Rischi finanziari

L’educazione finanziaria ha l’intento di uscire dai luoghi comuni e di far conoscere le diverse sfaccettature del rischio finanziario in modo tale che investitori e investitrici possano scegliere con maggiore consapevolezza i propri investimenti.

Quello del rischio finanziario è un argomento molto complicato perché tratta una materia decisamente ampia.

Se definiamo il rischio come l’eventualità di subire un danno connesso a circostanze più o meno prevedibili, per rischio finanziario intendiamo la variabilità o la volatilità di investimenti che possono portare a perdite di guadagni passati o a perdite di capitale.

I rischi finanziari sono di diverso tipo.

Il rischio specifico è quello riguardante la singola azienda: investire il capitale su un titolo azionario o obbligazionario di una società significa legare il risultato all’andamento di quella sola emittente.

Se scommetto su un unico cavallo e il cavallo si azzoppa, io perdo tutto e allora perché assumermi tanti rischi quando esiste la diversificazione?

Il rischio sistematico è legato alle oscillazioni di mercato che possono avvenire per una qualsiasi notizia o avvenimento: le elezioni politiche, un possibile incidente diplomatico, un crollo del prezzo del petrolio sono in grado di generare una volatilità dovuta alla fase d’incertezza, che può essere contenuta con una corretta pianificazione dell’orizzonte temporale dell’investimento.

Il rischio legato al market timing riguarda la convinzione di molti investitori e investitrici di riuscire a entrare nei mercati sui minimi storici e uscirne ai massimi, cosa quasi impossibile da ottenere: molto spesso si fanno delle scelte sbagliate anche per consigli dati da pseudo guru della finanza, arrivando ad accumulare in tal modo anche pesanti perdite. Se esistesse il market timing perfetto esisterebbero tanti miliardari, non siete d’accordo?

La cosa migliore, quindi, è sempre stabilire il corretto orizzonte temporale del proprio investimento per raggiungere i risultati attesi.

Il rischio liquidità consiste invece nel non riuscire a smobilizzare i propri investimenti quando ci occorrono i denari, questo può accadere per aver comprato dei titoli che non sono vendibili nel mercato secondario o titoli che sono poco scambiati e qualora trovassimo acquirenti sarebbero loro a stabilirne il prezzo.

 

 

 




GRECIA – Il no stravince al referendum. Tsakalotos Nuovo ministro delle Finanze: “Non possiamo accettare una soluzione non praticabile”

Solo una trentina di righe in cui viene chiesto un prestito triennale e in cambio vengono promesse una serie di riforme. Questa la proposta della Grecia di Tsipras e del neo ministro Euclid Tsakalatos all’Europa dei creditori, inviata al fondo salva-stati “Esm”.

“La repubblica greca è pronta a varare un comprensivo pacchetto di riforme e misure incentrato ad assicurare la sostenibilità del bilancio, la stabilità finanziaria e la crescita economica di lungo periodo”. Oltre alle riforme immediate di fisco e pensioni, il governo promette di includere anche delle “misure aggiuntive per rafforzare e modernizzare l’economia”. “Per evitare ogni dubbio questa missiva sovrascrive le nostre precedenti richieste inviate nella lettera datata 20 giugno 2015” conclude la lettera.

Riportiamo  le ana­lisi del suc­ces­sore di Yanis Varou­fa­kis dei pro­blemi che affronterà come nuovo mini­stro delle Finanze di Atene:

“La nostra tesi prin­ci­pale è che la crisi greca non sia asso­lu­ta­mente da con­si­de­rarsi un caso par­ti­co­lare. Al con­tra­rio, essa costi­tui­sce il para­digma di una più gene­rale crisi dell’assetto poli­tico ed eco­no­mico neoliberista.

In que­sto senso, è neces­sa­rio non solo com­pren­dere le ori­gini della crisi eco­no­mica glo­bale ma anche capire per­ché la strut­tura eco­no­mica e isti­tu­zio­nale dell’eurozona si sia rive­lata ina­de­guata per affron­tare gli effetti della crisi esplosa nel 2008.

Le poli­ti­che di auste­rità che hanno domi­nato la scena sin dall’avvento della crisi hanno raf­for­zato l’impostazione neo­li­be­ri­sta dell’economia e della società. Lo spa­zio per rispon­dere alle domande pro­ve­nienti dagli strati più bassi della società si sono andati dram­ma­ti­ca­mente ridu­cendo, anche rispetto al periodo, comun­que con­tras­se­gnato dall’egemonia neo­li­be­rale, pre­ce­dente la crisi.

Tale irri­gi­di­mento ha coin­ciso con un sem­pre mag­giore distacco tra le élite la realtà sociale o, alter­na­ti­va­mente, con una cre­scente inca­pa­cità delle mede­sime élite di rece­pire pro­po­ste di solu­zione ai pro­blemi pro­ve­nienti dall’esterno dei loro circoli.

La riso­lu­zione finale della pre­sente crisi non potrà por­tare alla rico­stru­zione delle con­di­zioni vis­sute delle eco­no­mie neo­li­be­rali prima del 2008 né, tan­to­meno, con­durre verso il ritorno di un sistema social­de­mo­cra­tico di tipo Key­ne­siano. Dovremmo ricor­dare che non vi fu nes­sun ritorno agli sta­tus quo pre­ce­denti in seguito alle due grandi crisi degli anni ’30 e ’70.

