Occupazione femminile in Cina: i dati della disuguaglianza

L’economia cinese è una delle più grandi realtà del XXI secolo. La Cina oggi si presenta come la seconda economia mondiale dopo gli Stati Uniti e prima di Giappone e Germania. La sua crescita economica è la più veloce al mondo e, pur contribuendo allo sviluppo economico complessivo a livello internazionale, essa ha provocato negli ultimi anni un inasprimento delle differenze di genere in ambito lavorativo.
Prima delle riforme del 1979, nella pianificazione della distribuzione del lavoro da parte dello Stato si evidenziava una sostanziale parità di impiego maschile e femminile, senza grandi differenze tra campagna e  città. Negli anni successivi la situazione dell’occupazione femminile ha assunto degli aspetti complessi e contraddittori. Si è assistito a un crescente gender gap in ogni settore lavorativo, con una notevole differenza nella retribuzione e nel collocamento delle donne, soprattutto nei segmenti più bassi delle aree di impiego.
Nel 2004 le donne costituivano il 44% della forza lavoro dell’intero paese, con il 60% di impiegate nell’agricoltura (il 9,4% in più degli uomini). Nel 2017 il tasso di occupazione femminile si è attestato al 60,4% (nel Regno Unito e negli Stati Uniti il dato è rispettivamente pari al 54,1% e al 53%, in Giappone al 47,7%, in India al 25,9%), ma sarebbe sbagliato pensare a un miglioramento delle condizioni di vita o del posizionamento delle lavoratrici. Le percentuali d’impiego in lavori poco qualificati, precari e sottopagati è del 20,8%, contro il 14,1% degli uomini.
Il censimento del 2010 mostra un tasso di impiego in declino a partire dal 1990 con l’84,3%, proseguendo con un 78% nel 2000, e giungendo infine al 71% nel 2010.
Queste statistiche rilevate dalla All China Women’s Federation, una organizzazione per la tutela dei diritti delle donne, dimostrano come la liberalizzazione del mercato del lavoro ha acuito gli effetti discriminatori a danno delle lavoratrici così come la scarsa rappresentanza femminile al governo.
Inoltre va preso in considerazione l’indebolimento delle politiche woman friendly attuate negli anni 90 in cui non è stato implementato un sistema di assistenza per le donne lavoratrici e un supporto socio sanitario per la prima infanzia. In questo sistema sono frequenti episodi di discriminazione già al momento dell’assunzione e minore tutela durante il periodo lavorativo. Ad acuire questa non rosea situazione, vi sono ingenti differenze salariali: le donne guadagnano il 35% in meno rispetto ai colleghi. Ciò porta la Cina a classificarsi al 91esimo posto su 145 nel ranking del World Economic Forum.
Risulta evidente che nella Cina dell’armonia sociale di Xi Jinping il potere politico delle donne, e anche quello economico, non sembrano partecipare allo sviluppo massiccio, a differenza di quanto viene rappresentato nelle statistiche internazionali.
Le lavoratrici sono sempre più richieste nel settore dei servizi e nei lavori informali in fabbrica ma hanno tutele sociali sempre più ridotte.  Per contro nel settore del management di alto livello si distingue una certa presenza femminile. È il caso di alcune manager di fama internazionale come Zhang Xin co-fondatrice di Soho China. La presenza è ben visibile in quanto limitata a poche realtà, ma questo purtroppo non si discosta dalla media dei Paesi occidentali.
Va ricordato però che nonostante i dati poco incoraggianti, sempre più donne conseguono lauree di secondo livello, come ricorda China startup outlook 2017: “su 7,3 milioni di laureati l’anno, più della metà sono donne.” E nel 2014 la Cina ha registrato il più alto numero di GMATs femminili ben il 65%  delle cinesi hanno sostenuto l’esame, richiesto dalla maggior parte delle Business School come criterio di ammissione per MBA e Masters. 




EUROPA – 470 migranti morti in mare. Nawal Soufi: “La Guardia Costiera non ha interpreti”

Dall’inizio dell’anno, circa 470 persone hanno perso la vita o sono scomparse nel Mediterraneo durante i viaggi della speranza verso l’Europa, lo rende noto l’Alto commissariato Onu per i rifugiati Unhcr, sottolineando anche che nello stesso periodo dello scorso anno le vittime furono 15.

Oltre a denunciare la strage, l’organizzazione delle Nazioni Unite ha inviato all’Unione europea una serie di proposte per affrontare il problema delle migliaia di migranti e rifugiati che cercano di raggiungere il Vecchio continente. Tra le iniziative da assumere secondo l’Unhcr, l’istituzione di “un’importante operazione di ricerca e soccorso europea nel Mediterraneo simile all’operazione Mare Nostrum”, la realizzazione di “un sistema europeo per compensare le perdite economiche subite dalle compagnie di navigazione coinvolte nel salvataggio in mare”, un meccanismo di equa distribuzione dei rifugiati siriani. L’Unhcr sollecita inoltre l’Unione Europea affinché esplori soluzioni per affrontare le difficoltà in cui incorrono i rifugiati una volta arrivati in Europa, assicurando loro un sostegno adeguato ed evitando che alcuni Paesi debbano assumersi la responsabilità in modo preponderante.

“Stiamo proponendo all’Unione Europea e ai Paesi che ne fanno parte una serie di soluzioni coraggiose e innovative per affrontare le sfide connesse alla gestione dei flussi migratori misti nel Mediterraneo e ridurre il numero di persone che perdono la vita in mare – ha dichiarato Vincent Cochetel, Direttore del Bureau Unhcr per l’Europa – Il mantenimento dello status quo non è un’opzione praticabile. Non agire di fronte a queste sfide comporta solamente la morte di altre persone.”

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Nelle photo, Nawal Soufi, “Lady Sos”, come l’hanno soprannominata i siriani. Perché quando si trovano alla deriva, su un mercantile lasciato senza equipaggio, quando non rimane che disperazione e paura sanno che c’è un numero “d’emergenza” sempre attivo, il suo. Nawal avverte la Guardia Costiera fornendo ai militari le coordinate della posizione dell’imbarcazione. Poi corre al porto ad accoglierli, fornisce loro cibo, acqua, vestiti, pannolini per bambini, contatti utili. Lo fa da quasi due anni, gratis, spinta da una passione incondizionata, che si riassume in questa risposta: “È il cuore che mi paga”.

È stata lei a segnalare l’arrivo di tutti i 13 cargo lanciati contro le coste italiane dagli scafisti, dal 28 settembre a oggi. “In quattro casi mi avevano detto di essere stati abbandonati. Con il Blue Sky M (intercettato il 30 dicembre con quasi 800 migranti a bordo), mi arrivò questo sms: “Abbiamo problemi a guidare il mercantile, non abbiamo controllo”. “Tutti hanno il mio numero, ne ho salvati a migliaia”.

