Biji Serok Apo

Il 4 aprile presso il centro culturale curdo Ararat di Roma si è celebrato il sessantanovesimo compleanno di Abdullah Öcalan, noto anche come Apo, presidente e fondatore del PKK (Partito dei lavoratori del Kurdistan).

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Öcalan, nato nel Kurdistan turco nel 1949 (anche se alcune fonti sostengono nel 1948), ha studiato scienze politiche all’università di Ankara partecipando alle agitazioni studentesche dei primi anni Settanta. Nel 1978, su posizioni marxiste-leniniste, Apo ha fondato il PKK, il quale nel 1984 è entrato in clandestinità dando inizio a una lotta armata contro Turchia, Iraq e Iran volta a costituire uno stato curdo indipendente.

Tra il 1984 e il 2003 l’esercito turco ha ucciso più di trentamila persone curde, alcuni combattenti ma moltissimi civili, nel tentativo di schiacciare la lotta del PKK. I decenni successivi al 1984 hanno visto il leader curdo peregrinare continuamente alla ricerca di un luogo dove ottenere asilo politico, che nessuno Stato gli ha mai concesso: le pressioni della Turchia, membro della NATO e importante partner commerciale dell’Europa, hanno spinto sia gli Stati Uniti che l’Unione Europea a inserire il partito curdo nella lista delle organizzazioni terroristiche internazionali.

Giunto in Italia nel 1999 sotto il governo D’Alema, Öcalan si è consegnato alla polizia italiana nella speranza di ottenere asilo politico, ma la Turchia ha minacciato di boicottare le aziende italiane, costringendo il governo a mantenere la prudenza (quando in Italia la facoltà di concedere o negare un asilo politico spetterebbe alla magistratura e non al governo). Su implicito consiglio italiano, Öcalan si è recato in Kenya, dove è stato catturato dai servizi segreti turchi.

Pochi giorni dopo, la magistratura italiana ha riconosciuto che Abdullah Öcalan avrebbe effettivamente avuto diritto all’asilo politico in Italia in quanto i suoi diritti democratici in Turchia non erano garantiti. Peraltro, la Costituzione italiana sancisce chiaramente che «lo straniero, al quale sia impedito nel suo Paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica» (articolo 10) e che l’estradizione «non può in alcun caso essere ammessa per reati politici» (articolo 26). Ad aggravare il tutto, va ricordato che all’epoca dei fatti in Turchia era ancora in vigore la pena di morte (abolita solo nel 2002 su pressioni dell’UE). Da allora Öcalan, condannato prima a morte poi all’ergastolo, è rinchiuso in un’isola-carcere turca nel Mar di Marmara.

Negli anni, il PKK ha abbandonato le posizioni marxiste-leniniste di partenza e, al posto di uno Stato curdo indipendente, ha iniziato a lottare per una convivenza pacifica tra i popoli del Medio Oriente. Dal carcere Öcalan ha elaborato la teoria del confederalismo democratico, proponendo una società basata sul rispetto dell’ambiente e sull’emancipazione delle donne che punti a liberare l’umanità del capitalismo e dal patriarcato. È stata addirittura proposta una commissione d’inchiesta bilaterale che valuti i crimini di guerra commessi sia dall’esercito turco che dalle milizie curde. Ma questo non ha fermato la repressione da parte dello Stato turco.

Durante le guerre del Golfo la NATO ha continuato ad accusare di terrorismo il PKK ma ha contemporaneamente finanziato la lotta indipendentista del Kurdistan iracheno per indebolire il governo di Saddam Hussein a Baghdad. Per evitare gli attacchi turchi, le basi del PKK sono state trasferite sui monti del Qandil, nel Kurdistan iracheno. Nel frattempo, a partire dal 2011, la guerra civile in Siria ha permesso alla popolazione del Kurdistan siriano di organizzarsi autonomamente approfittando delle difficoltà del governo di Damasco e rendendo così effettivo il confederalismo democratico, grazie anche alle Unità di difesa del popolo curdo (YPG) e alle milizie femminile (YPJ) che si possono considerare sorelle siriane del PKK turco.

Nel 2013 a Parigi sono state assassinate tre donne curde, tra cui la cofondatrice del PKK Sakine Cansiz: i responsabili degli omicidi, molto probabilmente legati ai servizi segreti turchi, non sono mai stati identificati e lo Stato francese non è intervenuto nella vicenda. Per assolversi da ogni responsabilità, il governo di Ankara ha fatto circolare la voce di una resa di conti interna al PKK.

Nel centro culturale Ararat il volto di Öcalan è raffigurato ovunque, insieme alla bandiera rossa del PKK. Nel pomeriggio del 4 aprile in omaggio al leader curdo è stato piantato un albero di ulivo: a mettere la nuova pianta nel terreno del giardino sono state le donne della comunità curda, in quanto le donne, per loro natura, generano la vita.