Dun­que, da que­sta crisi si muo­verà o nella dire­zione di un’economia capi­ta­li­stica carat­te­riz­zata da un sostan­ziale auto­ri­ta­ri­smo oppure verso un lungo periodo di tra­scen­denza rispetto ad alcuni degli ele­menti fon­da­men­tali del capitalismo.

La nostra visione rispetto alla situa­zione attuale può essere sin­te­tiz­zata nelle quat­tro tesi che seguono.

La crisi che ha inve­stito la Gre­cia non pre­senta alcun carat­tere di eccezionalità
La nar­ra­tiva che vor­rebbe la Gre­cia come un caso iso­lato ed ecce­zio­nale si fonda su tre ele­menti tra di loro inter­con­nessi. In primo luogo, l’irresponsabilità fiscale dei poli­tici greci. In secondo luogo, le dina­mi­che clien­te­lari che afflig­gono il sistema poli­tico greco. Infine, sia l’irresponsabilità della classe poli­tica che il clien­te­li­smo dif­fuso sareb­bero da ricon­durre a una gene­rale inca­pa­cità di moder­niz­zarsi del paese.

Tutto ciò dovrebbe con­durre a una giu­sti­fi­ca­zione dell’austerità fon­data sulla favola cal­vi­ni­sta cara ad Angela Mer­kel, per la quale i pec­ca­tori deb­bono essere puniti per gli sba­gli da loro com­messi nel pas­sato. La nostra visione non potrebbe essere più lon­tana da quella appena sintetizzata.

La Gre­cia, all’alba dell’esplosione della crisi, era com­ple­ta­mente posi­zio­nata all’interno di un’impostazione neo­li­be­ri­sta sia dal punto di vista eco­no­mico che da quello poli­tico. Il paese si tro­vava a con­di­vi­dere con gli altri Stati mem­bri tutti i tratti carat­te­riz­zanti le eco­no­mie fon­date su basi neo­li­be­ri­ste, così come tutti i fal­li­menti spe­ri­men­tati dalle stesse eco­no­mie. In altre parole, la crisi greca è com­pren­si­bile solo se la si guarda come una mani­fe­sta­zione della crisi glo­bale del neo­li­be­ri­smo piut­to­sto che come una crisi dovuta all’incapacità di appli­care, in modo effi­cace, le ricette pro­prie dello stesso sistema neoliberale.

Siamo di fronte ad una crisi glo­bale del neo­li­be­ri­smo e del capitalismo
La nostra seconda tesi è con­fer­mata dal fatto che l’epicentro della crisi è loca­liz­za­bile nei paesi più avan­zati dal punto di vista dell’applicazione delle ricette neo­li­be­ri­ste, piut­to­sto che in paesi ‘sta­ta­li­sti’ quali la Fran­cia o la Gre­cia. La nostra inter­pre­ta­zione della crisi, inol­tre, rifiuta net­ta­mente l’interpretazione orto­dossa sulla base della quale il mal­fun­zio­na­mento dei sistemi eco­no­mici sarebbe da ricon­durre a ragioni eso­gene al sistema stesso. Le radici della crisi sono, altresì, legate all’incertezza e all’instabilità endo­ge­na­mente pro­dotta dal sistema capitalistico.

La crisi ha messo a nudo la fra­gi­lità del sistema poli­tico post 2008.
Dopo una breve fase in cui i prin­ci­pali ele­menti carat­te­riz­zanti l’impostazione neo­li­be­ri­sta – la dere­go­la­men­ta­zione del sistema finan­zia­rio, i super­bo­nus dei mana­ger, gli squi­li­bri macroe­co­no­mici tra paesi o gli effetti dell’individualismo sulla coe­sione sociale – sono stati messi in discus­sione dalle stesse élite, vi è stato un rapida e rin­no­vata con­ver­genza verso lo sta­tus quo ideologico.

In tale con­te­sto, la domanda da un milione di dol­lari è stata: per quale motivo la crisi del 2008 non è stata colta, dalla social­de­mo­cra­zia, come un’opportunità per riaf­fer­mare le pro­prie ragioni sull’ideologia neoliberista?

Per­ché la crisi del 2008 non è stata colta dalla social­de­mo­cra­zia come un’opportunità per riaf­fer­mare le pro­prie ragioni sull’ideologia neo­li­be­ri­sta?

La nostra ipo­tesi è che i social­de­mo­cra­tici siano intrap­po­lati in quel che viene defi­nito da Blyth nel 2002 il «cogni­tive loc­king». Dopo tanti anni di ege­mo­nia cul­tu­rale neo­li­be­ri­sta i social­de­mo­cra­tici si son sco­perti non più in grado di guar­dare il modo da un’altra prospettiva.

Dalla crisi attuale non è pos­si­bile tor­nare indietro.
La nostra tesi con­clu­siva è che dalla crisi che stiamo spe­ri­men­tando non è pos­si­bile tor­nare indie­tro. Le strade pos­si­bili sono due. Una svolta verso una forma di capi­ta­li­smo auto­ri­ta­rio o una tra­scen­denza di alcuni degli ele­menti fon­da­men­tali del capi­ta­li­smo. Nel secondo caso si avrà un disve­la­mento degli effetti cor­ro­sivi pro­dotti da una visione inge­gne­ri­stica della eco­no­mia in cui un unico modello è valido per tutte le società.

