SPAGNA – Sulle strade di Barcellona

Di Ina Macina

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FOTO 1 – BARCELLONA (skyline)

Barcellona ha celebrato l’8 marzo con una serie di iniziative che mantengono viva l’attenzione, solitamente già alta, sulle questioni femminili.

A livello istituzionale, oltre ad associazioni e centri che non operano in una esclusiva prospettiva di genere ma che comunque la includono sotto l’ombrello del loro attivismo civico, la città accoglie una spaziosa costellazione di organismi, spesso in congiunzione tra loro, che lavorano su tutti gli aspetti della condizione femminile.

Ricordiamo, tra gli altri, l’Observatori Cultural de Gènere, il Centre de Cultura de Denes Francesca Bonnemaison, il Centre Dona i literatura (sede della Cattedra Unesco Donne, Sviluppo e Cultura, all’interno della Universitat de Barcelona) e l’Institut Català de les Dones-Generalitat de Catalunya.

Quest’ultimo è stato promotore del progetto ‘Carrers de dones’, uno strumento di mappatura digitale che raccoglie tutti i luoghi pubblici dedicati a donne e consente di effettuare ricerche nominative e approfondire la storia della dedicataria.

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Il giornale LaVanguardia ha stilato inoltre un elenco online con le donne che si sono particolarmente distinte nella storia e nella vita culturale del Paese, tra cui emergono i casi di ‘Josefa Sol – la paisana’ (Josefa Subirats), ‘Curandera de personas y animales’ e della scrittrice Caterina Albert, autrice del magniloquente ‘Solitudine’, che si firmava con il maschile Víctor Català. Il libro, di una scrittura potente, è un monumento alla cultura e alla lingua catalana percorso da vene di vibrante femminismo. La dittatura franchista ne ha vietato per decenni la diffusione.

Lo stesso quotidiano, nell’ottobre 2014, ha lanciato un appello alla cittadinanza affinchè emergessero altri nomi di donne cui dedicare nuove vie. http://www.lavanguardia.com/participacion/20140929/54416457074/mujer-mereceria-calle-nombre.html

Nelle strade del centro cittadino dominano incontrastate le intitolazioni a figure religiose. Sant’Eulalia è la dedicataria della cattedrale di Barcellona, cuore pulsante del Gotico, area completamente restaurata nel corso del Novecento e oggetto di un’efficace promozione turistico-culturale.

Eulalia (‘colei che parla bene’) è venerata come la patrona di Barcellona; nell’omonima ‘baixada’, una vicina strada in forte pendenza, si dice che abbia subito un martirio chiusa dentro una botte con pezzi di vetro.

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FOTO 3. BAIXADA DE SANTA EULALIA.

A santa Caterina è intitolato uno dei mercati di Barcellona. Dei trenta mercati alimentari della città, è stato il primo coperto, e forse tra i più famosi, e prende il nome dall’antico convento domenicano che sorgeva nello stesso luogo.

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FOTO 4. MERCATO DI SANTA CATERINA

La via dedicata a Santa Lucia costeggia la cattedrale e si innesta in un tessuto viario su cui sorgono numerosi edifici di rilevanza religiosa (chiese e conventi) e civile (palazzo del comune e della ‘Generalitat’). Sulla strada insiste anche l’archivio storico della città di Barcellona, tra il Palazzo Episcopale e l’Archivio Capitolare della Cattedrale; tutti questi edifici godono di cortili e chiostri magnifici.

A dicembre, la piazza antistante la cattedrale ospita un mercato dedicato alla stessa santa.

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FOTO 5. FIERA DI SANTA LUCIA

Come proporre nomi se non si conosce la loro storia?

Barcellona si è attivata su questo versante, inaugurando, per esempio, un ciclo di incontri, conferenze e documentari dedicato alle donne che hanno avuto un ruolo nella storia della città.

La toponomastica fa emergere, dunque, delle dinamiche strettamente legate tra loro: partendo da un problema di percezione, ovvero lo squilibrio della presenza femminile anche nei luoghi pubblici, solleva a sua volta il problema della conoscenza, dell’informazione e del mancato riconoscimento; fenomeni che rimandando anche alla resistenza nei confronti del femminile, una sfiducia che, nel tempo, ha cercato di ricacciare le donne all’interno dell’ambito domestico, ostacolandone la presenza nel mondo della storia, della cultura, della scienza, della politica…

Resta tuttavia più frequente, ovunque, l’incontro con intitolazioni religiose piuttosto che laiche.

Juliana Morell, definita ‘umanista’ per la sua imponente formazione umanistica, laureata in giurisprudenza, prese i voti nel 1610.

La piazza a lei dedicata si trova in una zona poco frequentata anche se vicina a un grosso centro commerciale.

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FOTO 6 JULIANA

La vicenda di Madrona si colloca tra leggenda e storia. Nata a Salonicco (o, secondo altre fonti, approdatta nella città greca da Barcellona) nel III secolo D.C., la ragazza comincia a lavorare presso la casa di una signora i cui maltrattamenti culmineranno con la morte di Madrona, cristiana devota. In odore di santità, le reliquie diventano oggetto di culto da parte dei fedeli fino al X secolo, quando, per arginare le forme di devozione cristiana, vendono vendute a dei mercanti in viaggio verso la Francia. Durante la navigazione, una tempesta costringe l’imbarcazione a riparare sulla costa nelle vicinanze di Barcellona; gli uomini leggono nella tempesta la volontà della santa di rimanere in territorio iberico, e quindi il corpo viene trasladato in un eremo da cui si diffonde il culto. Secondo alcune fonti la diversa dislocazione del luogo di culto delle due sante più venerate (insieme alla Mare de Déu de la Mercè) ha un significato ‘spaziale’ preciso, in quanto Sant’Eulalia si trova nel centro della città mentre il primo luogo di culto di Madrona si trova in una zona limitrofa – a Montjuïc, l’altura che ‘protegge’ Barcellona.

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Merrell, Capmany, Institut Català de les Dones si dislocano in una zona spiccatamente multiculturale, vivace e centrale, il Raval, dove sono sorti molti centri culturali (biblioteche, cineteche, musei, etc..) che hanno agito sulla riqualificazione del quartiere.

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FOTO 8-9 MERRELL

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FOTO 10 FLORISTES DE LA RAMBLA

La Rambla, ancora oggi costellata da chioschetti di fiori e di mercanzia varia, separa questa zona da quella sopra descritta. Poco distante, una stradina ricorda le fioraie che vi lavoravano.

LaVanguardia scrive di Maria Aurèlia Capmany: ‘scrittrice e assessora alla Cultura di Barcellona. Scrittrice prolifica e dai molti registri: romanzi, saggi, attrice e direttrice di teatro e cabaret… La sua opera ha uno spiccato carattere femminista ed il suo linguaggio, in generale, è semplice e diretto. Tra le sue opere, Un lloc entre els morts, Feliçment jo sóc una dona, El comportamiento amoroso de la mujer o Dona, doneta, donota. È stata assessora per la Cultura per il PSC a Barcellona tra il 1983 e il 1983. La città le dedicò una strada a dicembre del 1996’.

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FOTO 11 CAPMANY

Sulla mappa digitale viene segnalata anche la piazzetta ‘Anna Murià’, alle spalle del Teatro Principale; purtroppo non esiste nessuna targa – o è stata rimossa e mai più risistemata – a indicare questo slargo secondario e abbastanza degradato.

Sebbene la scelta degli abbinamenti tra strade e personaggi lasci trapelare una residuale marginalità della donna nella memoria collettiva, negli ultimi anni Barcellona sta investendo moltissimo nella lotta agli stereotipi di genere con oculate operazioni di recupero e valorizzazione culturale.

Non è dunque possibile pensare a un’azione che non tragga origine e motivazione da uno sforzo corale e che non pensi a un risultato integrato; la specificità degli ambiti di intervento – come Barcellona dimostra – sono la base solida da cui partire e dare finalmente valore al concetto – tanto nobile quanto abusato – di ‘rete’.

