ITALIA – Sbarchi e terrorismo: l’Ue deve comportarsi in modo solidale. Salvini: “Controllare i luoghi di ritrovo islamici”

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Tunisia, Francia, ma anche Kuwait e Somalia. La jihad si scatena nel venerdì del Ramadan colpendo tre continenti quasi simultaneamente. Gli attentati hanno dimostrato come il terrorismo possa colpire ovunque senza preavviso. E che proprio su questo fatto gioca per scatenare la paura nei cittadini. Ma senza dubbio il periodo è particolare, e fra Expo e Vaticano l’Italia ha molti obbiettivi sensibili. Per questo motivo il ministro degli Interni Angelino Alfano, intervenendo a un convegno sulla legalità a Milano, ha annunciato: “nessun paese a rischio zero, abbiamo elevato il livello di allerta per risensibilizzare le unità a presidio dei luoghi sensibili. Abbiamo diramato l’allerta a prefetture e questure”. Nonostante questo, però, le polemiche non sono mancate. In particolare con la Lega Nord.

Il più critico è stato Matteo Salvini, che dal suo profilo Facebook ha sparato due bordate contro la gestione del ministro dell’Interno. “Ci hanno dichiarato guerra? – scrive in un primo post – Controllare le presenze e i luoghi di ritrovo islamici in Italia. Ritirare le truppe Nato dai confini con la Russia, e dislocarle in Nordafrica e in Medioriente. Ritirare buona parte dei soldati italiani in missione nel mondo. Bloccare ogni sbarco sulle coste italiane, e difendere i confini”. Venti di guerra insomma, che secondo Salvini né il Governo né tantomeno Alfano sono in grado di gestire: “A Roma è stato arrestato un pakistano, che avrebbe a sua volta ospitato un altro terrorista islamico. Ma noi abbiamo Renzi e Alfano che ci proteggono. Siete tranquilli vero?”, ironizza ancora il leader della Lega. A mettere il carico da dodici ci pensa poi Roberto Calderoli, vicepresidente del Senato: “Chi si scandalizza quando chiediamo i controlli alle frontiere capirà che far entrare illegalmente una cifra enorme di persone nel nostro paese e lasciare che girino indisturbate, magari scroccando vitto e alloggio a spese nostre, è un rischio enorme, non solo per la nostra sicurezza, ma per la sopravvivenza stessa dell’intera civiltà occidentale?”.

Nonostante le critiche della Lega Alfano ha difeso il suo operato, dimostrando come non ci sia nesso fra aumento dell’immigrazione e criminalità o terrorismo: “nel 2014 c’è stato un calo dei reati del 7,7%, nel primo quadrimestre del 2015 un calo tra il 14 e il 15%. Nel 2014 c’è stato un aumento del flusso migratorio dovuto principalmente all’instabilità della Libia. È indimostrabile che vi sia stato un aumento dei reati in conseguenza di un aumento dell’immigrazione. Questa è la realtà, poi c’è la percezione dovuta anche a certe campagne politiche che sollecitano le paure più profonde dei cittadini”.

Non si contano più le imbarcazioni stracariche di disperati in cui molti di essi trovano la morte, soffocati da altri corpi ammonticchiati, gettati in mare da scafisti senza pietà, sfiniti dagli stenti.

E ogni volta che un battello affonda o si trasforma in trappola esiziale, si accendono discussioni acide sulle capacità italiane di soccorrere adeguatamente chi è in pericolo. Si fanno sempre gli stessi discorsi, si tirano in ballo i soliti argomenti. La Lega sostiene che i popoli affamati vanno aiutati nei luoghi di nascita e dove soffrono come se fosse semplice farlo: con quali soldi? I negoziati tra Italia e Libia, che ai tempi di Gheddafi prevedevano un controllo delle partenze dall’Africa, sono stati azzerati, cosicché i migranti seguitano a giungere numerosi sulle nostre coste; e noi con gli scarsi mezzi di cui disponiamo siamo obbligati ad ospitarli inadeguatamente dopo averli tratti in salvo.

Malta se ne infischia e non si cura di chi crepa in mare. Gli spagnoli attuano il sistema dei respingimenti violenti, le immagini dei quali sono state trasmesse dalla televisione. In sintesi. Nessuno si occupa dei poveri cristi che abbandonano l’Africa attratti dall’illusione di conquistare un mondo migliore. La stessa Europa, di cui il nostro Paese è la propaggine meridionale (la più vicina al Continente nero), dimostra una gelida insensibilità verso i poveri del Sud. E ci ordina: arrangiatevi e cercate di comportarvi umanamente nei loro confronti, altrimenti vi condanniamo. E ci condanna anche quando abbiamo agito al massimo delle nostre potenzialità.

In pratica nel Mediterraneo è impegnata soltanto l’Italia nel gravoso compito di prevenire tragedie o almeno di ridurne la portata. L’Ue non interviene e noi non siamo stati in grado di pretendere dai nostri partner nemmeno un finanziamento da utilizzarsi per realizzare le strutture necessarie ad accogliere decentemente i disgraziati provenienti dall’infelice mondo della fame e del disagio. Oltre a pagare il conto dei salvataggi, dobbiamo anche sopportare gli insulti di chi verso di noi usa atteggiarsi a maestro di civiltà.

È arrivato il momento in cui l’Italia è chiamata a presiedere il vertice delle istituzioni europee. Sarà Matteo Renzi a sedersi sullo scranno più alto e a esercitare una serie di poteri non certo di secondo piano.

Verificheremo se ha la personalità per imporre alla Ue di comportarsi in modo solidale, come si conviene a una comunità di Stati.




ITALIA – Il modello toponomastico ravennate: uno strumento di democrazia e parità

Nuove intitolazioni femminili in vista per la città di Ravenna, che fa della toponomastica uno strumento di democrazia e parità. Due aree verdi di Ponte Nuovo saranno infatti dedicate a Domenica Rita Adriana Bertè (1947 – 1995), cantautrice di talento, più nota con il nome di Mia Martini, e a Libera Musiani (1903 – 1987) mosaicista e pittrice che ha partecipato ai restauri dei battisteri e delle basiliche cittadine.