Il razionalismo-tecnocratico fa di con­cetti quali la «com­pe­ti­ti­vità» o la «fles­si­bi­lità del mer­cato del lavoro» ele­menti di per sé pre­gni di valore e sulla base dei quali i paesi ven­gono costan­te­mente clas­si­fi­cati. Que­sta visione ha avuto un effetto deva­stante sullo stato di salute delle demo­cra­zie occi­den­tali. E sulla capa­cità di costruire una nar­ra­tiva basata sulle domande cre­scenti pro­ve­nienti dagli strati più bassi della società.

Il legame fon­da­men­tale tra la demo­cra­zia e il fun­zio­na­mento del sistema eco­no­mico dovrà, dun­que, essere posto al cen­tro della rispo­sta della sini­stra alla pre­sente crisi.”

* Quello qui è pre­sen­tato è un estratto da «Cru­ci­ble of resi­stance. Greece, the Euro­zone and the World Eco­no­mic Cri­sis» di Euclid Tsa­ka­lo­tos e Chri­stos Laskos (Plu­to­Press 2013).

E’ uno dei testi migliori sulla crisi tra Gre­cia e Europa e pre­senta le ana­lisi del suc­ces­sore di Yanis Varou­fa­kis sui pro­blemi che ora affronta come nuovo mini­stro delle finanze di Atene.

Tra­du­zione di Dario Guarascio

LE POSIZIONI DELL’EUROGRUPPO:

Taglio del debito? Non se ne parla, ma la Grexit è cosa buona

LETTONIA: «Se in un sistema c’è un elemento che non funziona, rimuovere quell’elemento può essere positivo» per l’insieme dell’Eurozona. Il ministro delle Finanze della Lettonia, Janis Reirs, non ha lasciato alcun dubbio sulla sua posizione. E arrivando all’Eurogruppo straordinario sulla Grecia ha ricordato che il suo Paese ha fatto grandi riforme strutturali che comprendevano anche «il taglio del 30% del personale e dei salari» nel settore pubblico.
ESTONIA –  Il 6 luglio con un provocatorio tweet il presidente estone Toomas Hendrik Ilves aveva proposto di chiedere con un referendum negli altri 18 paesi se i cittadini vogliono aumentarsi la tasse per un altro salvataggio della Grecia.
FINLANDIA –  I piccoli Paesi del Nord sono più duri della Germania, aveva dichiarato qualche giorno fa il ministro delle Finanze francese Michel Sapin. E tra i più duri c’è la Finlandia. Il ministro di Helsinki Alexander Stubb ha chiarito subito: «Non vogliamo alleggerire il debito greco, è stato già fatto nel 2011 e 2012». E ha chiuso anche al progetto di un prestito ponte da elargire attraverso lo European Stability mechanism (Esm).Tuttavia il 6 luglio aveva spiegato di essere disponibile a discutere di una eventuale estensione dei prestiti. La linea morbida nei confronti della Grecia rischia in Finlandia di alimentare il partito euroscettico.
SLOVACCHIA –  La ristrutturazione del debito «è la questione più delicata per la maggior parte dei Paesi» dell’eurozona e per la Slovacchia «è assolutamente impossibile», sono state invece le parole nette del ministro slovacco delle Finanze Peter Kazmir.

LA GERMANIA E I SUOI ALLEATI: NO ALLA  GREXIT

GERMANIA – In Germania non c’è solo il falco delle finanze Wolfgang Schauble a imporre la linea dura. Ma anche i nomi più in vista della Spd, che fa parte della Grosse Koalition di governo. I tedeschi sulla carta vogliono evitare la Grexit, ma le posizioni sono distantissime. Schaeuble ha dichiarato: «Chi conosce i trattati Ue sa che il taglio del debito è vietato». Mentre la cancelliera Angela Merkel ha avvertito: «Mancano ancora le basi per negoziare». E al termine dell’Eurosummit ha aggiunto: «Stasera molti attorno al tavolo hanno detto che un haircut del debito greco non avrà luogo perché questo è vietato nell’euro zona». «Prima di parlare di una ristrutturazione del debito», ha concluso, «vediamo quel che la Grecia può fare».
LITUANIA –  La Lituania chiede riforme, ma è disponibile al negoziato: «Siamo qui per ascoltare il nuovo ministro greco Tsakalotos» in quanto è «necessario rendere le cose più chiare e trovare una strada da seguire», perché «in politica c’è sempre spazio per un compromesso», ha detto il ministro delle finanze lituano Rimantas Sadzius. La Grexit, ha sottolineato, «per noi non è un’opzione per noi».
AUSTRIA –  Il giorno successivo al referendum, il cancelliere austriaco Werner Faymann, considerato nell’ultimo periodo ben disposto verso Atene, aveva spiegato: «Non vedo una strategia» del governo greco, «Un ponte si può costruire solo se anche l’altra parte contribuisce un po’».

SPAGNA – Il governo Rajoy era tra i più intransigenti verso Atene, ma il 7 luglio il ministro delle Finanze De Guindos che aspira al ruolo di presidente dell’Eurogruppo sostiene che Madrid «rispetta l’esito del referendum» ed è «aperta» ad un «nuovo round di aiuti». «Non contemplo l’uscita della Grecia dall’euro».

