Ambiente… scolastico

Sebbene mi sembra che stia capitando come per le notizie relative ai pitbull che impazziscono nello stesso periodo e aggrediscono padroni e bambini, non si può non notare che il mondo della Scuola sta attraversando un periodo controverso e avverso: studenti che feriscono gravemente docenti o gli stessi compagni, genitori che aggrediscono e picchiano docenti, riforme e provvedimenti che delegittimano e depotenziano la professione docente e lo stesso ruolo  della Scuola come istituzione educativa e formativa. È vero che altrettanti sono i casi di docenti che abusano della loro posizione per maltrattare, intimidire o circuire piccoli e giovani studenti, ma appunto sembra di essere così regrediti alla “cultura del nemico” che se non è lo straniero è comunque l’altro da me che, mettendo in discussione il mio “io” e a rischio la mia “sopravvivenza”, deve essere combattuto e abbattuto. La pulsionalità di darwiniana memoria sta riprendendo il sopravvento e le nuove forme di comunicazione, che hanno anche nell’immediatezza il loro punto di forza, ne amplificano l’istintualità e la violenza: non troppo passata è pure la notizia dello studente che con la scusa di sentirsi male ha chiamato da scuola i genitori che vi si sono precipitati per aggredire, rompendogli una costola, il docente di educazione fisica che aveva ammonito il figlio.

Il rimprovero, la nota disciplinare, il voto negativo, e pure la valutazione del comportamento (diventato quest’anno una lettera che, quindi, non fa più media con i voti numerici delle varie discipline) non hanno valore e, anzi, ti si possono ritorcere contro e tu, addirittura, puoi arrivare a dire: “Non punitelo:  ho fallito io!” come ha detto la docente che è stata accoltellata in pieno volto.

Nelle mie classi di Secondaria di I grado ne abbiamo parlato: si commenta timidamente e mi lasciano perplessi i vari “Come ha fatto a non accorgersi che aveva un coltello?” oppure “Ma come si fa a non difendersi?!” ai quali si sono sommati comunque “È colpa della famiglia!” a proposito dello studente che ultimamente ha bullizzato il professore ultrasessantenne intimandogli di mettergli sei e di inginocchiarsi.

Nel 1974 con i Decreti Delegati si sanciva finalmente l’inizio di una Scuola democratica e partecipata “dando ad essa il carattere di una comunità che interagisce con la più vasta comunità sociale e civica”; nel 2007 si è aggiunto il “Patto di corresponsabilità: uno strumento educativo e formativo che promuove percorsi di crescita responsabile.”

Se democrazia, partecipazione, responsabilità sono da ripensare e perfezionare, il concetto di comunità prima ancora è tutto da costruire. Ed è ancora una volta questione di rispetto dell’ambiente nel quale si vive e si interagisce con altri esseri viventi e auspicabilmente pensanti.

 




Max Manganelli e l’armonica per caso

Racconta Tom Joad, il protagonista diFuroredi John Steinbeck: «L’armonica è uno strumento facile da portare. La togli di tasca, la batti sulla palma della mano per scuoterne via i detriti di tabacco e di porcheria, ed è pronta. Puoi fare quel che vuoi con un’armonica: note staccate, accordi, melodie ritmate. Puoi plasmare la tua musica con le due mani, ci tiri fuori il suono lamentoso e nostalgico della zampogna, le note grandiose e angeliche dell’organo, i trilli acuti e pungenti del piffero. Poi smetti di suonare e te la rimetti in tasca. […] E se la perdi o la rompi, la perdita non è grave. Con pochi cents te ne puoi comprare un’altra».

«È vero», mi dice Max Manganelli mentre siamo seduti in macchina davanti alla Scuola popolare di musica di Testaccio, a Roma, una mezz’ora prima che cominci il suo corso di armonica diatonica. «Un’armonica a bocca diatonica costa poco rispetto ad altri strumenti. Quando ne ho avuta una in regalo, all’inizio degli anni Novanta, non ne sapevo niente, però mi aveva incuriosito e così ho cominciato a cercare di capire che potevo farci. Soffiavo e aspiravo in quei dieci buchi e ne venivano fuori suoni diversi, e nient’altro. La musica mi piaceva, ma non avevo molte preferenze. Ascoltavo di tutto. Poi, a un certo punto, ho incontrato il blues e ho capito che l’armonica è l’anima del blues, perché può cantare come una voce umana, e mi sono messo ad ascoltare blues e a provare, e più ascoltavo e più provavo. È cominciata così».

A quell’epoca Max, dopo essersi diplomato, faceva un po’ di tutto. «Pure l’idraulico, l’elettricista, il muratore. Insieme ad un amico ristrutturavamo appartamenti. Questo amico aveva un’armonica a bocca e ogni tanto la suonava, io ne ero affascinato e lui me la regalò, così per qualche tempo ci ho giocato. Niente di più. Nel frattempo lavoravo».

Il Monte dei Cocci manda un odore di terra, in accordo con il colore scrostato dell’ex mattatoio e con la pioggia che va e viene in questa primavera ancora in incubazione. Il mattatoio è stato riadattato per ospitare la facoltà di Architettura dell’università Roma Tre, la Città dell’altra economia, una sede del Museo di arte contemporanea, una dell’Accademia di belle arti, il centro sociale curdo Ararat, le stalle dei pochi cavalli che ancora tirano le carrozzelle per i turisti cinesi. Anche se molta gente entra ed esce dal cancello sovrastato dalla statua della Tauromachia, memento dell’ecatombe infinita che ha nutrito Roma per quasi un secolo, e anche se molta di questa gente entra ed esce dal portone della Scuola popolare di musica recando custodie dei più vari strumenti musicali, l’Ex Mattatoio non riesce a farmi dimenticare il suo passato. Per fortuna ci sono i suoni che escono dalle sussiegose finestre ottocentesche, passaggi musicali ripetuti, scale, accordi vocali, percussioni, barriti ambigui di neofiti del sax e della tromba, archi nella fase incerta dell’accordatura, il minestrone allegro e confuso degli strumenti e delle voci di tante persone che hanno scelto di migliorare la loro vita con la musica proprio qui, trasformando la vecchia architettura della morte seriale in una scuola sempre in festa.