 




ITALIA – I NoTriv scrivono il vademecum per il referendum del 17 aprile

Il prossimo 17 aprile si terrà un referendum popolare. Si tratta di un referendum abrogativo, e cioè di uno dei pochi strumenti di democrazia diretta che la Costituzione italiana prevede per richiedere la cancellazione, in tutto o in parte, di una legge dello Stato. Perché la proposta soggetta a referendum sia approvata occorre che vada a votare almeno il 50% più uno degli aventi diritto al voto e che la maggioranza dei votanti si esprima con un “Sì”. Hanno diritto di votare al referendum tutti i cittadini italiani che abbiano compiuto la maggiore età. Votando “Sì” i cittadini avranno la possibilità di cancellare la norma sottoposta a referendum. Dove si voterà? Si voterà in tutta Italia e non solo nelle Regioni che hanno promosso il referendum. Al referendum potranno votare anche gli italiani residenti all’estero. Quando si voterà? Sarà possibile votare per il referendum soltanto nella giornata di domenica 17 aprile. Cosa si chiede esattamente con il referendum del 17 aprile 2016? Con il referendum del 17 aprile si chiede agli elettori di fermare le trivellazioni in mare. In questo modo si riusciranno a tutelare definitivamente le acque territoriali italiane. Nello specifico si chiede di cancellare la norma che consente alle società petrolifere di cercare ed estrarre gas e petrolio entro le 12 miglia marine dalle coste italiane senza limiti di tempo. Nonostante, infatti, le società petrolifere non possano più richiedere per il futuro nuove concessioni per estrarre in mare entro le 12 miglia, le ricerche e le attività petrolifere già in corso non avrebbero più scadenza certa. Se si vuole mettere definitivamente al riparo i nostri mari dalle attività petrolifere occorre votare “Sì” al referendum. In questo modo, le attività petrolifere andranno progressivamente a cessare, secondo la scadenza “naturale” fissata al momento del rilascio delle concessioni. Qual è il testo del quesito? Il testo del quesito è il seguente: «Volete voi che sia abrogato l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, “Norme in materia ambientale”, come sostituito dal comma 239 dell’art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 “Disposizioni per 2 la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (Legge di Stabilità 2016)”, limitatamente alle seguenti parole: “per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale”?». È possibile che qualora il referendum raggiunga la maggioranza dei “Sì” il risultato venga poi “tradito”? A seguito di un eventuale esito positivo del referendum, il Parlamento o il Governo non potrebbero modificare il risultato ottenuto. La cancellazione della norma che al momento consente di estrarre gas e petrolio senza limiti di tempo sarebbe immediatamente operativa. L’obiettivo del referendum è chiaro e mira a far sì che il divieto di estrazione entro le 12 miglia marine sia assoluto. Come la Corte costituzionale ha più volte precisato, il Parlamento non può successivamente modificare il risultato che si è avuto con il referendum, altrimenti lederebbe la volontà popolare espressa attraverso la consultazione referendaria. Qualora però non si raggiungesse il quorum previsto perché il referendum sia valido (50% più uno degli aventi diritto al voto), il Parlamento potrebbe fare ciò che vuole: anche prevedere che si torni a cercare ed estrarre gas e petrolio ovunque. È vero che se vincesse il “Sì” si perderebbero moltissimi posti di lavoro? Un’eventuale vittoria del “Sì” non farebbe perdere alcun posto di lavoro: neppure uno. Un esito positivo del referendum non farebbe cessare immediatamente, ma solo progressivamente, ogni attività petrolifera in corso. Prima che il Parlamento introducesse la norma sulla quale gli italiani sono chiamati alle urne il prossimo 17 aprile, le concessioni per estrarre avevano normalmente una durata di trenta anni (più altri venti, al massimo, di proroga). E questo ogni società petrolifera lo sapeva al momento del rilascio della concessione. Oggi non è più così: se una società petrolifera ha ottenuto una concessione nel 1996 può – in virtù di quella norma – estrarre fino a quando lo desideri. Se, invece, al referendum vincerà il “Sì”, la società petrolifera che ha ottenuto una concessione nel 1996 potrà estrarre per dieci anni ancora e basta, e cioè fino al 2026. Dopodiché quello specifico tratto di mare interessato dall’estrazione sarà libero per sempre. L’Italia dipende fortemente dalle importazioni di petrolio e gas dall’estero. Non sarebbe opportuno, al contrario, investire nella ricerca degli idrocarburi e incrementare l’estrazione di gas e petrolio? L’aumento delle estrazioni di gas e petrolio nei nostri mari non è in alcun modo direttamente collegato al soddisfacimento del fabbisogno energetico nazionale. Gli idrocarburi presenti in Italia appartengono al patrimonio dello Stato, ma lo Stato dà in concessione a società private – per lo più straniere – la possibilità di sfruttare i giacimenti esistenti. Questo significa che le società private divengono proprietarie di ciò che viene estratto e possono disporne come meglio credano: portarlo via o magari rivendercelo.  Allo Stato esse sono tenute a versare solo un importo corrispondente al 7% del valore della quantità di petrolio estratto o al 10% del valore della quantità di gas estratto. Non tutta la quantità di petrolio e gas estratto è però soggetta a royalty. Le società petrolifere non versano niente alle casse dello Stato per le prime 50.000 tonnellate di petrolio e per i primi 80 milioni di metri cubi di gas estratti ogni anno e godono di un sistema di agevolazioni e incentivi fiscali tra i più favorevoli al mondo. Nell’ultimo anno dalle royalty provenienti da tutti gli idrocarburi estratti sono arrivati alle casse dello Stato solo 340 milioni di euro. Il rilancio delle attività petrolifere non costituisce un’occasione di crescita per l’Italia? Secondo le ultime stime del Ministero dello Sviluppo Economico effettuate sulle riserve certe e a fronte dei consumi annui nel nostro Paese, anche qualora le estrazioni petrolifere e di gas fossero collegate al fabbisogno energetico nazionale, le risorse rinvenute sarebbero comunque esigue e del tutto insufficienti. Considerando tutto il petrolio presente sotto il mare italiano, questo sarebbe appena sufficiente a coprire il fabbisogno nazionale di greggio per 8 settimane. La ricchezza dell’Italia è, in verità, un’altra: per esempio il turismo, che contribuisce ogni anno circa al 10% del PIL nazionale, dà lavoro a quasi 3 milioni di persone, per un fatturato di circa 160 miliardi di euro; la pesca, che si esercita lungo i 7.456 km di costa entro le 12 miglia marine, produce circa il 2,5% del PIL e dà lavoro a quasi 350.000 persone; il patrimonio culturale, che vale 5,4% del PIL e che dà lavoro a circa 1 milione e 400.000 persone, con un fatturato annuo di circa 40 miliardi di euro; il comparto agroalimentare, che vale l’8,7% del PIL, dà lavoro a 3 milioni e 300.000 persone con un fatturato annuo di 119 miliardi di euro e che nel solo 2014 ha conosciuto l’esportazione di prodotti per un fatturato di circa 34,4 miliardi di euro; e soprattutto la piccola e media impresa, che conta circa 4,2 milioni di piccole e medie “industrie” (e, cioè, il 99,8% del totale delle industrie italiane), e che costituisce il vero motore dell’intero sistema economico nazionale: tali imprese assorbono l’81,7% del totale dei lavoratori del nostro Paese, generano il 58,5% del valore delle esportazioni e contribuiscono al 70,8% del PIL. Il solo comparto manifatturiero, che conta circa 530.000 aziende, occupa circa 4,8 milioni di addetti, fattura 230 miliardi di euro l’anno, equivalente al 13% del PIL nazionale, e contribuisce al totale delle esportazioni del Made in Italy nella misura del 53,6%. Però gli italiani utilizzano sempre di più la macchina per spostarsi. Non è un controsenso? Ciò che si estrae in Italia non è necessariamente destinato alla produzione del carburante per le autovetture ed ancor meno per quelle in circolazione nel nostro Paese. Ad ogni modo, gli italiani si trovano spesso costretti ad utilizzare l’auto di proprietà. A fronte di un sistema di trasporti pubblici gravemente lacunoso non hanno praticamente scelta. In alcuni Paesi del Nord Europa l’utilizzo dell’auto privata è spesso avvertito come un “peso” e ritenuto economicamente non vantaggioso. Le cose andrebbero diversamente se si perseguisse una seria politica dei trasporti pubblici. Secondo l’Unione europea, rispetto agli altri Stati membri, l’Italia è al riguardo agli ultimi posti.

