“Vivas nos queremos”, una campagna grafica dall’Argentina

“Vivas nos queremos” è una di quelle frasi che le femministe dell’America Latina ripetono sempre. “Vogliamo restare vive”: un grido disperato che si oppone ogni giorno alle molestie, alla violenza, ai femminicidi. Maggiore è il numero delle violenze, più forte è la lotta delle donne argentine.

Ma “Vivas nos queremos” è diventato anche il nome di una campagna contro la violenza sulle donne. Una campagna fatta di donne, immagini e volti che sfilano in occasione di grandi manifestazioni ma che si ritrovano anche in semplici raduni di piazza, lungo i muri delle strade, nei bar e nei locali.

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L’iniziativa è partita dal Messico ad opera del collettivo “Mujeres Grabando Resistencias” e nel 2015 è arrivata in Argentina, dove ha ufficialmente esordito durante la manifestazione del 25 novembre di quell’anno. Donne di tutte le età sono scese in piazza, brandendo le xilografie da loro stesse prodotte e denunciando con forza l’oppressione di genere.

L’idea è quella di far parlare le immagini e rendere così più “visibile” il problema della violenza sulle donne. Attraverso la tecnica della xilografia, infatti, ogni donna può produrre un lavoro, che deve contenere un volto (o più volti) di donna, una frase significativa e lo slogan #VivasNosQueremos.

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In molte di queste immagini le donne rappresentate sono persone davvero esistite e sono vittime di violenza e rivoluzionarie. Berta Caceres, attivista honduregna assassinata nel marzo 2016, è fra queste; così Alina Sanchez, combattente argentina nelle fila dello YPJ in Rojava, morta il 17 marzo scorso; Diana Sacayàn, attivista LGBT argentina, uccisa brutalmente nel 2015; Laura Iglesias, attivista del Patronato de Liberados per i diritti umani e dei lavoratori in Argentina e uccisa nel 2013. Molte delle immagini, poi, sono volutamente provocatorie: “Il mio modo di essere, di vestire, di sentire, di vivere – non la tua violenza” dice l’immagine di una donna con minigonna e calze a rete. Alcune esprimono non solo la lotta, ma anche semplici stati d’animo: così, una madre e una figlia che si tengono per mano nella notte e dicono “Un giorno vivremo senza paura”.

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Dal 2015 in poi la campagna è cresciuta: sempre più donne vi si sono avvicinate, dedicandovi il proprio tempo e autofinanziandosi. Ogni immagine è anonima (non firmata) e non a caso, perché la lotta è di tutte e non di una soltanto. L’idea è quella di «rendere riproducibile ogni immagine attraverso la tecnica della xilografia»: ogni donna può farlo e portare così avanti la lotta.

 

In America Latina i numeri sul femminicidio parlano chiaro: San Salvador, Colombia, Guatemala, Messico e Suriname risultano fra i primi sette paesi al mondo per il più alto tasso di femminicidi. A questo si aggiunge il traffico di esseri umani, che riguarda in particolar modo donne e bambine, un vasto mercato illegale e vera e propria piaga dell’America Latina. Sono i corpi ritrovati delle donne a parlare: mutilazioni e segni di torture mostrano come non si tratti soltanto di un assassinio, ma della volontà di determinare e controllare dall’esterno il corpo di una donna, fino a provocarne la morte. Contro questo «negativo che avanza», le immagini di “Vivas Nos Queremos” sono positive, parlano di donne forti, che lottano e si autodeterminano. La sensibilità e la paura non lasciano spazio a dubbi, perché la lotta può avvenire in una sola direzione.

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È anche per questo che fra le tematiche trattate dalla campagna grafica latinoamericana vi si aggiungono altri argomenti di cocente attualità: lo sfruttamento in campo lavorativo e la discriminazione di genere, la necessità di portare l’educazione sessuale all’interno delle scuole in modo efficace, l’estremo bisogno di un aborto che sia gratuito, legale e sicuro. Proprio in questi giorni, infatti, le mujeres argentine stanno chiedendo una depenalizzazione della legge sull’aborto, che al momento è possibile soltanto in caso di stupro o di pericolo di vita della donna, e il parlamento argentino ne discuterà il 13 giugno. La forza delle immagini di “Vivas nos queremos” parla di tutto questo. E diffonde speranza in un continuo scambio di energia fra parole e volti.

 




Lotta alla plastica, dall’India all’Italia

A distanza di pochi giorni dalla Giornata dell’Ambiente del 5 giugno, dedicata alla lotta per l’eliminazione della plastica, due notizie mi hanno colpita, entrambe dall’India.

