Le molte facce della resistenza femminile in Tanzania

La Tanzania è considerata uno di quei paesi dell’Africa orientale con una società fortemente patriarcale e tradizionale, dove i diritti delle donne sono negati e la discriminazione di genere comporta ricadute sulla vita di ogni giorno. E, in effetti, in gran parte è ancora così.

Le mutilazioni genitali femminili sono una realtà ben presente, in molte famiglie è vietato parlare del ciclo mestruale della donna perché tabù, lo scopo della donna deve essere quello riproduttivo e della famiglia. A tutto questo si unisce una cultura che ritiene la donna necessariamente succube, sottomessa e dipendente economicamente dal marito. Secondo i dati della Banca Mondiale il 39% delle donne nelle aree rurali è analfabeta, il 59% delle donne non finisce le scuole elementari e meno del’1% termina le scuole superiori e il 76% delle adulte non ha ricevuto alcuna formazione scolastica. Segno che l’istruzione non viene vista come un mezzo per rendersi indipendenti. Piuttosto, si preferisce il matrimonio.

È per tutta questa serie di fattori, ma soprattutto per l’ultimo, che in Tanzania è nato TGNP Mtandao Limited (Women Leadership Training Programme), ufficialmente un’organizzazione no-profit sorta nel 1993 e registrata nel 2012, più semplicemente un network di donne che vuole eliminare la discriminazione di genere e promuovere la capacità delle donne di essere leader.

“Femminismo trasformativo” e “Tanzania trasformata” sono le parole d’ordine di questo gruppo, che da anni si impegna nel settore culturale, sanitario, dell’agricoltura e dell’istruzione. I programmi che hanno messo in atto sono numerosi e hanno svariate facce.

Foto 1. TGNP al lavoro

Un loro cavallo di battaglia, ad esempio, è la lotta contro il tabù del ciclo mestruale: insegnare alle bambine che si tratta di una cosa naturale e fisiologica e allo stesso tempo agire nelle scuole, sensibilizzando studenti e condannando la stigmatizzazione di cui le giovani sono vittime. E allo stesso tempo attrezzare le scuole affinché le ragazze si sentano accolte in ogni giorno del mese. Pare infatti che la maggior parte di loro durante il ciclo mestruale non vada a scuola anche per mancanza di strutture igieniche e sanitarie adeguate.

La salute, poi, è un altro punto su cui combattere: rendere gli ospedali accessibili e attrezzati anche per le specificità femminili, implementando i reparti maternità e il personale specializzato.

In linea più generale, poi, TGNP vuole portare le donne nei ‘luoghi di potere’, rendendole partecipi della vita pubblica e di quelle scelte fondamentali per la sopravvivenza o l’economia. Uno di questi campi è proprio l’agricoltura. L’obiettivo finale, infatti, è quello di fare in modo che anche le donne possano possedere i terreni e prendere decisioni.

Un approccio, quello del TGNP, che sotto alcuni aspetti potrebbe essere criticato e sfiorare solo un lato del problema. Lo scopo dell’organizzazione, infatti, è fare in modo che le donne possano fare le stesse cose degli uomini, sminuendo inconsapevolmente ciò che le donne già fanno. A ciò si aggiunge una problematica importante: in un contesto tradizionale come quello della Tanzania è difficile staccare in maniera così brusca le donne dal loro retaggio e proiettarle nella leadership, nonostante le politiche di sensibilizzazione promosse dal network.

Foto 2. Le resistenti di Zanzibar

È per questo che a volte la ‘vera’ resistenza la si ritrova nelle piccole botteghe, in chi decide di partire dal basso e costruirsi una propria strada con ciò che sa fare. A questo proposito, un’esperienza di tipo opposto è quella del gruppo di cucito “Le mie mamme”, un collettivo femminile di Zanzibar che ha deciso di mettersi in proprio nel 2016, dopo anni di esperienza professionale. Una scelta di per sé coraggiosa e forse anche in controtendenza, perché valorizza le capacità che queste donne già avevano per raggiungere un’indipendenza economica, prima chiave di accesso verso la libertà.

Sebbene si tratti di un progetto che non accenna pubblicamente al femminismo, in realtà del femminismo ha tutto: donne che vogliono essere indipendenti e libere, donne solidali, donne che danno l’esempio partendo dal basso e facendo rete. Secondo la testimonianza di Sara Moreno, volontaria del Servizio Civile Internazionale (https://sci-italia.it/femminismo-in-atelier-di-cucito-testimonianza-da-zanzibar/), le donne hanno vite diverse (chi è sposata, chi è single, chi già lavorava come insegnante) ma tutte hanno in comune “la scintilla” del voler fare e della rivoluzione che con questo laboratorio si portano dentro.

Foto 3. Il laboratorio di cucito

 

 

 

 




La consulenza finanziaria

La consulente (o il consulente) finanziaria è una professionista esperta in finanza e nei molteplici aspetti giuridici e fiscali di tale materia,

Per esercitare la professione occorre essere iscritta all’omonimo Albo. L’iscrizione è subordinata al superamento dell’esame imposto dalla CONSOB (Commissione Nazionale per Borsa), che vigila sull’operato del promotore e gestisce l’Albo stesso.

