In Polonia il femminismo parte dai corpi delle donne

A partire dall’ottobre 2016, quando il governo polacco ha cercato di far passare una legge antiaborto poi respinta, il movimento femminista nazionale ha ripreso vigore ed è tornato a lottare per difendere l’autodeterminazione delle donne.

È difficile trovare informazioni attendibili e complete su quello che è oggi il femminismo polacco, che sta rivivendo proprio negli ultimi due anni un’imponente rinascita. Forse qualcuno dirà che è sbagliato parlare di “movimento femminista nazionale”. Ma c’è un dato di fatto: nell’ottobre 2016 tutti i giornali occidentali hanno riportato foto e testimonianze della Czarny Protest (“Proteste Nere”) organizzata dallo “Sciopero delle donne polacche”, raccontando di migliaia di donne che hanno manifestato per il diritto all’aborto, vestendosi di nero e affluendo nelle piazze e nelle strade.

FOTO 1. Czarny Protest

Cos’era successo? Il partito di maggioranza PiS (Diritto e Giustizia) aveva proposto una vera e propria legge antiaborto (che penalizzava ancor di più chi lo pratica e che riduceva le possibilità effettive di abortire), in un paese in cui questo diritto è già di per sé molto limitato.

Il disegno di legge allora proposto dal PiS è stato respinto, ma gli attacchi al corpo delle donne non si sono fermati. Al momento, infatti, un nuovo disegno di legge che limita il diritto di aborto è in discussione in Parlamento. Questa volta si vuole eliminare la clausola che permette alle donne di abortire in caso di malformazioni del feto.

Proprio per questo neanche le donne polacche si sono fermate e le “Proteste Nere”, lungi dall’essere una fiammata momentanea, hanno continuato a farsi sentire. Lo scorso gennaio, infatti, si è avuta una nuova giornata di manifestazioni – questa volta il “Mercoledì Nero” – da Varsavia a Cracovia, seppure più contenuta in termini numerici.

Al disegno di legge in discussione al governo, le donne hanno opposto i propri corpi nei giorni della protesta ma oppongono ogni giorno il loro impegno costante nella società e anche una fitta rete di associazioni che, pur non politicizzata, opera concretamente per aiutare le donne. Proprio due di queste organizzazioni sono state colpite da perquisizioni governative a ridosso del Mercoledì Nero: Women’s Rights Center e Baba, entrambe organizzazioni che aiutano le donne vittime di violenza domestica. Per molte le perquisizioni, fatte per via di un’indagine che coinvolge il precedente Ministro della Giustizia polacco, sono un chiaro segnale.

Cosa reclamano queste femministe dell’Est Europa? Queste donne vogliono prima di tutto qualcosa che non hanno dal 1993: la possibilità di decidere del proprio corpo, scegliendo liberamente l’interruzione di gravidanza.

Dal 1993, infatti, le donne polacche possono abortire solo in tre casi: se la gravidanza nasce da uno stupro, se la vita della donna è in pericolo e se il feto presenta malformazioni. A tutto questo si aggiungono le procedure complicate che portano le donne a poter effettivamente usufruire dei servizi sanitari per l’aborto: permessi, dichiarazioni di medici, burocrazia che spesso rallenta il processo facendo superare quella 24esima settimana oltre cui non si può abortire.

Al di fuori di queste tre motivazioni, la possibilità di abortire non è contemplata dallo Stato. E così le più fortunate – quelle che ne hanno la possibilità economica – vanno ad abortire in qualche altro paese, mentre la fascia economicamente più debole si arrangia diversamente, praticando metodi rischiosi.

Una situazione, quella della Polonia, che è cambiata radicalmente dopo la caduta dell’Unione Sovietica e che però non è andata incontro a quella democrazia liberale tanto sognata. La Polonia post-sovietica si è invece trasformata in una gabbia per le donne, che, per ottenere la democrazia, hanno subito il “compromesso” con la Chiesa direttamente sui propri corpi.

Oggi queste donne vogliono l’aborto garantito dallo Stato, ma anche la fine di una cultura discriminatoria e maschilista: basta discriminazioni di genere, sia che avvengano sul posto di lavoro, in politica ma anche semplicemente in famiglia.

Vogliono una politica che tuteli le donne e il loro corpo. Vogliono una politica fatta da donne. Così aveva tentato di fare anche il “Partito delle Donne” fondato nel 2007 da Manuela Gretkowska, che ambiva a rappresentare le donne in parlamento e a sviluppare alcuni punti importanti: autodeterminazione, educazione sessuale, parità dei salari e fine del divario della retribuzione di genere. Un partito che però non ha fatto della lotta sulle strade la sua missione e che non troviamo nella rete della “Czarny Protest”.

Le donne polacche in sciopero sono anche profondamente antifasciste e fanno dell’antifascismo una, anzi, la linea guida. Contro tutti i rigurgiti fascisti che il paese sta sperimentando, partendo dalla marcia nazionalista dell’11 novembre al grido di “Polonia bianca” fino ai tentativi (falliti) del potere di portare tribunali e giudici sotto l’ala del governo.