Dopo la carriera in una casa farmaceutica, la trentaseienne di Nuova Delhi Rhea Singhal è la protagonista diun’importante svolta ambientalista con la più grande azienda di stoviglie e packaging alimentare “eco” di tutta l’India: Ecoware è, infatti, una società che produce piatti, bicchieri, vassoi e contenitori per il cibo biodegradabili al 100%; al posto della plastica si usano biomasse e soprattutto gli scarti agricoli, che finirebbero bruciati nei campi a fine raccolta, per produrre prodotti che, utilizzati per congelare e cuocere alimenti nel microonde, possono poi essere buttati nel secchio dell’umido. Qualora finissero in discarica, si decomporrebbero senza lasciare inquinanti. I prodotti costano un po’ di più, ma dal 2009, data nella quale è nata, l’azienda è cresciuta notevolmente sia perché serve anche hotel di lusso e compagnie aeree sia perché la gente ha compreso le implicazioni dannose delle plastiche per ambiente e salute.

Sempre in India, l’avvocato Afroz Shah nell’ottobre del 2015 ha avuto la semplice idea di iniziare a pulire i 100 chilometri di spiaggia di Mumbay soffocata da ogni tipo di plastica e immondizia, e seguendo il suo esempio, attualmente il sabato e la domenica si contano trecento persone, di età e provenienze diverse, a ripulire per quattro ore la costa.

Le Nazioni Unite hanno definito l’iniziativa come la più grande opera di pulizia della spiaggia del mondo.

Qui da noi WWF e Legambiente sono note per queste azioni di pulizia e da qualche tempo si aggiunge anche Clean Sea Life.

Inoltre, proprio quest’anno è partito il “Plastic radar” di Greenpeace, un’iniziativa che invita a segnalare via whatsapp i rifiuti in plastica su spiagge e mari.In tal modo sarà possibile conoscere le tipologie di imballaggi e rifiuti più comuni nei mari italiani e scoprire da quali località arriva il maggior numero di segnalazioni. Ogni segnalazione, un grazie, e con 25 segnalazioni un ringraziamento nel report finale.

Ma il ringraziamento più rilevante arriva da parte delle spiagge e del mare tutto!




I BRICS

Negil ultimi anni una delle novità che ha caratterizzato gli scenari internazionali è l’affermazione di un insieme di Paesi che vengono identificati dal termine BRICS.

BRICS è l’acronimo utilizzato per individuare 5 Paesi (Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa) accomunati da caratteristiche simili.

Si tratta di economie in via di sviluppo caratterizzate da un vasto territorio, una numerosa popolazione e importanti risorse naturali.

Il balzo in avanti del loro PIL si è avuto con l’avvento della globalizzazione grazie alla quale essi hanno iniziato a commercializzare i loro prodotti in tutto il mondo e, dato il basso costo della manodopera, a prezzi di gran lunga più competitivi rispetto a quelli dei Paesi occidentali industrializzati.

Mentre la crisi economica iniziata da un decennio ha attanagliato sia l’Europa che gli Stati Uniti, questi Stati hanno continuato e continuano tutt’ora ad avere tassi di crescita a due cifre.

Non sempre però all’economia espansionistica corrisponde un alto livello di sviluppo che riguarda le loro popolazioni. Più volte, parlando di economie emergenti, si è constatato che dietro questa irrefrenabile corsa ci sono condizioni di lavoro al limite dell’umano, sfruttamento del lavoro minorile, cottimo, ecc. Come anche i regimi politici instaurati in questi Paesi, non sempre di natura democratica, pongono dei grossi interrogativi a livello morale e sociale.

Accanto quindi ai due grandi blocchi (Europa e Stati Uniti) dei paesi sviluppati si è creato quello dei Paesi Emergenti verso i quali i mercati finanziari hanno focalizzato la loro attenzione, tanto che un’importante percentuale degli investimenti finanziari di risparmiatori e risparmiatrici viene rivolta verso tale settore.

I Paesi Emergenti, infatti, offrono ampie opportunità sia in ambito obbligazionario (con titoli di stato a tassi ormai da noi inimmaginabili), sia in quello azionario (con un ricco ventaglio di aziende con grandi prospettive di sviluppo) e una possibilità di diversificazione in grado di dare quel valore aggiunto indispensabile e al passo con gli scenari economici in continua evoluzione.

 




Psicoterapia aperta

Nasce, a partire da un’idea di Luigi d’Elia, un ambizioso progetto di rete che intende realizzare un virtuoso contatto tra l’enorme domanda di cure psicologiche e l’offerta di ore a tariffe calmierate da parte di centinaia di professioniste e professionisti della salute psicologica che di fatto già operano con pazienti non in grado di sostenere le tariffe di mercato.

Il servizio pubblico, spesso definanziato e sottoorganico, come è noto non riesce quasi mai ad accogliere la domanda di psicoterapia, se non in piccola parte e solo per le situazioni più severe. 

Tale domanda di cura rimane inevasa poiché non riesce a essere intercettata dal settore privato, considerato a ragione irraggiungibile:  si tratta con frequenza di cure che richiedono molto tempo e le tariffe private mediamente oscillano dalle 200 alle 600 euro mensili, cifre di fatto disponibili solo per le fasce di reddito medio-alte.

La psicoterapia è inserita nei LEA del servizio sanitario, cioè nei Livelli Essenziali di Assistenza: in teoria, dunque, sarebbe un diritto esigere questo genere di cure. La realtà, come in moltissimi altri casi, è ben diversa: sono tantissime le persone che rinunciano alla cura e sono frequentissimi i casi di mancato intervento in situazioni che per trascuratezza, come accade per qualunque altra patologia e con le conseguenze che conosciamo, tendono invece a cronicizzarsi e a peggiorare. 