Gli enti di controllo che regolano la normativa professionale sono:

– ISVASS (Istituto per la Vigilanza sulle assicurazioni)

– Banca d’Italia

– Consob

 

Chi offre la consulenza si prende cura delle finanze di una persona e, tramite la sua conoscenza e la sua competenza, cerca di pianificarne le esigenze.

Possiamo elencare le principali azioni:

– Pianificazione finanziaria – definizione di strategie per il raggiungimento dei progetti di vita;

– Pianificazione successoria – predisposizione del passaggio dei beni a eredi o a terzi al momento del trapasso;

– Pianificazione assicurativa – protezione da qualsiasi evento negativo della vita. 

Si tratta di una figura professionale relativamente giovane che non si limita a fungere da addetta alle vendite dei prodotti finanziari delle banche, come a volte viene definita da luoghi comuni: deve ascoltare attentamente la clientela e più essa è veritiera nelle sue argomentazioni, più la consulente troverà, con un’accorta analisi, le giuste risposte ai bisogni.

La sua professionalità è misurata dalla capacità di raggiungimento degli obiettivi della clientela. 

Fondamentale risulta essere il costante monitoraggio di tutta la pianificazione effettuata, affinché ogni cliente, nei momenti di volatilità dei mercati o nei cambiamenti della propria vita, possa trovare nella consulenza la risposta a qualsiasi dubbio possa sorgere. 




Fluttuando nel mondo

Tralasciando l’aspetto distonico di chi afferma con forza che bisogna accogliere i migranti ma non è capace di comprendere che la famiglia, per esempio, ormai è di tanti tipi (in questi giorni si è aggiunta pure quella “pluriamorosa”), voglio soffermarmi su un fenomeno antico quanto il mondo ma che lo stesso mondo rende periodicamente immondo: i flussi migratori.

Diamo per assunto di base che se non ci fossimo spostati da un luogo a un altro ci saremmo estinti come specie. Le migrazioni fanno parte della Storia dell’Umanità che, forse, perde ciclicamente nel tempo esistenziale e nello spazio vitale la sua umanità, non tanto nell’incapacità di ospitare chi immigra ma nella chiara volontà di costringere chi emigra ad abbandonare la propria terra.

Cos’è altrimenti il continuare a vendere armi, il fomentare gli odi, l’incrementare le paure, il non creare “nuovi” posti di lavoro, il costringere nell’indigenza, il seguitare a sfruttare risorse e popolazioni?

E così la schiera dei e delle migranti, nel dettaglio rifugiati e profughi, s’infoltisce e dopo quelli politici ed economici si sono aggiunti quelli climatici e ambientali.Se ne parla poco anche perché il Diritto internazionale non prevede la loro protezione: la Convenzione di Ginevra del 1951, infatti, concede lo status di rifugiato solo a chi è perseguitato per razza, religione, cittadinanza, appartenenza a un gruppo sociale o per le proprie opinioni politiche; dell’ambiente e delle conseguenze del clima non c’è traccia.

Molte guerre sono state scatenate da problemi ambientali, dalla siccità dovuta ai cambiamenti climatici al land grabbing-cioè al fatto che una zona un tempo produttiva finisce con non l’esserlo più per via dell’accaparramento forzato di terreni – ma c’è una sottovalutazione del problema.

O meglio, come suggerisce Maurizio Cossa, avvocato che si occupa di immigrazione e diritti umani nell’ASGI (Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione),“ il fattore climatico è ancora contestato dalle multinazionali perché mette in discussione un modello economico ormai consolidato.”

Esistono tuttavia, nella realtà,profughi ambientali, costretti a lasciare la loro terra per problemi a insorgenza rapida– frane, eruzioni, inondazioni, terremoti – i cui effetti sono sotto gli occhi di tutti, o per problemi a insorgenza lenta, come siccità, desertificazione, salinizzazione. Parliamo di profughi climatici quando gli eventi ambientali sono causati dai cambiamenti generati dagli esseri umani,dall’industrializzazione forzata e da tutto quello che ne consegue.

(da www.osservatoriodeidiritti.it)

Con il pensiero rivolto anche a quell’altra migrazione, definita da qualcuno “infinita deportazione di massa”, che ancora caratterizza il Sud Italia per motivi economici e ambientali, credo che sia proprio nel “nuovo” il futuro: oltre alla green economye ai green job, è in un “nuovo” senso di umanità per un “nuovo” tipo di economia e di politica la possibilità di ritrovare “nuove” relazioni per la co-esistenza pacifica e giusta.

 

 




La tattica dello struzzo

Dagli adulti più prossimi fin da piccoli si impara, non solo con le parole e gli esempi ma anche attraverso i silenzi, che cosa è il rapporto con il proprio corpo e con quello dell’altro/a; si imparano affettività, amore, piacere, relazione, rispetto, responsabilità.

Di “certi” argomenti però, oggi come in passato, genitori o insegnanti non vogliono parlare, o ne parlano con reticenza, con imbarazzo. Ne hanno paura, o non sono preparati, o li ritengono temi scottanti e difficili: con questo suggeriscono che siano cose scabrose o malsane. Una famiglia su tre non ha mai affrontato il tema e due terzi dei genitori hanno difficoltà a parlarne con i figli.

