L’italiano, in genere

Nel 1986 la linguista Alma Sabatini, per conto della Commissione Nazionale per la parità e le pari opportunità tra donna e uomo della Presidenza del Consiglio dei ministri, pubblicò Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua Italiana. Nel 2012 Cecilia Robustelli, dell’università di Modena, scrisse per il Comune di Firenze le Linee guida per l’uso del genere nel linguaggio amministrativo. Ciò che colpisce in tali testi non è tanto l’erudizione delle autrici o la sconvolgente novità del contenuto, quanto l’assoluta aderenza alle regole basilari della lingua italiana. In sostanza, si tratta di testi che fanno appello al buon senso e alle conoscenze che si acquisiscono a scuola. E cioè, tanto per dirne una, che in italiano le parole che definiscono mestieri e professioni sono declinabili sia al maschile che al femminile, dunque non esiste solo il femminile di “operaio”, “bidello”, “cuoco”, “infermiere” ma anche di “avvocato”, “chirurgo”, “ingegnere”, “ministro” e via discorrendo.

Da anni, dunque, si parla di linguaggio rispettoso del genere ma, lungi dall’aver compreso e applicato le norme semplici e chiare enunciate da Sabatini, Robustelli e altre studiose, molte persone affrontano ancora l’argomento adottando un linguaggio che rispettoso non è. Varie polemiche sono state suscitate dalla presa di posizione linguistica di alcune donne: la ex presidente della Camera dei deputati Laura Boldrini, per esempio, fu oggetto di critiche per essersi definita “la” anziché “il” presidente; la sindaca di Roma Virginia Raggi ha subito attacchi simili, come pure tante donne che insistono per parlare italiano, ovvero per applicare le regole grammaticali. La veemenza con cui sostantivi come “avvocata”, “chirurga”, “ingegnera” o “ministra”, e soprattutto chi li usa, continuano ad essere attaccati è troppo virulenta per non essere sospetta: guarda caso, solo i ruoli di prestigio non potrebbero avere, a quanto pare, il genere femminile. Invece in fabbrica, negli asili, nelle cucine, nelle botteghe, insomma nei piani bassi dell’edificio sociale, le donne sono nominate correttamente. Chi attacca la declinazione al femminile afferma di farlo in nome di una presunta purezza della nostra lingua e denuncia la “bruttezza” vandalica con cui tali vocaboli (considerati a torto neologismi) la inquinerebbero. Insomma, “notaia” e “medica” sarebbero termini cacofonici fino alla ridicolaggine; “ministra” sarebbe irrispettoso perché assomiglia troppo a “minestra”; di “architetta” non ne parliamo proprio, con quella “tetta” che sbuca fuori così ammiccante.

Poiché le armi razionali della critica, in questo caso, sono spesso spuntate per mancanza di una cultura adeguata e per malafede, l’opposizione si manifesta in forma di sarcasmo. Appaiono dunque dappertutto i paladini del dolce idioma di Dante e di Manzoni che ringhiano rivendicando, come logica conseguenza di questo triste mondo linguisticamente alla rovescia, la legittimità di “artisto”, “atleto”, “terapeuto”, “pediatro”. Immagino che molti di loro siano spinti da null’altro che un belluino senso patriarcale di conservazione e di dominio, ma credo che non manchino persone onestamente digiune di cultura linguistica, sia pure quella delle elementari. Per i primi non vedo molte speranze perché il loro è un metalinguaggio ingarbugliato a convinzioni dure a morire. Le altre invece possono riflettere, imparare, sperimentare. A cambiare, si può cominciare dalle parole.

A questo proposito, ecco una notizia utile tratta dalla rete: il 9 aprile prossimo prenderà il via la seconda edizione del corso online dell’università Ca’ Foscari di Venezia “Linguaggio, identità di genere e lingua italiana” tenuto da Giuliana Giusti. Il corso si propone di sviluppare «una metacompetenza linguistica sulle proprietà morfologiche, sintattiche e semantiche della lingua italiana che permetteranno di operare scelte linguistiche consapevoli e motivate nel rispetto delle pari opportunità di genere». Non è poco. Attenzione al termine “metacompetenza”: a costo di cadere nell’ovvio, non è una semplice competenza – cioè non è saper parlare – ma capire un contesto ed esprimersi coerentemente a questo.

Chiunque può accedere e seguire il corso. L’iscrizione è gratuita, come pure l’attestato di 20 ore di attività formativa che si può ottenere frequentando almeno il 70% delle attività. La durata è di cinque settimane ma il corso rimarrà aperto per circa sei mesi. Le lezioni sono chiare e piacevoli: Giuliana Giusti è una studiosa e una didatta di rilievo.

Nella prima parte, “Le parole contano”, si affronteranno in modo chiaro le basi del linguaggio e si rifletterà sull’apporto semantico del genere grammaticale (quello, insomma, per cui le donne sono quasi invisibili nella cultura italiana). Le altre quattro lezioni saranno i principali meccanismi linguistici di formazione delle parole; i mutamenti linguistici (perché le lingue, essendo organismi vivi e vegeti, mutano); l’analisi delle resistenze al cambiamento; gli ambiti di applicazione: istruzione, editoria, politica, media.

Per reperire informazioni e per iscriversi occorre visitare il sito <https://learn.eduopen.org/eduopen/course_details.php?courseid=232 >.

 




Cosa significa investire ESG?

L’acronimo ESG –  Environmental, Social e Governance – sta diventando una guida nella selezione e scelta di un investimento.

Le tre parole si riferiscono a diversi e importanti aspetti che impattano sui comportamenti sociali delle aziende.

Il primo è l’ambiente e riguarda tra l’altro l’utilizzo delle risorse naturali, l’inquinamento, la deforestazione.

Il secondo è l’aspetto sociale e analizza le condizioni di lavoro, i rapporti con le comunità locali, le politiche di genere.