“È da anni che orecchiando in giro per i vari network professionali – dichiara d’Elia – mi ero accorto di questa spontanea e ordinaria pratica di inclusione da parte di colleghe e colleghi che per una piccola parte del proprio orario decidono di non rifiutare domande di persone, giovani e meno giovani, desiderose di prendersi cura attraverso percorsi di psicoterapia o consulenza psicologica. E allora ho fatto due semplici conti: gli psicoterapeuti privati in Italia sono tantissimi (anche troppi), circa 50.000; molti dei quali già dedicano ore low cost a una parte dei loro pazienti meno solventi. Perché allora non utilizzare intelligentemente il web per fare economia di scala e mettere in contatto la domanda con l’offerta esistente?”

Nel giro di pochi mesi, raccolto un comitato promotore e attivate tutte le risorse organizzative, nasce il sito www.psicoterapia-aperta.it che si pone i seguenti obiettivi:

– censire tutti i colleghi che già offrono tariffe low cost,

– collegare domanda e offerta low cost,

– raccogliere dati sulla domanda di cura delle fasce sociali meno abbienti e della relativa offerta privata

– sensibilizzare/sollecitare l’intervento pubblico

Di certo, anche se l’adesione al portale fosse massima, potrebbe rispondere a poche migliaia di richieste, ma già sarebbe un segnale. Un segnale che vogliamo raggiunga il prima possibile chi, a livello di politiche sanitarie, decide delle sorti della nostra salute psicologica. 

È stata attivata una raccolta fondi per le spese del portale, questo il link per eventuali donazioni

 http://sostieni.link/18112  




Luna Park Venezia

Nel suo romanzo  La seconda mezzanotte  Antonio Scurati ha descritto uno scenario terrificante: alla fine di questo secolo, dopo una spaventosa onda alluvionale che ha sommerso tutto e ha definitivamente sconvolto il clima mondiale, ciò che resta di Venezia è stato comprato e ricostruito da una multinazionale cinese. L’area più celebre e centrale della città lagunare è stata isolata da una cupola climatizzata e Venezia è stata trasformata in un allucinante divertimentificio per stomaci forti: vi è permesso tutto, tutto è disponibile per chi possa pagare, perfino assistere a combattimenti gladiatorî in piazza San Marco. Cos’abbia a che vedere Venezia con il Colosseo non è argomento di discussione: per il business globalizzato e per le masse turistiche la distinzione è troppo sottile e nessuno conosce più la differenza fra culture che, viste da lontano, paiono coincidere. Come oggi pizza mafia e gondole sono accomunate dall’ignoranza del consumo, così nel 2092 gladiatori, basiliche, prostituzione, laguna, alcol e droga fanno parte di un immaginario turistico da consumarsi nel più breve tempo possibile. La domanda se il mondo futuro descritto da Scurati sia davvero in procinto di avverarsi appare meramente accademica.

Venezia è nei guai anche nel presente: è un luogo comune ma anche la verità. Tutti i centri storici lo sono, ma le città di terraferma si sono potute espandere in periferie (spesso disumane) mentre la città lagunare è limitata in sé stessa dall’acqua. Anche Venezia, sul piano amministrativo, ha una periferia in terraferma, ma il collegamento con essa è un salto, un’autentica frattura. Se nel passato il legame d’acqua con le isole e con la terraferma garantiva una complessità di scambi, oggi le relazioni lagunari e la stessa vita della popolazione sono sconvolte dalla trasformazione economica e sociale del turismo globalizzato. La massa di turisti che ogni giorno invade la città ha causato una proliferazione patologica di pseudoservizi, quasi tutti di bassa qualità e spesso di dubbia legalità, che arricchisce gl’investitori e rende dura la vita alla gente. I costi degl’immobili sono divenuti insostenibili e commercianti e artigiani sono sostituiti da una distribuzione veloce, a basso costo e standardizzata. Trovare un comune negozio di ferramenta o una libreria è diventato arduo perché i turisti consumano solo ciò che viene loro ostentato, senza voler neppure accorgersi che l’oggetto tipico appena acquistato è paccottiglia prodotta altrove e il cibo tipico appena ingerito è fast food. Da più parti si grida alla modernizzazione, allo stare al passo coi tempi, alla necessità della promozione pubblicitaria che ha già devastato, con “ristrutturazioni” criminali, palazzi storici divenuti contenitori di brand rampanti. Navi colossali, definite da qualcuno opere di vera e propria architettura invasiva, sovrastano gli edifici e devastano l’ecosistema lagunare. Designer e architetti di grido propongono, e talvolta perpetrano, mostruosità abnormi che dovrebbero “traghettare verso il futuro” una città che è sempre stata un capolavoro di equilibrio.