FOTO 2. Marta Lempart

E allora, un movimento femminista nazionale polacco esiste. Ed è fatto dagli scioperi delle donne, da Marta Lempart, promotrice di questa coalizione, dalle quattro donne ferite a Varsavia e Cracovia in occasione delle proteste, dalle altre 12 aggredite e dalle quarantacinque fermate preventivamente dalla polizia in occasione delle ultime manifestazioni. È fatto dai centri antiviolenza che stentano a sopravvivere, dalle intellettuali, dai picchetti di fronte al Parlamento. È fatto da tutte le adolescenti che hanno deciso di indossare una maglietta nera quando era richiesto. E che magari, in futuro, saranno pronte a fare altro, perché hanno capito che la società non è libera quando anche una sola donna è oppressa.




Donne e pace: Bernice King a Monteleone di Puglia

“Questa parte istituzionale era importante perché siamo riusciti a portare un pezzo di Storia qui!” queste le appassionate parole del Sindaco Giovanni Campese nel salone del palazzo municipale quando sabato 11 marzo alle 10 circa Bernice Albertine King è arrivata a Monteleone di “Pughlia”, come poi avrebbe detto lei salutandoci, il comune che con molte Istituzioni scolastiche, locali e viciniori, ha avviato da ben tre anni un percorso, probabilmente unico in Italia, di educazione alla Pace e alla Nonviolenza.

Nell’attesa che Bernice King arrivasse nella tensostruttura che ospitava numerose e vivaci scolaresche, ci sono stati due importanti interventi: quello della presidente del Centro Studi Sereno Regis, Angela Dogliotti Marasso, che con incisiva brevità ha scandito le tappe fondamentali del pacifismo femminile partendo da Bertha von Suttner passando per Rosa Genoni fino a Leymah Gbowe e, appunto, Bernice King senza tralasciare naturalmente i vari movimenti e gruppi di donne che hanno fatto la storia della nonviolenza come le “Monteleonesse”, che nel 1942 lottarono contro il fascismo per il pane e la pace e da cui nasce tutto il percorso di riscoperta valorizzazione e ricerca avviato da questo piccolissimo comune montano pugliese. Di seguito l’intervento  della prof. dell’Università di Bari, Gabriella Falcicchio, che ha presentato con passione gli studi sul periodo perinatale e sulla “buona nascita”, sulle lotte nazionali e internazionali delle donne contro la violenza ostetrica, sulle dinamiche di genere, in rapporto alla formazione delle bambine e delle ragazze.

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Giunta l’attesissima King, il ritmo è diventato incalzante anche per la stessa presentatrice Rossella Brescia e davvero tanto commovente: studenti di tutte le età che le declamavano poesie in inglese, che cantavano “We shall overcome” e “Ebony and Ivory”, che danzavano con l’arcobaleno della bandiera della Pace; interventi calorosi come quello del prof. Rocco del Centro “Gandhi” di Pisa Altieri sulla necessità di eliminare le spese belliche a favore dell’istruzione perché l’alternativa è la nonviolenza alla non esistenza, ricordi ferventi delle battaglie di suo padre Martin Luther, ringraziamenti e riconoscimenti da parte delle rappresentanze varie di Amministrazioni, Provincia e Università ma non della Regione. Inoltre, come ricordato anche dal Ministro Plenipotenziario del CIDU (Comitato Interministeriale per i Diritti Umani), Fabrizio Petri, l’evento è stato particolarmente importante perché ricorre la celebrazione del 70° Anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, per la quale il Comitato Interministeriale per i Diritti Umani ha in programma di organizzare eventi in occasione di varie date significative delle Nazioni Unite nel corso del 2018.

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Confusione e concitazione, avrei saputo dopo, hanno fatto saltare un po’ la scaletta e alcuni interventi come quello di Marinetta Cannito Hiort dell’Institute of Peace (Washington DC), in primo piano nell’organizzare l’evento, lasciato frettolosamente alla fine di tutto. Ma quando ha preso la parola Bernice la forza e l’impeto delle sue parole, un po’ tradite da una emozionata traduzione, ci hanno proiettato in un futuro denso di passato: “Mia madre Coretta diceva “Donne, se l’anima della Nazione deve essere salvata voi dovete diventare la sua anima!” e poi citando il padre “Abbiamo ancora una scelta oggi: la coesistenza nonviolenta o violento co-annichilimento.” Ringraziando per il premio, ci ha invitato a continuare la lotta, così come farà lei per il resto della sua vita perché crede che l’unica via è la nonviolenza e “God bless you!”.

 

 




L’educazione finanziaria: perché?

Numerosi studi hanno più volte certificato che il grado di educazione finanziaria nel nostro paese si pone tra i più bassi e al di sotto della media dei principali Paesi europei.

Non è un caso che in presenza di eventi gravi o disastrosi che colpiscono il risparmio degli italiani si senta dire  che una maggiore educazione finanziaria della cittadinanza/risparmiatrice avrebbe potuto evitare o quantomeno limitare i danni.

Dopo tanti annunci nel 2017 è stato istituito dal Ministro dell’economia e delle finanze il “Comitato per la programmazione e il coordinamento delle attività di educazione finanziaria” con lo scopo di metter a punto una strategia nazionale per l’educazione finanziaria, assicurativa e previdenziale.

