I BRICS

Negil ultimi anni una delle novità che ha caratterizzato gli scenari internazionali è l’affermazione di un insieme di Paesi che vengono identificati dal termine BRICS.

BRICS è l’acronimo utilizzato per individuare 5 Paesi (Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa) accomunati da caratteristiche simili.

Si tratta di economie in via di sviluppo caratterizzate da un vasto territorio, una numerosa popolazione e importanti risorse naturali.

Il balzo in avanti del loro PIL si è avuto con l’avvento della globalizzazione grazie alla quale essi hanno iniziato a commercializzare i loro prodotti in tutto il mondo e, dato il basso costo della manodopera, a prezzi di gran lunga più competitivi rispetto a quelli dei Paesi occidentali industrializzati.

Mentre la crisi economica iniziata da un decennio ha attanagliato sia l’Europa che gli Stati Uniti, questi Stati hanno continuato e continuano tutt’ora ad avere tassi di crescita a due cifre.

Non sempre però all’economia espansionistica corrisponde un alto livello di sviluppo che riguarda le loro popolazioni. Più volte, parlando di economie emergenti, si è constatato che dietro questa irrefrenabile corsa ci sono condizioni di lavoro al limite dell’umano, sfruttamento del lavoro minorile, cottimo, ecc. Come anche i regimi politici instaurati in questi Paesi, non sempre di natura democratica, pongono dei grossi interrogativi a livello morale e sociale.

Accanto quindi ai due grandi blocchi (Europa e Stati Uniti) dei paesi sviluppati si è creato quello dei Paesi Emergenti verso i quali i mercati finanziari hanno focalizzato la loro attenzione, tanto che un’importante percentuale degli investimenti finanziari di risparmiatori e risparmiatrici viene rivolta verso tale settore.

I Paesi Emergenti, infatti, offrono ampie opportunità sia in ambito obbligazionario (con titoli di stato a tassi ormai da noi inimmaginabili), sia in quello azionario (con un ricco ventaglio di aziende con grandi prospettive di sviluppo) e una possibilità di diversificazione in grado di dare quel valore aggiunto indispensabile e al passo con gli scenari economici in continua evoluzione.

 




La previdenza complementare

Nei primi anni ‘90 sono avvenute delle grandi modifiche nel sistema pensionistico italiano dovute sia per l’aumento della durata media della vita e  sia a una diminuzione della crescita economica. 

In sintesi:

1) si è alzata l’età di vita lavorativa ed è aumentata l’anzianità minima lavorativa, modificata nuovamente dalla legge Fornero;

2) il sistema retributivo diventa sistema contributivo e dunque si va in pensione con il versato reale e non il calcolo degli ultimi periodi lavorativi;

3) la pensione viene rivalutata sulla base dell’inflazione

Tutto questo porta alla consapevolezza che le pensioni future maturate sarebbero state più basse e così il legislatore, insieme alla pensione obbligatoria, istituisce la previdenza

complementare. Essa rappresenta un’opportunità di risparmio a cui lo Stato riconosce agevolazioni fiscali non presenti in altre forme di risparmio.

L’agevolazione vale anche nel caso di versamenti a favore di familiari fiscalmente a carico.

Tra i vari fondi pensioni trovano spazio i PIP, Piani individuali pensionistici istituiti dalle imprese assicurative a cui possono aderire dipendenti e professionisti/e.

Le agevolazioni fiscali

– I versamenti sono deducibili fino a 5164,37 euro sul proprio reddito annuo, ciò significa, ad esempio, che versando alla previdenza complementare contributi pari a 1.000 euro si applica un’aliquota marginale Irpef del 23 per cento. In tal modo il costo effettivamente sostenuto sarà pari a 770 euro, con un risparmio fiscale di 230 euro.

– Minore tassazione a confronto con altri strumenti finanziari: i rendimenti, infatti, hanno una aliquota fiscale del 20% contro un solito 26%

– Alla tassazione delle prestazioni pensionistiche, erogate sia in forma di rendita che di capitale, viene applicata una ritenuta a titolo d’imposta del 15% per cento, che può scendere fino al 9% in relazione alla durata del periodo di partecipazione alle forme pensionistiche complementari.

I fondi pensionistici si possono sottoscrivere in modalità periodica o in unica soluzione annua e gli investimenti possono essere azionari, bilanciati, obbligazionari, a seconda della scelta della clientela, della sua propensione del rischio e del periodo di tempo

che dovrà versare per arrivare alla pensione.

 

Ultimi due vantaggi dei PIP sono l’anticipazione e il riscatto parziale o totale.

 

Anticipazione 

In qualsiasi momento è possibile richiedere fino al 75% del capitale maturato per spese sanitarie a seguito di gravissime situazioni riguardanti sé, coniugi, figli e figlie, per terapie e interventi straordinari riconosciuti dalle competenti strutture pubbliche. 

Dopo otto anni di iscrizione a una forma pensionistica è possibile richiedere fino al 75% del capitale maturato per acquisto o ristrutturazione della prima casa propria o della prole e sempre dopo gli otto anni d’iscrizione è possibile richiedere fino al 30% del capitale.

Riscatto totale o parziale

In diverse situazioni può essere richiesto il rimborso, totale o parziale, del capitale maturato.

Nei casi di inoccupazione per un periodo di tempo non inferiore a 12 mesi e non superiore a 48 mesi, o in caso di mobilità o cassa integrazione, è possibile chiedere il riscatto del 50% del montante maturato. 

Il riscatto totale può essere chiesto:

in caso di inoccupazione superiore a 48 mesi; 

in caso di invalidità permanente, che riduce la capacità lavorativa a meno di un terzo;

da eredi o i beneficiari/e in caso di morte del/la contraente prima che abbia maturato il diritto alla pensione.