La popolazione di Venezia è ormai a un minimo storico, circa cinquantamila abitanti. Fra essi molte sono le persone normali, quelle che vanno a lavorare o studiano, che vi abitano, che fanno la spesa, che hanno relazioni e che non ne possono più di trovarsi la strada di casa o del lavoro ingorgata da masse umane sbraitanti, masticanti, fotografanti e ignoranti delle norme più elementari della convivenza in una città antica e tanto particolare. La minaccia della privatizzazione neoliberista incombe su tutto: isole, monumenti, palazzi, strade. La risposta delle amministrazioni è stata quella di incentivare il turismo mordi-e-fuggi e al contempo di frenarne gli eccessi con provvedimenti inutilmente drastici, come l’adozione di tornelli d’ingresso nei giorni festivi più frequentati o del prezzo furfantesco del trasporto pubblico, con il risultato che veneziane e veneziani si sentono sempre più personaggi obbligati di un parco a tema. Molta gente ritiene inevitabile andarsene.

Ma non mancano cittadine e cittadini che si oppongono alla devastazione in atto e che hanno formato gruppi, movimenti e comitati per opporvisi. Alcuni intervengono con caparbia pazienza nella pulizia dei muri plurisecolari; altri raccolgono fondi per l’acquisto collettivo di isole lagunari, come Poveglia, minacciate dall’immissione sul mercato e pronte a diventare resort pluristellati o residenze miliardarie; altri ancora manifestano e compiono azioni di disturbo alle grandi navi. Nel maggio 2014 il comitato NoGrandiNavi-Laguna Bene Comune ha pubblicato il libro bianco Venezia, la laguna, il porto e il gigantismo navale. Le grandi navi fuori dalla laguna a cura di Gianni Fabbri, con scritti e contributi di Gianni Fabbri, Giuseppe Tattara, Armando Danella, Cristiano Gasparetto, Luciano Mazzolin e Silvio Testa, in cui viene esposto in termini scientifici il problema della laguna e della città. Negli anni il comitato si è esteso ed ha approfondito i termini del suo dissenso e della sua lotta. Le grandi navi (e “grandi” è un pallido eufemismo) e le masse turistiche sono epifenomeni eclatanti, ma rappresentano solo la parte più vistosa di un dramma che riguarda soprattutto la gestione politica di Venezia e che coinvolge in realtà il territorio nel suo complesso. Per esempio, la riduzione della città a parco a tema non si riduce al centro storico ormai intasato, dato che è prevista la costruzione nell’immediata terraferma di ventimila posti letto che ospiteranno il turismo low cost. Il problema della desneylandizzazione va visto nel suo aspetto complessivo. Per opporvisi e ricostruire è necessario soprattutto fare un progetto di ripopolazione urbana con politiche a misura di residente, favorendo le attività produttive, il welfare, le attività sociali che recuperino e gestiscano spazi comuni, e bloccare la svendita e la privatizzazione dissennata del patrimonio pubblico, la devastazione dell’ecosistema lagunare, l’espulsione dei ceti meno abbienti. Venezia deve uscire dal suo ruolo di luna park e tornare ad essere una città aperta e multiculturale, antirazzista e antisessista.

A questo scopo, il movimento NoGrandiNavi-Laguna Bene Comune ha indetto, per domenica 10 giugno, una Marcia per Venezia, che partirà alle ore 14 da piazzale Roma. L’invito alla partecipazione è rivolto ai e alle residenti della laguna e della terraferma, a chi lavora in città da pendolare, al mondo delle associazioni e a chiunque stia a cuore la Perla della laguna, perché, come ha scritto Salvatore Settis, «se Venezia muore non sarà solo Venezia a morire: morrà l’idea stessa di città».

È possibile leggere e scaricare il libro bianco Venezia, la laguna, il porto e il gigantismo navale. Le grandi navi fuori dalla laguna: http://www.nograndinavi.it/wordpress/wp-content/uploads/2014/05/2014-05-16-LIBRO-BIANCO-ComitatoNOGrandiNavi-Laguna-Bene-Comune.pdf

La citazione di Salvatore Settis è tratta dal suo libro  Se Venezia muore , Torino, Einaudi, 2014.




Un mare di plastica

“Eh, magari facessero tutti come voi …!”

È la frase che io e i miei familiari ci sentiamo spessissimo dire dai negozianti quando affermiamo di avere la busta (o la shopper!) per mettervi quanto acquistato. Ormai ne abbiamo tantissime, anche ricavate da vecchi jeans: quella per il supermercato, quella per la frutta e la verdura, quella per i piccoli acquisti.

Devo ammettere che inizialmente, e parlo di almeno dieci anni fa, provavo un certo imbarazzo… poi, però, leggi notizie come quella di sabato 2 giugno e ti convinci che è davvero il minimo che si possa fare: al largo della costa meridionale della Thailandia, infatti, è stata trovata morta  una balena pilota con ben ottanta buste di plastica nello stomaco per l’equivalente peso di otto chilogrammi!

Nella sola Thailandia ogni anno almeno 300 animali marini, tra cui balene pilota, delfini e tartarughe, muoiono per aver ingerito plastica abbandonata in natura, ha spiegato un biologo marino.

