Interroghiamo il fuori tema

Molti assassini di donne si suicidano dopo aver compiuto il femminicidio: l’ultimo caso – avvenuto a Prato – ce lo ricorda. Distruggono se stessi con l’oggetto di attaccamento (a volte coinvolgendo anche figli e figlie), poiché per loro non esiste distinzione tra i soggetti. 

Qui sta la loro “anormalità”, ma davvero è solo la loro?

Questo dato agghiacciante parla delle patologie non di singoli, non di culture lontane e arretrate, ma di una cultura attuale, la nostra: parla di una concezione diffusa che esalta l’amore fusionale e la coppia romantica, che in loro nome non vede la vocazione al controllo e giustifica l’incapacità di elaborare i lutti e le perdite.

Dobbiamo ragionare a fondo su quanto è nascosto nelle relazioni intime, nella vita delle coppie, nei rapporti familiari. Dobbiamo trovare il coraggio di portarlo alla luce senza temere che questo comporti complicità con gli assassini.

Finalmente nominiamo il potere, ma troppo a lungo abbiamo eluso il nesso tra amore e violenza, nonostante il lavoro magistrale di Lea Melandri (Amore e violenza; Come nasce il sogno d’amore):

Separandosi, la donna non colpirebbe solo un privilegio e un potere indiscutibile della maschilità, ma l’amore di sé, la fonte prima, rimasta tale anche nell’età adulta, dell’autoconservazione. Il fatto che chi uccide spesso riservi a sé la medesima sorte sembra esserne la conferma.

Abbiamo preferito ignorarlo, perché fa male, destabilizza e può mettere in crisi racconti antichi di amori salvifici, idealizzazioni comode di universi incantati dal “per sempre”, forti desideri inconsci di risarcimenti: composizioni utopiche di interezza, “due in uno”, metafore potenti di pezzi di mela che si ricongiungono, sogni di beatitudini originarie, armonie perfette, reciproche indispensabilità. In definitiva, indistinzioni tra soggetti (“senza di te non sono niente”). 

Troppo facile, persino liquidatorio ripetere “questo non è amore”, come se l’amore non abbisognasse di aggettivi: come se non conoscessimo legami esclusivi, legami perversi, amori malati, amori masochistici, amori che fagocitano, passioni abusanti, abbracci mortali. 

Nella postmodernità è cambiato il sogno d’amore? La commercializzazione della sessualità ha avuto almeno il vantaggio di svelare le trappole del sogno romantico? L’autodeterminazione conquistata dalle donne con l’emancipazione economica ha ridotto almeno la necessità della dipendenza emotiva?

Da quanto posso ascoltare nelle scuole e tra la gente io non lo credo; sono convinta che sia arrivato il momento di portare il tema in primo piano, nelle discussioni pubbliche e nei discorsi privati.

Troppo ne stiamo tacendo con i nostri figli e le nostre figlie, senza accorgerci che spargendo miele a piene mani facciamo loro del male e che li prepariamo male alla vita.




Irlanda – Le femministe Rosa e il diritto all’aborto

Il 25 maggio 2018 è diventata già una data storica per molte e molti irlandesi. 

Chiamata al voto per decidere del diritto all’aborto della donna, il 66,4% della cittadinanza, in un Paese all’80% cattolico, ha votato per il sì, decidendo così, attraverso un referendum, l’abrogazione dell’ottavo emendamento della Costituzione, introdotto nel 1983 che, di fatto, rende illegale l’aborto anche in caso di malformazioni del feto, stupro, incesto e altro. L’interruzione di gravidanza è possibile soltanto in caso di pericolo di vita della donna.

Questa legge ha causato la morte di alcune donne (cui è stato comunque rifiutato l’aborto anche se in pericolo di vita) e anche una sorta di ‘turismo’ verso il Regno Unito, dove la pratica è consentita, relegando le donne più povere a strade insicure e pericolose.

Contro molte previsioni che fino agli ultimi giorni davano una sostanziale parità fra le due parti in gioco, ha vinto il Sì. Ora tocca al Parlamento emanare una nuova legge che abbia come focus il diritto della donna ad abortire e a essere tutelata e seguita in questa sua scelta.

Nei mesi precedenti molte attiviste sono scese in piazza e hanno organizzato marce e manifestazioni per il Sì. Mentre gli anti-abortisti hanno giocato su una vecchia retorica che dipinge l’aborto come un omicidio e che ha diffuso false notizie, donne e uomini per il Sì hanno posto l’accento sulla necessità di garantire la libertà di scelta della donna sul proprio corpo. 

Fra le principali organizzazioni attive nel campo c’è Rosa (for Reproductive rights, against Oppression, Sexism & Austerity), gruppo di femministe fondato da alcune donne del Partito socialista irlandese e poi ampliatosi. Rosa in onore di Rosa Luxemburg e di Rosa Parks: entrambe rivoluzionarie, attiviste, impegnate in primo piano nella lotta. 

Fra i dieci propositi del gruppo Rosa ha un posto fondamentale la salute della donna. È per questo che fra i primi punti, oltre all’eliminazione dell’ottavo emendamento, ci sono anche la tutela della salute della donna come obiettivo dello Stato, la completa gratuità dell’aborto, la disponibilità immediata della pillola anticoncezionale, l’educazione sessuale nelle scuole per rimuovere la cultura dello stupro. 