Max, sollecitato dalla mia curiosità, continua a raccontare. Dopo il periodo dei lavori qua e là, è arrivata l’officina. «Da operaio mi occupavo di meccanica di precisione, quindi ho imparato a lavorare di fino cose molto piccole. Un pezzo o è preciso al centesimo di millimetro o è da buttare. Ma avevo sempre quell’armonica in tasca e ci soffiavo dentro appena possibile, e la sera ascoltavo dischi e frequentavo locali dove si suonava».

Ricordo che anch’io avevo comprato un’armonica per suonare come Bob Dylan, e mi era sembrata una cosa elementare. Lo era. Infatti Bob Dylan non sapeva suonare, la mia armonica aveva un suono infame e io non me n’ero neppure accorto.

Max prosegue. «Insomma, in officina avevo tutte le condizioni e le attrezzature per poter dare spazio alle mie idee e di come poter rendere questo strumento più prestigioso, quindi durante la mia breve pausa-pranzo, solo mezz’ora, facevo i miei primi prototipi. Mangiavo il mio panino a tempo di record e poi mi rimettevo al banco da lavoro, svitavo le viti dell’armonica, guardavo attentamente tutte le sue parti e mi chiedevo se davvero quello fosse il modo migliore di costruirle. Ho pensato a uno specifico design da poter adattare ad armoniche che si trovano abitualmente in commercio con un’imboccatura particolare che fosse più comoda, più ergonomica, insomma migliore.  Ho provato moltissimi materiali tra plastiche, metalli, legni duri e stagionati come si deve, anche di quelli più strani mai usati per strumenti».

Quindi, gli chiedo, sei un designer e un costruttore? «Diciamo un miglioratore. L’armonica mica l’ho inventata io. E ancora adesso il grosso del mio lavoro è migliorare le armoniche in commercio, anche cambiandole parecchio. Perché ci sono pure strumenti costosi, magari giapponesi, ma valgono solo quanto costano. Non è questione di soldi, è come se mancassero di attenzione, di una qualche logica di fondo. Tutto quello che facevo, soprattutto le armoniche con i corpi in alluminio colorato e i microfoni, inizialmente erano su misura per me, questo sia chiaro. Ma poi sono piaciute anche agli altri, perché era roba fatta per la musica e non per il business».

E com’è andata che sei uscito dalla fabbrica? «È andata che i tempi diventavano duri. La crisi, la cassa integrazione, i licenziamenti, cose così. Appena cassaintegrato ho preso il toro per le corna e mi sono licenziato. La fabbrica si fottesse. Non mi piaceva l’aria che ci si respirava, tollerare i soprusi non mi è mai riuscito, neanche da bambino. E poi mi volevo dedicare all’armonica e avevo anche bisogno di mettere insieme un tot di soldi tutti i mesi, così ho fatto due più due, ho affittato un laboratorio e mi sono messo a lavorare per conto mio. Ho inventato un nome: BluexLab, perché “blues” era troppo scontato e pure pretenzioso; “bluex” si pronuncia allo stesso modo, è diverso ma si capisce. Molte cose sono successe per caso, conosci qualcuno che lavora nel mondo dell’armonica, che produce amplificatori, poi qualcun altro, cominci a proporre e così via. L’armonica in Italia era praticata da poche persone, quindi i contatti sono diventati presto internazionali, e poi internet e l’e-commerce hanno fatto il resto. Adesso il mio lavoro va in tutto il mondo».

E il blues? «Il blues è arrivato come conseguenza. Io, te l’ho detto, ascoltavo quello che capitava, che passava la radio, e alla radio di blues ne ascolti poco. Ma mi sono messo a cercare dov’era la voce dell’armonica a bocca, e l’ho trovata nel blues. Quando sai suonare il blues puoi suonare tutto, però intendiamoci: il blues non è un linguaggio nostro. Noi in Europa possiamo ispirarci e imitare anche bene, ma credo che la musica afroamericana non la capiremo mai fino in fondo, non la possederemo mai. Il dolore della schiavitù non è il nostro dolore, punto. E anche i grandi musicisti bianchi americani hanno sempre suonato e vissuto insieme ai neri».

Dunque l’armonica è uno strumento blues per eccellenza? «La musica popolare è semplice e ripetitiva ma, se sei curioso, cerchi di non ripeterti mai. La struttura è elementare, quello che conta è la variazione sulla struttura. Devi essere curioso e cercare. Ma intendiamoci: con l’armonica diatonica si può suonare tutto, se la si studia come si deve è uno strumento completo, non si limita al blues. Occorre dedizione». Max ogni tanto si ferma a pensare, a soppesare una parola, a cercare quella esatta, è artigiano anche nel parlare. «Sì, è la parola giusta: dedizione».

I tuoi maestri? «I dischi. Ascoltavo e provavo, imitavo e cercavo di farmi lentamente un linguaggio mio, che non sembrasse scimmiottato. Meglio poche note, ma quelle e non altre. Come si dice, “parla come mangi”. Adesso è diverso. Sono passati pochi anni ma mi pare che la gente sia mossa meno dall’amore per quello che fa che dall’ansia di raggiungere un certo livello e una certa fama. Io suono con gente che ama la musica». Quindi, chiedo, sei contemporaneamente un musicista e un “miglioratore”. «Musicista è una parola grossa. Sarei presuntuoso. Preferisco definirmi un appassionato. Il blues è un genere, non la musica. Se fai blues, al massimo sei un bluesman, la musica è molto di più». Però, obietto, tu suoni ad alto livello. «Sono uno che fa quello che gli piace. Musicista mi ci chiamano gli altri. Come per le armoniche e gli amplificatori, sono testardo: dai e dai, alla fine devo ottenere quello che voglio anche suonando».

