L’ambiente e la guerra, la scuola e la pace

l 4 maggio più di cento scuole in tutta Italia hanno aderito all’iniziativa “Scuole in piazza per la Pace in Siria” promossa da una rete di dirigenti, operatori e operatrici scolastiche: striscioni, manifestazioni, cori, flash mob e tanto altro per dire basta a una guerra che va avanti da sette anni, probabilmente anche con bombardamenti di tipo chimico.

Foto 1 

Molte sono ormai le micidiali armi chimiche o radioattive e biologiche, spesso più potenti di quelle nucleari, e le prime notizie di utilizzo di bombe al napalm, per esempio, risalgono già al marzo 1944, durante un bombardamento sui quartieri popolari di Roma; napalm che con i defoglianti in Vietnam fu sistematicamente usato dagli americani contro villaggi, foreste e campi coltivati provocando una devastazione ambientale spaventosa, oltre alle malformazioni congenite che la popolazione vietnamita si ritrova ancora oggi insieme a un ambiente invivibile: in certe regioni l’inquinamento è altissimo, le piante non riescono a crescere bene, i bambini e le bambine si intossicano camminando a piedi scalzi sulla terra inquinata e la speranza di vita della gente è di un terzo inferiore alla media nazionale.

Foto 2

A tale proposito ricorderemo sicuramente questa foto del 1972. La bambina completamente nuda che corre in lacrime poiché vittima di un bombardamento al napalm con la sua famiglia è Kim Phuc. Nel 2017  Kim ha pubblicato il libro autobiografico Fire Road: The Napalm Girl’s Journey through the Horrors of War to Faith, Forgiveness, and Peace nel quale racconta come dal fuoco dell’odio e dell’amarezza sia potuta rinascere grazie alla fede. Dopo anni di esposizione come fenomeno da baraccone ai fini della propaganda antiamericana, costretta a esibire le sue cicatrici e a raccontare la sua drammatica storia di bambina cui la guerra aveva tolto tutto, sopraffatta dal dolore tentò di togliersi anche la vita, ma non vi riuscì. Un giorno, mentre era a Cuba, trovò nella biblioteca una Bibbia e leggendola scoprì il messaggio di Gesù e trovò in lui la forza per fuggire in Canada, dove cominciò a frequentare una chiesa battista divenendo ambasciatrice di pace. La sua storia è straordinaria anche perché ha poi incontrato uno dei veterani americani che aveva bombardato la sua regione, a sua volta distrutto psicologicamente dalla violenza della guerra; ma lo è ancora di più perché è una vita che tuttora ci parla, quasi urlando in lacrime come in quella foto, di quanto sia possibile per l’umanità riconciliarsi con se stessa e con l’ambiente circostante a partire dalle attuali generazioni, presente e futuro dell’umanità, che con pervicacia vanno educate e condotte per mano su nuove strade di Pace e di Giustizia.

Foto 3. Manifesto dell’IIS Niccolò Machiavelli di Pioltello (MI)




Tra xylella e gasdotti

“È come olio prezioso versato sul capo, che scende sulla barba di Aronne …” recita l’inizio del salmo 132. Celebra l’unità delle dodici tribù d’Israele a testimonianza della gioia che dà l’amore fraterno (e sororale!) ed è anche consacratorio, in quanto ci fa appartenere a Dio e al disegno di Dio nel mondo.

E nel mondo periodicamente l’umanità scarabocchia confusamente un’appartenenza esclusiva agli interessi dei pochi a discapito di tutto l’ambiente circostante. Così capita nel nostro Salento, terra di profumi e sapori inconfondibili e dei Caraibi di Puglia, produttore di un olio DOP verde dolce ma con note piccanti uniche, che alla lotta per sconfiggere la xylella ora deve aggiungere quella al gasdotto TAP che sta eradicando migliaia di ulivi secolari. Pare che i greci condannassero a morte chi uccideva un albero di ulivo!

