ITALIA – Il G7 raccontato dai cittadini in fuga. La storia di Anna

Definito dal ministro Padoan “eccellenza del Sud” in occasione del G7, il capoluogo pugliese cerca di nascondere i tanti volti di un’area metropolitana lasciata deserta e scoperta dai cittadini in fuga, alla ricerca di tranquillità e sicurezza.

Prima di partire, per trascorrere quattro giorni di pace, in una ricca tenuta di Egnazia, tra alberi secolari e bagni termali, Anna ha scritto alla nostra redazione inviandoci le foto seguenti.

Ed ecco svelato il segreto dei marciapiedi puliti.

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C’è chi ha pensato bene di sopperire l’insufficiente servizio urbano e di dimostrare la propria volontà e bontà d’animo a una città che non riesce a integrare.

Non conosciamo il nome di quest’uomo che non sa che Bari sarà stata brava a organizzare il G7, ma non sa sfamare nemmeno i suoi figli, costretti a emigrare per trovare lavoro e farsi una famiglia.

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A lui possiamo dire che non è questione di buona volontà. Per onestà dobbiamo dirgli, che noi, gente del Sud, saremo eccellenti quando impareremo a tenerci stretti i figli e a non farci sfruttare per salvare la pelle a chi si sente migliore.




ITALIA – Giorgiana Masi,vittima della violenza del regime.Roma, ponte Garibaldi, 12/5/1977

Di Andrea Zennaro

Non sorride ma il suo sguardo punta lontano, verso un futuro che non vedrà. Pur non essendo particolarmente bella, i suoi capelli lisci scuri le danno grazia. Con questa espressione si presenta la fanciulla, nell’unica fotografia nota con cui conosciamo il suo volto.

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È il pomeriggio del 12 maggio1977 quando una ragazza di diciannove anni cade a terra nei pressi di ponte Garibaldi a Roma. Tutti i soccorsi sono inutili. In un primo momento le cause del suo rapido decesso restano incerte, solo più tardi verrà notato il foro di un proiettile entrato nella sua schiena e fuoriuscito dall’addome. Nel frattempo i giovani intorno a lei continuano a correre senza meta, inseguiti, manganelli alla mano, dallo Stato, che colpisce anche dall’alto con una fitta pioggia di candelotti lacrimogeni. Giorgina Masi, meglio nota come Giorgiana, era uscita di casa quella mattina dicendo di star andando a una festa, anche se gli eventi di quella giornata erano alquanto prevedibili.

In piazza Navona si parla di femminismo e autodeterminazione, di aborto e divorzio, di parità sociale e libertà di scelta. L’iniziativa è stata indetta dal Partito Radicale per sfidare l’ordinanza imposta alla città dal sindaco Giulio Carlo Argan che vieta qualsiasi manifestazione pubblica in seguito agli scontri avvenuti il 12 marzo tra la polizia e il movimento, in particolare l’area dell’Autonomia, davanti alla sede centrale della Democrazia Cristiana.

Lo stesso Ministro dell’Interno Francesco Cossiga definisce il divieto illegale ed extra legem in quanto estrapolato non da una legge della Repubblica Italiana ma dal codice penale fascista, non riconosciuto dalla Costituzione del 1948. Quel 12 maggio un cartello, ironico ma neanche tanto, chiede ai militari schierati intorno alla piazza di non sparare sul pianista: tale è infatti l’aria che si respira nelle iniziative politiche da quando lo Stato ha inaugurato quella che è nota come “strategia della tensione”.

Commentare l’uccisione di una manifestante con le solite frasi – che in questi casi non mancano mai – del tipo “se l’è cercata” o “poteva starsene a casa o prestare più attenzione” non solo sarebbe semplicistico ed estremamente riduttivo, ma mancherebbe di rispetto a tutte le persone uccise da un regime contro il quale lottavano. Allo stesso modo non basta limitarsi a constatare quanto criminale sia stato l’operato delle cosiddette forze dell’ordine durante quella giornata: è necessario attribuire le responsabilità in modo corretto e soprattutto approfondire il contesto storico in cui l’assassinio è maturato.

Nessuna persona in buona fede ha mai sostenuto che si sia trattato di un incidente.

Negli anni ’70 la società italiana è in fermento. I sindacati riconoscono e tutelano soltanto chi ha un contratto a tempo indeterminato, escludendo quindi le nuove forme di lavoro sempre più frequenti. Le precarie e i precari, i disoccupati e le disoccupate, di conseguenza, non credono più nelle istituzioni in cui invece avevano creduto le generazioni precedenti.

L’estensione della scuola dell’obbligo e l’apertura dell’università a chiunque, indipendentemente dalla scuola superiore frequentata, fanno sì che l’università, prima riservata a un’élite, diventi di massa, esasperando l’agitazione studentesca: gli atenei non raccolgono più i figli della ricca e media borghesia ma l’intera società giovanile con tutte le sue contraddizioni e i suoi problemi, diventando così il luogo di concentramento di disagi ben più grandi. Inoltre, le facoltà si ritrovano a essere, di fatto, anche sede di preparazione al lavoro salariato e precario, sfruttato ed estraneo alla rappresentanza sindacale. E per le istituzioni chi non è rappresentato costituisce un problema non politico o sociale ma solo di ordine pubblico. Diversamente dal Sessantotto, non sono intellettuali e studenti privilegiati a criticare la società, ad assaltare i centri della cultura, ma la parte più disagiata e meno riconosciuta della società, tagliata fuori dalla società stessa: la fantasia del decennio precedente lascia spazio a frustrazione e rabbia.

L’altro fattore di novità consiste nel fatto che le prime agitazioni studentesche scoppiano al Sud. Quando la riforma Malfatti diminuisce la possibilità di ripetere gli appelli d’esame e pone forti restrizioni al diritto degli studenti di scegliere liberamente quali corsi inserire nel piano di studi, le università già in fermento esplodono. La circolare Malfatti non è stata la causa determinante delle lotte ma solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso, la scintilla su una polveriera già da tempo pronta ad incendiarsi.

Giorgiana vede un’Italia in fermento in cui i diritti individuali aumentano.

Nel 1974 un referendum sancisce il diritto al divorzio, nonostante la forte contrarietà della Chiesa e della DC. Pochi anni dopo venne il diritto all’aborto: la maternità deve essere una scelta consapevole e non un obbligo. Per il movimento femminista e per le donne in generale è una vittoria mai vista, inimmaginabile fino a poco prima.

È bene ricordare che il movimento del ‘77 è ostile non solo al governo democristiano ma anche e soprattutto al principale “partito non di maggioranza” (sarebbe fuori luogo definirlo partito di opposizione). Nel 1972 alla segreteria del PCI viene eletto Enrico Berlinguer, con cui il Partito cambia totalmente volto. In uno dei suoi primi discorsi da segretario, Berlinguer dichiara che la spinta propulsiva data dalla Rivoluzione del lontano ottobre 1917 è ormai finita e che c’è bisogno dunque di un’energia nuova. Il PCI, filosovietico ma non antagonista al sistema liberale, apre le trattative con il governo: il comunismo è messo in soffitta sostituito da una blanda socialdemocrazia. La CGIL, sindacato fedele al PCI, preme per calmare le spinte rivoluzionarie ancora presenti nelle fabbriche e nelle università, smettendo di fatto di guidarne le lotte.

In generale si potrebbe dire che la forma Partito, nata in Italia all’inizio degli anni ’20, egemone durante la Resistenza e ancora funzionante negli anni ’50, dopo il Sessantotto abbia smesso di funzionare e negli anni ’70 si sia ritrovata a essere come una scarpa troppo stretta rispetto ai piedi cresciuti di una società che si evolve rapidamente.

Abbandonati gli ideali rivoluzionari che avevano prima dato vita al PCI subito dopo il biennio rosso e poi animato gran parte della Resistenza contro il Nazifascismo, non riuscendo a ottenere alcuna maggioranza parlamentare per via elettorale pur crescendo nei sondaggi, il partito di Berlinguer cambia strategia cercando di avvicinarsi a posizioni di governo tramite accordi interpartitici. Il cosiddetto compromesso storico, noto anche come “governo della non-sfiducia” o “delle astensioni”, consiste in un governo “monocolore” (cioè monopartito) della DC reso possibile grazie all’astensione del PCI alla Camera, che non vota contro la fiducia al governo Andreotti per garantirsi un maggior peso istituzionale.

È chiaro che nel 1977 il PCI sia ormai un partito filogovernativo e quasi conservatore, ma in quanto forza egemone della sinistra, non può tollerare di essere deriso e non rispettato proprio da sinistra. Il PCI, scavalcato da questo nuovo movimento incontrollabile che non riesce a imbrigliare, non manca mai occasione di ripetere che chi occupa le università (e l’Autonomia in particolare) è estraneo alla legalità e quindi alla democrazia e che i raduni di giovani militanti sono solo covi di violenza, delinquenza comune e addirittura squadrismo quasi fascista.

La sfiducia di studenti e futuri precari versi il partito e il sindacato in cui le persone più anziane avevano creduto finisce per dar vita a un conflitto senza precedenti in cui la generazione protagonista della Resistenza si sente tradita da quella successiva che a sua volta si vede tagliata fuori da istituzioni obsolete.

Non c’è da stupirsi, quindi, che il Partito accusi pesantemente chi non crede nella legalità dello Stato repubblicano, né tanto meno che ragazzi e ragazze abbandonino le sezioni di partito per cercare rifugio altrove.