Cosa ci si attende? Il voto referendario è uno dei pochi strumenti di democrazia a disposizione dei cittadini italiani ed è giusto che i cittadini abbiano la possibilità di esprimersi anche sul futuro energetico del nostro Paese. Nel dicembre del 2015 l’Italia ha partecipato alla Conferenza ONU sui cambiamenti climatici tenutasi a Parigi, impegnandosi, assieme ad altri 185 Paesi, a contenere il riscaldamento globale entro 1,5 gradi centigradi e a seguire la strada della decarbonizzazione. Fermare le trivellazioni in mare è in linea con gli impegni presi a Parigi e contribuirà al raggiungimento di quell’obiettivo. È necessario, nel frattempo, affrontare il problema della transizione energetica, puntando anche sul risparmio e sull’efficienza energetica e investendo da subito nel settore delle energie rinnovabili, che potrà generare progressivamente migliaia di nuovi posti di lavoro. Il tempo delle fonti fossili è scaduto: è ora di aprire ad un modello economico alternativo. Perché questo referendum? Per tutelare i mari italiani, anzitutto. Il mare ricopre il 71% della superficie del Pianeta e svolge un ruolo fondamentale per la vita dell’uomo sulla terra. Con la sua enorme moltitudine di esseri viventi vegetali e animali – dal fitoplancton alle grandi balene – produce, se in buona salute, il 50% dell’ossigeno che respiriamo e assorbe fino ad 1/3 delle emissioni di anidride carbonica prodotta dalle attività antropiche. La ricerca e l’estrazione di idrocarburi ha un notevole impatto sulla vita del mare: la ricerca del gas e del petrolio attraverso la tecnica dell’airgun incide, in particolar modo, sulla fauna marina: le emissioni acustiche dovute all’utilizzo di tale tecnica può elevare il livello di stress dei mammiferi marini, può modificare il loro comportamento e indebolire il loro sistema immunitario. Ricerca e trivellazioni offshore costituiscono un rischio anche per la pesca. Le attività di prospezione sismica e le esplosioni provocate dall’uso dell’airgun possono provocare danni diretti a un’ampia gamma di organismi marini – cetacei, tartarughe, pesci, molluschi e crostacei – e alterare la catena trofica. Senza considerare che i mari italiani sono mari “chiusi” e un incidente anche di piccole dimensioni potrebbe mettere a repentaglio tutto questo. Un eventuale incidente – nei pozzi petroliferi offshore e/o durante il trasporto di petrolio – sarebbe fonte di danni incalcolabili con effetti immediati e a lungo termine sull’ambiente, la qualità della vita e con gravi ripercussioni gravissime sull’economia turistica e della pesca.




L’arte della cura, da Trotula a Florence

di Livia Capasso

 L’arte della cura è stata praticata dalle donne sin dagli albori della civiltà,: incarnata in maghe e streghe, vestali e sacerdotesse, fu raccolta da levatrici, profetesse e guaritrici.

Con l’affermarsi dell’Università e con il relegare del sapere medico all’interno dell’istituzione ufficiale, riescono a resistere e a continuare la professione solo figlie, mogli, vedove di medici; le altre, soprattutto coloro senza istruzione e povere, iniziano a percorrere la strada dell’Inquisizione, oppure scelgono quella della santità e del convento.

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  1. Salerno. Trotula. Foto di Linda Zennaro

 Trotula, nota anche come Trocta o Trotta, nacque intorno al 1035/40, a Salerno dalla nobile famiglia de Ruggiero. Quel poco che si sa della sua vita è avvolto in un alone di leggenda. Certo è che, grazie al suo stato di nobildonna, poté prima studiare e poi insegnare in qualità di Magistra alla Scuola Salernitana, la prima e più importante istituzione medica d’Europa nel Medioevo, antesignana delle moderne università. La Scuola, primo centro di cultura laica, fondata sulla tradizione greco-latina, completata da quella araba ed ebraica, sosteneva il metodo empirico, la cultura fitoterapica e la necessità della prevenzione. Fu proprio que­sto carattere cosmo­po­lita e laico che permise l’ammissione delle donne agli studi. E importantissimo fu il loro apporto, tanto che divennero famose col nome di Mulieres Salernitanae.

L’eccezionalità di Trotula è dovuta anche al fatto di aver lasciato scritto il proprio insegnamento. La sua opera più conosciuta, il De passionibus mulierum curandarum (Sulle malattie delle donne), divenuto successivamente famoso col nome di Trotula Major, è stata pubblicata a stampa per la prima volta nel 1544 ; il De ornatu mulierum (Sui cosmetici) è un trattato sulle malattie della pelle e sulla loro cura, detto Trotula minor.

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  1. Roma. Trotula. Foto di Barbara Belotti

Continuando gli studi, Trotula, descritta come bellissima nelle fonti, sposò il medico Giovanni Plateario, ed ebbe due figli maschi che seguirono la professione dei genitori. Le notizie sulla sua vita ruotano intorno ad una data, il 1059, quando il medico Rodolfo Malacorona, reduce dai suoi studi di medicina in Francia, in visita a Salerno, affermando di non aver trovato in città nessuno più esperto di lui nell’arte medica, tranne una sapiens matrona, ci conferma l’esistenza di Trotula. Si sa che curava quanti ne avevano bisogno, ricchi o poveri, prostitute o religiose vio­len­tate, incurante di epidemie di tisi e infezioni. Insegnò alle levatrici le più elementari norme igieniche, e intanto si confrontava con tutte le eccelse menti che frequentavano quel fervido ambiente culturale che era Salerno. Si racconta che al suo funerale nel 1097, data che sembra confermata dai registri delle morti della cattedrale, avrebbe partecipato un corteo funebre di oltre tre chilometri.

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  1. Somministrazione di una pozione di more contro i dolori del mestruo – miniatura da Codex Vindobonensis, Vienna

 Donna medioevale eppure modernissima, femminista ante-litteram, capace per la prima volta di parlare esplicitamente di argomenti sessuali, senza coinvolgervi nessun accento moralistico, elevò la ginecologia e l’ostetricia a scienza medica, affrancandole dalle pratiche delle levatrici del tempo e liberandole dalle superstizioni che portavano ad accettare i dolori del parto e la morte come un destino naturale delle partorienti. Arrivò a proporre consigli per favo­rire le gravidanze o controllare le nascite, per concepire un maschio o una femmina, per simu­lare la ver­gi­nità. Non aveva preconcetti morali neanche su temi delicati come la frigidità femminile o l’impotenza maschile, considerava il desiderio sessuale femminile un fenomeno naturale che, se represso, come nelle vedove o nelle religiose, poteva recare sofferenza e persino malattie. I suoi rimedi sono “dolci” , come erbe e salassi, bagni caldi e infusioni, pozioni, pomate e massaggi al posto di metodi radicali, utilizzati spesso all’epoca. Considerava la prevenzione l’aspetto principale della medicina e riteneva che l’igiene, l’alimentazione equilibrata e l’attività fisica rivestissero un’importanza fondamentale per la salute. Non ricorse quasi mai all’astrologia, alla preghiera o alla magia, su cui si fondavano allora le pratiche mediche più correnti.     

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  1. Medaglia in bronzo dedicata a Trotula de Ruggiero – 12 febbraio 1834

Un segno dell’importanza di questa mulier salernitana la riscontriamo nel fatto che venne a lei dedicato il conio di una medaglia di bronzo diffusa a Napoli nel 1834 e conservata nel Museo provinciale di Salerno.

Trotula, prima ginecologa, ma anche prima pediatra: nel De mulierum passionibus offre una serie di ammaestramenti, a cominciare dalle nozioni che riguardano l’individuazione dei segni di gravidanza, la posizione del feto nell’utero, il regime alimentare delle donne gravide. Particolare attenzione è data al momento del parto, per il quale prescrive un’atmosfera serena, lenta e rispettosa del pudore della donna, e consigli su come recidere il cordone ombelicale, tenere il bambino appena nato al caldo, non esporlo in luoghi luminosi, racchiuderlo in fasce affinché le sue membra crescano dritte.