Durante l’incontro pubblico organizzato dall’associazione “Donne musulmane d’Italia” nel Palazzo della Gran Guardia  di Verona, in occasione della Giornata internazionale della Donna, per condannare tutte le forme di estremismo, di terrorismo ed esprimere la propria preoccupazione di fronte all’ondata di gravi episodi di islamofobia che sta attraversando l’Europa in questi ultimi mesi, soprattutto dopo l’attentato presso la sede della rivista francese Charlie Hebdo, Newal Soufi ha denunciato la mancanza di mezzi di soccorso adeguati ad accogliere le imbarcazioni. “In Sicilia – ha detto – la Guardia Costiera non ha interpreti per dialogare con i profughi. Per passione mi sono messa a studiare tutti i dialetti del mondo arabo, per questo capita anche che la Guardia costiera mi faccia partecipare a telefonate di gruppo con i migranti. Mi tocca anche salvarli dallo sfruttamento di chi li trasporta a caro prezzo nel Nord Europa senza dire loro che esistono  treni e biglietti a basso costo”.

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“Atom for peace”. Sarà vero?

«Meglio non avere un accordo che un cattivo accordo», ha proclamato  la Guida Suprema Ali Khamenei, riecheggiando le parole del premier israeliano Benjamin Netanyahu, ostinato avversario dell’intesa di Losanna.

In sincronia con il presidente iraniano Hassan Rohani, Khamenei si è detto molto irritato perché l’Iran vorrebbe la revoca immediata delle sanzioni e non graduale, agganciata alle ispezioni dell’Aiea come nelle intenzioni dichiarate dal Cinque più Uno. Le sanzioni, secondo Teheran, devono essere cancellate il giorno stesso dell’accordo definitivo previsto entro il 30 giugno. La leadership iraniana sembra pretenziosa e intrattabile.

Il leader, in un intervento trasmesso dalla tv di Stato in occasione della Giornata nazionale della tecnologia nucleare, ha spiegato: “Vogliamo un accordo vantaggioso per tutte le parti coinvolte nei colloqui sul nucleare” e ha aggiunto: “Il presidente Usa, Barack Obama, ha riconosciuto che il popolo iraniano non si arrenderà a sopraffazioni, sanzioni e minacce, e questo fatto è una conquista” da parte della Repubblica islamica in sede di negoziati sul nucleare con le potenze mondiali.

Avere reattori civili in Iran non è come mettere il cartello “Zona denuclearizzata” all’ingresso delle nostre città di provincia, testimonianza di un grande impegno pacifista per un mondo libero da armi atomiche durato sino agli anni Ottanta.

Per Barack Obama la situazione si complica, il presidente degli USA dovrebbe pensare a un piano B, lo scenario è  mutato da  quando,  nel 1954,  Eisenhower approvò ufficialmente il progetto “Atom for Peace” al fine di agevolare l’introduzione dell’energia nucleare in applicazioni civili e per la produzione di energia elettrica, e trovare un punto di equilibrio diventa più difficile.

In Medio Oriente le trattative sono complesse e anche le parole hanno un significato diverso: l’Iran dei persiani è in guerra, le milizie sciite combattono in Iraq e in Siria contro il Califfato sunnita e i suoi alleati, da Al Qaeda alle monarchie arabe del Golfo, alla Turchia. Nello Yemen, Teheran è ai ferri corti con l’Arabia Saudita, in un conflitto dai connotati sempre più settari e inconciliabili, in cui si è arrivati a schierare navi da guerra nello Stretto di Bab el Mandeb, “la Porta delle lacrime”.

E la parola nucleare è legata più alla parola guerra che al termine energia, come vogliono invece  far credere.

Neanche la CIA sa esattamente quante testate nucleari abbia Israele (che si rifiuta categoricamente di dare spiegazioni in merito) ma la stima migliore ne accredita 80 a Tel Aviv, con plutonio sufficiente per arrivare fino a 200. Solo nel 1998 l’odierno presidente Shimon Peres rivelò che gli esperimenti israeliani sul nucleare erano cominciati già negli anni Cinquanta. Israele disporrebbe di unità terrestri, aeree e sottomarine, per il lancio dei missili.

Mentre l’Iran, per quanto accusato da Israele di essere a un passo dall’ottenere un ordigno nucleare, non ha ancora  un armamento.

L’Iran di oggi come quello dello Shah Mohammed Reza Palhevi, allora alleato di Washington, ambisce a essere una potenza nel Golfo. I suoi avversari arabi fanno di tutto per impedirlo e non esitano ad allearsi con Al Qaeda e il Califfato per raggiungere lo scopo. In questo conflitto, interno all’Islam, ma con implicazioni globali, gli Stati Uniti e l’Europa sono in posizione contraddittoria: combattono lo Stato Islamico, ormai penetrato a Damasco, e allo stesso tempo dichiarano di sostenere i sauditi nello Yemen e fanno affari con le petromonarchie che appoggiano i movimenti più radicali e terroristi.

In un colloquio a Teheran di qualche tempo fa, Shariatmadari, che perse un braccio nelle prigioni dello Shah e a sua volta torturava i prigionieri politici nel carcere di Evin, fu esplicito: «Sono gli americani che devono fare la pace con noi, non noi con loro».

Khamenei parla all’Iran  e alla comunità internazionale occidentale e araba. Deve accontentare l’ala estremista della rivoluzione islamica contraria all’accordo di Losanna.

In cima alla lista dei Paesi che possiedono armi nucleari ci sono gli Stati Uniti,che hanno condotto più test, dispongono di 7.650 testate, di cui 2.150 attive e così distribuite: 500 testate terrestri, 1.150 assegnate ai sottomarini nucleari e 300 pronte per essere montate sugli aerei. Inoltre, nell’alveo del programma di condivisione nucleare della NATO, la CIA riferisce di altre 200 bombe termonucleari (B61 a gravità) schierate in cinque Paesi NATO: Belgio, Germania, Italia, Paesi Bassi e Turchia.

La Russia dispone di 8.420 testate nucleari, di cui 1.720 attive. Gli effetti delle sperimentazioni atomiche sovietiche sono ancora oggi evidenti in molte aree dove furono condotti i test. Nell’odierno Kazakhstan, ad esempio, tra il 1949 e il 1989 il sito di Semipalatinsk fu teatro di ben 456 esplosioni termonucleari. Inutile dire che quell’area è estremamente radioattiva, per un raggio di almeno 80 km, tale che intere comunità e villaggi, ancorché distanti, portano addosso i segni indelebili di quegli esperimenti, che si sostanziano in deformazioni, leucemie e malattie ereditarie.

La Cina si ha iniziato a produrre  armi nucleari  dal 1950, dopo che gli Stati Uniti intrapresero esperimenti nucleari nel Pacifico (proprio durante la guerra tra le due Coree). Il primo test di successo con un ordigno nucleare è targato 1964, cui seguì la prima prova termonucleare due anni e mezzo più tardi (il più breve tempo tra fissione e fusione le prove di tutte le potenze nucleari). Oggi si suppone che la Cina abbia circa 140 testate terrestri e 40 assegnate per gli aerei. La CIA, che ne ha stimate 240 in totale, ritiene che le restanti testate siano conservate per un futuro impiego in un sottomarino nucleare, che oggi non possiede.

La Francia, dopo USA e Russia, è la terza potenza nucleare al mondo, anche se dispone di “sole” 300 testate, 250 delle quali assegnate a sottomarini nucleari e le restanti 50 pensate per attacchi aerei. Nel 1996, sotto la presidenza Chirac, ha smantellato tutte le testate terrestri.