L’ultimo è il governo societario e cioè comportamenti di manager e loro retribuzioni, discriminazione di genere nella scelta dei vertici aziendali, implicazione in episodi di corruzione.

L’analisi di questi fattori consente di individuare due categorie di aziende, quelle da escludere nelle scelte di investimento (es: aziende del tabacco e produttori di armi ) e quelle che rispettano i temi ESG e si impegnano attivamente nella loro valorizzazione.

Va evidenziato come tale approccio si differenzia da quello altrettanto importante degli investimenti etici che si orientano verso titoli di società e organismi internazionali che hanno lo scopo di finanziare progetti socialmente utili.

La selezione dei titoli basata sulla valutazione ESG ha lo scopo di individuare società promettenti in termini di rendimenti che abbiano anche un comportamento virtuoso.

Opinioni esperte, provenienti da contesti diversi, ritengono che questi valori costituiscano un grande indicatore di sostenibilità nel lungo periodo della salute di un’impresa e questo perché corrette politiche aziendali la tengono al riparo da rischi che possono comprometterne risultati e solidità. Si pensi ai costi rappresentati dai risarcimenti per danni ambientali, dalle sanzioni per l’aggiramento fraudolento di normative, ai danni d’immagine provocati da politiche di sfruttamento della manodopera o da azioni discriminatorie.

Che il rispetto dei fattori ESG non rappresenti una zavorra per i risultati di un’azienda è confermato da numerose analisi che hanno rilevato migliori performance delle società virtuose rispetto alle loro concorrenti meno attente.

Ottima notizia perché questa constatazione non potrà non spingere anche le aziende meno sensibili ad adeguare le proprie politiche verso comportamenti virtuosi.

 




Il Kurdistan a Roma

Biji berxwedana Afrine (Viva la resistenza di Afrin) scandiscono insieme le centinaia di persone che danzano in cerchio mentre le punte delle fiamme illuminano la stella al centro della bandiera rossa issata sull’ex mattatoio della capitale. Siamo ad Ararat, centro culturale e luogo di ritrovo della comunità curda nel quartiere romano di Testaccio, dove si celebra il Newroz, il tradizionale capodanno curdo. Arrivando ad Ararat l’atmosfera è accogliente e calorosa, non manca mai qualcuno pronto a offrire a chi arriva un çay, l’immancabile tè caldo, e a raccontare la propria storia, spesso facendosi capire pur non sapendo una parola di italiano né d’inglese. Molti dei presenti ad Ararat vivono in Italia con lo statuto di rifugiati, dato che nella propria terra sarebbero perseguitati in quanto curdi.

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Oggi il Kurdistan si presenta diviso in quattro Stati (Turchia, Siria, Iraq e Iran), in ognuno dei quali è vietato parlare il curdo e celebrare le proprie tradizioni, prima fra tutte il Newroz, ed è imposta la fede musulmana; eppure, in nome dello stesso Corano cui si appellano gruppi di fanatici ed esaltati terroristi, il popolo curdo ha costruito una società basata sul rispetto dell’ambiente, sull’emancipazione delle donne e sulla convivenza pacifica tra i popoli.

Nel Kurdistan turco (Bakur), da cui proviene la maggior parte delle persone che si incontrano ad Ararat, l’ostilità verso l’identità curda è sempre stata forte. Il principale soggetto guida della lotta in Bakur è il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), fondato da Abdullah Öcalan nel 1978 e dichiarato illegale dal governo di Ankara. Negli ultimi anni il governo sunnita di Erdogan si è fatto sempre più autoritario e la repressione sempre più spietata ma il PKK, pur avendo abbandonato le idee marxiste-leniniste di partenza e rinunciato a uno Stato curdo indipendente, continua la lotta armata perché il popolo curdo possa vivere in pace e dignitosamente sulle proprie montagne. Recentemente, Erdogan ha dato il via a una campagna di arresti di magistrati, docenti, giornalisti e deputati e varato una nuova Costituzione che aumenta enormemente i propri poteri. I deputati e le deputate del Partito Democratico dei Popoli (HDP), principale opposizione parlamentare al regime turco, sono attualmente in carcere con l’accusa di costituire il braccio legalitario del PKK.

FOTO 2. CARTA DEL KURDISTAN

Allo scoppiare della guerra civile in Siria contro il tiranno Bashar Al Assad, la popolazione del Kurdistan siriano (Rojava) ha approfittato della difficoltà del governo di Damasco per attuare il sistema di democrazia diretta ecologista e femminista, noto come confederalismo democratico, proposto da Abdullah Öcalan, recluso in un carcere turco dal 1998. Frequentando la comunità curda è evidente il rispetto e la centralità di cui le donne godono, elementi che costituiscono una lezione di civiltà per l’Occidente tanto evoluto, dove centinaia di donne vengono assassinate ogni anno anche dentro le mura domestiche. Jin Jiyan Azadî (Donna Vita Libertà), recita uno dei principali slogan curdi.

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In Rojava sono nate le YPG, unità di difesa del popolo curdo, e le YPJ, milizie femminili. Ma il confederalismo democratico ha attirato l’ostilità degli islamici più intolleranti. La questione delle donne in particolare è stata molto rilevante: scardinare il patriarcato ha infastidito non solo la Turchia sunnita ma anche gli integralisti sciiti di Daesh, gruppo terroristico nato in seno alla guerra civile siriana ma con armi e finanziamenti occidentali.

Noto per la sua brutalità, Daesh ha attaccato il Rojava spingendosi fino al confine turco-siriano, il che ha portato le milizie curde sotto i riflettori di tutto il mondo durante i mesi dell’assedio di Kobane. Con l’appoggio solo formale della coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti, le YPG e le YPJ hanno cacciato Daesh da Kobane e ripreso la città da sole. Nel frattempo, Kobane era attaccata anche alle spalle, dal lato turco. Insieme alle Forze Democratiche Siriane, un esercito misto arabo-curdo, le milizie curde hanno lanciato l’offensiva che ha portato a liberare anche la città di Raqqa, ultima roccaforte di Daesh.

