precarie, così come precario è l’accesso al cibo, ai generi di prima necessità e all’istruzione.
In seguito all’accordo UE-Turchia, migliaia di persone sono state trasportate dalle isole greche sulle terraferma, creando confusione e panico che aggravano ulteriormente le condizioni già insicure di questi vulnerabili.

“Non bisogna dimenticare – dicono le Società Nazionali della Croce Rossa della zona Europa – che dietro alle trattative politiche su numeri e accordi finanziari, c’è la situazione disperata di centinaia di migliaia di persone vulnerabili, uomini, donne, padri, madri e figli, che rischiano la vita ogni giorno per cercare la salvezza in Europa. Riteniamo che l’accordo UE-Turchia rifletta una mancanza di empatia e umanità rispetto alla vera natura della disperazione che ha spinto molte persone ad intraprendere questi viaggi pericolosi. Secondo la nostra esperienza, le politiche di deterrenza e le chiusure dei confini hanno avuto un effetto limitato nel ridurre la vulnerabilità delle persone di fronte alla disperazione.

I controlli indiscriminati alle frontiere e la criminalizzazione della migrazione irregolare tendono a esporre i più vulnerabili, in particolare donne e bambini, a rischi sempre maggiori, come la separazione familiare, gli abusi sessuali, la tratta, le violenze e la morte.

Come abbiamo visto più volte, quando si chiude un confine, si creano rapidamente nuove rotte. Abbiamo a che fare con le ripercussioni enormi di conflitti irrisolti e con la povertà estrema, che richiedono urgentemente soluzioni politiche e azioni concrete come creare percorsi sicuri e legali in Europa, facilitare il ricongiungimento familiare, impostare operazioni di ricerca e soccorso nell’intero bacino del Mediterraneo garantendo assistenza ai migranti in difficoltà, dare priorità alla collaborazione tra Stati per garantire senza ostacoli la sicurezza e l’assistenza umanitaria alle vittime di conflitti e violenze.
Mentre Croce Rossa e Mezzaluna Rossa continueranno a fornire assistenza e protezione ai migranti vulnerabili lungo le rotte migratorie, gli Stati dell’UE devono assumersi congiuntamente le loro responsabilità e trovare soluzioni durature e più umane. In base alla nostra esperienza, oltre il 40 per cento dei Siriani che arrivano sulle isole greche vogliono riunirsi ai familiari già presenti in altri Stati europei. È importante sottolineare che le misure attuate non devono essere a scapito dei rifugiati provenienti da altri paesi, come l’Afghanistan, l’Iraq e l’Eritrea, che oltretutto stanno compiendo pericolose traversate in mare per ottenere la protezione internazionale in Europa.
Siamo consapevoli delle sfide che la situazione provocata dalla grande ondata migratoria in corso comporta per i governi dell’UE. Tuttavia, siamo convinti che le Società Nazionali di Croce Rossa e gli Stati membri dell’UE dovrebbero affrontare questo sforzo insieme. Ci aspettiamo di più da parte dei nostri governi e allo stesso tempo siamo pronti a fornire il nostro supporto”, concludono in una nota congiunta le Società Nazionali di Croce Rossa zona Europa.
La nota è sottoscritta dalle Società Nazionali di Croce Rossa dei seguenti Paesi: Austria, Belgio, Regno Unito, Cipro, Danimarca, Finlandia, Francia, Irlanda, Italia, Lettonia, Lituania, Olanda, Norvegia, Slovenia, Spagna, Svezia e Svizzera.




CAMERUN -Era pronta a farsi esplodere. Su 270 ragazze, solo 50 sono sono fuggite

Era pronta a farsi esplodere in Camerun dando il via all’ennesima ondata di morte e distruzione. A ordinarglielo sarebbero stati gli uomini di Boko Haram che l’avrebbero rapita insieme ad altre 270 ragazze in una scuola di Chibok, in Nigeria: la giovane sarebbe quindi una delle studentesse per cui il mondo intero si è mobilitato dopo i rapimenti del 14 aprile del 2014 e per le quali è nata la campagna #bringbackourgirls.