Uno degli obiettivi dichiarati dalla direttrice del comitato, Annamaria Lusardi, è quello di introdurre l’educazione finanziaria nelle scuole sin dai primi anni per consentire ai giovani di affrontare il prima possibile quei temi che condizioneranno la loro vita. Come gestire i propri risparmi, qual è il mutuo più adatto alle esigenze, quando iniziare un piano di previdenza integrativa, sono solo alcune delle domande a cui prima o poi siamo stati o saremo chiamati a rispondere e non avere gli strumenti  per effettuare le scelte ci espone a future delusioni se non a danni patrimoniali.

Ci auguriamo che questo progetto si traduca al più presto in realtà e che le nuove  generazioni siano in grado di affrontare le decisioni finanziarie con maggiore competenza e consapevolezza ma anche chi ha lasciato i banchi di scuola da tempo non può esimersi dall’affrontare il tema.

Quali scelte ho fatto per i miei risparmi, quanto l’emotività ha condizionato tali scelte, chi sono i miei interlocutori, che livello di servizio ottengo da loro e a quali costi?

Queste e molte altre domande dovremmo porci per essere consapevoli  e al riparo da brutte sorprese.




KENYA – Umoja, il villaggio matriarcale delle donne fuggite dalla violenza

Nel centro-nord del Kenya esiste un villaggio fatto di sole donne, Umoja. Fondato nel 1990, è interamente gestito e sostenuto dalle donne che lo abitano con i loro figli, donne fuggite da violenze e cultura maschilista.

Cosa può nascere da colonizzazione, mutilazione genitale femminile e una cultura tradizionalista che discrimina le donne? Nessuno risponderebbe “un posto felice”. E invece questo è quello che è successo in Kenya, dove questi tre fattori diversi eppure ugualmente distruttivi hanno dato vita ad Umoja, un villaggio fatto di sole donne.

Umoja si trova nel centro-nord del Kenya, nella regione Samburu, e viene definito un villaggio “matriarcale”. È stato fondato nel 1990 da Rebecca Lolosoli e da altre donne keniote per accogliere tutte coloro che decidevano di scappare dalle violenze – o dei mariti o dei soldati inglesi o semplicemente della società patriarcale dei Samburu – e vivere un’altra vita. Infatti, solo le donne – e i bambini che sono nati e cresciuti lì – possono vivere ad Umoja. Gli uomini non sono ammessi, ma se accettano le regole di questa nuova società possono trascorrere del tempo nel villaggio.

Il villaggio nasce quindi prima di tutto come rifugio dalla violenza e accoglie 15 donne in cerca di un riparo. La stessa Rebecca Lolosoli ha subito aggressioni da parte di suo marito e di altri uomini soltanto per aver parlato con le altre donne del suo villaggio dei diritti per cui devono lottare. Una delle tante violenze che, però, questa volta la manda all’ospedale ed è decisiva nel farle intraprendere una nuova strada. Così anche le altre donne che sono con lei sono state picchiate, aggredite, violentate.

Dal 1990 il villaggio cresce, ora ha quasi trent’anni di vita e conta circa 50 donne e 200 bambini. Donne, ragazze e bambine continuano a scappare e ad andare ad Umoja, dove solitamente restano per lunghi anni se non per sempre. L’ostilità degli uomini – che si dicono contrari ad un’esperienza del genere perché “le donne devono necessariamente essere controllate dagli uomini” – non ha potuto fermare la sperimentazione di questa nuova società al femminile.

Ancora molte donne arrivano oggi ad Umoja. Le mutilazioni dei genitali femminili e i matrimoni precoci, infatti, sono all’ordine del giorno nella cultura Samburu. Nel primo caso si tratta di una pratica portata avanti da anni e mai contrastata: fra i Samburu una donna che non ha subito la mutilazione non può essere presa in sposa ed è naturale praticare la MGF sulle figlie femmine. Anche i matrimoni precoci, inoltre, sono molto diffusi: circa il 23% delle ragazze in Kenya sposa prima dei 18 anni, percentuale che nelle campagne sale al 29%. Percepite come un peso dalle rispettive famiglie, vengono quasi immediatamente “date” in matrimonio e costrette ad avere figli quando sono ancora molto giovani, con tutti i danni emotivi che ciò comporta.

Tutto questo si sorregge su una cultura fortemente maschilista e patriarcale. Gli uomini Samburu, infatti, credono che le donne non possano gestirsi da sole, ma che debbano necessariamente essere guidate e controllate; che le donne senza gli uomini non sappiano provvedere alla propria sicurezza; che le donne siano in tutto e per tutto proprietà (magari silenti) degli uomini. Ciò di cui non si rendono conto gli uomini Samburu, però, è che loro stessi rappresentano il pericolo per le loro donne e che da loro stessi queste donne stanno fuggendo.

Le donne di Umoja hanno dimostrato il contrario. Non solo sono fuggite dalle violenze, in un certo senso guarendo dal male che avevano subito, ma hanno saputo anche costruire una comunità duratura in cui è possibile vivere insieme, fra donne che si autogovernano. Ogni donna è uguale all’altra, non c’è un capo politico, ma solo una portavoce (incarnato nella figura di Rebecca Lolosoli). Le decisioni vengono prese tutte assieme attorno all’ “albero della parola” e ogni donna dona il 10% di ciò che guadagna per la comunità. Vivono con poco, vendendo collane di perle e manufatti tradizionali, ma riuscendo tuttavia a mandare avanti un’intera comunità, sostenendosi a vicenda.

Nel tempo queste donne sono state anche in grado di costruire una scuola e un asilo nido, che accolgono non soltanto bambini di Umoja ma anche quelli dei villaggi vicini, e che svolgono un importante compito educativo.