Il Regno Unito ha condiviso con gli americani il “Progetto Manhattan”, padre di tutte le sperimentazioni nucleari, sviluppando poi un proprio personale programma (pur condividendo oltre la metà dei test con gli USA). Oggi dispone di 160 ordigni operativi, esclusivamente per uso sottomarino.

Pakistan e India dispongono entrambe di circa 100 testate (90/110). Islamabad decise di avviare un proprio programma nucleare nel 1972, in seguito alla guerra con l’India, sperimentando test sotterranei (nel distretto di Chagai, vicino al confine con l’Iran) e oggi dispone di missili nucleari terrestri e aerei. L’India, di converso, ha prodotto armi nucleari proprie dopo i test nucleari della Cina a metà degli anni Sessanta, testando i propri ordigni dal 1974 al 1998. Dispone di missili nucleari aerei e terrestri e da anni cerca di allargare il programma nucleare alle forze marine.

La Corea del Nord, secondo le stime della CIA, avrebbe meno di 10 testate nucleari che ha sperimentato in tre occasioni (2006, 2009 e 2013), fatto che ha comportato per Pyongyang dure reazioni della comunità internazionale e nuove sanzioni economiche. Tuttavia, la minaccia nucleare nordcoreana, particolarmente contro Corea del Sud e Stati Uniti, è poco più che un bluff. Infatti, anche se la Corea ha condotto tre test nucleari sotterranei ed effettuato test missilistici balistici, e nonostante la certezza che gli scienziati nordcoreani abbiano separato abbastanza plutonio per le 10 testate di cui sopra, non è confermato che Pyongyang sia davvero in grado di armare i missili e lanciarli, non disponendo né di sottomarini né di aerei in grado di condurre un efficace attacco dal cielo.

Mutatis mutandis, anche la politica energetica internazionale è stata modificata.

Nonostante i dati favorevoli al nucleare (soprattutto in Francia), secondo l’IAEA (International Atomic Energy Agency) il peso dell’energia nucleare rispetto alle altre fonti di energia era destinato a ridursi entro il 2020. Questa previsione è datata 2004 ed è  stata smentita dagli ultimi eventi della politica energetica internazionale. L’affermazione e l’ascesa di nuovi paesi sullo scacchiere mondiale (es. Cina e India) e la conseguente crescita della domanda di energia mondiale ha spinto alla cantierizzazione di nuovi reattori nucleari. In Asia sono attualmente in cantiere almeno 15 nuove centrali nucleari (Cina, Corea del Sud, India e Taiwan). La situazione in Europa  merita invece un livello di approfondimento maggiore. L’assenza di investimenti nella costruzione di nuove centrali nucleari in Europa negli anni ’90 è un dato di fatto. La Finlandia è stato l’unico paese europeo ad avere messo in cantiere nell’ultimo decennio del ‘900 la costruzione di una nuova centrale nucleare (centrale di Olkiluoto, attiva entro il 2010).

L’approccio nei confronti del nucleare da parte dei paesi europei è radicalmente mutato nel corso del primo decennio degli anni duemila. L’effetto serra e il caro petrolio hanno fatto riavvicinare all’energia nucleare anche i paesi occidentali più scettici. Agli inizi degli anni duemila molti paesi europei nuclearizzati (Svezia, Germania, Olanda e Belgio) avevano deciso di non sostituire le attuali centrali nucleari al termine del loro ciclo produttivo.

L’acuirsi del problema ambientale e le cicliche crisi del petrolio e del gas hanno però rimesso in discussione il destino del nucleare in Europa. La politica prevalente in questi ultimi anni tende a prolungare la vita delle centrali nucleari europea, in attesa di una possibile risposta ai problemi del nucleare da parte della ricerca scientifica. Prevale pertanto una politica di attesa.

Sono circa 440 i reattori nucleari attivi nel mondo. I paesi con maggiore presenza di reattori nucleari sono i seguenti: USA (1049), Francia (59) e Giappone (53).




ITALIA – La “Buona scuola” in seconda lettura al Senato. Continuano le proteste

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La battaglia continua: Gilda e Anief chiedono  un decreto legge sulle assunzioni degli insegnanti precari, mentre nelle piazze di tutta Italia si organizzano sit-in di protesta. “Uscite di casa con una maglia o un foulard rossi e con il vostro libro preferito in mano”, dicevano le ultime istruzioni lanciate sui social e diffuse attraverso sms, viber e whatsapp –
recatevi nella piazza prestabilita e aspettate che le gente si raduni. Alle 19:20- 19:30 disponetevi in file orizzontali parallele non troppo strette o troppo lunghe, oppure a scacchiera, come un esercito della conoscenza.  Ci disporremo in cerchio per evitare similitudini con le sentinelle in piedi.  Alle 19:35 – 19:40 tutti leggano contemporaneamente ad alta voce un passo del proprio libro, in modo da creare un momento suggestivo.  Alle 19:45 – 19:50 rimanete immobili e in silenzio con il libro stretto al  cuore, in una posa simbolica. Alle 19:55 si sciolgano le fila ordinatamente”.

Eccoli i lavoratori della conoscenza, non solo precari, in lotta contro l’ignoranza e l’opportunismo di chi vuole distruggere la Scuola pubblica, contro le parole distorte di chi sa di poter utilizzare i mezzi di comunicazione di massa per  offuscare le menti. “Buona Scuola” perchè? Perchè quella proposta sarà effettivamente migliore di quella che c’è adesso?

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Nelle piazze della penisola italiana, in questi giorni, si discute e si danno indicazioni operative per  l´adesione allo sciopero proclamato da FLC Cgil, CISL scuola, UIL scuola, SNALS e GILDA,  in concomitanza  degli scrutini.

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Intanto, la commissione Istruzione e cultura di Palazzo Madama, riunitasi a margine degli interventi dei rappresentanti delle organizzazioni sindacali di categoria, ha dato  il via alla discussione generale sulla “Buona scuola” di Renzi e Giannini con gli interventi dei  relatori, Francesca Puglisi (Partito democratico) e Franco Conte (Area popolare).

La seduta è durata circa un’ora. I lavori in commissione al Senato, che dovrà approvare il disegno di legge in seconda lettura, riprenderanno la prossima settimana (mercoledì 3 giugno). I sindacati e le associazioni di categoria continuano a protestare temendo peraltro che possano slittare le prime assunzioni di docenti previste già a settembre, mentre i partiti e i gruppi parlamentari continuano a chiedere modifiche che in parte sono già state attuate alla Camera rispetto al testo originario e altre dovrebbero essere apportate al Senato. “Il governo si fermi, non può ignorare il dissenso”, incalzano i parlamentari del Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo componenti delle commissioni Cultura di Camera e Senato. “Il nostro compito – ha detto la relatrice del ddl Francesca Puglisi – è quello di lavorare per continuare a migliorare il testo sciogliendo – ha sottolineato – alcuni dubbi ancora presenti”.