Da noi, oltre al comportamento virtuoso di singole persone e famiglie, qualcosa si sta muovendo: dal primo maggio, per esempio, sulle isole Tremiti la plastica è vietata per legge grazie al sindaco Antonio Fentini che sta pure pensando di abolire i contenitori di polistirolo, compresi quelli utilizzati dai pescatori. Invita, altresì, colleghe e colleghi di isole e comuni sul mare a fare altrettanto, precisando che la sua cittadinanza è molto felice per la decisione presa.

La decisione segue, infatti, la ricerca diffusa nei mesi scorsi dall’Istituto di scienze marine del CNR di Genova, dall’Università Politecnica delle Marche e da Greenpeace Italia, che hanno campionato le acque durante il tour “Meno plastica più Mediterraneo” della nave ammiraglia di Greenpeace, Rainbow Warrior. Dalla ricerca è emerso che nel Mediterraneo ci sono livelli di microplastiche paragonabili a quelli dei vortici che si formano nel Pacifico, le cosiddette ‘zuppe di plastica’, e “nelle acque marine superficiali italiane si riscontra un’enorme e diffusa presenza di microplastiche, comparabile ai livelli presenti nei vortici oceanici del nord Pacifico, con i picchi più alti rilevati nelle acque di Portici (NA), ma anche in aree marine protette come le Isole Tremiti (FG)”.

Nell’attesa che arrivi anche la direttiva dell’UE, già approvata a fine maggio dalla Commissione, affinché si arrivi nel 2025 a non usare più la plastica e in particolare cotton fioc, posate, piatti, cannucce e aste per palloncini (prodotti che dovranno essere fabbricati con materiali sostenibili), gli Stati membri, attraverso campagne di sensibilizzazione, dovranno anche ridurre il consumo di contenitori per alimenti e tazze, fissando obiettivi nazionali, mettendo a disposizione delle alternative, o impedendo la fornitura gratuita di prodotti in plastica.

E noi nel nostro piccolo? Possiamo iniziare sin da ora a cambiare stile di vita e abitudini: ingegniamoci e facciamo in modo che il mare viva la sua stagione più bella tutto l’anno!




Si chiamava Razan

Sabato 2 giugno migliaia di persone hanno partecipato ai funerali della ragazza, mentre la bara sfilava per Gaza City avvolta nella sua bandiera. Si chiamava Razan Ashraf al-Najjar l’infermiera palestinese ventunenne uccisa venerdì scorso nella striscia di Gaza. Durante la cerimonia funebre, i genitori hanno mostrato le sue uniche armi: il camice insanguinato e un rotolo di garze. Aveva il volto scoperto e le mani alzate quando l’esercito israeliano ha aperto il fuoco e l’ha colpita al petto. Secondo alcuni (su questo le fonti non concordano), la sua assassina sarebbe una donna, cosa rara per il mondo occidentale, ove a commettere violenza sono quasi sempre gli uomini, ma che non sorprende nello Stato più militarista del mondo in cui il razzismo verso la popolazione araba è fortemente radicato. È in carcere accusata di terrorismo la sedicenne araba che a mani nude ha schiaffeggiato un soldato occupante, armato di mitra, pochi mesi fa, gesto che ha indignato l’opinione pubblica ebraica molto più delle migliaia di vittime fatte da Israele nel corso dei decenni. 

Oltre al quotidiano panarabo Al Jazeera, è il giornale israeliano Haaretz a riportare la notizia secondo cui lo stesso Stato di Israele starebbe aprendo un’inchiesta sui propri soldati per quanto accaduto a Razan. E non è affatto scontato che l’intransigente e spietato governo Netanyahu ammetta i crimini delle cosiddette Forze di Difesa Israeliane (IDF).

La sua uccisione rientra in un contesto molto più ampio. A partire dal 30 marzo la popolazione della striscia di Gaza, esasperata da decenni di umiliazioni e soprusi, ha dato inizio alla Marcia del Ritorno. Tale manifestazione, che ha luogo ogni venerdì, rivendica il diritto delle famiglie palestinesi di tornare nelle terre da cui furono forzatamente allontanate per fare spazio allo Stato ebraico-sionista. Infatti la striscia – una specie di carcere a cielo aperto ove mancano i generi di prima necessità – ospita quasi due milioni di persone, in maggioranza rifugiati e profughi cacciati dal resto della Palestina nel 1948 in occasione di Al Naqba (che significa «la catastrofe»), come è ricordata nel mondo arabo la nascita di Israele. A dare il via a queste manifestazioni è stata la decisione di Donald Trump di spostare a Gerusalemme (e la sua occupazione israeliana viola decine di risoluzioni ONU) la sede dell’ambasciata USA, gesto che umilia gravemente il diritto internazionale e la dignità dei popoli arabi ma che mostra  continuità, nei rapporti con Israele, tra la presidenza Trump e le precedenti amministrazioni statunitensi. La Marcia del Ritorno non è certo una provocazione di Hamas, come invece i vertici politici e militari israeliani vorrebbero far credere: con modalità estremamente pacifiche e nonviolente, la popolazione palestinese sta dimostrando in queste settimane una determinazione incredibile nell’opporsi alla violenza del «popolo eletto». Ma alla resistenza non violenta palestinese Israele risponde con crimini di guerra. Oltre ai gas letali e le bombe al fosforo bianco, le IDF usano spesso proiettili che, una volta penetrati nel corpo della vittima, si aprono diffondendo schegge: per i medici l’unico rimedio a queste ferite consiste nell’amputare gli arti dei sopravvissuti. Scandaloso, anche se giustificato da Netanyahu come «legittima difesa dal terrorismo», è stato lo sparare ai giocatori della squadra di calcio palestinese mirando alle ginocchia. L’ultimo ed ennesimo atto criminale della brutalità sionista, dopo aver sparato persino sulle ambulanze, è stato proprio l’omicidio di Razan, nonostante la sua inconfondibile uniforme da paramedica. Lo sparo è stato effettuato non durante un momento di “scontri” ma a freddo, durante la medicazione dei feriti; nello stesso contesto, una granata ha ferito un altro operatore sanitario. Sparare al personale medico e paramedico è considerato un crimine di guerra gravissimo secondo tutte le convenzioni internazionali. 