Un tratto della pista ciclabile che costeggia il Pala De Andrè ricorderà le Campionesse di Pallavolo, in omaggio alla squadra che ha lasciato un segno nella storia dello sport ravennate.

Ma la città è da tempo nota per la sua politica toponomastica.

Felici sinergie hanno consentito negli ultimi anni un rapido incremento delle intitolazioni femminili: una Commissione paritaria e sensibile, un regolamento attento alle questioni di genere e un contributo molto attivo della cittadinanza hanno portato a scrivere sulle targhe stradali nomi di donne attive in contesti diversificati.

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Meritano certamente attenzione le intitolazioni a maestre che fecero dell’insegnamento la loro ragione di vita, come Giacomina, Wilma Soprani e Teresita Norreri.

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Non poteva mancare, in centro storico, l’intitolazione a Galla Placidia, principessa imperiale e poi bottino di guerra, moglie di un barbaro e infine reggente dell’impero romano al tramonto.

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Anche Amalasunta, figlia del re ostrogoto Teodorico, sfortunata regina, relegata e uccisa sull’isola Martana, nel lago di Bolsena, ha una sua via.

Diverse aree di circolazione sono dedicate a letterate: Ada Negri, Matilde Serao, Renata Viganò, Elisa Guastalli Ricci e Cordula Poletti, scrittrice ravennate, femminista libera e ribelle, legata a Sibilla Aleramo e a Eleonora Duse.

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A Cornelia Fabri, prima laureata in matematica all’Università di Pisa, studiosa di idraulica, è dedicato un giardino.

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Aree verdi con nomi femminili sono assai frequenti: Ilaria Alpi, Sorelle Mirabal, Elisa Severi, Sophie Scholl, Elga Leoni, Irma Mascanzoni, Sorelle Barbieri, Madri di Plaza de Mayo…

Un parco è dedicato ad Augusta Rasponi del Sale, ricca, nobile e istruita, benefattrice dal forte senso artistico che dedicò all’infanzia la sua vita, il suo talento e il suo patrimonio.

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Le targhe dei giardini ravennati costituiscono un modello interessante, per la ricchezza di particolari che invita alla lettura e diffonde conoscenza.

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E così, al giardino delle Partigiane anche un bambino sa che esse lottarono per una società più giusta e conosce l’operato e l’impegno civile di Iole Fenati Gentile, prima segretaria dell’UDI.

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Si tratta di intitolazioni recenti, che hanno voluto ridurre un pesante gap.

Nel giro di pochi anni le intitolazioni femminili si sono moltiplicate: le rotonde, che hanno creato nuove aree di circolazione in spazi già saturi, portano oggi il nome delle vincitrici dei premi Nobel e delle madri della repubblica.

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Attentati in Francia, Kuwait e Tunisia, dove c’è stato l’attacco a due resort di Sousse. I morti sarebbero oltre 30

Un’incredibile sequenza di attacchi terroristici di matrice jihadista ha insanguinato il venerdì, giorno sacro dell’Islam. In Tunisia sono finiti nel mirino di almeno un paio di terroristi due resort sulla spiaggia di Sousse. I morti sarebbero oltre 30, in gran parte turisti. In Francia è stato colpito un sito di gas industriale vicino Lione, un morto e due feriti lievi. Sul posto sono stati ritrovati un corpo decapitato e alcuni brandelli di tessuto con iscrizioni in arabo. A Kuwait City, un kamikaze si è fatto saltare in aria in una moschea sciita, durante le preghiere del venerdì: sono morte 13 persone e l’Isis ha rivendicato l’attacco kamikaze.

TUNISIA –  Sousse, sulla costa centro-orientale, sono stati attaccati due alberghi frequentati soprattutto da europei: sono morte oltre 30 persone, tra cui diversi turisti e uno degli attentatori. Secondo le autorità locali, l’assalto è stato condotto da almeno due terroristi, uno dei quali, armato di kalashnikov, è stato ucciso dalle forze di polizia in uno scontro a fuoco. Gli hotel finiti nel mirino del commando sono l’Imperial Marhaba di Port el Kantaoui. “Era un giovane vestito con short da turista. Aveva un kalashnikov “, ha raccontato al quotidiano inglese Guardian uno degli impiegati dell’Imperial Marhaba Hotel.
Nessun gruppo jihadista ha finora rivendicato l’attacco, tuttavia nei giorni scorsi lo Stato islamico aveva lanciato un appello ad aumentare gli attentati nel mese di Ramadan.
FRANCIA – Poco prima delle 10, un uomo, forse accompagnato da un complice, si è presentato all’ingresso di un impianto di gas industriale, l’Air Products a Saint-Quentin-Fallavier: è a bordo di un’auto, forza l’ingresso e, con un drappo islamista in mano, fa saltare in aria alcune bombole di gas. Le forze di sicurezza hanno fermato un uomo vicino al movimento salafita: si chiama Yassine Sali. Ha detto di appartenere all’Isis. Le forze di sicurezza hanno fermato anche una seconda persona. La vittima dell’esplosione era un manager di una società di trasporti. Non è chiaro ancora se il corpo decapitato sia stato trasportato sul posto, ma la testa è stata ritrovata a qualche decina di metri dal cadavere. Il presidente francese Hollande, precipitosamente rientrato a Parigi da Bruxelles, ha convocato il Consiglio di Difesa e ha invitato a “non cedere alla paura”.

KUWAIT –  A metà mattinata, a Kuwait City, un’esplosione ha ucciso 13 persone nella moschea sciita dell’Imam al Sadiq durante la preghiera del venerdì: il kamikaze aveva una cintura esplosiva e si è fatto saltare in aria al grido di “Allah è grande”. L’Isis ha rivendicato la responsabilità dell’attacco. Le autorità kuwaitiane non hanno ancora precisato il numero delle vittime, ma secondo fonti mediche ci sono almeno 13 morti e 25 feriti.




ITALIA – Il Senato approva la riforma della scuola. Centomila non assunti pronti a chiedere risarcimenti

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Il Senato ha approvato la fiducia al disegno di legge di riforma della scuola. Il voto si è svolto in un clima di contrarietà generale, sia all’interno che all’esterno di Palazzo Madama.