Del resto, gli artefici della guerriglia partigiana, cresciuti sotto il regime ed educati dalla scuola gentiliana a non disdegnare le figure autoritarie, vedevano molto più di buon occhio il rigore del Partito che la stravagante libertà del movimento. E il principale cavallo di battaglia della retorica vicina al PCI è sempre stato il mito dell’epopea partigiana. Quando a Bologna i carabinieri uccidono Francesco Lorusso, venticinquenne militante di Lotta Continua, il PCI indice un presidio sotto il monumento ai caduti della Resistenza per celebrare non un ragazzo ucciso, ma la legalità dello Stato; quando gli studenti occupano l’università di Roma, è proprio il segretario della CGIL, legata al PCI, a dar vita alla provocazione che conduce allo sgombero dell’università, ammettendo egli stesso che il fine di tale operazione è quello di riportare l’ordine e mettere fine alle agitazioni per “ripristinare la vita democratica e legalitaria all’interno dell’Ateneo”; quando gli studenti reagiscono alla provocazione e lo cacciano, i mezzi d’informazione legati al Partito sottolineano con insistenza che Luciano Lama è stato partigiano; quando viene uccisa Giorgiana Masi, il PCI si limita a tacere, continuando a votare la “non-sfiducia” al governo. L’apice di questo scontro avviene a Bologna in quanto storico baluardo del PCI e al tempo stesso città universitaria, quindi teatro della più grande incompatibilità sociale e generazionale.

Dopo aver lasciato a terra una ragazza, i manifestanti continuano la fuga disperata e le truppe proseguono il loro feroce inseguimento. Smarrito nella confusione e accecato dai gas lacrimogeni, un fotografo trentacinquenne vaga per il centro di Roma con la sua Leica sempre al collo. È uno dei pochi che ha mostrato ciò che nessuno ha voluto vedere, regalando alla Storia testimonianze fondamentali e di rara bellezza.

La sera stessa il Ministro dell’Interno dichiara di non aver mandato nessun agente in borghese nel corteo. Dichiara inoltre che non sono state usate armi da fuoco per l’attività di ordine pubblico. Dunque Giorgiana Masi risulta uccisa da una pallottola vagante sparata dai manifestanti in direzione delle forze dell’ordine. E questi, sicuramente autonomi ed evidentemente distratti, non hanno notato che in mezzo tra loro e il bersaglio vi erano altri manifestanti in corsa, tra cui la ragazza colpita.

È la versione ufficiale del Ministero.

Servirebbe poi un esperto di fisica fantascientifica per spiegare come mai una pallottola sparata da davanti l’abbia colpita alla schiena.

Un’immagine mai pubblicata dai quotidiani mostra un uomo in borghese con una pistola in mano mentre riceve istruzioni da un superiore e alle spalle ha un gruppo di uomini armati e in divisa difficilmente riconducibili all’Autonomia.

(foto 2)

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Così un fotografo ha palesemente smentito un ministro. La sua stessa Leica ha testimoniato la frettolosa violenza degli uomini in divisa: è un’immagine molto potente che richiama il mondo classico: gli uomini armati sullo sfondo fanno capire di cosa si parla, mentre lo sguardo disperato e intenso delle ragazze in primo piano mostra la tragicità della scena.

(foto 3)

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Accostare la bellezza e la pena, la grazia e la brutalità, è uno strumento efficace e fastidioso, di certo non gradito dal signor Ministro.

Un’altra immagine dello stesso autore mostra la determinazione delle donne che sotto una pioggia battente porgono l’ultimo saluto alla loro sorella “uccisa dalla violenza del regime”, come recita la targa in memoria di Giorgiana Masi presso ponte Garibaldi.

(foto 4)

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Le foto di Tano D’Amico sono importanti per rileggere gli ultimi decenni in quanto mostrano la bellezza, la grazia, la poesia dei volti e delle istanze di chi non dovrebbe averne, di chi l’Unità avrebbe preferito descrivere come teppista scalmanato attraverso immagini brutte e prive di significato. Quelle immagini sono sempre state tenute nascoste perché non si pensasse che le invadenti femministe avessero qualche ragione, che i cattivissimi autonomi si scontrassero con un Partito in cui era vietato avere dubbi, che gli stravaganti indiani metropolitani non facessero poi così schifo. Sono foto, quelle di Tano D’Amico, che non hanno bisogno di didascalie, che colpiscono e restano nell’eternità, diversamente da quelle dei giornali, che vivono un giorno solo per poi scomparire nel nulla senza lasciare segni nella memoria, fagocitate dall’oblio collettivo.

Nel 2001 un enorme movimento internazionale viene schiacciato dalla repressione.

A Genova i carabinieri uccidono un ragazzo di ventitré anni: prima uno sparo in faccia, poi una jeep dell’arma lo schiaccia due volte ancora vivo, e infine il colpo di grazia è un sasso che gli spacca la fronte per mano di un uomo in divisa. Ci vuole una buona dose di coraggio e immaginazione per sostenere che si sia trattato di un incidente. Il commento del Premier è “poteva restarsene a casa”; invece i galantuomini delle istituzioni osano molto di più, e non sorprende che a farlo per primo sia il vicepremier fascista, presente nella caserma in cui venivano torturati i manifestanti fermati: è legittima difesa spaccare la fronte a un ragazzo agonizzante a terra ed è legittima difesa schiacciarlo due volte con un defender, sparare in faccia con armi fuori ordinanza, figuriamoci, è degno di una medaglia, parole sue.

Nel 2001 Francesco Cossiga è senatore a vita ed è proprio lui a intervenire non interpellato quando una parte delle opposizioni presenta una mozione di sfiducia al presidente del Consiglio e al Ministro dell’Interno dopo i tragici fatti di Genova; la cosa particolare è che Cossiga in aula non difende né il Ministro dell’Interno né il Premier né il Vicepremier ma se stesso: con un intervento furioso trova inammissibile la mozione di sfiducia in questione e rivendica la brutalità con la quale ordinò di agire nel 1977. A decenni di distanza, l’assassinio di Giorgiana Masi è motivo di vanto per il suo principale responsabile.

Oggi, a quarant’anni dal suo assassinio, una piccola strada intitolata a Giorgiana Masi è presente a Bassano in Teverina (VT) e in villa Pamphili a Roma (foto 5), dove la ragazza è ricordata insieme a varie antifasciste e donne eroiche della Repubblica Romana.

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Checché ne dica l’ex Presidente della Repubblica, ministro degli Interni ai tempi della sua e di altre uccisioni di Stato, la targa su ponte Garibaldi riconosce Giorgina Masi come “vittima della violenza del regime” (foto 6).

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Donne che hanno riempito i teatri:cantanti, attrici, concertiste. Le targhe che le ricordano in Piemonte

Come hanno verificato le ricercatrici di Toponomastica femminile, ben poche vie delle nostre città ricordano nelle intitolazioni figure femminili,

Ma in Piemonte, e con tutta probabilità anche in altre regioni, tra le rare targhe femminili spiccano, per la loro presenza anche in piccoli centri, quelle dedicate a donne dello spettacolo, attrici ma soprattutto cantanti liriche dell’Ottocento e inizio Novecento.

Questa eccezione non fa che confermare un fatto ben conosciuto, la grande fortuna del melodramma nell’Ottocento. È in questo secolo infatti che il melodramma – “l’opera” nel linguaggio comune – esce dai teatri di corte, dove un tempo era confinato, per essere rappresentato nei grandi teatri cittadini di nuova costruzione, di fronte a un pubblico vasto e variegato che affolla anche i loggioni, oltre alle platee e ai palchi riservati a nobili e borghesi. Fino alla seconda guerra mondiale le “arie” più note erano conosciute da molte persone, anche negli strati popolari, e così i nomi delle più famose interpreti, spesso oggetto dei “bei conversari” di gozzaniana memoria nei salotti della buona borghesia.

Meno popolare il teatro di prosa, ma certo anche le grandi attrici erano conosciute da un vasto pubblico, se non altro per la curiosità che suscitavano le loro vite eccezionali.

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Foto 1 – Torino, via Eleonora Duse, foto di Loretta Junck

È il caso della “divina” Duse (Vigevano 1858 – Pittsburg 1924), simbolo indiscusso del teatro di prosa italiano. Adorata dal pubblico e incensata dalla critica, il viso dall’espressione intensamente drammatica ne faceva l’interprete perfetta per il tipo di recitazione allora di moda. La burrascosa relazione con “il vate” D’annunzio aveva aumentato la fama di entrambi.

A Torino le è stata dedicata una piccola via centrale vicino al teatro Carignano.

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Foto 2 – Torino, via Adelaide Ristori, foto di Loretta Junck

La generazione precedente, quella risorgimentale, aveva conosciuto un’altra grande attrice, Adelaide Ristori (Cividale del Friuli 1822 – Roma 1906).

Intelligente, colta, perfettamente padrona della scena, con il suo dichiarato patriottismo aveva giovato alla causa unitaria. Spesso i suoi spettacoli venivano interrotti dalla polizia, quando si esibiva nelle zone ancora sotto il dominio asburgico.

Le sono stati intitolati teatri e in molti centri c’è una strada a lei dedicata. Come a Torino, in “barriera” di Milano, periferia nord della città.