Ma accanto a queste mete, le attiviste di Rosa pongono altre questioni fondamentali: la separazione fra Stato e Chiesa è una di queste, perché è dalla Chiesa cattolica che i retaggi conservatori e sessisti si trasmettono nelle scuole e negli ospedali. Ma c’è anche un’istanza anticapitalista, che chiede di tassare i “super ricchi” e di favorire invece le donne, i lavoratori e i disoccupati. No all’austerity, ma sì a investimenti nel settore pubblico (ospedali, scuole, servizi sociali).

Negli ultimi mesi l’operato di queste attiviste si è concentrato sul referendum, al grido di #time4choice. L’hashtag è diventato virale sul web, proprio accanto a quel “Repeal” (Abroga), che adesso è diventato il simbolo di una vittoria. Sono scese in piazza, con gli abiti delle ancelle (The Handmaid’s Tale, la serie tv distopica che parla di donne e ribellione) o più semplicemente con una maglietta nera che gridava repeal.

Ma non bisogna dimenticare che il loro è un femminismo socialista, che combatte il sessimo così come il capitalismo, consapevole che le due lotte sono intrecciate e che non c’è femminismo vero senza lotta anticapitalista. Si ispirano a Marx ed Engels, lotta di classe e oppressione fanno parte del loro vocabolario, ma anche intersezionalità, lotta per i diritti civili e post-modernismo rientrano nei loro dibattiti e nel loro pensiero. 




L’inflazione e il risparmio

Recenti indagini hanno riscontrato che su conti correnti e depositi di risparmiatrici e risparmiatori italiani  sono presenti  circa 1.300 miliardi di Euro. Vari i motivi alla base di questa situazione: l’incertezza economica, le disavventure che hanno riguardato recentemente alcuni risparmi, ma anche i ridotti rendimenti dei titoli di stato che per decenni hanno rappresentato l’unico investimento oltre a conto corrente e mattone. È frequente infatti che alla scadenza di un titolo detenuto per molti anni chi intende risparmiare trovandosi di fronte alla possibilità di sottoscriverne uno nuovo ad un tasso nettamente inferiore a quello scaduto decida di rinunciare lasciando sul conto la liquidità.

In pratica di fronte all’incertezza e all’indecisione decide di non scegliere senza considerare che la non scelta rappresenta comunque una scelta che genererà delle conseguenze.

Tralasciamo per il momento la considerazione che non impiegare la liquidità posseduta o parte di essa in investimenti alternativi può far perdere opportunità di guadagno e vediamo quella  che è una conseguenza certa di tale decisione e cioè l’erosione del potere d’acquisto del nostro denaro da parte dell’inflazione.

Da anni si sente parlare della bassa inflazione come un problema al punto che le autorità monetarie auspicano una sua risalita a tassi pari almeno al 2%.  Quello che non viene sufficentemente considerato è che bassa inflazione non significa zero inflazione.

Nella tabella che segue vediamo l’impatto che ha avuto l’inflazione negli ultimi vent’anni sui nostri risparmi.

Tabella

Nella colonna centrale è evidenziato il tasso di inflazione rilevato ogni anno e anche se il suo valore è lontanissimo da quelli in doppia cifra che molti di noi hanno vissuto negli anni ‘70 e ‘80 ha comunque causato un sensibile calo del potere d’acquisto.

Cento euro del 1997 valgono oggi circa settanta: negli ultimi dieci anni la perdita è stata del 12%.

Quando valutiamo di detenere liquidità non perché abbiamo impegni finanziari a breve ma come forma di investimento “sicura” valutiamo attentamente questo  costo occulto e non limitiamoci a guardare che il valore nominale del nostro conto corrente.

 

 

 

 




Un coro di voci per salvare la Casa

di Barbara Belotti, Livia Capasso, Maria Pia Ercolini

In un tweet di lunedì 21 maggio Michela Marzano ha posto una domanda serissima: “Com’è possibile che a rompere il patto con la Casa Internazionale delle Donne sia una giunta guidata da una donna?”. E ancora: “La sindaca Raggi – prima donna eletta a Roma – non conosce, oppure dimentica, oppure sottovaluta, l’importanza che i luoghi di accoglienza e di rilancio culturale rivestono oggi per tutte quelle donne che, nonostante i progressi dell’uguaglianza, continuano a subire violenze e ad essere emarginate?”. 

Forse è proprio questo che appare più incredibile, doloroso, paradossale e la riflessione di Michela Marzano diventa la riflessione di tutte e di tutti.