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Poi le danze si sono protratte fino a sera sotto lo slogan Biji serro Apo (Viva il presidente Apo). Tra le persone presenti alla cerimonia regna l’entusiasmo ma anche la tristezza: Apo è in carcere da diciannove anni e da due non se ne hanno notizie, soffocato da un isolamento che non permette di conoscere nemmeno le sue condizioni di salute.

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Nel 2016 la giunta De Magistris gli ha conferito la cittadinanza onoraria della città di Napoli.

Oggi la nipote di Apo, Dilek Öcalan, eletta nel parlamento turco con l’HDP (Partito democratico dei popoli, disarmato ma filocurdo) è in carcere: secondo il dittatore Erdogan, l’HDP costituirebbe il braccio legale del PKK. Ma la colpa di Dilek Öcalan, formalmente accusata di «propaganda per un’organizzazione terroristica», consiste nell’aver partecipato al funerale di un partigiano curdo ucciso nel 2016 dalle truppe di Ankara.




Taranto – Per un chilo d’acciaio

“Ieri abbiamo spazzato a terra: manco Gesù Cristo sa quanto minerale abbiamo trovato!”. Questo enunciato, nella sua versione in dialetto tarantino, ha fatto il giro su WhatsApp e Facebook anche sotto forma di brano musicale ritmato e martellante. E a Taranto la musica è la stessa da mezzo secolo nella convinzione che il cambiamento della realtà del Sud d’Italia debba passare dall’industria pesante e non piuttosto dalla pensata valorizzazione del verde-azzurro paesaggio e della cultura, che ha pure nella Magna Grecia e prima ancora negli insediamenti paleolitici il suo punto di forza e di sorprendente bellezza. Invece, grande il doppio rispetto alla città dei due mari fondata da Sparta, con la sua agognata prosperità del posto fisso nelle campagne ricche di ulivi e masserie si è insediato un mostro, affamato di vita e di esistenze, frutto di «un processo barbarico d’industrializzazione. Un’impresa industriale a partecipazione statale, con un investimento di quasi 2000 miliardi, non ha ancora pensato alle elementari opere di difesa contro l’inquinamento e non ha nemmeno piantato un albero a difesa dei poveri abitanti dei quartieri popolari sotto vento»come scriveva già nel 1971 A. Cederna sul Corriere della Sera.

E per l’ennesima volta chi scrive, per esempio, sono i “Genitori tarantini” che dopo gli ultimi sconvolgenti “wind day”[1] si sono rivolti a Calenda chiedendogli se si sia mai chiesto quanto, in verità, costi un chilo d’acciaio. “ … Quanto costa in spese sanitarie? Quanto in casi di infertilità? Quanto in bambini nati già malati? ..” E gli chiedono di fare questi calcoli consultando la Costituzione soprattutto ora che, subentrato dopo i Riva il colosso Arcelor Mittal, anche l’UE ha aperto un’indagine Antitrust sull’acquisizione grazie a una delle tante denunce di Peacelink. E ancora a Pasqua, in risposta ai suoi tweet nei quali afferma che Taranto potrebbe diventare una seconda Bagnoli, tra le altre cose fanno presente che altrove in Italia gli operai sono stati impiegati per le bonifiche e non sono diventati migliaia di esuberi.

Un mio caro amico mi disse che quando era piccolo credeva che l’Italsider (allora si chiamava così) fosse la fabbrica delle nuvole: ora in Mississippi la NASA con il suo Artificial Clouds Generation System è davvero in grado di produrne e di far piovere poco dopo, però con chissà quali ripercussioni sull’atmosfera. Tra nuvole di fumo e nuvole artificiali, la Germania con la riconversione della Ruhr ci può solo essere di ispirazione: in dieci anni le strutture sono diventate musei, ristoranti, teatri o siti di archeologia industriale, molti operai sono diventati guide per i tantissimi turisti che, quanto a numero, sono quasi quanti quelli che visitano Pompei, e … il ritrovato verde brillante del paesaggio risplende con l’azzurro del cielo, nuvoloso, sì, ma a seconda delle condizioni meteorologiche.

 

[1] Giorni di vento nei quali l’Amministrazione comunale consiglia alla cittadinanza di non aprire le finestre e di rimanere in casa poiché nell’aria volano le polveri e i minerali depositati nei parchi minerari che non hanno mai avuto una copertura; le scuole restano chiuse.




Un ferro da stiro come corpo contundente

Stirare è una normalissima attività di cura che viene svolta normalmente in milioni di case. Magari ripetitiva, magari noiosa, ma utile.

Milioni di donne stirano – oltre alle proprie – le camicie di padri, mariti, partner, figli, fratelli: lo fanno per scelta o per necessità, per routine o per amore. O per tutto questo insieme, perché di questo è fatta la quotidianità.