E com’è il panorama musicale blues in Italia? Si lavora? «Se vuoi fare il bluesman no, se vuoi fare il musicista sì, ma è difficile e ti devi adattare. Anche qui, le cose sono peggiorate. Conosco pochissime persone che possono dire “faccio l’armonicista”, e spesso è qualcuno che se lo può permettere, non so se mi spiego».

Max suona prevalentemente con il chitarrista e cantante Marcello Convertini in un duo chiamato Mancon Blues, che spesso si allarga in quartetto, il Mancon Blues 100’s, con Marco Barbizzi al basso e Mimmo Antonini alla batteria.

E insegna a diverse persone. Com’è successo? «Mah, così, uno va a suonare in giro, nei locali, la gente lo sente, qualcuno chiede di imparare. Tu dici no, non sono un insegnante, mai poi arrivano altri a chiederti di dargli lezioni, dici di no, ma insistono e ti prendono, come dire, per sfinimento. Così alla fine mi sono arreso e ho cominciato a dare consigli in merito, io che non ho mai preso lezioni. Adesso mi piace, ma solo con le persone a cui piace. C’è gente che potrebbe prendere lezioni di uncinetto o di ceramica e sarebbe lo stesso. Con loro non mi piace».

Oggi Max “migliora” – o “customizza”, ovvero personalizza per le diverse esigenze – diversi modelli di armoniche, costruisce microfoni che soddisfano armonicisti di tutto il mondo, costruisce valigette e custodie per tutto l’armamentario che un musicista si porta sempre appresso. E, siccome la forma che segue la funzione ha inevitabilmente una valenza estetica, tutto ciò che esce dal laboratorio BluexLab è bello. Quando gli chiedo quale armonicista famoso usa armoniche e altri prodotti BluexLab, Max li elenca lentamente, quasi svogliato, e vengono fuori nomi fra i più importanti della scena mondiale. «Be’, c’è Gary Smith, c’è Marko Balland, David Bombo, sì, e poi Francesco Piu, Marco Pandolfi, Andy J. Forest, e poi altri, Big Pete, e ancora. L’altro giorno mi ha mandato una mail Kim Wilson. Insomma, tanti. Con molti di loro è nata un’amicizia. È una cosa che fa piacere».

C’è anche chi compra i suoi prodotti proprio per la bellezza e poi non li suona. Pare che succeda spesso, agli artigiani di un certo livello. «Io non glieli vendo volentieri perché non li possono apprezzare. Per esempio non li propongo mai a studenti perché la maggior parte di loro non è in grado di capire la differenza. Se insistono glieli do, è chiaro, ma un’armonica commerciale per loro va più che bene. Se e quando arrivano altre esigenze, allora arrivo io».

www.bluexlab.com

 

La citazione iniziale è tratta da John Steinbeck, Furore, traduzione di Carlo Coardi, Bompiani, 1940

 

 




Earth Day – 22 aprile 2018

Dal 1970 si svolge una delle più importanti iniziative dedicate all’ambiente, la Giornata mondiale della Terra, e proprio un mese fa, il 22 marzo (Giornata mondiale dell’Acqua), è iniziato il Decennio Internazionale di Azione sull’Acqua per uno Sviluppo Sostenibile.

Molti gli eventi organizzati nel mondo per questa giornata, dedicata in special modo alla campagna per l’eliminazione dell’inquinamento da plastica[1]:  concerti, spettacoli, incontri, mostre, rapporti…

Il doodle dedicato di Google

La piccola canadese indigena Autumn Peltier, 13 anni, è stata premiata come volontaria e invitata poi a parlare durante un’Assemblea dell’ONU[2].

È una ragazzina molto spirituale e coraggiosa, come coloro che sfidano i potenti e le multinazionali per tutelare l’ambiente a rischio della vita: ne sono prova i recenti  assassini perpetrati in America Latina a danno di ambientaliste/i.

Sul sito Earth day Italia[3]appaiono le numerose iniziative nazionali: sulla Terrazza romana del Pincio, dal 21 al 15 aprile ha avuto luogo la grande manifestazione Villaggio per la Terra, rivolta all’intera cittadinanza, ma con particolare attenzione a bambine/i e teen-agers.

Nel nostro piccolo, in famiglia e nelle classi, dobbiamo far riflettere le nuove generazioni, che sono il presente e il futuro dell’umanità, e sensibilizzarle a comportamenti più responsabili: “Ai/lle bambini/e bisogna dare ali per volare e radici per crescere e sapere dove ritornare” diciamo, parafrasando il Dalai Lama. E come Martin Luther King abbiamo un sogno: uscire dalla schiavitù di quell’Egitto costituito dal benessere e dalla crescita incontrollata, dal consumo e dallo spreco, dall’usa e getta e dal progresso insostenibile per un viaggio di libertà e liberazione attraverso il mare momentaneamente asciutto. Ma cosa vedremmo oggi in quel fondale? Laddove avevamo visto grande ricchezza e biodiversità marina, oggi vedremo mucillagini, alghe tossiche, maree rosse e pesci morti in superficie, tartarughe, pesci, cetacei, intrappolati in reti smarrite, lavatrici, biciclette, relitti di vascelli, automobili, fusti di stoccaggi radioattivi gettati a fondo dalle ecomafie e troppa plastica, tanta da avere creato la cosiddetta “isola di plastica del Pacifico”, che ora sembra siano diventate due!.

