Vittime e carnefici di nuova generazione

C’è un acceso dibattito tra chi continua a vedere in ogni forma di prostituzione una coerenza col patriarcato e chi, accettando la definizione di sex-work e dunque proiettandola nell’universo del lavoro, la sottrae al campo della violenza per condurla a quello dell’autodeterminazione, accusando spesso la prima versione di censura e moralismo.

È pensabile una libera scelta nella vendita del proprio corpo, stanti le attuali relazioni economiche e gli assetti di forza?

Se le vittime di tratta subiscono il potere hard delle organizzazioni criminali, molte giovani italiane vivono un potere ben più invisibile. Chi domina non ha bisogno di violenza o di ricatto, quando la vittima è talmente de-individuata da aver perso, o addirittura non aver mai acquisito, la capacità di riconoscersi preda di un carnefice perché si identifica con lui e con i suoi desideri piuttosto che con se stessa e con le proprie esigenze.

L’auto-oggettivazione è il processo chiave mediante il quale donne e ragazze imparano a pensare e a se stesse come a oggetti dello sguardo altrui, autosvalutandosi al ruolo di comparse marginali in un copione di cui altri sono autori.Lo scenario preconfezionato si inscrive nelle loro teste e nei loro corpi, provocando non solo addomesticamento ma una sorta di complicità. Se la grazia domestica delle donne era il modello antico, l’ideale oggi è una sessualità voyeuristica oggettificata.

Il quadro è più complicato dello schema tradizionale sfruttatore/sfruttata.

Col berlusconismo sono venute alla ribalta donne che non rientrano nella tradizionale categoria della prostituzione, pur facendo del proprio corpo un’impresa commerciale ed esponendosi programmaticamente a sguardi pornografici.

Si tratta di un progetto di vita condiviso, esploso negli ultimi decenni, benedetto dall’invidia sociale, diventato miraggio. L’immaginario della società dei consumi dà una mano interessata. Vincenti e fotogeniche, le giovani donne hanno intorno un indotto impensabile di fotografi, cameramen, stilisti, parrucchieri e quant’altro, tutti impegnati ad adeguarle ai criteri estetici – peraltro banalotti – del capo.

Trasformata in oggetto di consumo, la baby-modella assume in studio pose seduttive davanti alla macchina fotografica e occhieggia allusiva dai cartelloni pubblicitari. Le insegnano a mettere il lucidalabbra già a sei anni, per essere perfetta per lui.

In un contesto così allargato l’immagine della prostituzione – purché di lussosi vende come portatrice di un fantasma di sessualità liberata.

 

Chiamami Peroni, sarò la tua birra.

Guardami, toccami, accarezzami, sussurrami, prendimi, scuotimi, incitami, venerami, esaltami, sentimi, proteggimi, criticami, lasciami, amami, rilassami.

Io sono Giulietta. Prima di parlare di me, provami.

 

Questo scempio viene chiamato ‘libertà’.Il rovesciamento di significato dell’intero lessico politico è stato il segno più evidente del cambio di egemonia che ha contrassegnato il trentennio neoliberista. Non riusciamo a scrollarcelo di dosso.

 




Max Manganelli e l’armonica per caso

Racconta Tom Joad, il protagonista diFuroredi John Steinbeck: «L’armonica è uno strumento facile da portare. La togli di tasca, la batti sulla palma della mano per scuoterne via i detriti di tabacco e di porcheria, ed è pronta. Puoi fare quel che vuoi con un’armonica: note staccate, accordi, melodie ritmate. Puoi plasmare la tua musica con le due mani, ci tiri fuori il suono lamentoso e nostalgico della zampogna, le note grandiose e angeliche dell’organo, i trilli acuti e pungenti del piffero. Poi smetti di suonare e te la rimetti in tasca. […] E se la perdi o la rompi, la perdita non è grave. Con pochi cents te ne puoi comprare un’altra».

«È vero», mi dice Max Manganelli mentre siamo seduti in macchina davanti alla Scuola popolare di musica di Testaccio, a Roma, una mezz’ora prima che cominci il suo corso di armonica diatonica. «Un’armonica a bocca diatonica costa poco rispetto ad altri strumenti. Quando ne ho avuta una in regalo, all’inizio degli anni Novanta, non ne sapevo niente, però mi aveva incuriosito e così ho cominciato a cercare di capire che potevo farci. Soffiavo e aspiravo in quei dieci buchi e ne venivano fuori suoni diversi, e nient’altro. La musica mi piaceva, ma non avevo molte preferenze. Ascoltavo di tutto. Poi, a un certo punto, ho incontrato il blues e ho capito che l’armonica è l’anima del blues, perché può cantare come una voce umana, e mi sono messo ad ascoltare blues e a provare, e più ascoltavo e più provavo. È cominciata così».

A quell’epoca Max, dopo essersi diplomato, faceva un po’ di tutto. «Pure l’idraulico, l’elettricista, il muratore. Insieme ad un amico ristrutturavamo appartamenti. Questo amico aveva un’armonica a bocca e ogni tanto la suonava, io ne ero affascinato e lui me la regalò, così per qualche tempo ci ho giocato. Niente di più. Nel frattempo lavoravo».