Se però sei una star del piccolo schermo, e in più se sei la compagna di un potenziale presidente del consiglio; se soprattutto ti fai immortalare nella posa di stirargli la biancheria e se mandi la foto ai media, non si tratta più di un atto quotidiano, ma di un messaggio chiaro, di immediata comprensione; inequivocabile nella sua elementarità.

Hai un destinatario, il corpo elettorale; hai dei sostenitori, tutti e tutte coloro che in modo o palese o sotterraneo rimpiangono i modelli di una volta (i commenti sui social sono in maggioranza solidali “Brava!”, “Grande!”, “Fortunato il signor Salvini”); hai un bersaglio, le donne che chiedono parità ed equa distribuzione dei carichi domestici; proponi il modello di come dev’essere una VERA donna.

Proclami non solo un’identificazione simbolica, ma un programma politico: se governeremo noi diremo basta al femminismo, chiuderemo l’epoca della riflessione sui ruoli di genere, la faremo finita con le rivendicazioni, con le proposte di nuove libertà.

Il Paese tornerà alle “sane” abitudini del passato, alla “naturale” vocazione dell’eterno femminino, alla “giusta” e “sacrosanta” distinzione tra ciò che spetta agli uomini e ciò che spetta alle donne (“un passo indietro”, la stessa protagonista di questo copione l’aveva già detto), a iconografie di implicita subordinazione, all’accettazione di modelli binari, preordinati e vincolanti. Niente aria nuova, solo la ripetizione di ideologie vecchie nelle vesti apparentemente diverse della moderna donna di successo.

Chi detiene il potere si arroga da sempre il compito di trasmettere modelli di umanità: se si pensa che la mascolinità e la femminilità oggi hanno forme meno rigide rispetto al passato, il tentativo della destra italiana appare anacronistico ma confortevole.Alla complessità del mondo offre risposte semplicistiche, in questo come in molti altri casi: promette non solo sicurezza fisica, ma sicurezza psicologica.

Mentre il panorama contemporaneo delle identità di genere appare sempre meno disciplinabile, gli stereotipi continuano a offrire una prospettiva tranquillizzante, nella loro immutata funzione di riduttori della complessità e disciplinatori dell’incertezza.




Investimenti ed emotività

Come in tutti gli aspetti della vita anche in campo finanziario l’emotività influenza le nostre scelte.

L’immagine i copertina illustra il rischio che si corre quando le scelte sono guidate dall’emotività: chi investe può essere spinto/a a entrare nei momenti di euforia dei mercati e uscirne quando gli stessi sono fortemente negativi. Tale rischio è accentuato quando gli andamenti dei mercati sono sotto i riflettori dei media.

Termini come “euforia”, ”record”, “nuovi massimi” possono spingere l’investitore e l’investitrice prudenti a effettuare investimenti non adatti al proprio profilo di rischio, oppure, il sentir parlare di “crack” e “miliardi bruciati” può convincerli a liquidare investimenti destinati a soddisfare esigenze di lungo periodo realizzando perdite difficilmente recuperabili.

Molto spesso le scelte di investimento si basano sul tentativo di valutare una serie fattori al fine di capire qual è il momento giusto per investire. Si tenta, cioè, di predire il futuro in merito ad un settore, quello finanziario, influenzato dalle più disparate variabili.

I mercati possono salire o scendere a causa dell’andamento dell’economia, delle politiche delle banche centrali, di crisi o accordi internazionali, di esiti elettorali e mille altri motivi tutti difficilmente prevedibili e su cui non si ha nessun tipo di influenza.

Nel momento in cui le previsioni non si verificano è facile lasciarsi prendere dallo sconforto e pensare di aver sbagliato tutto, di dover rivedere i propri  investimenti basandosi magari su nuove previsioni  che si ritengono migliori e vincenti.

Tutto questo perché spesso quando scegliamo gli investimenti tralasciamo di dare la giusta importanza proprio a ciò che conosciamo meglio e su cui possiamo influire: noi stessi.

Qual è il nostro reddito, la capacità di risparmio, la composizione del nucleo familiare, gli obiettivi che ci poniamo e in quali tempi, sono solo alcuni degli elementi che devono essere alla base delle nostre scelte di investimento e che spesso non consideriamo o alle quali non diamo la giusta importanza.

Analizzare la propria situazione, individuare il proprio profilo di rischio, scegliere gli obiettivi e i tempi ragionevolmente necessari per realizzarli in base alle nostre disponibilità presenti e prospettiche, in altre parole pianificare è l’unico mezzo che abbiamo per evitare che l’emotività prenda il sopravvento e spinga a compiere scelte irrazionali dannose per i nostri risparmi.