A parte il fatto che, come si evince da un’indagine locale, in Puglia si rischia di avere ben quattro gasdotti, mentre comunque dal 1969 viene estratto gas dal sottosuolo della Daunia senza alcun vantaggio per la popolazione, ci si chiede come sia possibile martoriare oltremodo una regione che sta pagando ancora un prezzo altissimo al dio del progresso e del posto fisso in fabbrica infrangendo la volontà di una popolazione, ora sempre più consapevole delle ricchezze di cui già dispone naturalmente: sole, mare, dieta mediterranea, tradizioni, musica…

 

Come se non bastasse, con un Decreto dell’aprile scorso il Ministro Martina obbliga a trattare gli ulivi con pesticidi,  tra cui almeno uno vietato dall’Europa perché causa la moria della api, per contrastare la xylella fastidiosa; prontamente Mellone, il Sindaco di Nardò, in questi giorni ha emesso un’ordinanza che “vieta su tutto il territorio comunale, a scopo cautelativo e in via precauzionale, di utilizzare in agricoltura pesticidi e prodotti fitosanitari estranei alle normali prassi agricole, quindi nei modi e nelle forme previste dal decreto». “Il provvedimento – riferisce una nota – intende tutelare l’ambiente e la salute pubblica, preservare da possibili contaminazioni il suolo, l’acqua, i prodotti agricoli, salvaguardare infine la biodiversità. Chi viola il divieto è soggetto alla sanzione amministrativa di 500 euro».

Viene da chiedersi chi sia veramente “fastidioso” per l’ambiente e la natura tutta!

 

 




Trappole mentali: euristica della disponibilità

Quando ci troviamo di fronte a una decisione complessa normalmente cerchiamo informazioni che ci aiutino a ponderare la scelta ed è in queste occasioni che il nostro cervello individua scorciatoie, correndo il rischio di cadere in quella trappola che la Finanza Comportamentale definisce euristica della disponibilità.

L’enorme quantità di informazioni sui media e la facilità di accesso a esse grazie ad internet crea un problema di sovraccarico informativoe questo ci porta spesso a basare le nostre scelte sulle informazioni più prontamente disponibili. Ciò può essere comodo ma non è detto che sia la strada giusta, le informazioni più facili da reperire non necessariamente sono più rilevanti di quelle meno recenti o non presenti ai primi posti delle nostre ricerche online.

Nei mesi successivi alll’11 Settembre 2011 molti viaggiatori americani scelsero di affrontare viaggi di media distanza in auto anziché, come d’abitudine, in aereo. Questo comportò un aumento degli incidenti mortali rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Le informazioni riguardanti l’attacco alle Torri Gemelle, i dettagli sul dirottamento e lo shock provocato hanno portato a sovrastimare il rischio connesso ai viaggi in aereo, le statistiche che indicano come il trasporto in auto sia molto più pericoloso  erano in quel momento meno disponibili anche se sicuramente più attendibili.

Anche quando dobbiamo prendere delle decisioni in campo finanziario cerchiamo informazioni che ci aiutino a scegliere ed è facile dare grande importanza  a quanto sentito il giorno prima al telegiornale, a quanto letto su internet o semplicemente a quanto ci è stato da poco  raccontato. Pensiamo al collega che ci ha appena detto che una sua amica ha realizzato enormi guadagni investendo in BitCoin. Sono tutte informazioni vivissime nella nostra mente, prontamente disponibili e per questo all’apparenza attendibili e importanti. Durante il processo decisionale è frequente inoltre il cosiddetto errore di conferma: quando iniziamo a formarci un’opinione corriamo il rischio di dare un eccessivo peso alle notizie che confermano il nostro punto di vista e troppo poco a quelle che lo contraddicono. La somma di questi due errori, attuati inconsciamente, può avere un peso determinante sulle scelte: conoscerli e riconoscerli permette di selezionare le informazioni sulle quali basare le decisioni di investimento seguendo criteri di maggiore obiettività.

 

 

 

 




I fondi comuni di investimento

I fondi comuni di investimento sono stati regolamentati con la legge n.77 del 23 marzo del 1983  e, a seguire, con il decreto 24 febbraio 1998 n.58, che li definisce un patrimonio autonomo, suddiviso in quote, di pertinenza di una pluralità di partecipanti gestite a monte.

Si tratta di strumenti tramite cui gli istituiti finanziari raccolgono piccoli e medi risparmi di investitori e investitrici, li investono come unico patrimonio in attività finanziarie (azioni, obbligazioni, titoli di stato…) e li ripartiscono in quote.