Adesso le autorità del Camerun hanno aperto un’inchiesta per verificare l’identità della kamikaze, una 15enne arrestata a Limani, nel nord del Paese, non molto distante dal confine con la Nigeria. Insieme a lei, secondo il Guardian, le forze di sicurezza hanno fermato un’altra ragazza: entrambe erano pronte a farsi saltare in aria e a provocare una strage che avrebbe mietuto nuove vittime. Per verificare l’identità della giovane il governo camerunense sta collaborando con le autorità nigeriane per capire se la dichiarazione fatta dalla ragazza al momento dell’arresto sia attendibile.

Garba Shehu, portavoce del presidente nigeriano, Muhammadu Buhari, ha comunicato che l’Alto Commissario nigeriano in Camerun, Hadiza Mustapha, è in contatto con le autorità camerunensi che si sono rese disponibili a collaborare per arrivare alla verità. «Quanto affermato dalla ragazza va preso con il beneficio del dubbio» ha affermato il prefetto di Mayo-Sava, Babila Akao, invitando alla prudenza e precisando che le dichiarazioni della aspirante kamikaze andranno confrontate con i dati nelle mani dalle autorità nigeriane. «La ragazza è stanca, malnutrita e psicologicamente torturata – ha detto Idrissou Yacoubou, capo di un gruppo di autodifesa di Limani – Non ha saputo dare ulteriori dettagli sulla sua permanenza nella foresta, né su come lei e le altre prigioniere siano state trattate».

Il governo nigeriano sta inviando alcuni genitori della comunità Chibok nel vicino Camerun per verificare se la giovane è effettivamente una delle studentesse rapite dai fondamentalisti islamici nigeriani Boko Haram. Shehu ha detto che i due genitori selezionati per intraprendere il viaggio in Camerun sono Yakubu Nkeki, presidente del Chibok Abducted Girls Movement, e Yana Galang, leader femminile del gruppo, la cui figlia di 16 anni, Rifkatu, è tra le ragazze rapite di cui non si hanno più notizie.
«Ci auguriamo che quei genitori saranno in grado di identificare la ragazza – ha aggiunto Shehu – per determinare se è una delle studentesse scomparse». Per adesso l’unico dato riguarda l’età di una delle due: secondo un portavoce dell’associazione potrebbe corrispondere a quella della più giovane del gruppo a essere rapita. Il confronto tra i genitori e le giovani avverrà lunedì nella città di Douala, in Cameron.
Da tempo Boko Haram, gruppo jihadista affilato a Isis, utilizza giovani donne per i suoi attacchi terroristici: al momento, su 270 ragazze rapite, solo 50 sono riuscite a fuggire, mentre la sorte delle altre rimane ancora ignota.




CUBA – Un nuovo passo verso il disgelo, dopo 88 anni un presidente Usa tocca l’isola

Barack Obama scende la scaletta dell’Air Force One e mette piede sul suolo di Cuba, primo presidente americano a farlo da 88 anni a questa parte.

È un nuovo passo verso il disgelo tra Usa e Cuba, nel quale ha avuto una parte decisiva la mediazione di papa Francesco.

Obama, insieme alla first lady Michelle e alle due figlie, ha messo piede a Cuba alle 16.34 (le 21.34 in Italia) scendendo con un ombrello aperto dall’AirForceOne, atterrato all’aeroporto Jose Marti dell’Havana sotto un cielo grigio e una leggera pioggia. Ad attenderlo il ministro degli esteri cubano, massima autorità presente, Bruno Eduardo Rodriguez Parrilla. Gli Obama sono poi saliti a bordo della limousine presidenziale.