A chiedere il voto dell’aula sul maxi-emendamento presentato dai relatori, Francesca Puglisi del Pd e Franco Conte di Ap, in commissione Istruzione.

Una risicata maggioranza che ha messo sotto ricatto il Parlamento pur di non stralciare il piano straordinario di assunzioni chiesto dall’Unione Europea, a prescindere dalla riforma più contestata della Repubblica italiana.

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L’adozione delle nuove norme porterà le scuole italiane indietro di decenni, sottraendo la libertà di insegnamento e trasformando gli istituti scolastici in prototipi di aziende. Perché con questa riforma i presidi sceglieranno il personale   a loro discrezione dagli albi territoriali non graduati.

Altri 70mila insegnanti, ma forse anche 100mila, non assunti, sono già pronti a chiedere congrui risarcimenti al tribunale civile di Roma, citando la Presidenza del Consiglio per la violazione della norma comunitaria che impone la stabilizzazione del personale precario di lungo corso. E questa volta per il sottosegretario all’istruzione, Davide Faraone, non ci saranno rievocazioni nostalgiche che tengano, dopo quella rilasciata in un articolo su “La Stampa”,  elogio sperticato delle occupazioni scolastiche come “lotta all’apatia”. L’apatia non si capisce bene di chi, se dei professori che si ostinano a “occupare” la cattedra o degli studenti che siedono di fronte.

“Io ho maturato la mia voglia di fare politica, proprio durante un’occupazione” (punteggiatura faraonica, ovviamente). E chissà quanti sono diventati leader politici o anche leader d’azienda “durante un’occupazione studentesca. Anche in questi contesti si seleziona la classe dirigente”, ha concluso. E i fatti confermano la sua provenienza. Con la sua riforma nelle scuole si creerà un caos senza precedenti.

Anche per il ritorno in classe dei vicepresidi. Con un periodo di interregno, che nella migliore delle ipotesi terminerà in autunno, durante il quale migliaia di dirigenti scolastici rimarranno privi di vicario, in attesa che si materializzi l’organico dell’autonomia richiesto dai collegi dei docenti solo con l’inizio del nuovo anno scolastico.

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Purtroppo la lista delle brutte notizie, collegate all’approvazione del ddl, è davvero lunga e riguarda pure il reclutamento: all’assurda esclusione dalle assunzioni degli abilitati dopo il 2011, che diventa illegittima per quelli che hanno svolto più di 36 mesi di servizio, si aggiunge la beffa per tutti gli abilitati laureati, che per i prossimi cinque anni non potranno partecipare alle nuove selezioni, né insegnare più nelle scuole statali.

Con il maxi-emendamento, arriva poi l’originalissimo comitato di valutazione dei docenti, che dovrà assegnare i fondi del merito distribuiti dall’amministrazione centrale ad ogni istituto: questo organismo, che nessun Paese europeo detiene con questo genere di componenti, prevede che degli studenti, anche quindicenni, stabiliscano non solo i criteri per valutare il merito dei docenti, con l’ultima parola comunque del dirigente-manager, ma anche che valutino l’insegnante nell’anno di prova.

“Chi continua a non comprendere i perché delle forti proteste tenute oggi davanti e fuori il Senato, durante la discussione del provvedimento, ha una visione della scuola miope e antidemocratica – commenta Marcello Pacifico, presidente Anief, segretario organizzativo Confedir e confederale Cisal –  noi, come sindacato, che opera in difesa dei lavoratori e di chi vive la scuola ogni giorno, non possiamo accettare queste imposizioni, che non dovrebbero appartenere a un paese democratico quale è l’Italia. Abbiamo già predisposto la macchina organizzativa per portare dinanzi al tribunale civile di Roma la Presidenza del Consiglio italiano”.

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Riportiamo in sei punti cosa cambierà con le modifiche del maxi-emendamento votato  al Senato, che passerà il 7 luglio alla Camera:

1 – Saranno 100.700 i precari assunti nella scuola dal prossimo 1 settembre. Entreranno subito: i 99mila delle graduatorie di I fascia (Gae) e i vincitori residui del concorso del 2012 (1.700). 45mila otterranno la cattedra subito, entro il 15 settembre e altri 55mila saranno chiamati nel corso dell’anno scolastico. Restano fuori: gli idonei del concorso del 2012 (8.300), gli abilitati di seconda fascia non inseriti delle Gae (130mila in tutto divisi tra i 22 mila abilitati con i tirocini Tfa, i 60 mila usciti dai percorsi Pas e i 55 mila diplomati magistrali, quelli delle ex Siss che hanno fatto un esame con valore di concorso) molti dei quali già insegnano con supplenze annuali e i non abilitati di terza fascia (337.458). Per gli esclusi sarà inevitabile partecipare al concorso per 60mila cattedre previsto per il 2016 che, a differenza di quanto previsto prima delle ultime modifiche del ddl, non avranno una quota di posti riservati bensì gli sarà riconosciuto un punteggio aggiuntivo per il servizio già svolto. Tra gli esclusi anche circa 23mila aspiranti insegnanti delle scuole materne. Il Governo si è impegnato ad assumerli con una legge delega per la riforma della scuola dell’infanzia.

2 – Carriera, premi economici e “Carta elettronica del docente” per i professori. Gli aumenti di stipendio non saranno più legati solo all’anzianità ma anche ai crediti formativi e didattici che gli insegnanti acquisiranno nel tempo. Il dirigente scolastico, ogni tre anni, potrà distribuire premi ai docenti più meritevoli. Il Governo ha previsto 200 milioni di euro per il 2016 e la scelta dei destinatari di questi soldi non è più il preside ma è stata affidata a un Comitato di valutazione che resta in carica per tre anni, formato da 7 membri: oltre al dirigente scolastico ci saranno due genitori (un genitore e uno studente alle superiori) 3 insegnanti (erano 2) e un componente esterno nominato dall’Ufficio scolastico regionale tra docenti, dirigenti scolastici e dirigenti tecnici. Inoltre ogni insegnante sarà dotato di una “Carta elettronica del docente” con 500 euro all’anno da spendere per la formazione che diventerà strutturale, continua e obbligatoria. Le priorità di formazione per il 2015 sono lingue, inclusione scolastica, didattica innovativa e digitale.