Tutte le donne che vengono accolte nel villaggio imparano che le violenze subite sono frutto di una cultura, che però può essere cambiata, sradicata, proprio partendo da lì, dalla loro esperienza. Un’esperienza che parla di donne prima di tutto libere. Libere di scegliere.

Nonostante gli uomini non siano ammessi, infatti, ciò non significa che le donne del villaggio ripudino il genere maschile nella sua interezza, al contrario. Le donne di Umoja decidono di avere rapporti e intessere relazioni con gli uomini dei villaggi vicini. A volte hanno anche dei figli, che spesso poi crescono con loro nel villaggio e quindi al di fuori del matrimonio. Una condizione che in molte altre città della zona sarebbe stata inaccettabile.

Ci sono anche alcuni uomini che frequentano il villaggio e ne accettano le regole: hanno imparato che il rapporto uomo-donna deve crescere in condizioni di parità e senza violenza. Esiste quindi la possibilità del cambiamento, non solo per le donne ma anche per gli uomini. Un cambiamento molto lento, ma che parte dal basso e dal vissuto delle protagoniste di questa storia. Un cambiamento che pochi passi alla volta sta funzionando ed è positivamente contagioso.

 

 




Paolo Dalle Piane e i Magliuomini: uomini che amano lavorare a maglia

Gli stereotipi di genere sono, purtroppo, tutt’oggi presenti con forza e vigore all’interno della società italiana. A causa di questi pregiudizi, di queste gabbie sociali spesso ci si ritrova a considerare alcune attività, professioni e passioni naturalmente adatti a un determinato sesso biologico, e poco confacenti al sesso opposto. È questo il caso delle arti tessili, culturalmente reputate specificatamente femminili. Paolo Dalle Piane, boss dei Magliuomini e knitting Designer, ha dimostrato che ciò non è assolutamente vero. Nella seguente intervista Paolo racconta se stesso, la sua esperienza e la realtà dei Magliuomini, scardinando le comuni convinzioni sessiste e mostrandoci una realtà fatta di parità e uguaglianza.

Ciao Paolo, prima di parlare di te, dacci qualche informazione sui Magliuomini: chi sono e di cosa si occupano?

L’idea dei Magliuomini è nata creando un gruppo su facebook nel 2012, che avesse lo scopo di promuovere e condividere tra gli uomini la passione per la maglia e per tutte le arti tessili. L’iniziativa è stata mia e di Caterina Alinari, intenzionati inizialmente a scoprire se esistessero altri uomini, come me, che facevano la maglia o si occupavano di arti tessili in generale. Oggi siamo ormai più di 6000 e, dal 2015, siamo diventati un’associazione che organizza eventi, workshop, corsi di formazione e tanto altro ancora.

Come nasce la tua passione per la maglia?

Mia nonna era una grande appassionata della maglia e di tutte le arti tessili, a lei piaceva fare l’uncinetto, la maglia, ricamare. Un giorno, quand’ero ancora molto piccolo, le chiesi: “Nonna mi insegni a fare la maglia?”, lei accettò e così iniziai a lavorare ai ferri.

Qual è stata la reazione della tua famiglia, dei parenti e degli/delle amici/amiche quando hanno scoperto che coltivavi questa passione?

All’inizio c’è stata perplessità. Io ho 46 anni e la mia esperienza va messa in relazione anche all’epoca in cui sono cresciuto. Tanti anni fa, quanto ho fatto presente che mi piaceva fare la maglia, era strano o, per lo meno, insolito che a un maschio piacesse praticare quest’attività.

I primi tempi lavoravo in garage perché dedicarsi ai ferri e alla maglia non era una cosa che i maschi facevano solitamente, quindi coltivavo la mia passione di nascosto.

Fortunatamente però ho avuto il conforto di mia nonna, che mi ha sempre detto “se ti piace lavorare a maglia, allora fallo.”, insomma mi ha incoraggiato. Successivamente anche mia madre mi ha sostenuto, vedendo che i lavori che realizzavo erano ben fatti.

In relazione alla tua esperienza, ci puoi dire se, oggi, lo stereotipo che vuole l’uomo lontano dai ferri è stato finalmente scardinato?

Purtroppo no, è un no secco. Ci sono però uomini che fanno attività diverse, e spero che diventino sempre più aperti fino a dire magari “anche a me piace fare la maglia”. Di certo oggi questo stereotipo non è stato scardinato, anche se ho diversi amici che, seppur sporadicamente, hanno fatto la maglia.

Per quanto riguarda, poi, le arti tessili è necessario dire che, nella seconda metà del XX secolo, questo settore è andato un po’ a morire perché, anche per le donne, dedicarsi a una simile attività era una cosa da nonna. Successivamente la pratica della maglia è poi tornata in voga, e ancora oggi è bene conservarla perché fa parte della nostra storia, così come avviene in tanti altri Paesi, dove queste arti vengono tramandate anche dagli uomini.

Può succedere di essere additati come omosessuali nel momento in cui si decide di praticare un’attività o un lavoro considerati culturalmente tipici del sesso opposto. Secondo te perché succede ancora tutto questo?