E allora a chi si ricorre? I ragazzi e le ragazze si arrangiano come possono, dove possono.

Le statistiche dicono che i giovani imparano la sessualità anzitutto dagli amici (30%) e dalla rete (60%), poi da libri e riviste (13%); solo in ultima istanza dalla propria madre (10%) o dal proprio padre (7%). Ai/alle docenti spetta la percentuale più misera: 5%. Secondo l’Osservatorio su minori di Torino, il 72% degli adolescenti quando ha dei dubbi cerca risposte su Internet.

Precoci, disincantati ma sempre meno informati: è questo il ritratto del rapporto sugli adolescenti italiani disegnato dal XXV Congresso nazionale della Società italiana di andrologia.

Il materiale pornografico è il modello di riferimento prevalente, quando gli adulti latitano. Ilaria Bonato presenta una ricerca tra 600 studenti e studentesse bolognesi tra i 13 e i 16 anni: solo tre giovani su dieci non guardano video porno (i siti porno in rete sono 2 miliardi). L’88% delle ragazze trova la pornografia violenta e volgare, contro il 12% dei maschi, ma per un terzo di loro il sesso reale non è diverso da quello mostrato nella pornografia. Del resto il 16% la trova utile per imparare, il 12% la ritiene divertente e per il 27% è normale esserne curiosi.

Si registra un allarmante distacco fra affettività e sessualità.

Sull’amore fisico conoscono solo parole grevi, volgari, animalesche. Le ragazzine parlano di sesso come di caramelle, poiché restare vergine è “da sfigate”: “ho fatto quello, proverei quell’altro, l’importante è non restare fregata”. La maggioranza di loro – nonostante i precoci esordi – si muove alla cieca, è afflitta da conoscenze approssimative e da convinzioni sbagliate.La stragrande maggioranza ignora l’esistenza dei consultori.

Secondo un sondaggio condotto dalla Società italiana di ginecologia e ostetricia su un campione di adolescenti, il 18,9% dei maschi e il 14,8% delle femmine ritiene ragionevole avere rapporti sessuali completi fin dai 14 anni.

Solo il 39%  di loro usa abitualmente il preservativo, il 37% ritiene inutile l’utilizzo combinato di pillola e preservativo, il 14% li considera un ostacolo al rapporto.

In questo quadro, la demonizzazione dell’educazione sessuale a scuola pare davvero colpevole, giocata com’è sulla pelle dei nostri figli e delle nostre figlie.

La Chiesa fa muro e la classe politica si adegua: decenni di proposte per introdurne l’insegnamento tra i banchi e neanche una legge in materia, anzi reazioni furiose da parte del fronte antigender. Il dibattito non è nemmeno più all’ordine del giorno nel nostro Paese, dove la prima proposta di legge risale al 1910.

Occhio non vede, cuore non duole: una tattica fin troppo vecchia, una mastodontica ipocrisia ai danni di generazioni sempre più disorientate.

 

 

 

 

 




Ricordando Patricia

Il 12 giugno scorso ci ha lasciato improvvisamente Patricia Adkins Chiti, mezzosoprano e musicologa inglese, da tempo cittadina italiana, fondatrice e presidente della Fondazione Donne in Musica, ente che promuove e sostiene la creatività delle musiciste.

Noi di Toponomastica femminile la conoscevamo bene, perché con la sua Fondazione ha sostenuto e patrocinato sin dall’inizio il nostro concorso nazionale Sulle vie della parità, mettendo a disposizione anche premi consistenti in importanti volumi di storia della musica e delle sue protagoniste. Conoscevamo la sua grinta e la sua passione nel dar voce alla presenza femminile nell’arte della musica, spesso dimenticata dalla musicologia ufficiale, un campo, come altri, da sempre riservato agli uomini. Apprezzavamo le sue frequentazioni internazionali, che creavano quella rete indispensabile a unire forze e competenze in tutto il mondo. 

Nata in Inghilterra, Patricia aveva studiato alla Guildhall School of Music and Drama di Londra e debuttato al Teatro dell’Opera di Roma nel 1972. Da allora molte sono state le sue registrazioni per emittenti radiofoniche europee e per case discografiche, in un repertorio che andava dalle cantate barocche alle opere di Verdi e Donizetti, alla musica contemporanea. Sposata con il compositore italiano, Gian Paolo Chiti, è stata insignita nel 2004 del titolo di Commendatore della Repubblica per meriti culturali dall’allora presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. Ha scritto quaranta libri e circa ottocento articoli accademici sulle compositrici, per editori italiani, europei, americani e asiatici. Ha fondato nel 1978 il movimento Donne in Musica/Women in Music, riconosciuto dal Governo Italiano e dall’UNESCO, che è diventato Fondazione internazionale senza scopo di lucro nel 1996. Con sede a Fiuggi (FR), da quaranta anni la Fondazione promuove la musica di compositrici e cantautrici di tutte le età e nazionalità, in tutti i generi, e ha pubblicato più di cinquanta libri sulla storia delle donne compositrici, in inglese, italiano e arabo. 