Sembrava che i sogni curdi stessero vincendo. E invece, violando a sorpresa il diritto internazionale, secondo il quale il Rojava è sotto la giurisdizione esclusiva di Damasco, Erdogan ha iniziato a bombardare il cantone di Afrin, dove avevano trovato rifugio migliaia di civili in fuga dalla guerra. L’ONU è intervenuta chiedendo un immediato cessate il fuoco ma il dittatore turco continua indisturbato la carneficina. La cosa più eclatante è che ad attaccare Afrin è non soltanto la Turchia da Nord-Ovest, ma anche da Sud-Est le bande jihadiste di Al Qaeda, Al Nusra e ciò che resta di Daesh. Un Paese della NATO è alleato dei gruppi terroristici che hanno costituito il pretesto per cui la NATO stessa ha dato inizio alle guerre in Medio Oriente.

In simili occasioni di gravi crisi internazionali la Chiesa è intervenuta a tutelare la pace ma stavolta il Papa ha stretto la mano al dittatore turco responsabile del genocidio in corso. Il Pontefice, di solito tanto attento ai casi di pedofilia, non ha criticato nemmeno la nuova legge turca che autorizza il matrimonio delle bambine a partire dai nove anni di età.

L’altra realtà che ha gravemente taciuto sui fatti di Afrin è l’Unione Europea, che ha firmato un accordo con Erdogan in base al quale la Turchia blocca i flussi migratori dal Medio Oriente verso l’Europa in cambio di sei miliardi di euro all’anno e del silenzio sulla questione curda: sotto la continua minaccia di rompere l’accordo e far affluire i profughi in Europa, Bruxelles e Strasburgo non possono ricordare al sultano il rispetto dei diritti umani. Lo Stato italiano in particolare, oltre a sostenere diplomaticamente la Turchia e a venderle armi, cerca di impedire ogni iniziativa di solidarietà con il popolo curdo: domenica scorsa un corteo spontaneo di poche decine di persone che tentavano di raggiungere l’ambasciata turca a volto scoperto e a mani nude è stato fermato dalla polizia, che ha ferito alla testa una giovane manifestante.

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Il 24 marzo a Roma è una giornata importante perché ricorre l’anniversario dell’eccidio nazista delle Fosse Ardeatine. La mattina un corteo cittadino ha attraversato la Garbatella, quartiere popolare dove abitavano numerosi partigiani, ed è giunto fino al luogo della strage.

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La comunità curda si è unita alla commemorazione portando l’attenzione sulla pulizia etnica in corso oggi in un Paese in cui, di nuovo come nell’Europa degli anni Quaranta, le opposizioni sono in carcere e un’intera etnia viene sterminata.

La sera ad Ararat si balla intorno al fuoco e vari gruppi musicali sia italiani che curdi intrattengono le persone presenti. L’aria è festosa e allegra, il Newroz è un momento importantissimo nella vita curda. Eppure una notizia recentissima crea nell’aria un’amarezza di fondo: dopo alcune settimane di cannonate turche e colpi di mortai jihadisti, Afrin è caduta. Tra un çay e l’altro ci si chiede cosa fare, come continuerà la resistenza.

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L’esercito turco ha mandato i superstiti di Daesh e le bande di Al Nusra (sorella siriana dell’araba Al Qaeda) in avanscoperta e solo dopo, fuggita quasi tutta la popolazione civile, i carri armati di Ankara sono entrati nella città. Fonti militari turche si vantano di aver annientato alcune migliaia di «terroristi», ovvero civili inermi, prevalentemente minori. Ora su Afrin sventola la bandiera turca con la mezzaluna al posto dei vessilli delle milizie popolari.

Difficile prevedere cosa accadrà da adesso in poi. Stando a quanto dichiarato dalle YPG, una cosa è chiara: la resistenza continua.

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Servizio fotografico realizzato a Roma, il 24 marzo 2018




Non sarà mica femminista?

Cento anni di lotte delle donne hanno generato tanti cambiamenti nelle leggi e nella realtà, ma la cultura patriarcale continua a fare i suoi danni: ce ne accorgiamo davanti a ogni statistica, lo denunciamo a ogni femminicidio.

è per questo, perché ci si aspettavano mutamenti più profondi e più radicali, che troviamo ripetuto così spesso il ritornello “le femministe hanno perso”?

Pare di no, se si rileggono i giornali di quarant’anni fa. Per caso ieri ho ripreso in mano la collezione de L’Espresso: andiamo da titoli 1978 come “La donna ci ripensa”, a “La caduta del femminismo”, a “I collettivi sono in crisi”. Non è e non era un giornale reazionario, e tutt’altro che maschiliste erano le firme di quegli articoli. Ma davano l’impressione di una morte annunciata, di un esito inevitabile. “Afasia del movimento femminista”, 1979; “Le piazze della discordia”, ancora 1979.

Altri necrologi preannunciati dal Corriere della Sera dalla Repubblica.

Sembra di leggere pezzi di oggi.

Oppure è proprio per la paura di quei cambiamenti, che tornano inesorabili sia – dal lato riflessivo – le diagnosi di sconfitte storiche, sia – da altri lati più beceri – gli stereotipi?

Le giovani donne, le millenials, per lo più non vogliono definirsi femministe. Anche se nel quotidiano i loro atti sono femministi, anche se manifestano grande interesse per i nostri temi, rifiutano la parola come se fosse offensiva o anacronistica (Non sarà mica femminista? quante volte me lo domandano quando tengo una lezione).