Sappiamo ormai con certezza che dopo il disastro nucleare di Fukushima, l’acqua di raffreddamento dei reattori è stata riversata nell’oceano e sappiamo che proprio due settimane fa è stato sequestrato un impianto che scaricava liquidi contaminati nel mar Jonio, a Rotondella (Matera).

Possiamo anche confidare nel piccolo batterio trovato da scienziati giapponesi[4]o nel bruco che mangia la plasticaindividuato dalla ricercatrice italiana in biologia molecolare, Federica Bertocchini[5], ma è urgente fare il Mondo un po’ più “mondo”, appunto, pulito e bello, e comunicare con forza a tutti/e che c’è un modo nuovo di fare per un Mondo da tutelare!

 

[1]https://www.earthday.org/

[2]https://www.youtube.com/watch?v=_EodBINYV7A

[3]http://www.earthdayitalia.org/

[4]http://www.repubblica.it/scienze/2016/03/11/news/batterio_plastica-135233173/

[5]http://www.repubblica.it/scienze/2017/04/25/news/biologa_italiana_scopre_il_bruco_che_mangia_la_plastica_cosi_e_nata_per_caso_la_mia_ricerca_-163836136/




Basta poco!

Pochi mesi e sarà estate. Indimenticabile, per me, quella scorsa…

Il dubbio: rimanere in spiaggia in attesa o andare via troppo presto. Ritornarci, ma stavolta la certezza è che è un po’ troppo tardi. Decidere poi di rimanerci e di starci fino a quando… fino a quando finalmente il miracolo della vita che si rinnova pronta già ad affrontare difficoltà e pericoli è lì sotto i tuoi occhi velati da lacrime di gioia. Ed eccola una minuscola tartaruga Caretta Caretta, che nel buio si confonde con la sabbia appena ondulata dalle precedenti orme, venire fuori veloce e determinata a raggiungere l’increspato nero brillante del mare: ha perso l’unico dentino che aveva nel rompere la rotondità dell’uovo che l’ha protetta per circa due mesi sotto cinquanta centimetri di sabbia e di attenzioni e ora si immerge in quelle acque che hanno visto, sempre nella tranquillità del buio, un’affaticata enorme mamma tartaruga arrivare sulla spiaggia di Castellaneta Marina (TA) per deporre ottantasei piccole bianche speranze. Non si conosceranno mai e la selezione naturale sarà durissima. Di lì a poco altre otto contemporaneamente: saranno più forti insieme? Saranno più facilmente individuabili dai predatori?

Dopo una settimana sessantuno sarebbero state le uova schiuse e per WWF, Anpana, Guardia Ecozoofila sarebbe stato tempo di bilancio. E anche per me, che per più di un mese avevo seguito l’evolversi della situazione, dalla semplice recinzione di protezione al percorso ben delimitato e rinforzato, e, pensando anche alla schiusa, avevo ripulito con un retino quasi quotidianamente, e sempre più incredula, la sabbia letteralmente martoriata da cicche di sigaretta, piccoli imballaggi di plastica, tappi, bicchieri, cannucce … Ma veramente possiamo odiare così l’ambiente e quindi noi e la nostra prole?

Fuoriusciti per un guasto da un impianto di depurazione del Sele, in Campania, dei dischetti traforati in plastica proprio in queste settimane hanno invaso il Tirreno; il mese scorso è stata trovata una colonia di pinguini che vive su agglomerati di plastica; le correnti marine hanno già formato la seconda enorme isola di plastica, dopo quella trovata già nel 1977 da Charles Moore, nell’oceano Pacifico; almeno una balena si è arenata perché ha ingerito una trentina di sacchetti di plastica, come accaduto in Norvegia un anno fa …

Veramente possiamo accettare tutto questo senza fare nulla? E, prima ancora, senza sentirci responsabili?

L’educazione delle famiglie e l’Istruzione tutta possono fare molto: in Puglia con il quadernetto didattico “Basta poco!” distribuito gratuitamente nelle Scuole Primarie (con relativa pagina facebook) si sta compiendo un altro passetto verso un consumo più consapevole dell’acqua, per esempio, e verso la riduzione della plastica e degli sprechi con l’invito ad aiutare gli/le altri/e.

È cristiano, ma anche civico e civile, il messaggio “Ama il tuo prossimo come te stesso/a”, ma come possiamo amare davvero se non ci amiamo?

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Biji Serok Apo

Il 4 aprile presso il centro culturale curdo Ararat di Roma si è celebrato il sessantanovesimo compleanno di Abdullah Öcalan, noto anche come Apo, presidente e fondatore del PKK (Partito dei lavoratori del Kurdistan).

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Öcalan, nato nel Kurdistan turco nel 1949 (anche se alcune fonti sostengono nel 1948), ha studiato scienze politiche all’università di Ankara partecipando alle agitazioni studentesche dei primi anni Settanta. Nel 1978, su posizioni marxiste-leniniste, Apo ha fondato il PKK, il quale nel 1984 è entrato in clandestinità dando inizio a una lotta armata contro Turchia, Iraq e Iran volta a costituire uno stato curdo indipendente.

Tra il 1984 e il 2003 l’esercito turco ha ucciso più di trentamila persone curde, alcuni combattenti ma moltissimi civili, nel tentativo di schiacciare la lotta del PKK. I decenni successivi al 1984 hanno visto il leader curdo peregrinare continuamente alla ricerca di un luogo dove ottenere asilo politico, che nessuno Stato gli ha mai concesso: le pressioni della Turchia, membro della NATO e importante partner commerciale dell’Europa, hanno spinto sia gli Stati Uniti che l’Unione Europea a inserire il partito curdo nella lista delle organizzazioni terroristiche internazionali.