Uno sbarco storico, ma offuscato dalla retata che lo ha precedeto, con una cinquantina di attivisti dei diritti umani arrestati «in modo particolarmente violento» durante una marcia pacifica all’Avana, come denunciano fonti dell’opposizione. Tra loro anche una ventina di esponenti del gruppo ‘Damas de blancò, formato dalle mogli di prigionieri politici, all’esterno di una chiesa dove tentavano le loro proteste settimanali. «È stato brutale, ci sono persone con fratture e contusioni. Ci hanno picchiato duro», ha raccontato un oppositore, Antonio Rodiles.
Forse una prova di forza del regime di fronte alla dichiarata intenzione di Obama di parlare anche di diritti umani e di incontrare alcuni dissidenti. O forse un colpo di coda all’interno di un partito comunista dove sembrano convivere sentimenti contrastanti, come dimostrano le foto sui giornali cubani dell’incontro  tra Fidel Castro e il presidente venezuelano Nicolas Maduro, che per ora ha distratto dall’arrivo di Obama. Il presidente Usa stringerà la mano solo al presidente Raul Castro, non all’ex lider maximo, che resta l’icona di una rivoluzione anti-americana esportata poi in America latina.




BELGIO – Il premier Michel: “Oltre 100 perquisizioni negli ultimi mesi”. Hollande: “Chiederemo l’estradizione di Salah”

Arrestato dopo quattro mesi di fuga. Salah Abdeslam, l’uomo più ricercato d’Europa, è stato ferito a una gamba e preso dopo un’operazione anti-terrorismo nel quartiere di Molenbeek in Belgio. Dopo essere stato medicato sul posto, l’uomo è stato trasferito in ospedale. Catturati anche due suoi complici che si erano asserragliati dentro un appartamento a rue des Quatre Vent. L’ottavo uomo del commando che il 13 novembre scorso ha ucciso 180 persone durante una serie di attentati a Parigi era ricercato da mesi e più volte erano arrivate notizie di suoi avvistamenti. Uno dei primi a confermare la cattura è stato il segretario di Stato del Belgio per l’asilo e le politiche migratorie Theo Francken che nel tardo pomeriggio su Twitter ha scritto: “We hebben hem” (‘lo abbiamo’). Il presidente francese ha fatto sapere che “la Francia chiederà l’estradizione di Abdeslam” e ha aggiunto di essere “sicuro” del buon esito della richiesta mirata a processare in Francia Salah.
L’arresto è avvenuto nel corso di una maxi operazione – quattro perquisizioni simultanee – delle forze speciali di polizia nella zona. La Dernière Heure riferisce che ci sono stati spari, anche granate, e una vittima a terra. Il latitante è rimasto ferito a una gamba in uno scontro a fuoco con le forze speciali belghe e si sarebbe asserragliato in un appartamento con un altro uomo, anch’egli ferito e arrestato, secondo l’Express. L’edificio al numero 79 della rue des 4 Vents dove è stato arrestato Abdeslam è di proprietà del comune di Molenbeek-Saint-Jean, una delle 19 municipalità di Bruxelles.

I passanti nella strada hanno sentito le forze speciali al megafono urlare “uscite e arrendetevi“. L’operazione, riferisce Le Soir, sarebbe stata anticipata da domani a oggi dopo la fuga di notizie sul ritrovamento delle impronte di Salah nell’appartamento di Forest nel corso del blitz di martedì 16 marzo. La polizia ha invitato la popolazione a ritornare e rimanere a casa, e chiesto anche ai media di non diffondere le immagini dell’operazione in corso. Sulla via si trovano una scuola e un asilo. Il premier belga Charles Michel ha lasciato precipitosamente la sede del vertice Ue-Turchia sui migranti.

Il premier belga e il presidente della Repubblica francese hanno tenuto una conferenza stampa congiunta al termine delle operazioni. “Chiederemo l’estradizione di Salah”, ha detto François Hollande, “La lotta al terrorismo, a tutte le reti terroristiche, deve essere intensificata, non è il momento di incrociare le braccia”. E ha poi annunciando che sabato 19 marzo al mattino riunirà a Parigi il Consiglio di Difesa, con i ministri competenti per la sicurezza della Francia e i capi di servizi di informazione. “Dalle forze dell’ordine del Belgio è stato fatto un lavoro rimarchevole: potete essere fieri di quanto fatto non solo oggi ma anche in precedenza attraverso la raccolta di informazioni e, da ultimo, con l’operazione condotta a Forest”.