Il Monte dei Cocci manda un odore di terra, in accordo con il colore scrostato dell’ex mattatoio e con la pioggia che va e viene in questa primavera ancora in incubazione. Il mattatoio è stato riadattato per ospitare la facoltà di Architettura dell’università Roma Tre, la Città dell’altra economia, una sede del Museo di arte contemporanea, una dell’Accademia di belle arti, il centro sociale curdo Ararat, le stalle dei pochi cavalli che ancora tirano le carrozzelle per i turisti cinesi. Anche se molta gente entra ed esce dal cancello sovrastato dalla statua della Tauromachia, memento dell’ecatombe infinita che ha nutrito Roma per quasi un secolo, e anche se molta di questa gente entra ed esce dal portone della Scuola popolare di musica recando custodie dei più vari strumenti musicali, l’Ex Mattatoio non riesce a farmi dimenticare il suo passato. Per fortuna ci sono i suoni che escono dalle sussiegose finestre ottocentesche, passaggi musicali ripetuti, scale, accordi vocali, percussioni, barriti ambigui di neofiti del sax e della tromba, archi nella fase incerta dell’accordatura, il minestrone allegro e confuso degli strumenti e delle voci di tante persone che hanno scelto di migliorare la loro vita con la musica proprio qui, trasformando la vecchia architettura della morte seriale in una scuola sempre in festa.

Max, sollecitato dalla mia curiosità, continua a raccontare. Dopo il periodo dei lavori qua e là, è arrivata l’officina. «Da operaio mi occupavo di meccanica di precisione, quindi ho imparato a lavorare di fino cose molto piccole. Un pezzo o è preciso al centesimo di millimetro o è da buttare. Ma avevo sempre quell’armonica in tasca e ci soffiavo dentro appena possibile, e la sera ascoltavo dischi e frequentavo locali dove si suonava».

Ricordo che anch’io avevo comprato un’armonica per suonare come Bob Dylan, e mi era sembrata una cosa elementare. Lo era. Infatti Bob Dylan non sapeva suonare, la mia armonica aveva un suono infame e io non me n’ero neppure accorto.

Max prosegue. «Insomma, in officina avevo tutte le condizioni e le attrezzature per poter dare spazio alle mie idee e di come poter rendere questo strumento più prestigioso, quindi durante la mia breve pausa-pranzo, solo mezz’ora, facevo i miei primi prototipi. Mangiavo il mio panino a tempo di record e poi mi rimettevo al banco da lavoro, svitavo le viti dell’armonica, guardavo attentamente tutte le sue parti e mi chiedevo se davvero quello fosse il modo migliore di costruirle. Ho pensato a uno specifico design da poter adattare ad armoniche che si trovano abitualmente in commercio con un’imboccatura particolare che fosse più comoda, più ergonomica, insomma migliore.  Ho provato moltissimi materiali tra plastiche, metalli, legni duri e stagionati come si deve, anche di quelli più strani mai usati per strumenti».

Quindi, gli chiedo, sei un designer e un costruttore? «Diciamo un miglioratore. L’armonica mica l’ho inventata io. E ancora adesso il grosso del mio lavoro è migliorare le armoniche in commercio, anche cambiandole parecchio. Perché ci sono pure strumenti costosi, magari giapponesi, ma valgono solo quanto costano. Non è questione di soldi, è come se mancassero di attenzione, di una qualche logica di fondo. Tutto quello che facevo, soprattutto le armoniche con i corpi in alluminio colorato e i microfoni, inizialmente erano su misura per me, questo sia chiaro. Ma poi sono piaciute anche agli altri, perché era roba fatta per la musica e non per il business».

E com’è andata che sei uscito dalla fabbrica? «È andata che i tempi diventavano duri. La crisi, la cassa integrazione, i licenziamenti, cose così. Appena cassaintegrato ho preso il toro per le corna e mi sono licenziato. La fabbrica si fottesse. Non mi piaceva l’aria che ci si respirava, tollerare i soprusi non mi è mai riuscito, neanche da bambino. E poi mi volevo dedicare all’armonica e avevo anche bisogno di mettere insieme un tot di soldi tutti i mesi, così ho fatto due più due, ho affittato un laboratorio e mi sono messo a lavorare per conto mio. Ho inventato un nome: BluexLab, perché “blues” era troppo scontato e pure pretenzioso; “bluex” si pronuncia allo stesso modo, è diverso ma si capisce. Molte cose sono successe per caso, conosci qualcuno che lavora nel mondo dell’armonica, che produce amplificatori, poi qualcun altro, cominci a proporre e così via. L’armonica in Italia era praticata da poche persone, quindi i contatti sono diventati presto internazionali, e poi internet e l’e-commerce hanno fatto il resto. Adesso il mio lavoro va in tutto il mondo».

E il blues? «Il blues è arrivato come conseguenza. Io, te l’ho detto, ascoltavo quello che capitava, che passava la radio, e alla radio di blues ne ascolti poco. Ma mi sono messo a cercare dov’era la voce dell’armonica a bocca, e l’ho trovata nel blues. Quando sai suonare il blues puoi suonare tutto, però intendiamoci: il blues non è un linguaggio nostro. Noi in Europa possiamo ispirarci e imitare anche bene, ma credo che la musica afroamericana non la capiremo mai fino in fondo, non la possederemo mai. Il dolore della schiavitù non è il nostro dolore, punto. E anche i grandi musicisti bianchi americani hanno sempre suonato e vissuto insieme ai neri».