 




Quando studiando Ingegneria puoi diventare “Gajarda”

Può capitare di andare al MotoDays, Salone Moto e Scooter del Centro-Sud Italia, una manifestazione fieristica sul mondo motociclistico che si tiene ormai da anni a Roma, e di imbattersi in uno stand diverso dagli altri che non espone moto o scooter ma auto da corsa dallo stile inconsueto e intrigante.

Sullo stand campeggia la scritta Team Sapienza Corse. Si tratta di un team che rappresenta il Dipartimento di Ingegneria Meccanica e Aerospaziale della Facoltà di Ingegneria dell’Università di Roma La Sapienza in Formula SAE nella categoria “Combustion Vehicles”. Ogni anno un nuovo gruppo di studenti sceglie di affiancare al classico percorso di studi di Ingegneria un’esperienza in squadra dall’elevato valore formativo; promotore e supervisore del progetto è Giovanni Broggiato, docente di Costruzione di Macchine. Dal 2008 a oggi oltre 200 ragazzi e ragazze hanno lavorato alla realizzazione di otto differenti vetture da competizione, tutte contraddistinte dal numero 19 e dall’iconico nome “Gajarda”.

Quelli esposti nello stand del MotoDays sono quindi alcuni dei modelli “Gajarda” realizzati da quando è nato il progetto Sapienza Corse.  Le ragazze e i ragazzi presentano in particolare Gajarda AWD, la rivoluzionaria monoposto di Formula SAE a trazione integrale progettata e realizzata interamente dal loro gruppo. Gajarda AWD – spiegano le/i giovani studenti – propone un’architettura totalmente inedita ed esclusiva: è l’unica tra le vetture a motore termico della sua categoria ad adottare la trazione integrale, abbinata a un sistema di Torque Vectoring per la ripartizione attiva della coppia motrice. Vanta inoltre un uso esteso della fibra di carbonio per la realizzazione di numerose parti, tra cui il monoscocca, le sospensioni, i membri del gruppo ruota e il pacchetto alare.

Ma ciò di cui vanno maggiormente fieri i giovani e le giovani del Team è che Gajarda AWD prende parte nella stagione 2018 agli eventi di Formula SAE e Formula Student: una serie di appuntamenti internazionali sui più celebri tracciati del motorsport, in cui universitari provenienti da tutto il mondo sottopongono i propri prototipi al giudizio di autorevoli esperti dei settori automotive e racing, per poi sfidarsi in pista in prove dinamiche a tempo.

Gajarda AWD è un progetto innovativo e ambizioso, che ha richiesto oltre due anni di lavoro e che ha suscitato notevole interesse a livello internazionale, come testimoniano i numerosi riconoscimenti ottenuti: tra questi, la vittoria assoluta in Class2 nell’evento di Silverstone del 2016 e il MTU Most Innovative Powertrain System Award nell’ambito della Formula Student Germany 2017.

Il team è attualmente impegnato nella preparazione delle gare del 2018: in calendario, la partecipazione agli eventi Formula Student UK a Silverstone (11-15 luglio) e Formula Student East (18-22 luglio) in Ungheria.

A fornire gran parte delle informazioni sui prestigiosi impegni di Gajarda AWD e sul team, attualmente composto da trentacinque studenti, di cui cinque studentesse, sono soprattutto due ragazze: Irene Vittori Antisari, team leader di Sapienza Corse, e Veronica Negrocompagne di studi e strette collaboratrici nella progettazione e realizzazione dei motori e delle auto. Irene sarà anche pilota nel prossimo evento di Formula Student UK che si terrà a luglio a Silverstone.

FOTO. Irene Vittori Antisari in officina

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Ma quante sono in Italia le ragazze impegnate in studi ed esperienze come quelli di Irene e Veronica?

Secondo l’ultimo Rapporto annuale del Centro studi del Consiglio nazionale ingegneri – Cni, nel nostro Paese le donne laureate in ingegneria sono diventate il 30% del totale. Questa presenza di laureate è anche tra le più virtuose in Europa, se si fa il raffronto con la Francia (dove le donne laureate in ingegneria nel 2014 erano il 25% del totale, il Regno Unito (22%), la Germania (19%) e persino i Paesi scandinavi (19%).

Delle laureate in ingegneria, coloro che si laureano nei corsi di ingegneria aerospaziale sono il 16,7% e quelle che conseguono il titolo di ingegnere meccaniche sono solo il 9,5%.

Vale la pena indagare le ragioni di questa scarsa presenza femminile nei settori aerospaziale e meccanica attraverso la voce delle ragazze che hanno deciso di intraprendere questo percorso di studi, come Irene e Veronica, ed entrare nel racconto delle loro esperienze di studentesse e protagoniste del Team Sapienza Corse. Vi proporremo quindi a breve una loro intervista durante la quale ripercorreremo la loro carriera di giovani donne che studiano e si sperimentano nel gruppo di ingegneria aerospaziale meccanica, che non solo progettano e realizzano i modelli di Gajarda, ma che li guidano per testarne e accrescerne le performance in pista.