Trotula si interessò anche di malattie comuni come la cataratta, le tonsilliti, disturbi dermatologici e digestivi, e infine di cure estetiche, che per lei non erano un argomento frivolo. Anzi, la bellezza era il segno di un corpo sano in armonia con l’universo. Nel suo trattato, De ornatu mulierum, l’autrice suggerisce pomate ed erbe medicamentose per correggere le rughe sul volto, o le borse sotto gli occhi; dispensa consigli su come eliminare i peli superflui, ridare candore alla pelle, oltre a dare insegnamenti sul trucco.

Vie a lei intitolate sono a Roma, Salerno, Eboli (SA). Trotula Corona è il nome attribuito in suo onore a una formazione esogeologica del pianeta Venere.

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  1. Salerno. Abella Salernitana. Foto di Linda Zennaro

 

Tra le personalità di spicco delle mulieres Salernitanae sono tramandati, oltre a quello di Trotula de Ruggiero, anche i nomi di Rebecca Guarna, Mercuriade, Costanza Calenda, Abella di Castellomata. Di quest’ultima, detta Abella Salernitana, non sono note date di nascita e morte, sappiamo solo che fu anche lei una medica attiva nel XIV secolo, e insegnò nella Scuola Medica Salernitana. Pubblicò due trattati: De atrabile (Sulla bile nera), De natura seminis humani (Sulla natura del seme umano). Di queste opere però si è persa traccia e il contenuto non è sopravvissuto fino ai nostri giorni.

Una scuola elementare a Salerno porta il suo nome.

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  1. Roma. Fabiola. Foto di Andrea Zennaro

 

Gli studiosi concordano sulla presenza di donne tra i medici, sia nel mondo greco che nel mondo latino. E non si tratta solo di levatrici o di donne esperte in rimedi empirici, amuleti e formule di vario tipo. In Latino, come in Greco, medicus ha il femminile, medica. Lo si trova in Marziale, in Apuleio, e nelle epigrafi tombali.

Proprio a una donna, la nobile Fabiola, vissuta nel IV secolo, si deve il primo ospedale, nosokòmion, di Roma, dove non si limitò a fare la “dirigente”, ma assunse mansioni mediche. Nella lettera al marito di lei, Oceano, in occasione della morte di questa sua amica, S. Girolamo così la descrive:

Fu la prima a fondare un ospedale, nel quale ricoverava tutti i sofferenti raccolti per le strade, e accudiva le vittime sfortunate di malattie e di indigenza. […] Quante volte ella si è caricata sulle proprie spalle i lebbrosi! E quanto spesso ha pulito il pus prodotto da piaghe la cui vista gli altri (nemmeno gli uomini) non potevano sostenere. Nutriva i pazienti personalmente, e bagnava le labbra dei moribondi con gocce d’acqua.

Non dobbiamo stupirci che una matrona romana, donna ricca e nobile, s’intendesse di medicina o avesse una certa conoscenza delle erbe: le fonti romane ci informano che già in età classica era un vezzo dell’élite femminile, e delle signore della famiglia imperiale, cimentarsi nella preparazione di composti di erbe, e, soprattutto, di cosmetici e profumi. Una tradizione che sarebbe poi continuata nel mondo altomedievale.

La città di Roma ha dedicato alla nobile Fabiola una strada nel quartiere Gianicolense

 

 7 - Theodosia di cesarea

  1. Teodosia di Cesarea

Andando al mondo cristiano, tra i santi dei primi secoli, e nello specifico tra quelli che si diceva avessero esercitato la professione di medico, troviamo santa Teodosia di Cesarea (Tiro, 289/ Cesarea in Palestina, 307), madre di San Procopio martire e martire anche lei. Dotta in medicina, esercitò l’ars medica e curava pietosamente i malati. Curò le piaghe di dodici matrone prigioniere durante le persecuzioni dell’imperatore Diocleziano, consolandole con voce ferma e dichiarandosi cristiana anche lei; il prefetto allora la fece rinchiudere in prigione insieme alle altre, con uncini le fece lacerare tutto il corpo, Molte sono le torture che subì questa Santa: fu gettata in mare, fu esposta alle belve, ma ne uscì indenne e infine fu decapitata.

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  1. Scuola medica. Miniatura

Un testo intero, il Peri tòn giunaikéion pathòn (“Delle malattie delle donne”), conservato tuttora alla biblioteca Laurenziana di Firenze, è opera di una certa Metrodora, della quale non sappiamo altro che il nome, e il fatto che sia forse vissuta a Costantinopoli nel VI secolo. Metrodora conosce bene i maestri di medicina, sia quelli antichi che quelli a lei contemporanei; è una medica vera e propria, e una medica di tutto il corpo, che, all’occorrenza, sa ricorrere anche alla chirurgia, anche se certamente il suo è un approccio empirico. Metrodora non si occupa solo del benessere dell’apparato riproduttivo femminile, ma anche di problemi di stomaco, di febbre, di malaria, di emottisi, di dolori reumatici e traumi, e almeno trenta ricette sono dedicate alla cosmetica e alla profumeria, con ingredienti quali latte, aceto, allume e farina di frumento. Sorprende che si interessi, come farà poi Trotula, anche dei problemi intimi maschili, perfino con ricette afrodisiache a base di erbe e altre per favorire l’erezione.

Questo serve a sfatare anche un altro luogo comune molto diffuso per quanto riguarda il Medioevo: che la sterilità fosse un problema solo femminile. Gli uomini, soprattutto i Longobardi, avevano un autentico terrore dell’impotenza, ritenuta il disonore estremo per un uomo, che poteva costituire perfino causa di divorzio.

Ed eccoci arrivate ai tempi moderni.

9. Firenze.FlorenceNightingale.LauraCiuccetti

  1. Florence Nightingale. Firenze. Foto di Laura Ciuccetti.

Pur essendo nata a Firenze, nel 1820, Florence Nightingale è di nazionalità inglese. È considerata la fondatrice dell’assistenza infermieristica moderna, perché fu la prima ad applicare il metodo scientifico attraverso l’utilizzo della statistica. Inoltre propose l’organizzazione degli ospedali da campo nei fronti di guerra. Nel 1854 prese parte con altre 38 infermiere volontarie (da lei addestrate) alla guerra di Crimea, riuscendo a ridurre le percentuali di mortalità fra i soldati feriti; la sua teoria di nursing è incentrata sul concetto di ambiente, fattore principale nello sviluppo di malattie. Osservando e studiando le condizioni di ricovero e cura dei militari feriti individuò, infatti, cinque requisiti essenziali che un ambiente deve possedere per essere salubre: aria pulita, acqua pura, sistema fognario efficiente, pulizia, luce. Per la sua abnegazione durante la guerra di Crimea fu soprannominata “La signora con la lanterna”. Morì a Londra nel 1910.

10 - Florence_Nightingale

  1. Ritratto Florence Nightingale

 Un esempio significativo di quanto fosse essenziale per lei assumere decisioni supportate da fondamenti scientifici è rappresentato dai suoi studi epidemiologici sui reparti di Ostetricia. I risultati di questi studi, evidenziando un tasso di mortalità maggiore per le partorienti in ospedale rispetto alle donne che partorivano in casa, determinarono la chiusura di questi reparti. Anche gli studi sulla mortalità infantile delle popolazioni aborigene nelle colonie britanniche impegnarono a lungo la studiosa, che mal sopportava l’idea che questi bambini dovessero morire con una frequenza doppia rispetto a quelli di pari età che vivevano in Inghilterra.

La leadership di Nightingale deriva fondamentalmente dalle sue conoscenze. È soprattutto attraverso l’uso della statistica che ha ottenuto grandi risultati: il modo di costruire gli ospedali, di organizzare i reparti di ostetricia, di gestire le caserme cambiò grazie a lei ed al suo amore per il ragionamento, alla sua capacità di mettere in discussione le ipotesi e di porre grande attenzione al processo di raggiungimento delle conclusioni.

 




Non solo viaggiatrici

Di Maria Pia Ercolini e Barbara Belotti

(prima parte)

Tra Ottocento e Novecento, sfidando le convenzioni sociali, molte donne viaggiano, anche da sole, raccontando la loro personale visione del mondo. Partono, osservano, studiano, disegnano, scrivono, fotografano, ritornano.