Dunque l’armonica è uno strumento blues per eccellenza? «La musica popolare è semplice e ripetitiva ma, se sei curioso, cerchi di non ripeterti mai. La struttura è elementare, quello che conta è la variazione sulla struttura. Devi essere curioso e cercare. Ma intendiamoci: con l’armonica diatonica si può suonare tutto, se la si studia come si deve è uno strumento completo, non si limita al blues. Occorre dedizione». Max ogni tanto si ferma a pensare, a soppesare una parola, a cercare quella esatta, è artigiano anche nel parlare. «Sì, è la parola giusta: dedizione».

I tuoi maestri? «I dischi. Ascoltavo e provavo, imitavo e cercavo di farmi lentamente un linguaggio mio, che non sembrasse scimmiottato. Meglio poche note, ma quelle e non altre. Come si dice, “parla come mangi”. Adesso è diverso. Sono passati pochi anni ma mi pare che la gente sia mossa meno dall’amore per quello che fa che dall’ansia di raggiungere un certo livello e una certa fama. Io suono con gente che ama la musica». Quindi, chiedo, sei contemporaneamente un musicista e un “miglioratore”. «Musicista è una parola grossa. Sarei presuntuoso. Preferisco definirmi un appassionato. Il blues è un genere, non la musica. Se fai blues, al massimo sei un bluesman, la musica è molto di più». Però, obietto, tu suoni ad alto livello. «Sono uno che fa quello che gli piace. Musicista mi ci chiamano gli altri. Come per le armoniche e gli amplificatori, sono testardo: dai e dai, alla fine devo ottenere quello che voglio anche suonando».

E com’è il panorama musicale blues in Italia? Si lavora? «Se vuoi fare il bluesman no, se vuoi fare il musicista sì, ma è difficile e ti devi adattare. Anche qui, le cose sono peggiorate. Conosco pochissime persone che possono dire “faccio l’armonicista”, e spesso è qualcuno che se lo può permettere, non so se mi spiego».

Max suona prevalentemente con il chitarrista e cantante Marcello Convertini in un duo chiamato Mancon Blues, che spesso si allarga in quartetto, il Mancon Blues 100’s, con Marco Barbizzi al basso e Mimmo Antonini alla batteria.

E insegna a diverse persone. Com’è successo? «Mah, così, uno va a suonare in giro, nei locali, la gente lo sente, qualcuno chiede di imparare. Tu dici no, non sono un insegnante, mai poi arrivano altri a chiederti di dargli lezioni, dici di no, ma insistono e ti prendono, come dire, per sfinimento. Così alla fine mi sono arreso e ho cominciato a dare consigli in merito, io che non ho mai preso lezioni. Adesso mi piace, ma solo con le persone a cui piace. C’è gente che potrebbe prendere lezioni di uncinetto o di ceramica e sarebbe lo stesso. Con loro non mi piace».

Oggi Max “migliora” – o “customizza”, ovvero personalizza per le diverse esigenze – diversi modelli di armoniche, costruisce microfoni che soddisfano armonicisti di tutto il mondo, costruisce valigette e custodie per tutto l’armamentario che un musicista si porta sempre appresso. E, siccome la forma che segue la funzione ha inevitabilmente una valenza estetica, tutto ciò che esce dal laboratorio BluexLab è bello. Quando gli chiedo quale armonicista famoso usa armoniche e altri prodotti BluexLab, Max li elenca lentamente, quasi svogliato, e vengono fuori nomi fra i più importanti della scena mondiale. «Be’, c’è Gary Smith, c’è Marko Balland, David Bombo, sì, e poi Francesco Piu, Marco Pandolfi, Andy J. Forest, e poi altri, Big Pete, e ancora. L’altro giorno mi ha mandato una mail Kim Wilson. Insomma, tanti. Con molti di loro è nata un’amicizia. È una cosa che fa piacere».

C’è anche chi compra i suoi prodotti proprio per la bellezza e poi non li suona. Pare che succeda spesso, agli artigiani di un certo livello. «Io non glieli vendo volentieri perché non li possono apprezzare. Per esempio non li propongo mai a studenti perché la maggior parte di loro non è in grado di capire la differenza. Se insistono glieli do, è chiaro, ma un’armonica commerciale per loro va più che bene. Se e quando arrivano altre esigenze, allora arrivo io».

www.bluexlab.com

 

La citazione iniziale è tratta da John Steinbeck, Furore, traduzione di Carlo Coardi, Bompiani, 1940

 

 




Earth Day – 22 aprile 2018

Dal 1970 si svolge una delle più importanti iniziative dedicate all’ambiente, la Giornata mondiale della Terra, e proprio un mese fa, il 22 marzo (Giornata mondiale dell’Acqua), è iniziato il Decennio Internazionale di Azione sull’Acqua per uno Sviluppo Sostenibile.

Molti gli eventi organizzati nel mondo per questa giornata, dedicata in special modo alla campagna per l’eliminazione dell’inquinamento da plastica[1]:  concerti, spettacoli, incontri, mostre, rapporti…

Il doodle dedicato di Google

La piccola canadese indigena Autumn Peltier, 13 anni, è stata premiata come volontaria e invitata poi a parlare durante un’Assemblea dell’ONU[2].