Foto Razan

Arriva così a 119 il bilancio dei palestinesi inermi uccisi dal fuoco Israeliano dal 30 marzo a oggi. Dopo il massacro di civili nei campi profughi di Sabra e Chatila (Libano 1982) sotto la guida diretta di Ariel Sharon, gesto che non trova alcuna giustificazione umana né politica, già l’operazione Piombo Fuso contro la striscia di Gaza del 2008-2009, diretta dallo stesso Netanyahu che siede al governo oggi, aveva comportato per i vertici politici e militari di Tel Aviv (unica legittima capitale israeliana) l’apertura di un procedimento penale presso il tribunale internazionale dell’Aja per «crimini contro l’umanità» e «genocidio»: mai accuse tanto gravi avevano colpito governi sedicenti liberaldemocratici dopo la seconda guerra mondiale.

La cosa più eclatante di quanto sta accadendo è il totale silenzio dei nostri media: se si vuole avere una decente informazione sulla carneficina unilaterale in corso è necessario leggere Le Monde o Al Jazeera o Libération o The Guardian o il Middle East Eye, mentre i giornali e le televisioni italiane si limitano ogni tanto a parlare di «momenti di tensione» o addirittura di «nuovi scontri nel conflitto arabo-israeliano», come se i rapporti di forza tra le due parti fossero pari o quasi. Se invece fosse stato un soldato israeliano ad essere ucciso dai razzi di Hamas, l’Italia avrebbe visto levarsi un coro di slogan di solidarietà con la «vittima del terrorismo islamico».




Che genere di scuola

Non so se e come il nuovo Governo del Paese affronterà il tema dell’educazione di genere, che fu sia pur sommariamente e vagamente inserito dal Governo Renzi nella legge chiamata “Buona scuola”.

Nessuno ha la minima idea dell’opinione in materia del nuovo responsabile del Miur. Io so solo ciò che è accaduto finora. So solo che è profonda e diffusa l’esigenza di un cambiamento (sì, quella parola che tanto piace ai nuovi poteri).

All’interno dell’istituzione scolastica si è assunto sempre che contenuti e metodi della formazione fossero neutri rispetto alle differenze, e che bastasse non nominarle per contrastare le disuguaglianze.Èstata spesso presente una forma di negazione dell’aspetto sessuato della persona, ma l’imbarazzo o il silenzio sono anch’essi una potente trasmissione di messaggi, che consegnano alla clandestinità emozioni, desideri, interrogativi. Se gli e le adolescenti non fanno domande, questo non significa che non ne abbiano, in un momento storico in cui si incrociano possibilità plurime di essere e divenire donne e uomini.

I nostri ragazzi sono liberi di crescere ed esprimersi secondo le loro inclinazioni, o sono ancora soggetti a una “prova di virilità” che ne condiziona comportamenti e modi di fare? Quali sono le loro reazioni alla nuova libertà femminile nel mondo, alla crescente presenza delle donne nel lavoro, nella cultura, nella politica? E quali resistenze oppongono le ragazze alla crescente mercificazione dei corpi femminili che è la faccia regressiva, distorta e mistificata di quella libertà?

La scolarizzazione di massa è stata probabilmente il fenomeno che con maggior forza ha segnato il mutamento femminile della percezione del sé, introducendo percorsi uguali e condivisi, ponendo tutti e tutte di fronte agli stessi obiettivi. La scuola però non ha accompagnato questa sua straordinaria funzione con una riflessione adeguata, ma si è limitata a far convivere in modo casuale e frammentario la pratica del nuovo con l’andazzo tradizionale.

Nonostante queste premesse mi colpisce – quando vado in giro per l’Italia – il fatto che da parecchi anni siano tante e tante le docenti che manifestano il desiderio e la necessità di introdurre nella didattica quel doppio sguardo (uno sguardo non in-differente) che non hanno trovato nella propria formazione di base. Dovrebbero essere sostenute da sponde politiche autorevoli, e questo non avviene.