Il principale vantaggio per chi investe sta nel poter affidare il proprio denaro a operatori specializzati in grado di accedere a mercati solitamente inaccessibili al singolo soggetto, sia per mancanza di competenze, sia e soprattutto per insufficienza di capitali.

La diversificazione di un fondo, che può avere in pancia tantissimi titoli, protegge dal rischio credito, poiché il fallimento di una società costituirebbe una percentuale di perdita molto bassa per chi possiede quote di fondo.

Il patrimonio dei fondi è giuridicamente separato dal patrimonio della società di gestione, il che rende impossibile qualsiasi aggressione da parte dei creditori della società stessa e inoltre è soggetto a una serie di controlli sia pubblici (Consob*, Banca d’Italia) che privati (Società di revisione della società o banca depositaria**).

Come sempre, anche per la scelta di un fondo bisogna valutare il proprio grado di rischio e il tempo di impiego del proprio risparmio: una scelta che non tenga conto degli obiettivi individuali potrebbe rendere inefficaci tutte le qualità del fondo.

Esistono fondi aperti, che possono essere acquistati o venduti in qualsiasi momento e chiusi,che possono essere sottoscritti soltanto in un periodo di collocamento e quasi sempre rimborsati in una data certa a scadenza.

I fondi si suddividono in:

azionari–  investono prevalentemente in azioni;

obbligazionari –  investono in obbligazioni o titoli di Stato;

bilanciati-possono investire in azioni o obbligazioni secondo la percentuale scritta nel prospetto informativo;

monetari –  investono in strumenti del mercato a breve termine molto spesso chiamati fondi  di liquidità.

 

Ogni fondo prevede costi di sottoscrizione, di gestione e anche di performance, che è opportuno valutare attentamente prima di sottoscrivere affinché non gravi in modo eccessivo sul rendimento.

Investitori e investitrici potranno monitorare quotidianamente il proprio capitale in quanto il valore della quota dei fondi è riportato in rete e sui principali quotidiani.

*Consob: Commissione Nazionale per le Società e la Borsa

**Banca  depositaria è la banca che fornisce il servizio di custodia e controllo alle SGR (Società di gestione del risparmio)

 

 

 

 

 




Violenza fisica, violenza sociale, violenza simbolica

Il 17 maggio di ogni anno – dal 2004 – l’Unione Europea indice la Giornata contro l’omofobia e la transfobia, conlo scopo di sensibilizzare i Paesi membri contro ogni forma di atteggiamento pregiudiziale basato sull’orientamento sessuale.  Il 20 novembre di ogni anno ricorre poi la Giornata in ricordo delle persone uccise dalla violenza transfobica.

Il nostro Paese è il primo in Europa per numero di aggressioni e abbiamo il triste record di omicidi di transessuali e transgender.L’odio si propaga nelle scuole, nelle strade, su internet e nel discorso pubblico; si assiste al moltiplicarsi di discriminazioni, di attacchi e di violenze.

La motivazione che sorregge la transfobia è connessa al bisogno di mantenere rigidi i confini tra i generi. L’idea che le trans costituiscano una minaccia è diventata parte di una narrazione tossica che teme addirittura la sparizione delle donne. Ancor più dell’omosessuale, il/la trans diventa una specie di parente scomodo/a emarginato da ogni parte: da molte femministe e perfino da gay e da lesbiche.In ogni società e in tutte le epoche i corpi sessuati vengono addestrati e disciplinati da un insieme imponente di strutture perché si adeguino ai valori e alle credenze socialmente accettate, ai comportamenti, alle relazioni e alle pratiche accreditati, alle classificazioni dominanti. L’impianto si fonda su un rigido determinismo. Il tentativo di revoca dello statuto del codice binario della sessualità è ancor oggi per molti/e l’inimmaginabile, l’inedito, il non previsto. Un possente macchinario appiattisce la ricchezza delle differenze, preclude una conoscenza complessa della vita e dei soggetti.

All’in­terno dello spazio pubblico, definito dal linguaggio semplificatorio di quella contrapposizione, alcuni soggetti sviluppano caratteristiche necessarie per rientrare nella categoria degli individui “normali” mentre altri, classificati come irregolari e diversi, quindi giudicati pericolosi, sono screditati, patologizzati, marginalizzati o addirittura esclusi, perseguitati.