IL CASO: L’ITALIA

ITALIA –  L’Italia dovrebbe essere, a guardare le sue condizioni finanziarie, tra i migliori alleati della Grecia. Ma per ora si tiene strategicamente ben distante. Il premier Matteo Renzi ha institito sulla necessità di una maggiore integrazione politica europea. E per l’apertura di una fase sempre più necessaria di crescita e investimenti che superi le rigidità dell’euroburocrazia. Ma il primo ministro ha cercato in questi mesi di dialogare direttamente con Berlino. E il carico del nostro debito rende la sua posizione assai scomoda in questo frangente. Uscendo dall’Eurosummit, Renzi ha dichiarato: «Rispetto all’ultima volta non mi pare ci siano le condizioni per parlare ‘in modo strategico del debito’ della Grecia». «La palla», ha aggiunto, «ora è nel campo del governo greco, che domenica dovrà presentare le sue proposte: se saranno ritenute accettabili, si troverà l’intesa, come credo e spero».

SI’ ALL’ACCORDO

IRLANDA – Stupisce la totale apertura irlandese. La nazione Smeraldo che ha subito i colpi duri della crisi del debito si è schierata a fianco dei greci. La ristrutturazione del debito «fa parte delle discussioni» sulla Grecia, ha detto il ministro delle Finanze irlandese Michael Noonan. Il premier Enda Kenny è stato ancora più caloroso: «È giunto il momento ora di dare un po’ di speranza al popolo greco».

LUSSEMBURGO – Il Lussemburgo membro fondatore dell’Unione e Paese del presidente della Commissione Jean Claude Juncker è aperto a tutti gli scenari: «Dobbiamo ascoltare tutte le opzioni», inclusa quella della ristrutturazione del debito, «anche se questo non vuol dire che io sia d’accordo», ha dichiarato il ministro delle finanze del Gran Ducato, Pierre Gramegna.
BELGIO – Il Belgio fa parte del gruppo dei Paesi più concilianti nei confronti di Atene. Eppure il premier Charles Michel non nasconde la stanchezza: «Aspettiamo da parte di Tsipras proposte concrete, precise e convincenti, e innanzitutto ascolteremo quello che ha da dire». Per fare un accordo, ha aggiunto Michel, «bisogna essere in due».
FRANCIA: «Tsipras faccia proposte serie e credibili», chiede il presidente Hollande, che sempre a fianco della cancelliera tedesca ha definito «urgente per la Grecia e l’Europa» che si arrivi a un’intesa. Altri esponenti francesi si sono sbilanciati di più. Il ministro dell’Economia Emmanuel Macron, subito dopo il risultato del referendum di Atene, aveva invitato i governi europei a essere ragionevoli: «Sarebbe un errore storico schiacciare il popolo greco». Lo stesso ha ribadito il collega alle Finanze Michel Sapin: il posto della Grecia «è in Europa ed è nell’euro», h affermato Sapin, dicendosi convinto che Atene sia «capace di fare proposte concrete, solide, durevoli, che sono indispensabili per il dialogo con i partner». Il ministro ha inoltre sottolineato che la Francia, considerata da alcuni più accomodante della Germania, ha «le stesse esigenze degli altri in materia di serietà delle proposte», ma «ha forse un po’ più il senso della storia dell’Europa».




THAILANDIA – Stretta Ue sulla pesca illegale: 8mila pescherecci a riva

I controlli di Bangkok imposti dall’Unione Europea hanno rivelato migliaia di imbarcazioni fuori norma. La Thailandia ha una settimana di tempo per mettere in regola il settore, pena il bando delle importazioni nel vecchio continente. Il peschiero occupa 300mila persone, migliaia delle quali rischiano di perdere il lavoro.
Più di 8mila pescherecci thailandesi rischiano di vedersi negata l’autorizzazione alla pesca, in seguito ai controlli effettuati negli ultimi mesi dal governo per combattere la pesca illegale. In 22 provincie del Paese, sono state trovate migliaia di imbarcazioni con numero di registrazione invalido, permesso scaduto, o altri parametri fuori norma. Se tutti i pescherecci dovessero essere banditi, sarebbe un colpo durissimo per l’industria peschiera thailandese, settore che occupa circa 300mila persone.
I controlli delle autorità fanno seguito al “cartellino giallo” che l’Unione Europea ha inflitto a Bangkok lo scorso aprile, minacciando di sospendere le importazioni di pesce se la Thailandia non fosse riuscita, entro sei mesi (cioè entro fine ottobre), a raggiungere precisi standard di regolamentazione della pesca volte a diminuire l’illegalità e favorire la tutela dell’ambiente. Le azioni richieste al governo comprendono la registrazione delle barche, l’istallazione di sistemi satellitari in grado di tracciare il percorso dei pescherecci, la costruzione di centri per il controllo della pesca, l’aumento dei controlli del pescato nei porti.
Le misure restrittive imposte dall’Unione Europea hanno scatenato la rabbia dei pescatori, che a migliaia hanno scioperato per giorni lo scorso luglio in 22 provincie. La messa in pratica delle regolamentazioni, infatti, aveva impedito alla maggioranza dei pescatori di entrare in mare, per paura di essere fermati dalla polizia. La pena massima per i possessori dei pescherecci sono tre anni di prigione. Per solidarietà, anche molti pescatori in regola si sono rifiutati di prendere il mare, creando il caos nel settore.
Gli esiti dei controlli sui 40mila pescherecci registrati al Thailand’s National Shippers’ Council, sono stati resi noti  da Kamolsak Lertpaiboon, segretario della Thai Fisheries Association. Le licenze di 8.024 pescherecci che operano nel Golfo della Thailandia e nel Mare delle Andamane saranno revocate se i pescatori non agiranno entro breve. Secondo Lertpaiboon, la maggior parte delle imbarcazioni fuori regola non pescano in acque thailandesi ma indonesiane e malaysiane.
L’Unione Europea annuncerà a dicembre se la Thailandia sia da inserire nella lista nera (con conseguente blocco delle importazioni) o se Bangkok avrà mostrato sufficiente collaborazione.
La Thailandia è il terzo esportatore di pescato al mondo: l’anno scorso il mercato ha raggiunto i tre miliardi di dollari. Il giro d’affari con l’Europa ammonta tra i 575 e i 730 milioni di euro l’anno




FRANCIA – Disoccupazione ai massimi storici: 2,845 milioni francesi senza lavoro

I sindacati hanno proclamato una settimana di “scioperi illimitati” con lo scopo di impedire l’approvazione della nuova legge sul lavoro proposta dal presidente della Repubblica Francois Hollande.