Il contenzioso fra il Comune di Roma e la Casa Internazionale delle Donne ha radici lontane. Dalla valutazione del debito accumulato negli anni, era nato un dialogo-confronto già con le precedenti amministrazioni, persino con quella del sindaco Alemanno che rinnovò la convenzione, segno evidente che le azioni svolte dalla Casa Internazionale, il suo radicamento storico, il suo valore simbolico venivano considerate un bene comune per l’intera città anche da amministrazioni “meno amiche”. La giunta Marino andò oltre, istituendo un’apposita commissione per procedere alla valutazione e rimodulazione dei costi esorbitanti che il mantenimento, e non soltanto l’affitto dei locali, richiedeva.
Laboratorio politico e culturale unico nel suo genere” è stata definita l’esperienza del Buon Pastore in un comunicato stampa della Regione Lazio dello scorso dicembre, in cui si annunciava un contributo straordinario di 90 mila euro per il sostegno ai servizi di consulenza di tipo legale, psicologico e per la genitorialità messi in atto dalla Casa Internazionale delle Donne, riconoscendole di “rappresentare per le donne di Roma, in Italia e per le visitatrici straniere un punto di riferimento certo”. La giunta Zingaretti, intervenendo economicamente, entrava di fatto a far parte di un tavolo di discussione che sembrava disponibile al dialogo: poche settimane prima, infatti, il Comune di Roma, in un comunicato stampa, dichiarava che grazie a “un confronto aperto e costruttivo” era possibile “arrivare a una soluzione condivisa”. Il comunicato stampa del Campidoglio chiudeva l’incontro del 13 novembre 2017 fra le rappresentanti della Casa Internazionale delle Donne e l’assessora al Patrimonio, Rosalba Castiglione, l’assessora alle P.O. Flavia Marzano e la dirigente dell’assessorato al patrimonio Stefania Grassia. 

Poi il cambiamento di strategia e di prospettiva da parte del Comune che ha trasformato la Casa Internazionale da laboratorio politico e bene comune in bene immobiliare. 

È di questi giorni la mobilitazione di moltissime donne e moltissimi uomini contro la decisione della sindaca Raggi di riallineare il progetto alle moderne esigenze dell’Amministrazione – ovvero quelle di risanamento del bilancio comunale – e contro la minaccia di sfratto. 

Irene Giacobbe, ‎Vicedirettora della rivista e presidente della Associazione e Testata on line POWER & GENDER, ricapitola i punti salienti della questione: 

La Casa Internazionale non costa niente al Comune, versa mensilmente all’amministrazione capitolina l’affitto che può: abbiamo versato dal 2003 circa 600.000 euro. La Casa mantiene e cura, con interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria, che forse non le compete, un complesso immobiliare del 1600 che era abbandonato e condannato al degrado e per il quale sono stati versati affitti anche nel periodo di “occupazione” dello stabile.
Non ci sono debiti né con fornitori, né per le utenze o tasse comunali. La Casa dà lavoro, versa i contributi INPS, accantona correttamente il denaro per le lavoratrici che sono impiegate stabilmente. Per il ruolo che svolge, che ha svolto e che continuerà a svolgere può essere inserita tra gli enti che possono fruire dell’utilizzo dei locali in comodato d’uso, in base ad una legge nazionale sul volontariato votata nel 2015.

Dopo la riunione del 21 maggio tra le rappresentanti della Casa Internazionale delle Donne e il Comune, il confronto si è fatto più teso e, come afferma Irene Giacobbe, intorno al Campidoglio si è alzata un’aria tossicaquella della misoginia e del potere patriarcale, che inquina da millenni menti e cuori. La Casa immette nel respiro di Roma la consapevolezza di sé e della propria storia, delle lotte che hanno portato a migliorare la vita di tutte le donne; non è un polline miracoloso che viaggia nell’aria e che respiriamo tutte, ma è la speranza per tutte di un respiro vitale.

La Regione Lazio si schiera nuovamente a fianco del Buon Pastore, come dichiara Marta Bonafoni: 

In questa battaglia a difesa della casa Internazionale delle Donne c’è innanzitutto il riconoscimento di quel luogo come uno spazio di autonomia politica delle donne di straordinaria importanza. Un valore non computabile con metodi ragionieristici. Poi arriva la questione del rientro dal debito, sulla quale la Casa ha già proposto un piano puntuale di fattibilità, che tiene ovviamente conto del valore sociale ed economico dei servizi sociali e culturali attivi nel Buon Pastore. Su entrambi questi aspetti la Regione è a fianco della Casa Internazionale delle Donne e farà la sua parte”.

Dalla stessa parte stanno le migliaia di persone che hanno partecipato alle assemblee pubbliche e alla manifestazione di lunedì scorso in piazza del Campidoglio, durante la riunione fra la sindaca Raggi e le rappresentanti della Casa Internazionale. 

Molta la determinazione a non fare passi indietro, a non arrendersi, a difendere i progetti femminili e femministi messi in atto in questi anni dalle tante realtà associativi all’interno della Casa. Determinazione accompagnata dalla grande ironia con la quale le donne e gli uomini, ai piedi del Palazzo Senatorio, apostrofavano Virginia Raggi:

 A te le pecore, a noi il Buon Pastore”.




La schiava migliore non ha bisogno di essere picchiata, si picchia da sé

Goethe diceva con lucida saggezza Nessuno è più schiavo di colui che si ritiene libero senza esserlo. 

Una delle intuizioni originali del femminismo è stata rendersi conto che per un tempo lunghissimo le donne hanno dovuto far propria la visione maschile del mondo, con adattamenti, resistenze, ma anche continui tentativi di strappare qualche potere, in primis quello di rendersi indispensabili nella vita quotidiana: l’unico concesso e praticato per secoli, come rilevava John Stuart Mill ne L’asservimento delle donne.