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Ma c’è chi almeno sulle assunzioni insiste per un decreto legge d’urgenza. “Diamoci un tempo giusto – ha detto uno dei rappresentanti di Gilda ascoltati nel ciclo di audizioni, rispondendo alle domande al Senato sul ddl Buona Scuola – per parlare della riforma e presentare un decreto sull’assunzione del precariato”. Oltre allo stralcio delle assunzioni dal ddl viene chiesta anche l’eliminazione della nuova norma sulla “chiamata diretta”. Dello stesso avviso è l’Anief. “Il ddl sulla scuola – ha detto Marcello Pacifico, presidente Anief, in audizione congiunta della commissione Cultura e Istruzione di Montecitorio e Palazzo Madama – va obbligatoriamente rivisto. Tutti i precari – ha proseguito il sindacalista – devono essere assunti subito dallo Stato e non possono essere selezionati – ha sottolineato – da un preside manager di ogni istituto”.

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Nella foto, a sinistra, di fronte agli insegnanti in protesta, il preside del liceo scientifico A. Messedaglia di Verona, favorevole all’azione di sensibilizzazione davanti al teatro Ristori.




IRAQ – L’Isis uccide anche Muath al Kasasbeh. Nelle loro mani resta l’ultimo ostaggio

Un uomo rinchiuso in una gabbia, un altro con in mano una torcia lo guarda in lontananza. Vi assicuro che nonostante il video sia stato girato da un professionista, il quale con occhio cinico ha ripreso da ogni angolatura la scena, calcolando anche altre variabili, quali luce e profondità, non state assistendo ad una parte del film “Saw”, ma all’esecuzione di un uomo, per la precisione di Muath al Kasasbeh, il pilota ostaggio dei miliziani dell’Isis. Il messaggio fuga ogni dubbio dall’animo di chi ha visionato il filmato, perché l’intento dei jihadisti è proprio quello di mostrare al mondo intero cosa sia il “terrore”. Ricordo d’aver visto in un articolo sul web la foto della moglie del pilota che fu scattata durante l’ultima manifestazione organizzata nel tentativo di convincere i miliziani a rilasciarlo, nei suoi occhi si leggeva il terrore di una donna che sapeva di non avere più la possibilità di riabbracciare suo marito. Quale sarà la loro prossima mossa, nessuno può saperlo, nelle loro mani rimane solo un ostaggio, ossia una cooperante americana rapita in Siria nell’agosto del 2013. Resta la delusione in chi ha creduto che il pilota potesse essere liberato in cambio della scarcerazione della jihadista Sajida al-Rishawi, detenuta nelle carceri giordane , per aver partecipato assieme a suo marito ad un attentato kamikaze nella capitale Amman, costato la vita a 60 persone. Non riuscì ad innescare l’ordigno contenuto nel giubbotto esplosivo che indossava e cercò di scappare, ma fu individuata e catturata dalla polizia. In seguito fu condannata a morte e i miliziani chiesero la sua scarcerazione in cambio della liberazione di Muath al Kasasbeh, ma in realtà si trattava solo di un becero inganno, perché l’esecuzione del pilota era avvenuta il 3 gennaio. Il Governo Giordano, che avrebbe dovuto essere esempio di civiltà, ha risposto all’esecuzione di Muath seguendo le regole della legge del taglione: il giorno dopo la terrorista è stata impiccata. Violenza che genera violenza, l’essere umano sembra essersi spogliato del suo essere “civile” involvendosi in bestia da combattimento. L’Isis non si fermerà, continuerà nella sua guerra continuando a diffondere video pregni di terrore nel web, ma se tutti evitassimo di guardare questi filmati, probabilmente li renderemmo più deboli.

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EUROPA – Profughi: interviene l’Ue. Scontri a Mantova e in Germania, tragedia in Austria

Slogan minacciosi, offese reciproche, tensione che si taglia con il coltello. Finché non arrivano anche le botte: qualche pugno dei manifestanti di estrema destra colpisce gli agenti della polizia e questi, per tenere i neofascisti a distanza, alzano i manganelli e li fanno indietreggiare.

Da una parte circa 150 manifestanti scesi in piazza Sant’Isidoro per dire no all’accoglienza dei profughi ospitati all’ex hotel Maragò, dall’altra una quarantina di esponenti di associazioni di sinistra (La Boje, Mantova Antifascista). In mezzo gli agenti della polizia in tenuta antisommossa. Fuori dal palcoscenico della serata di violenza  sono rimasti loro, i profughi: un convitato di pietra attorno al quale si è sviluppata una serata che la città non è certo abituata a vivere.
La questura aveva autorizzato entrambe le manifestazioni ma con un veto preciso: nessun contatto tra i due gruppi né, naturalmente, tra i neofascisti e la struttura che ospita i migranti. Ma che non tirasse una buona aria si era capito già quando, in favore di telecamera, erano partiti i primi slogan da destra. In piazza – al di là del sedicente comitato apartitico per “Mantova ai virgiliani” – esponenti di Fronte Skinheads e Forza Nuova, guidati dal coordinatore del Nord Luca Castellini, e più di una voce che inneggiava al leader della Lega Nord, Matteo Salvini. Gruppi che, lo avrebbero spiegato loro stessi nel corso della serata, muovono soprattutto da Brescia e Verona e si spostano di città in città per protestare contro l’accoglienza dei profughi.

Poco dopo le 21 il momento di maggior tensione. I neofascisti hanno provato a superare il limite imposto dalla questura per procedere lungo via Stazione: in quella direzione avrebbero incontrato prima l’hotel dei profughi e poi, poco oltre, il presidio di La Boje. Quando si sono frapposti, alcuni agenti sono stati colpiti: inevitabile a quel punto la reazione della polizia che ha colpito i manifestanti con una rapida serie di manganellate. Non una carica prolungata o particolarmente violenta, ma sufficiente a far arretrare i manifestanti (uno dei quali, riferiscono, sarebbe rimasto ferito alla testa). Una notizia però non confermata. «Vogliamo andare dal titolare dell’hotel e dirgli che è un pezzo di m… – dicono alla cronista della Gazzetta – perché si arricchisce con i soldi dell’accoglienza dei profughi, con i soldi degli italiani».
All’inizio della serata era presente anche Luca De Marchi, consigliere comunale ex leghista. Che poi, visto il tenore della manifestazione, se n’è andato. I neofascisti lo hanno accusato di codardia, ma lui prende nettamente le distanze: «Io sono un uomo delle istituzioni: se la questura dice di rimanere in piazza Sant’Isidoro, io non vado oltre. Sono rimasto lì con il mio popolo, fatto di gente comune che i profughi non li vuole ma che non si scontra con la polizia. Sono volati pugni e manganellate? È una roba penosa che Mantova non merita».
Sempre a distanza la quarantina di simpatizzanti di La Boje e Mantova Antifascista: «Questi neofascisti replicano lo stesso schema in tutte le città in cui vanno – attacca Enrico Lancerotto di La Boje – provano a convogliare la rabbia della gente contro delle persone che hanno la sola colpa di scappare dalle guerre».