L’ignoranza aggiunge disagio al disagio[1]. Se alcuni “esperti” tentano ancora di classificare le persone omosessuali come soggetti devianti, camuffando da “scienza” i propri pregiudizi, la situazione si complica ulteriormente quando si parla di transessualità: la confusione e i preconcetti su questo tema sono enormi, l’interdetto sociale è la norma. Ne sono affetti/e persino molti/e insegnanti.

L’antibinarismo non vuole ovviamente eliminare o contestare orientamenti, identità, ruoli/espressioni binarie; semplicemente insiste perché non siano le uniche condizioni lecite o date per ovvie; per non relegare tanti esseri umani nelle categorie della malattia o della devianza, per non abbrutirli nel senso di colpa.Sappiamo che a causa dei potenti pregiudizi che collegano il transessualismo alla malattia mentale, alla perversione e alla prostituzione, le persone transessuali raramente trovano comprensione già nel nucleo familiare di origine.

Lo scopo va oltre quello di creare più caselle che siano di tutti i colori, oltre a rosa o azzurro. La soluzione è quella di eliminare le caselle, perché non si chieda più a nessuno/a di adattarsi. Perché nessun corpo si senta straniero.

La sessualità non binaria non è la fine della civiltà: semmai è la presa di coscienza della nostra complessa umanità, dopo secoli di repressione.

Identità e orientamenti diversisono sempre esistiti, ma solo da poco hanno portato le loro istanze alla luce del sole.La differenza con il passato è che un tempo tutte queste cose venivano vissute nella vergogna e nel silenzio, mentre oggi possono acquisire una dimensione pubblica, politica, che scardini la visione normativa e gerarchicamente ordinata.

Non vogliamo strade obbligate da percorrere, gabbie in cui farci incastrare: ognuno può e deve scegliere per sé il proprio modo di vivere il corpo, l’affettività e il sesso. La libertà non fa male a nessuno, fa bene a tutti e a tutte.

 

 

[1]L’omosessuale si identifica con il proprio sesso biologico, si rispecchia dunque nel proprio corpo, ma prova attrazione affettiva, fisica ed erotica per una persona del suo stesso sesso. Il transessuale, invece, sente una forte e persistente identificazione con il sesso opposto e un persistente malessere riguardo al proprio sesso, oltre aun totale senso di estraneità riguardo al ruolo sessuale socialmente previsto per il proprio sesso.

Le persone transessuali possono essere eterosessuali, omosessuali o bisessuali, in quanto l’identità di genere (come noi ci percepiamo) non è automaticamente legata all’orientamento sessuale (da chi siamo attratti).




Libere (!) e pensanti. Primo maggio tarantino

Forte è stata la grinta espressa da chi ha organizzato (tra cui il musicista Roy Paci e l’attore Michele Riondino) e da chi ha partecipato alla quinta edizione del Concerto del Primo Maggio a Taranto: “Non è città dell’acciaio!” è stato l’urlo di chi sul palco ha raccontato a quasi cinquantamila persone provenienti anche dall’estremo Sud e dall’estremo Nord testimonianze dirette e indirette, di chi anche da Brescia ha urlato la solidarietà al popolo tarantino che chiede giustizia e un altro tipo di economia;Nonostante tutto – ha gridato sul palco Celeste Fortunato, portavoce del movimento Tamburi Combattenti – noi oggi siamo qui. Noi non possiamo portare i nostri figli nei parchi a giocare perché i terreni sono contaminati, noi non possiamo stendere il bucato se prima non puliamo i balconi … abbiamo una costante paura di ammalarci!”.

Eppure il 4 maggio nel porto di Taranto è arrivato un carico di più di 23.000 tonnellate di pet coke, sostanza cancerogena che col vento ricopre tutti i centri abitati, e il 6 maggio l’UE ha dato il via libero ad Arcelor-Mittal, il gruppo franco-indiano, per l’acquisto dell’ILVA con un pacchetto correttivo che prevede la vendita di sei degli impianti per garantire la concorrenza e che, secondo la Commissaria UE, dovrebbe anche contribuire a imprimere un’accelerazione agli urgenti interventi di risanamento ambientale della zona di Taranto”. Ma come?