È una ragazzina molto spirituale e coraggiosa, come coloro che sfidano i potenti e le multinazionali per tutelare l’ambiente a rischio della vita: ne sono prova i recenti  assassini perpetrati in America Latina a danno di ambientaliste/i.

Sul sito Earth day Italia[3]appaiono le numerose iniziative nazionali: sulla Terrazza romana del Pincio, dal 21 al 15 aprile ha avuto luogo la grande manifestazione Villaggio per la Terra, rivolta all’intera cittadinanza, ma con particolare attenzione a bambine/i e teen-agers.

Nel nostro piccolo, in famiglia e nelle classi, dobbiamo far riflettere le nuove generazioni, che sono il presente e il futuro dell’umanità, e sensibilizzarle a comportamenti più responsabili: “Ai/lle bambini/e bisogna dare ali per volare e radici per crescere e sapere dove ritornare” diciamo, parafrasando il Dalai Lama. E come Martin Luther King abbiamo un sogno: uscire dalla schiavitù di quell’Egitto costituito dal benessere e dalla crescita incontrollata, dal consumo e dallo spreco, dall’usa e getta e dal progresso insostenibile per un viaggio di libertà e liberazione attraverso il mare momentaneamente asciutto. Ma cosa vedremmo oggi in quel fondale? Laddove avevamo visto grande ricchezza e biodiversità marina, oggi vedremo mucillagini, alghe tossiche, maree rosse e pesci morti in superficie, tartarughe, pesci, cetacei, intrappolati in reti smarrite, lavatrici, biciclette, relitti di vascelli, automobili, fusti di stoccaggi radioattivi gettati a fondo dalle ecomafie e troppa plastica, tanta da avere creato la cosiddetta “isola di plastica del Pacifico”, che ora sembra siano diventate due!.

Sappiamo ormai con certezza che dopo il disastro nucleare di Fukushima, l’acqua di raffreddamento dei reattori è stata riversata nell’oceano e sappiamo che proprio due settimane fa è stato sequestrato un impianto che scaricava liquidi contaminati nel mar Jonio, a Rotondella (Matera).

Possiamo anche confidare nel piccolo batterio trovato da scienziati giapponesi[4]o nel bruco che mangia la plasticaindividuato dalla ricercatrice italiana in biologia molecolare, Federica Bertocchini[5], ma è urgente fare il Mondo un po’ più “mondo”, appunto, pulito e bello, e comunicare con forza a tutti/e che c’è un modo nuovo di fare per un Mondo da tutelare!

 

[1]https://www.earthday.org/

[2]https://www.youtube.com/watch?v=_EodBINYV7A

[3]http://www.earthdayitalia.org/

[4]http://www.repubblica.it/scienze/2016/03/11/news/batterio_plastica-135233173/

[5]http://www.repubblica.it/scienze/2017/04/25/news/biologa_italiana_scopre_il_bruco_che_mangia_la_plastica_cosi_e_nata_per_caso_la_mia_ricerca_-163836136/




MIFID (Market Financial Instruments Directive)

Dal gennaio 2007 è entrata in vigore nell’Unione Europea una direttiva comunitaria che ha inteso 

disciplinare i mercati finanziari europei: la cosiddetta MIFID. La Normativa nasce nell’intento di fornire a investitori e investitrici una pluralità di informazioni che hanno il fine di tutelare e di rendere più consapevole la cittadinanza nelle scelte di carattere finanziario.

Essa prevede che siano gli Intermediari (Banche, Società di Intermediazione etc,) a fornire una serie di informazioni alla clientela tra le quali: i costi dei servizi, le tipologie degli strumenti finanziari (obbligazioni, azioni, etc.), i servizi di investimento offerti e la loro rischiosità, gli eventuali conflitti di interesse nei suoi confronti.

Tra i vari servizi riconosciuti uno riveste particolare importanza ed è quello della CONSULENZA in materia di investimenti. In un mercato finanziario complesso e variegato chi investe non sempre è in grado, solo con le proprie conoscenze, di valutare i rischi ai quali si espone nella scelta dei propri investimenti. Avvalersi quindi di figure professionali preparate e competenti evita scelte fatte più con l’emotività che con la consapevolezza.

Altro elemento rilevante che prevede la Normativa è la compilazione del questionario MIFID.  Chi investe deve rispondere a una serie di quesiti riguardanti le proprie conoscenze in campo finanziario, i propri obiettivi di investimento, la propria situazione finanziaria, che determinano un profilo di rischio dal quale né l’Intermediario Finanziario (Banche etc.) né l’investitore/investitrice,  possono  prescindere al momento della scelta degli strumenti finanziari pena l’inadeguatezza dell’investimento stesso.

Insomma informazioni più dettagliate, consulenza, profilo di rischio sono tutti elementi attraverso i quali la nuova Direttiva si prefigge una maggior tutela, una trasparenza ma anche uno stimolo per chi investe a scelte più consapevoli e razionali.




Una melensa stucchevole incomprensibile orgia di rosa

Checché ne dicano molti pseudospecialisti, le preferenze cromatiche non sono inscritte nei cromosomi.