Scrive Lea Melandri:

Le donne non hanno solo cura dei bambini, dei neonati: forniscono cura a uomini in perfetta salute, uomini che si possono curare da soli. Questo non è di poco conto: vuol dire che le donne, nella cura, hanno strappato qualche potere, che è l’indispensabilità all’altro.

La battaglia più dura da affrontare riguarda la psicologia delle donne stesse, che devono riconoscere e superare gli stereotipi e i pregiudizi propri della cultura patriarcale rinunciando a modelli introiettati che le hanno inglobate in una bolla rassicurante ma soffocante.

Nella Mistica della femminilità fin dal 1963 Betty Friedan parlava del “problema senza nome”, del “comodo campo di concentramento” fatto di gratificazioni paternalistiche, che chiude tante donne nella gabbia delle aspettative sociali, nell’adesione a stereotipi che ne incanalano l’esistenza entro pareti sicure ma asfittiche.

È dolorosa, questa complicità: ogni infrazione – vera o presunta – a doveri così tassativi scatena non solo stigmi sociali ma feroci sensi di colpa, con annessi rimorsi e frustrazioni (il senso di colpa è utilissimo agli addomesticatori di coscienze).

Virginia Woolf lo chiamava il potere ipnotico del dominio, le psicanaliste il predatore interiore. Lea Melandri parla di violenza invisibile: la vittima parla la stessa lingua dell’aggressore, è talmente de-individuata da aver perso la capacità di riconoscersi preda di un carnefice perché si identifica con lui e con i suoi bisogni piuttosto che con se stessa e con le proprie esigenze. Come le è stato insegnato, chiama tutto questo ‘amore’. La subordinazione e questo tipo di amore non sono affatto esclusivi. 

Persino nella violenza di genere c’è una verità che fa male: una parte delle donne ritiene di meritarsela almeno un po’. Nel profondo pensa che se quegli schiaffi sono arrivati un motivo doveva esserci. Ritiene di non fare mai abbastanza. 

L’ho provocato. Avrei dovuto lasciarlo in pace. Ho iniziato io. Poverino, non lo fa apposta. In fondo mi vuol bene, a modo suo mi dimostra affetto. Però con i bambini è buono. Ha un sacco di problemi al lavoro …

Un amore che è frutto di suggestioni, idealizzazioni e proiezioni non riconosce il soggetto. 

Darei qualsiasi cosa per te. L’amore richiede sacrificio. Senza di te io non sono niente. Mi sei indispensabile. Noi due siamo una cosa sola. Tu sei la mia metà.

Povere e analfabete, ricche e colte, vecchie e giovani: la dipendenza emotiva non distingue tra classi sociali, etnie, religioni, età. Sono tante, in tutto il pianeta, le donne cresciute nel mito dell’unione fusionale e intrappolate in relazioni abusanti: si sottomettono alla tirannia della sopportazione per amore, mentre la loro autostima si dissolve nella continua ricerca di riconoscimenti affettivi. 

Perché noi siamo state le serve che hanno amato i loro padroni, le prigioniere che hanno amato i loro carcerieri, le oppresse che hanno amato i loro despoti, lungo tutto il corso della storia, con poche eccezioni.

È difficile, è faticoso affrancarsi da modelli che per millenni ci hanno trasmesso il bisogno di un uomo e della sua approvazione per sentirci complete.




Azioni od Obbligazioni?

È da qualche decennio ormai che quasi quotidianamente attraverso i mezzi di informazione sentiamo spesso parlare, in ambito finanziario, di obbligazioni ed azioni. Ma di cosa si tratta? Sono due strumenti finanziari verso i quali l’investitore/investitrice può orientarsi per ottenere un rendimento dai propri risparmi. Ambedue vengono emesse da aziende, banche, Stati etc.  che operano nei mercati finanziari ma hanno caratteristiche e rischiosità completamente diverse l’una dall’altra.

Le obbligazioni sono titoli cosiddetti di “debito”, cioè emessi per finanziarsi. Sottoscrivere un’obbligazione significa quindi prestare i propri soldi a una azienda (banca o Stato) per un certo periodo di tempo (di solito 3 – 5 – 10 anni) e questa si impegna a riconoscere a sottoscrittori e sottoscrittrici un interesse  stabilito e al rimborso del capitale prestato a scadenza. Se l’interesse riconosciuto non varia nel corso della durata l’obbligazione è a tasso fisso, altrimenti parliamo di obbligazioni a tasso variabile. Ci sono poi titoli obbligazionari detti “zero coupon” che non hanno interessi periodici ma vengono pagati alla scadenza insieme al rimborso del capitale.

Un elemento molto importante all’atto della sottoscrizione di un’obbligazione è una attenta e precisa valutazione sulla solidità economica di coloro ai quali vengono prestati i nostri risparmi,  cioè tenere conto del cosiddetto “rischio emittente” assumendosi il quale si è consapevoli che il rimborso del capitale a scadenza non è garantito.