Angela Merkel bacchetta Italia e Grecia sull’emergenza profughi: i centri di registrazione dei profughi nei due Paesi vanno realizzati rapidamente, entro l’anno. Parigi e Berlino ritengono che, nell’emergenza attuale, i ritardi siano inaccettabili. Anche sulla gestione dei profughi, una situazione «straordinaria» in cui si trova l’Europa, Angela Merkel e François Hollande hanno accordato le voci, lanciando a Berlino un documento di lavoro comune, affidato ai reciproci ministri dell’Interno. Oltre a un richiamo all’unisono ai Paesi membri che non rispettano la piena comune applicazione del diritto d’asilo in Europa. La bilaterale col presidente francese ha preceduto di poco un incontro a tre con il presidente ucraino Petro Poroshenko sulla situazione nell’Est del Paese per rilanciare gli accordi di Minsk.

Merkel e Hollande hanno chiesto, incontrando la stampa in un primo momento da soli, che la Commissione europea «prema sui Paesi che non rispettano le condizioni del diritto d’asilo, per fare in modo che finalmente si verifichi». «Si tratta della registrazione, degli standard minimi dei centri di accoglienza e degli standard minimi sulle forniture sanitarie», ha puntualizzato la cancelliera. Poi il passaggio che riguarda Roma e Atene: «I capi di governo hanno stabilito che vengano allestiti dei centri di registrazione nei Paesi colpiti dai primi arrivi, come la Grecia e l’Italia, mettendo a disposizione personale comune. Questi centri devono essere fatti velocemente, entro l’anno. Ritardi non possono essere accettati», ha avvertito la cancelliera.
Le ha fatto subito eco Hollande, che ha rivendicato «un’accelerazione» su questo fronte. «È indispensabile» – ha insistito a sua volta il presidente- «che questi centri vengano realizzati, per registrare chi arriva sulle nostre coste e che qui si prendano le doverose decisioni su quelli che hanno diritto e quelli che non possono essere accettati». L’inquilino dell’Eliseo ha poi ribadito l’allarme generale che vive il continente, alle prese con una sfida «molto difficile»: «Ci sono volte in cui l’Europa si trova di fronte a situazioni straordinarie. Questa è una situazione straordinaria», ha affermato, e «nessun Paese può risolvere da solo» il problema. Serve una stretta cooperazione europea. È Stata invece Merkel a ricordare che nell’Ue la «distribuzione (dei profughi) non è ancora equa».
TUMULTI IN GERMANIA – Gli ammonimenti arrivano a ridosso di un week-end difficilissimo in Germania, dove si sono verificati gravi tumulti in Sassonia, con 30 agenti feriti e panico fra i rifugiati. Merkel è alle prese con i numeri inattesi dei richiedenti asilo nel suo Paese – oltre 800 mila quelli stimati per il 2015, il doppio della cifra calcolata fino a qualche giorno fa – e l’insofferenza di frange di popolazione innescate dai populisti anti-immigrati di Pegida e dagli estremisti di destra.

BUDAPEST – Tragedia dell’immigrazione in Austria: da 20 a 50 rifugiati sono stati trovati morti in un tir abbandonato lungo l’autostrada orientale A4 tra il Burgenland Neusiedl e Parndorf. I migranti sarebbero rimasti asfissiati nel cassone. L’episodio arriva dopo l’ennesima strage nel Canale di Sicilia: ieri sono state trovate morte 51 persone su un’imbarcazione diretta dalla Libia all’Italia e nello stesso giorno in cui un nuovo dramma si concretizza in mare, con numerose vittime per un naufragio al largo delle coste nordafricane.

In una conferenza stampa, gli inquirenti austriaci hanno spiegato che c’è il sospetto che i profughi fossero morti già da un giorno e mezzo o due. Sarebbero morti prima di varcare il confine tra Ungheria e Austria. Il camion era fermo su una piazzola d’emergenza sull’autostrada orientale A4, tra le città di Neusiedl e Parndorf. Alla guida non c’era nessuno. La polizia sta dando la caccia al conducente del veicolo, del quale non si ha alcun indizio. Il camion ha richiamato l’attenzione degli agenti perchè da varie ore era fermo. Il capo di Gabinetto del premier ungherese Viktor Orban ha fatto sapere che la targa del veicolo è ungherese, intestata ad un cittadino romeno. La polizia ungherese sta lavorando con le autorità austriache per scoprire che cosa sia accaduto e chi sia responsabile dei decessi dei migranti.

Appello all’unità dalla Ue –  a Vienna i leader europei erano riuniti per un vertice sui Balcani occidentali. E in serata la cancelliera tedesca Angela Merkel ha annunciato: “Abbiamo raggiunto con Italia e Grecia l’accordo sul fatto che i cosiddetti centri di registrazione o Hot Spots debbano essere allestiti entro la fine dell’anno”. Merkel ha anche detto che “Italia e Grecia potranno accettare centri del genere, soltanto se altri Paesi sono pronti ad accogliere la loro quota di asilanti.

Da parte della Commissione Ue, nel pomeriggio, era arrivato un appello all’unità, davanti alla tragedia austriaca. In una nota si invocano “azioni comuni e solidarietà tra tutti”: “C’è la necessità urgente che tutti gli Stati membri sostengano le proposte avanzate dalla Commissione, anche chi sinora è stato riluttante”. Si sottolinea inoltre come ci si trovi di fronte “non a una crisi italiana, greca, franco-tedesca ungherese, ma europea”.

Il ministro dell’Interno austriaco, Johanna Mikl-Leitner, ha chiesto all’Ue di istituire subito dei centri di accoglienza sui confini dell’Unione europea “per permettere il trasferimento in sicurezza di profughi nei 28 stati membri”. Poi ha aggiunto: “Questo è un giorno buio, è necessaria tutta la forza e tolleranza zero contro i trafficanti di esseri umani”.

Il presidente del Consiglio Matteo Renzi ha espresso la propria solidarietà, amicizia e vicinanza al Cancelliere austriaco Werner Faymann di fronte alla drammatica notizia dei morti asfissiati nel camion. “Una morte assurda, che sconvolge la coscienza di ognuno di noi e che sottolinea, una volta di più se ce ne fosse ancora bisogna, la centralità e l’urgenza del tema dell’immigrazione in una Europa dove tornano ad erigersi muri”.

Siamo tutti sconvolti dalla notizia agghiacciante dei profughi morti nel tir. Questo è un ammonimento all’Europa a offrire solidarietà e a trovare soluzioni”, ha affermato la cancelliera tedesca Angela Merkel, per poi aggiungere: “Troveremo il modo di distribuire il carico e le sfide in modo equo”. Poco prima era intervenuto anche il ministro dell’Interno tedesco Thomas De Maiziere che ha ribadito in una conferenza stampa a Berlino “l’urgenza dei centri in Grecia e Italia” da allestire entro la fine di questo anno. Un invito che era arrivato pochi giorni fa anche dalla stessa Merkel e dal presidente francese Francois Hollande.

“Abbiamo un obbligo morale e legale di proteggere i rifugiati” e serve un “approccio europeo” alla gestione della crisi in corso, ha affermato l’Alto rappresentante per la Politica estera dell’Unione europea, Federica Mogherini, che ha rivelato che si sta lavorando a nuove proposte, con l’elaborazione di “una lista comune di Paesi d’origine sicuri e un meccanismo di ricollocazione”.