Fino agli anni ’50 del secolo scorso non c’era una netta distinzione tra colori “maschili” e colori “femminili”: il rosa e l’azzurro erano intercambiabili, anzi il ‘cilestrino’, così etereo, era ritenuto adatto alle donne (si pensi al velo della vergine Maria; di contro spesso Gesù è rappresentato con un manto rosso sangue).

Fin dall’antichità bambini e bambine indossavano fino all’età della pubertà tuniche bianche, più facili da lavare e meno costose da riparare se rovinate o strappate.Verso la metà dell’800 iniziarono ad apparire i primi colori “pastello”, ma non si faceva una distinzione basata sul genere: tutti potevano indossare di tutto.

Gli uomini hanno a lungo indossato tranquillamente il rosa, come dimostra il celebre “pink suit”, indossato da Jay Gatsby nel Il grande Gatsby, il capolavoro di F. Scott Fitzgerald (1925). Il colore era infatti considerato simbolo di dinamismo e di mascolinità, una versione smorzata del rosso più adatta alla vita sociale, più lontana dall’accezione bellicosa che il sangue richiamava.Ancora: la mitica Cadillac rosa appartenne ad Elvis Presley, una specie di super maschio. Rosa è ancor oggi il colore del Giro ciclistico d’Italia.

In un’edizione del 1918 di Earnshaw’s Infants’ Department , rivista di moda per l’infanzia, si legge: Il rosa, essendo un colore più deciso e forte, risulta più adatto al maschio, mentre il blu, che è più delicato e grazioso, risulta migliore per le femmine.

Il cambiamento cominciò in Italia con il fascismo (blu era la bandiera dei Savoia, l’azzurro fu scelto per le squadre sportive nazionali), poi fu consacrato ovunque dall’arrivo – nel 1959 – della bambola Barbie, icona massima di femminilità.

A partire dai decenni successivi, e soprattutto dagli anni ’80, il marketing abolì i vestiti unisex e impose la regola per cui il colore di riferimento per le donne era il rosa, per i maschi l’azzurro (così sarebbe stato più probabile raddoppiare le vendite).

Oggi è la regola, diventata un automatismo, intoccabile quasi come un dogma religioso. Quando ne parlo nelle scuole, gli e le studenti strabuzzano gli occhi: “Ma come? è così naturale!”.

Pinkizzare, pinkizzazione sono stranierismi che si riferiscono alla tendenza a colorare di rosa tutto ciò che attiene al femminile: rosa il fiocco alla nascita, la tutina da neonata, il grembiulino all’asilo; rosa i vestiti e i giocattoli delle bambine, le pareti e i soprammobili delle camerette; rosa gli oggetti e gli accessori delle donne, rosa perfino i loro tablet e i loro telefonini.

Letteratura rosa, stampa rosa. Principessa rosa (e ovviamente Principe azzurro, in francesePrince charmantche significa solo ‘bello’). Lo sport in rosa. Le quote rosa. Il codice rosa. Fabbricano perfino moto e automobili rosa, che un uomo non comprerebbe mai.

Non è solo una questione cromatica: anche un ruolo sociale viene di fatto inculcato grazie anche a questa segregazione nell’educazione di tutti e di tutte. Anche un’identità.

Mentre il celeste, benché indichi preferibilmente il maschio, può essere portato anche dalle femmine senza temere che l’identità sessuale ne soffra, il rosa, quando è attribuito al maschio, chiama lo scherno, pare beffa della virilità: non a caso, rosa era il triangolo che nei campi di concentramento nazisti gli omosessuali erano costretti a esibire sulla giubba.

In America di tutto questo si è occupata Jo B. Paoletti, storica e autrice del libro Pink and Blue: Telling the Girls from the Boys in America.

In Italia ne parla Pink is the new black,un testo di Emanuela Vannicola e Luisa Stagi (ed. Rosenberg & Sellier) che indaga, con l’approccio della sociologia, il tema degli stereotipi di genere. Un bel libro che consiglio.

E invito a scegliere per sé e per i pargoli vestiti e giochi perché piacciono e non perché si è abituati così. ‘Scegliere’ è un verbo bello, che sa di libertà. Un’altra parola bellissima.




Anche le donne ridono

Chiudono a fine aprile le iscrizioni al sedicesimo seminario estivo della Società Italiana delle Letterate (SIL), che si terrà al Mini Palace hotel di Viterbo, dall’1 al 3 di giugno. Ideato e organizzato da Paola Bono, Anna Maria Crispino, Laura Fortini, Monica Luongo, Giuliana Misserville e Marina Vitale, il corso residenziale si rivolge a studiose e cultrici di letteratura che vogliano indagare su vari aspetti della comicità e della risata in chiave di genere.

Molte le domande su cui impostare un confronto.

Esiste un ridere femminile, e se sì, quale umorismo prediligono le donne? Ironie leggere, racconti articolati, enfasi recitative?

Se è vero che le donne tendono più degli uomini all’autoironia, ne fanno una pratica liberatoria davvero utile alle proprie vite?

Ed è vero che la comicità femminile rifugge dalla derisione di debolezze e difetti per attaccare piuttosto i potenti e il potere?