Sento ancora nelle orecchie il grido “Senza la gente non si decide niente!”, slogan della manifestazione organizzata per “Massafra vuole respirare” svoltasi il 30 giugno dello scorso anno con la partecipazione di un centinaio di associazioni, comitati, amministrazioni che nella provincia di Taranto, da tempo tormentata dall’inquinamento sotto il ricatto dell’occupazione, stanno assistendo, ma stavolta non inermi, alla costruzione di un secondo inceneritore al quale è stato deciso di affiancarne anche un terzo per l’incenerimento dei fanghi.

Forte anche allora la grinta comunicativa e argomentativa di Rossano Ercolini, maestro elementare toscano, insignito nel 2013 del premio Goldman Prize,e fondatore del movimento “Zero rifiuti Italia”. Dopo la presentazione delle motivazioni della manifestazione da parte del Dott. Delio Monaco che ha pure evidenziato, per esempio, che prima dell’approvazione degli inceneritori non c’era lo studio Sentieri, Rossano Ercolini ha invitato tutti e tutte a vincere il cinismo per un nuovo civismo che vede nell’economia circolare e, quindi, nella raccolta differenziata spinta e nella strategia “rifiuti zero” l’unica alternativa per un futuro in cui il nostro territorio sia risanato e ritorni a respirare. Ciò non significa non poter fare impresa ma certo significa slegarla dai crimini ambientali, come pure quello legato al gasdotto in Salento, e da quella che il maestro ha chiamato “egonomia”.

E… invece Massafra il 15 aprile scorso, presieduta proprio dal suo ex Sindaco, ha visto la Provincia autorizzare il terzo inceneritore per “Rifiuti speciali” e Taranto, nel comprensibile scetticismo di chi giorno dopo giorno documenta e denuncia casi di slopping finalizzato alla maggiore produzione di acciaio, si candida a essere una realtà-laboratorio del progetto “Verso una rete internazionale per l’ecologia integrale” avviato dall’Università Pontificia Antonianum.

Siamo nel pieno di una dura e lunga battaglia nella quale o vinciamo tutti/e o perdiamo tutti/e, assunto non chiaro a chi, come alcuni giornalisti locali, a volte vuole semplicemente vederci ignoranza dei manifestanti e avversità nei confronti del singolo imprenditore.




RAWA, le donne rivoluzionarie dell’Afghanistan

Nell’Afghanistan martoriato dai regimi e dalle bombe, è attiva fin dal 1977 una piccola organizzazione che lotta per i diritti delle donne e per la democrazia: si tratta di RAWA (Revolutionary Association of Women of Afghanistan), fondata dall’attivista Meena Keshwar Kamal a Kabul.

L’associazione nasce con lo scopo di promuovere la democrazia, l’alfabetizzazione (nel Paese vi è uno dei tassi più bassi di alfabetizzazione), i diritti delle donne e di combattere la dittatura (che sia quella sovietica o quella del fondamentalismo islamico poco importa), l’ignoranza voluta dai regimi e soprattutto la repressione della libertà delle donne.

L’ambito dei diritti delle donne va di pari passo con quello di giustizia sociale ed è per questo che RAWA negli anni si è impegnata anche attraverso la costruzione di orfanotrofi, ospedali, scuole, aiuti per i rifugiati e per chi scappa dalla guerra.

Ma facciamo un passo indietro: in un Paese come l’Afghanistan un’associazione del genere non ha vita facile. E in effetti, nel 1980 Meena – che è la fondatrice – decide di spostare la sede operativa da Kabul a Quetta, nel vicino Pakistan. Meena dedica tutta la sua vita a questa organizzazione, in senso letterale: nel 1987 viene infatti uccisa dagli agenti del KHAD (il braccio afghano del KGB) e da quel giorno è la martire del movimento.

Il suo esempio, però, non scoraggia ma piuttosto brilla, infonde speranza, tanto che RAWA resiste ed è operativa persino durante il governo dei talebani (1996-2001), che impongono un regime teocratico basato su un’interpretazione fondamentalista della Shari’a con dirette conseguenze sulla vita delle donne. Dopo l’invasione dell’Afghanistan del 2001, poco è cambiato e le lotte restano quelle di sempre: contro un’interpretazione fondamentalista dell’Islam e a favore di una democrazia reale.