È il caso, ad esempio, delle obbligazioni subordinate che riconoscono un tasso di interesse più alto ma in caso di default (cioè di fallimento) dell’emittente, sempre che questa sia solvibile, vengono rimborsate dopo i creditori privilegiati e dopo i possessori delle obbligazioni ordinarie

Le azioni invece rappresentano un titolo di partecipazione all’impresa. Ciò significa che acquistando un’azione si acquista una quota dell’azienda cioè si entra nel capitale di rischio. Quindi chi sottoscrive acquisisce il diritto al voto in assemblea, al controllo sulla gestione dell’impresa ed elemento importante ha diritto ad incassare i dividendi, cioè una parte degli utili qualora venissero distribuiti. Ma proprio perché si entra nel capitale di rischio dell’Azienda se questa è florida ed incrementa gli utili, il valore delle azioni sottoscritte crescerà ed anche la quantità dei dividendi distribuiti all’azionista sarà maggiore. In caso invece di difficoltà o di crisi il capitale potrebbe ridursi e, in caso di default, il valore dell’azione addirittura potrebbe azzerarsi. In questo caso azionisti e azioniste non avrebbero diritto alla restituzione del capitale investito. Ancora di più quindi, nel caso di azioni, andrebbe fatta un’analisi tecnica precisa e attenta circa i bilanci, le prospettive, le opportunità.

Sia per quanto riguarda le azioni che le obbligazioni va poi tenuto presente tanto il fattore concentrazione, evitando di concentrare su un unico emittente le proprie scelte finanziarie, quanto il proprio profilo di rischio legato alle aspettative di rendimento.

Viste quindi le complessità insite nella scelta, chi investe ha a disposizione  altri strumenti finanziari sui quali orientarsi, sia obbligazionari che azionari,  che hanno al loro interno una molteplice diversificazione e  delegano a un  gestore e a specifiche figure professionali una scelta più razionale ed efficiente.

 

 

 

 




Tre Giornate per l’ambiente

Domenica 11 maggio è stata la Giornata delle Oasi WWF e la prima Giornata mondiale delle api, indetta dall’ONU.  

La Giornata delle Oasi WWF celebra anche la biodiversità del nostro Paese, straricco di ambienti e paesaggi naturali, sebbene la Giornata Mondiale della Biodiversità stabilita dall’ONU sia il 22 maggio, e vuole sottolineare quanto sia importante difendere la ricchezza della vita sulla Terra: l’invito è a rispettarla e tutelarla ogni giorno e con ogni comportamento, dalle piccole mangiatoie poste anche sui balconi alla semplice ma interessata osservazione della Natura, dall’educazione dei bambini e delle bambine alla lotta al bracconaggio, agli acquisti più attenti e critici e alla corretta gestione dei rifiuti.

Le iniziative nelle Oasi, aperte gratuitamente grazie all’opera dei volontari e delle volontarie, sono state numerose: a Policoro è stata liberata un esemplare di tartaruga Caretta Caretta, a Rimini il programma ha previsto escursione e caccia al tesoro, a Venezia visita guidata alla pineta Dune e proiezione film “Before the flood – Punto di non ritorno”, a Le Cesine-Lecce passeggiata nella Riserva e laboratorio per bambini/e, a Torre Guaceto-Brindisi visita guidata, costruzione di una Batbox, un nido per pipistrelli, e poi laboratorio di fotografia e pilates… (http://www.wwf.it/programmi_oasi.cfm) 

La Giornata mondiale delle Api vuole ricordare quanto l’impatto umano possa determinare la scomparsa delle specie animali, in questo caso delle api, considerate attualmente dei superorganismi decisivi per la sicurezza alimentare globale: la maggior parte delle colture alimentari nel mondo dipende dall’impollinazione! Pare che la sua proclamazione si debba alla Slovenia, terra di apicoltura, in prima linea nella lotta per la salvaguardia della specie, prima a vietare l’uso dei pesticidi responsabili della loro moria. La scelta della data è dovuta al fatto che mentre nell’emisfero boreale maggio è il mese centrale per l’impollinazione, nell’emisfero australe corrisponde alla produzione del miele e alla lavorazione dei suoi derivati.  Molte anche qui le iniziative: in Slovenia, che ha perfino coniato una moneta da due euro raffigurante un alveare, conferenze, visite guidate e laboratori per grandi e piccini; in Italia sono stati organizzati numerosi eventi come la degustazione di mieli e attività ludiche e didattiche, visite all’apiario didattico di Corerallo in Liguria, incontri con apicoltori/trici, degustazioni e laboratori all’oasi del Bosco di S. Silvestro di Caserta.

Inoltre, tra le varie iniziative all’interno della Decade sulla biodiversità, iniziata il 2011, il 22 maggio presso l’Orto botanico di Napoli si è svolto l’incontro dal titolo “Biodiversità del mondo invisibile”; nella Casa dei Comuni in Lombardia sono state organizzate due iniziative, il 22 in collaborazione con l’Ordine degli architetti l’incontro “Celebriamo la Giornata mondiale della biodiversità” e il 23 con l’Ordine dei giornalisti “Parchi e sostenibilità ambientale: come i giornali raccontano il territorio”. Infine, dal 13 al 15 giugno presso l’Università di Teramo è previsto il Convegno nazionale alla sua dodicesima edizione su “ Biodiversità, Ambienti, Salute”.

Che dire? Speriamo di vero cuore che il mondo prenda a girare nel verso giusto e la musica inizi definitivamente a cambiare!