Anche il premier belga Charles Michel si è complimentato con le forze dell’ordine e ha commentato: “Negli ultimi mesi abbiamo effettuato oltre 100 perquisizioni” a Bruxelles “che hanno portato a oltre 60 arresti di sospetti. Le tre persone ricercate sono state arrestate” e al momento non c’è nessun altro da trovare a Molenbeek”. “Da parte degli arrestati”, ha aggiunto, “c’è stata resistenza armata”. Michel e Hollande hanno anche sentito al telefono il presidente Usa Barack Obama che ha espresso i suoi “complimenti e incoraggiamenti”.

Secondo quanto riferisce il sito del quotidiano Dernière Heure, le forze dell’ordine, dopo essere state oggetto del lancio di qualche bottiglia, sul finire del pomeriggio si sono trovare a fronteggiare la pressione di alcune decine di persone, soprattutto giovani, ammassate intorno al perimetro della zona di sicurezza. La polizia è riuscita a mantenere la calma, la situazione è rimasta sotto controllo e al momento non sono segnalati altri episodi di scontri.




LIBIA – Renzi: “Non è il tempo delle forzature, ma del buon senso e dell’equilibrio”

Dopo il rientro in Italia delle salme di Salvatore Failla e Fausto Piano, non si placano le polemiche circa un probabile intervento delle forze armate italiane in Libia, se da un lato il segretario della difesa americano Ash Carter afferma: «L’Italia, essendo così vicina, ha offerto di prendere la guida in Libia. E noi abbiamo già promesso che li appoggeremo con forza», dall’altra parte il presidente del consiglio Matteo Renzi dichiara cautamente che l’Italia potrebbe dare un apporto in Libia solo : “sulla base della richiesta di un governo legittimato” della Libia, e “comunque avrebbe necessità di tutti i passaggi parlamentari e istituzionali necessari”, inoltre, aggiunge “non è il tempo delle forzature, ma del buon senso e dell’equilibrio: queste le nostre parole d’ordine, ben diverse da chi immagina di intervenire in modo superficiale e poco assennato”. Se le parole di Renzi rispecchiato in toto il suo pensiero, potremmo esser certi che l’ipotesi di un’ intervento militare in Libia, risulterebbe assai remota, in quanto non vi è alcun governo libico legittimato, ma tribù in lotta tra di loro e la presenza dello Stato Islamico sempre più influente. L’unico pensiero che accomuna tutte le tribù è quello di rifiutare categoricamente ogni intervento “straniero”. Gli americani continuano a fare pressioni sul mondo intero affinché nello stato africano venga ristabilito il loro concetto di democrazia, senza pensare al sacrificio di vite umane e che probabilmente si stava meglio quando alla guida dello stato libico vi era Gheddafi.




EUROPA – #SafePassage: tornano in piazza migranti, precari e reti sociali

Da domani fino al primo marzo, e in alcune città oltre questa data, torneranno a mobilitarsi migliaia di attivisti, studenti, migranti, precari e reti sociali spinti dalle tante emergenze che vedono coinvolti, indistintamente, sia i nuovi migranti che i cittadini europei.

Tutto nasce dalla decisione dell’Austria di limitare gli ingressi giornalieri (massimo di 80 richieste di asilo al giorno e passaggio consentito a non più di 3.200 persone che intendono chiedere rifugio in Germania o in altri paesi dell’Ue) in seguito alla quale diversi Paesi dei Balcani si sono organizzati per limitare il passaggio dei migranti provenienti dalla Grecia e diretti verso il Nord Europa: il 18 febbraio i responsabili delle polizie di Austria, Croazia, Macedonia, Slovenia e Serbia hanno definito un accordo che prevede una forma unica di registrazione in Macedonia, e nella pratica l’ingresso viene ora consentito solo ai profughi di nazionalità siriana o irachena. I migranti di tutte le altre nazionalità, compresi gli afghani, vengono bloccati.