Giunto in Italia nel 1999 sotto il governo D’Alema, Öcalan si è consegnato alla polizia italiana nella speranza di ottenere asilo politico, ma la Turchia ha minacciato di boicottare le aziende italiane, costringendo il governo a mantenere la prudenza (quando in Italia la facoltà di concedere o negare un asilo politico spetterebbe alla magistratura e non al governo). Su implicito consiglio italiano, Öcalan si è recato in Kenya, dove è stato catturato dai servizi segreti turchi.

Pochi giorni dopo, la magistratura italiana ha riconosciuto che Abdullah Öcalan avrebbe effettivamente avuto diritto all’asilo politico in Italia in quanto i suoi diritti democratici in Turchia non erano garantiti. Peraltro, la Costituzione italiana sancisce chiaramente che «lo straniero, al quale sia impedito nel suo Paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica» (articolo 10) e che l’estradizione «non può in alcun caso essere ammessa per reati politici» (articolo 26). Ad aggravare il tutto, va ricordato che all’epoca dei fatti in Turchia era ancora in vigore la pena di morte (abolita solo nel 2002 su pressioni dell’UE). Da allora Öcalan, condannato prima a morte poi all’ergastolo, è rinchiuso in un’isola-carcere turca nel Mar di Marmara.

Negli anni, il PKK ha abbandonato le posizioni marxiste-leniniste di partenza e, al posto di uno Stato curdo indipendente, ha iniziato a lottare per una convivenza pacifica tra i popoli del Medio Oriente. Dal carcere Öcalan ha elaborato la teoria del confederalismo democratico, proponendo una società basata sul rispetto dell’ambiente e sull’emancipazione delle donne che punti a liberare l’umanità del capitalismo e dal patriarcato. È stata addirittura proposta una commissione d’inchiesta bilaterale che valuti i crimini di guerra commessi sia dall’esercito turco che dalle milizie curde. Ma questo non ha fermato la repressione da parte dello Stato turco.

Durante le guerre del Golfo la NATO ha continuato ad accusare di terrorismo il PKK ma ha contemporaneamente finanziato la lotta indipendentista del Kurdistan iracheno per indebolire il governo di Saddam Hussein a Baghdad. Per evitare gli attacchi turchi, le basi del PKK sono state trasferite sui monti del Qandil, nel Kurdistan iracheno. Nel frattempo, a partire dal 2011, la guerra civile in Siria ha permesso alla popolazione del Kurdistan siriano di organizzarsi autonomamente approfittando delle difficoltà del governo di Damasco e rendendo così effettivo il confederalismo democratico, grazie anche alle Unità di difesa del popolo curdo (YPG) e alle milizie femminile (YPJ) che si possono considerare sorelle siriane del PKK turco.

Nel 2013 a Parigi sono state assassinate tre donne curde, tra cui la cofondatrice del PKK Sakine Cansiz: i responsabili degli omicidi, molto probabilmente legati ai servizi segreti turchi, non sono mai stati identificati e lo Stato francese non è intervenuto nella vicenda. Per assolversi da ogni responsabilità, il governo di Ankara ha fatto circolare la voce di una resa di conti interna al PKK.

Nel centro culturale Ararat il volto di Öcalan è raffigurato ovunque, insieme alla bandiera rossa del PKK. Nel pomeriggio del 4 aprile in omaggio al leader curdo è stato piantato un albero di ulivo: a mettere la nuova pianta nel terreno del giardino sono state le donne della comunità curda, in quanto le donne, per loro natura, generano la vita.

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Poi le danze si sono protratte fino a sera sotto lo slogan Biji serro Apo (Viva il presidente Apo). Tra le persone presenti alla cerimonia regna l’entusiasmo ma anche la tristezza: Apo è in carcere da diciannove anni e da due non se ne hanno notizie, soffocato da un isolamento che non permette di conoscere nemmeno le sue condizioni di salute.

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Nel 2016 la giunta De Magistris gli ha conferito la cittadinanza onoraria della città di Napoli.

Oggi la nipote di Apo, Dilek Öcalan, eletta nel parlamento turco con l’HDP (Partito democratico dei popoli, disarmato ma filocurdo) è in carcere: secondo il dittatore Erdogan, l’HDP costituirebbe il braccio legale del PKK. Ma la colpa di Dilek Öcalan, formalmente accusata di «propaganda per un’organizzazione terroristica», consiste nell’aver partecipato al funerale di un partigiano curdo ucciso nel 2016 dalle truppe di Ankara.




Taranto – Per un chilo d’acciaio

“Ieri abbiamo spazzato a terra: manco Gesù Cristo sa quanto minerale abbiamo trovato!”. Questo enunciato, nella sua versione in dialetto tarantino, ha fatto il giro su WhatsApp e Facebook anche sotto forma di brano musicale ritmato e martellante. E a Taranto la musica è la stessa da mezzo secolo nella convinzione che il cambiamento della realtà del Sud d’Italia debba passare dall’industria pesante e non piuttosto dalla pensata valorizzazione del verde-azzurro paesaggio e della cultura, che ha pure nella Magna Grecia e prima ancora negli insediamenti paleolitici il suo punto di forza e di sorprendente bellezza. Invece, grande il doppio rispetto alla città dei due mari fondata da Sparta, con la sua agognata prosperità del posto fisso nelle campagne ricche di ulivi e masserie si è insediato un mostro, affamato di vita e di esistenze, frutto di «un processo barbarico d’industrializzazione. Un’impresa industriale a partecipazione statale, con un investimento di quasi 2000 miliardi, non ha ancora pensato alle elementari opere di difesa contro l’inquinamento e non ha nemmeno piantato un albero a difesa dei poveri abitanti dei quartieri popolari sotto vento»come scriveva già nel 1971 A. Cederna sul Corriere della Sera.