12 maggio. A Giorgiana

Su iniziativa del Partito Radicale, sabato 12 maggio, Roma ha ricordato l’anniversario dell’uccisione di Giorgiana Masi, diciannovenne colpita a morte presso ponte Garibaldi nel 1977.

Foto 1. Roma, ponte Garibaldi. Targa in memoria di Giorgiana Masi

 

La grande Rivoluzione degli anni Settanta è stata segnata dall’irruzione nella Storia di soggetti nuovi, prima relegati ai margini della società. In particolare, la partecipazione delle donne è ancora più forte che nel decennio precedente. Femministe e lesbiche prendono la parola, combattono il maschilismo radicato nella società e spesso anche nello stesso movimento, chiedono la parità di salari, l’abolizione del diritto di famiglia patriarcale, il sesso libero senza essere giudicate. La presenza di così tante donne in piazza costringe la società a farci i conti, ad accettarle e, lentamente e gradualmente, le rivendicazioni femministe si diffondono e si normalizzano. A decenni di distanza, anche se la violenza domestica contro le donne non è finita, la società è mutata: che una ragazza esca la sera, magari da sola, oggi è un fatto normale mentre negli anni Cinquanta sarebbe stato scandaloso.

 

Il 1977 in Italia è un anno incandescente per i giovani. Rispetto a dieci anni prima, il mondo del lavoro è cambiato e la rappresentanza politica è stata superata da nuove forme di partecipazione. Le nuove leve, studenti e futuri precari, in gran parte provenienti dal Sud Italia, non si sentono più rappresentate dal partito e dal sindacato in cui le persone più anziane hanno creduto: la generazione che ha fatto la Resistenza si sente tradita da quella successiva che a sua volta si vede tagliata fuori da istituzioni vecchie. Gli scioperi e i cortei sono sempre più frequenti, l’assenteismo sul lavoro è ai massimi storici, occupazioni di scuole e fabbriche ed espropri nei negozi sono all’ordine del giorno e la polizia non ha più il monopolio della violenza. Il PCI di Berlinguer si sta avvicinando sempre di più al governo democristiano. Eppure, nonostante l’ostilità dei movimenti, continua a crescere nei sondaggi elettorali. Il comizio del segretario della CGIL Luciano Lama all’università di Roma, occupata da giovani ostili al sindacato, è una provocazione: il forte dissenso, tradotto nella cacciata del sindacalista, diventa il pretesto per sgomberare l’ateneo.

 

Il 12 marzo a Roma, come risposta all’omicidio a Bologna, da parte dei Carabinieri, di un venticinquenne di Lotta Continua, tutte le anime del movimento prendono parte a un corteo che invade le vie del centro e riesce ad assaltare la sede centrale della DC in piazza del Gesù. Il ministro dell’Interno, Francesco Cossiga vieta tutte le manifestazioni nelle città. Lo stesso Cossiga, nei giorni successivi, definisce «illegale ed extra legem» il divieto dichiarandolo una forzatura costituzionale non prevista da nessuna legge repubblicana ma in questo caso necessaria, secondo il parere di tutte le forze parlamentari.

Due mesi dopo, mentre è ancora in vigore l’ordinanza che vieta di manifestare, il Partito Radicale sfida il divieto e indice un presidio femminista e un concerto in piazza Navona. È il 12 maggio.

I radicali intendono ricordare la vittoria del referendum sul divorzio e raccogliere le firme per abrogare la Legge Reale – un provvedimento estremamente repressivo che aumenta a dismisura i poteri della polizia – approvata in Parlamento grazie ai voti dei fascisti dell’MSI.

Sono presenti in piazza anche alcuni deputati. I militanti dell’Autonomia operaia non partecipano alla manifestazione. La giornata è all’insegna della nonviolenza, ma la polizia attacca i manifestanti sparando lacrimogeni. Dopo ore di cariche ingiustificate e grazie alla mediazione di un gruppo di parlamentari, viene concesso a chi è in piazza di defluire verso Trastevere. Ma durante la fuga le cariche continuano. Da ponte Garibaldi gli agenti sparano con pistole probabilmente fuori ordinanza. Sul lato di piazza Belli adiacente al ponte, un proiettile colpisce Giorgiana Masi all’addome, tutti i soccorsi sono inutili.

La sera stessa Cossiga dichiara di non aver inviato agenti in borghese nella manifestazione e che la polizia non ha fatto uso di armi da fuoco. Uno scatto del fotografo Tano D’Amico è sufficiente a smentirlo.

 

Giovanni Santone, il poliziotto in borghese ripreso armato duranti gli scontri finiti con la morte di Giorgiana Masi in una fotografia scattata il 12 maggio 1977 da Tano D’Amico. ANSA/ PER GENTILE CONCESSIONE DI TANO D’AMICO

Foto 2. 12 maggio 1977, di Tano D’Amico

La pubblicazione di tale immagine costringerà Cossiga ad ammettere lapresenza di «corpi speciali addetti alla pubblica sicurezza».

Il referendum sulla Legge Reale indetto dal Partito Radicale si tiene a giugno del 1978, un mese dopo il ritrovamento del cadavere di Aldo Moro che colpisce profondamente l’opinione pubblica italiana. Su pressione di tutti i partiti di governo, tra cui lo stesso PCI, la maggioranza delle persone votanti si schiera contro l’abrogazione della legge e quindi per il mantenimento dello stato di polizia.