Della legge si parla da mesi e fin dall’inizio è stata osteggiata dalle organizzazioni dei lavoratori, ma nelle ultime settimane la tensione è arrivata a livelli non più controllabili. La legge, infatti, smantella moltissimi aspetti del diritto del lavoro che erano dati per acquisiti e rende più flessibile il mercato dell’impiego. La disoccupazione in Francia è arrivata ai suoi massimi storici. E questo è successo proprio sotto la presidenza Hollande le cui ricette economiche, evidentemente, non sono riuscite a dare una risposta convincente alla crisi.

I dati parlano chiaro: nel primo trimestre del 2012 i disoccupati erano 2,582 milioni che passano a 2,648 milioni nel secondo trimestre per iniziare un crescendo rossiniano. Nel secondo trimestre del 2014, a due anni dall’insediamento dell’ex segretario del partito socialista alla presidenza, erano arrivati a 2,790 milioni per poi raggiungere il picco nel quarto trimestre del 2015: 2,935. L’ultimo dato, relativo al primo trimestre del 2106, fissa il numero di francesi disoccupati a 2,845 milioni.

Di fronte a questi numeri la risposta dell’ex segretario del partito socialista francese, che ha tradizioni assai più “radicali” di quelle della sinistra italiana, ha proposto un ampliamento delle causali che rendono legittimo il licenziamento di tipo economico come, ad esempio, il calo di attività dell’impresa per la quale si lavora (calo degli ordini e delle vendite, per esempio) per tre trimestri consecutivi. Ma, in base alla legge, è possibile licenziare anche per riorganizzazione aziendale e per salvaguardare la competitività dell’azienda.




ITALIA – Il no dei centri sociali a Ombrina, “per un Abruzzo verde e senza trivelle”

“Dopo il parere positivo della commissione ministeriale Via, pensiamo sia necessario attivare tutti i cittadini e tutte le cittadine, le reti sociali e associative, il mondo imprenditoriale agricolo e turistico, gli enti locali, per costruire una mobilitazione efficace che sia in grado di fermare il progetto Ombrina Mare. Inutile ripetere, ancora una volta, quanto devastante sia per il nostro territorio, in termini ambientali ed economici, la petrolizzazione del nostro mare.

E’ arrivato il momento di esprimere in modo netto e risolutivo la nostra contrarietà a qualsiasi idea di sviluppo della nostra regione legata allo sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali. La terra e il mare sono patrimonio di tutti i cittadini e le cittadine abruzzesi e in quanto tali dovrebbero essere vincolati ad una idea di sviluppo economico sostenibile che valorizzi la nostra cultura attraverso il turismo e l’agricoltura. Non abbiamo bisogno di cedere le nostre bellezze naturali a qualsivoglia colosso finanziario ma, al contrario, vogliamo ribadire con forza la necessità di salvaguardare il territorio da tali minacce promuovendolo e incentivando lo sviluppo della nostra economia e la distribuzione democratica della sua ricchezza.

Nessun distretto minerario regionale può oggi risollevare le sorti della nostra regione. Nelle scorse settimane abbiamo visto quanto il dramma dei cambiamenti climatici stia mettendo a rischio la vita delle comunità locali e le vie di comunicazione necessarie per la nostra economia. Le grandi infrastrutture energetiche, che stanno modificando il paesaggio e la geografia del nostro fragile territorio e mettendo a rischio la salute e le attività economiche di migliaia di persone, disegnano un triste futuro. I giovani della nostra regione sono costretti ogni anno ad emigrare, i nostri paesi si svuotano, le campagne sono lasciate all’ abbandono e all’incuria. I mestieri che hanno sempre caratterizzato la nostra economia rischiano di scomparire insieme alla nostra cultura e identità. Non è con queste opere, i cui benefici verranno raccolti da pochi manager, che possiamo pensare al rilancio del nostro territorio. La difesa dell’ambiente, la valorizzazione turistica e culturale del territorio, le imprese legate ad un’economia verde, la filiera dell’agroalimentare possono essere volani su cui costruire posti di lavoro, sui cui permettere al nostro territorio di rilanciarsi e di concentrare competenze ed entusiasmo.

In poche parole lo sviluppo ecologicamente sostenibile del nostro territorio può permettere a migliaia di giovani di restare o tornare in Abruzzo. Non possiamo permettere che questa opportunità ci venga tolta da multinazionali che trivellano oggi il nostro mare per poi andarsene quando non sarà più economicamente vantaggioso. Se perdiamo questa battaglia al nostro territorio saranno definitivamente sbarrate le porte del rilancio economico. Per sempre.