3 –  Il  dirigente scolastico assumerà i docenti  sulla base di tre criteri: durata triennale e rinnovabile per ulteriori cicli triennali; conferimento degli incarichi con modalità che valorizzino il curriculum, le esperienze e le competenze professionali, anche attraverso lo svolgimento di colloqui; trasparenza e pubblicità degli incarichi conferiti e dei curricula dei docenti che saranno pubblicati sul sito internet della scuola. Il dirigente non potrà chiamare nella sua scuola parenti o affini. In questo modo sparirà la figura del supplente che sarà sostituito dall’organico funzionale d’istituto o di reti di scuole cioè un numero di docenti utili a coprire gli insegnanti assenti ma anche per lavorare a singoli progetti, come un progetto europeo o per l’alternanza tra scuola e lavoro. I presidi, dopo le modifiche del maxiemendamento, non potranno più chiamare, per l’organico funzionale, chi ha un’abilitazione diversa rispetto a quella della classe di concorso richiesta se nell’ambito territoriale della scuola sono disponibili insegnanti che sono abilitati in quella classe di concorso.

4 –  Nella riforma della scuola viene rafforzato l’insegnamento di musica, arte, lingue, educazione motoria. Maggiori investimenti sono inoltre previsti per rafforzare le competenze digitali e le strumentazioni. Alla scuola primaria si valorizzerà lo studio della musica e dell’educazione fisica. Previsti anche insegnamenti in lingua. Alla scuola media più lezioni di lingua straniera, cittadinanza attiva e laboratori. Alle superiori si potenziano arte, diritto ed economia. A partire dalla scuola superiore gli alunni potranno inoltre scegliere insegnamenti “opzionali” – attivati dalle scuole – a seconda delle loro attitudini che andranno ad arricchire il “Curriculum dello studente”. Prima di questa riforma erano esclusivamente gli studenti degli istituti tecnici e professionali a svolgere alcune ore di stage in azienda, ora tutti coloro che frequentano il triennio delle superiori (compresi i licei) dovranno farne almeno 400 ore, 200, invece, le ore “facoltative” per chi va al liceo. L’esperienza potrà essere fatta in aziende e anche in enti pubblici. Previsti piani educativi personalizzati per gli studenti con disabilità e bisogni educativi speciali, a cui tutti i docenti partecipano. Soprattutto nelle aree a forte presenza di alunni non italiani è previsto un piano di integrazione con gli stranieri oltre a laboratori linguistici per perfezionare l’italiano come seconda lingua e laboratori di lingue non comunitarie. Confermato il fondo previsto nella legge di stabilità: 1 miliardo di euro per il 2015 e 3 miliardi a partire dal 2016. Inoltre dalla Bei sono arrivati 940 milioni di euro per l’edilizia scolastica.

5 – Niente 5×1000 restano contributi e sgravi fiscali per donazioni alle paritarie. Dopo le proteste del Terzo settore, l’articolo 17 del ddl che dava la possibilità di destinare il 5×1000 a un istituto a scelta è stato abrogato. Via libera, invece, all’articolo 19, quello che permette alle famiglie che mandano i loro figli alle scuole paritarie (dall’infanzia alle superiori) di poter detrarre fino a 400 euro all’anno a studente per un risparmio di circa 80 euro. Fissato un tetto di 100mila per le donazioni dei privati di cui il 10%, e non più il 30%, sarà destinato a un fondo di perequazione per le scuole che ricevono meno contributi. Il beneficio fiscale per le donazioni varrà sia per le scuole statali e sia (questa è la novità) per le paritarie, e consiste in un credito d’imposta pari al 65 per cento della spesa per gli anni 2015 e 2016 e del 50 per cento per il 2017. Salvo anche l’articolo 18 sui contributi pubblici alle paritarie.

6 –  Nel maxi-emendamento il governo si è riservato la delega, cioè il potere di fare delle leggi in un secondo momento tramite decreti legislativi, su nove temi: riordino delle disposizioni normative in materia di sistema nazionale di istruzione e formazione.  Riordino, adeguamento e semplificazione del sistema di formazione iniziale e di accesso ai ruoli di docente nella scuola secondaria, in modo da renderlo funzionale alla valorizzazione sociale e culturale della professione. Promozione dell’inclusione scolastica degli studenti con disabilità e ridefinizione del ruolo del personale di sostegno.  Revisione dei percorsi dell’istruzione professionale. Istituzione del sistema integrato di educazione e di istruzione dalla nascita fino ai sei anni, al fine di garantire a tutti i bambini e le bambine pari opportunità di educazione, istruzione, cura, relazione e gioco, nonché al fine di garantire la conciliazione tra tempi di vita, di cura e di lavoro dei genitori.  Garanzia dell’effettività del diritto allo studio su tutto il territorio nazionale, nel rispetto delle competenze delle regioni in materia, attraverso la definizione dei livelli essenziali delle prestazioni. – Promozione e diffusione della cultura umanistica, valorizzazione del patrimonio e della produzione culturali, musicali, teatrali, coreutici e cinematografici.  Revisione, riordino e adeguamento della normativa in materia di istituzioni e iniziative scolastiche italiane all’estero.  Adeguamento della normativa in materia di valutazione e certificazione delle competenze degli studenti, nonché degli esami di stato, anche in raccordo con la normativa vigente in materia di certificazione delle competenze.

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ITALIA – Memorie femminili tra le vie di Pesaro

Di Linda Zennaro

Pesaro è una graziosa cittadina sul mare, capoluogo, insieme a Urbino, della omonima provincia (PU). Il comune conta circa 95.000 abitanti e dopo Ancona è il più grande del territorio marchigiano.

Su un totale di 1.295 strade, 536 sono dedicate a uomini e solo 26 a donne. L’indice di femminilizzazione, quindi, è del 4,85%, molto al di sotto della media italiana.