Foto 1. Fondazione Donne in Musica

Patricia ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti, tra cui il Premio de Investigación Musical “Rosario Marciano”. Parlava inglese, italiano, francese e tedesco; dal 2012 ha cominciato a studiare anche l’arabo. Dal 1980 ha diretto festival, serie di concerti e simposi in Italia e all’estero e ha anche lavorato a stretto contatto come esperta in politica culturale con governi e università in Europa, Stati Uniti e Asia.

In questi ultimi mesi era impegnata a organizzare l’importante Concerto di Gala del prossimo 5 novembre al Teatro Argentina di Roma, in occasione delle celebrazioni dei settanta anni della firma della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Instancabile, stava preparando una conferenza che avrebbe tenuto a Vienna all’inizio di luglio per inaugurare l’installazione di MusicaFemina a Schönbrunn.

Silvia Costa, eurodeputata e grande amica della musicista scomparsa, propone di dedicarle in Italia, in Europa e nel Mondo la Festa internazionale della Musica 2018. 

 “No country is without women making music. Humanity would be poorer without our contribution. When children are born, mothers sing”, questa era la sua citazione preferita.




Omaggio alla Tunisia

Non ci si deve meravigliare di una presenza femminile tangibile nella storia della Tunisia. Se Tunisi si dice orgogliosamente erede di Cartagine, città fondata dalla mitica regina fenicia, sorella di Pigmalione re di Tiro, già dagli albori ebbe una donna come abile governatrice. Si narra che Didone riuscì a ottenere un regno ben più grande della superficie di una pelle di bue, recintando il perimetro della sua capitale con una corda ottenuta da strisce sottilissime ricavate dal quel cuoio prendendo tanto terreno “quanto ne poteva contenere una pelle di bue” come le aveva concesso il re libico Iarba. Sulla rocca di Birsa, una donna migrante alla ricerca di pace e un destino migliore edificò Cartagine fiorente città nuova poco distante dalla odierna capitale della Tunisia.

FOTO 1. Collina di Birsa e Rovine di Cartagine

La recente elezione a prima sindaca di Tunisi di Sua’d Abderrahim (in copertina), cinquantaquattro anni, farmacista ed ex detenuta politica, esponente del partito en-Nahda nelle prime amministrative libere post rivoluzione del 2011, ha posto sotto i riflettori la presenza delle donne arabe nella politica dei Paesi dell’area del Nord Africa. L’elezione di Abderrahim è stata un grande successo e sottolinea come la presenza delle donne nella scena politica non è recente né legata solo a episodi cruciali della storia del Paese, nostro dirimpettaio. In Tunisia altro risultato storico delle ultime elezioni è aver stabilito per legge l’eguaglianza di genere nelle liste elettorali. Su cinquantasette mila candidature, metà era donna. Su oltre duemila liste, più di un quarto avevano una guida femminile. E almeno un centinaio di formazioni politiche sono state escluse dalla competizione elettorale per aver disatteso alla regola del 50-50. La «femminilizzazione della politica è cominciata e darà frutti»  Un cammino iniziato ben prima della Rivoluzione dei Gelsomini: la Lega delle elettrici tunisine insieme ad altri venti mila gruppi della società civile ha sempre tenacemente perseguito questi obiettivi per le donne.

Habib Bourghiba, il leader della lotta per l’indipendenza e poi il fondatore della Tunisia moderna, primo Presidente del Paese per trenta anni, ebbe al suo fianco l’autoritaria e ambigua seconda moglie Wassila, al –Majda, una figura più che influente fino agli anni Ottanta, una presenza costante di primadonna nella vita tunisina. 

Le tunisine non sono mai state estranee all’agone politico. Durante la lotta di liberazione, le donne furono sempre in prima fila e alla nascita della repubblica all’indomani dell’indipendenza ottenuta dalla Francia nel 1956, con l’Union musulmanes des femmes en Tunisie (UMFT) – fondata nel 1936 da Bachira Ben Mrad ispirandosi all’egiziana Hudā Sha‘rāwi – segnarono una svolta nella storia dei diritti delle donne.  Esse ebbero accesso a uno status assolutamente nuovo per il mondo arabo e la questione dell’emancipazione femminile non ha eguali in altri Paesi a maggioranza musulmana. La Tunisia figlia di un lungo processo storico-culturale, oltre a un’interculturalità che ha radici secolari, ha vissuto un importante processo di modernizzazione: significativa fu nel 1956 la promulgazione del Codice di statuto personale (majallat al-ahwal alshakhsiya).  Ciò ha prodotto istanze di emancipazione sociale legate al processo di acquisizione dei diritti della donna, come l’abolizione della poligamia, provvedimento fortemente sostenuto da Bourguiba, il quale asseriva che tale decisione non era in contraddizione con alcun testo religioso ma si poneva in armonia con il bisogno di giustizia e di uguaglianza tra i sessi.