Nel 1981 la magistratura chiude il procedimento sull’omicidio della ragazza archiviandolo perché «rimasti ignoti i responsabili del delitto». Eppure Cossiga ha sempre ammesso apertamente e senza vergogna di essere una tra le cinque persone a sapere il nome dell’assassino di Giorgiana Masi. Ha ricoperto le cariche di ministro, di presidente della Repubblica e di senatore a vita nascondendo al Paese informazioni importanti sui crimini di cui lo Stato si è reso responsabile e impedendo alla magistratura di svolgere il proprio operato.

«La morte di Giorgiana Masi – ha aggiunto Cossiga – è stata presa a simbolo di molte lotte giovanili contro presunte ingiustizie della polizia e della politica».

Quando nel 2001 lo Stato ha nuovamente ucciso un manifestante e mai aperto un processo sul caso, le opposizioni hanno chiesto le dimissioni dell’allora ministro dell’interno Claudio Scajola: Cossiga ha difeso il collega con un intervento furioso rivendicando la repressione feroce del 1977.

Nel 2008, davanti a un vasto movimento studentesco non certo violento che protestava contro i tagli alla scuola pubblica, Cossiga, in una delirante intervista edita da Repubblica, ha di nuovo sostenuto che «il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri».

Link all’intervista: http://temi.repubblica.it/micromega-online/francesco-cossiga-%C2%ABvoglio-sentire-il-suono-delle-ambulanze%C2%BB/

Foto 3. 12 maggio 2018, di Andrea Zennaro

 

Ogni 12 maggio ponte Garibaldi rende omaggio alla ragazza «uccisa dalla violenza del regime» – come recita la targa stabilmente affissa in sua memoria – e il marciapiede si riempie di fotografie, fiori e ricordi.

Durante tutto il giorno di sabato molte storie si sono alternate sul posto, militanti di vecchia data e semplici passanti, tante giovani ma anche tante persone adulte che allora erano presenti e ricordano bene quegli anni e quella giornata. Contemporaneamente, un pensiero «alla compagna Giorgiana Masi» è stato mandato anche dall’esponente COBAS il cui intervento ha concluso la manifestazione di solidarietà con il popolo palestinese giunta in quelle ore a piazza Venezia.

 

In copertina, foto di Andrea Zennaro




Occupazione femminile in Cina: i dati della disuguaglianza

L’economia cinese è una delle più grandi realtà del XXI secolo. La Cina oggi si presenta come la seconda economia mondiale dopo gli Stati Uniti e prima di Giappone e Germania. La sua crescita economica è la più veloce al mondo e, pur contribuendo allo sviluppo economico complessivo a livello internazionale, essa ha provocato negli ultimi anni un inasprimento delle differenze di genere in ambito lavorativo.
Prima delle riforme del 1979, nella pianificazione della distribuzione del lavoro da parte dello Stato si evidenziava una sostanziale parità di impiego maschile e femminile, senza grandi differenze tra campagna e  città. Negli anni successivi la situazione dell’occupazione femminile ha assunto degli aspetti complessi e contraddittori. Si è assistito a un crescente gender gap in ogni settore lavorativo, con una notevole differenza nella retribuzione e nel collocamento delle donne, soprattutto nei segmenti più bassi delle aree di impiego.
Nel 2004 le donne costituivano il 44% della forza lavoro dell’intero paese, con il 60% di impiegate nell’agricoltura (il 9,4% in più degli uomini). Nel 2017 il tasso di occupazione femminile si è attestato al 60,4% (nel Regno Unito e negli Stati Uniti il dato è rispettivamente pari al 54,1% e al 53%, in Giappone al 47,7%, in India al 25,9%), ma sarebbe sbagliato pensare a un miglioramento delle condizioni di vita o del posizionamento delle lavoratrici. Le percentuali d’impiego in lavori poco qualificati, precari e sottopagati è del 20,8%, contro il 14,1% degli uomini.
Il censimento del 2010 mostra un tasso di impiego in declino a partire dal 1990 con l’84,3%, proseguendo con un 78% nel 2000, e giungendo infine al 71% nel 2010.
Queste statistiche rilevate dalla All China Women’s Federation, una organizzazione per la tutela dei diritti delle donne, dimostrano come la liberalizzazione del mercato del lavoro ha acuito gli effetti discriminatori a danno delle lavoratrici così come la scarsa rappresentanza femminile al governo.
Inoltre va preso in considerazione l’indebolimento delle politiche woman friendly attuate negli anni 90 in cui non è stato implementato un sistema di assistenza per le donne lavoratrici e un supporto socio sanitario per la prima infanzia. In questo sistema sono frequenti episodi di discriminazione già al momento dell’assunzione e minore tutela durante il periodo lavorativo. Ad acuire questa non rosea situazione, vi sono ingenti differenze salariali: le donne guadagnano il 35% in meno rispetto ai colleghi. Ciò porta la Cina a classificarsi al 91esimo posto su 145 nel ranking del World Economic Forum.
Risulta evidente che nella Cina dell’armonia sociale di Xi Jinping il potere politico delle donne, e anche quello economico, non sembrano partecipare allo sviluppo massiccio, a differenza di quanto viene rappresentato nelle statistiche internazionali.
Le lavoratrici sono sempre più richieste nel settore dei servizi e nei lavori informali in fabbrica ma hanno tutele sociali sempre più ridotte.  Per contro nel settore del management di alto livello si distingue una certa presenza femminile. È il caso di alcune manager di fama internazionale come Zhang Xin co-fondatrice di Soho China. La presenza è ben visibile in quanto limitata a poche realtà, ma questo purtroppo non si discosta dalla media dei Paesi occidentali.
Va ricordato però che nonostante i dati poco incoraggianti, sempre più donne conseguono lauree di secondo livello, come ricorda China startup outlook 2017: “su 7,3 milioni di laureati l’anno, più della metà sono donne.” E nel 2014 la Cina ha registrato il più alto numero di GMATs femminili ben il 65%  delle cinesi hanno sostenuto l’esame, richiesto dalla maggior parte delle Business School come criterio di ammissione per MBA e Masters. 