E ancora, l’allegria, intesa come maestra di vita pari al dolore, merita di essere rivalutata quale pratica di forza e di crescita?

E infine, il riso delle donne, che spesso è un’azione disobbediente, può avere funzione politica?

Da Aristotele e Platone fino a Emerson, Baudelaire e Freud, da Bergson a Pirandello, da Jane Austen e Dorothy Parker, a María Zambrano e Regina Barreca, da Virginia

Woolf, Natalia Ginzburg a Fay Weldon, cosa suggerisce la letteratura?

E che dire della comicità di fumettiste e disegnatrici come Claire Bretecher, Lori Chiti, Pat Carra, Aspirina, Elle Kappa, Anarkikka e tante altre o della comicità-spettacolo di Franca Valeri, Serena Dandini, Sabina Guzzanti, Cinzia Leone, Rosalia Porcaro, Luciana Littizzetto?

Tutto questo e molto altro per capire, esprimere e accogliere, un umorismo che varia con l’età, la formazione, la classe e il genere.

 

http://www.societadelleletterate.it/2018/02/seminario-estivo-sil-comiche-ora-anche-le-donne-ridono/

 

 

 




Le mujeres del Chiapas

Nel cuore dell’America centrale, un altro esperimento rivoluzionario ha preso vita a partire dal 1994 e ha trovato nelle donne uno dei suoi agenti principali. In Messico, dalle montagne del Chiapas le donne indigene lottano contro patriarcato e colonialismo.

Qui come in Kurdistan, l’emancipazione della donna è diventata un fattore politico importante e indispensabile per una società che si possa dire libera e rivoluzionaria.

Qui le donne guidano – al fianco degli uomini – la rivoluzione, partecipano alle assemblee, supportano la lotta anche grazie al lavoro domestico e sono uscite da un buio secolare in cui il maschilismo della loro cultura d’origine e quello dei colonizzatori europei le avevano relegate.

La loro lotta va inserita all’interno di quella dell’EZLN (Ejercito Zapatista de Liberaciòn Nacional), che è un movimento clandestino anticapitalista e libertario legato al territorio del Chiapas, uno dei più poveri del Messico. L’EZLN si è fatto conoscere in tutto il mondo a partire dal ‘94, quando, entrato in vigore il NAFTA (North American Free Trade Agreement), ha deciso di insorgere ‘prendendo’ alcune città del Chiapas e instaurando un autogoverno che dura tuttora.

All’interno di questo grande contenitore, dove la popolazione indigena ha deciso di vivere secondo le proprie regole di democrazia diretta, si è avuta la rivoluzione delle donne, che è allo stesso tempo parte e inizio della rivoluzione stessa.

«Se non partecipiamo non possiamo cambiare la nostra situazione, non può trionfare una rivoluzione; se partecipano solo gli uomini alla lotta allora non è una lotta completa, perché mancherebbe la partecipazione delle compagne; è meglio lottare uniti, uomini, donne e bambini perché un giorno i nostri figli possano vivere una vita giusta e degna». Così hanno dichiarato le zapatiste.

Lo stesso subcomandante Marcos, infatti, a posteriori ha affermato che la data di inizio della rivoluzione era non il 1994, ma il 1993, anno in cui la “Legge rivoluzionaria delle donne” era stata adottata dall’EZLN. Una legge che si esprime contro ogni discriminazione sessista, per l’autonomia personale delle donne e per l’emancipazione e la dignità.

Da quel momento c’è stato un cambiamento: nelle comunità indigene qualcosa si è mosso, le donne hanno cominciato a partecipare alle assemblee, a dire la propria opinione, ad autogovernarsi e a indicare la direzione della lotta rivoluzionaria. Nel 1994, a San Cristobal, c’è stata una prima grande riunione fra le donne chiapaneche: la “Primera Convenciòn Estatal de Mujeres Chiapanecas”. Un incontro che ha rappresentato un passo avanti nella lotta per l’emancipazione da una “triplice oppressione”: di genere, di classe, di etnia. La loro lotta si è saldata inestricabilmente con quella della popolazione contro l’oppressione capitalista.

Nei venti anni e passa che sono seguiti le chiapaneche hanno dato vita a un filone di pensiero femminista, che però non è da intendere alla maniera occidentale. Sebbene vi siano dei punti in comune – come la battaglia per gli stessi diritti –, il femminismo zapatista si esprime anche contro la tradizione tipicamente occidentale e opta per un recupero della propria radice comunitaria.   È per questo che si parla di “femminismo comunitario”: una lotta contro il patriarcato e il maschilismo che tenga conto dei bisogni specifici delle indigene, delle loro tradizioni, della loro cultura. Il filtro del colonizzatore europeo viene eliminato, nel femminismo zapatista così come nel concetto di rivoluzione dell’EZLN.

Proprio lo scorso marzo, nei giorni che vanno dall’8 al 10, si è tenuto il “Primo incontro internazionale politico artistico sportivo e culturale delle donne che lottano”, nel caracol zapatista di Morelia “Torbellino de Nuestras Palabras”. Un evento aperto a donne di tutto il mondo, in cui si è discusso insieme sui modi di continuare la lotta ed eliminare la paura che condiziona quotidianamente la vita di ogni donna. Una paura spesso legata al proprio corpo: paura di essere violentate, molestate, giudicate. Un segno che la strada da percorrere è ancora lunga, ma che piccole comunità come quelle delle donne indigene del Chiapas possono essere d’esempio per tutti e per tutte. E sprigionano una luce che brilla al di là di qualsiasi confine.