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Foto 3 – San Giusto Canavese (To), via Anna Magnani, foto di Loretta Junck

Appartiene al nostro tempo, invece, Anna Magnani (Roma 1908 – 1973), diventata attrice di fama mondiale e simbolo del cinema italiano nella grande stagione del neorealismo; ma aveva iniziato la sua carriera nel teatro, dopo aver frequentato l’Accademia di arte drammatica “Eleonora Duse”. La famosa attrice è onorata con una targa in molte città italiane, ma anche nella piccola San Giusto Canavese, in provincia di Torino, dove hanno sede gli studi televisivi di Telecittà.

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Foto 4 – San Benigno Canavese (To), via Teresa Belloc, foto di Loretta Junck

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Foto 5 – San Giorgio Canavese (To), via Teresa Belloc, foto di Maria Pia Ercolini

Teresa Belloc (San Benigno Canavese 1784 – San Giorgio Canavese 1855), contralto, si chiamava in realtà Maria Teresa Trombetta.

Aveva cantato nei più prestigiosi teatri italiani ed era stata presente alla Scala per oltre vent’anni, prima di ritirarsi nel 1828 a vita privata nella villa che si era fatta costruire a San Giorgio Canavese.

Una intitolazione stradale la ricorda sia nel luogo di nascita, sia dove visse i suoi ultimi anni, entrambi in provincia di Torino.

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Foto 6 – Poirino (To), via Eugenia Burzio, foto di Donatella Adorno

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Foto 7 – Chieri (To), via Eugenia Burzio, foto di Loretta Junck

Eugenia Burzio (Poirino 1882 – Milano 1922) era un soprano. Formatasi come strumentista, a soli nove anni si esibisce al violino, per intraprendere in seguito lo studio del canto. Raggiunge il successo giovanissima e canta nei teatri di tutto il mondo, ma a consacrarla diva del melodramma è il successo ottenuto al Regio di Parma, nel 1804. È una delle prime artiste a lasciare incisa la sua voce in un consistente numero di registrazioni realizzate con i primi, rudimentali sistemi di registrazione fonografica.

A lei sono state dedicate targhe sia nel paese di nascita sia a Chieri, luogo d’origine della sua famiglia, dove la cantante è sepolta. Ambedue si trovano in provincia di Torino.

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Foto 8 – Asti, via Caterina Monteregge, foto di Gabriella Sanlorenzo

 Caterina Monteregge (Asti 1906 – 1985), soprano, è stata attiva soprattutto fra le due guerre, in Italia ma anche all’estero. Figlia di ortolani, ballerina di fila, si scopre cantante quasi per caso e inizia una stupefacente carriera nel campo dell’operetta con il nome d’arte di Rina Regis, osannata dal grande pubblico per la bellissima voce e la splendida figura.

La sua città di recente ha voluto ricordarla dando il suo nome a una strada.

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Foto 9 – Torino, targa commemorativa delle sorelle Lescano, foto di Manuela Vetrano

Il trio Lescano è stato un gruppo vocale composto delle sorelle Alexandrine (Alessandra, 1910- 1987), Judik (Giuditta, 1913- 1976) e Catherine (Caterinetta, 1919- 1965) Leschan, cognome italianizzato in Lescano.

Le sorelle, di origine ungaro- olandese, ebree per parte di madre, iniziano a cantare in Italia a metà degli anni ’30, ottenendo un successo strepitoso. Naturalizzate italiane, si stabiliscono a Torino dove lavorano a lungo per l’Eiar. La loro collaborazione con l’ente radiofonico del regime viene meno in seguito al bombardamento che nel ‘42 danneggia la sede Eiar torinese; le vicende storiche successive costringono le sorelle a nascondersi sotto falso nome, a causa della loro origine, dal dicembre ’43 fino alla fine della guerra. Nel ’46 Caterinetta abbandona il gruppo e viene sostituita dalla giovane Maria Bria. Il nuovo gruppo lavora in Italia e all’estero (ma non per la Rai) fino al 1950, anno in cui si scioglie.

Il Comune ha apposto una targa commemorativa alla facciata di una delle loro abitazioni, in via degli Artisti 26, in Vanchiglia, storico quartiere popolare di Torino.

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Foto 10 – Torino, targa commemorativa di Teresina Tua

 Teresina Tua (Torino 1866 – Roma 1956) è la più importante violinista italiana di fine Ottocento, tanto da essere soprannominata l’angelo del violino. Di famiglia modesta, può coltivare il suo talento presso il Conservatorio di Parigi grazie all’intervento di un mecenate. La sua carriera concertistica, iniziata molto presto, come enfant prodige, la porta a suonare in tutto il mondo. Ovunque miete successi.

La sua città nel 2008 ha fatto apporre una targa commemorativa sulla facciata della casa in cui nacque, in via San Massimo 11.




BARI – Vita da cani, una lettrice fotografa il degrado urbano

Quando ti ritrovi di fronte a due realtà completamente diverse il confronto nasce spontaneo.

E’ stato così anche nel momento in cui abbiamo deciso di pubblicare nella rubrica “Tell me” le fotografie inviateci da una lettrice.

Lo scenario che è passato sotto i nostri occhi lo mettiamo a vostra disposizione.

E vi raccontiamo anche la storia per immagini che Maria ci ha consegnato.

“In una città dove non è difficile trovare cani abbandonati legati ai pali o vicino ai cassonetti, l’Amministrazione comunale rende ancora più difficile il gesto benevolo di adottarne uno. A Bari, infatti, mancano aree destinate agli amici a quattro zampe. E nei parchi dove è vietato il loro passeggio, si trovano escrementi e urine di persone incivili”.

Dagli scatti della nostra amica lettrice potete notare lo stato di abbandono e di degrado del giardino di Piazza Garibaldi. Una vergogna che abbiamo voluto mettere a confronto con i parchi urbani di Modena.

“Ancora più vergognoso – afferma Maria –  è che con i soldi delle multe il Comune non ha riqualificato il vecchio giardino, ma la ricca e dignitosa via Sparano!

Le immagini parlano da sole.

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ITALIA – Gallura: percorso al femminile fra mito, storia e devozione

di Laura Candiani (testo e foto)

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La Gallura (Gaddura in gallurese, Caddura in sardo) è la parte all’estremo nord della Sardegna e costituisce una regione storica e geografica comprendente ventuno comuni, dei quali venti appartenenti alla provincia di Olbia-Tempio, uno (Viddalba) a quella di Sassari. Il nome ha una origine incerta; secondo alcune teorie deriverebbe da una popolazione seminomade preromana, per altre dal gallo sullo stemma pisano dei giudici Visconti, oppure sembra significhi “rocciosa, sassosa” e in effetti -sia nella parte propriamente costiera sia nell’interno ricco di rilievi montuosi- le conformazioni bizzarre delle rocce rendono questa area straordinariamente pittoresca: quelle di Capo Testa, ad esempio, fecero esclamare al celebre scultore Henry Moore: «Ho trovato chi sa scolpire meglio di me!» E poi la roccia dell’Orso, l’incredibile Valle della Luna, i massicci granitici modellati dal vento, dal mare e dalle piogge nel corso di millenni. Affascinante la vegetazione, che unisce oleandri, macchia mediterranea, boschi di querce da sughero, pinete e olivi millenari. Una terra aspra, spesso battuta dal maestrale, come la vicinissima Corsica con cui ha molte somiglianze (anche linguistiche), ma piena di colori e profumi, specie durante la primavera.

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Arzachena

  1. via Eleonora d’Arborea. La figura di Eleonora è talmente immensa da meritare ben più di un cenno, ma è sempre opportuno ricordare colei che – in un mondo totalmente maschile – per quasi vent’anni portò avanti il sogno irredentista del padre Mariano IV che avrebbe voluto unificare la Sardegna in un unico regno. E’ anche colei che in anni lontanissimi (intorno al 1392), con la Carta de Logu (rimasta in vigore in Sardegna fino al 1827) fa segnare una tappa fondamentale del diritto. La Carta – di 198 articoli- presenta straordinarie novità come la distinzione fra dolo e colpa, la centralità del bene comune, la mancanza totale di leggi contro ebrei ed eretici, il rifiuto della vendetta privata, i risarcimenti in denaro a una donna violentata (il matrimonio è previsto solo se LEI è d’accordo), la collegialità della giustizia; emerge inoltre, fra le righe, l’assenza di rapporti feudali, comune a tutta la Sardegna ed eredità del modello bizantino.Secondo Carlo Cattaneo Eleonora «è la figura più splendida di donna che abbiano le storie italiane, non escluse quelle di Roma antica».
  2. via Regina Elena. Elena del Montenegro (Cettigne 8.01.1873-Montpellier 28.11.1952) fu moglie di Vittorio Emanuele III di Savoia; bella donna, molto alta e robusta, dette nuova linfa al sangue malato di emofilia dei Savoia e fu madre di cinque figli, fra cui Umberto II, il “re di maggio”. Regina dal 1900 al ’46, riservata, amante delle arti, dotata per le lingue, attiva e generosa verso il suo popolo, ricevette la laurea “honoris causa” in Medicina e fu molto apprezzata per la sua dedizione alle opere caritatevoli e assistenziali tanto che Pio XI le conferì la “Rosa d’oro della cristianità” e nel 2001 è stata nominata “Serva di Dio”.