 

In copertina: Il laboratorio-officina di Sapienza Corse




Donne rom fra tradizione ed emancipazione

Parlare dell’altroè sempre difficile, soprattutto quando c’è un concreto rischio di banalizzazioni e stereotipi. Per questo, parlare delle donne rom – che appartengono a un gruppo che è altro per eccellenza, straniero in ogni paese – è un compito che va portato avanti con cautela. Tanto più perché la classica prospettiva emancipazionista potrebbe risultare fallimentare nel comprendere fenomeni in cui razza, genere e classe sono strettamente interconnessi.

Chi sono, dunque, queste donne rom? C’è del fermento femminista fra di loro? E se sì, in cosa consiste?

Prima di tutto è necessario specificare una cosa: parlare di donne rom ha senso finché si tiene presente che le comunità in Europa e nel mondo sono tante e spesso diverse fra di loro, con tradizioni che subiscono variazioni da gruppo a gruppo, anche per via di coordinate esterne.

Quello che sappiamo, in generale, delle donne rom deriva più che altro dai giornali, dai racconti e dal nostro immaginario comune. Sono di volta in volta zingare che rubano o che ammaliano (come Esmeralda), che fanno l’elemosina portando con sé i propri figli, necessariamente sottomesse alla cultura patriarcale della loro comunità, portano ampie gonne dai colori sgargianti e capelli lunghi, spesso raccolti in una coda.

E sì, sono discriminate per ben tre volte: in quanto donne, in quanto straniere e in quanto rom. Ma, sebbene in molte rivendichino con orgoglio la propria cultura di appartenenza e la volontà di non abbandonarla, ci sono segnali di qualcosa che sta cambiando, soprattutto fra le più giovani.

L’idea che si sta diffondendo è che, in fondo, si possa scegliere di ‘andare avanti’ senza per questo rinunciare alla propria identità rom. Questo significa combattere quegli elementi maschilisti e patriarcali della propria comunità senza rinunciare alla propria tradizione culturale, linguistica e sociale in toto. È questo il loro cambiamento.

All’interno di alcune comunità rom, infatti, vigono delle ‘regole’ che limitano la libertà di scelta di queste donne: i matrimoni precoci sono l’esempio più lampante, sebbene non identico in tutte le comunità in Europa. È per questo che una parte della lotta delle donne rom si incentra proprio su questo argomento: “Terni bori” vuol dire “giovane sposa” ed è il nome con cui è stato lanciato il sito (http://www.ternibori.org/en/) del progetto europeo “Marry When You Are Ready”. Lo scopo? Porre fine ai matrimoni precoci delle minori rom, imparare a considerarli come una forma di violenza contro le donne, che incide dal punto di vista psicologico, sociale e culturale. Da qui, secondo le donne rom che portano avanti il progetto, bisogna ripartire per dare vita ad un’autodeterminazione femminile, in cui le donne non vengono salvate dall’esterno da un deus ex machina, ma imparano ad autodeterminarsi. Un progetto che assume una prospettiva europea e internazionale e che conta associazioni partner nei Balcani (Croazia, Serbia, Macedonia, Bosnia Erzegovina), in Bulgaria, in Italia e in Austria. E che parte, necessariamente, dalla scelta delle donne sul proprio corpo.

A questa prospettiva internazionale si rifà anche l’International Roma Women Congress (http://dromkotar.org/congress/), che quest’anno è giunto alla sua seconda edizione e che si è tenuto a Barcellona il 23 e il 24 marzo. Sono donne rom che parlano ad altre donne rom, parlano di sé stesse e dei propri problemi, che spesso sono simili anche da un Paese all’altro per via delle condizioni di discriminazione cui sono soggette. In questo caso lo scopo non è una singola battaglia, ma è in generale la riabilitazione dell’immagine delle rom in senso positivo e la lotta alle disuguaglianze di genere e alla violenza contro le donne. L’approccio è stato orizzontale e partecipativo: oltre agli incontri accademici, si è avuto modo di discutere insieme, partendo dalle esperienze comuni.

E poi c’è “Barabal” (http://barabal.eu/), che significa “uguaglianza”. È anch’esso un progetto europeo, che vuole aiutare le rom d’Europa attraverso un adeguato accesso all’istruzione. Si calcola, infatti, che mediamente una donna rom sia meno istruita di un uomo rom: in Italia nel 2014 il 23% di donne rom ha dichiarato di non saper né leggere né scrivere a fronte di un 12% maschile. Questo anche perché nelle comunità rom si tende a insegnare alle bambine il “mestiere della casa” e a prepararle ad essere madri e mogli perfette.