E per l’ennesima volta chi scrive, per esempio, sono i “Genitori tarantini” che dopo gli ultimi sconvolgenti “wind day”[1] si sono rivolti a Calenda chiedendogli se si sia mai chiesto quanto, in verità, costi un chilo d’acciaio. “ … Quanto costa in spese sanitarie? Quanto in casi di infertilità? Quanto in bambini nati già malati? ..” E gli chiedono di fare questi calcoli consultando la Costituzione soprattutto ora che, subentrato dopo i Riva il colosso Arcelor Mittal, anche l’UE ha aperto un’indagine Antitrust sull’acquisizione grazie a una delle tante denunce di Peacelink. E ancora a Pasqua, in risposta ai suoi tweet nei quali afferma che Taranto potrebbe diventare una seconda Bagnoli, tra le altre cose fanno presente che altrove in Italia gli operai sono stati impiegati per le bonifiche e non sono diventati migliaia di esuberi.

Un mio caro amico mi disse che quando era piccolo credeva che l’Italsider (allora si chiamava così) fosse la fabbrica delle nuvole: ora in Mississippi la NASA con il suo Artificial Clouds Generation System è davvero in grado di produrne e di far piovere poco dopo, però con chissà quali ripercussioni sull’atmosfera. Tra nuvole di fumo e nuvole artificiali, la Germania con la riconversione della Ruhr ci può solo essere di ispirazione: in dieci anni le strutture sono diventate musei, ristoranti, teatri o siti di archeologia industriale, molti operai sono diventati guide per i tantissimi turisti che, quanto a numero, sono quasi quanti quelli che visitano Pompei, e … il ritrovato verde brillante del paesaggio risplende con l’azzurro del cielo, nuvoloso, sì, ma a seconda delle condizioni meteorologiche.

 

[1] Giorni di vento nei quali l’Amministrazione comunale consiglia alla cittadinanza di non aprire le finestre e di rimanere in casa poiché nell’aria volano le polveri e i minerali depositati nei parchi minerari che non hanno mai avuto una copertura; le scuole restano chiuse.




La terra trema, con la presunta innocenza dell’air gun

Notte tra il 23 e il 24 marzo: ero nel letto, raffreddatissima, e ho pensato a un brivido che dalla testa mi scorresse fino ai piedi. Certo, era un brivido ben cadenzato e particolare … L’indomani avrei saputo che era stato un terremoto.

Così come all’alba del primo aprile al largo di Bari.

Io ne ho vissuti alcuni tra cui quello dell’Irpinia del 1980. “Vissuti”, in verità, è parola grossa perché nella provincia di Taranto di solito arrivano sempre le onde di propagazione. Ma ricordo, per esempio, l’ondulazione violenta della poltrona sulla quale ero seduta e il lampadario che dondolava.

Questo è stato diverso: è stato come una leggera raffica.

Ora, per quanto non sia un’esperta, da anni mi preoccupo di ambiente e ho conosciuto, virtualmente, il prof. Ferdinando Boero dell’Università di Lecce e la prof. Maria Rita D’Orsogna: l’uno mi ha fatto riflettere sul fatto che, sommato tutto, si devono ‘ringraziare’ le lobby del petrolio se si è riusciti ad arginare quelle del nucleare, l’altra mi ha fatto scoprire i pericoli che insidiano il nostro Adriatico, sebbene lei ormai abiti stabilmente a Los Angeles.

Si tratta dell’air gun, uno strumento usato in geofisica, e in particolare nelle prospezioni geofisiche in mare, che genera spari che servono per individuare giacimenti di idrocarburi da trivellare. Secondo l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia si possono generare vibrazioni anomale ma non terremoti; però nell’immediato, per esempio, viene danneggiato il pescato.

Fatto è che, come previsto da una concessione governativa che ha scavalcato le decisioni delle regioni Abruzzo e Puglia, l’air gun nell’Adriatico è iniziato a marzo scorso e gli accordi prevedono che continuerà fino a marzo prossimo;dopo verrà il pozzo esplorativo e poi quello permanente; a seguire saranno costruiti l’infrastruttura a terra e a mare e gli impianti di raffinazione con oleodotti, trasporti e pericolo riversamenti.

La situazione è allarmante a partire dalla mancanza di democrazia nelle scelte e dalla distorta o mancata informazione.

Il Ministero dell’Ambiente è anche quello della Tutela del territorio, ma di tutela del mare se n’è occupato davvero poco: ditte d’oltralpe, sempre in questi giorni, hanno avuto il permesso di eseguire indagini geofisiche in due aree protette al largo di Santa Maria di Leuca, tra cui al “Posidonieto Capo San Gregorio – Punta Ristola” fra le zone più protette al mondo per la loro unicità. Tre milioni di spari, ventiquattro ore su ventiquattro, su strenelle striate, balenottere, capodogli e ancora su gamberi, scampi e pure tartarughe Caretta Caretta!

Il WWF da undici anni ci invita a partecipare a Earth Hour, l’Ora della Terra, partita come iniziativa dall’Australia nel 2007 e quest’anno celebrata il 24 marzo: un’ora nella quale vengono spente tutte le luci, dai monumenti delle città alle singole abitazioni, per contrastare i cambiamenti climatici tagliando i consumi energetici.

L’obiettivo, inutile dirlo, è l’utilizzo di energie alternative e la mobilità sostenibile: come dire, una simbolica ora al buio per vincere il buio di chi non vede che il petrolio e i combustibili fossili in genere, come fonte energetica e prima ancora come fonte di lavoro e di ricchezza.

Ai danni della sicurezza e della bellezza della Terra e di chi la abita.




Tre giornate speciali

Si dice “Aprile, dolce dormire!” ma la Giornata del sonno, indetta dal World Sleep Society nel 2008, capita il venerdì precedente l’equinozio di primavera e quest’anno il 16 marzo.