Quello di cui abbiamo realmente bisogno sono le risorse per mettere in sicurezza il nostro territorio dal dissesto idrogeologico, fuori dai vincoli di bilancio dell’Europa e dal patto di stabilità degli enti locali. Non abbiamo sicuramente l’ambizione di diventare una colonia economica nelle mani di gente senza scrupoli e senza rispetto per la nostra terra e il nostro mare. I cittadini abruzzesi hanno già scelto molti anni fa. Non vogliamo Ombrina, ma il Parco della costa Teatina. Questo basta per esprimere sinteticamente l’idea dei cittadini abruzzesi su quale debba essere il modello di sviluppo regionale da adottare.

Invitiamo tutti e tutte a confrontarci in un’assemblea pubblica il 29 marzo alle ore 17,30 a Zona22”.




Investimenti ed emotività

Come in tutti gli aspetti della vita anche in campo finanziario l’emotività influenza le nostre scelte.

L’immagine i copertina illustra il rischio che si corre quando le scelte sono guidate dall’emotività: chi investe può essere spinto/a a entrare nei momenti di euforia dei mercati e uscirne quando gli stessi sono fortemente negativi. Tale rischio è accentuato quando gli andamenti dei mercati sono sotto i riflettori dei media.

Termini come “euforia”, ”record”, “nuovi massimi” possono spingere l’investitore e l’investitrice prudenti a effettuare investimenti non adatti al proprio profilo di rischio, oppure, il sentir parlare di “crack” e “miliardi bruciati” può convincerli a liquidare investimenti destinati a soddisfare esigenze di lungo periodo realizzando perdite difficilmente recuperabili.

Molto spesso le scelte di investimento si basano sul tentativo di valutare una serie fattori al fine di capire qual è il momento giusto per investire. Si tenta, cioè, di predire il futuro in merito ad un settore, quello finanziario, influenzato dalle più disparate variabili.

I mercati possono salire o scendere a causa dell’andamento dell’economia, delle politiche delle banche centrali, di crisi o accordi internazionali, di esiti elettorali e mille altri motivi tutti difficilmente prevedibili e su cui non si ha nessun tipo di influenza.

Nel momento in cui le previsioni non si verificano è facile lasciarsi prendere dallo sconforto e pensare di aver sbagliato tutto, di dover rivedere i propri  investimenti basandosi magari su nuove previsioni  che si ritengono migliori e vincenti.

Tutto questo perché spesso quando scegliamo gli investimenti tralasciamo di dare la giusta importanza proprio a ciò che conosciamo meglio e su cui possiamo influire: noi stessi.

Qual è il nostro reddito, la capacità di risparmio, la composizione del nucleo familiare, gli obiettivi che ci poniamo e in quali tempi, sono solo alcuni degli elementi che devono essere alla base delle nostre scelte di investimento e che spesso non consideriamo o alle quali non diamo la giusta importanza.

Analizzare la propria situazione, individuare il proprio profilo di rischio, scegliere gli obiettivi e i tempi ragionevolmente necessari per realizzarli in base alle nostre disponibilità presenti e prospettiche, in altre parole pianificare è l’unico mezzo che abbiamo per evitare che l’emotività prenda il sopravvento e spinga a compiere scelte irrazionali dannose per i nostri risparmi.

 




SVIZZERA – “C’est les italiens qui ont fait la Suisse”, ma le frontiere dal 2017 saranno chiuse

Di Giusy Michielli (inviata)

Il 9 febbraio scorso il risultato di un referendum popolare promosso dall’Udc, seppur con uno stretto margine di maggioranza, ha decretato la chiusura delle frontiere elvetiche agli immigrati che arrivano puntualmente in Svizzera alla ricerca di un lavoro e dunque di un futuro migliore. La decisione pare sia stata dettata dal bisogno di tutelare la popolazione autoctona in cui si registra un numero crescente di licenziamenti, a causa del costo più basso del lavoro di un immigrato che percepirebbe una paga corrispondente ai due terzi di quella di un cittadino elvetico.
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L’esito del voto popolare non sarà immediato, ma graduale ed entrerà completamente in vigore solo a partire dal 2017.

Un’altra decisione volta a preservare il popolo svizzero è stata presa dal Gran Consiglio il 29 gennaio e tenderebbe a rivalutare la Convenzione stipulata quarant’anni fa tra Svizzera e Italia per ciò che concerne la condizione dei frontalieri e mirerebbe secondo il deputato Christian Vitta,ideatore dell’iniziativa ad un incremento dell’introito fiscale nelle casse del Canton Ticino e a un trattamento più equo tra i frontalieri, in quanto vi era disparità di servizio tra quelli residenti e non entro 20 km dalla frontiera

10708306_10152400188300888_1163723229_nNonostante attualmente la forza lavoro straniera non sia più gradita,nel paese elvetico c’è un detto che riguarda gli emigrati italiani che recita :” c’est les italiens qui ont fait la Suisse” ossia sono gli italiani che hanno fatto la Svizzera e si riferisce al loro lavoro di manovalanza nella costruzione di infrastrutture ed edifici, dunque agli svizzeri ha fatto comodo il lavoro degli stranieri, quando loro potevano permettersi di non “sporcarsi le mani”.




GRECIA – La Germania vota l’accordo. Voto favorevole per salvare Atene

«So che ci sono molti dubbi sul fatto che la Grecia possa stare di nuovo sulle sue gambe, ma sarebbe irresponsabile non tentare questa strada e non dare una nuova chance alla Grecia». Esordisce così Angela Merkel al Bundestag riunito per pronunciarsi sull’apertura dei negoziati per un terzo pacchetto di aiuti alla Grecia. Il voto favorevole è dato per scontato malgrado la crescente opposizione all’interno della maggioranza. Nel corso di una riunione che si è svolta ieri, 48 esponenti del blocco conservatore dei 311 deputati che fa capo alla cancelliera hanno annunciato l’intenzione di votare contro.