Al divieto della poligamia, si aggiungono la sostituzione del divorzio al ripudio solo maschile, l’età minima e il reciproco consenso per il matrimonio, l’abolizione del dovere di obbedienza della sposa, la legalizzazione dell’aborto. Dal 1973 con l’Ufficio di Pianificazione Familiare si aggiunge una attenta informazione e politica contraccettiva a carico dello Stato per tutte le donne. Certo, le disparità culturali resteranno e il successo nelle aree urbane non raggiunge o cambia in profondità le zone più interne tradizionali e rurali del paese, ma il dado è stato tratto da decenni e anche dopo la fine della dittatura di Ben Alì e la Rivoluzione dei Gelsomini non ci si poteva aspettare un ritorno a casa delle donne. I movimenti integralisti e tradizionalisti possono aver provato a oscurare o cancellare una presenza femminile nella vita pubblica, ma gli stessi partiti conservatori come en-Nahda non hanno potuto cancellare un’evidenza: le donne tunisine vogliono restare protagoniste, e proprio una militante di questo schieramento è festeggiata come prima sindaca eletta a Tunisi. È per questo che a volte occorre conoscere e osservare quanto avviene poco lontano dalle nostre coste e apprendere, più che rifiutare, quanto ci insegna la dolce fragrante terra di Tunisia.

FOTO 2. Cartagine




Brescia alle urne, fra allineamenti e controtendenze

Due dati emergono con nettezza dai risultati delle elezioni amministrative del 10 giugno 2018 a Brescia: la più bassa partecipazione al voto mai registrata nella storia cittadina (57,44%) e la vittoria al primo turno della coalizione di centro-sinistra che ha guidato la città negli ultimi cinque anni. Il sindaco Del Bono viene riconfermato con il 54% dei consensi dei votanti, mentre al PD va il 35% dei voti. Il primo dato, abbastanza anomalo per una città di solito piuttosto massicciamente partecipe alle urne, è sostanzialmente in linea con le tendenze a livello nazionale, mentre il secondo appare più in continuità con la tradizione locale e in decisa controtendenza con l’andamento nazionale.

Al successo della coalizione di centro sinistra hanno contribuito sia lo scarso peso politico a livello locale del Movimento 5 stelle – completamente escluso dalla sfida per l’elezione del primo cittadino e in flessione non solo rispetto alle politiche di marzo ma anche alla precedente tornata amministrativa – sia l’exploit del PD cittadino. Oltre al PD, si sono schierate con il sindaco eletto due liste civiche e due liste guidate da donne, entrambe di ispirazione latamente  socialista. Fuori dalla coalizione è rimasta la sinistra “dura e pura” di Potere al popolo e il  PCI.

La campagna elettorale

La campagna elettorale, svoltasi sullo sfondo degli esiti delle elezioni politiche del 4 marzo 2018, ha visto il confronto tra due candidate (una per la coalizione di centro destra e una per Forza Nuova), e sei candidati alla carica di sindaco, sostenuti da diciotto liste. Partita senza grande slancio propositivo, soprattutto a destra – i primi grandi cartelloni elettorali della coalizione guidata successivamente da Paola Vilardi consistono in un annuncio alla ricerca di qualcuno che “mandi a casa” il sindaco uscente Emilio Del Bono – è stata poi martellante e aspra, non priva di attacchi personali.

Nonostante la candidatura di Emilio Del Bono sia stata supportata da leader nazionali quali Graziano Del Rio e Maurizio Martina, che lo ha definito “il miglior sindaco che la città abbia mai avuto” , il sindaco uscente ha incentrato la sua campagna sulla realtà locale, tenendosi a debita distanza dalla realtà nazionale e separando  la dimensione amministrativa da quella parlamentare. Del Buono ha avuto un approccio alquanto pragmatico e concreto, vicino alla sensibilità locale, e, se un tocco di personalismo vi è stato, si è manifestato nell’uso dei social e nei frequenti incontri con la cittadinanza, da quelli organizzati con gli abitanti dei diversi quartieri, a quelli estemporanei e informali con singole persone, nelle strade e nelle piazze. In questo il primo cittadino uscente riprende una consolidata tradizione locale, iniziata con il democristiano Bruno Boni, sindaco di Brescia dal 1948 al 1975.

La presenza fisica nel tessuto urbano del “corpo del sindaco” è metafora plastica della capacità di Del Bono e della sua coalizione di iscriversi nella tradizione nella città, caratterizzata dalla presenza di un solido cattolicesimo democratico, quello di Martinazzoli sul versante politico e di un ricco e variegato mondo dell’associazionismo e del volontariato su quello sociale, e del dialogo tra mondo cattolico e comunista.

Foto 1. Emilio Del Bono

La sua ricerca del consenso si è basata su due punti: l’illustrazione degli effetti del suo buongoverno e la promessa di attuazione di altri interventi già deliberati. Con la sua giunta Brescia negli ultimi cinque anni ha registrato l’abbattimento del cromo esavalente nell’acqua, la raccolta differenziata al 65% (+ 27%), l’incremento del 50% del presidio della Polizia locale sul territorio e di quasi 13 milioni di utenti sul trasporto pubblico locale, il 113% in più di visitatori nei musei della città, il restauro e la riapertura della Pinacoteca, chiusa da nove anni. Restano ancora da fare la bonifica del sito industriale della Caffaro, azienda chimica che ha iniziato a inquinare i primi anni del Novecento, la realizzazione di un grande parco tematico, il taglio delle imposte comunali, l’istituzione del nucleo di Polizia locale di quartiere, il trasporto pubblico a zero emissioni, il doposcuola gratuito per bambini e bambine dai 6 ai 13 anni, la candidatura di Brescia a capitale italiana della cultura nel 2022.