 

 

 




Basta poco!

Pochi mesi e sarà estate. Indimenticabile, per me, quella scorsa…

Il dubbio: rimanere in spiaggia in attesa o andare via troppo presto. Ritornarci, ma stavolta la certezza è che è un po’ troppo tardi. Decidere poi di rimanerci e di starci fino a quando… fino a quando finalmente il miracolo della vita che si rinnova pronta già ad affrontare difficoltà e pericoli è lì sotto i tuoi occhi velati da lacrime di gioia. Ed eccola una minuscola tartaruga Caretta Caretta, che nel buio si confonde con la sabbia appena ondulata dalle precedenti orme, venire fuori veloce e determinata a raggiungere l’increspato nero brillante del mare: ha perso l’unico dentino che aveva nel rompere la rotondità dell’uovo che l’ha protetta per circa due mesi sotto cinquanta centimetri di sabbia e di attenzioni e ora si immerge in quelle acque che hanno visto, sempre nella tranquillità del buio, un’affaticata enorme mamma tartaruga arrivare sulla spiaggia di Castellaneta Marina (TA) per deporre ottantasei piccole bianche speranze. Non si conosceranno mai e la selezione naturale sarà durissima. Di lì a poco altre otto contemporaneamente: saranno più forti insieme? Saranno più facilmente individuabili dai predatori?

Dopo una settimana sessantuno sarebbero state le uova schiuse e per WWF, Anpana, Guardia Ecozoofila sarebbe stato tempo di bilancio. E anche per me, che per più di un mese avevo seguito l’evolversi della situazione, dalla semplice recinzione di protezione al percorso ben delimitato e rinforzato, e, pensando anche alla schiusa, avevo ripulito con un retino quasi quotidianamente, e sempre più incredula, la sabbia letteralmente martoriata da cicche di sigaretta, piccoli imballaggi di plastica, tappi, bicchieri, cannucce … Ma veramente possiamo odiare così l’ambiente e quindi noi e la nostra prole?

Fuoriusciti per un guasto da un impianto di depurazione del Sele, in Campania, dei dischetti traforati in plastica proprio in queste settimane hanno invaso il Tirreno; il mese scorso è stata trovata una colonia di pinguini che vive su agglomerati di plastica; le correnti marine hanno già formato la seconda enorme isola di plastica, dopo quella trovata già nel 1977 da Charles Moore, nell’oceano Pacifico; almeno una balena si è arenata perché ha ingerito una trentina di sacchetti di plastica, come accaduto in Norvegia un anno fa …

Veramente possiamo accettare tutto questo senza fare nulla? E, prima ancora, senza sentirci responsabili?

L’educazione delle famiglie e l’Istruzione tutta possono fare molto: in Puglia con il quadernetto didattico “Basta poco!” distribuito gratuitamente nelle Scuole Primarie (con relativa pagina facebook) si sta compiendo un altro passetto verso un consumo più consapevole dell’acqua, per esempio, e verso la riduzione della plastica e degli sprechi con l’invito ad aiutare gli/le altri/e.

È cristiano, ma anche civico e civile, il messaggio “Ama il tuo prossimo come te stesso/a”, ma come possiamo amare davvero se non ci amiamo?

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Il risparmio e i piani di accumulo del capitale

L’educazione finanziaria mi dà la grande opportunità di trattare argomenti che non sono poi così scontati, come la capacità di ricominciare a risparmiare e magari tornare a essere il popolo virtuoso del risparmio che eravamo molti anni indietro. Italiane e italiani, infatti, riuscivano ad accantonare risparmi per il proprio futuro e per quello della generazione successiva, fino a quando il dilagare del consumismo ha spinto a spendere più del dovuto, pensando che gli anni d’oro durassero a lungo. La crisi economica ha fatto invece comprendere che si è sprecato molto denaro e la paura di non avere più uno Stato che possa sostenerci o entrate sicure sta creando molte ansie.

Risparmiare non serve certo per fare il bagno nelle monete, come Paperon de’ Paperoni, ma per creare quel tesoretto personale, utile a fronteggiare un imprevisto, integrare la pensione, concedersi un viaggio o acquistare qualcosa che gratifichi. In definitiva il risparmio offre la possibilità di consumare in futuro liberando dall’ansia per le incertezze che la vita può presentare.

In un momento di diminuzione dei redditi e di aumento delle spese non è cosa semplice, ma controllando le uscite, soprattutto quelle più abitudinarie che essenziali, vi sarà la possibilità di trasformare il superfluo in risparmio.

Gli strumenti finanziari per risparmiare sono ovviamente molti ma oggi parleremo esclusivamente dei PACPiani di Accumulo del Capitale– che consistono in versamenti periodici in fondi comuni di investimento (di questi ultimi tratteremo in un prossimo articolo).

I PAC sono:

flessibili (si possono personalizzare gli importi e scegliere i mercati);

semplici (è sufficiente richiedere il corrispondente addebito sul conto corrente perché l’importo deciso confluisca automaticamente nel fondo);

non vincolanti(si possono interrompere e liquidare in qualsiasi momento).