La storia ha lasciato profonde tracce che precedono la civiltà nuragica: questa area fu abitata dall’uomo fin dal neolitico e la sua posizione certamente favorì gli scambi con il continente, passando attraverso l’arcipelago toscano: doveva essere, infatti, il corridoio dell’ossidiana e della ceramica, l’oro nero e l’oro bianco dell’antichità. Qui si trovano nuraghi importanti, tombe, siti in parte ancora da studiare; i Romani -mai del tutto tranquilli in Sardegna e circondati dal pericolo costante di rivolte -trovarono il modo di sfruttarne l’abbondanza di granito: sulla spiaggia delle Colonne sono ancora ben visibili gli abbozzi di quelle abbandonate, là dove ora giocano i bambini in acque calme e piatte come meravigliose piscine naturali. I Pisani lasciarono evidenti impronte nell’architettura religiosa e gli Aragonesi nelle imponenti strutture difensive. I Piemontesi -con i loro ingegneri militari- hanno tracciato l’urbanistica di alcune cittadine (Santa Teresa), costruite a scacchiera con le strade perfettamente rettilinee che si incrociano, mentre le case talvolta mantengono la tipica struttura gallurese a un solo piano.

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Aglientu

  1. piazza Sirenella (villaggio Rena Majore). La piazzetta centrale del villaggio (in cui quasi tutti i nomi di strade sono legati al mare oppure alla vegetazione) è dedicata alla Sirenella, con esplicito riferimento nell’immagine di ceramica dipinta alla Sirenetta di Andersen più che alle sirene che incantarono Ulisse.

Oggi è la regione con il più alto reddito pro-capite della Sardegna grazie ad una florida economia in parte ancora agro-pastorale e all’importante risorsa del turismo, non solo perché comprende l’arcipelago della Maddalena, la Costa Smeralda e note località come Budoni e San Teodoro, ma anche per la costa in gran parte incontaminata; afferma il giornalista Beppe Severgnini, abituale frequentatore di Rena Majore: «ancora oggi penso che i venti chilometri tra Santa Teresa e Vignola siano il tratto di mare più spettacolare, affascinante – e rispettato- del Mediterraneo».

Venendo alla odonomastica, emergono alcuni elementi interessanti: per primo la presenza quasi ovunque di due nomi ricorrenti in Sardegna, ovvero Grazia Deledda ed Eleonora d’Arborea; il secondo dato si riferisce alle intitolazioni di tipo devozionale; alle Madonne (d’Itria, di Pompei, del Carmelo) si affiancano le sante di epoca e provenienza davvero varia: Caterina, Rita, Lucia, Anna, Chiara, Cecilia, Ilaria, Giusta, Degna, Barbara, Agnese, Margherita fino alla marchigiana Maria Goretti e alla lucchese Gemma Galgani, a testimoniare una fede popolare che si è rinnovata nel tempo. Un terzo elemento riguarda il frequente ricordo delle donne della famiglia Savoia: dalla amata prima regina degli Italiani, Margherita, alla regina Elena, fino alle principesse Iolanda e Mafalda, morta nel lager di Buchenwald nel ’44. Altre presenze sono legate al periodo risorgi-mentale: Anita Garibaldi (alla Maddalena, a Tempio Pausania e a Olbia) e la fervente patriota mazziniana Giuditta Bellerio Sidoli (Olbia); rimandano alla Resistenza e alla storia più recente i nomi di Nilde Iotti (Olbia) e Luigina Comotto, fucilata a settanta anni il 1° novembre del ’44 (Tempio Pausania). Un altro dato riguarda le donne attive in vari ambiti culturali: oltre alla già ricordata Deledda, compare più volte Maria Montessori, cui si affiancano la pittrice Artemisia Gentileschi, l’attrice Eleonora Duse, la cantante folk Maria Carta, la studiosa locale Maria Azara, autrice di un libro sulle tradizioni galluresi edito nel 1943. Nei comuni di Santa Teresa, Palau, Golfo Aranci, Aglientu fanno poi la loro comparsa nomi tratti dal mito e dall’epica: troviamo, infatti, Penelope, la maga Circe, la ninfa Calipso, Clitemnestra, Galatea, le Sabine, Sirenella (forse più fiabesca e disneyana nella raffigurazione che si accompagna al nome, nel villaggio di Rena Majore).

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Santa Teresa di Gallura

  1. via Circe (località Conca Verde). Secondo una credenza popolare presso il vicino Porto Pozzo si troverebbe il mitico paese dei Lestrigoni, giganti antropofagi che nell’”Odis-sea” distrussero la flotta di Ulisse e uccisero tutti gli uomini, eccetto quelli della sua nave, rimasta fuori dal porto. Proseguendo il viaggio Ulisse avrebbe incontrato nell’isola di Eea la maga Circe che li trasformò in animali. La maga fa parte della mitologia greca e, oltre che nel poema omerico, compare anche nel mito degli Argonauti.
  2. via Calipso (località Conca Verde). La ninfa (o dea del mare) vive nell’isola di Ogigia e trattiene Ulisse presso di sé per sette anni, promettandogli inutilmente l’immortalità.
  3. via Nausicaa (località Conca Verde). La fanciulla -figlia del re dei Feaci- soccorre l’eroe omerico e lo aiuta a ripartire fornendogli una nave.
  4. via Penelope (località Conca Verde). Ulisse,  dopo mille peripezie, riesce a ritornare a Itaca e alla amata sposa che lo ha atteso fedelmente per venti lunghissimi anni.
  5. via Maria Teresa. La cittadina di Santa Teresa fu fondata nel 1808 per controllare il contrabbando lungo la costa (Bocche di Bonifacio) e creare un avamposto contro le mire espansionistiche di Napoleone; era l’epoca del re Vittorio Emanuele I di Savoia che la volle dedicare (attraverso la santa omonima) alla moglie, Maria Teresa d’Austria-Este (1773-1832).
  6. biblioteca comunale Grazia Deledda. Grazia Cosima Deledda (Nuoro 27.09.1871-Roma 15.08.1936) è stata l’unica italiana a ricevere il premio Nobel per la letteratura (1926). Nelle sue opere la Sardegna non è altro che uno spaccato del mondo e dell’eterno conflitto fra male e bene: i drammi sono gli stessi ovunque; scrive: «L’uomo è, in fondo, uguale dappertutto». I suoi romanzi della maturità (Canne al vento, Elias Portolu, La madre, L’edera, Marianna Sirca) sono spesso incentrati sul senso di colpa, sulla potenza del peccato, sulla forza implacabile del destino, sul caos morale, ma «i suoi colpevoli e i suoi delinquenti» – scrisse Momigliano – incutono in noi lettori un «interesse intenso», «rispetto», «senso di pietà e di elevazione»: la colpa non viene rappresentata in modo superficiale o semplicistico, ma porta «a meditare sul drammatico destino che a tutti è imposto di peccare per poter sapere veramente che cosa è il bene e che cosa è il male». Sempre Momigliano ebbe a dire: «Nessuno dopo il Manzoni ha arricchito e approfondito come lei, in una vera opera d’arte, il nostro senso della vita».
  7. via e piazza Santa Lucia. In alto rispetto al paese, sul lato est, vicino all’antico mulino a vento, sorge la graziosa chiesetta di Santa Lucia nella piazza omonima. La devozione per la martire siracusana (283-304) -uccisa durante le persecuzioni di Diocleziano- è presente ovunque nei paesi cattolici e ortodossi, ma anche presso i luterani in Svezia; è la patrona di molte città e protettrice degli occhi e degli oculisti. Si festeggia il 13 dicembre, secondo la credenza popolare “il giorno più corto dell’anno”.

Per concludere, merita una breve riflessione a parte l’odonomastica di Olbia: quarantatré donne ricordate a fronte di 484 uomini, ma che donne! Oltre ai nomi citati e alle undici sante, vanno per forza evidenziate alcune scelte interessanti e poco comuni, iniziando dalla medica Ernestina Paper, prima laureata dopo l’unità (1877); troviamo poi la scienziata Maria Sklodowska Curie (unica ad aver ottenuto il Nobel in due diversi campi: la fisica e la chimica), le scrittrici Joyce Lussu, Maria Bellonci, Jane Austin, Matilde Serao, Sibilla Aleramo, e infine due giovani vittime della violenza di diversa matrice: la poliziotta Emanuela Loi e la giornalista Ilaria Alpi.

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La Maddalena

piazza Santa Maria Maddalena. Qui sorge la chiesa parrocchiale, dedicata alla patrona dell’isola; i lavori per la costruzione iniziarono nel 1780, ma poi nel 1814 l’edificio ebbe una radicale trasformazione in stile neoclassico; in seguito subì ampliamenti e rimaneggiamenti, fino al recente ripristino della vecchia facciata e l’eliminazione di stucchi e affreschi.

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Tempio Pausania

via Madonna di Pompei. Il santuario a Pompei -dedicato alla Beata Vergine del Rosario- è uno dei più visitati del culto mariano con quattro milioni di pellegrini all’anno; i lavori di costruzione iniziarono l’8 maggio 1876 per volere del beato Bartolo Longo e della pia contessa Marianna de Fusco. Per rinvigorire presso i fedeli la pratica del rosario si cercò un dipinto adatto che fu trovato in un convento napoletano, in pessime condizioni; tuttavia, dopo vari restauri, la tela ora mostra l’opera di un valente artista della scuola di Luca Giordano e l’immagine continua a essere venerata come miracolosa




ITALIA – NON UNA DI MENO Roma, 26 novembre 2016 RACCONTO PER IMMAGINI Dal giorno alla notte

di Andrea Zennaro

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Piazza della Repubblica. Esponenti dell’associazione Toponomastica femminile si preparano a sfilare nel corteo.