In Italia rappresentante di questo cambiamento che vuole combattere la tripla discriminazione cui sono soggette le rom è il Rowni-Roma Women Network Italy (https://sites.google.com/site/rowniromawomennetworkitaly/home). Una rete che come primo compito ha proprio quello di unire tutte quelle donne, appartenenti a questa minoranza, che si sentono discriminate. E da questa rete partire per promuovere l’autodeterminazione, l’autoimprenditorialità, la fiducia in sé stesse.

Gli elementi che tutte queste realtà portano avanti sono tanti: libera scelta del proprio corpo e libera rivendicazione delle proprie tradizioni rom sono le più evidenti e importanti. Ma dietro c’è molto altro, che si sovrappone e si interseca: la scuola e la possibilità di un’istruzione, la battaglia alla violenza sulle donne, l’incentivazione a usare saperi tradizionali in modo innovativo, lo “scoperchiamento” di discriminazioni di genere e lo sviluppo della consapevolezza della propria condizione. Con un ribaltamento di quest’ultima: essere donne rom è un valore aggiunto, che va potenziato – non eliminato.

Foto di Andrea Zennaro (Roma, 2017)

 

 

 




La strada delle discriminazioni è lastricata di buone intenzioni

La forza intrinseca delle costruzioni della diseguaglianza risiede nella sostanziale invisibilità delle strutture che le compongono, interiorizzate a livello sia individuale sia collettivo quali costituenti inevitabili dell’ordine “naturale” delle cose.

Le regole di genere presentano l’estrema semplicità del binarismo, una diffusione capillare in ogni aspetto della realtà, un alto consenso nel mondo adulto.

 

T-shirt per neonati: intelligente come papà; oppure (orribilmente) sciupafemmine. Per neonate: bella come la mamma.

Pubblicità:lei penserà a farsi bella, lui a fare goal …

La società trasforma la sessualità biologica in una costruzione culturale preoccupandosi di differenziare accuratamente – attraverso riti, costumi, accesso ai luoghi, abitudini, abbigliamento, ecc. – il modello maschile dal femminile.

Si comincia prestissimo, perché la socializzazione più facilmente garantisca i propri esiti.La costruzione sociale del genere è resa facile da due dati di fatto: la malleabilità delle pulsioni umane e il lungo periodo di dipendenza dei bambini.

Il sociologo Anthony Giddens ha analizzato le parole utilizzate per definire i/le neonati/eda parte del personale del reparto maternità: robusti, belli, forti versusgraziose, fragili, deliziose. Dalle diverse aspettative derivano anche diversi stili di relazione da parte dei genitori, che tendono a coinvolgere figli e figlie nelle attività in modo differente già nel primo anno di vita, e a socializzarli in modo divergente alle emozioni.

Si costruisce così un vezzoso mondo color rosa confetto per lei, che deve piacere (cuoricini e trucchi e lustrini) o accudire (bambola, minicucina e miniaspirapolvere); il contraltare è un rude mondo blu/azzurro per lui (gara, avventura, guerra).

Secondo i risultati di una ricerca svolta tra il 2014 e il 2015 sui cataloghi online di Mattel e Hasbro, moda, bambola, vestito, dolce, amicizia, magia, fata, amore, mamma, principessa, bellissima, facile, semplice, cucciolo, adorabile, sogno, cura sono i termini più ricorrenti nelle pubblicità e sui siti di giocattoli nelle sezioni dedicate alle bambine.Azione, battaglia, combattimento, veicolo, nemico, mostro, macchina, potenza, forza, eroe, avventura, gara, vincere, arma sono invece i termini che descrivono l’offerta dei giocattoli al maschile.

La pubblicità di abbigliamento per l’infanzia non si limita poi a vendere uno stile estetico: suggerisce un modello identitario e un modo di stare nel mondo. Se il corpo è per i maschi uno strumento per fare, e le attività rappresentate forniscono soddisfazione in sé e per sé, nel modello del femminile il corpo è strumento per apparire o per ottenere amore; la gratificazione che se ne può ricavare presuppone uno sguardo esterno.

Queste norme, una volta interiorizzate, influenzano il modo di guardare e vivere se stessi/e, così come influenzano la relazione che si instaura tra mente, corpo e ambiente di vita.

Foto 3. Una vetrina di giocattoli

I bambini e le bambine assorbono questa lezione onnipresente, che segna il loro immaginario e sarà difficile da sradicare. Imparano, senza bisogno di indottrinamento esplicito, che tra i generi corre una linea di separazione netta, irriducibile; che ci sono due mondi, uno soft e uno hard. Ginnastica artistica contro arti marziali, romanzi d’amore contro romanzi d’avventura, acquaio contro scrivania.

Maschi che giocano con le bambole e femmine che giocano al calcio: preoccupante? Per molti genitori sì. Alcuni minacciano addirittura di ritirare i pargoli dall’asilo, per paura della contaminazione.