Non lo saprei ben dire però, nel mondo delle arti tessili, questo può verificarsi perché si pensa che, ad esempio, fare la maglia significhi essere meno virili, ammesso che poi essere omosessuali voglia dire essere più o meno virili. Non so con quale percentuale siano presenti omosessuali nel nostro gruppo, non faccio il censimento, però ti posso dire che c’è una presenza molto variegata di persone. Ci sono, ad esempio, uomini che hanno mogli e figli e che fanno la maglia, così come ci sono persone più anziane, sempre di sesso maschile, che hanno riscoperto il piacere di fare la maglia anche per beneficenza.

Quindi possiamo dire che prima di qualsiasi orientamento sessuale, prima ancora di essere uomini o donne, siamo persone e in quanto tali possiamo condividere le stesse passioni, gli stessi gusti e le stesse professioni?

Si, infatti l’intenzione del gruppo, ci tengo a dirlo, è stata non solo quella di cercare altri uomini, ma anche quella di aprirci alle donne.

A tal proposito, nella descrizione del gruppo facebook Magliuomini Paolo Dalle Piane sotiene: “Ho aperto questo gruppo per poter conoscere altri uomini che, come me, amino la maglia, a mano e a macchina, e le altri arti tessili (uncinetto, tombolo, ricamo, forcella, etc…e chi più ne ha più ne metta!). In tutto il web italiano non sono riuscito a trovarne molti altri e sarebbe piacevole scoprire di non essere solo in un mondo di predilezione femminile. Il mondo degli knitters e dei crocheter all’estero è molto più consistente del nostro e vorrei che anche noi potessimo farci sentire! Intendiamoci, il gruppo è aperto a tutti, uomini e donne. Non intendo farne una specie di catacomba dove ci ritroviamo come dei carbonari! Nessun pregiudizio è la regola principe di questo gruppo!”

(Dalla rubrica DEGENERIAMO)

 

 




Una sintesi, per cominciare

 

Buongiorno a tutti, buongiorno a tutte.

Inauguriamo oggi una rubrica che si vuole occupare della vita quotidiana e in particolare della persistenza in essa della discriminazione di genere: la prima e la più importante delle polarità che contrappongono gli esseri umani collocandoli in gerarchie costruite perché ogni differenza si trasformi in disvalore.

Questo problema – molti e molte dicono – in Italia non si pone più; la parità di genere è raggiunta, il rispetto tra i generi è assicurato. Davvero?

C’è qualcosa che non va nel sistema educativo, se i pregiudizi sessisti sono ancora così radicati nel linguaggio comune e nelle relazioni quotidiane tra donne e uomini. C’è qualcosa che non va nelle famiglie, se continuano a riprodurre un’asimmmetrica divisione dei ruoli e dei destini.  C’è qualcosa che non va nel mondo istituzionale, se consideriamo la scarsa presenza di donne nei luoghi della rappresentanza e della decisione e nei ruoli di leadership. C’è qualcosa che non va nel mercato del lavoro, se permangono le disparità nelle retribuzioni, nelle carriere e nelle pensioni, se le donne sono più frequentemente disoccupate. C’è infine qualcosa di profondamente irrisolto nel rapporto del genere maschile con se stesso e con le donne, se le reazioni alla libertà femminile sono talmente cruente da arrivare addirittura all’assassinio.

Tutto questo non dipende più tanto dalle norme, dal diritto o dalla politica, quanto dalla cultura comune, dalla mentalità diffusa, dal nostro agire nella vita di tutti i giorni.

Il genere è costruito da millenni come un sistema di valori binario, per cui sono concepibili solo due tipologie umane, solo due modalità di comportamento sono accettabili, solo due destini sono possibili, e sono determinati dagli organi riproduttivi con cui si nasce.

Più delle declamazioni pubbliche, è l’analisi degli stereotipi correnti a fornire elementi per comprendere ciò che ancora la nostra società si aspetta dalle “vere” donne e dai “veri” uomini, e cosa si intende per “corretto” comportamento maschile e “corretto” comportamento femminile.

Se è vero che le dinamiche sessiste pesano su tutti, è anche vero che storicamente il sessismo è servito a giustificare la disuguaglianza fra uomini e donne, ponendo queste ultime in una posizione di inferiorità. Il mondo in cui viviamo è stato plasmato e organizzato da maschi in modo così pervasivo e da tanto tempo, che diventa difficile rendersi conto di quanto forte sia stata questa influenza.

Quando gli stereotipi diventano uno dei principali filtri con cui si guarda la realtà imbrigliano le persone in etichette e consuetudini da cui è difficile svincolarsi. Esse condizionano il modo di atteggiarsi e di vedersi, il ruolo che si assume nelle relazioni e in famiglia, la strada formativa e professionale che si decide di intraprendere, la scelta del/della partner, l’educazione di figli e figlie e molti altri aspetti dell’esistenza.

Gli stereotipi si trasmettono attraverso diversi canali. Attraverso l’incessante susseguirsi di interazioni quotidiane gli adulti e le adulte trasmettono a bambini e bambine, spesso tacitamente, il sistema di ruoli, valori e regole che è necessario rispettare, pena la non accettazione sociale: tale atteggiamento è conseguente ai precisi modelli che hanno in mente, cui i nuovi arrivati devono adeguarsi pena la disapprovazione.

Nelle prossime puntate ne identificheremo i caratteri.

 




“Illuminiamoci di meno” e sosteniamoci di più!