Lo slogan di quest’anno è stato “Join the sleep world, preserve your rhythms to enjoy life” (Unisciti al mondo del sonno, conserva i tuoi ritmi per goderti la vita) e tante sono state le associazioni che vi hanno aderito con altrettante iniziative anche in Italia: a Roma incontri informativi e distribuzione di materiale informativo, a Iglesias convegni sulle apnee ostruttive del sonno, a Monza campagna gratuita di screening…

Sappiamo che è molto importante rispettare il ritmo circadiano del nostro organismo, da cui dipende il corretto funzionamento di cuore, pressione sanguigna, reni, ormoni, ed è proprio perché la freneticità delle nostre esistenze e le stesse professioni che svolgiamo non rispettano i nostri ritmi biologici che soffriamo di disturbi come l’insonnia e l’irritabilità: insomma, lavoriamo per vivere, ma viviamo male perché lavoriamo! E, diciamo, che nella Genesi ci è stato pure in qualche modo annunciato (Gen. 3: 16-19).

Ma ecco che, se rimaniamo in ascolto, periodicamente possiamo e dobbiamo trovarlo anche noi un “sabato” di riposo, per il corpo e per la mente, e a ricordarcelo c’è anche un’altra Giornata che può riconciliarci con la Natura: la Giornata internazionale delle Foreste che esiste dal 2013. Si celebra il 21 marzo e vedrà svolgersi a Mantova il primo World Forum on Urban Forests.

Abbracciare un albero (sì, proprio fisicamente!), dedicarsi a un orto (proprio o urbano), curare e rispettare il verde dei nostri paesi e delle nostre città, piantumare alberelli per ogni nato/a o per ogni adozione, oltre a essere un hobby e una passione che ci ri-anima può anche costituire un naturale rimedio ai nostri problemi di salute. Per non parlare del benessere da rinverdimento, ossigenazione, biodiversità, bellezza!

Sebbene la lotta per vincere la cementificazione brutale e il disboscamento irrazionale e aggressivo ci porta alla memoria vite esemplari che purtroppo non ci sono più, come la nostra Renata Fonte, assassinata a 33 anni il 31 marzo del 1984 perché difendeva Porto Selvaggio nel Salento, e Berta Càceres, uccisa a 44 anni il 3 marzo 2016 perché si batteva in favore del diritto alla terra dei popoli indigeni.

Diritto che riguarda prima ancora l’oro blu celebrato in tutto il mondo il 22 marzo, quest’anno con il motto “Nature for water”, durante la Giornata mondiale dell’acqua istituita nel 1993: moltissime le iniziative, anche nelle scuole che aderiscono a “Salva la goccia” a cura di Green Cross (Associazione fondata da M. Gorbaciov).  A Milano si svolgerà il Festival dei Diritti umani, a Roma, presso l’Auditorium Agostinianum, avrà luogo il convegno internazionale “Watershed”, e a Parma si sta già svolgendo il summit internazionale “Labirinto d’acque”.

Sui Diritti fondamentali non c’è da “dormirci su”, anzi c’è da vegliare ad occhi ben aperti affinché le politiche asservite ai soli interessi economici di pochi, che non hanno certo a cuore la sostenibilità, non scompensino ulteriormente le nostre esistenze quotidiane continuando a portare morte.

 

Si sa: “Il sonno della ragione genera mostri”.




“Illuminiamoci di meno” e sosteniamoci di più!

Sebbene intercorrano alcuni secoli dall’una all’altra definizione, il passaggio da “donna angelicata” ad “angelo del focolare domestico” si può dire che sia stato semanticamente piuttosto veloce: da colei che mi eleva alla sublimazione del desiderio d’Amore tutto platonico impossibile e irraggiungibile a colei che concretamente a fine giornata lavorativa raggiungo e trovo a casa a pulire cucinare e a custodire un plotone di figli; nelle abitazioni più benestanti, poi, le si può concedere di volare anche più in alto conferendo alla moglie e madre il titolo onorifico di “regina della casa”.

Niente da eccepire a chi sceglie liberamente e scientemente questo tipo di vita, magari anche seguendo i consigli di Wikihow (https://www.wikihow.it/Diventare-una-Regina-del-Focolare), ma è sullo stile di vita che voglio porre l’attenzione: ormai sono tante le giornate a tema ambientalistico che si succedono nel corso dell’anno solare, che per le persone più attente da molti anni finisce già nei primi giorni di agosto con l’overshot day http://www.dire.it/02-08-2017/136900-wwf-oggi-e-lovershot-day-esaurite-le-risorse-della-terra-per-il-2017-mai-successo-cosi-presto/, e proprio queste ci offrono la possibilità di riflettere e di emanciparci da alcune incombenze e routine quotidiane.

Lo scorso 23 febbraio l’iniziativa sostenuta anche dal MIUR “M’illumino di meno” (molto simile a “L’ora della Terra” http://www.oradellaterra.org/ora-della-terra-wwf/ ) con il suo decalogo per il risparmio energetico e la mobilità sostenibile http://caterpillar.blog.rai.it/milluminodimeno/decalogo/  ci ha offerto per il quattordicesimo anno alcuni spunti per ‘spegnerlo’ quel focolare che ci vuole angele o regine.

Per esempio ci invita a spegnere le luci e magari a uscire, anche con il nostro eventuale “re”, a fare una bella passeggiata a piedi o in bici; inoltre ci invita a mettere il coperchio sulle pentole, non specificando chi diavolo le abbia fatte né tantomeno a chi tocchi utilizzarle e posizionarle sul gas, e a sbrinare spesso il frigorifero pure delle gelide convinzioni sui ruoli di genere fissi e predeterminati per Natura. Io consiglio, come sempre, un “no frost” che ormai si sbrina automaticamente da solo e offre tempo libero in più per leggere, scrivere, incontrarsi, confrontarsi, crescere nella conoscenza e nella consapevolezza che è essenziale, anche se a volte è davvero insostenibile, lottare ogni giorno per noi e per le altre al fine di consolidare diffondere e accrescere le pari opportunità e la parità di genere… anche nelle faccende domestiche.