Record di arrivi in Ungheria. Intanto la rotta balcanica continua ad essere presa d’assalto dai migranti. Le previsioni espresse dall’Unhcr nei giorni scorsi sembrano trovare conferma nella realtà: nelle ultime 24 ore, secondo quanto riferito dalla polizia magiara, tremila migranti (tra cui 700 bambini) hanno raggiunto l’Ungheria. Si tratta del numero maggiore di arrivi in un solo giorno in Ungheria, dove dall’inizio dell’anno sono entrati 140 mila migranti della rotta balcanica, più del doppio rispetto all’intero 2014. Secondo il governo ungherese si potrebbe arrivare alla cifra di 300mila migranti alla fine dell’anno.

Nonostante la decisione di Budapest di erigere la barriera metallica lungo il confine con la Serbia (nei piani del premier Orban dovrebbe essere terminata il 31 agosto) i migranti riescono comunque ad oltrepassare il confine, e per questo le autorità hanno disposto l’invio di ulteriori 2.100 poliziotti alla frontiera, con cani, cavalli e l’appoggio degli elicotteri.

Il partito del premier Viktor Orban intende inoltre chiedere al Parlamento l’autorizzazione all’invio dell’esercito per bloccare l’enorme flusso migratorio. Secondo la polizia tale incremento di arrivi si spiega con il desiderio dei migranti di raggiungere l’Ungheria prima del completamento del muro “difensivo” previsto entro la fine di agosto.

Ieri la polizia ungherese ha lanciato gas lacrimogeni contro i profughi siriani nell’affollato campo d’accoglienza di Roszke, presso la frontiera con la Serbia. Gli scontri sono scoppiati dopo il rifiuto dei migranti di farsi registrare e prendere le impronte digitali, nel timore di essere poi costretti a chiedere asilo a Budapest, mentre il loro obiettivo è raggiungere il nord Europa.

Il grande afflusso di migranti sulla rotta balcanica, iniziato con l’approdo di migliaia di persone sull’isola greca di Kos, ha messo a dura prova Serbia e Macedonia, chiamate a fronteggiare un evento di difficile gestione. Oggi Belgrado e Skopje hanno chiesto un piano d’azione all’Unione Europa per rispondere alla crisi. “A meno che non abbiamo una risposta europea a questa crisi, nessuno si deve illudere che possa essere risolta”, ha detto il ministro degli Esteri macedone, Nikola Poposki, intervenendo al vertice, in corso a Vienna, tra la Ue ed i Paesi balcanici.

La questione dell’immigrazione è ovviamente al centro del “Western Balkans Summit”, secondo vertice del “Processo di Berlino” avviato con la conferenza dello scorso agosto. Vi partecipano capi di Governo e ministri di 6 Paesi dei Balcani Occidentali (Albania, Bosnia-Erzegovina, Kosovo, Macedonia, Montenegro, Serbia), di Germania, Austria, Francia, Italia, Croazia e Slovenia, ed inoltre il presidente della Commissione Ue, l’Alto Rappresentante Ue per gli Affari Esteri e il Commissario UE per l’Allargamento. Per l’Italia è presente il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni.




MOGADISCIO – Rifiuti tossici in cambio di armi? Cosa aveva scoperto di sconvolgente Ilaria Alpi?

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Ventuno anni fa, esattamente il 20 marzo del 1994, Ilaria Alpi, giornalista del Tg3, e l’operatore Miran Hrovatin furono uccisi a Mogadiscio, mentre stavano tornando in Italia con un bagaglio pieno di notizie che avrebbe fatto tremare lo Stato italiano. Cos’avevano scoperto di tanto sconvolgente? Probabilmente la giornalista stava indagando su un traffico di rifiuti tossici ed armi, argomento peraltro trattato in un’intervista da lei fatta al sultano di Bosaso. Di quella lunghissima intervista durata circa tre ore è stata pervenuta solo una piccola parte ovvero venti minuti, la restante pare è sparita nel nulla assieme ai suoi block notes e ad altre videocassette. Resta ancora da chiarire peraltro il motivo che spinse i militari dell’Esercito italiano presenti in Somalia a non recarsi immediatamente sul luogo del delitto, dato che si trovava a circa 800 metri di distanza. Ilaria Alpi dopo l’agguato rimase in vita per quasi un’ora, ma nessun medico fu inviato a prestarle soccorso. Dopo qualche anno lo Stato Italiano cercò di trovare un colpevole o meglio un capro espiatorio per porre fine a questa vicenda e lo trovò, nel 1998, nella persona di Hashi Omar Hassan, condannato all’ergastolo per un crimine mai commesso. Fu accusato da un testimone, Ahmed Ali Rage, meglio noto come Jelle, che accusò Hashi. In seguito il super testimone rivelò che nonostante non fosse presente sul luogo del crimine gli fu chiesto di riconoscersi in una foto che raffigurava i presenti sul luogo del delitto, in cambio di un biglietto di sola andata per l’Italia. Ci sono altri elementi che avvalorano la tesi del depistaggio giudiziario, primo fra questi la mancata effettuazione dell’autopsia sul corpo di Ilaria. La famiglia della Alpi aveva anche richiesto di poter visionare le immagini acquisite da un satellite statunitense al fine di poter comprendere la reale dinamica dell’accaduto, in un primo momento fu comunicato ad essi che, stranamente, in quel giorno si era verificato un guasto al satellite, ma in seguito le immagini furono consegnate al Ministero degli esteri, ma non alla famiglia, in quanto furono ritenute non utili alle indagini da suddetto Ministero. Particolari che rendono ancor più vergognosa questa vicenda. Tutti dovremmo stringerci intorno alla famiglia di Ilaria Alpi e chiedere alla Procura di Roma che giustizia sia fatta! Dopo vent’anni i suoi cari hanno il diritto di capire quale sia il motivo per cui la loro amata figlia sia stata uccisa.

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Giovanissime inventrici ecologiche: dalla pioggia energetica alla degradazione naturale delle plastiche

Sono cresciuta con una mamma che spesso mi regalava anche dei libri: una volta fu capace di trovarne uno in cui la protagonista, scritta a lettere enormi sulla copertina rigida, si chiamava come me! Tutti mi sono stati molto utili e uno lo è stato in particolare, quello nel quale c’erano consigli di bellezza naturali tra cui la raccolta d’acqua piovana usata come detergente per il viso. Ho i miei dubbi che oggi si possa seguire tale consiglio …

1. Reyhan Jamalova

Reyhan Jamalova, una giovane ragazza indiana di 15 anni, però, ha pensato di utilizzare la pioggia per la bellezza del nostro Pianeta: ha trovato, infatti un metodo per produrre energia elettrica in modo rinnovabile e pulito e dalla sua idea è nata la start-up Rainergy. Il dispositivo nella parte superiore ha un secchio che raccoglie l’acqua piovana e la versa in un serbatoio collegato a un generatore attraverso il quale viene fatta scorrere l’acqua per generare energia elettrica, immagazzinata successivamente in una batteria in modo da poterla usare anche quando non piove. 