Per riportare alla luce questa realtà, che sfugge all’immaginario collettivo, abbiamo selezionato alcune figure precorritrici, le cui esplorazioni precedono il Settecento, e una rosa di nomi scelti tra le numerose protagoniste dei secoli successivi.

Provengono da Paesi e ambienti diversi e sono mosse da motivazioni e intenti differenti, ma in tutte emerge il desiderio di mettersi alla prova, di conoscere e di trasmettere.

La curiosità le rende libere.

Le loro immagini, accompagnate da brevi didascalie, sono entrate a far parte della mostra itinerante di Toponomastica femminile, Donne e lavoro, di cui parleremo nelle prossime settimane: ImPagine ne raccoglie i tratti essenziali.

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EUROPA – #SafePassage: tornano in piazza migranti, precari e reti sociali

Da domani fino al primo marzo, e in alcune città oltre questa data, torneranno a mobilitarsi migliaia di attivisti, studenti, migranti, precari e reti sociali spinti dalle tante emergenze che vedono coinvolti, indistintamente, sia i nuovi migranti che i cittadini europei.

Tutto nasce dalla decisione dell’Austria di limitare gli ingressi giornalieri (massimo di 80 richieste di asilo al giorno e passaggio consentito a non più di 3.200 persone che intendono chiedere rifugio in Germania o in altri paesi dell’Ue) in seguito alla quale diversi Paesi dei Balcani si sono organizzati per limitare il passaggio dei migranti provenienti dalla Grecia e diretti verso il Nord Europa: il 18 febbraio i responsabili delle polizie di Austria, Croazia, Macedonia, Slovenia e Serbia hanno definito un accordo che prevede una forma unica di registrazione in Macedonia, e nella pratica l’ingresso viene ora consentito solo ai profughi di nazionalità siriana o irachena. I migranti di tutte le altre nazionalità, compresi gli afghani, vengono bloccati.

La fase in cui si inseriscono queste manifestazioni è drammatica sotto molti punti di vista: l’Europa, mai come ora, sta rendendo palese che il rispetto dei diritti umani, la solidarietà ed in generale il pieno accesso al welfare e ad una vita dignitosa sono degli orpelli ai quali si può anche rinunciare. I fatti, se osservati dalla prospettiva delle politiche di austerità, sono conseguenti a questo processo: i dispositivi messi in campo per risolvere la crisi dei migranti sono legati esclusivamente al minare le basi del diritto d’asilo e all’esclusione fisica dei migranti attraverso il ripristino delle frontiere e dei i muri con il filo spinato; la selezione per coloro che riescono a raggiungere il vecchio continente è su base etnica, poiché tutta la “filiera dell’asilo”, dall’accesso, al meccanismo degli “hotspots” fino alle Commissioni Territoriali, è regolamentata in modo da negare diritti e produrre clandestinità. Le stesse politiche d’austerità coincidono con lo smantellamento del diritto del lavoro e la dismissione di welfare.

In un quadro così difficile è di vitale importanza che le manifestazioni siano in grado di intrecciare messaggi e appelli diversi e che le tante piazze europee provino tra loro a dialogare e contaminarsi. Sabato 27 febbraio l’hashtag principale delle manifestazioni che si svolgeranno in più di 100 città di tutto il continente sarà #SafePassage (link appello ed evento su Facebook), ovvero “viaggi sicuri”: uno slogan diretto che si affianca al simbolo dell’iniziativa, il giubbotto di salvataggio, per dire ancora una volta che è necessario aprire dei “canali umanitari sicuri” e permettere ai migranti di arrivare in Europa senza rischiare di perdere la vita. Un appello per troppi anni inascoltato dall’Unione. Se i canali umanitari fossero stati attivati, ad esempio dopo la tragedia di Lampedusa del 3 ottobre 2013, oggi ci sarebbero circa 8.000 vittime innocenti in meno. Una giornata, quindi, che vuole difendere il diritto di richiedere asilo e il diritto dei migranti a raggiungere la meta desiderata, l’antitesi di quello che sta accadendo in Grecia, uno Stato che sta diventando di fatto per i migranti bloccati ad Atene ed a Idomeni una “prigione a cielo aperto”. A Sid, sul confine tra Serbia e Croazia, proprio per denunciare i respingimenti di queste ultime settimane, gli attivisti “No Borders” hanno lanciato per domani un appuntamento nella zona dove avviene il blocco dei migranti.

A fianco di #SafePassage si inserisce il primo marzo, una giornata simbolo della lotta dei diritti dei migranti. Nata come una potente giornata di sciopero dei migranti nel 2010, di rifiuto del razzismo e di affermazione di una nuova cittadinanza, oggi la giornata rappresenta un’occasione per riportare in piazza tante voci contro le nuove forme di razzismo, di sfruttamento e di negazione dei diritti basilari. Gli appelli alla mobilitazione del primo marzo sono declinati a livello territoriale e toccano i nodi centrali dell’attacco ai diritti che i rifugiati e i cittadini stranieri subiscono: una giornata, come ad esempio si legge nel testo dello Sciopero sociale, “per dare visibilità e un volto pubblico a tutte quelle vertenze ed esperienze grandi e piccole che, pur presenti nei territori, faticano a trovare una reale forza politica espansiva. Un giorno nel quale prendere parte di fronte al tentativo di ridurre al silenzio i migranti e, insieme con loro, tutti quelli che cercano di sottrarsi allo sfruttamento e migliorare così la propria vita”. Ci saranno quindi iniziative molteplici comunicative contro le frontiere e la precarietà, o di denuncia contro il perverso sistema del requisito “alloggio – permesso di soggiorno” che lega il rinnovo del permesso di soggiorno alla disponibilità d’alloggio, e di come il governo a causa della crisi, del lavoro precario, dei tempi di consegna dei permessi e dell’atteggiamento di Questure e Prefetture stia rendendo i migranti dei nuovi clandestini (solo nel 2014 non sono stati rinnovati 150.000 permessi di soggiorno).

A Padova, il primo marzo, l’appuntamento sarà alle 18.30 sotto la prefettura per chiedere l’apertura di canali umanitari sicuri e un’accoglienza degna per chi arriva in Europa, ma soprattutto per denunciare l’atteggiamento della Commissione Territoriale che valuta le richieste di protezione internazionale. L’operato della Commissione, che ha competenze su tutto il nord est, è completamente oscuro e gli unici dati noti risalgono allo scorso 15 settembre: su 634 domande esaminate, ben 454 (il 71 %) sono state rigettate, con interi gruppi etnici sommariamente esclusi dall’ottenimento dello status, ciò significa che il sistema di valutazione delle richieste d’asilo altro non è che un meccanismo burocratico strutturato perlopiù per scoraggiare l’arrivo di nuovi profughi e limitare l’ottenimento del permesso di rimanere in Italia.
In Veneto ci saranno altri due importanti appuntamenti che parleranno di diritti nel mondo del lavoro dove i protagonisti sono principalmente i lavoratori stranieri: nei prossimi giorni si saprà se nella mattina del primo marzo, o nella giornata seguente, sarà lanciato uno sciopero del comparto agroalimentare nel caso in cui la trattativa inerente il Prix di Grisignano di Zocco (VI), dove una settantina di lavoratori e lavoratrici si sono trovati improvvisamente in mezzo a una strada, dovesse ulteriormente peggiorare. Lo sciopero sarà il preludio della manifestazione del 5 marzo nella città patavina, giornata in cui “convergeranno tutti i conflitti sul lavoro e per il reddito da ogni angolo del Veneto per ribadire l’unica vera espulsione che interessa ai lavoratori: quella delle aziende che sfruttano e fanno profitti sulle vite delle persone”.
Infine, il Tavolo Asilo, formato da numerose associazioni nazionali tra le quali l’Asgi, la Caritas italiana, il Centro Astalli, il Consiglio Italiano per i Rifugiati, MEDU, MSF e altri, ha deciso che il 1° marzo denuncerà pubblicamente, in un incontro con la stampa, il perdurare di pratiche illegali prodotte dall’approccio hotspot e dall’arbitrarietà con cui viene negato l’accesso alla procedura d’asilo.