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Ecco una bambina che crescerà sana e libera da quegli stereotipi sessisti che conducono sì tanti uomini a commettere violenza ma anche tante donne a considerare se stesse come proprietà dell’uomo di turno e ritenere normale lavare i piatti per qualcuno e assecondarne i capricci.

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“Non è un caso isolato, si chiama patriarcato” è forse il più significativo degli slogan che circolavano sabato scorso: la violenza di genere non dipende soltanto dall’indole personale di un uomo ma soprattutto dalla cultura con cui è cresciuto. Certo che il carattere individuale influisce (insieme alla quantità di alcol ingerita), ma è molto più probabile che “perda la testa” (diciamo così…) chi è convinto che a lasciarlo sia non una persona libera ma un oggetto di sua proprietà.

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Due cartelli accostati. Il primo dimostra la bassezza morale culturale e umana di chi arriva a picchiare altre persone. Il secondo è in arabo. Qualunque sia il significato letterale delle parole che lì sono scritte, la lingua scelta sta già palesemente puntando a rompere degli stereotipi: diversamente da come molti vorrebbero oggi far credere, la violenza sulle donne non è legata all’immigrazione ma deriva dalla mentalità misogina assai radicata anche in Europa.

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Un volto e uno sguardo che mostrano forte tensione e determinazione. E un gesto che urla tanto forte da coprire il silenzio mediatico con cui è stata accolta la manifestazione: erano presenti a Roma almeno 200.000 donne e uomini, un corteo immenso che a fatica è confluito tutto in piazza San Giovanni e che dalla cima di via Cavour ha invaso tutta via Labicana rendendovi difficile il muoversi, eppure le televisioni e i giornali principali hanno a malapena accennato a un evento di tale portata. Non vale lo stesso per la cosiddetta stampa “not embedded”, quei pochi siti e giornali (il Manifesto in primis e, ovviamente, molti siti di donne) che la voce l’hanno sempre alzata e mai hanno nascosto notizie scomode.

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Due ragazze parlano. Sono molto giovani, come tante delle partecipanti alla manifestazione. Una bella lezione per chi sperava di vedere Roma riempita solo da signore con i capelli bianchi, le stesse che erano state protagoniste del Femminismo “storico”, quello degli anni ’70 del Novecento, tacciate allora di volgarità ed esibizionismo. Queste due fanciulle hanno volti delicati e gentili, tutt’altro che rispondenti a tali accuse. Sulle loro teste passa lo slogan principale di quella giornata, slogan che si interrompe su una delle teste per essere proseguito nell’altra: NON UNA DI MENO. Quel rosso della fascia sottolinea la dolcezza dei loro sguardi.

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“Non sono le donne a dover imparare a difendersi ma gli uomini a dover imparare ad amare”.

Ma come insegnarglielo senza coinvolgerli? Proprio per questa ragione la presenza maschile nel corteo lo ha arricchito molto più di quanto avrebbero fatto le “separatiste” che uomini intorno non ne volevano.

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“Siamo le pro-pro-pronipoti delle streghe che non siete riusciti a bruciare”. Già le femministe degli anni ’70 scandivano spesso frasi come “Tremate tremate, le streghe son tornate”. I riferimenti culturali e storici non mancano: il primo, fin troppo evidente, è alle responsabilità della Chiesa cattolica nella diffusione della mentalità maschilista. Il secondo, meno immediato ma non meno pertinente, lo si potrebbe trovare nel contesto storico e sociale del Medioevo e del Rinascimento: le streghe che venivano arse sul rogo in alcuni casi erano effettivamente convinte di avere poteri soprannaturali o venivano denunciate da qualcuno davvero convinto di averle viste praticare magia nera, ma in molti altri casi si trattava di donne anziane ed emarginate che mettevano in mostra i loro particolari poteri o a volte addirittura li inventavano dal nulla per ottenere una fama e un rispetto che la società del tempo negava a una donna sola.

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Foto scattata in via Cavour nella primissima fila del corteo. Davanti allo striscione di apertura stava questa signora, di cui età e connotazione appaiono evidenti: il gesto delle sue mani, che simboleggia il Femminismo “classico” non lascia spazio ad equivoci.

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Via dei Fori Imperiali. A metà di un corteo che appare ormai enorme, molto al di sopra delle aspettative, si nota questo cartello che fa riferimento a due temi in particolare: l’omosessualità e l’aborto. Se non fosse stato per i diktat del Vaticano, l’Italia non sarebbe rimasta l’ultimo Paese europeo a legalizzare le unioni omosessuali prima e a concederle soltanto a metà poi. È di nuovo per gli stessi diktat che negli ospedali pubblici è ormai quasi impossibile interrompere una gravidanza indesiderata: quasi l’85% dei medici italiani è obiettore. Con tutto il rispetto per l’obiezione di coscienza in sé, grazie alla quale è stato abolito il servizio militare obbligatorio; in realtà alcuni dei suddetti medici, tuttavia, gli aborti li praticano eccome, ma a pagamento nelle loro cliniche private. D’altronde, chi è contrario a portare le armi può benissimo non fare il militare e scegliere un lavoro consono alle proprie idee, ma chi non vuole praticare aborti, perché deve fare proprio il ginecologo?

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Via Labicana. Ulteriori indicazioni geografiche non servono. La densità della folla è evidente. Il Sole e la temperatura ormai cominciano a calare notevolmente, ma la partecipazione e la determinazione no. 

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Di nuovo su via Labicana, davanti alla Gay Street di Roma. Dietro il camion continua a passare di mano in mano questo cartello: “Sex work is work”, il “lavoro sessuale” è un lavoro: anziché mettere in vendita il proprio corpo sotto forma di forza lavoro per servire ai tavoli o fare pulizie o andare in fabbrica, alcune persone rivendicano il diritto di venderlo sotto forma di prestazione sessuale retribuita. In ogni caso la tratta di donne, quasi sempre immigrate, sempre più frequente ai tempi della globalizzazione, resta un crimine e non un lavoro.

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Il corteo arriva in piazza San Giovanni. Ecco una trampoliera, circondata dai palloncini. Rappresenta la parte più allegra delle donne, provenienti dalle varie scuole e accademie di arti circensi: sebbene nessuno le abbia citate, erano anche loro presenti e numerose.

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Piazza San Giovanni. Due cartelli molto significativi. Subire violenza non è mai colpa della vittima. Eppure dopo uno stupro quante volte si sentono dire frasi idiote come “se l’era cercata” o “ma guarda come andava in giro vestita”? L’altro cartello è utile per chiarire un equivoco pericoloso e fuorviante, quello che considera sinonimi i termini “uomo” e “stupratore”. Gli stupratori non sono uomini, ma bestie.

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Piazza San Giovanni. La manifestazione è finita e la gente si disperde. Ne restano le tracce: le scritte di vernice a terra e la soddisfazione negli animi.  Queste parole in particolare, NO SESSISMO, riassumono l’intera giornata e ognuno dei suoi temi specifici.

 

 




EUROPA – Agenzia Ue Ambiente: “467.000 morti l’anno per inquinamento”

Votata a Strasburgo la direttiva che introduce nuovi limiti alle emissioni inquinanti per il periodo 2020-2030. Lo studio presenta una panoramica aggiornata e l’analisi della qualità dell’aria in Europa per il periodo 2000-2014 sulla base di dati provenienti da stazioni di monitoraggio ufficiali, tra cui più di 400 città in tutta Europa. Risulta che nel 2014 circa l’85% della popolazione urbana nell’UE è stata esposta a particolato fine (PM2.5) a livelli ritenuti dannosi per la salute dalla Organizzazione Mondiale della Sanità. Nonostante la qualità dell’aria in Europa stia migliorando, l’inquinamento atmosferico resta il principale fattore ambientale di rischio per la salute umana, abbassa la qualità della vita ed è la causa stimata di 467mila morti premature l’anno in tutto il continente. Sono i dati del Rapporto “Qualità dell’aria in Europa 2016” pubblicato stamattina dall’Agenzia europea per l’ambiente (Eea).

“E’ chiaro che i governi locali e regionali svolgono un ruolo centrale nella ricerca di soluzioni” al problema, ha commentato il commissario europeo all’ambiente Karmenu Vella, auspicando per oggi un voto positivo del Parlamento europeo sui nuovi tetti alle emissioni inquinanti (Nec). Il commissario ha accennato alla necessità di “aiutare i diversi livelli di governo a lavorare meglio insieme” alludendo al fatto che a volte le istituzioni locali hanno strategie più ambiziose dei governi in tema di riduzione delle emissioni.

Imporre limiti più bassi ai principali inquinanti per abbassarne entro il 2030 la quantità nell’atmosfera sotto i livelli del 2005 è l’obiettivo di una direttiva approvata dal Parlamento europeo in seduta plenaria per ridurre l’impatto dell’inquinamento atmosferico sulla salute di circa il 50%. Le particelle incriminate vanno dal biossido di zolfo, causa delle piogge acide, al particolato che può causare malattie respiratorie e cardiovascolari. Nella normativa, approvata con 499 voti a favore, 177 contrari e 28 astensioni, si stabiliscono i nuovi limiti nazionali per ridurre le emissioni di biossido di zolfo (SO2), ossidi di azoto (NOx), composti organici volatili non metanici (COVNM), ammoniaca (NH3) e particolato fine (inferiore a un diametro di 2,5 micrometri). I tetti erano gia’ stati concordati informalmente con la Presidenza del Consiglio dei Ministri Ue.