Per le famiglie dei Paesi particolarmente piovosi come la Malesia, l’India, l’Indonesia e le Filippine, Rainergy potrebbe essere una fonte eccezionale di luce ed energia, tra l’altro, con una produzione di anidride carbonica inferiore rispetto ad altre fonti rinnovabili, anche perché raccogliendo energia dalla pioggia si è in grado di produrre un quantitativo di elettricità pari a 3626 kWh in un anno, quasi sufficienti per il 92% al bisogno di una casa.

2. Miranda Wang

Un altro ‘trattamento di bellezza’ viene da un’altra giovane di origini cinesi, Miranda Wang, che ha trovato il modo per degradare la plastica ottenendo dei prodotti utilizzabili per molte applicazioni. Quindi, dopo i famosi bruchetti ed enzimi mangiaplastica, attraverso un catalizzatore che permette una reazione a pressione atmosferica e a temperature non troppo alte è possibile decomporre la plastica e la società americana da lei cofondata, la BioCellection, ne darà una dimostrazione il prossimo ottobre convertendo in tre mesi 17 tonnellate di rifiuti di plastica in 6 tonnellate di sostanze chimiche di valore.  

… E che bello per la natura!




ITALIA – Il Senato approva la riforma della scuola. Centomila non assunti pronti a chiedere risarcimenti

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Il Senato ha approvato la fiducia al disegno di legge di riforma della scuola. Il voto si è svolto in un clima di contrarietà generale, sia all’interno che all’esterno di Palazzo Madama.

A chiedere il voto dell’aula sul maxi-emendamento presentato dai relatori, Francesca Puglisi del Pd e Franco Conte di Ap, in commissione Istruzione.

Una risicata maggioranza che ha messo sotto ricatto il Parlamento pur di non stralciare il piano straordinario di assunzioni chiesto dall’Unione Europea, a prescindere dalla riforma più contestata della Repubblica italiana.

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L’adozione delle nuove norme porterà le scuole italiane indietro di decenni, sottraendo la libertà di insegnamento e trasformando gli istituti scolastici in prototipi di aziende. Perché con questa riforma i presidi sceglieranno il personale   a loro discrezione dagli albi territoriali non graduati.

Altri 70mila insegnanti, ma forse anche 100mila, non assunti, sono già pronti a chiedere congrui risarcimenti al tribunale civile di Roma, citando la Presidenza del Consiglio per la violazione della norma comunitaria che impone la stabilizzazione del personale precario di lungo corso. E questa volta per il sottosegretario all’istruzione, Davide Faraone, non ci saranno rievocazioni nostalgiche che tengano, dopo quella rilasciata in un articolo su “La Stampa”,  elogio sperticato delle occupazioni scolastiche come “lotta all’apatia”. L’apatia non si capisce bene di chi, se dei professori che si ostinano a “occupare” la cattedra o degli studenti che siedono di fronte.

“Io ho maturato la mia voglia di fare politica, proprio durante un’occupazione” (punteggiatura faraonica, ovviamente). E chissà quanti sono diventati leader politici o anche leader d’azienda “durante un’occupazione studentesca. Anche in questi contesti si seleziona la classe dirigente”, ha concluso. E i fatti confermano la sua provenienza. Con la sua riforma nelle scuole si creerà un caos senza precedenti.

Anche per il ritorno in classe dei vicepresidi. Con un periodo di interregno, che nella migliore delle ipotesi terminerà in autunno, durante il quale migliaia di dirigenti scolastici rimarranno privi di vicario, in attesa che si materializzi l’organico dell’autonomia richiesto dai collegi dei docenti solo con l’inizio del nuovo anno scolastico.

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Purtroppo la lista delle brutte notizie, collegate all’approvazione del ddl, è davvero lunga e riguarda pure il reclutamento: all’assurda esclusione dalle assunzioni degli abilitati dopo il 2011, che diventa illegittima per quelli che hanno svolto più di 36 mesi di servizio, si aggiunge la beffa per tutti gli abilitati laureati, che per i prossimi cinque anni non potranno partecipare alle nuove selezioni, né insegnare più nelle scuole statali.

Con il maxi-emendamento, arriva poi l’originalissimo comitato di valutazione dei docenti, che dovrà assegnare i fondi del merito distribuiti dall’amministrazione centrale ad ogni istituto: questo organismo, che nessun Paese europeo detiene con questo genere di componenti, prevede che degli studenti, anche quindicenni, stabiliscano non solo i criteri per valutare il merito dei docenti, con l’ultima parola comunque del dirigente-manager, ma anche che valutino l’insegnante nell’anno di prova.

“Chi continua a non comprendere i perché delle forti proteste tenute oggi davanti e fuori il Senato, durante la discussione del provvedimento, ha una visione della scuola miope e antidemocratica – commenta Marcello Pacifico, presidente Anief, segretario organizzativo Confedir e confederale Cisal –  noi, come sindacato, che opera in difesa dei lavoratori e di chi vive la scuola ogni giorno, non possiamo accettare queste imposizioni, che non dovrebbero appartenere a un paese democratico quale è l’Italia. Abbiamo già predisposto la macchina organizzativa per portare dinanzi al tribunale civile di Roma la Presidenza del Consiglio italiano”.

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Riportiamo in sei punti cosa cambierà con le modifiche del maxi-emendamento votato  al Senato, che passerà il 7 luglio alla Camera:

1 – Saranno 100.700 i precari assunti nella scuola dal prossimo 1 settembre. Entreranno subito: i 99mila delle graduatorie di I fascia (Gae) e i vincitori residui del concorso del 2012 (1.700). 45mila otterranno la cattedra subito, entro il 15 settembre e altri 55mila saranno chiamati nel corso dell’anno scolastico. Restano fuori: gli idonei del concorso del 2012 (8.300), gli abilitati di seconda fascia non inseriti delle Gae (130mila in tutto divisi tra i 22 mila abilitati con i tirocini Tfa, i 60 mila usciti dai percorsi Pas e i 55 mila diplomati magistrali, quelli delle ex Siss che hanno fatto un esame con valore di concorso) molti dei quali già insegnano con supplenze annuali e i non abilitati di terza fascia (337.458). Per gli esclusi sarà inevitabile partecipare al concorso per 60mila cattedre previsto per il 2016 che, a differenza di quanto previsto prima delle ultime modifiche del ddl, non avranno una quota di posti riservati bensì gli sarà riconosciuto un punteggio aggiuntivo per il servizio già svolto. Tra gli esclusi anche circa 23mila aspiranti insegnanti delle scuole materne. Il Governo si è impegnato ad assumerli con una legge delega per la riforma della scuola dell’infanzia.

2 – Carriera, premi economici e “Carta elettronica del docente” per i professori. Gli aumenti di stipendio non saranno più legati solo all’anzianità ma anche ai crediti formativi e didattici che gli insegnanti acquisiranno nel tempo. Il dirigente scolastico, ogni tre anni, potrà distribuire premi ai docenti più meritevoli. Il Governo ha previsto 200 milioni di euro per il 2016 e la scelta dei destinatari di questi soldi non è più il preside ma è stata affidata a un Comitato di valutazione che resta in carica per tre anni, formato da 7 membri: oltre al dirigente scolastico ci saranno due genitori (un genitore e uno studente alle superiori) 3 insegnanti (erano 2) e un componente esterno nominato dall’Ufficio scolastico regionale tra docenti, dirigenti scolastici e dirigenti tecnici. Inoltre ogni insegnante sarà dotato di una “Carta elettronica del docente” con 500 euro all’anno da spendere per la formazione che diventerà strutturale, continua e obbligatoria. Le priorità di formazione per il 2015 sono lingue, inclusione scolastica, didattica innovativa e digitale.