Analisi del voto

Un dato significativo su cui riflettere è quello dell’elevato e crescente astensionismo, rispetto al quale nessuno può, né dovrebbe, cantare vittoria. Alle amministrative dell’aprile 2008, abbinate alle politiche, aveva votato l’84,7% degli aventi diritto, alle politiche del 4 marzo 2018 il 74,37%, alle amministrative del 10 giugno solo il 57,44%. L’unico partito che è riuscito a conservare il proprio zoccolo duro è il PD. Sia a sinistra, sia a destra si è registrato un insuccesso dei partiti minori, schiacciati dalle due coalizioni.

Secondo alcuni, il forte astensionismo, nonostante la buona affermazione della Lega (24,71%) avrebbe danneggiato la coalizione di centro destra, il cui  programma si è incardinato su cinque parole chiave – sicurezza, ambiente, famiglia, lavoro e futuro – non specificamente legate alla realtà locale, ma sostanzialmente una sorta di  passepartoutper Matteo Salvini, unico leader nazionale recatosi a Brescia a sostenere Paola Vilardi.

I mutamenti demografici, determinati dai fenomeni migratori, che hanno interessato Brescia negli ultimi decenni, si riflettono anche nella composizione delle liste elettorali. Fra gli aventi diritto al voto circa 12.000 sono neo-cittadini di origine immigrata, che hanno chiesto e ottenuto la cittadinanza italiana, e rappresentano l’8,5% del corpo elettorale, mentre i residenti stranieri in città, al primo gennaio 2017, risultano essere il 18,5%.

In termini di candidature la presenza dei nuovi cittadini è veramente scarsa: sono solo 23 – 12 uomini e 11 donne, di cui nessun/a eletto/a – le candidature a consigliere/a, pari a meno del 4% del totale: certamente poche per una città che è terza in Italia, dopo Prato e Milano, per numero di stranieri residenti.

Una lettura di genere

Su 8 candidati a sindaco 2 sono donne (25%)  – una è la candidata della coalizione di centro destra e l’altra quella di Forza nuova – mentre le aspiranti consigliere costituiscono il 44,8% del totale con una leggerissima superiorità nelle liste del centrosinistra. La lista più “rosa” è quella di Fratelli d’Italia, che forse a Brescia si sarebbe potuta ribattezzare Sorelle d’Italia, con 19 candidate su 32 (59%), mentre fanalino di coda è il Movimento 5 Stelle con il 33% e Brescia Italiana. La coalizione di centro sinistra, presenta 16 uomini e 16 donne in ciascuna lista (50%).

Se si guarda in un’ottica di genere il risultato elettorale la situazione cambia poco. Su un totale di 32 consiglieri 12 sono donne (37,4%), di cui 8 su 20 (40%) nella coalizione di centro sinistra  e 4 su 11 (36,3%) in quella di centrodestra. Nello specifico, la lista civica di Laura Castelletti, Brescia per passione, elegge una donna e un uomo (50%), cui seguono il PD con 7 donne su 15 eletti (46,6%),  la Lega con 3 donne su 7 eletti (42,8%), Forza Italia con una donna su tre eletti (33%), mentre la Civica Del Bono sindaco, Sinistra a Brescia, Fratelli d’Italia e il Movimento 5 Stelle vedono l’elezione di soli candidati uomini.

Conclusioni

In questi risultati elettorali si può leggere l’intreccio tra continuità e cambiamento, il permanere di una tradizione accanto al lento e faticoso emergere dei mutamenti in corso nella società, una certa disaffezione critica rispetto alle imperfezioni della democrazia rappresentativa e contemporaneamente un’apertura di credito per il futuro all’uscente, e riconfermato, sindaco della giunta “del fare”, che ha indicato la propria mancanza di arroganza come una delle ragioni della riconferma della coalizione di centro sinistra.

Sicuramente Brescia, con l’esito di queste elezioni amministrative, conferma la propria anomalia nel panorama politico nazionale, tuttavia è ancora troppo presto per dire se il caso bresciano riuscirà a divenire modello o resterà confinato all’ambito locale.

 




Procrastinazione

Nel 1989 fu condotto un test tra studenti universitari/e, fu chiesto loro se preferissero per uno spuntino un frutto o uno snack al cioccolato. Le domande furono due, una chiedeva cosa avrebbero scelto nell’immediato, l’altra cosa avrebbero scelto tra un mese. Le risposte furono molto diverse, quando la scelta era spostata nel futuro il 74% dichiarò di optare per il salutare frutto mentre quando la scelta riguardava il presente il 70% scelse il ben più appetitoso snack.

Se ci pensiamo bene questi risultati non ci sorprendono, chi di noi non ha mai dichiarato solennemente di iniziare una dieta o di cominciare a frequentare una palestra la prossima settimana?

Quello di posticipare le scelte, anche quelle che razionalmente sappiamo essere importanti, è un atteggiamento tipico di noi esseri umani.

Se in tema  di risparmio e investimenti le decisioni affrettate possono rappresentare un rischio dobbiamo fare attenzione a non cadere nella trappola opposta, rappresentata dalla procrastinazione con il rischio di non decidere mai o di farlo quando è ormai troppo tardi.