Per il premier greco Alexis Tsipras l’intesa raggiunta è il risultato di una “dura battaglia” che pone il popolo greco “di fronte a decisioni difficili”. Ma queste decisioni, ha insistito, “permetteranno di mantenere la stabilità finanziaria della Grecia e daranno la possibilità del rilancio. L’applicazione non sarà facile”.

L’accordo in 5 punti:

1 – Un prestito dell’European Stability Mechanism (il fondo salva-stati) da 82-86 miliardi in tre anni.
L’accordo prevede che se il programma economico concordato rispetterà i dettagli e il calendario, sarà possibile prevedere un alleggerimento del debito con scadenze più lunghe e un periodo di grazia sui pagamenti.

2 – Creazione di un fondo indipendente di circa 50 miliardi stabilito in Grecia.
Si tratta di una piccola ma importante vittoria per Tsipras. Il fondo, infatti, non avrà sede in Lussemburgo, come inizialmente ipotizzato, sarà gestito dai greci anche se con la continua supervisione dell’istituzioni europee. Nel fondo saranno trasferiti dal governo asset da privatizzare: 25 miliardi saranno usati per la ricapitalizzazione delle banche, 12,5 miliardi per la riduzione del debito e 12,5 miliardi per investimenti per il rilancio della crescita.

3 – Riforme urgenti, entro mercoledì.
Il governo greco dovrà tradurre in legge tra domani e mercoledì alcune riforme urgenti. Solo da quel momento si definirà negli aspetti più tecnici l’intervento dell’Esm. Tra gli interventi più duri e immediati che il governo ellenico dovrà mettere in opera ci sarà la modifica delle aliquote Iva, con l’allargamento della relativa base fiscale, e la riforma del sistema pensionistico con l’abolizione delle baby-pensioni. Entro il 22 luglio, Atene dovrà anche intervenire sull’adozione del nuovo codice di procedura civile e la trasposizione delle norme europee per la risoluzione bancaria.

4 – I settori di intervento
Ci sarebbero altri settori d’intervento previsti dall’accordo e già al centro delle trattative nelle scorse settimane: l’apertura dei settori commerciale, della proprietà delle farmacie, di certe professioni come il trasporto via mare; la privatizzazione dell’operatore di trasmissione dell’elettricità Admie “a meno che non ci siano misure con effetti equivalenti sulla concorrenza”; revisione della contrattazione collettiva comprese le norme sui licenziamenti “con un calendario e un approccio concordato con le istituzioni”; misure per il settore finanziario in particolare per i crediti in sofferenza e per eliminare “le interferenze politiche soprattutto nelle nomine”.

5 – la nuova Troika
Torna uno degli elementi più contestati da Tsipras. Nel testo dell’accordo viene chiarito come il controllo dei creditori diventerà invasivo e spalmato su tutte le principali scelte pubbliche. Il governo greco, infatti, dovrà necessariamente consultare i creditori “su tutte le leggi sulle aree rilevanti prima della discussione in parlamento”.




ITALIA – Un milione di euro al progetto “DJ – Diversity on the job”: 246 i tirocini di Arcilesbica Mediterranea per fermare la discriminazione

Si è concluso il 20 gennaio il progetto di inserimento lavorativo di soggetti discriminati e svantaggiati realizzato dall’Associazione Arcilesbica Mediterranea e dal Consorzio Meridia (capofila) nell’ambito di “DJ – Diversity on the Job” finanziato complessivamente con più di un milione di euro dal Fondo Sociale Europeo PON Governance e Azioni di Sistema 2007-2013, Obiettivo Convergenza, Asse A “Adattabilità”, Asse B “Occupabilità”, Asse D “Pari opportunità e non discriminazione”. Il Programma sperimentale nazionale è stato promosso dal Dipartimento Pari Opportunità – Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali (UNAR) e realizzato nelle regioni Campania, Sicilia, Calabria e Puglia.

A livello nazionale l’iniziativa, attuata da Italia Lavoro, è nata dall’esigenza di promuovere e assicurare parità di accesso ai diritti sostenendo lo sviluppo di opportunità di occupazione e d’inserimento lavorativo di soggetti svantaggiati e a forte rischio di discriminazione nell’accesso al lavoro, come le persone discriminate per il loro orientamento sessuale e identità di genere e le comunità Rom, Sinti e Caminanti.

La definizione del target delle azioni progettuali è derivata dall’evidenza che, come emerge dai dati statistici Istat e Unar, tali soggetti subiscono maggiori discriminazioni e sono spesso esclusi dal mercato del lavoro. Per queste categorie di persone nell’ambito

dell’attività svolta dal Consiglio d’Europa (COE) sono state promosse azioni tese a realizzare il rispetto e il pieno godimento dei diritti umani.

L’intervento ha avuto come principali obiettivi quelli di stimolare capacity building nei confronti dell’associazionismo non economico e di empowerment nei confronti dei target a forte rischio di esclusione sociale. L’iniziativa è stata finalizzata, infatti, alla creazione di reti territoriali integrate di supporto all’inclusione socio lavorativa rivolte a soggetti vittima di discriminazione e marginalizzazione sociale e lavorativa attraverso il coinvolgimento di associazioni e stakeholder localizzati nelle 4 Regioni Convergenza.