Ogni città, ogni piazza avrà dunque la sua peculiarità, derivante dalle esperienze di lotta e di mobilitazione prodotte a livello territoriale e dalla composizione sociale degli stessi protagonisti. C’è estremo bisogno di scendere nelle strade, di farsi vedere, di riempire di contenuti e di numeri le piazze di tutta Europa. Un segnale fondamentale, che dice chiaramente che esiste una parte di società composita, molto spesso autorganizzata, che non si arrende di fronte alla barbarie, alla negazione dei diritti ed una vita di sfruttamento.




GRECIA – Pierre Moscovici: “Le Istituzioni Ue stanno lavorando per le misure fiscali”

La Grecia appare sempre più debilitata dal crollo finanziario e il lemma Grexit coniato nel 2012, quando si prospettava l’uscita della nazione ellenica dalla zona Euro in maniera forzata, conseguente alla disastrosa situazione economica, pare essere prepotentemente tornato alla ribalta.
Il Pil nell’ultimo trimestre ha mostrato un calo dello 0,6 %, dato preceduto dal 1,4% segnato nei tre mesi antecedenti. Nonostante l’ipotesi del Greek Exit si faccia largo tra gli economisti, l’Unione Europea attraverso Pierre Moscovici, ossia il Portavoce del Commissario Ue agli Affari Economici ha dichiarato che “Le Istituzioni Ue stanno ancora lavorando a un pacchetto di misure per raggiungere gli obiettivi fiscali concordati nel memorandum” e la “Grecia deve ancora adottare un pacchetto molto significativo per arrivarci”, inoltre “la scala di questi sforzi è in linea con quanto stabilito la scorsa estate”.
Nel frattempo gli scontri e gli scioperi non si arrestano nella capitale, il 12 febbraio gli agricoltori sono scesi in piazza a causa della riforma delle pensioni e degli eventuali aumenti delle tasse. La polizia ha lanciato dei lacrimogeni contro la folla, per contrastare il dissenso degli agricoltori che hanno distrutto alcuni vetri del palazzo del ministero dell’agricoltura, lanciando pietre e pomodori contro la struttura.
Della democrazia greca, lontana dal modello esemplare della polis, sembrano rimasti solo i meravigliosi e unici reperti archeologici, testimoni di un tempo ormai lontano ed effettivamente utopistico.




EGITTO – L’Italia grida giustizia per Regeni, ma non inserisce il reato di tortura nel Codice penale

Shaimaa è morta due volte, la prima per mano di un poliziotto che un anno fa le conficcò un proiettile di gomma nel cuore, sparato a distanza di 8 metri, la seconda, più infima e sottile, è stata determinata dalla sentenza della corte di cassazione egiziana che ha assolto quell’uomo in divisa. Stando alle motivazioni del verdetto, l’agente Yassin Mohamed Hatem Salah Eddine ha agito, sparato dei colpi di pistola in aria, al fine di disperdere la gente che affollava piazza Tahrir.

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La storia di Shaimaa è stata spesso in questi giorni associata alla morte di Giulio Regeni, il giovane ricercatore italiano, torturato e ucciso dalla polizia egiziana. L’attivista egiziana si spense mentre stava partecipando alla manifestazione in onore delle vittime della rivolta avvenuta al Cairo in piazza Tahrir 4 anni prima che causò la caduta del presidente Hosni Mubarak.

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Giulio Regeni, al contrario sparì misteriosamente il 28 gennaio 2016, mentre, a distanza di un anno, si stava tenendo la stessa protesta commemorativa. Lo stato italiano ha più volte lamentato la riluttanza dei magistrati egiziani nel collaborare alla ricostruzione dell’assassinio del giovane ricercatore, probabilmente perché dovrebbero spiegare all’intero pianeta il terribile destino che accomuna Regeni a migliaia di egiziani, prelevati dalle forze dell’ordine dalle loro abitazioni a cui non hanno più fatto ritorno. Dall’inizio dell’anno sono sparite sessantasei persone tra sindacalisti, attivisti e persone ritenute semplicemente scomode al sistema, solo alcuni hanno sono riusciti a sopravvivere ed a tornare dai loro cari con evidenti segni di tortura, c’è chi tra di loro ha raccontato di esser stato esposto al freddo per diverse ore con le mani legate, alla mercé delle guardie che si divertivano nel lanciargli addosso delle secchiate d’acqua gelida.
Regeni è stato per diversi giorni in mano ai suoi aguzzini che l’hanno sottomesso a sevizie inenarrabili, scosse elettriche ai genitali, tagli su varie parti del corpo e sette costole rotte. Alcuni giorni fa centinaia di medici egiziani sono scesi in piazza a protestare contro le atrocità commesse dalla polizia nei confronti dei civili.
La giustizia Italiana esprime dissenso e sdegno nei confronti dello stato Egiziano, ma dimentica che anch’essa ha mostrato grandi lacune in passato, basti pensare a due casi eclatanti, ovvero quello di Carlo Giuliani, colpito da un proiettile sparato in aria da un carabiniere e rimbalzato non si sa dove prima di colpire il partecipante al corteo contro il G8 nel 2001 a Genova e quello di Stefano Cucchi, che si sarebbe picchiato da solo fino a esalare l’ultimo respiro, magari chiedendosi il perché degli uomini in divisa votati a difendere i più deboli, abbiano rivolto i loro manganelli verso un uomo indifeso.
Shaimaa, Stefano Cucchi, Giulio Regeni, Carlo Giuliani, sono vittime della cattiva gestione e dell’abuso di potere di cui vengono investite le forze dell’ordine durante circostanze di crisi o nel corso di semplici interrogatori tenuti da uomini piccoli quanto dei punti neri, ma vergognosi quanto lo sdegno di chi in questi giorni parla con ribrezzo degli egiziani, ignorando quanto sia difficile per loro essere accumunati a quei poliziotti che hanno portato via anche i loro amici e parenti.




ITALIA – Tra i dolci rilievi dei Colli Euganei

di Nadia Cario

I Colli Euganei – morbidi rilievi con altitudini oscillanti tra i quattro e seicento metri – sono compresi tra i grandi fiumi padani del Brenta, a nord-est, e dell’Adige, a sud e sud-ovest.

Emergono isolati dalla pianura e circondati dalle alluvioni quaternarie che li separarono dai vicini Colli Berici ai quali sono geologicamente legati, con la differenza che si sono formati in conseguenza di due distinti cicli vulcanici di età e caratteristiche diverse.

Questa origine vulcanica conferisce al paesaggio un aspetto unico e suggestivo, con un microclima, nella parte sud, che ha permesso lo sviluppo di una ricca flora tra cui si segnala il fico d’india nano dei Colli Euganei.

In questo contesto si sono sviluppati insediamenti abitativi fin dall’antichità e località rinomate anche dalle antiche popolazioni romane che qui venivano per le terme ad Abano, tuttora luoghi frequentati e apprezzati, con gli altri vicini comuni, per le proprietà terapeutiche e di benessere dell’acqua e dei fanghi termali.

Poche sono le intitolazioni a donne.

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Il Comune di Arquà Petrarca, dedica una strada a Vittoria Aganoor, nata a Padova nel 1855 in una famiglia colta ed abbiente.

Poetessa che occupa una posizione di rilievo non solo nell’ambito della poesia femminile tra Otto e Novecento, ma anche nel più vasto panorama della cultura italiana di quel periodo. Nel 1901, dopo la morte della madre, si sposò con Guido Pompilj, buon letterato e uomo politico di un certo rilievo. Con lui si trasferì a Perugia, città nella quale trascorse gli ultimi anni della sua esistenza. Timida e riservata, pubblicò soltanto su sollecitazione delle persone a lei vicine, a quarantacinque anni, il suo primo libro, Leggenda eterna (1900). A seguito della sua morte prematura, nel 1910, il marito si suicidò. Questo gesto diede risonanza alle poesie ponendole in un’ottica del tutto nuova.

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Sul Monte Fasolo, a Cinto Euganeo, in collina tra i castagni, gli ulivi e i mandorli c’è via Dea Santa. Dea Santa è Santa Todero, nata nel 1903 ad Arquà Petrarca e qui trasferitasi dopo il matrimonio. Rimasta vedova a 34 anni con tre figli e in attesa della quarta che verrà chiamata Gelinda in ricordo del marito, la donna non si perse d’animo e si rimboccò ancora di più le maniche. Crebbe in autonomia i figli e fu figura di riferimento per gli abitanti che si recavano nella sua abitazione per l’acquisto dei prodotti che produceva o allevava, in base alla stagione, tanto da dare il nome a tutta la via.