Sebbene intercorrano alcuni secoli dall’una all’altra definizione, il passaggio da “donna angelicata” ad “angelo del focolare domestico” si può dire che sia stato semanticamente piuttosto veloce: da colei che mi eleva alla sublimazione del desiderio d’Amore tutto platonico impossibile e irraggiungibile a colei che concretamente a fine giornata lavorativa raggiungo e trovo a casa a pulire cucinare e a custodire un plotone di figli; nelle abitazioni più benestanti, poi, le si può concedere di volare anche più in alto conferendo alla moglie e madre il titolo onorifico di “regina della casa”.

Niente da eccepire a chi sceglie liberamente e scientemente questo tipo di vita, magari anche seguendo i consigli di Wikihow (https://www.wikihow.it/Diventare-una-Regina-del-Focolare), ma è sullo stile di vita che voglio porre l’attenzione: ormai sono tante le giornate a tema ambientalistico che si succedono nel corso dell’anno solare, che per le persone più attente da molti anni finisce già nei primi giorni di agosto con l’overshot day http://www.dire.it/02-08-2017/136900-wwf-oggi-e-lovershot-day-esaurite-le-risorse-della-terra-per-il-2017-mai-successo-cosi-presto/, e proprio queste ci offrono la possibilità di riflettere e di emanciparci da alcune incombenze e routine quotidiane.

Lo scorso 23 febbraio l’iniziativa sostenuta anche dal MIUR “M’illumino di meno” (molto simile a “L’ora della Terra” http://www.oradellaterra.org/ora-della-terra-wwf/ ) con il suo decalogo per il risparmio energetico e la mobilità sostenibile http://caterpillar.blog.rai.it/milluminodimeno/decalogo/  ci ha offerto per il quattordicesimo anno alcuni spunti per ‘spegnerlo’ quel focolare che ci vuole angele o regine.

Per esempio ci invita a spegnere le luci e magari a uscire, anche con il nostro eventuale “re”, a fare una bella passeggiata a piedi o in bici; inoltre ci invita a mettere il coperchio sulle pentole, non specificando chi diavolo le abbia fatte né tantomeno a chi tocchi utilizzarle e posizionarle sul gas, e a sbrinare spesso il frigorifero pure delle gelide convinzioni sui ruoli di genere fissi e predeterminati per Natura. Io consiglio, come sempre, un “no frost” che ormai si sbrina automaticamente da solo e offre tempo libero in più per leggere, scrivere, incontrarsi, confrontarsi, crescere nella conoscenza e nella consapevolezza che è essenziale, anche se a volte è davvero insostenibile, lottare ogni giorno per noi e per le altre al fine di consolidare diffondere e accrescere le pari opportunità e la parità di genere… anche nelle faccende domestiche.

 




Rojava, dove la società è libera solo se anche le donne lo sono

Immaginate una città dove le donne sono libere, autonome, non discriminate. Immaginate un Paese in cui i luoghi delle donne sono valorizzati, incentivati, sostenuti. Immaginate un’intera società in cui la liberazione della donna è uno dei principi cardine, che sta alla base di tutto. Non si tratta di una città dell’Occidente femminista – in cui ogni anno centinaia di donne muoiono per femminicidio e i luoghi adibiti alle donne vengono chiusi, invece che sostenuti – ma di una regione nel cuore del Medio Oriente: il Rojava, il Kurdistan occidentale, comunemente conosciuto come Nord della Siria.

Proprio lì, dove “le donne sono costrette ad usare il velo”, è in atto una rivoluzione democratica, ecologica, di genere. Una rivoluzione che mette al centro proprio le donne, perché “la liberazione delle donne è la liberazione della società”.

Principali agenti di questa rivoluzione sono i curdi e le curde del PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan) e del PYD (Partito dell’Unione Democratica). Si tratta di due partiti politici curdi radicali e rivoluzionari. Mentre il primo (turco) è considerato un’organizzazione terroristico da USA, Ue, NATO e Iran ed è illegale in Turchia, il secondo è il suo fratello siriano e ha avuto un ruolo centrale nella costituzione del Rojava dopo l’inizio della guerra in Siria e mantenimento dei suoi cantoni (Afrin, Kobane e Jazira).

Il Rojava, infatti, è una striscia di terra a nord della Siria al momento controllata dai curdi, ma di fatto costituisce una confederazione autonoma di popoli basata sull’autogoverno e sul rispetto reciproco, in cui accanto ai curdi vivono arabi, turcomanni, assiri, ceceni. È l’applicazione pratica del confederalismo democratico, ideologia sviluppata dal leader del PKK Öcalan, all’interno della quale la liberazione delle donne diventa per la prima volta un elemento fondamentale per creare una società libera da ogni schiavitù. Il femminismo, assieme all’ecologia e alla democrazia, è la base fondante di questa nuova società.

Una liberazione, quella delle donne, che avviene prima di tutto nelle città d’origine, nelle case, dentro sé stesse. Bisogna abbattere il maschilismo, che però non è soltanto quello dei miliziani di Daesh che mutilano i corpi delle combattenti curde, ma anche quello della propria società di origine, dove le stesse famiglie sono pregne di idee patriarcali. Dai primi anni ‘90, infatti, le donne del partito hanno svolto un lungo lavoro in questa direzione. Ma è solo ora, nel Rojava, che queste donne hanno la possibilità concreta di mettere in atto una società “liberata”.