Nipoti di nonne nate in un Paese arcaico e bigotto, che lottarono perché la condizione fortuita di nascere maschio o femmina non determinasse un destino di diritti disuguali, non hanno dimestichezza nei confronti del femminismo; spesso non hanno neanche conoscenza della sua storia.

Ovunque vadano trovano chi dice che le femministe sono vecchie, brutte, sciatte, pelose, frustrate, acide, lagnose, isteriche, frigide, lesbiche represse; che sono sempre incazzate, che non capiscono l’ironia, che hanno preso troppo potere, che sono castranti … quando una donna non condivide un punto di vista, quando ha qualcosa da obiettare, quando protesta, quando manifesta il suo dissenso, lo fa solo perché non ha un uomo.

Insulto grave per una donna che abbia qualcosa da dire sulla sua condizione, sul mondo che la circonda, sui suoi desideri e sulle sue aspettative, è sembri una femminista; per evitare la lettera scarlatta, sono tante quelle che si affrettano a ribadire che io non sono femminista, però …

In gergo tecnico si chiama argomento fantoccio la fallacia che consiste nell’attaccare una posizione scomoda presentandone una visione distorta e quindi più facilmente demolibile.

Da sempre il potere – quando non ricorre all’ostracismo, quando non arriva alla violenza – mistifica e tenta di screditare quel che lo mette in discussione. Proprio perché interroga la società nei suoi fondamenti arcaici, il femminismo è stato ed è percepito come un pericolo sociale, da reprimere e da controllare anche attraverso lo scherno.

Ce ne siamo fatte una ragione.

 

 




Laura Broglio: la camionista che ha sfidato i pregiudizi per inseguire i propri sogni

8 marzo 2018. Finito di cenare spulcio le notizie delle ultime ore. È stata una giornata piena di iniziative, cortei e manifestazioni: attività diverse ma tutte caratterizzate dal desiderio di parlare delle donne di ieri e di oggi, di quelle che hanno fatto la storia e di quelle che la storia vogliono ancora costruirla, nell’ottica delle pari opportunità e dei pari diritti. Un trafiletto cattura la mia attenzione.

Laura Broglio, una giovane donna di Rovigo, riceve il “Sabo rosa”, premio che ogni anno il Roberto Nuti Group consegna a una donna che lavora nella filiera dei trasporti pesanti.

Elisabetta Nuti conferisce il premio a Laura dando la seguente motivazione: “Quest’anno la giuria ha deciso di assegnare il Sabo Rosa a Laura Broglio per sottolineare il valore della passione che, nella giovane autista, diventa coraggio di prendere in mano la propria vita e di dare concretezza ai propri sogni”.

La storia di questa donna mi stuzzica, sembra davvero interessante e, per questo motivo, decido di contattarla e di conoscerla meglio. La risposta di Laura non tarda ad arrivare, e dopo qualche giorno mi ritrovo a chiacchierare con una ragazza che parla con un piglio deciso e, allo stesso tempo, gentile.

Laura, un commento a caldo relativo al premio che hai appena ricevuto. Te lo aspettavi? È stato emozionante riceverlo?

Sinceramente non me lo aspettavo perché conoscevo le altre due ragazze che erano in finale con me e pensavo che vincesse la più giovane, anche perché quest’anno la sua storia ha fatto notizia. La mia vittoria è stata completamente inaspettata e l’emozione è stata tanta. Quando ho iniziato a praticare questo lavoro, ho visto diverse donne vincere questo premio, donne che ho poi conosciuto e che, per me, erano diventate un punto di riferimento. Trovarmi quindi nella loro posizione è stata davvero una grande emozione.

– Il “Sabo rosa” viene consegnato a una donna che lavora nella filiera dei trasporti pesanti, tu esattamente di cosa ti occupi?

Io faccio l’autista di mezzi pesanti, al momento sto guidando una motrice, ma ho anche la patente per guidare il cosiddetto bilico, che è l’autoarticolato, e tutti i mezzi con rimorchio.

– La tua passione è nata quando eri piccola? Tu eri una di quelle bambine che praticava quei giochi che vengono definiti “da maschi”, oppure no?

(Ride) No, io giocavo con le bambole e sognavo di fare la ballerina, come tutte le bambine. Poi, crescendo, gli interessi sono cambiati. Ho iniziato a interessarmi alle moto, i camion erano ancora lontani dalla mia vita. Non sono nemmeno figlia d’arte, perché i miei sono i classici genitori da “giacca e cravatta”, laureati e con vite professionali di successo. Un giorno, per caso, sono andata a un raduno con degli amici, sono salita su un camion per fare delle foto di rito e mi sono innamorata. È stato un colpo di fulmine!

– Quando sei andata a questo raduno, cosa facevi nella vita? Studiavi, lavoravi?

Stavo studiando Lettere, avevo ventitré anni, e volevo diventare un’insegnante. Inoltre, all’epoca, insegnavo danza hip-hop per avere un po’ di autonomia di tipo economico. Ho abbandonato tutto e, senza dir niente ai miei genitori, con i soldi della rata universitaria ho coperto i costi per il conseguimento delle patenti. Quando l’hanno scoperto avrebbero voluto uccidermi (ride).

– Gli amici e i parenti cos’hanno pensato quando sei entrata in possesso di questo tipo di patenti?

Gli amici se lo aspettavano, io sono stata sempre “quella strana”, dalle trovate originali. La mia famiglia, invece, c’è rimasta male. Ricordo ancora le loro espressioni, non erano contenti, anche perché coltivavano dei cliché che resistono ancora oggi. Non essendo tante le ragazze che lavorano in questo settore, era da mettere in conto. Però, se i genitori vedono che sei è felice, che stai bene, ti lasciano fare la vita che vuoi fare. Adesso rimangono sempre un po’ perplessi, ma ormai “c’hanno fatto il callo”!