La fase in cui si inseriscono queste manifestazioni è drammatica sotto molti punti di vista: l’Europa, mai come ora, sta rendendo palese che il rispetto dei diritti umani, la solidarietà ed in generale il pieno accesso al welfare e ad una vita dignitosa sono degli orpelli ai quali si può anche rinunciare. I fatti, se osservati dalla prospettiva delle politiche di austerità, sono conseguenti a questo processo: i dispositivi messi in campo per risolvere la crisi dei migranti sono legati esclusivamente al minare le basi del diritto d’asilo e all’esclusione fisica dei migranti attraverso il ripristino delle frontiere e dei i muri con il filo spinato; la selezione per coloro che riescono a raggiungere il vecchio continente è su base etnica, poiché tutta la “filiera dell’asilo”, dall’accesso, al meccanismo degli “hotspots” fino alle Commissioni Territoriali, è regolamentata in modo da negare diritti e produrre clandestinità. Le stesse politiche d’austerità coincidono con lo smantellamento del diritto del lavoro e la dismissione di welfare.

In un quadro così difficile è di vitale importanza che le manifestazioni siano in grado di intrecciare messaggi e appelli diversi e che le tante piazze europee provino tra loro a dialogare e contaminarsi. Sabato 27 febbraio l’hashtag principale delle manifestazioni che si svolgeranno in più di 100 città di tutto il continente sarà #SafePassage (link appello ed evento su Facebook), ovvero “viaggi sicuri”: uno slogan diretto che si affianca al simbolo dell’iniziativa, il giubbotto di salvataggio, per dire ancora una volta che è necessario aprire dei “canali umanitari sicuri” e permettere ai migranti di arrivare in Europa senza rischiare di perdere la vita. Un appello per troppi anni inascoltato dall’Unione. Se i canali umanitari fossero stati attivati, ad esempio dopo la tragedia di Lampedusa del 3 ottobre 2013, oggi ci sarebbero circa 8.000 vittime innocenti in meno. Una giornata, quindi, che vuole difendere il diritto di richiedere asilo e il diritto dei migranti a raggiungere la meta desiderata, l’antitesi di quello che sta accadendo in Grecia, uno Stato che sta diventando di fatto per i migranti bloccati ad Atene ed a Idomeni una “prigione a cielo aperto”. A Sid, sul confine tra Serbia e Croazia, proprio per denunciare i respingimenti di queste ultime settimane, gli attivisti “No Borders” hanno lanciato per domani un appuntamento nella zona dove avviene il blocco dei migranti.

A fianco di #SafePassage si inserisce il primo marzo, una giornata simbolo della lotta dei diritti dei migranti. Nata come una potente giornata di sciopero dei migranti nel 2010, di rifiuto del razzismo e di affermazione di una nuova cittadinanza, oggi la giornata rappresenta un’occasione per riportare in piazza tante voci contro le nuove forme di razzismo, di sfruttamento e di negazione dei diritti basilari. Gli appelli alla mobilitazione del primo marzo sono declinati a livello territoriale e toccano i nodi centrali dell’attacco ai diritti che i rifugiati e i cittadini stranieri subiscono: una giornata, come ad esempio si legge nel testo dello Sciopero sociale, “per dare visibilità e un volto pubblico a tutte quelle vertenze ed esperienze grandi e piccole che, pur presenti nei territori, faticano a trovare una reale forza politica espansiva. Un giorno nel quale prendere parte di fronte al tentativo di ridurre al silenzio i migranti e, insieme con loro, tutti quelli che cercano di sottrarsi allo sfruttamento e migliorare così la propria vita”. Ci saranno quindi iniziative molteplici comunicative contro le frontiere e la precarietà, o di denuncia contro il perverso sistema del requisito “alloggio – permesso di soggiorno” che lega il rinnovo del permesso di soggiorno alla disponibilità d’alloggio, e di come il governo a causa della crisi, del lavoro precario, dei tempi di consegna dei permessi e dell’atteggiamento di Questure e Prefetture stia rendendo i migranti dei nuovi clandestini (solo nel 2014 non sono stati rinnovati 150.000 permessi di soggiorno).