Percorrendo le strade della città alla ricerca di nomi di donne, oltre a sante (6) e madonne (9), che quasi sempre prevalgono, si contano ben 8 vie intitolate a figure storiche e politiche: Cristina Belgioioso, Cleopatra, Eleonora Pimentel Fonseca, Vittoria Farnese, Giuditta Levato, Sara Levi Nathan, Maria Margotti, Luisa Sanfelice; a queste si aggiungono le partigiane e femministe Sparta e Lea Trivella, cui da quest’anno è dedicato un giardino pubblico. Una targa inoltre porta il nome della letterata Virginia Guazzugli e una “celebra” la Mammolabella, che in veneziano significa bella donna dai facili costumi.

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Sara Levi Natan, detta Sarina, è nativa di Pesaro. Viene ricordata soprattutto per l’impegno politico e le iniziative sociali a sostegno della causa mazziniana, che non abbandonò nemmeno quando, fondato il Partito d’Azione, cominciò ad essere sorvegliata. Dopo l’unificazione italiana, diede origine a numerose iniziative educative, filantropiche e sociali. Fondò a Roma, nel rione Trastevere, una scuola dedicata a Mazzini e aprì una casa di accoglienza, l’Unione benefica, per offrire alloggio, protezione e lavoro alle giovani in difficoltà e prevenire la prostituzione.

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Vittoria Farnese discende dalle potenti famiglie romane Farnese e Orsini ed è nipote di Papa Paolo III. Nel 1548 sposò Guidobaldo II della Rovere, da cui ricevette in dono la Rocca di Gradara, che governò fino al 1574. Morì a Pesaro nel 1602 e le sue spoglie riposano ancora oggi nella chiesa di S. Ubaldo.

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Cristina Belgioioso, nata da una nobile famiglia milanese con il nome di Cristina Trivulzio, è ricordata con il cognome dell’uomo che sposò in giovane età e da cui si separò ben presto. Vicina alla causa rinascimentale e ai suoi protagonisti, che frequentavano il suo salotto parigino, sostenne i moti con un’intensa attività giornalistica e l’impegno del suo enorme patrimonio personale. Partecipò alle Cinque giornate di Milano e alla Repubblica Romana. Fu esiliata in Turchia e tornò in Italia alla vigilia dell’Unità, dopo la quale si ritirò a vita privata.

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Maria Margotti, originaria di una poverissima famiglia bracciantile, dovette lasciare la scuola a soli sette anni per lavorare la terra e provvedere al sostentamento familiare. Nel 1935, a vent’anni, sposò un bracciante, da cui ebbe due figlie. Il maritò trovò lavoro in una fornace, ma dopo pochi anni morì di pleurite. Maria riuscì a farsi assumere al posto del marito e fu attiva sostenitrice delle lotte sindacali per le sette ore di lavoro, il miglioramento del vitto, il rispetto della legge di collocamento, l’assistenza in caso di malattia. Il 17 maggio del 1949, a Molinella, durante uno sciopero generale nazionale, Maria venne uccisa dalla polizia, che sparò contro i manifestanti ferendo altre 30 persone.

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Giuditta Levato è la prima contadina che morì durante la lotta al latifondo in Calabria. Nel 1944 i latifondisti tentarono di ostacolare la Legge Gullo, che prevedeva l’assegnazione di parte dei latifondi alle cooperative dei contadini che li lavoravano. Durante uno dei numerosi e violenti scontri, Giuditta, allora trentunenne e incinta del terzo figlio, morì per un colpo di fucile. Nel 2004 l’Assemblea Regionale della Calabria le ha dedicato la sala conferenze della Regione.

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Virginia Guazzugli, unica tra le educatrici-letterate presenti sulle strade di Pesaro, è l’autrice di Lezioni di pedagogia e didattica per le allieve-maestre del grado inferiore, pubblicato a Urbino nel 1875 e ripubblicato a Pavia quattro anni più tardi.

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Tra le figure religiose, beata Michelina Metelli è un riferimento per la città, che le diede i natali nel 1300: è venerata come compatrona di Pesaro e le sue spoglie sono tutt’oggi custodite nel Santuario di Santa Maria delle Grazie.

Vedova di un Malatesta, e rimasta sola dopo la morte di un figlio, si fece terziaria francescana. Privatasi delle ricchezze ereditate, condusse una vita semplice e volta alla carità e all’aiuto dei poveri. Assieme al beato Cecco, infatti, fondò la confraternita della santissima Annunziata, che si occupava di assistere malati e bisognosi e di seppellire i morti.

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Il 7 marzo 2015 il Comune di Pesaro intitola il giardino di Via Becci, in Villa San Martino, a Sparta e Lea Trivella, per il 70° anniversario della liberazione della città. Le due sorelle, figlie di un perseguitato dal fascismo, tornarono a Pesaro nel 1943, dopo un esilio francese, e qui si impegnarono nella Resistenza come staffette partigiane, costituendo i Gruppi di Difesa delle Donne. Anche al termine del conflitto svolsero un ruolo chiave nella ricostruzione del tessuto sociale, grazie all’apertura di scuole per i ceti poveri e luoghi per la formazione politica femminile (UDI). Sparta lottò principalmente per i diritti civili delle donne; Lea collaborò alla fondazione del movimento cooperativo di Pesaro e contribuì alla creazione dei primi centri sociali per anziani.

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Luisa Sanfelice, nobildonna napoletana, viene ricordata per aver fatto fallire la congiura del 1799 con cui i Borbone tentarono di rovesciare la Repubblica Napoletana. Condannata dai Borbone, per qualche tempo riuscì a far rinviare l’esecuzione della sentenza, dichiarandosi incinta. Venne giustiziata nel settembre del 1800.

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Anche Eleonora Fonseca Pimentel, donna colta di origine portoghese, fu una patriota italiana che operò nell’area di Napoli. Fino alla nascita della Repubblica Napoletana, nel 1799, fu poeta di corte e curatrice della biblioteca della regina Maria Carolina d’Austria; venne poi fatta arrestare dalla monarca per giacobinismo, ma fu presto liberata e si dedicò al sostegno della Repubblica creando il giornale portavoce ufficiale, ma indipendente, del Governo Provvisorio. Nel suo operato da attivista rivolse un’attenzione particolare al coinvolgimento delle classi umili e rurali.