Ma è anche una liberazione del sapere: ai concetti di Stato e capitalismo – che richiamano quelli di dominio e schiavitù – si oppongono le idee di “società naturale” ed etica, che appartengono a quelle civiltà pre-sumere a cui le donne curde guardano come modello di ispirazione alternativo a quello di Stato-nazione. In questa società le donne avevano autorità, sorvegliavano e proteggevano la comunità così come gli uomini e tutto era basato sulla convivenza sociale e sul legame etico fra le persone.

Non si tratta semplicemente di permettere alle donne di partecipare alla vita politica e di “avere gli stessi diritti degli uomini”, ma di ribaltare il punto di partenza secondo cui ciò che caratterizza una donna è sminuito, meno importante rispetto alle azioni dell’uomo, e ridargli la giusta importanza. A questo serve la Jinealogia, la scienza delle donne: indagare il sapere, la storia e la società nel loro insieme per decostruire il paradigma dominante che vede l’uomo al centro di tutto. La conseguenza riguarda non soltanto la vita delle donne, ma la comunità intera: politica, società, economia cambiano e si modellano secondo nuovi canoni.

È per questo che il Rojava pullula di luoghi gestiti da (e destinati a) le donne. Yekitiya Star è l’organizzazione più importante delle donne nel Kurdistan occidentale: fatta da e per le donne, organizzata in comitati, autonoma e indipendente, lavora per l’emancipazione femminile partendo dalle donne stesse, ragionando insieme e mandando avanti la vita in comune.  La Foundation of Waqfa Jin Azad in Rojava (Fondazione delle Donne Libere in Rojava) è un’organizzazione femminista fondata nel 2014 che prosegue sulla stessa scia e che si concentra sugli altri aspetti della vita delle donne (salute, educazione, lavoro, costruzione di luoghi per le donne). Jinên Ciwan – Giovani donne – è un’organizzazione giovanile che educa e diffonde la rivoluzione fra le più giovani, attraverso libri, musica, teatro, danze. Jinwar è un villaggio per donne al momento ancora in costruzione, un posto in cui le donne si allontanano dalle violenze e si riappropriano degli spazi mettendo in atto le regole di una nuova società. Accademie, cooperative, case delle donne sono i veri e propri spazi delle città dedicati alle donne: la più conosciuta è la casa delle donne di Kobane, che al momento è in fase di ricostruzione.

Il simbolo più evidente di una recuperata centralità del ruolo della donna è il sistema della co-presidenza, che garantisce che per ogni villaggio, comune, città e regione vi siano un presidente e una presidente, un uomo e una donna. Non si tratta di un contentino per le donne né del semplice accedere delle donne alla vita politica. Piuttosto, la copresidenza si ispira ad un principio di complementarietà: maschile e femminile si completano, aiutandosi vicendevolmente e garantendo così una gestione della comunità più equa e attenta ai bisogni di tutti.

Parlare di “potere delle donne” sarebbe a questo punto sbagliato: potere è una parola del vecchio paradigma patriarcale ed è strettamente legata all’idea di dominio (sull’altro). Il potere è di chi lo esercita, ma nel Rojava cessa di essere tale: è la comunità stessa che si autogoverna, comunità di cui le donne sono una parte fondamentale.

È per questo che i resoconti dell’Occidente e della stampa mainstream risultano spesso banalizzanti, oltreché fuorvianti. Si limitano a raccontare la storia delle belle guerriere curde che si sacrificano contro l’Isis, ma dimenticano quella di tutte le donne (dalle giovani alle settantenni) che lavorano incessantemente sul campo per costruire una società migliore. E così facendo, dimenticano di dire che è in atto una vera rivoluzione.