 




TAORMINA – La lotta al terrore resta la priorità del G7

“Pur sostenendo i diritti umani dei migranti e rifugiati, riaffermiamo i diritti sovrani degli Stati di controllare i loro confini e fissare chiari limiti ai livelli netti di immigrazione, come elementi chiave della loro sicurezza nazionale e del loro benessere economico”. Lo si leggerebbe, secondo alcune fonti, in una bozza del documento finale del G7, tuttora sottoposta a un negoziato aperto. “La gestione e il controllo dei flussi di migranti richiede – pur tenendo conto della distinzione fra rifugiati ed emigrati economici – sia un approccio d’emergenza che uno di lungo termine”. E per quest’ultimo i leader del G7 “sono d’accordo nello stabilire partnership per aiutare i Paesi a creare nei loro confini le condizioni che risolvano le cause della migrazione”, direbbe ancora la bozza. Il nodo clima Prima della discussione sul documento finale le dichiarazioni erano improntate alla collaborazione, pur tenendo presenti le divergenze, anche importanti, di vedute. Sul clima e sul destino dell’accordo di Parigi, ad esempio, tra i leader del G7 non c’e’ ancora una posizione comune per il comunicato finale: lo riferiscono fonti dell’amministrazione canadese spiegando come questo tema resti ancora “irrisolto”. L’amministrazione Trump – rivelano comunque le stesse fonti – non avrebbe ancora preso una decisione sulla posizione da assumere sull’accordo di Parigi. Mentre i leader discutono, febbrile il lavoro degli sherpa nel tentativo di trovare un punto di incontro. Tra le ipotesi che circolano anche quella di inserire una dichiarazione nel comunicato finale in cui si dice che tutti i Paesi del G7 si impegnano per il rispetto degli obiettivi della lotta ai cambiamenti climatici “ad eccezione degli Stati Uniti”. Confermate inoltre le divisioni tra i sette anche sul fronte delle politiche commerciali. Intanto fonti dell’Eliseo dicono: sul clima “vorremmo un comunicato ambizioso, ma la linea della Francia è di non indebolire l’accordo di Parigi”, sottolineando che “c’è stata una discussione franca e diretta”, ma “non c’è ancora un accordo” tra i leader. “La posizione di Macron – aggiungono le stesse fonti – è quella di essere esigente e convincente con Trump, ma non al prezzo di un indebolimento dell’accordo di Parigi”. Gentiloni: sui migranti un buon compromesso Sui migranti “è stato raggiunto un buon compromesso: si riconosce l’approccio globale al problema, anche a lungo periodo con il coinvolgimento dei paesi di origine e la responsabilità condivisa”. E’ quanto spiegano fonti diplomatiche italiane che seguono il dossier. La discussione vera e propria al tavolo del G7 “ci sarà domani” ed è “ovvio si continui a lavorare sui due paragrafi” ad hoc del testo finale, ma “non ci sono problemi” con gli americani, che hanno chiesto maggiore attenzione alla sicurezza. “Resta sospesa la questione sull’accordo di Parigi sul clima rispetto al quale il presidente Trump ha in corso una riflessione interna di cui gli altri paesi hanno preso atto”, ha poi aggiunto il presidente del Consiglio italiano. Tutti contro il terrorismo I sette leader del G7 hanno firmato la dichiarazione contro il terrorismo. E’ stata poi il primo ministro britannico Theresa May a tenere in mano il testo della dichiarazione al momento della foto dei leader dopo la firma congiunta del documento. I Sette Grandi hanno poi salutato con baci e abbracci May che sta per ripartire per Londra, lasciando il vertice. “Noi leader del G7 esprimiamo la nostra più sentita vicinanza e le nostre sentire condoglianze per il brutale attacco e le vittime di Manchester che dimostra come dobbiamo rafforzare i nostri sforzi e trasformare i nostri impegni in azioni”, dice il documento. E prosegue: “Condanniamo in modo più deciso possibile il terrorismo e tutte le sue manifestazioni: la lotta al terrore rimane una delle maggiori priorità del G7. Siamo uniti nel rendere sicuri i nostri cittadini e preservare i loro valori e stili di vita”. Più unità e determinazione La dichiarazione contro il terrorismo porta “al rafforzamento della cooperazione tra le 7 maggiori economie del mondo occidentale su diverse questioni, dalla collaborazione informativa all’impegno dei leader per far promuovere dai grandi internet service dei provider un impegno nei confronti di quello che circola in rete che spesso amplifica gli atti di terrorismo”. Questo il commento del premier Gentiloni, che ha concluso: con la dichiarazione congiunta sul terrorismo “mostriamo la nostra unità e determinazione per continuare a combattere dopo quello che è successo a Manchester contro vittime innocenti”. Mattarella: grazie per paziente ricerca consenso. Sul terrorismo le risposte siano ambiziose “Nel rinnovarvi il benvenuto a Taormina, e in Italia, desidero esprimere il mio apprezzamento per l’impegno significativo di questo foro nell’affrontare le prove difficili che abbiamo di fronte a noi, attraverso un’opera di paziente e tenace aggregazione di consenso sui temi più complessi”. Così il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, si è rivolto ai leader del G7 nel brindisi prima della cena all’hotel Timeo a Taormina. Poi: “Siamo nel tempo dell’urgenza – di una estrema urgenza – per affrontare le prove e le minacce che abbiamo di fronte” per fornire “soluzioni concrete e sostenibili”, dice Mattarella, aggiungendo che “risposte ambiziose dobbiamo ai nostri cittadini di fronte al terrorismo che ancora una volta in questi giorni ha compiuto orribili stragi”.