– Di solito l’immagine legata alla parola camionista è quella di un uomo, in particolar modo un uomo rude, alto e muscoloso. Secondo questa logica, anche le camioniste dovrebbero presentare le medesime caratteristiche. Io non ti ho mai vista, quindi mi chiedo: si tratta di uno stereotipo o questa descrizione è aderente alla realtà?

Io sono alta 1,55 metri e sono magrina, perso 50 kg. Ho i capelli lunghi e le unghie curate. Per carità, non sono da lustrini, ma non ho un aspetto “da camionista”, come si suol dire. Inoltre, sono sempre molto gentile, anche sul posto di lavoro, e questo, secondo me, fa uno stano effetto perché si pensa che bisogna essere rudi per fare la camionista. Infine ho un tatuaggio sulla spalla, forse questo può aiutare lo stereotipo? (ride).

– Com’è lavorare in un modo prettamente maschile?

Bisogna imparare a convivere con gli uomini, anche a mandarli a quel paese quando è il caso, perché comunque le battute arrivano sempre, è inevitabile. L’importante è non pensare di essere trattate subito come “loro”. Ti trattano sempre con un occhio di riguardo perché, secondo me, è come se, praticando questo lavoro, gli portassi via una parte della loro virilità. Poi, dopo averti conosciuta, dopo aver capito che fai questo lavoro perché ti piace davvero, le tensioni si appianano e anzi ti aiutano di più rispetto ad altri colleghi. La parte difficile è l’inizio, quando ci si deve adeguare l’un l’altro. Io, comunque, devo dire di essere stata fortunata perché non ho mai vissuto eventi spiacevoli.

– Conciliare lavoro e famiglia pensi sia possibile nel tuo caso?

Ho un ragazzo che fa il camionista, perché la gente che puoi incontrare e il tempo che puoi dedicare loro sono legati agli orari che hai. Sicuramente mi piacerebbe mettere su famiglia ma, a livello di normativa nazionale, non so come sia gestita la maternità in relazione al lavoro che esercito. Penso che sicuramente una madre dovrebbe avere un lavoro più gestibile, perché io lavoro 12 ore al giorno e non sarebbe semplice crescere un figlio. Spero sia fattibile, o magari sarò la prima ad aprire un’associazione di donne autiste.

– Coltivi qualche passione?

Mi definisco una persona molto creativa. Tempo fa andavo in moto e mi divertivo a ballare. Adesso tutte queste cose le ho dovute archiviare perché il mio lavoro mi porta via tanto tempo. Attualmente, dovendo conciliare le mie passioni al poco tempo libero che mi rimane, sfogo la mia creatività scrivendo. In particolare raccolgo le storie che vedo in giro. Altri personaggi un po’ strani, invece, me li invento, sempre prendendo spunto da chi incrocio.

– Ti andrebbe di dire qualcosa a tutte quelle ragazze che hanno voglia di intraprendere la tua strada, o un percorso simile, ma hanno paura dei pregiudizi?

Seguite la vostra strada. È giusto far vedere al mondo che gli stereotipi non servono a nulla, sono inutili e limitativi. Siamo persone diverse, che non devono essere etichettate. Questo concetto è valido per le donne, ma anche per gli uomini che hanno interessi “più femminili”. Bisogna tirar fuori il coraggio perché, nascondendosi, il risultato sarà quello di condurre una vita infelice. Ripeto, ci vuole coraggio per cambiare il mondo!

Il mio intuito non si sbagliava, questa storia andava raccontata! Grazie Lady V (lady Volvo)!




Parità di genere e integrazione. Il ruolo del ricongiungimento familiare

Il ricongiungimento familiare, che negli ultimi anni costituisce la principale modalità d’ingresso nel nostro Paese, è un istituto pensato già a partire dalla legge n. 943/86 al fine di stabilizzare i flussi migratori. Ricongiungimento che assume però dinamiche e caratteristiche a volte inaspettate dallo stesso legislatore e quindi, pur contribuendo a stabilizzare i flussi, in alcuni casi può disarticolare la forma familiare precedentemente costruita.

La migrazione in coppia non è priva di cambiamenti, di tensioni, di ripercussioni sulle dinamiche relazionali, in quanto i coniugi sono chiamati ad assumere nuovi stili di vita, nuovi comportamenti, nuovi ruoli, comprese nuove modalità di socializzazione dei figli, nuovi rapporti con il Paese di approdo. La migrazione può accentuare la solidarietà di coppia così come può ridurla: la famiglia migrante si colloca in un sistema sociale in cui i ruoli e le relazioni non sono più quelli della tradizione ma si sono modificati o sono in fase di modificazione con il conseguente rischio di un processo di marginalizzazione e di conflitti a livello di coppia o intergenerazionale. Facendo parte di quell’oscillazione tra la società di accoglienza e quella di origine, il nucleo familiare diventa “di transizione”: la famiglia rischia di perdere le proprie radici, oppure, in un processo di acculturazione forzata potrebbe reciderle di netto. Al contrario, può capitare che non si adegui al nuovo contesto sociale, con le regole della società di arrivo.