Come fare tutto questo, come portare avanti la loro lotta? Prima di tutto attraverso la parola, importante veicolo di messaggi rivoluzionari. È per questo che RAWA pubblica “Payam-e-Zan”, un giornale bilingue (in persiano e pashtu) su cui vengono sviscerate le tematiche più importanti (dal rifiuto della guerra all’autodeterminazione delle donne).

FOTO 1. http://pz.rawa.org/pz/

La parola però non è solo quella scritta: le militanti di RAWA si muovono, partecipano a dibattiti internazionali, si mostrano nei canali della tv afghana dal 2006, dove per la prima volta avviene uno storico dibattito con un sostenitore dell’integralismo islamico.

Ma la più importante di tutte è la parola che viene insegnata. RAWA promuove l’alfabetizzazione di donne e bambini, spesso in clandestinità e a domicilio, affiancandovi l’insegnamento della tolleranza e del rispetto delle diversità: un’azione pervasiva, che parte dal basso e si muove su un piano orizzontale, sia in Afghanistan che in Pakistan. Del resto, RAWA si impegna anche nel campo della giustizia sociale e nel tempo è riuscita a costruire cliniche e a operare con team mobili di medici all’interno di campi profughi, garantendo un servizio gratuito a donne, bambini e uomini che non hanno altre possibilità di cura.

Al sociale e ai diritti delle donne si aggiunge la battaglia politica e in particolar modo il rifiuto della guerra. Le donne di RAWA denunciano senza se e senza ma la situazione in cui versa l’Afghanistan: nulla è cambiato dal 2001, lo scettro del potere è passato di mano in mano ed è sempre dei “signori della guerra”, ma la vita all’interno del Paese è sempre la stessa, soprattutto per le donne. Se un cambiamento ci deve essere, deve avvenire in direzione della pace, della democrazia e del secolarismo (come recita lo slogan dell’associazione).

Revolutionary Association of Women of Afghanistan (http://www.satyamag.com/oct05/rawa.html)

Nonostante le difficoltà, però, anche la battaglia prosegue e ha l’obiettivo di espandersi. Già a livello internazionale le donne di RAWA sono conosciute e spesso sostenute: Iran, Italia e Sudan sono fra gli Stati che contano maggiori iscritti all’associazione, ma il supporto giunge anche da organizzazioni territoriali del Giappone, dall’Australia, da quegli stessi Stati Uniti che ne hanno provocato la caduta in una guerra senza fine.

Il supporto da parte della comunità internazionale si trasforma in operatività sul territorio e quindi, negli ospedali, le volontarie insegnano a scrivere a bambine e vedove, scuole di inglese. «Siamo fermamente convinte» si legge sul sito dell’associazione, «che la conoscenza è un grande potere e che farà crescere la consapevolezza delle donne dei loro diritti e del loro posto nella società».

 

 

 




La collina delle donne

Sorgerà una collina nuova 

E dovrebbe avare un nome

Perché i nomi restano…

L’inferno dove la vita non contava più 

dei sacchi di amianto che svuotavano ogni giorno, 

o del muro di polvere attraverso cui i loro occhi faticarono a riconoscersi.

La collina delle donne la chiamerei

delle operaie che non son più

 di quelle che non dimenticano, 

delle madri, delle mogli, delle figlie e delle sorelle.