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RUSSIA – Quaranta nuovi missili nucleari. Putin da Renzi: “Via le sanzioni, l’Italia perde un miliardo”.

L’Alleanza Atlantica aveva deciso di rafforzare la sua presenza nella zona in seguito all’annessione della Crimea da parte di Mosca e alla crescente attività militare russa nella zona. “Un tintinnio di sciabole ingiustificato, destabilizzante e pericoloso” il commento del segretario generale della Nato, Stoltenberg. Il presidente russo: “Puntiamo le armi solo contro chi ci minaccia” Tweet44 Putin: “Svilupperemo il nostro potenziale offensivo per autodifesa, non abbiate paura della Russia”

Il 16 giugno 2015 La Nato ha  rafforzato  la sua presenza militare nel Baltico e la Russia ha risposto aumentando il suo arsenale nucleare. Il presidente russo Vladimir Putin ha annunciato il rafforzamento delle capacità militari con 40 nuovi missili balistici intercontinentali, dotati di testate nucleari, “in grado di sfuggire anche ai più sofisticati sistemi di difesa antimissilistica”. Le parole di Putin arrivano pochi giorni dopo l’annuncio statunitense del piano che prevede di schierare mezzi pesanti e aerei da combattimento nel Baltico, per garantire la sicurezza dei Paesi membri della Nato confinanti di fronte al rischio di un’eventuale invasione russa, accresciuto dopo l’annessione da parte di Mosca della Crimea, lo scorso anno. La replica di Mosca è stata affidata al viceministro della Difesa, Anatoly Antonov, che ha accusato la Nato di trascinare la Russia in una nuova corsa agli armamenti e ieri il Cremlino ha fatto sapere che risponderà a qualsiasi iniziativa di rafforzamento della presenza militare ai suoi confini.

La Russia “sta sviluppando nuove capacità nucleari”, “usa di più la retorica atomica nel comunicare la strategia di difesa” e le dichiarazioni di Putin “confermano uno schema aggressivo” e sono “un tintinnio di sciabole ingiustificato, destabilizzante e pericoloso”, il commento del segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg. “Mosca sta investendo più in spese per la difesa in generale, e in capacità nucleare in particolare”, ha aggiunto. “E’ una delle ragioni per le quali aumentiamo la rapidita’ e la preparazione delle nostre forze”.

Putin: “E’ la Nato che si avvicina a nostri confini, non il contrario” “Se qualcuno mette in pericolo il territorio della Russia, essa deve puntare i propri armamenti verso i Paesi da dove proviene questa minaccia”. Lo ha detto  in un incontro con il presidente finlandese Sauli Niinisto. “E’ la Nato – ha insistito il presidente russo – che si sta avvicinando alle nostre frontiere, non noi”.




FRANCIA – Tensione al confine di Ventimiglia per i 40mila. Grande attesa per il vertice del 25 giugno

“Quello che sta accadendo a Ventimiglia è un pugno in faccia all’Europa”, ha denunciato Alfano. Anche il presidente del consiglio italiano Matteo Renzi ha criticato la chiusura della frontiera decisa da Parigi e le resistenze di alcuni paesi dell’Unione ad aderire al piano che prevede che ogni stato accolga una quota di profughi.

La Francia chiarisce la sua posizione, senza concedere nulla. Secondo il responsabile dell’interno francese Cazeneuve, prima di chiedere aiuto ai paesi vicini, il governo italiano deve aprire dei centri per identificare e registare i migranti, in modo da separare chi può chiedere asilo e ha quindi diritto di essere accolto e circolare in Europa, da chi è arrivato per motivi economici e, senza permesso di soggiorno, deve essere respinto, secondo i trattati comunitari.

Senza questa selezione a monte, ha detto Cazeneuve, non può funzionare il principio di distribuzione dei profughi tra tutti i paesi europei proposto dalla Commissione europea e sostenuto dall’Italia.

Mentre cresce l’attesa per il 25 giugno, quando i leader Ue si incontreranno per discutere dell’emergenza immigrati e approvare il piano licenziato dalla commissione Ue per distribuire fra i membri dell’Unione i 40mila arrivati in Italia e Grecia, sale la tensione al confine di Ventimiglia tra Italia e Francia. Lì infatti la polizia transalpina impedisce ai migranti di varcare la frontiera e, secondo quanto risulterebbe allo stesso sindaco di Ventimiglia, alcuni di quelli che erano riusciti nelle ultime ore ad entrare in Francia sarebbero stati riportati nel nostro Paese. Intanto fonti governative preannunciano che Matteo Renzi affronterà l’emergenza immigrazione a livello europeo nei colloqui con i capi di governo francese François Hollande e inglese David Cameron nel corso dei colloqui già previsti in occasione delle loro rispettive visite all’expo di Milano nei prossimi giorni. Per quello che riguarda una soluzione comunitaria all’emergenza, al momento il fronte contrario alle quote obbligatorie è piuttosto vasto e annovera Gran Bretagna, Irlanda, Danimarca, Paesi dell’est e baltici, Spagna e Francia. Quest’ultima, insieme alla Polonia, starebbe però cambiando idea. Prima del cruciale appuntamento, è atteso il via libera da parte dei ministri degli Esteri – il prossimo 22 giugno – alla missione per colpire i barconi in acque internazionali e libiche. In Italia intanto l’emergenza, culminata con le situazioni estreme delle stazioni Tiburtina a Roma e Centrale a Milano, ha esacerbato ulteriormente la polemica politica tra il governo e le forze che, come Lega e M5s, contestano la politica di Palazzo Chigi in materia. Nel dibattito si è inserita anche la Chiesa italiana, attraverso il presidente della Cei, Angelo Bagnasco, il quale ha sottolineato che “sicurezza e legalità sono un dovere preciso di uno Stato democratico e civile, ma questo dovere non può essere chiusura e non accoglienza verso chi è disperato”.