Il ricongiungimento familiare della donna, può rappresentare una forma di emancipazione, in quanto la migrazione può aumentare il potere decisionale della stessa. Per molte costituisce un modo per affrancarsi e prendere le distanze da tradizioni non più accettabili. Il ricongiungimento è altresì desiderato perché rappresenta la possibilità di mettere in cantiere progetti che nel Paese di origine non sarebbero possibili. Infine, le donne possono essere chiamate a risolvere i problemi posti dall’articolazione della famiglia nel nuovo contesto: rapporti con il vicinato e altre culture, inserimento dei figli nella scuola, sollecitazioni dalle diverse strutture e istituzioni amministrative, sociali e sanitarie. La donna gioca un ruolo centrale anche per il recupero delle tradizioni del luogo d’origine ma soprattutto nell’aggiustamento delle posizioni di gestione della famiglia, quindi assunzione di nuovi ruoli, di nuove aspettative, anche perché il controllo sociale della famiglia d’origine si affievolisce a causa della distanza e perché ci si confronta con il Paese di accoglienza. La donna che si fa carico della cura dei figli ed è garante del suo patrimonio identitario–culturale, ma anche la donna che ha affrontato il processo migratorio da sola e si trova facilmente in una situazione di marginalizzazione, deve poter usufruire di un supporto da parte delle istituzioni. Così come la donna che ha vissuto separata dal compagno per molto tempo e si ritrova in difficoltà a ricongiungersi.
Discorso a parte quando il ricongiungimento fallisce o la donna si trova in condizioni di separazione o diventa vittima di episodi di maltrattamenti da parte del compagno. Ciò determina un problema opposto: la separazione dal ricongiungimento. Questa procedura in casi del genere dovrebbe essere automaticamente slegata dal legame familiare e diventare individuale. Ostacoli procedurali ed estrema burocratizzazione fanno sì che alcuni legami rimangano tali anche quando i fatti li smentiscono: le mogli vengono a trovarsi in situazioni di rischio perché prive di protezione.
Una questione relativamente recente è quella creata dal cosiddetto “ricongiungimento strumentale”, che pone le donne in una condizione di grande incertezza: le future spose contrattano il matrimonio con un partner anche sconosciuto al solo fine di mettersi nelle condizioni di migrare legalmente. Questa è la sola esigenza e giustifica la fragilità e i malintesi che ne derivano, con conseguenze di una sicura frattura. La programmazione dei flussi, la chiusura delle frontiere potenziano questo fenomeno che è legato esclusivamente alla possibilità di ingresso regolare.

Va ricordato inoltre che il ricongiungimento sancisce “il diritto a mantenere o a riacquistare l’unità familiare nei confronti dei familiari stranieri”, e, oltre che alla stabilizzazione dei flussi migratori, costituisce una svolta nel percorso delle famiglie stesse, che possono riscoprire al loro interno nuove risorse. Si assiste alla trasformazione dall’essere famiglia magrebina, cinese, peruviana in Italia alla famiglia magrebina, cinese, peruviana d’Italia in quanto la permanenza diventa stabile. Per consentire che questo avvenga devono instaurarsi nuovi rapporti con le istituzioni, canali di mediazione che offrano con più snellezza dialogo e accoglienza anche da un punto di vista psicologico oltre che linguistico e culturale.
Aumentare il potere decisionale delle donne ampliando le opportunità culturali contribuisce senz’altro alla diminuzione delle difficoltà psicologiche-relazionali, sia delle madri sia dei figli, nel contesto della società di accoglienza e per far ciò una conoscenza del diritto di famiglia effettuato nella realtà scolastica, quale può essere quella dei figli può essere di aiuto. Questo consentirebbe prima di tutto di superare le difficoltà linguistiche e di comprendere il nuovo contesto, individuando riferimenti, facilitando le condizioni di integrazione e contribuendo a diminuire le difficoltà di inserimento nel mondo scolastico di ragazze e ragazzi immigrati. Finora la carenza informativa e i servizi alle persone e del territorio non sono riusciti ad attrezzarsi per offrire le risorse adeguate alle persone propense a un inserimento stabile in Italia.

Una delle soluzioni potrebbe consistere nello svincolare il permesso di soggiorno dal ricongiungimento al marito o compagno in caso di separazione, divorzio, maltrattamenti in quanto lo status di residente non può dipendere da quello del coniuge o partner. In caso di divorzio o scioglimento della relazione, le donne devono acquisire un titolo autonomo di soggiorno, come previsto dall’articolo 59 della convenzione di Istanbul del 11-5-2011, ratificata dall’Italia con la legge del 27-6-2013 n 77, che trova però nel lasso di tempo trascorso dall’accertamento della problematica familiare al rilascio del nuovo permesso una norma di difficile attuazione.
Inoltre si dovrebbe proporre alle migranti una conoscenza del diritto di famiglia affinché si stabilisca una consapevolezza del ruolo di cittadine che costituisce la base per una migliore integrazione. Uno sforzo nel settore dell’istruzione diventa cruciale per preparare le donne immigrate e soprattutto le nuove generazioni a una partecipazione più effettiva nella società che le accoglie.

 

 




Sesso debole, sesso forte, gentil sesso

Per analizzare gli stereotipi sessisti un buon punto d’inizio possono essere le definizioni.

Sesso debole, sesso forte

“Mezzacartuccia”, “mezzasega”, “pappamolla”: così fin dall’infanzia i maschi trattano chi non appare forte abbastanza. Muscoli muscoli muscoli, questa è la virilità. Io Tarzan tu Jane. Dalla notte dei tempi si inculca in loro, fin dall’infanzia, il timore di essere considerati deboli. Femminucce, insomma.

Nelle società antiche (là dove tutto è nato) il lavoro e perfino la sopravvivenza richiedevano la forza muscolare; oggi è sempre meno decisiva, non serve a procacciare cibo, non serve a lavorare, non serve nemmeno a fare la guerra, ma che importa?

‘Forte’ significa ‘vincente’, in una società competitiva in cui la vita è vista come piramide: una metafora che mostra che è indispensabile conoscere la propria posizione e sapere chi ti sta sopra e chi ti sta sotto (sotto-messo).

Si parte da una minorità esistenziale fin dagli archetipi. La fragile fanciulla tremebonda è in pericolo, o dorme, o è perseguitata o sfruttata, comunque sfigatissima: il principe azzurro arriva sul cavallo bianco, brandisce la spada e la salva.