Un altro freno alle scelte è rappresentato dalla tendenza che noi abbiamo a preferire un piacere immediato rispetto alla felicità a lungo termine. Nel famoso “ test del marshmallow”, alcune/i bambine/i venivano lasciate sole/i in una stanza con un dolcetto, con l’indicazione che se avessero rinunciato a mangiarlo per una decina di minuti ne avrebbero ottenuto un altro. Nei video, facilmente reperibili su youtube, possiamo vedere quanto difficile fosse la rinuncia pur in presenza di un premio.

The Marshmallow Test

Molti obiettivi della nostra vita richiederanno importanti somme di denaro che spesso oggi non abbiamo, si pensi a un percorso di studi prestigioso per i nostri figli e le nostre figlie o a un’integrazione previdenziale, ma dal momento che si dovranno realizzare tra molti anni dobbiamo usare il tempo come un alleato.

Pianificare questi obiettivi e iniziare il prima possibile a lavorare per loro ci consentirà di aumentare sensibilmente la probabilità di raggiungerli, dilazionando nel tempo gli sforzi e quindi riducendo al minimo le rinunce.

 




Fuego: 114 morti e 197 dispersi. Continua la conta delle vittime

Non è ancora finita la conta degli ingenti danni e delle centinaia di vittime causate dall’eruzione vulcanica che il 3 giugno ha devastato il territorio guatemalteco e la sua popolazione. 

Foto 1. Il vulcano in eruzione

Fonti locali parlano, fino a questo momento, di 114 morti, molti dei quali minori, ma probabilmente i numeri aumenteranno di ora in ora man mano che gli scavi, nonostante la forte pioggia renda ancora più difficile le operazioni di soccorso, consentiranno il ritrovamento di nuovi corpi sotto le macerie. A queste stime va aggiunto che numerose persone travolte dalla lava non saranno ritrovate proprio in quanto carbonizzate o ridotte in cenere dal disastro prodotto dal vulcano Fuego (attualmente i dispersi sono 197).

Foto 2. Famiglia in fuga 

Eventi come un’eruzione di questo genere sono calamità naturali, non causate dall’attività umana. Eppure, come si è visto varie volte anche in Italia, spesso i danni naturali sono aggravati dalla irresponsabilità degli organi addetti alla prevenzione e al soccorso.

Il 3 giugno era chiaro cosa stesse accadendo fin dalla mattina, quando una nube di polvere e cenere ha coperto il cielo nella zona di Escuintla; eppure, né il governo, né la polizia, né la CONRED (Coordenadora Nacional para la Reducción de Desastres, l’equivalente della nostra Protezione Civile) hanno riconosciuto il pericolo e fatto evacuare la zona. Così, quando nel pomeriggio dello stesso giorno alcune consecutive esplosioni particolarmente forti hanno lanciato in aria materiale incandescente, tanto la popolazione quanto le istituzioni centrali e locali si sono ritrovate totalmente impreparate a fronteggiare l’evento tutt’altro che imprevisto. L’area colpita arriva fino alla capitale Ciudad de Guatemala, distante circa 30 chilometri dal cratere da cui l’eruzione è partita. Gli abitanti di San Miguel Los Lotes denunciano che la CONRED non ha dato loro l’ordine di evacuazione se non quando la località era già stata sepolta dalla cenere.

Foto 3. Evacuazione. Donne e bambini

Dopo aver militarizzato la zona impedendone l’accesso anche a chi vi abitava, il presidente della Repubblica James Ernesto Morales Cabrera (più noto come Jimmy Morales) non ha stanziato un solo centesimo per far fronte all’emergenza. Secondo il presidente è la legge di bilancio a non permettergli di usare soldi per i soccorsi necessari ma in realtà, come spiega il quotidiano guatemalteco El Periódico, l‘articolo 101 della stessa legge di bilancio permette di creare un fondo straordinario per le emergenze dopo aver dichiarato lo stato di calamità pubblica, istituito dal governo il 3 giugno stesso e ratificato l’indomani dal Parlamento. 

Foto 4. Prima e dopo. La devastazione dei villaggi

Lo stesso giornale accusa il governo di aver causato il ritardo dell’arrivo degli aiuti umanitari internazionali. Vista la sfiducia nella trasparenza delle istituzioni pubbliche locali, diffusa sia in Guatemala che all’estero, la maggior parte delle donazioni viene consegnata direttamente sul posto senza passare per la CONRED. 

5. Fuego. Veduta aerea

Un’analoga sfiducia ha colpito la Protezione Civile italiana in seguito agli ultimi terremoti nell’Italia centrale, tanto che molte associazioni e singole persone hanno rifiutato di finanziarla e inviato beni di vario genere direttamente alle popolazioni colpite dai sismi. 




Il bene Comune

I primi giorni del nuovo governo sono stati caratterizzati da avvenimenti definibili, volendo usare un patetico eufemismo, piuttosto rimarchevoli. Mentre scrivo – martedì 12 giugno 2018, mattina – non è ancora chiara la sorte delle 629 persone soccorse in mare dalla nave Acquarius e che dovrebbero essere accolte, tutte o in parte, dalla Spagna, dopo che l’Italia ha decretato la chiusura dei suoi porti (e nonostante i sindaci di Palermo, Messina, Napoli e Reggio Calabria li vogliano aperti). Le notizie si affastellano di ora in ora e non è facile orientarsi. Un altro esempio è di pochi giorni fa: l’uccisione di Soumaila Sacko, presentato dai media, di volta in volta, come un immigrato, un sindacalista, una vittima della ’ndrangheta, un nero, un ladro di lamiere. 