La critica profonda e corrosiva alla cultura patriarcale non ha trovato ancora nei vertici della scuola una sponda forte.

Come si fa a contribuire all’evoluzione democratica di una società, se le competenze di chi va a insegnare non prevedono la conoscenza del percorso storico, culturale, sociale e politico di metà della popolazione? In che modo si possono formare giovani cittadine forti e consapevoli, quando le discipline scolastiche non parlano di loro, non parlano a loro? Come si fa a superare la visione androcentrica del mondo?

Che lo si voglia vedere o no, le femministe han già scardinato, e non si stancano di farlo, le impalcature del logosoccidentale e del discorso incentrato su di esso. Questo sì, è stato un cambiamento radicale.

L’alternativa ora non è se tenere conto o meno del genere a scuola, ma se assumerlo come si è sempre fatto, con un ordine implicito, invisibile e dunque immutabile, oppure se fare dei percorsi di apprendimento e delle relazioni pedagogiche un’occasione per una maggior consapevolezza dei modelli di riferimento che naturalizziamo ed eternalizziamo senza prevedere aree di problematizzazione.

Se vogliamo andare avanti, o se accettiamo di essere rimandate indietro. Il pericolo esiste.

 

 

 




Gender gap: l’Italia arretra sul lavoro

Il World Economic Forum misura ogni anno il divario di genere in base a quattro parametri: partecipazione economica e opportunità, istruzione, salute e sopravvivenza, empowerment politico. Dei 142 Paesi coperti dall’indice del 2017, 82 hanno aumentato il loro punteggio complessivo rispetto all’anno precedente, mentre 60 lo hanno visto diminuire. Eppure, segnala il WEF, se si colmasse la parità di genere il Pil nel mondo aumenterebbe di 5,3 miliardi di dollari. Nel Global Gender Gap Report 2017 l’Italia continua ad arretrare, scesa all’82esimo posto su 144 Paesi, perdendo ben 32 posizioni rispetto all’anno precedente. Perdono posizioni anche gli USA, al 49esimo posto. Francia e Germania si piazzano all’11esima e 12esima posizione, la Gran Bretagna alla 15esima, con un recupero rispetto al 2016 di ben 5 posizioni. A guidare la classifica si conferma l’Islanda, seguita dai soliti Paesi Scandinavi, da Nicaragua e Slovenia. Questo confronto è indicativo della discrepanza di opportunità tra i due sessi nel nostro Paese, divario che non accenna a diminuire, mentre gli altri Stati hanno iniziato a correre verso la parità e a guadagnare in competitività.
Il rapporto è una miniera di dati interessanti. Da tempo l’Islanda è considerata il Paese primo della classe nella lotta a ogni discriminazione. Da questo gennaio è entrata in vigore una nuova legge, approvata a marzo 2017 con consenso unanime, che impone la pari opportunità assoluta, con particolare attenzione alla pari ed equa retribuzione del lavoro in ogni azienda con più di 25 dipendenti, in ogni ministero e ad ogni grado di istituzione.  Si tratta di un Paese in forte crescita economica e praticamente a piena occupazione, che vanta anche altre leggi ritenute esemplari dalle Nazioni Unite, da molte Ong e autorità internazionali. Ad esempio, le quota rosa di almeno il 40% negli organi direttivi, o la legge del 2006 sul congedo parentale di nove mesi. Non sono rari gli uomini che scelgono di usufruirne per aiutare lavoro e carriera delle compagne.
La lezione da imparare dall’Islanda è principalmente di natura culturale, il voler mettere in luce le discriminazioni subite dalle donne dando loro voce. È fondamentale che la disparità di genere non sia percepita come un problema unicamente femminile, e su questo punto c’è ancora molto da lavorare in Italia. Qui, infatti, il maggior divario tra i sessi nella rappresentanza politica e, soprattutto, nel mondo del lavoro, si traduce in un vistoso arretramento economico.
Analizzando il report, si può osservare come, sebbene il divario di genere si sia notevolmente ridotto per l’istruzione, si è allargato quello economico a causa delle disparità reddituali (103esima posizione), salariali (126esima) e per la partecipazione alla forza lavoro (89esima).
Da una recente indagine condotta dall’Isfol, l’ente pubblico di ricerca sui temi della formazione delle politiche sociali e del lavoro, si è notato che se per i lavoratori gli svantaggi derivano da orari e condizioni fisiche più dure, le lavoratrici sono penalizzate in termini di reddito, stabilità occupazionale e possibilità di decidere in piena autonomia. Questa dinamica rischia di avere costi elevati, dal momento che è destinata a produrre un deterioramento della qualità del lavoro nel lungo periodo. E per qualità del lavoro si deve far riferimento alla pluralità degli aspetti del lavoro stesso, i quali si relazionano ai bisogni della persona, fondandosi sul principio dell’adeguamento del lavoro alla stessa (e non viceversa) e considerando la complessità e la totalità dell’esperienza lavorativa, non limitata alle sole condizioni fisiche del lavoro. Dell’esperienza lavorativa fanno parte, ad esempio, le questioni legate alla conciliazioni tra lavoro e vita familiare che per la componente femminile dell’occupazione hanno un peso maggiore.
Dalla ricerca emerge anche che le donne lavorano di più, 512 minuti contro 453 dei colleghi, mentre la disoccupazione è più alta tra le donne (12,8% contro il 10,9%), così come la percentuale di persone deluse dal proprio stato di disoccupazione (40,3% contro il 16,2% degli uomini).
L’Italia è quindi il fanalino di coda dell’Europa Occidentale, dietro anche alla Grecia, che si colloca al 78esimo posto. Questi dati dovrebbero fare da monito perché, come ci ricorda in apertura il rapporto Ocse 2017, l’uguaglianza di genere non è unicamente un diritto, ma è anche la pietra miliare di un’economia che punta alla crescita sostenibile e inclusiva.