Il meglio che ci possa accadere in quanto esseri umani è invece fare scelte che siano frutto dei nostri desideri e non di condizionamenti, pregiudizi e gabbie predefinite, immissioni forzate negli schemi: questo dovremmo volere, questo dovrebbe insegnare la scuola.

I ruoli rigidamente definiti fin dalla prima infanzia sono invece gabbie invisibili in cui richiudiamo figli e figlie, che faranno fatica ad uscirne.

Lo facciamo con amore, naturalmente, l’amore assolve tutto: come se non fosse possibile amare male.

 

 

 

 

 

 

 




La terra trema, con la presunta innocenza dell’air gun

Notte tra il 23 e il 24 marzo: ero nel letto, raffreddatissima, e ho pensato a un brivido che dalla testa mi scorresse fino ai piedi. Certo, era un brivido ben cadenzato e particolare … L’indomani avrei saputo che era stato un terremoto.

Così come all’alba del primo aprile al largo di Bari.

Io ne ho vissuti alcuni tra cui quello dell’Irpinia del 1980. “Vissuti”, in verità, è parola grossa perché nella provincia di Taranto di solito arrivano sempre le onde di propagazione. Ma ricordo, per esempio, l’ondulazione violenta della poltrona sulla quale ero seduta e il lampadario che dondolava.

Questo è stato diverso: è stato come una leggera raffica.

Ora, per quanto non sia un’esperta, da anni mi preoccupo di ambiente e ho conosciuto, virtualmente, il prof. Ferdinando Boero dell’Università di Lecce e la prof. Maria Rita D’Orsogna: l’uno mi ha fatto riflettere sul fatto che, sommato tutto, si devono ‘ringraziare’ le lobby del petrolio se si è riusciti ad arginare quelle del nucleare, l’altra mi ha fatto scoprire i pericoli che insidiano il nostro Adriatico, sebbene lei ormai abiti stabilmente a Los Angeles.

Si tratta dell’air gun, uno strumento usato in geofisica, e in particolare nelle prospezioni geofisiche in mare, che genera spari che servono per individuare giacimenti di idrocarburi da trivellare. Secondo l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia si possono generare vibrazioni anomale ma non terremoti; però nell’immediato, per esempio, viene danneggiato il pescato.

Fatto è che, come previsto da una concessione governativa che ha scavalcato le decisioni delle regioni Abruzzo e Puglia, l’air gun nell’Adriatico è iniziato a marzo scorso e gli accordi prevedono che continuerà fino a marzo prossimo;dopo verrà il pozzo esplorativo e poi quello permanente; a seguire saranno costruiti l’infrastruttura a terra e a mare e gli impianti di raffinazione con oleodotti, trasporti e pericolo riversamenti.

La situazione è allarmante a partire dalla mancanza di democrazia nelle scelte e dalla distorta o mancata informazione.

Il Ministero dell’Ambiente è anche quello della Tutela del territorio, ma di tutela del mare se n’è occupato davvero poco: ditte d’oltralpe, sempre in questi giorni, hanno avuto il permesso di eseguire indagini geofisiche in due aree protette al largo di Santa Maria di Leuca, tra cui al “Posidonieto Capo San Gregorio – Punta Ristola” fra le zone più protette al mondo per la loro unicità. Tre milioni di spari, ventiquattro ore su ventiquattro, su strenelle striate, balenottere, capodogli e ancora su gamberi, scampi e pure tartarughe Caretta Caretta!

Il WWF da undici anni ci invita a partecipare a Earth Hour, l’Ora della Terra, partita come iniziativa dall’Australia nel 2007 e quest’anno celebrata il 24 marzo: un’ora nella quale vengono spente tutte le luci, dai monumenti delle città alle singole abitazioni, per contrastare i cambiamenti climatici tagliando i consumi energetici.

L’obiettivo, inutile dirlo, è l’utilizzo di energie alternative e la mobilità sostenibile: come dire, una simbolica ora al buio per vincere il buio di chi non vede che il petrolio e i combustibili fossili in genere, come fonte energetica e prima ancora come fonte di lavoro e di ricchezza.

Ai danni della sicurezza e della bellezza della Terra e di chi la abita.




Diversificare i propri investimenti finanziari

In merito all’utilità di una giusta diversificazione dei propri investimenti occorre fare una premessa.

Fino a qualche decennio risparmiatori e risparmiatrici che volevano investire i propri risparmi non si ponevano il problema di dover scegliere su chi e che cosa investire poiché la strada era già tracciata.

I titoli di Stato erano considerati strumenti sicuri, remunerativi ed erano quelli sui quali già i propri genitori o nonni avevano investito. Coloro invece che ambivano a guadagni maggiori si orientavano all’acquisto di azioni delle poche società quotate sulla Borsa Italiana.