I tempi dell’informazione si fanno sempre più stretti e i social media non facilitano la loro diffusione, semmai la intralciano per eccesso. Chi legge e condivide notizie lo fa sempre sull’onda dell’emozione e senza avere il tempo di confrontare, documentarsi e riflettere. Le notizie, anche quelle non fasulle (ma è difficile discernerle, se non in tempi lunghi), arrivano da contatti selezionati, quindi affini, e condivise da altri contatti affini. Per questo non trovo mai sulla mia pagina facebook le notizie di Casa Pound e del Movimento nazionalsocialista dei lavoratori: le ho escluse a priori. Ciò mi evita la gastrite ma può attenuare la percezione della realtà che mi circonda (che non è, a mio avviso, esattamente rose e fiori). Ma: primo, bisogna pur sopravvivere e, secondo, bisogna pur cercare informazioni corrette nel mare del web.

Per quel che mi riguarda, la “politica” – quella fra virgolette, dei “politici” quasi solo maschi, plurireddito, ben assisi e pasciuti, la “politica” di cui Francesco Guccini già cinquant’anni fa cantava «che è solo far carriera» – è uno strano gioco a cui le cittadine e i cittadini non hanno possibilità di partecipare. Ma esiste anche una politica senza virgolette. Per esempio, su queste pagine digitali, il 21 marzo scorso, Maria Pia Ercolini ha scritto di un sito Una parola al giorno, la cui missione è presentare, per l’appunto, ogni giorno una parola nel suo significato, nell’etimologia e negli usi più frequenti. Non è un sito propriamente politico, ma serve a spiegare e a diffondere parole, a capire ciò che si ascolta e a dire con esattezza ciò che si intende, dunque è politicissimo. Perché ciò che manca alla “politica-fra-virgolette” è l’affermazione dell’idea di bene comune, o meglio la consapevolezza che un bene comune esista, che da esso non si possa prescindere, che non possa mai essere appaltato a nessuno, che sia ciò di cui ognuno e ognuna di noi può dire «è mio» senza che vi sia contraddizione con «è tuo» ed «è nostro».

Anche Comune-info è un sito politico fin dal nome. La presentazione del sito, il classico “Chi siamo” in alto a destra, è disarmante: «Chi siamo? Non lo sappiamo bene, siamo in movimento». E continua: Comune-info è «un tentativo di rispondere al bisogno di cambiare la direzione del nostro sguardo, un sito che cerca di raccontare, accompagnare e moltiplicare i cambiamenti sociali profondi, spesso poco visibili. Ci interessano le trasformazioni e i movimenti che mettono in discussione il profitto e la mercificazione delle relazioni ma soprattutto il muoversi che sperimenta, tra limiti e contraddizioni, relazioni diverse da quelle di tipo capitalista. Le relazioni di chi mette (e si mette) in comune». La redazione di  Comune-info è composta da Gianluca Carmosino, Riccardo Troisi, Marco Calabria, Daniela Cavallo. La nuova testata è stata disegnata da Barbara Pulliero. L’elenco delle collaboratrici e dei collaboratori è lunghissimo, come pure dei link “amici”, quelli che Comune-info legge, studia e diffonde. Nel menù si scorrono gli argomenti: migranti, clima, guerra, autogestione, scuola, ecologia e tanti altri. Non mancano indicazioni su chi e come si coltiva un orticello urbano, o come e dove riparare la bicicletta, o sulla partecipazione a gruppi di acquisto solidali. Particolare attenzione è rivolta alla realtà romana, ma quella nazionale e internazionale non è da meno. L’informazione di Comune-info è capillare: non vi è solo la cronaca “politica” di ciò che dicono e fanno i governanti, ma conto anche ben 15 annunci – e aumentano in continuazione – di altrettanti incontri e manifestazioni contro la chiusura dei nostri porti, ovvero di politica senza virgolette.

È qui che ho letto l’unica fonte di prima mano su Soumaila Sacko: un suo scritto, la presentazione della sua vita, del suo progetto migratorio. Comincia così: «Sono Soumaila, ho ventinove anni, sono rifugiato dal Mali. Lavoravo come responsabile della comunicazione in un partito di opposizione al Governo. Un lavoro, il mio, che segna il destino in un paese come il Mali. Dopo una conferenza pubblica in cui abbiamo denunciato i crimini del governo venni a sapere che il mio nome compariva sulla lista delle persone accusate, da arrestare. Dovevo trovare una soluzione, avevo paura: ho saputo solo dopo che tanti miei amici e colleghi sono stati imprigionati o uccisi». Poi, come sappiamo, è scappato, è arrivato qui, è stato ucciso anche lui. 

Il sito Comune-info: https://comune-info.net/

Il testo di Soumalia Sacko: https://comune-info.net/2018/06/sono-soumaila-ho-ventinove-anni/