Eppure lei parla prima, socializza prima. Gli uomini vivono meno delle donne (nel mondo ci sono in questo momento quarantatré persone che hanno superato i 110 anni e di queste quarantadue sono donne), si liberano più lentamente di ogni malanno, se ne lagnano di più, hanno minor resistenza al dolore e maggior tendenza al suicidio; reggono male i cambiamenti e malissimo gli abbandoni. La salute cardiocircolatoria delle donne è generalmente migliore di quella degli uomini ed esse resistono meglio all’attacco di virus e batteri.

I laureati sono per il 60% donne e per il 40% uomini, le ragazze hanno voti migliori, fanno più stage e master, conquistano più borse di studio. È nel prosieguo che cominciano i guai.

Geneticamente, il sesso forte è quello femminile. La differenziazione della coppia cromosomica XY è successiva alla dotazione di base XX.

E se forza significasse invece resilienza (rialzarsi dopo le batoste, più forti di prima)?

 

Gentil sesso

Esiste una pressione sociale che spinge le donne a manifestare sì, le emozioni, ma non quelle negative; a sorridere anche quando soffrono (se non sei disposta a soffrire vali di meno). Si insegna che in un rapporto è norma che siano le donne ad accettare un compromesso, a sorvolare, a perdonare, a capire, a sopportare.

Gentile’ si riferisce soprattutto a quello che una “vera” donna NON fa. Un lungo elenco di negazioni e di limitazioni. Non si arrabbia, non litiga, non insulta, non si ribella … Il riposo del guerriero.

L’apprezzamento così largamente condiviso di un’immagine mansueta, rassicurante e innocua del femminile maschera il terrore di soggettività indocili. Molte narrazioni delle crudeltà mitologiche (Erinni, Parche, Furie, Gorgoni, Menadi, Medusa) partono dalla sensazione inquietante che dentro ogni donna si nasconda una minaccia alle regole e alla sicurezza collettiva.

La sua sottomissione è il prodotto di una normalizzazione, è finalizzata a metterne in sicurezza l’indole imprevedibile, a dominare il timore e il fascino di una potenza nascosta e destabilizzante.

Le due rappresentazioni opposte delle donne – soggetti deboli deprivati di facoltà raziocinanti/ soggetti infidi, misteriosi, pericolosi e potenti – convergono nel rinvio a un necessario intervento della collettività. Per proteggerle o per reprimerle. Mai per farle libere. Mai per rispettarne l’autodeterminazione.




Rischi finanziari

L’educazione finanziaria ha l’intento di uscire dai luoghi comuni e di far conoscere le diverse sfaccettature del rischio finanziario in modo tale che investitori e investitrici possano scegliere con maggiore consapevolezza i propri investimenti.

Quello del rischio finanziario è un argomento molto complicato perché tratta una materia decisamente ampia.

Se definiamo il rischio come l’eventualità di subire un danno connesso a circostanze più o meno prevedibili, per rischio finanziario intendiamo la variabilità o la volatilità di investimenti che possono portare a perdite di guadagni passati o a perdite di capitale.

I rischi finanziari sono di diverso tipo.

Il rischio specifico è quello riguardante la singola azienda: investire il capitale su un titolo azionario o obbligazionario di una società significa legare il risultato all’andamento di quella sola emittente.

Se scommetto su un unico cavallo e il cavallo si azzoppa, io perdo tutto e allora perché assumermi tanti rischi quando esiste la diversificazione?

Il rischio sistematico è legato alle oscillazioni di mercato che possono avvenire per una qualsiasi notizia o avvenimento: le elezioni politiche, un possibile incidente diplomatico, un crollo del prezzo del petrolio sono in grado di generare una volatilità dovuta alla fase d’incertezza, che può essere contenuta con una corretta pianificazione dell’orizzonte temporale dell’investimento.

Il rischio legato al market timing riguarda la convinzione di molti investitori e investitrici di riuscire a entrare nei mercati sui minimi storici e uscirne ai massimi, cosa quasi impossibile da ottenere: molto spesso si fanno delle scelte sbagliate anche per consigli dati da pseudo guru della finanza, arrivando ad accumulare in tal modo anche pesanti perdite. Se esistesse il market timing perfetto esisterebbero tanti miliardari, non siete d’accordo?

La cosa migliore, quindi, è sempre stabilire il corretto orizzonte temporale del proprio investimento per raggiungere i risultati attesi.

Il rischio liquidità consiste invece nel non riuscire a smobilizzare i propri investimenti quando ci occorrono i denari, questo può accadere per aver comprato dei titoli che non sono vendibili nel mercato secondario o titoli che sono poco scambiati e qualora trovassimo acquirenti sarebbero loro a stabilirne il prezzo.

 

 

 




Una parola al giorno: gap

«Il gap è un divario, una frattura molto spesso vista come incolmabile, o che si fa molta fatica a compensare». È una parola che leggiamo, sentiamo e usiamo quasi tutti i giorni e, in generale, sappiamo che è inglese. Chi si avventurasse in paesi anglofoni troverebbe il monito «mind the gap» ad ogni fermata di metropolitana, a raccomandare attenzione allo spazio vuoto fra la banchina e il treno, ma anche nel nostro parlato quotidiano usiamo ormai disinvoltamente questo vocabolo esoticamente monosillabico, accompagnandolo ad aggettivi colti come “generazionale” o “tecnologico” che ci riempiono la bocca di sillabe e attenuano il retrogusto legnoso di quelle tre lettere, trendy sì ma, insomma, così secche.

Poco o nulla, però, sappiamo del perché e del percome l’antico norvegese “gap”, ovvero “crepaccio”, sia arrivato in Inghilterra e lì abbia trovato accoglienza: non è obbligatorio avere interesse e curiosità per una scienza tanto pignola e poco glamour come la filologia. Ma, per citare una frase fin troppo citata di Nanni Moretti, «chi parla male pensa male», e informarsi sulla storia delle parole è un buon inizio per cominciare a pensare bene.