TAORMINA – La lotta al terrore resta la priorità del G7

“Pur sostenendo i diritti umani dei migranti e rifugiati, riaffermiamo i diritti sovrani degli Stati di controllare i loro confini e fissare chiari limiti ai livelli netti di immigrazione, come elementi chiave della loro sicurezza nazionale e del loro benessere economico”. Lo si leggerebbe, secondo alcune fonti, in una bozza del documento finale del G7, tuttora sottoposta a un negoziato aperto. “La gestione e il controllo dei flussi di migranti richiede – pur tenendo conto della distinzione fra rifugiati ed emigrati economici – sia un approccio d’emergenza che uno di lungo termine”. E per quest’ultimo i leader del G7 “sono d’accordo nello stabilire partnership per aiutare i Paesi a creare nei loro confini le condizioni che risolvano le cause della migrazione”, direbbe ancora la bozza. Il nodo clima Prima della discussione sul documento finale le dichiarazioni erano improntate alla collaborazione, pur tenendo presenti le divergenze, anche importanti, di vedute. Sul clima e sul destino dell’accordo di Parigi, ad esempio, tra i leader del G7 non c’e’ ancora una posizione comune per il comunicato finale: lo riferiscono fonti dell’amministrazione canadese spiegando come questo tema resti ancora “irrisolto”. L’amministrazione Trump – rivelano comunque le stesse fonti – non avrebbe ancora preso una decisione sulla posizione da assumere sull’accordo di Parigi. Mentre i leader discutono, febbrile il lavoro degli sherpa nel tentativo di trovare un punto di incontro. Tra le ipotesi che circolano anche quella di inserire una dichiarazione nel comunicato finale in cui si dice che tutti i Paesi del G7 si impegnano per il rispetto degli obiettivi della lotta ai cambiamenti climatici “ad eccezione degli Stati Uniti”. Confermate inoltre le divisioni tra i sette anche sul fronte delle politiche commerciali. Intanto fonti dell’Eliseo dicono: sul clima “vorremmo un comunicato ambizioso, ma la linea della Francia è di non indebolire l’accordo di Parigi”, sottolineando che “c’è stata una discussione franca e diretta”, ma “non c’è ancora un accordo” tra i leader. “La posizione di Macron – aggiungono le stesse fonti – è quella di essere esigente e convincente con Trump, ma non al prezzo di un indebolimento dell’accordo di Parigi”. Gentiloni: sui migranti un buon compromesso Sui migranti “è stato raggiunto un buon compromesso: si riconosce l’approccio globale al problema, anche a lungo periodo con il coinvolgimento dei paesi di origine e la responsabilità condivisa”. E’ quanto spiegano fonti diplomatiche italiane che seguono il dossier. La discussione vera e propria al tavolo del G7 “ci sarà domani” ed è “ovvio si continui a lavorare sui due paragrafi” ad hoc del testo finale, ma “non ci sono problemi” con gli americani, che hanno chiesto maggiore attenzione alla sicurezza. “Resta sospesa la questione sull’accordo di Parigi sul clima rispetto al quale il presidente Trump ha in corso una riflessione interna di cui gli altri paesi hanno preso atto”, ha poi aggiunto il presidente del Consiglio italiano. Tutti contro il terrorismo I sette leader del G7 hanno firmato la dichiarazione contro il terrorismo. E’ stata poi il primo ministro britannico Theresa May a tenere in mano il testo della dichiarazione al momento della foto dei leader dopo la firma congiunta del documento. I Sette Grandi hanno poi salutato con baci e abbracci May che sta per ripartire per Londra, lasciando il vertice. “Noi leader del G7 esprimiamo la nostra più sentita vicinanza e le nostre sentire condoglianze per il brutale attacco e le vittime di Manchester che dimostra come dobbiamo rafforzare i nostri sforzi e trasformare i nostri impegni in azioni”, dice il documento. E prosegue: “Condanniamo in modo più deciso possibile il terrorismo e tutte le sue manifestazioni: la lotta al terrore rimane una delle maggiori priorità del G7. Siamo uniti nel rendere sicuri i nostri cittadini e preservare i loro valori e stili di vita”. Più unità e determinazione La dichiarazione contro il terrorismo porta “al rafforzamento della cooperazione tra le 7 maggiori economie del mondo occidentale su diverse questioni, dalla collaborazione informativa all’impegno dei leader per far promuovere dai grandi internet service dei provider un impegno nei confronti di quello che circola in rete che spesso amplifica gli atti di terrorismo”. Questo il commento del premier Gentiloni, che ha concluso: con la dichiarazione congiunta sul terrorismo “mostriamo la nostra unità e determinazione per continuare a combattere dopo quello che è successo a Manchester contro vittime innocenti”. Mattarella: grazie per paziente ricerca consenso. Sul terrorismo le risposte siano ambiziose “Nel rinnovarvi il benvenuto a Taormina, e in Italia, desidero esprimere il mio apprezzamento per l’impegno significativo di questo foro nell’affrontare le prove difficili che abbiamo di fronte a noi, attraverso un’opera di paziente e tenace aggregazione di consenso sui temi più complessi”. Così il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, si è rivolto ai leader del G7 nel brindisi prima della cena all’hotel Timeo a Taormina. Poi: “Siamo nel tempo dell’urgenza – di una estrema urgenza – per affrontare le prove e le minacce che abbiamo di fronte” per fornire “soluzioni concrete e sostenibili”, dice Mattarella, aggiungendo che “risposte ambiziose dobbiamo ai nostri cittadini di fronte al terrorismo che ancora una volta in questi giorni ha compiuto orribili stragi”.




MESSICO – E’ morta Miriam Rodriguez Martinez, si batteva per i desaparecidos

Miriam Rodriguez Martinez si batteva per far luce sui desaparecidos. La donna, madre di una ragazza rapita nel 2012 e ritrovata morta in una fossa comune, era conosciuta come “mamma dei desaparecidos” per aver investigato sulla scomparsa della figlia ed essere riuscita a far arrestare alcuni membri del cartello della droga degli Zetas, responsabili del sequestro.

Da allora, è diventata leader dell’organizzazione Comunidad Ciudadana che cercava altri dispersi e enunciava i mandanti di questi omicidi. Forse è per questo è stata messa definitiva a tacere da un commando di uomini armati che hanno fatto irruzione nella sua abitazione a San Fernando, Stato di Tamaulipas.

A marzo uno dei killer della figlia riuscì a fuggire dalla prigione e la donna cominciò a ricevere numerose minacce di morte. Più volte ha chiesto alla polizia protezione, ma le sue richieste rimasero inascoltate. Una versione smentita dalla autorità, secondo le quali delle pattuglie eseguivano delle ronde almeno tre volte al giorno. Diverse organizzazioni, tra cui l’ufficio messicano dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, hanno chiesto alle autorità di indagare su questo omicidio, perché non resti impunito e per garantire la sicurezza degli attivisti in simili circostanze.