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Daria, nobildonna della famiglia dei da Baone viene ricordata nell’omonimo Comune quale novella Antigone perché sfidò l’ira del tiranno Ezzelino il quale, dopo aver fatto decapitare per vendetta Guglielmo da Camposampiero, nipote di Donna Daria, ne aveva proibito la sepoltura e ordinato che fosse dato in pasto ai cani. Fu così che nella notte del 24 agosto 1251, per dare onorata sepoltura alle spoglie del nipote, Daria sfidò il tiranno e in compagnia di poche donne fidate raccolse i resti del parente a Valle di Sotto. Dopo aver caricato il corpo su di un carro trainato da due buoi e averlo nascosto tra fiori e frasche, con una sola compagna, partì da Baone diretta a Padova, alla chiesa del Santo, dove arrivò all’alba per seppellirlo.

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Il Comune di Teolo dedica una via Maria Montessori e una seconda a Erminia Fuà.

Maria Montessori, laureata in medicina nel 1896 dopo aver superato gli ostacoli posti dalla burocrazia e dai compagni di studio, partecipa al Congresso internazionale delle donne a Berlino, dal quale lancia un appello appassionato contro la disparità dei salari in fabbrica tra uomini e donne. Nel 1899 fonda e dirige la Scuola magistrale ortofrenica per educatori di bambini “deficienti” sviluppando una didattica integrata. Nel 1907 apre la prima Casa dei Bambini a Roma per figli di famiglie operaie. Nell’affrontare la cura dei bambini tra i due e i sei anni, trasferisce con successo a tutti le esperienze fatte con i bimbi disabili, suscitando stupore in tutti gli ambienti. Nasce il metodo Montessori che diffonde viaggiando in Europa, USA, America del Sud, India.

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Erminia Fuà nasce a Rovigo nel 1834. Partecipa agli avvenimenti risorgimentali prima attraverso l’attività cospiratrice del padre e successivamente condividendo e collaborando alla causa antiasburgica con il marito. Nell’ottobre 1864 raggiunge il marito in esilio a Firenze. Qui partecipa, come poetessa apprezzata, alla vita intellettuale nei salotti cittadini. Diventa ispettrice scolastica per le scuole femminili dell’Umbria e poi di Napoli rilevando la mancanza del senso critico nella formazione delle allieve. Si trasferisce Roma, nel 1871 e dà prova di un approccio didattico del tutto innovativo. Nel 1872, insegna Lettere italiane al terzo anno della scuola normale da poco istituita. Nel 1873, diventa dirigente dell’Istituto Superiore Femminile con successo.

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Este è più generosa verso le sue donne: Laura, Isabella e Beatrice rappresentano il ramo femminile del noto casato nella toponomastica cittadina.

Di Bianca Aurora Da Este si legge: Fiorì verso il 1560 e fu una delle più leggiadre e rinomate poetesse del suo tempo. Alcuni biografi la ricordano col nome di Laura Da Este. Moglie diletta a Tommaso Porchacchi da Castiglione … godeva degli applausi che meritatamente coglieva nel difficile arringo delle lettere … sospirò con vero entusiasmo al culto delle Muse.

Da Le illustri donne estensi, 1905

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Isabella d’Este nacque a Ferrara nel 1474 e ricevette un’educazione di grande spessore. Fu una delle donne più autorevoli del Rinascimento e del mondo culturale italiano del tempo. Figlia di Eleonora d’Aragona e di Ercole I d’Este, duca di Ferrara fu marchesa di Mantova sposando Francesco II Gonzaga. Dimostrò grande abilità diplomatica e politica nei negoziati con Cesare Borgia, che aveva spodestato Guidobaldo da Montefeltro, duca di Urbino, marito della cognata. Intelligente, capace, dedita alle arti e al bello si attorniava di letterati, poeti, artisti e musicisti tanto che la corte di Mantova divenne una delle più acculturate d’Europa. Reggente di Mantova quando il marito andava in guerra, mal sopportava dover cedere il posto al suo rientro. Governò Mantova dal 1519 al 1521 come reggente del figlio Federico, giocando un ruolo sostanziale nella politica italiana e rafforzando costantemente il prestigio del marchesato mantovano. I suoi molteplici e importanti conseguimenti compresero l’elevazione di Mantova a ducato.

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Beata Beatrice, figlia di Sofia di Savoia e di Azzo VI, Marchese d’Este, nacque nel 1191 e crebbe in una splendida corte dove la sua bellezza fu cantata dai trovatori provenzali che animavano la corte lasciando così la prima testimonianza di poesia trovadorica nell’Italia orientale. Rimasta orfana dei genitori e morto avvelenato il fratello maggiore Azzo VII, Beatrice decise di ritirarsi in preghiera e lavoro nel monastero di Solarola dal quale si trasferì per allontanarsi maggiormente da casa, nel 1221, in un monastero abbandonato sul Monte Gemola, nei Colli Euganei. Restaurò l’edificio a sue spese, con la sua opera e delle consorelle, dotandolo di rendite e organizzandovi la vita monastica di una nuova comunità femminile che aderì alla Regola benedettina.

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E ancora ad Este troviamo l’intitolazione a Giulia Fogolari, nata a Venezia nel 1916. Appassionata archeologa, lavorò come ispettrice per la Soprintendenza per l’Antichità delle Venezie, orientando i suoi studi verso la storia antica e l’archeologia della terra veneta e attraverso i ritrovamenti di necropoli romane e preromane apportò un contributo determinante alla conoscenza del Veneto preromano. Accanto all’attività professionale fu docente universitaria a Padova e si dedicò a un’intensa attività editoriale.

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Nel Comune di Abano Terme, una piazza ricorda Rosa Agazzi, pedagoga nata a Volongo nel 1866: assieme alla sorella Carolina, anch’essa educatrice sperimentale, fondò una nuova scuola materna il cui insegnamento era basato sull’idea che le bambine e i bambini, attraverso l’esperienza, fossero parte attiva e non spettatori passivi del processo formativo.

I principi dell’insegnamento agazziano, basati su attività di vita pratica, educazione estetica, educazione sensoriale, educazione al canto, istruzione intellettuale, educazione del sentimento, ebbero successo e portarono alla nascita di altre scuole e alla formazione di maestre, soprattutto nelle zone di Trento e Bolzano, contribuendo così alla diffusione della scuola per l’infanzia.

 

 

 

 

 




BRUSSEL – Avramopoulos:“Se la Turchia non si impegna a realizzare il Piano d’azione, sarà molto difficile gestire la situazione”

La Turchia se vuole può fermare i flussi dei migranti e i trafficanti di esseri umani, se invece decide di non fare la sua parte sarà “molto molto difficile” riuscire a risolvere l’attuale crisi. Il commissario all’Immigrazione, Dimitris Avramopoulos, sprona il governo di Ankara a rispettare gli impegni presi con Bruxelles.”“Se la Turchia non si impegna a realizzare quanto contenuto nel Piano d’azione comune, sarà molto, molto difficile gestire questa situazione”, afferma Avramopoulos che si dice convinto del fatto che “se le autorità turche davvero lo volessero potrebbero fare quello che devono per combattere i trafficanti di esseri umani e ridurre i flussi migratori” verso l’Europa. Da parte sua, ha ricordato il commissario, “l’Ue sta facendo la sua parte per aiutare il Paese ad affrontare questa situazione molto difficile”, con oltre 2 milioni di rifugiati siriani in Turchia, e lo sta facendo con uno stanziamento di 3 miliardi. Ma, aggiunge Avramopoulos, anche gli Stati membri devono fare la loro parte, ad esempio “attuando il programma volontario di riammissione”, che prevede di accettare domande di asilo fatte anche fuori dai confini europei.

Il piano d’azione comune tra Europa e Turchia è stato concordato lo scorso 29 novembre, ma al momento stenta ancora a diventare operativo. Un report pubblicato oggi dalla Commissione europea afferma che il numero dei migranti in arrivo nell’Ue è diminuito leggermente ma resta comunque troppo alto. Il numero degli ingressi in Grecia è stato di 2.186 a gennaio, poco inferiore ai 3.575 di dicembre ma comunque meno della metà dei quasi 7mila di ottobre. Per questo Bruxelles “riconosce diverse misure concrete” prese da Ankara, ma il governo turco viene “spronato a continuare i suoi sforzi per una piena implementazione del piano”, affermando che il Paese deve “urgentemente fare progressi significativi nella prevenzione delle partenze irregolari”.