Questi sono alcuni versi di una poesia simbolo della lotta all’Eternit e all’amianto, scritta alcuni anni fa da un’oncologa, la dottoressa Daniela Degiovanni. Forte dell’esperienza di medica del lavoro a Casale Monferrato, la città della polvere bianca, in cui ha diagnosticato più di mille casi di mesotelioma, la dottoressa “Degio” ha lavorato per quarant’anni a contatto con gli operai dell’Eternit e con le loro famiglie.
Quarant’anni fa le prime diagnosi, le visite fatte in un semplice ambulatorio. La polvere di amianto gli operai la inalano, la spostano, la mangiano addirittura annidata tra i pranzi nelle pause, la riportano a casa negli indumenti da lavoro interamente imbiancati. Le mogli poi mettono a bagno le tute respirando i vapori intrisi d’amianto e spesso anch’esse iniziano ad accusare dolori alla schiena e le prime avvisaglie della malattia. Così, sempre più spesso, oltre ai lavoratori si ammalano le mogli, le madri, le donne di Casale che non lavorano nella fabbrica maledetta. È una strage silenziosa che si è protratta nel tempo, e che ancora esiste. Si stima che il picco della mortalità per mesotelioma si avrà nel 2020, anche se la fabbrica è chiusa da oltre trent’anni.
La dottoressa pioniera della lotta all’amianto non si è mai fermata, nei primi anni Ottanta ha creato il reparto oncologico dell’ospedale casalese, in seguito il servizio di cure domiciliari e infine, nel 2009, l’Hospice di Casale che ha già accolto più di 250 famiglie. Anche in questo modo la cittadina piemontese ha preso pian piano coscienza della strage in atto e proprio in questi ultimi giorni, 28 e 29 Aprile, a Casale si è celebrata la Giornata Mondiale delle Vittime dell’Amianto. Ricca di eventi e riconoscimenti per coloro che si sono distinti per l’impegno profuso nella cura, ricerca, diffusione di informazione, la manifestazione si caratterizza per la volontà di continuare a credere nel futuro, attraverso azioni di bonifica e battaglie sociali e legali connesse ai danni causati dall’amianto.
Gli eventi hanno avuto sede al parco EterNOT: il parco pubblico sorto sull’area occupata dall’Eternit, terreni bonificati dieci anni fa dove ora la città della fibra killer vuole dare una risposta al dolore sofferto per decenni. Dolore rinnovato acutamente dalla sentenza della Cassazione che ha dichiarato prescritti i reati a carico di Stefan Schmideiny, l’industriale svizzero ex proprietario della fabbrica, cancellando i diciotto anni di carcere inflitti nei precedenti gradi di giudizio per disastro ambientale.
Ma il dramma dell’amianto a Casale non può essere dimenticato e il parco vuole e deve essere il luogo della memoria. In mezzo ad esso sorge proprio la collina dedicata alle donne a cui l’amianto ha portato via la vita, donne come Luisa Minazzi, simbolo di Casale, direttrice didattica, ambientalista, e amministratrice comunale, morta di mesotelioma nel 2010. Luisa non lavorò mai all’Eternit, ma da bambina giocava nei giardini sui cumuli di fibre, il famoso polverino che, spostato dal vento, si infiltrava ovunque. Ora, sulla collina delle donne, i bambini possono finalmente correre.
EterNOT è la realizzazione dell’elaborazione di un lutto collettivo, quello che ha portato Casale ad essere tristemente famosa come luogo di dolore e morte. Ma non solo. La città è anche simbolo di lotta e di speranza, di consapevolezza e di resilienza da cui prendere esempio per bonificare, non solo i terreni inquinati ma soprattutto coscienze.




Ambiente… scolastico

Sebbene mi sembra che stia capitando come per le notizie relative ai pitbull che impazziscono nello stesso periodo e aggrediscono padroni e bambini, non si può non notare che il mondo della Scuola sta attraversando un periodo controverso e avverso: studenti che feriscono gravemente docenti o gli stessi compagni, genitori che aggrediscono e picchiano docenti, riforme e provvedimenti che delegittimano e depotenziano la professione docente e lo stesso ruolo  della Scuola come istituzione educativa e formativa. È vero che altrettanti sono i casi di docenti che abusano della loro posizione per maltrattare, intimidire o circuire piccoli e giovani studenti, ma appunto sembra di essere così regrediti alla “cultura del nemico” che se non è lo straniero è comunque l’altro da me che, mettendo in discussione il mio “io” e a rischio la mia “sopravvivenza”, deve essere combattuto e abbattuto. La pulsionalità di darwiniana memoria sta riprendendo il sopravvento e le nuove forme di comunicazione, che hanno anche nell’immediatezza il loro punto di forza, ne amplificano l’istintualità e la violenza: non troppo passata è pure la notizia dello studente che con la scusa di sentirsi male ha chiamato da scuola i genitori che vi si sono precipitati per aggredire, rompendogli una costola, il docente di educazione fisica che aveva ammonito il figlio.