ITALIA – Donne illustri al Monumentale di Torino

“Una città nella città, un museo a cielo aperto. Un luogo magico in cui perdersi per ore ad ammirare opere d’arte eccezionali e antiche fotografie in bianco e nero e in cui fantasticare sulle storie della gente che fu leggendo le prolisse epigrafi ottocentesche. Uno spazio protetto dalla frenesia della quotidianità, dove poter riflettere anche sul senso della nostra vita.” Così in www.lacivettaditorino.it viene presentato il Cimitero Monumentale di Torino, in cui sono seppellite anche molte persone illustri legate alla città.

A Torino non esiste un vero e proprio Famedio, un “tempio della fama”, come quelli che esistono a Milano, Genova, Bologna, Barcellona e in altre città. C’è però un’area che il Comune di Torino ha dedicato ad alcuni personaggi considerati benemeriti della città: nessun monumento elaborato, solo lapidi tutte uguali di marmo bianco con sobrie iscrizioni commemorative. Qui, insieme ai nomi dei grandi uomini che hanno dato lustro alla città, ci sono anche due nomi femminili.

Uno è quello di Paola Lombroso Carrara, figlia del celebre iniziatore della criminologia, che è sepolto accanto a lei come il marito Mario Carrara, medico e stretto collaboratore del suocero. Paola nacque a Pavia, ma visse a Torino e fu scrittrice, giornalista e soprattutto pedagogista, perché concentrò il proprio interesse sul mondo dell’infanzia, sulla psicologia e sulla letteratura infantile. Fu l’ideatrice di un giornale dedicato ai bambini, il Corriere dei Piccoli, che fu inaugurato nel 1908 ed ebbe una lunga fortuna editoriale. I lettori meno giovani certo non possono avere dimenticato Sor Pampurio, Bonaventura e la Tordella… La scrittrice vi collaborò con lo pseudonimo di Zia Mariù. Ma, oltre al Corriere dei Piccoli, realizzò a favore dell’infanzia, soprattutto quella meno fortunata, altri importanti progetti come le Bibliotechine rurali, per diffondere la lettura nelle campagne, fra i figli dei contadini. Una bella figura di donna che giustamente la Città di Torino ha voluto onorare.

1_Paola Carrara Lombroso

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L’altro nome femminile, in questo spazio, è quello della scrittrice Dina Rebaudengo. Era nata a Palermo, ma agli inizi degli anni Sessanta si trasferì a Torino, dove si dedicò con passione allo studio della realtà locale e alle ricerche d’archivio, pubblicando numerosi libri sulla città in cui viveva e che amava; la sua è stata una ricerca storica condotta con scrupolo puntiglioso, ma attenta anche alle curiosità. Le è stata intitolata la sala conferenze della Biblioteca Civica Italo Calvino, a Torino.

2_Dina Rebaudengo

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Nella zona più antica del Monumentale una grande croce di marmo scuro indica il luogo dove riposa Amalia Guglielminetti. Era nata a Torino nel 1881 e vi morì nel 1941, per le conseguenze di una caduta mentre fuggiva nel rifugio durante un bombardamento aereo. Poco tempo prima aveva scritto le sue ultime volontà: la costruzione di una tomba a piramide con l’iscrizione “Essa è pur sempre quella che va sola” e l’istituzione di un premio letterario a suo nome. Ma entrambi i desideri non sono stati esauditi. Personaggio atipico nella buona società torinese del tempo per gli atteggiamenti anticonformistici che amava esibire, fu autrice di una raccolta di versi abbastanza famosa nei primi anni del Novecento; poi scrisse una serie di romanzi poco fortunati, per venire infine dimenticata già in vita ed essere ormai citata dagli storici della letteratura quasi esclusivamente per via della sua infelice relazione sentimentale con Guido Gozzano. Torino però non l’ha dimenticata e le ha dedicato una via.

3_Amalia Guglielminetti

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Carolina Invernizio è stata fra le più popolari autrici italiane di romanzi d’appendice tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Era nata a Voghera, ma visse a Torino e alla vigilia della Prima Guerra mondiale si trasferì a Cuneo, dove aprì il suo salotto di via Barbaroux a intellettuali e a personaggi della cultura del tempo, come recita la targa commemorativa posta sulla sua casa cuneese. Pubblicò centinaia di romanzi che ebbero un notevole successo di pubblico, anche se non di critica. Famosa la definizione di Antonio Gramsci che la definì “onesta gallina della letteratura italiana”; tra gli epiteti che le furono affibbiati, va ricordato “la casalinga di Voghera”, da cui avrebbe avuto origine l’espressione oggi divenuta di uso comune. Quello della sua straordinaria fortuna comunque non si può considerare un fenomeno esclusivamente letterario. Da alcuni suoi libri furono tratti soggetti per film muti, ma se ne sono fatte trasposizioni cinematografiche ancora negli anni ’50 e oltre. I suoi romanzi sono stati tradotti e hanno avuto successo anche all’estero, specie in America latina. Forse Gramsci non sarebbe stato d’accordo, ma anche a lei la città di Torino, riconoscente, ha dedicato una via.

4_Carolina Invernizio

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Giuseppina Eugenia Barruero era la “maestrina dalla penna rossa” del fortunato libro Cuore. Indimenticabile personaggio che si è fissato in modo indelebile nell’immaginario di più generazioni, è anonimamente seppellita nella tomba di famiglia, ma il Comune ha fatto apporre una lapide sulla sua casa di piazza Montebello 38, in Vanchiglia, un tempo quartiere popolare della sua Torino.

5_Giuseppina E. Barruero

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Una delle statue funebri più ammirate dai visitatori del Monumentale è in marmo bianco e rappresenta una giovane donna distesa e addormentata. Si trova poco lontano dall’ingresso principale e adorna la sepoltura di una grande stella del varietà degli anni ’20. Teresa Ferrero Navarrini, in arte Isa Bluette, era nata sul finire del secolo XIX in barriera di Milano, una zona popolare della città, e il suo destino sarebbe stato quello di lavorare nella Manifattura Tabacchi, come tante altre ragazze come lei. Ma a sedici anni lei decise di fare il gran salto e scelse il palcoscenico, diventando in breve tempo ricca e famosa. Ora si sta risvegliando l’interesse intorno a questo personaggio, che non solo importò da Parigi la passerella e modi nuovi di intendere il varietà, ma lanciò artisti come Macario, Totò e Milly. Per lungo tempo però la sua città ne ha rimosso la memoria.

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Carlotta Marchionni è stata l’attrice più famosa della sua generazione. Nacque a Pescia sul finire del secolo XVIII e si spense nel 1864 a Torino, dove aveva lavorato a lungo. Figlia d’arte, iniziò a recitare giovanissima nella Compagnia guidata dalla madre, poi entrò nella Compagnia reale sarda, dove rimase fino al suo ritiro dalle scene. Il particolare nella foto appartiene al monumento funebre che lei fece erigere in onore della madre amatissima, rappresentata sul letto di morte mentre saluta per l’ultima volta la figlia affranta. Maestra di un’altra famosa attrice, Adelaide Ristori, ebbe una parte significativa nel clima politico del Risorgimento piemontese, ma al contrario della sua allieva non è ricordata nella toponomastica di Torino.

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Nel suggestivo Sacrario dedicato a coloro che caddero durante la Resistenza sono conservati i resti di 1126 persone. Vi sono nomi noti ma anche tanti ignoti, nomi italiani ma anche stranieri, di combattenti che venivano dall’Unione Sovietica, da Austria, Polonia, Iugoslavia, Cecoslovacchia, Francia. Un ricordo è dedicato alle persone deportate e disperse nei Campi nazisti. Tra gli altri, i nomi delle due sorelle torinesi Vera e Libera Arduino. La sera del 12 marzo ’45, insieme al padre Gaspare e altre persone furono prelevate dalla loro casa da elementi delle Brigate Nere e trucidate nei pressi del Canale della Pellerina. Vera, 19 anni, apparteneva ai Gruppi di difesa della donna di Barriera di Milano, Libera era staffetta delle Sap (Squadre di Azione Patriottica).

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Si resta qualche minuto in silenzio, a meditare, di fronte a iscrizioni come questa, dedicata a una partigiana ignota.

Nel Cimitero ebraico, il monumento marmoreo che domina la tomba dove sono tumulati i resti di Paola e Rita Levi-Montalcini ha forme pulite e rigorose. Paola (Torino 1909 – Roma 2000), pittrice, nel 1992 insieme alla gemella Rita ha istituito la Fondazione Levi-Montalcini, per la formazione e l’educazione delle giovani generazioni e il conferimento di borse di studio a studentesse universitarie africane. Rita (Torino 1909 – Roma 2012), neurologa, nel 1986 è stata insignita del Premio Nobel per la medicina per le ricerche che la portarono alla scoperta e all’identificazione del fattore di accrescimento della fibra nervosa. Nel 2001 il Presidente della Repubblica Ciampi la nominò senatrice a vita. Nonostante i prestigiosi riconoscimenti, le alte cariche e le numerose onorificenze ricevute durante la sua lunga vita, la città che le diede i natali e in cui la scienziata compì i primi passi nella ricerca, non ha trovato finora il modo di intitolare un’area di circolazione a una così illustre cittadina.