Il progetto pilota, promosso dal Dipartimento Pari Opportunità – Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali (UNAR) e attuato da Italia Lavoro, ha promosso inoltre misure sperimentali di politica attiva del lavoro in una logica di empowerment per i target individuati, finalizzate alla formazione e qualificazione delle competenze e all’integrazione sociolavorativa, attraverso l’erogazione di servizi di orientamento e coaching e la realizzazione di tirocini della durata di tre mesi.

Sono stati complessivamente 246 i tirocini attivati, di cui 60 in Puglia dove tra gli enti promotori finanziati vi è stata l’Associazione Arcilesbica Mediterranea e il Consorzio Meridia che hanno attivato due tirocini nel comune di Bari.

I tirocinanti sono stati impegnati in uno stage di 3 mesi per cui hanno ricevuto una indennità di frequenza di 550,00 Euro. Dei due tirocini attivati uno è proseguito con la stipula di un contratto di apprendistato presso la struttura ospitante. Le aziende coinvolte sono state due esercizi commerciali della città di Bari.

Le attività a favore dei destinatari, previste nell’ambito dei percorsi di politica attiva, sono state di accoglienza e presa in carico, orientamento al lavoro, tirocinio e tutoring.

La presidente dell’Associazione Arcilesbica Mediterranea, Antonella Favia, ha commentato la conclusione delle attività progettuali dichiarando “il progetto Diversity on the Job ci ha permesso di raggiungere risultati importanti, non soltanto mediante l’avvio di due percorsi di inclusione lavorativa per soggetti a rischio di discriminazione – di cui uno attualmente prosegue con la stipula di un contratto di lavoro – ma, soprattutto, ci ha offerto l’opportunità di avviare iniziative di sensibilizzazione e confronto sul tema attraverso la costruzione di reti territoriali con altri stakeholder e la divulgazione informativa dell’iniziativa ed in particolar modo delle sue finalità ed obiettivi. L’auspicio è che tale esperienza possa configurarsi come primo step di future e più consolidate collaborazioni con il territorio volte a garantire il pieno rispetto dei diritti, a partire da quello al lavoro, per tutt*”.




UnioneEuroasiatica

MINSK, DAL 1 GENNAIO 2015 L’UNIONE DOGANALE EUROASIATICA LASCERÀ IL POSTO ALL’UNIONE ECONOMICA EUROASIATICA. ADERIRÀ ANCHE L’ARMENIA

Di Angela Milella

MINSK – In una fase particolarmente delicata dei rapporti tra i Paesi che compongono la CSI e delle relazioni diplomatiche tra Russia e Paesi occidentali seguita alla crisi Ucraina, i Paesi dell’Unione doganale – dal primo gennaio 2015 dell’ Unione economica euroasiatica- hanno sottoscritto a Minsk un accordo per la nascita dal 1 gennaio 2015 dell’Unione economica euroasiatica (UEE), con l’obiettivo di rafforzare la cooperazione istituzionale e l’integrazione economica dei Paesi della regione. All’UEE ha annunciato di aderire dal prossimo anno pure l’Armenia. Il completamento dell’Unione – un processo che si prevede giunga a compimento nel 2020 – prevede l’eliminazione dei dazi e delle barriere doganali (tariffarie e non), la rimozione di ogni limitazione burocratica al movimento delle merci e degli investimenti, l’introduzione di standard uniformi nei Paesi dell’area in linea con le previsioni in ambito WTO. Gli scambi commerciali dei Paesi dell’Unione doganale hanno coperto nel 2013 una quota pari a quasi il 3% del commercio mondiale (3,6% le esportazioni e 2,2% le importazioni). In termini assoluti l’interscambio dei tre Paesi con il resto del mondo è stato nel 2013 pari a circa 1.056 miliardi di dollari, in leggera contrazione ( -1,3% sul l’anno precedente) per la prima volta dalla crisi finanziaria del 2009. Il calo registrato nel 2013 aveva seguito una crescita modesta del commercio estero anche nel 2012 (+3,3%), se confrontata con la dinamica sostenuta del biennio precedente, dal l’avvio dell’Unione doganale, pari al + 32,1% medio annuo, ed è stato a sua volta seguito, sulla base di dati ancora preliminari, da una ulteriore contrazione nel 1 semestre 2014 (- 1,6% sul 1 semestre 2013). Sul calo dei volumi scambiati (-5,6% tendenziale) hanno pesato, in aggiunta, le tensioni geopolitiche nella regione e tra la Russia e i Paesi occidentali, con l’inasprimento delle sanzioni annunciate dall’UE ( e altri paesi occidentali) e delle contro-sanzioni russe. Anche se le sanzioni occidentali non hanno colpito gli altri paesi dell’Unione doganale e Bielorussia e Kazakistan non si sono a loro volta associati alle contro sanzioni russe, gli effetti sull’Unione rimangono significativi non solo in forza del peso delle statistiche russe sugli aggregati dell’area, ma anche e soprattutto per le ripercussioni negative sull’Unione del deterioramento intervenuto nel clima degli affari e, in prospettiva, del potenziale di crescita atteso dall’economia russa. Superate auspicabilmente in tempi brevi le tensioni militari in area CSI e diplomatiche nei rapporti tra UE e Russia, L’Unione doganale rimane un’area ad alto potenziale economico e strategico per l’Europa e, tenuto conto della peculiare specializzazione produttiva, per l’Italia.