Il rimprovero, la nota disciplinare, il voto negativo, e pure la valutazione del comportamento (diventato quest’anno una lettera che, quindi, non fa più media con i voti numerici delle varie discipline) non hanno valore e, anzi, ti si possono ritorcere contro e tu, addirittura, puoi arrivare a dire: “Non punitelo:  ho fallito io!” come ha detto la docente che è stata accoltellata in pieno volto.

Nelle mie classi di Secondaria di I grado ne abbiamo parlato: si commenta timidamente e mi lasciano perplessi i vari “Come ha fatto a non accorgersi che aveva un coltello?” oppure “Ma come si fa a non difendersi?!” ai quali si sono sommati comunque “È colpa della famiglia!” a proposito dello studente che ultimamente ha bullizzato il professore ultrasessantenne intimandogli di mettergli sei e di inginocchiarsi.

Nel 1974 con i Decreti Delegati si sanciva finalmente l’inizio di una Scuola democratica e partecipata “dando ad essa il carattere di una comunità che interagisce con la più vasta comunità sociale e civica”; nel 2007 si è aggiunto il “Patto di corresponsabilità: uno strumento educativo e formativo che promuove percorsi di crescita responsabile.”

Se democrazia, partecipazione, responsabilità sono da ripensare e perfezionare, il concetto di comunità prima ancora è tutto da costruire. Ed è ancora una volta questione di rispetto dell’ambiente nel quale si vive e si interagisce con altri esseri viventi e auspicabilmente pensanti.

 




Mollare l’ancora

Nel 2002 lo psicologo Daniel Kanheman vinse il premio Nobel per l’economia. I suoi studi sono alla base della Finanza Comportamentale, la disciplina che studia i meccanismi che guidano le scelte effettuate dalle persone in condizioni di incertezza.

In campo economico le teorie ipotizzavano un essere umano razionale in grado di effettuare la scelta più conveniente ma nella realtà l’individuo è tutt’altro che perfetto e le sue scelte sono guidate spesso da regole intuitive che nella vita quotidiana ci aiutano ma che ci fanno commettere errori in ambito finanziario.

Vediamo la prima di queste che vengono anche definite “trappole mentali”: l’ancoraggio.

L’ancoraggio è la tendenza a crearci delle “ancore mentali”, cioè dei punti di riferimento che il nostro cervello utilizza come appigli in situazioni di incertezza; quando dobbiamo compiere una scelta, formulare una previsione o emettere un giudizio partiamo da questi e in funzione di questi decidiamo.

Nel campo degli investimenti una tipica ancora mentale è il prezzo pagato per acquistare un titolo. Quel prezzo diventa spesso per noi il punto di partenza per giudicare in futuro se il titolo è “caro” o “a buon mercato” facendo passare in secondo piano elementi ben più importanti per valutare se è il caso di mantenerlo in portafoglio, venderlo o acquistarne degli altri. Sarebbe sicuramente più utile analizzare la storia della società, l’andamento nel tempo di fatturato e utili, le prospettive dei mercati in cui opera e altri elementi oggettivi prima di decidere.

Tale meccanismo scatta anche nella valutazione del valore degli immobili. Se ho acquistato un immobile e dopo alcuni anni ne vedo in vendita uno simile a un prezzo sensibilmente più basso sarò portato a ritenerlo un “affare” senza considerare altri fattori per valutarne l’effettiva potenzialità come investimento.  Anche in questo caso è opportuno valutare l’andamento dei prezzi degli immobili in quella zona, considerarne i costi connessi all’acquisto, le imposte che gravano sugli stessi sia al momento dell’acquisto che dopo (ricordiamoci che le seconde case non godono delle agevolazioni fiscali previste per le abitazioni principali ), l’andamento del mercato degli affitti  se vogliamo affittarlo.

In conclusione l’ancoraggio è una scorciatoia che il nostro cervello prende inconsciamente per spendere poca energia quando dobbiamo fare delle scelte. Se le scelte riguardano i nostri risparmi è opportuno non cadere nella trappola, mollare l’ancora e impegnarci di più per  prendere decisioni ponderate.