A Padova, il primo marzo, l’appuntamento sarà alle 18.30 sotto la prefettura per chiedere l’apertura di canali umanitari sicuri e un’accoglienza degna per chi arriva in Europa, ma soprattutto per denunciare l’atteggiamento della Commissione Territoriale che valuta le richieste di protezione internazionale. L’operato della Commissione, che ha competenze su tutto il nord est, è completamente oscuro e gli unici dati noti risalgono allo scorso 15 settembre: su 634 domande esaminate, ben 454 (il 71 %) sono state rigettate, con interi gruppi etnici sommariamente esclusi dall’ottenimento dello status, ciò significa che il sistema di valutazione delle richieste d’asilo altro non è che un meccanismo burocratico strutturato perlopiù per scoraggiare l’arrivo di nuovi profughi e limitare l’ottenimento del permesso di rimanere in Italia.
In Veneto ci saranno altri due importanti appuntamenti che parleranno di diritti nel mondo del lavoro dove i protagonisti sono principalmente i lavoratori stranieri: nei prossimi giorni si saprà se nella mattina del primo marzo, o nella giornata seguente, sarà lanciato uno sciopero del comparto agroalimentare nel caso in cui la trattativa inerente il Prix di Grisignano di Zocco (VI), dove una settantina di lavoratori e lavoratrici si sono trovati improvvisamente in mezzo a una strada, dovesse ulteriormente peggiorare. Lo sciopero sarà il preludio della manifestazione del 5 marzo nella città patavina, giornata in cui “convergeranno tutti i conflitti sul lavoro e per il reddito da ogni angolo del Veneto per ribadire l’unica vera espulsione che interessa ai lavoratori: quella delle aziende che sfruttano e fanno profitti sulle vite delle persone”.
Infine, il Tavolo Asilo, formato da numerose associazioni nazionali tra le quali l’Asgi, la Caritas italiana, il Centro Astalli, il Consiglio Italiano per i Rifugiati, MEDU, MSF e altri, ha deciso che il 1° marzo denuncerà pubblicamente, in un incontro con la stampa, il perdurare di pratiche illegali prodotte dall’approccio hotspot e dall’arbitrarietà con cui viene negato l’accesso alla procedura d’asilo.

Ogni città, ogni piazza avrà dunque la sua peculiarità, derivante dalle esperienze di lotta e di mobilitazione prodotte a livello territoriale e dalla composizione sociale degli stessi protagonisti. C’è estremo bisogno di scendere nelle strade, di farsi vedere, di riempire di contenuti e di numeri le piazze di tutta Europa. Un segnale fondamentale, che dice chiaramente che esiste una parte di società composita, molto spesso autorganizzata, che non si arrende di fronte alla barbarie, alla negazione dei diritti ed una vita di sfruttamento.




GRECIA – Pierre Moscovici: “Le Istituzioni Ue stanno lavorando per le misure fiscali”

La Grecia appare sempre più debilitata dal crollo finanziario e il lemma Grexit coniato nel 2012, quando si prospettava l’uscita della nazione ellenica dalla zona Euro in maniera forzata, conseguente alla disastrosa situazione economica, pare essere prepotentemente tornato alla ribalta.
Il Pil nell’ultimo trimestre ha mostrato un calo dello 0,6 %, dato preceduto dal 1,4% segnato nei tre mesi antecedenti. Nonostante l’ipotesi del Greek Exit si faccia largo tra gli economisti, l’Unione Europea attraverso Pierre Moscovici, ossia il Portavoce del Commissario Ue agli Affari Economici ha dichiarato che “Le Istituzioni Ue stanno ancora lavorando a un pacchetto di misure per raggiungere gli obiettivi fiscali concordati nel memorandum” e la “Grecia deve ancora adottare un pacchetto molto significativo per arrivarci”, inoltre “la scala di questi sforzi è in linea con quanto stabilito la scorsa estate”.
Nel frattempo gli scontri e gli scioperi non si arrestano nella capitale, il 12 febbraio gli agricoltori sono scesi in piazza a causa della riforma delle pensioni e degli eventuali aumenti delle tasse. La polizia ha lanciato dei lacrimogeni contro la folla, per contrastare il dissenso degli agricoltori che hanno distrutto alcuni vetri del palazzo del ministero dell’agricoltura, lanciando pietre e pomodori contro la struttura.
Della democrazia greca, lontana dal modello esemplare della polis, sembrano rimasti solo i meravigliosi e unici reperti archeologici, testimoni di un tempo ormai lontano ed effettivamente utopistico.