Questo modo di investire, inoltre, riduce gli effetti delle oscillazione dei mercati: se il mercato scende si acquisteranno più quote a parità di importo, abbassando il costo medio di acquisto e amplificando gli effetti positivi delle risalite dei mercati.

Il mio consiglio, tuttavia, è di prestare molta attenzione alle spese applicate in entrata e nei versamenti, perché queste potrebbero inficiare i buoni risultati del fondo.

 




Nord della Striscia di Gaza, 30 marzo 2018

Una marcia pacifica si avvicina alla recinzione di Jabaliya. Non si vedono bandiere di partiti né di fazioni, Al Fatah e Hamas finalmente lavorano insieme. Sono trentamila persone disarmate, di entrambi i sessi e di tutte le età. Non lanciano razzi né impugnano fionde e non hanno il volto coperto dalla tradizionale kefyah. Tra i partecipanti ci sono molti adolescenti, cresciuti in una striscia di terra di circa dieci chilometri per cento chiusa dal filo spinato, dove l’acqua scarseggia e la corrente elettrica viene concessa solo per quattro ore al giorno, dove anche la pesca è sottoposta a restrizioni e il 70% della popolazione è composto da rifugiati le cui famiglie furono allontanate dalle terre su cui nacque lo Stato di Israele. La manifestazione, nota come Marcia del ritorno, chiede che il popolo palestinese possa tornare a quelle terre, a poche settimane dal settantesimo anniversario della fondazione di Israele, ricordata nel mondo arabo come Al Nakba, la catastrofe. La data scelta, indicata come Giornata della terra, ricorda un episodio del 1976, in cui le forze armate uccisero sei persone e ne ferirono altre cento per impedire uno sciopero di arabi con la cittadinanza israeliana che si erano visti requisire le proprie terre.

Un proiettile sibila nell’aria. Cade un ragazzo. Poi un altro. Poi un altro ancora. Immobili, i cecchini israeliani eseguono da lontano gli ordini che arrivano via radio. Alla fine della giornata, il bilancio è di diciassette morti e quattrocento feriti.

I vertici dell’esercito israeliano sostengono che i ragazzi uccisi fossero dei «rivoltosi» e che una manifestazione pacifica a ridosso della Pasqua ebraica costituisca una minaccia per la sicurezza e per l’esistenza stessa del Paese, parlano di «tentativi di attacchi terroristici fatti passare per manifestazioni»; il ministro della difesa Lieberman parla di «provocazione» e sostiene che i partecipanti alla marcia fossero stati istigati e manipolati da Hamas, braccio armato della resistenza e partito maggioritario nella striscia di Gaza.

Le fotografie indicano piuttosto una dimostrazione nonviolenta, non certo un’Intifada, e alcuni dei morti sono stati colpiti alla schiena mentre scappavano dai gas lacrimogeni.

Molti israeliani e sionisti ritengono che le colonie, per quanto illegali, siano indispensabili per la sicurezza di Israele e ne attribuiscono la responsabilità ai tentativi palestinesi di lotta armata. Ma la Marcia del ritorno del 30 marzo dimostra che una lotta pacifica non viene accolta dall’occupante in maniera meno cruenta. I rapporti di forza tra occupante e occupato sono del tutto asimmetrici. Non si tiene conto della violenza costante che i palestinesi hanno sempre subito. ll quotidiano arabo Al Jazeera replica che «pretendere che [i palestinesi] adottino un’ideologia nonviolenta significa dimenticare la storia delle lotte di liberazione, dall’Algeria al Viet Nam».

Mentre il Papa tace, le ONG e l’ONU sono impotenti e Trump strizza l’occhio a Netanyahu, pronto a mettere il veto quando il Consiglio di Sicurezza discuterà un’eventuale commissione di inchiesta, l’unica voce di un capo di Stato che si è paradossalmente levata contro l’ulteriore «atto disumano» commesso viene da un uomo non certo attento ai diritti umani né alla legalità internazionale: il dittatore turco. Negli ultimi giorni Erdogan e Netanyahu hanno inscenato dei grotteschi comizi televisivi dandosi dei terroristi a vicenda.

Secondo varie testate del mondo arabo (in particolare il quotidiano panarabo Al Quds al Arabi e quello di Ramallah Al Avyam), l’ONU dovrà aprire un’indagine e probabilmente interverrà la Corte penale internazionale per crimini di guerra. Difficilmente però questi organi potranno imporre all’occupante il rispetto dei diritti umani: da oltre cinquant’anni Israele disobbedisce alle ingiunzioni delle Nazioni Unite che vorrebbero il ritiro da tutti i territori occupati e in particolare la città di Gerusalemme, la Cisgiordania e la striscia di Gaza. Già nel 2009, in seguito all’operazione Piombo Fuso, costata la vita a migliaia di civili della striscia, le cui notizie giungevano in Italia grazie ai resoconti di Vittorio Arrigoni, il Tribunale penale internazionale aveva aperto un processo a carico dei vertici politici e militari di Israele, presieduto allora dallo stesso Benjamin Netanyahu che siede oggi al governo, con i capi d’accusa di «crimini contro l’umanità» e «genocidio».