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ITALIA – Le risorgimentali sulle strade del Veneto

di Nadia Cario

Il lavoro di ricerca iniziato dalle storiche alcuni anni fa, fa emergere L’altra metà del Risorgimento[1], figure femminili estremamente attive nelle lotte per l’Unità d’Italia, in contrasto con le descrizioni contenute nei libri degli storici del Risorgimento. Nel periodo dal 1848 al 1866, anno in cui il Veneto venne unito all’Italia, c’è stata una grande mobilitazione femminile accanto ai compagni combattenti e/o clandestini. Si è sviluppata inoltre una forte solidarietà femminile oltre i confini degli Stati. Donne portatrici di pensieri politici e sociali, con il desiderio di conquistare i diritti di cittadinanza e di parità a tutti gli effetti. Come forme di protesta nascono i primi “flash-mob”: contemporaneamente, senza nessun avviso pubblico, a Venezia in San Marco e a Padova al Santo, le nobildonne Maddalena Montalban Comello e Leonilde Lonigo Calvi organizzano una messa solenne in suffragio del defunto Cavour e vanno tutte vestite a lutto coinvolgendo la cittadinanza e riempiendo entrambe le Basiliche. Oppure organizzano all’improvviso delle passeggiate collettive in Prato della Valle vestite in abiti tricolori sotto al naso della stupita polizia austriaca. Nobildonne che affrontano il carcere a testa alta a cui non viene scontato nulla. Donne che hanno dato fondo ai propri beni e messo a disposizione le proprie reti familiari per far espatriare gli esuli, sono poi ritornate nell’ombra nonostante i riconoscimenti pubblici e i doni del re Vittorio Emanuele che al posto di medaglie conferì loro anelli d’oro con gemme tricolori o bracciali con brillanti. Alcune di loro sono ricordate nelle strade del Veneto.

Foto 1. Via_Antonia Masanello_Padova

Foto 1 Antonia Masanello. Padova

Antonia Masanello (Cervarese Santa Croce 28 luglio 1833 – Firenze 20 o 21 maggio 1862)

Nata in provincia di Padova è l’unica garibaldina dei Mille che, facendosi passare per un uomo perché alle donne non era permesso partecipare alla spedizione, combatté con «disinvoltura e coraggio», ottenendo il brevetto di caporale e il congedo con onore dopo la capitolazione della fortezza di Gaeta (13 novembre 1861). Le sue gesta venivano raccontate nei filò che si facevano nelle nostre campagne diventando una leggenda tramandata attraverso il racconto orale. Fuggita con il marito nel 1860 partirono da Genova con destinazione Marsala e raggiunse i Mille a Salemi. Soltanto un paio di ufficiali erano a conoscenza della sua reale identità ed ebbero a dichiarare che Tonina “avrebbe potuto comandare un battaglione se la sua condizione di donna non glielo avesse impedito”. Finita la missione con i mille si stabilì a Firenze, dove terminò i suoi giorni nella primavera del 1862.

Foto 2. Strada Laura Solera Mantegazza_Padova

Foto 2 Laura Solera Mantegazza. Padova

Laura Solera Mantegazza (Milano, 15 gennaio 1813 – Cannero Riviera, 15 settembre 1873)

Laura Solera è stata, con Teresa Gonfalonieri e Adelaide Cairoli, una delle donne più attive per il progresso civile dell’Italia in epoca risorgimentale. Nata a Milano, dopo la morte della madre e la fuga del padre in Svizzera per motivi politici, viene affidata ad un medico milanese amico di famiglia che la considera come una figlia. Si sposa diciassettenne e si dedica alla loro educazione. Nel 1848 durante le Cinque Giornate di Milano organizza l’assistenza dei feriti. Negli stessi giorni viene pubblicato il suo scritto “Madre Lombard”, un incitamento all’impegno sociale e politico delle donne. In questo periodo fonda il Ricovero dei bambini lattanti, la Scuola per adulte analfabete e la Scuola Professionale femminile. Da ultima crea l’Associazione generale delle opere milanesi, un’associazione comprensiva di tutte le altre precedenti da lei istituite.

Foto 3. Via Adelaide Ristori_Padova

Foto 3 Adelaide Ristori. Padova

Adelaide Ristori (Cividale del Friuli 30 gennaio 1822 – Roma 9 ottobre 1906)

Attrice ammirata e apprezzata, recita nei teatri di tutto il mondo facendo conoscere l’arte drammatica italiana. Recita anche in inglese e in francese. Oltre al successo, guadagna molti soldi, cosa eccezionale per l’epoca. Si sposa con Giuliano Capranica del Grillo che la segue nella sua attività. Nel 1855 fa la sua prima tournée all’estero, a Parigi, dove debutta con Francesca da Rimini di Silvio Pellico e trionfa con Mirra di Vittorio Alfieri. Qui viene in contatto con numerosi fuoriusciti italiani come Daniele Manin. Lei stessa non perde occasione per rivendicare il problema dell’unità nazionale italiana nei teatri in cui si esibisce in terra italiana ma ancora sotto il dominio asburgico o borbonico. Regolarmente i suoi spettacoli vengono interrotti dalla polizia: dal palcoscenico lancia slogan a favore dell’Italia e di Vittorio Emanuele II. Per il suo patriottismo riceve gli elogi da Cavour che le affida nel 1860, in occasione della sua prima tournée a San Pietroburgo, una delicata missione presso la corte dello Zar. In Inghilterra, viene accolta con entusiasmo, soprattutto dagli immigrati italiani che si presentano alle sue recite sventolando nastri con il tricolore. Si ritira dalle scene nel 1855 occupandosi di assistenza ai bisognosi, emancipazione e diritti delle lavoratrici.

Foto 4. Gualberta Alaide Beccari_PD

Foto 4 Gualberta Alaide Beccari. Padova

Gualberta Alaide Beccari (Padova 19.06.1842 – Villa S. Michele in Bosco 09.1906)

Nasce in una famiglia di idee repubblicane nella quale i sentimenti patriottici sono intrecciati con la passione per il teatro e un forte senso di impegno civile. I genitori sospettati di attività rivoluzionaria dalla polizia austriaca, nel 1859 si trasferiscono con la famiglia a Modena tra degli esuli veneti.

Gualberta fin da giovane manifesta il desiderio di diventare giornalista per battersi in favore dei diritti delle donne; diventa così protagonista di un’intensa stagione di dibattiti sull’emancipazione che le istanze risorgimentali incoraggiavano, nei quali rivendica la necessità di un rinnovamento morale della figura femminile quale base per il consolidamento della neonata nazione italiana. Il suo pensiero si basa sull’ideologia politica di Mazzini, che riconosce alle donne la cittadinanza sociale, professionale e politica, affermando che non solo devono essere ammesse al voto, ma possono anche essere votate ed elette come rappresentanti del popolo. Tornata in Veneto dopo l’annessione, strumento di questa battaglia è la rivista La Donna da lei fondata nel 1868 a Padova, riunendo attorno a sé un gruppo di poete, letterate, insegnanti, intellettuali, tra cui Anna Maria Mozzoni, Elena Ballio, Luisa Tosco, Giorgina Saffi. La rivista s’impone fin dal suo esordio come il più importante organo di discussione e informazione del primo movimento emancipazionista italiano, facendosi conoscere e apprezzare in tutta Italia.

Foto 6. Via Erminia Fuà Fusinato_Rovigo

Foto 5 Erminia Fuà Fusinato. Rovigo

Erminia Fuà Fusinato (Rovigo 23.10.1834 – Roma 30.09.1876)

Manifesta fin da ragazza un forte senso patriottico e comportamento deciso, amante delle lettere con la passione per la poesia. Partecipa agli avvenimenti risorgimentali attraverso l’attività cospiratrice del padre. Nel 1856, contro la volontà del padre, sposa Arnaldo Fusinato, poeta e patriota e intraprende l’attività insurrezionale con lui e il cognato Clemente diventando ben presto una loro importante collaboratrice nei collegamenti con il Comitato centrale di Alberto Cavalletto a Torino. E’ attiva tra Padova e Castelfranco. Insieme al marito e all’amica Enrichetta Usuelli Ruzza lavora nella rete cospirativa dei moderati e scrive poesie patriottiche. Nel 1861 si reca in Piemonte con un comitato di patrioti veneti e rivolge al re il famoso appello: “Sire, i Veneti soffrono e vi aspettano”. Nell’ottobre 1864, con i figli raggiunge il marito in esilio a Firenze.Dopo l’annessione del Veneto ricopre diversi ruoli pubblici e ufficiali come Ispettrice delle scuole femminili e come Direttrice della Scuola Superiore femminile della Palombella di Roma.

Foto 8. Via Teresa Casati_Mestre_VE

Foto 6 Teresa Casati Mestre-Venezia

Teresa Casati (Milano 17 settembre 1787 – 26 settembre 1830)

Di nobile famiglia milanese, sposa il conte Federico Confalonieri, carbonaro e massone. Lei è una “giardiniera”, la carboneria femminile, che invece di incontrarsi nelle “vendite” si incontra nei giardini o nei salotti. I due hanno una forte intesa intellettuale testimoniata dalle lettere che si scrivono quando sono lontani. Nel suo salotto Teresa mantiene i contatti con i più autorevoli liberali lombardi, e più frequentemente anche nel foyer della Scala. Dopo la sconfitta di Napoleone, a Milano arrivano gli austriaci che cominciano ad arrestare da subito alcuni cospiratori. La coppia intraprende un viaggio-fuga verso sud pedinati dalla polizia che registra tutti gli spostamenti e gli incontri. In questo viaggio Teresa matura l’idea che la soggezione in cui si trova il popolo, specie nello Stato della Chiesa, è il frutto di una educazione scolastica che fin dai primi anni sottomette il ragazzo impedendogli di pensare. Bisognava perciò sottrarre i giovani al dominio pedagogico esercitato dagli istituti religiosi e promuovere nuove forme di insegnamento. Comincia così a raccogliere fondi per creare nuove scuole che si ispirassero a nuovi modelli pedagogici favorendo idee libertarie, modelli come quelli del maestro Giacinto Mompiani che va a conoscere. Istituisce alcune scuole di insegnamento mutuo con l’aiuto del marito e mobilita le amiche giardiniere per finanziarle. Arrivate a 500 iscritti, le autorità, considerandole pericolose, fanno chiudere le scuole di insegnamento mutuo. Arrestato il marito per alto tradimento, Teresa si spenderà in viaggi a Vienna presso l’imperatore per salvarlo.