Costoro non ritenevano opportuno fornirsi di altre informazioni. Nessuno metteva in conto che uno Stato potesse non rimborsare i propri titoli o che per molti anni i rendimenti ottenuti non coprissero nemmeno l’inflazione.

Quando poi tutto il mondo ha cominciato a dialogare, vuoi con lo scambio di merci più veloce dovuto a uno sviluppo enorme dei mezzi di trasporto più moderni, vuoi con l’avvento di internet tutto è cambiato.

Oltre agli scambi commerciali così anche i mercati finanziari si sono “globalizzati”.

Ciò che accade in un Paese si ripercuote immediatamente su tutti gli altri: vedi il crollo delle Torri Gemelle, le guerre, la grande crisi economica iniziata nel 2007 con un effetto domino.

E così avvenimenti che non avremmo mai immaginato si sono verificati: il fallimento di Argentina e Grecia, lo spauracchio del fallimento dell’Italia nel novembre del 2011, il fallimento delle banche!

In questo contesto così complesso allora come è meglio orientarsi? Con una sana, consapevole diversificazione dei propri investimenti.

Diversificare, cioè scegliere una pluralità di strumenti finanziari abbassa il rischio del proprio portafoglio: se un settore merceologico ad esempio il settore automobilistico non cresce magari quello tecnologico è in espansione, se l’economia dell’Europa stenta a decollare ci sono Paesi come la Cina che corrono a due cifre; quindi investire in più settori merceologici, in più Paesi, in più attività riduce notevolmente il rischio di vedere tutti i nostri risparmi andare in fumo perché li abbiamo concentrati su un solo strumento di

investimento, abbiamo puntato su di un’unica attività.

Lo sa bene chi ha investito i risparmi di una vita, la liquidazione dopo tanti anni di lavoro, su un unico strumento finanziario rivelatosi fallimentare.

Ricapitolando, possiamo parlare di diversificazione per tipo di strumento finanziario, ad esempio tra obbligazioni e azioni; all’interno della stessa categoria possiamo diversificare per tipo di emittente: un’obbligazione può essere emessa da uno stato, da una banca o da una società industriale; tra gli emittenti possiamo diversificare per aree geografiche: Paesi sviluppati o mercati emergenti.

Diversificando otteniamo il duplice obiettivo di ridurre il rischio sui nostri investimenti e di cogliere le opportunità presenti nei vari mercati.




Dol’s, tutt’altro che bambole

“Quando qualcuno mi dice di non conoscere dol’s magazine, mi meraviglio. Esiste da così tanti anni che credevo ormai facesse parte del DNA delle donne in rete” (Caterina Della Torre).

Dol’s, infatti, sta per donne on line.

Nasce nel 1999 dall’amore per le nuove tecnologie di quattro donne: Giovanna Fusè, manager di una società informatica, Giuliana Isola, architetta votata al web design, Bettina Jacomini, giornalista web e Caterina Della Torre linguista passata al marketing, poi tradito per internet. Con gli anni è mutata la compagine associativa e dol’s è rimasta nelle mani della sola Caterina.

La rivista ha modificato nel tempo la veste grafica e la strategia comunicativa ma è rimasta sempre legata all’obiettivo di aiutare le donne a capire l’importanza della rete per acquisire autonomia e a disporre di canali aperti alle esigenze di lavoratrici, donne e madri. È cresciuta e cambiata insieme alla società: se è vero, infatti, che le donne di oggi si interessano a temi un tempo di esclusivo appannaggio maschile, è altrettanto vero che gli uomini sono entrati a far parte di una sfera emotiva e di cura dalla quale prima erano sostanzialmente tagliati fuori.

Stando alle statistiche, Dol’s è letta per 1/3 da uomini.

Di cosa si parla, dunque? Tematiche inerenti cultura, salute e benessere, viaggi, eventi, solidarietà, pari opportunità, stereotipi e discriminazioni, donne e lavoro, costituiscono la struttura portante del sito, integrata nei contenuti durante l’intera settimana. Una newsletter mensile consente a ogni utente iscritta/o di accedere direttamente ai nuovi articoli pubblicati.

La scelta redazionale è ben precisa: non avvalersi soltanto di contributi firmati da giornaliste professioniste, ma raccogliere anche scritti spontanei – selezionati e corretti – di donne semplicemente affascinate dalla possibilità di esprimersi in un proprio spazio. Tono, stile e modalità comunicative restano invece variabili: dall’ironia alla critica, dall’approfondimento alla narrazione, dall’informazione pura, ai contatti diretti con professioniste e professionisti dei vari settori e ai sondaggi d’opinione collegati a testate giornalistiche, dipartimenti di ricerca, realtà aziendali e commerciali.

In sintesi: una struttura aperta e in continuo divenire, una redazione diffusa, un invito a farsene protagoniste.

Buona navigazione: www.dols.it!