Ni una menos: nuovi femminismi dall’America Latina all’Italia

Proprio quando tutto sembrava più depresso e avvilito, un grido dall’America Latina risveglia le coscienze femministe e le scuote: Ni una mujer menos, ni una muerta más («Non una donna in meno, non più neanche una morta»). Un grido che nasce in Argentina, nella primavera del 2015, preso in prestito dalla poetessa e attivista messicana Susana Chávez (di lei si parla oggi nella nostra rubrica letteraria Les Salonnières) e diventato simbolo internazionale della lotta delle donne.

All’inizio è solo un gruppo di giornaliste, attiviste e artiste a riunirsi, ma il richiamo è forte: organizzazioni dal basso, comunità locali, donne e uomini si avvicinano alla campagna diffusasi presto in tutta l’America Latina. Ni una menos è la parola chiave, proprio perché è sul corpo delle donne che la violenza maschilista e femminicida continua a manifestarsi ogni giorno. 

L’America Latina, infatti, ha registrato negli ultimi anni un aumento dei casi di femminicidio e del numero di violenze contro le donne, spesso avvenuti nella completa impunità. Al grande insieme di attiviste per i diritti umani, ambientali, locali si accompagna un egual numero di donne minacciate, violentate, uccise. Susana Chávez è una di loro, ma con lei anche Berta Cáceres, Marielle Franco, Maria Guadalupe Hernández Flores. Per non parlare poi delle donne ‘che non conosce nessuno’, quelle che vogliono semplicemente vivere la loro vita ma che vengono bruscamente fermate: secondo la CEPAL (Commissione economica per l’America Latina e i Caraibi) sono 4.000 ogni anno (12 ogni giorno) le donne uccise nel continente sudamericano per motivi legati al loro genere.

Per questo motivo le donne di Ni una menos hanno posto fin dall’inizio l’accento sulla lotta alla violenza di genere e sulla necessità di predisporre un piano antiviolenza che entri nell’agenda politica di ogni comunità. 

Quali sono i punti fondamentali di questa agenda? 

Rendere accessibili aiuto e protezione alle vittime di violenza e garantire un percorso legale che porti alla denuncia delle violenze subite, ma anche monitorare – costantemente – il numero dei femminicidi (perché solo misurando quello che succede si potrà costruire una politica pubblica efficace) e portare l’educazione sessuale completa nelle scuole. Un punto fondamentale, perché è proprio dall’insegnamento delle differenze che nasce il rispetto e si annulla la violenza machista. 

La prima vera battaglia è stata lanciata con uno sciopero di un’ora contro il femminicidio, un’ora in cui le donne si sono astenute da tutte le attività (anche quelle riproduttive). Un modo per attirare l’attenzione, certo, ma anche per far capire l’importanza delle attività svolte da ognuna di loro. Lo sciopero è presto diventata un’arma di lotta internazionale, globale.

La loro lotta, infatti, ha ridato slancio ai vari gruppi e movimenti femministi nel resto del mondo e ha germogliato in America, ma soprattutto in Europa e in Italia, dove Non una di meno è grido nelle piazze del 25 novembre e dell’8 marzo, scritta sui muri, parola d’ordine nel “Piano Femminista contro la violenza maschile sulle donne e la violenza di genere” del movimento in Italia.  

Consultori, associazioni contro la violenza di genere, centri antiviolenza, nuove femministe e femministe storiche hanno contribuito alla nascita di questo piano e lottano ogni giorno per attuarlo. Come la violenza sulle donne è trasversale, così lo deve essere anche il piano che la combatte: «libere dal sessismo» nelle scuole, negli ospedali, nella famiglia, nel lavoro. 

Ogni anno, in Italia e nel mondo, i cortei promossi da Ni una menos diventano più folti e trasversali dal punto di vista generazionale, uniscono i sessi nella lotta al patriarcato e al maschilismo, crescono e creano nuove progettualità sul territorio. 

Proprio per questo, accanto allo slogan Ni una menos, ne è stato aggiunto un altro: Vivas nos queremos. Non solo queste donne non vogliono morire, ma vogliono essere libere di sentirsi vive e di vivere senza paura.