Bruxelles riconosce che l’introduzione l’8 gennaio di obblighi di visto per gli arrivi da Paesi terzi di siriani in Turchia “ha drasticamente ridotto gli arrivi” da Libano e Giordania e che le misure adottate il 15 gennaio per dare accesso al mercato del lavoro per i siriani sotto protezione temporanea in Turchia “sono un altro importante passo in avanti”.

Ma d’altra parte si chiede ad Ankara di “migliorare l’attuazione del suo accordo di riammissione bilaterale con la Grecia”, e di essere pronta “ad attuare l’accordo di riammissione Ue-Turchia per i cittadini di paesi terzi da 1 Giugno 2016”.

Si chiede poi di “rafforzare la capacità di intercettazione della guardia costiera e rafforzare la legislazione, l’azione e la cooperazione con gli Stati membri dell’Uu nella lotta contro il contrabbando e contrabbandieri” di esseri umani.




ITALIA – Il lavoro delle donne in mostra

Di Andrea Zennaro

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Chiude in questi giorni la bella mostra fotografica e documentaria DONNE E LAVORO, esposta al Centro Commerciale EUROMA 2 della capitale: 90 pannelli, curati dall’Associazione Toponomastica femminile, attraversano gli spazi lavorativi delle donne, fra tradizione e modernità.

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Allestita per la prima volta in maggio ai Musei Capitolini (Centrale Montemartini), l’esposizione ha raggiunto in settembre il Museo Archeologico di Terni e la Biblioteca Comunale della stessa città e, dopo la nuova esperienza romana, sarà presto accolta a Padova, arricchita di nuovi pannelli sulle attività produttive locali: faranno dunque la loro comparsa immagini e testi sulle lavoratricidei bachi da seta e sulle “mistre”, abilissime orlatrici di scarpe della Riviera del Brenta.

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I pannelli, provenienti da tutta Italia, vogliono sollecitare una riflessione su un impegno femminile, costantemente presente, seppure in forme diverse, e in continua evoluzione: testimoniano la fatica, ma anche i successi delle lotte sostenute dalle donne per raggiungere la parità e intendono sollecitare le amministrazioni a promuovere la memoria dell’operato femminile attraverso l’odonomastica cittadina.

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Le targhe stradali restituiscono infatti storie dimenticate o non raccontate, e contribuiscono a mantenere vivo il ricordo di figure esemplari: ma la presenza di parchi, giardini e aree di circolazione intitolate a donne è ancora marginale e soprattutto mancano dalle nostre vie quei modelli femminili moderni che costituiscono una preziosa fonte d’ispirazione e stimolo per le nuove generazioni.

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La prima mostra fotografica di targhe stradali intitolate a donne risale all’ottobre del 2012 (Roma, Casa Internazionale delle Donne), in occasione del 1° Convegno nazionale di Toponomastica femminile. Da allora, una ventina di esposizioni hanno attraversato la capitale: dai corridoi della Sapienza alle biblioteche, dai centri culturali alle strutture scolastiche. Per le scuole è stata un’occasione di apertura verso la cultura di genere e di collegamento tra contesto formativo e impalcatura istituzionale.

L’area laziale ha avuto molteplici occasioni di presentare alla cittadinanza riflessioni e immagini in chiave di genere sull’odonomastica: Tivoli, Albano, Colonna, Ariccia, Aprilia, Formia, Cori, Sacrofano, Bassiano, Sora…

Altre iniziative in ambito nazionale hanno toccato Palermo e Catania, per poi risalire la costa tirrenica da Napoli a Genova, e visitare infine il capoluogo piemontese. Sul versante adriatico, mostre analoghe hanno preso le mosse dal Veneto – con Padova, Chioggia, Rovigo e Lendinara – per diffondersi in Romagna – da Rimini a Ravenna – e in Friuli Venezia Giulia, da Udine a Trieste.

Dalla scorsa estate una grande mostra itinerante work in progress gira per la Puglia e ha già raggiunto una dozzina di comuni.

Intitolazioni a resistenti e madri costituenti percorrono invece la Lombardia: da Garbagnate a Lodi, da Albino a Scansorosciate e a Melegnano.

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Oltre al ricco repertorio di targhe stradali – che ricordano letterate, poete, giornaliste, politiche, scienziate, artiste, educatrici, operaie, archeologhe eccetera – sono esposte in mostra una serie di immagini sul tema del lavoro femminile: documenti, foto d’epoca, foto attuali, rappresentazioni di opere d’arte.

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Un’ampia sessione è dedicata alle artigiane.

Merlettaie, ricamatrici e sarte, con approfondimenti e specificità regionali, occupano metà lato del quadrilatero.

L’arte femminile del ricamo è stata per lo più convogliata nelle manifatture gestite da uomini. Tuttavia i conventi di clausura hanno creato a volte una rete in grado di offrire alle orfane la possibilità di reinserirsi nel contesto sociale esterno proprio grazie ai proventi realizzati dalla vendita dei ricami.

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La lavorazione del merletto è diffusa a livello capillare nel nostro Paese: in luoghi e tempi diversi ha scelto l’ambiente claustrale, di scuola, bottega e fabbrica, ma soprattutto si è realizzata all’aperto, lungo i vicoli dei borghi, in forma collettiva insieme alle altre donne del vicinato, con cui condividere “l’intreccio dei fili con quello del racconto e dei commenti delle notizie quotidiane”. I Merletti di Burano, Chioggia e Pellestrina, le trine di San Sepolcro, i tomboli di Offida e Isernia, i ricami dell’Aemilia Ars bolognese costituiscono punte di diamante del vasto panorama offerto dalla tradizione. Negli ultimi secoli, il ricamo dei corredi matrimoniali e l’applicazione di merletti e trine, hanno rappresentato un’importante fonte di reddito per le ragazze.

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Un piccolo introito per le famiglie rurali proveniva anche dal lavoro delle giovani lavandaie. Le ragazze di campagna andavano in città a prendere i panni sporchi delle case benestanti, li lavavano a fiume e li riconsegnavano puliti e stirati. “Anche attraverso questi panni che andavano avanti e indietro dalla città al fiume transitava l’emancipazione femminile”: le clienti, che nella loro comunicazione abituale usavano una lingua più evoluta, insegnavano loro malgrado alle contadine, cresciute nel dialetto, espressioni e forme della lingua italiana.

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Nei paesi marinari le attività femminili assumevano caratteri propri. La prolungata assenza degli uomini, rendeva le donne protagoniste incontestate dell’organizzazione familiare e sociale. Ecco dunque che si prodigano in appoggio alle attività di pesca: producono reti e vele, bagnano i cordami, preparano le esche. A Torre del Greco, dove la pesca e la lavorazione del corallo hanno lontane origini, le donne, molto abili nel taglio nella bucatura e nel confezionamento di collane, costituiscono la stragrande maggioranza del personale operaio addetto al settore.

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Non mancano in mostra documentazioni su forme d’arte diverse, dalla pittura alla scultura, dalla fotografia alla musica. La storiografia ha cancellato, occultato, sottostimato la presenza delle donne nella musica, eppure, raffigurazioni antichissime le ritraggono alle prese con strumenti e composizioni. Per lungo tempo alle cantanti venne vietata l’esibizione in pubblico e, in tempi non lontani, molti ambienti restarono comunque inospitali. Nel sordido mondo del jazz, ad esempio, viaggiare ed esibirsi rappresentava un rischio per le donne. Ma vi furono ugualmente grandi musiciste, seppure occultate: il loro lavoro, di compositrici e arrangiatrici, è stato spesso attribuito a uomini. Più forte la presenza femminile nel blues. Tra le tante voci nere, se ne distingue una bianca: quella di Janis Joplin.

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“Le grandi donne del blues nascono povere, hanno vite difficili, ma hanno dato vita alla grande musica del Novecento. Il jazz, il rock e anche tanta musica colta sarebbero impensabili senza il loro canto”.