La previdenza complementare

Nei primi anni ‘90 sono avvenute delle grandi modifiche nel sistema pensionistico italiano dovute sia per l’aumento della durata media della vita e  sia a una diminuzione della crescita economica. 

In sintesi:

1) si è alzata l’età di vita lavorativa ed è aumentata l’anzianità minima lavorativa, modificata nuovamente dalla legge Fornero;

2) il sistema retributivo diventa sistema contributivo e dunque si va in pensione con il versato reale e non il calcolo degli ultimi periodi lavorativi;

3) la pensione viene rivalutata sulla base dell’inflazione

Tutto questo porta alla consapevolezza che le pensioni future maturate sarebbero state più basse e così il legislatore, insieme alla pensione obbligatoria, istituisce la previdenza

complementare. Essa rappresenta un’opportunità di risparmio a cui lo Stato riconosce agevolazioni fiscali non presenti in altre forme di risparmio.

L’agevolazione vale anche nel caso di versamenti a favore di familiari fiscalmente a carico.

Tra i vari fondi pensioni trovano spazio i PIP, Piani individuali pensionistici istituiti dalle imprese assicurative a cui possono aderire dipendenti e professionisti/e.

Le agevolazioni fiscali

– I versamenti sono deducibili fino a 5164,37 euro sul proprio reddito annuo, ciò significa, ad esempio, che versando alla previdenza complementare contributi pari a 1.000 euro si applica un’aliquota marginale Irpef del 23 per cento. In tal modo il costo effettivamente sostenuto sarà pari a 770 euro, con un risparmio fiscale di 230 euro.

– Minore tassazione a confronto con altri strumenti finanziari: i rendimenti, infatti, hanno una aliquota fiscale del 20% contro un solito 26%

– Alla tassazione delle prestazioni pensionistiche, erogate sia in forma di rendita che di capitale, viene applicata una ritenuta a titolo d’imposta del 15% per cento, che può scendere fino al 9% in relazione alla durata del periodo di partecipazione alle forme pensionistiche complementari.

I fondi pensionistici si possono sottoscrivere in modalità periodica o in unica soluzione annua e gli investimenti possono essere azionari, bilanciati, obbligazionari, a seconda della scelta della clientela, della sua propensione del rischio e del periodo di tempo

che dovrà versare per arrivare alla pensione.

 

Ultimi due vantaggi dei PIP sono l’anticipazione e il riscatto parziale o totale.

 

Anticipazione 

In qualsiasi momento è possibile richiedere fino al 75% del capitale maturato per spese sanitarie a seguito di gravissime situazioni riguardanti sé, coniugi, figli e figlie, per terapie e interventi straordinari riconosciuti dalle competenti strutture pubbliche. 

Dopo otto anni di iscrizione a una forma pensionistica è possibile richiedere fino al 75% del capitale maturato per acquisto o ristrutturazione della prima casa propria o della prole e sempre dopo gli otto anni d’iscrizione è possibile richiedere fino al 30% del capitale.

Riscatto totale o parziale

In diverse situazioni può essere richiesto il rimborso, totale o parziale, del capitale maturato.

Nei casi di inoccupazione per un periodo di tempo non inferiore a 12 mesi e non superiore a 48 mesi, o in caso di mobilità o cassa integrazione, è possibile chiedere il riscatto del 50% del montante maturato. 

Il riscatto totale può essere chiesto:

in caso di inoccupazione superiore a 48 mesi; 

in caso di invalidità permanente, che riduce la capacità lavorativa a meno di un terzo;

da eredi o i beneficiari/e in caso di morte del/la contraente prima che abbia maturato il diritto alla pensione.

Inoltre, è possibile chiedere il riscatto nei casi previsti dallo statuto e dal regolamento della forma pensionistica, quando il/la contraente perde i requisiti per partecipare.

Una pensione complementare consente di gestire il proprio risparmio con buoni benefici fiscali e di assicurarsi una rendita futura con piccoli investimenti dilazionati nel tempo.

La normativa che regola la previdenza complementare è regolata dal Dlgs 252/2005 (http://www.camera.it/parlam/leggi/deleghe/05252dl.htm) e dalla Legge 124/2017 (lgs 124/2017).