EGITTO – L’Italia grida giustizia per Regeni, ma non inserisce il reato di tortura nel Codice penale

Shaimaa è morta due volte, la prima per mano di un poliziotto che un anno fa le conficcò un proiettile di gomma nel cuore, sparato a distanza di 8 metri, la seconda, più infima e sottile, è stata determinata dalla sentenza della corte di cassazione egiziana che ha assolto quell’uomo in divisa. Stando alle motivazioni del verdetto, l’agente Yassin Mohamed Hatem Salah Eddine ha agito, sparato dei colpi di pistola in aria, al fine di disperdere la gente che affollava piazza Tahrir.

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La storia di Shaimaa è stata spesso in questi giorni associata alla morte di Giulio Regeni, il giovane ricercatore italiano, torturato e ucciso dalla polizia egiziana. L’attivista egiziana si spense mentre stava partecipando alla manifestazione in onore delle vittime della rivolta avvenuta al Cairo in piazza Tahrir 4 anni prima che causò la caduta del presidente Hosni Mubarak.

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Giulio Regeni, al contrario sparì misteriosamente il 28 gennaio 2016, mentre, a distanza di un anno, si stava tenendo la stessa protesta commemorativa. Lo stato italiano ha più volte lamentato la riluttanza dei magistrati egiziani nel collaborare alla ricostruzione dell’assassinio del giovane ricercatore, probabilmente perché dovrebbero spiegare all’intero pianeta il terribile destino che accomuna Regeni a migliaia di egiziani, prelevati dalle forze dell’ordine dalle loro abitazioni a cui non hanno più fatto ritorno. Dall’inizio dell’anno sono sparite sessantasei persone tra sindacalisti, attivisti e persone ritenute semplicemente scomode al sistema, solo alcuni hanno sono riusciti a sopravvivere ed a tornare dai loro cari con evidenti segni di tortura, c’è chi tra di loro ha raccontato di esser stato esposto al freddo per diverse ore con le mani legate, alla mercé delle guardie che si divertivano nel lanciargli addosso delle secchiate d’acqua gelida.
Regeni è stato per diversi giorni in mano ai suoi aguzzini che l’hanno sottomesso a sevizie inenarrabili, scosse elettriche ai genitali, tagli su varie parti del corpo e sette costole rotte. Alcuni giorni fa centinaia di medici egiziani sono scesi in piazza a protestare contro le atrocità commesse dalla polizia nei confronti dei civili.
La giustizia Italiana esprime dissenso e sdegno nei confronti dello stato Egiziano, ma dimentica che anch’essa ha mostrato grandi lacune in passato, basti pensare a due casi eclatanti, ovvero quello di Carlo Giuliani, colpito da un proiettile sparato in aria da un carabiniere e rimbalzato non si sa dove prima di colpire il partecipante al corteo contro il G8 nel 2001 a Genova e quello di Stefano Cucchi, che si sarebbe picchiato da solo fino a esalare l’ultimo respiro, magari chiedendosi il perché degli uomini in divisa votati a difendere i più deboli, abbiano rivolto i loro manganelli verso un uomo indifeso.
Shaimaa, Stefano Cucchi, Giulio Regeni, Carlo Giuliani, sono vittime della cattiva gestione e dell’abuso di potere di cui vengono investite le forze dell’ordine durante circostanze di crisi o nel corso di semplici interrogatori tenuti da uomini piccoli quanto dei punti neri, ma vergognosi quanto lo sdegno di chi in questi giorni parla con ribrezzo degli egiziani, ignorando quanto sia difficile per loro essere accumunati a quei poliziotti che hanno portato via anche i loro amici e parenti.