 

In questo ci è di aiuto un sito fondato proprio sulle parole, sulla loro etimologia e sulla loro storia, che racconta ogni giorno di una parola diversa, talvolta coltissima o desueta, talvolta ovvia e quotidiana: “Una parola al giorno”, che troviamo in rete all’indirizzo <https://unaparolaalgiorno.it/>.

Possiamo consultarlo come un vocabolario e cercare fra le sue pagine digitali la parola che ci manca, o di cui non ci è chiaro il senso, o della quale non capiamo perché significhi quello che significa, o ancora di cui vogliamo accertarci che, oltre al suo uso più scontato, non ne celi un altro, magari minaccioso.

Possiamo registrarci e ricevere ogni giorno una email con la parola quotidiana. Tale omaggio, privo di pubblicità e di tentativi di adescamento di qualunque genere, ha il sapore di un piatto del giorno, è presentato sempre con garbo e in un italiano appetitoso, colto ma privo di spocchia. Non è un sito per chi intenda conseguire un dottorato in filologia romanza alla Normale di Pisa, ma è utile e divertente (e anche alla Normale rompere l’uovo di Pasqua e trovarci la sorpresa fa comunque piacere).

È possibile commentare una parola e anche adottarla come fosse un cucciolo o una piantina, perché ci piace particolarmente e proviamo gratitudine per chi l’ha rispolverata e mostrata in tutta la sua bellezza. In questo caso possiamo fare una piccola donazione, anche per ricordarci che ricercare, scrivere ed editare costano tempo e fatica.

 

La parola “gap”, si diceva, significa “divario”, ed è stata pubblicata il 16 marzo scorso.

Ma Gap erano anche i Gruppi di azione patriottica, formazione partigiana comunista attiva in Italia dal settembre 1943 alla Liberazione. E Gap erano anche i Gruppo di azione partigiana e i Gruppi armati proletari che, fra la strage di piazza Fontana (12 dicembre 1969) e la fine degli anni Settanta agirono, spesso in clandestinità e con metodi violenti, e che dalla formazione partigiana presero l’acronimo.

Sui primi non credo vi sia nulla da dire. Sui secondi, quarant’anni dopo il rapimento di Aldo Moro, non è stata fatta la chiarezza che sarebbe necessaria in un Paese democratico. Tra loro e la Storia c’è ancora un gap, e un gap, ritengo, divide e allontana le componenti della nostra società frammentata.




Tre giornate speciali

Si dice “Aprile, dolce dormire!” ma la Giornata del sonno, indetta dal World Sleep Society nel 2008, capita il venerdì precedente l’equinozio di primavera e quest’anno il 16 marzo.

Lo slogan di quest’anno è stato “Join the sleep world, preserve your rhythms to enjoy life” (Unisciti al mondo del sonno, conserva i tuoi ritmi per goderti la vita) e tante sono state le associazioni che vi hanno aderito con altrettante iniziative anche in Italia: a Roma incontri informativi e distribuzione di materiale informativo, a Iglesias convegni sulle apnee ostruttive del sonno, a Monza campagna gratuita di screening…

Sappiamo che è molto importante rispettare il ritmo circadiano del nostro organismo, da cui dipende il corretto funzionamento di cuore, pressione sanguigna, reni, ormoni, ed è proprio perché la freneticità delle nostre esistenze e le stesse professioni che svolgiamo non rispettano i nostri ritmi biologici che soffriamo di disturbi come l’insonnia e l’irritabilità: insomma, lavoriamo per vivere, ma viviamo male perché lavoriamo! E, diciamo, che nella Genesi ci è stato pure in qualche modo annunciato (Gen. 3: 16-19).

Ma ecco che, se rimaniamo in ascolto, periodicamente possiamo e dobbiamo trovarlo anche noi un “sabato” di riposo, per il corpo e per la mente, e a ricordarcelo c’è anche un’altra Giornata che può riconciliarci con la Natura: la Giornata internazionale delle Foreste che esiste dal 2013. Si celebra il 21 marzo e vedrà svolgersi a Mantova il primo World Forum on Urban Forests.

Abbracciare un albero (sì, proprio fisicamente!), dedicarsi a un orto (proprio o urbano), curare e rispettare il verde dei nostri paesi e delle nostre città, piantumare alberelli per ogni nato/a o per ogni adozione, oltre a essere un hobby e una passione che ci ri-anima può anche costituire un naturale rimedio ai nostri problemi di salute. Per non parlare del benessere da rinverdimento, ossigenazione, biodiversità, bellezza!

Sebbene la lotta per vincere la cementificazione brutale e il disboscamento irrazionale e aggressivo ci porta alla memoria vite esemplari che purtroppo non ci sono più, come la nostra Renata Fonte, assassinata a 33 anni il 31 marzo del 1984 perché difendeva Porto Selvaggio nel Salento, e Berta Càceres, uccisa a 44 anni il 3 marzo 2016 perché si batteva in favore del diritto alla terra dei popoli indigeni.

Diritto che riguarda prima ancora l’oro blu celebrato in tutto il mondo il 22 marzo, quest’anno con il motto “Nature for water”, durante la Giornata mondiale dell’acqua istituita nel 1993: moltissime le iniziative, anche nelle scuole che aderiscono a “Salva la goccia” a cura di Green Cross (Associazione fondata da M. Gorbaciov).  A Milano si svolgerà il Festival dei Diritti umani, a Roma, presso l’Auditorium Agostinianum, avrà luogo il convegno internazionale “Watershed”, e a Parma si sta già svolgendo il summit internazionale “Labirinto d’acque”.

Sui Diritti fondamentali non c’è da “dormirci su”, anzi c’è da vegliare ad occhi ben aperti affinché le politiche asservite ai soli interessi economici di pochi, che non hanno certo a cuore la sostenibilità, non scompensino ulteriormente le nostre esistenze quotidiane continuando a portare morte.

 

Si sa: “Il sonno della ragione genera mostri”.