Beppe Grillo intanto parla di un’Italia diventata “un bivacco permanente di sfollati nelle stazioni e ai confini con gli altri Stati” e chiede di modificare in fretta il regolamento Ue di Dublino che impone di ospitare il profugo nel Paese in cui viene identificato. Parlando da Milano, il presidente del Consiglio Matteo Renzi ha attaccato indirettamente la Lega di Matteo Salvini: “Ci sono tanti che abbaiano alla luna – ha detto – vivono sulle paure e pensano che l’unica dimensione sia chiudersi a chiave in casa. Non è così. Serve un ideale comune, non limitarsi a vivacchiare e alimentare paure. Vorrei che provassimo – ha aggiunto – a dare assieme il nome al futuro che non sia rabbia e paura, ma coraggio e speranza”. Picchia duro, dal canto suo, il Carroccio che, con il governatore del Veneto Luca Zaia, ribadisce la linea di chiusura netta sulle assegnazioni a regioni e municipi del Nord di migranti da alloggiare. In una lettera inviata ai prefetti, Zaia intima di sgomberare le strutture occupate dai migranti nelle località turistiche della regione, mentre il segretario Salvini, intervenendo in tv, ha dichiarato di voler “prendere il treno tranquillamente senza prendere la scabbia e senza quelli con il machete”.

Presso la sede della prefettura veneziana, si è tenuto il tavolo di coordinamento della gestione dell’emergenza profughi in Veneto. Oltre a Luca Zaia, erano presenti sindaci, assessori e prefetti provenienti da tutto il Veneto. A illustrare le modalità per gestire l’accoglienza dei profughi, Mario Morcone, capo del dipartimento Immigrazione del ministero dell’Interno. Per Verona erano presenti il sindaco Flavio Tosi, l’assessora ai servizi sociali Anna Leso, il comandante della polizia municipale Luigi Altamura e il prefetto vicario Iginio Olita.

Morcone ha annunciato che entro qualche settimana il Veneto dovrà dotarsi di un hub per immigrati, cioè un centro di smistamento per valutare che chi ha diritto alla protezione internazionale e chi no. Come riportato dal quotidiano L’Arena, il dirigente ministeriale ha posto il problema di dover far sorgere questo centro: “Abbiamo già una lista di 38 caserme, ma vogliamo che la soluzione sia condivisa con chi ha il governo del territorio”.

Tuttavia, il Veneto non ci sta e anche il sindaco di Verona ha manifestato il proprio dissenso: “Siamo contrari al progetto del governo di realizzare in Veneto un hub inteso come centro di smistamento con libertà di andare e venire, perché aumenterebbe il degrado e l’insicurezza. Ma cambieremmo opinione se il modello di riferimento fosse il Cie, il Centro di identificazione ed espulsione”. Il prefetto Morcone, però, ha risposto di non essere interessato alla creazione di un luogo detentivo“.




Yemen – Arabia Saudita e Israele condividono lo stesso ruolo di massacratori

Il segretario generale dell’ONU, Bn Ki Moon , ha richiamato i governi dell’Arabia Saudita e dello Yemen, coinvolti nel conflitto in corso, invitando a rispettare una tregua umanitaria per la sacra ricorrenza del Ramadan.
Ban Ki-moon ha fatto questo richiamo nel corso di una conferenza stampa tenutasi a Ginevra prima dell’inizio del dialogo tra i raprresentanti dell’ ex presidente profugo yemenita, Abdu Rabu Mansur Hadi, e quelli del movimento popolare yemenita di Ansarolah.

Nel corso della conferenza, il segretario generale dell’ONU ha dichiarato che l’invasione dello Yemen da parte dell’Arabia Saudita (ancora in corso) ha lasciato sul terreno più di 2.600 vittime, la metà dei quali civili con donne e bambini incolpevoli. Inoltre Ban Ki Moon ha invitato tutti i partiti politici a ricercare una soluzione pacifica in modo che lo Yemen non si trasformi in un’altra Siria o Iraq.

L’analista internazionale, Manuel Pineda,  ha rilevato che si nutre un notevole pessimismo sulla possibilità che si stabilisca un dialogo e che si trovi una soluzione al conflitto e che la Monarchia Saudita rinunci ai suoi piani di espansione a spese dello Yemen, un paese confinante dove vive  una gran parte di popolazione  sciita, opposta alla confessione wahabita della Casa dei Saud.

La Monarchia Saudita dovrebbe essere obbligata a cessare il massacro che sta attuando della popolazione civile nel paese yemenita, ci sono però poche possibilità che l’Arabia Saudita possa rispettare una eventuale tregua stabilita dall’ONU.

L’Arabia Saudita è, come noto, il patrocinatore dello Stato Islamico ed insieme al regime sionista (Israele) sono forse i maggiori massacratori delle popolazioni arabe e mussulmane da Gaza allo Yemen. Non hanno alcuna sensibilità rispetto alla ricorrenza del Ramadam, come abbiamo visto anche in passato  Israele  ha attuato sulla popolazione di Gaza una strage di palestinesi durante la ricorrenza del Ramadam.

“Non si può credere che il regime saudita faccia alcuna differenza rispetto al comportamento tenuto anche da Israele,il suo classico alleato.
Bisogna considerare che L’Arabia Saudita e Israele condividono lo stesso ruolo di massacratori di popolazioni inermi in tutti i conflitti del Medio Oriente e non arresteranno la loro opera a meno che non siano obbligati dalla comunità internazionale“. Questa l’opinione di Pineda.

Il richiamo di Ban Ki Moon può avere importanza ma molto relativa poichè l’Arabia Saudita ha molto peso nella comunità internazionale e dispone della protezione del suo padrino, gli Stati Uniti, con la cui complicità sta attuando una serie di conflitti contro le popolazioni della Siria e dell’Iraq, dove operano gruppi organizzati di terroristi takfiri, ispirati e finanziati dall’Arabia Saudita che commettono le peggiori efferatezze contro i civili.