Jessie White Mario (Gosport 9.5.1832 – Firenze 5.3.1906)

 Giornalista inglese in Italia per raccontare il nostro risorgimento ne divenne la patriota più ardente. Definita “Miss Uragano”, seguace di Mazzini, infermiera in quattro campagne con Garibaldi, venne incarcerata dove conobbe un altro patriota di Lendinara (RO) Alberto Mario che sposò. Visse anche a Lendinara dove esiste tuttora la casa e la tomba nel cimitero locale. Amica di Carducci, di Anna Kulischioff, di Anna Maria Mozzoni, di Gualberta Beccari. Da rapporti della polizia risulta attiva a Padova nella raccolta di fondi a seguito delle Cinque Giornate di Milano. Dal 1870 si occupa in tre progetti di ricerca riguardanti:

  • il problema della pellagra nelle campagne, dovuta alla cattiva alimentazione dei braccianti.
  • la ricerca sulle condizioni dei poveri di Napoli, vista erroneamente dal governo come una città molto prosperosa. Da questa sua ricerca fu pubblicato un libro – La miseria di Napoli – nel 1877.
  • la salute dei minatori nelle solfatare siciliane. Una denuncia del largo uso di lavoro minorile e delle cattive condizioni di lavoro e di salute dei minatori siciliani che arrivavano ad essere inidonei al servizio militare.

Foto 11. Anita Garibaldi_Rovigo

Foto 7 Anita Garibaldi Rovigo

Anna Maria de Jesus Ribeiro da Silva (Morinhos Brasile 30 agosto 1821 – Mandriole Ravenna 4 agosto 1849)

Rivoluzionaria brasiliana naturalizzata italiana incarna l’ideale di amazzone che lotta per i diritti dei popoli. Nel 1840, in Brasile, combatte nella battaglia di Curitibanos e viene presa prigioniera dalle truppe imperiali brasiliane. Con uno stratagemma riesce a fuggire a cavallo e raggiunge il compagno Garibaldi nel Rio Grande do Sul. Grazie alla sua abilità a cavallo, sfugge ad una nuova cattura. Con il figlio appena nato lasciano il Brasile per andare a vivere in Uruguay dove si fermano sette anni e consolidano il loro rapporto con altre nascite e il matrimonio. Quando giungono dall’Europa notizie delle prime rivoluzioni europee decidono di partire per l’Italia e Anita con i figli si imbarca per raggiungere Nizza dove trova ospitalità dalla madre di Garibaldi. Gli eventi della Repubblica Romana vedono Garibaldi a Roma e Anita lo raggiunge per combattere. Nella fuga verso la Repubblica di Venezia Anita contrae la malaria, che la fermerà a Mandriole di Ravenna. E’ conosciuta come l’Eroina dei Due Mondi.

Foto 12. Via_Maddalena Montalban Comello_Conegliano_TV

Foto 8 Maddalena Montalban Comello. Conegliano (TV)

Maddalena Montalban Comello (Conegliano 16 settembre 1820 – Venezia 31 maggio 1869).

Contessa di idee mazziniane partecipa attivamente alla vita della Repubblica di San Marco (1848-1849) aderisce con Elisabetta Michiel Giustinian, Teresa Manin, Teresa Mosconi Papadopoli e altre, alla Pia associazione pel soccorso ai militari raccogliendo fondi sia per la cura che per l’equipaggiamento dei battaglioni. Mette a disposizione le sale del proprio palazzo per la cura dei feriti. E’ tra le fondatrici del “Circolo delle Donne italiane” uno dei pochi giornali italiani femminili del ’48. Coordina il comitato rivoluzionario di Venezia e promuove iniziative, tra cui quella di far forgiare una spada da donare a Garibaldi a nome delle venete, per far liberare il Veneto che le costerà il carcere. Collabora sia con le organizzazioni democratiche e rivoluzionarie che con le organizzazioni moderate ponendo come ideale il raggiungimento dell’unità d’Italia. Sostiene l’azione di Garibaldi nell’impresa di Mentana spedendo alcune centinaia di camicie rosse fatte confezionare apposta dalle donne del comitato. In una lettera a Garibaldi, afferma: «La natura mi fece il torto di farmi donna perché il nostro sesso è pieno di schiavitù».

Nel 1861 viene arrestata una prima volta con altre cospiratrici unitarie, nel 1863 con Leonilde Lonigo Calvi con l’accusa di perturbazione di pubblica tranquillità e di alto tradimento, facendosi in tutto 28 mesi di reclusione. Definita cospiratrice di tutto rispetto viene inserita, unica donna, tra gli allontanati da Venezia con il bando del 1866. Dopo l’annessione viene ricevuta, assieme a poche altre patriote dal Re Vittorio Emanuele II che le fa omaggio di anello con pietre tricolori. Nel 1867 Garibaldi le rende visita, un anno prima della morte, causata da una malattia contratta in carcere.

[1] Nadia Maria Filippini, Liviana Gazzetta, a cura di, L’altra metà del Risorgimento. Volti e voci di patriote venete, Cierre, 2011




ITALIA – La fotografia del lavoro accessorio nel working paper INPS – Veneto Lavoro

Non ci sono evidenze statistiche che i voucher lavoro contrastino il sommerso né che il lavoro accessorio sia solo un impiego occasionale: l’analisi del working paper “Il lavoro accessorio dal 2008 al 2015. Profili dei lavoratori e dei committenti”, a cura di Bruno Anastasia, Saverio Bombelli e Stefania Maschio ( (INPS – Veneto Lavoro) mette in luce i punti deboli dello strumento alla luce del suo recente boom: 1,4 milioni di buoni utilizzati nel 2015 (25mila del 2008), committenti a quota 473mila (10mila del 2008) nel 40% dei casi con utilizzo per più anni, costo del lavoro dello 0,23%, numero di lavoratori 8%.

Precariato
Il profilo medio dei lavoratori pagati con voucher: 36 anni, uomo o donna senza distinzioni, 60 buoni riscossi in media l’anno (478 euro netti, con un guadagno di 217 euro per un terzo del totale e punte di 2250 euro per un esiguo 2%) per i 4/5 con unico committente annuo.

Il gruppo più numeroso di prestatori di lavoro accessorio è rappresentato da occupati presso altre imprese (29%) ma la maggioranza è rappresentata da precari. Nel dettaglio: 23% disoccupati (età media elevata), 18% che percepiscono ammortizzatori sociali, 14% inoccupati, 8% pensionati e altrettanti che svolgono altro lavoro autonomo, parasubordinato ed operai agricoli. Insomma, come si legge nel rapporto:

«al netto dei pensionati, nella stragrande maggioranza non è tanto un popolo “precipitato” nel girone infernale dei voucher dall’Olimpo dei contratti stabili e a tempo pieno (Olimpo a cui spesso non è mai salito) ma un popolo che, quando è presente sul mercato del lavoro, si muove tra diversi contratti a termine o cerca di integrare i rapporti di lavoro a part-time».

La distribuzione geografica vede Lombardia, Veneto e Friuli-Venezia Giulia in testa con il 43% dei voucher venduti. Il lavoro accessorio è caratterizzato da un’alta percentuale di turn over (quota nuovi lavoratori 60-70% annuo), tasso di ripetizione al 50%, prestatori “seriali” per periodi prolungati 20%.

Sommerso

La ricerca dimostra che non ci sono evidenze che provino una relazione positiva nei confronti del lavoro nero. Si può invece pensare, si legge nel rapporto:

«più che a un’emersione, a una regolarizzazione minuscola (parzialissima) in grado di occultare la parte più consistente di attività in nero. In questo senso si può pensare ai voucher come la punta di un iceberg: segnalano il nero, che però rimane in gran parte sott’acqua».

E se li abolissimo?
Se lo chiedono, in conclusione del rapporto, i ricercatori.

«Le forze sociali che chiedono l’abolizione dei voucher ritengono che gli altri strumenti esistenti (lavoro a termine, lavoro somministrato) siano idonei e sufficienti a organizzare (e quindi pagare) anche le varie forme di lavoro accessorio».

In realtà, più che il contrasto al lavoro nero, il punto a favore dei voucher risulta essere la sburocratizzazione del rapporto di lavoro. E da qui la domanda su quanto sia indispensabile regolarizzare a tutti i costi anche gli scambi di mercato di minimo importo.

“Per quanto riguarda le imprese, la risposta non può che essere positiva, perché non ci possono essere costi che non debbano essere documentati/registrati. Altrettanto non si può dire per gli scambi con elevata caratteristica di marginalità/frammentarietà tra lavoratori (più o meno marginali) e famiglie”.