3 –  Il  dirigente scolastico assumerà i docenti  sulla base di tre criteri: durata triennale e rinnovabile per ulteriori cicli triennali; conferimento degli incarichi con modalità che valorizzino il curriculum, le esperienze e le competenze professionali, anche attraverso lo svolgimento di colloqui; trasparenza e pubblicità degli incarichi conferiti e dei curricula dei docenti che saranno pubblicati sul sito internet della scuola. Il dirigente non potrà chiamare nella sua scuola parenti o affini. In questo modo sparirà la figura del supplente che sarà sostituito dall’organico funzionale d’istituto o di reti di scuole cioè un numero di docenti utili a coprire gli insegnanti assenti ma anche per lavorare a singoli progetti, come un progetto europeo o per l’alternanza tra scuola e lavoro. I presidi, dopo le modifiche del maxiemendamento, non potranno più chiamare, per l’organico funzionale, chi ha un’abilitazione diversa rispetto a quella della classe di concorso richiesta se nell’ambito territoriale della scuola sono disponibili insegnanti che sono abilitati in quella classe di concorso.

4 –  Nella riforma della scuola viene rafforzato l’insegnamento di musica, arte, lingue, educazione motoria. Maggiori investimenti sono inoltre previsti per rafforzare le competenze digitali e le strumentazioni. Alla scuola primaria si valorizzerà lo studio della musica e dell’educazione fisica. Previsti anche insegnamenti in lingua. Alla scuola media più lezioni di lingua straniera, cittadinanza attiva e laboratori. Alle superiori si potenziano arte, diritto ed economia. A partire dalla scuola superiore gli alunni potranno inoltre scegliere insegnamenti “opzionali” – attivati dalle scuole – a seconda delle loro attitudini che andranno ad arricchire il “Curriculum dello studente”. Prima di questa riforma erano esclusivamente gli studenti degli istituti tecnici e professionali a svolgere alcune ore di stage in azienda, ora tutti coloro che frequentano il triennio delle superiori (compresi i licei) dovranno farne almeno 400 ore, 200, invece, le ore “facoltative” per chi va al liceo. L’esperienza potrà essere fatta in aziende e anche in enti pubblici. Previsti piani educativi personalizzati per gli studenti con disabilità e bisogni educativi speciali, a cui tutti i docenti partecipano. Soprattutto nelle aree a forte presenza di alunni non italiani è previsto un piano di integrazione con gli stranieri oltre a laboratori linguistici per perfezionare l’italiano come seconda lingua e laboratori di lingue non comunitarie. Confermato il fondo previsto nella legge di stabilità: 1 miliardo di euro per il 2015 e 3 miliardi a partire dal 2016. Inoltre dalla Bei sono arrivati 940 milioni di euro per l’edilizia scolastica.

5 – Niente 5×1000 restano contributi e sgravi fiscali per donazioni alle paritarie. Dopo le proteste del Terzo settore, l’articolo 17 del ddl che dava la possibilità di destinare il 5×1000 a un istituto a scelta è stato abrogato. Via libera, invece, all’articolo 19, quello che permette alle famiglie che mandano i loro figli alle scuole paritarie (dall’infanzia alle superiori) di poter detrarre fino a 400 euro all’anno a studente per un risparmio di circa 80 euro. Fissato un tetto di 100mila per le donazioni dei privati di cui il 10%, e non più il 30%, sarà destinato a un fondo di perequazione per le scuole che ricevono meno contributi. Il beneficio fiscale per le donazioni varrà sia per le scuole statali e sia (questa è la novità) per le paritarie, e consiste in un credito d’imposta pari al 65 per cento della spesa per gli anni 2015 e 2016 e del 50 per cento per il 2017. Salvo anche l’articolo 18 sui contributi pubblici alle paritarie.

6 –  Nel maxi-emendamento il governo si è riservato la delega, cioè il potere di fare delle leggi in un secondo momento tramite decreti legislativi, su nove temi: riordino delle disposizioni normative in materia di sistema nazionale di istruzione e formazione.  Riordino, adeguamento e semplificazione del sistema di formazione iniziale e di accesso ai ruoli di docente nella scuola secondaria, in modo da renderlo funzionale alla valorizzazione sociale e culturale della professione. Promozione dell’inclusione scolastica degli studenti con disabilità e ridefinizione del ruolo del personale di sostegno.  Revisione dei percorsi dell’istruzione professionale. Istituzione del sistema integrato di educazione e di istruzione dalla nascita fino ai sei anni, al fine di garantire a tutti i bambini e le bambine pari opportunità di educazione, istruzione, cura, relazione e gioco, nonché al fine di garantire la conciliazione tra tempi di vita, di cura e di lavoro dei genitori.  Garanzia dell’effettività del diritto allo studio su tutto il territorio nazionale, nel rispetto delle competenze delle regioni in materia, attraverso la definizione dei livelli essenziali delle prestazioni. – Promozione e diffusione della cultura umanistica, valorizzazione del patrimonio e della produzione culturali, musicali, teatrali, coreutici e cinematografici.  Revisione, riordino e adeguamento della normativa in materia di istituzioni e iniziative scolastiche italiane all’estero.  Adeguamento della normativa in materia di valutazione e certificazione delle competenze degli studenti, nonché degli esami di stato, anche in raccordo con la normativa vigente in materia di certificazione delle competenze.

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L’infibulazione non è citata nel Corano, ma è in auge in Egitto, Eritrea, Guinea, Senegal, Somalia e Sudan

“I miei genitori hanno organizzato una festa e alcuni parenti sono venuti a vedere la mia cicatrice”; “Mia sorella è morta, la mano della nonna, non è più precisa come un tempo”; l’infibulazione nonostante sia una pratica disumana e le pene nei confronti dei medici che si prestano nell’operare clandestinamente le piccole pazienti, siano severissime, continua ad essere praticata in tutto il mondo. Migliaia di persone in tutto il mondo,ogni giorno si uniscono al grido di sdegno di chi da anni combatte contro le mutilazioni genitali delle donne e grazie a loro qualcosa si sta muovendo, infatti, a giugno, la Nigeria è stato il primo Stato africano a vietarla in maniera ufficiale. Auspicandoci che dopo di essa, molti altri Stati africani si esprimano in tal senso, è importante chiarire che l’infibulazione non ha origini islamiche, in quanto non è citata nel Corano, come peraltro non sono ammesse pratiche che possano in un certo modo mutilare il piacere femminile, ma è stata di sicuro generata da menti grette e per nulla empatiche. Sebbene, nel suddetto libro sacro, non le venga data alcuna rilevanza, l’infibulazione è in auge nei paesi in cui il culto islamico è prevalente come Egitto, Eritrea, Guinea, Senegal, Somalia, Sudan.