La comunità internazionale non ha una reale volontà di fermare i massacri in Medio Oriente e tanto meno nello Yemen, visto che gli USA e le maggiori potenze occidentali sono legate da rapporti di alleanza e di affari con la Monarchia Saudita che è il paese aggressore. Per l’Occidente i rapporti di affari vengono prima di qualsiasi altra questione.




MESSICO – Nomi femminili nelle strade di Città del Messico

Di Maria Pia Ercolini e Sandra Trejo

La storia di Città del Messico è strettamente legata ai nomi delle sue vie.

La toponomastica conserva i ricordi di un passato quasi interamente distrutto: in molte strade permangono tracce indie (Cocolmeca, Cuaxomulco, Chiconautla, Huacalco, Mixcalco, Tecpan, Tepechichilco, Tepotzan, per citarne alcune), riaffiora la memoria di missionari francescani, domenicani e agostiniani sbarcati nel 1524, delle loro scuole e dei monasteri maschili e femminili ivi fondati (Chavarria de Vergara, Lopez, Alfaro, Ortega, Zuleta, di Alcomedo, Tiburcio, San Hipolito e San Juan de Dios, Concepción…), sopravvivono i titoli nobiliari in uso nella Nuova Spagna (Parque del Conde, la Marescialla, la Contessa…) e le corporazioni artigiane (Plateros, Tlapaleros, Conciatori, Chiquihuiteras, Cedaceros, Saddlers e Cordobanes).

Dalla conquista all’indipendenza. Vicoli, vie quartieri portano i nomi di eroi e potenti, umanisti e scienziati, benefattori e politici.

Attraversando la città con lo sguardo rivolto alle targhe stradali, vi si legge una cronaca vivace, un compendio di storia, un trattato di saperi e di culture sovrapposte.

Poco spazio, come altrove, è riservato alle donne.

Non potevano tuttavia mancare Isabella la Cattolica e Juana Inez de la Cruz.

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Alla prima, salita al trono di Spagna nel 1474, va il merito di aver sostenuto Cristoforo Colombo nella spedizione atlantica. La calle le venne dedicata nel 1910, in occasione dei festeggiamenti per il centenario dell’indipendenza. Curiosa occasione per il suo riconoscimento.

La seconda, fille prodige del XVII secolo, fu la maggiore poeta messicana dell’età barocca e una tra le figure più significative di tutta la letteratura ispanoamericana. Juana scelse il convento quale luogo più idoneo a coltivare la sua vita intellettuale, che spaziò dalla prosa al teatro, dalle scienze alla poesia. I suoi versi abbracciano sentimenti, filosofia e religione, raccontando la fugacità e il disincanto delle cose temporali, contrapposte ai piaceri dell’intelligenza. Della sua opera va inoltre sottolineata l’interpretazione della Bibbia in un’ottica di genere, che la portò ad affermare il diritto delle donne allo studio delle sacre Scritture.

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Nel panorama cittadino, la Delegazione Benito Juarez, una delle 16 che compongono il Distretto Federale Messicano, riserva qualche sorpresa.

L’area – divisa in cinquantasei colonie, nodo nevralgico della città tagliato da arterie di grande importanza e servito da tre linee metropolitane con quattordici stazioni – conta 360.000 residenti ma viene quotidianamente attraversata da due milioni di persone, in visita e pendolari, che si trovano a percorrere diverse strade a denominazione genericamente femminile.

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E così la colonia Natividas dedica strade a Virginia, Leonor, Laura, Luisa, Elisa, Elvira, Emma, Bertha, e Carmen.

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Nella colonia Navarte Poniente compare Eugenia e in quella del Valle Norte s’incontra l’avenida Magdalena e in Ciudad de los Deportes, Carolina.

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Le dediche a nomi di donne, piuttosto che a figure reali e riconoscibili, non sorprende: è un fenomeno assai diffuso – da Perugia a Bruxelles, da Lisbona a New York – che non trova corrispondenti nel genere maschile.

Ancora un modo per velare la presenza concreta del contributo femminile alla crescita sociale e culturale del mondo, proposto come galante omaggio alla specie.

Ma le donne non sono fiori.

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ISTAMBUL – Attentato a Diyarbakır contro l’Hdp: 2 morti e un centinaio di feriti

L’impatto dell’attentato a Diyarbakır, poco prima del comizio del leader dell’Hdp Demirtaş, potrebbe avere effetti dirompenti sul futuro della Turchia. La dinamica ormai è nota: sono esplosi due ordigni rudimentali a breve distanza l’uno dall’altro, all’interno dell’area già affollatissima (a quanto pare, uno lasciato in un cestino dei rifiuti e l’altro nei pressi di una centralina elettrica). Il bilancio è pesante, 2 morti e un centinaio di feriti. La campagna elettorale è stata segnata da numerosissimi episodi di violenza, in larga  e non esclusiva  parte proprio contro l’Hdp. Un attentato di questo tipo, proprio dove l’apparato di sicurezza avrebbe dovuto neutralizzare ogni minaccia, lascia perplessi. Il presidente Erdoğan e il premier Davutoğlu hanno immediatamente espresso solidarietà, è invece escluso che i responsabili – nonostante le telecamere presenti – possano essere individuati prima delle elezioni di domenica: scenari e complotti vengono di conseguenza delineati sui media e i social network, paradossalmente è proprio l’Hdp che potrebbe beneficiare di decisivi voti supplementari.

Il partito filo-curdo, infatti, per la prima volta tenterà di superare lo sbarramento del 10%, voluto dal regime militare degli anni ’80 proprio per impedire ai curdi – almeno a quelli caratterizzati etnicamente – di avere rappresentanti in Parlamento. Fino al 2015, i curdi si sono in effetti accontentati di eleggere candidati indipendenti, salvo poi creare gruppi autonomi all’Assemblea nazionale dopo le elezioni: in questo modo, però, rimanendo fuori dalle sovvenzioni pubbliche ai partiti.

Le possibilità sono ovviamente due: se l’Hdp superasse il fatidico 10%, otterrebbe un numero di deputati tale da impedire la riforma costituzionale in senso presidenzialista voluta da Erdoğan; se rimanesse sotto la soglia di sbarramento, rimarrebbe completamente fuori dalle istituzioni nazionali.