BRUSSEL – Avramopoulos:“Se la Turchia non si impegna a realizzare il Piano d’azione, sarà molto difficile gestire la situazione”

La Turchia se vuole può fermare i flussi dei migranti e i trafficanti di esseri umani, se invece decide di non fare la sua parte sarà “molto molto difficile” riuscire a risolvere l’attuale crisi. Il commissario all’Immigrazione, Dimitris Avramopoulos, sprona il governo di Ankara a rispettare gli impegni presi con Bruxelles.”“Se la Turchia non si impegna a realizzare quanto contenuto nel Piano d’azione comune, sarà molto, molto difficile gestire questa situazione”, afferma Avramopoulos che si dice convinto del fatto che “se le autorità turche davvero lo volessero potrebbero fare quello che devono per combattere i trafficanti di esseri umani e ridurre i flussi migratori” verso l’Europa. Da parte sua, ha ricordato il commissario, “l’Ue sta facendo la sua parte per aiutare il Paese ad affrontare questa situazione molto difficile”, con oltre 2 milioni di rifugiati siriani in Turchia, e lo sta facendo con uno stanziamento di 3 miliardi. Ma, aggiunge Avramopoulos, anche gli Stati membri devono fare la loro parte, ad esempio “attuando il programma volontario di riammissione”, che prevede di accettare domande di asilo fatte anche fuori dai confini europei.

Il piano d’azione comune tra Europa e Turchia è stato concordato lo scorso 29 novembre, ma al momento stenta ancora a diventare operativo. Un report pubblicato oggi dalla Commissione europea afferma che il numero dei migranti in arrivo nell’Ue è diminuito leggermente ma resta comunque troppo alto. Il numero degli ingressi in Grecia è stato di 2.186 a gennaio, poco inferiore ai 3.575 di dicembre ma comunque meno della metà dei quasi 7mila di ottobre. Per questo Bruxelles “riconosce diverse misure concrete” prese da Ankara, ma il governo turco viene “spronato a continuare i suoi sforzi per una piena implementazione del piano”, affermando che il Paese deve “urgentemente fare progressi significativi nella prevenzione delle partenze irregolari”.

Bruxelles riconosce che l’introduzione l’8 gennaio di obblighi di visto per gli arrivi da Paesi terzi di siriani in Turchia “ha drasticamente ridotto gli arrivi” da Libano e Giordania e che le misure adottate il 15 gennaio per dare accesso al mercato del lavoro per i siriani sotto protezione temporanea in Turchia “sono un altro importante passo in avanti”.

Ma d’altra parte si chiede ad Ankara di “migliorare l’attuazione del suo accordo di riammissione bilaterale con la Grecia”, e di essere pronta “ad attuare l’accordo di riammissione Ue-Turchia per i cittadini di paesi terzi da 1 Giugno 2016”.

Si chiede poi di “rafforzare la capacità di intercettazione della guardia costiera e rafforzare la legislazione, l’azione e la cooperazione con gli Stati membri dell’Uu nella lotta contro il contrabbando e contrabbandieri” di esseri umani.




TAIWAN – Tsai Ing-wen prima presidente già eletta a modello

La piccola e ribelle Taiwan, secondo la vecchia definizione di Pechino, ha una presidente e le femministe cinesi l’hanno già eletta a modello.

«La vittoria di Tsai è una fonte di grande incoraggiamento per tutte noi sul continente, un esempio di partecipazione alla politica», ha detto da Pechino Zeng Jinyan, attivista e scrittrice. Zeng propone anche collaborazione e scambi tra femministe continentali e isolane. E qui viene un’altra sfida per la nomenclatura della Cina, che pretende di gestire il dialogo con Taiwan solo a livello di rapporti di forza, commerciali e politici. Un dialogo tra esponenti della società civile femminile dei due Paesi porterebbe invece ad aprire il capitolo dei diritti.

I grigi dirigenti non sono abituati a negoziare con una signora cinese: tra i 25 membri del Politburo del Partito comunista ci sono solo due donne, su poltrone di seconda fila; tra i 205 del Comitato centrale le compagne sono meno del 5%, una percentuale più bassa di cinquant’anni fa, ai tempi di Mao e delle sue poetiche frasi sull’altra metà del cielo. E per non sbagliare, alla vigilia dell’8 marzo l’anno scorso la polizia di Pechino ha fatto una retata tra le attiviste dei diritti femminili: chiedevano solo giustizia contro le violenze sessuali e gli abusi subiti in famiglia, per le autorità «causavano turbamento dell’ordine».