Inoltre, è possibile chiedere il riscatto nei casi previsti dallo statuto e dal regolamento della forma pensionistica, quando il/la contraente perde i requisiti per partecipare.

Una pensione complementare consente di gestire il proprio risparmio con buoni benefici fiscali e di assicurarsi una rendita futura con piccoli investimenti dilazionati nel tempo.

La normativa che regola la previdenza complementare è regolata dal Dlgs 252/2005 (http://www.camera.it/parlam/leggi/deleghe/05252dl.htm) e dalla Legge 124/2017 (lgs 124/2017).




L’inflazione e il risparmio

Recenti indagini hanno riscontrato che su conti correnti e depositi di risparmiatrici e risparmiatori italiani  sono presenti  circa 1.300 miliardi di Euro. Vari i motivi alla base di questa situazione: l’incertezza economica, le disavventure che hanno riguardato recentemente alcuni risparmi, ma anche i ridotti rendimenti dei titoli di stato che per decenni hanno rappresentato l’unico investimento oltre a conto corrente e mattone. È frequente infatti che alla scadenza di un titolo detenuto per molti anni chi intende risparmiare trovandosi di fronte alla possibilità di sottoscriverne uno nuovo ad un tasso nettamente inferiore a quello scaduto decida di rinunciare lasciando sul conto la liquidità.

In pratica di fronte all’incertezza e all’indecisione decide di non scegliere senza considerare che la non scelta rappresenta comunque una scelta che genererà delle conseguenze.

Tralasciamo per il momento la considerazione che non impiegare la liquidità posseduta o parte di essa in investimenti alternativi può far perdere opportunità di guadagno e vediamo quella  che è una conseguenza certa di tale decisione e cioè l’erosione del potere d’acquisto del nostro denaro da parte dell’inflazione.

Da anni si sente parlare della bassa inflazione come un problema al punto che le autorità monetarie auspicano una sua risalita a tassi pari almeno al 2%.  Quello che non viene sufficentemente considerato è che bassa inflazione non significa zero inflazione.

Nella tabella che segue vediamo l’impatto che ha avuto l’inflazione negli ultimi vent’anni sui nostri risparmi.

Tabella

Nella colonna centrale è evidenziato il tasso di inflazione rilevato ogni anno e anche se il suo valore è lontanissimo da quelli in doppia cifra che molti di noi hanno vissuto negli anni ‘70 e ‘80 ha comunque causato un sensibile calo del potere d’acquisto.

Cento euro del 1997 valgono oggi circa settanta: negli ultimi dieci anni la perdita è stata del 12%.

Quando valutiamo di detenere liquidità non perché abbiamo impegni finanziari a breve ma come forma di investimento “sicura” valutiamo attentamente questo  costo occulto e non limitiamoci a guardare che il valore nominale del nostro conto corrente.

 

 

 

 




Azioni od Obbligazioni?

È da qualche decennio ormai che quasi quotidianamente attraverso i mezzi di informazione sentiamo spesso parlare, in ambito finanziario, di obbligazioni ed azioni. Ma di cosa si tratta? Sono due strumenti finanziari verso i quali l’investitore/investitrice può orientarsi per ottenere un rendimento dai propri risparmi. Ambedue vengono emesse da aziende, banche, Stati etc.  che operano nei mercati finanziari ma hanno caratteristiche e rischiosità completamente diverse l’una dall’altra.

Le obbligazioni sono titoli cosiddetti di “debito”, cioè emessi per finanziarsi. Sottoscrivere un’obbligazione significa quindi prestare i propri soldi a una azienda (banca o Stato) per un certo periodo di tempo (di solito 3 – 5 – 10 anni) e questa si impegna a riconoscere a sottoscrittori e sottoscrittrici un interesse  stabilito e al rimborso del capitale prestato a scadenza. Se l’interesse riconosciuto non varia nel corso della durata l’obbligazione è a tasso fisso, altrimenti parliamo di obbligazioni a tasso variabile. Ci sono poi titoli obbligazionari detti “zero coupon” che non hanno interessi periodici ma vengono pagati alla scadenza insieme al rimborso del capitale.

Un elemento molto importante all’atto della sottoscrizione di un’obbligazione è una attenta e precisa valutazione sulla solidità economica di coloro ai quali vengono prestati i nostri risparmi,  cioè tenere conto del cosiddetto “rischio emittente” assumendosi il quale si è consapevoli che il rimborso del capitale a scadenza non è garantito.

È il caso, ad esempio, delle obbligazioni subordinate che riconoscono un tasso di interesse più alto ma in caso di default (cioè di fallimento) dell’emittente, sempre che questa sia solvibile, vengono rimborsate dopo i creditori privilegiati e dopo i possessori delle obbligazioni ordinarie

Le azioni invece rappresentano un titolo di partecipazione all’impresa. Ciò significa che acquistando un’azione si acquista una quota dell’azienda cioè si entra nel capitale di rischio. Quindi chi sottoscrive acquisisce il diritto al voto in assemblea, al controllo sulla gestione dell’impresa ed elemento importante ha diritto ad incassare i dividendi, cioè una parte degli utili qualora venissero distribuiti. Ma proprio perché si entra nel capitale di rischio dell’Azienda se questa è florida ed incrementa gli utili, il valore delle azioni sottoscritte crescerà ed anche la quantità dei dividendi distribuiti all’azionista sarà maggiore. In caso invece di difficoltà o di crisi il capitale potrebbe ridursi e, in caso di default, il valore dell’azione addirittura potrebbe azzerarsi. In questo caso azionisti e azioniste non avrebbero diritto alla restituzione del capitale investito. Ancora di più quindi, nel caso di azioni, andrebbe fatta un’analisi tecnica precisa e attenta circa i bilanci, le prospettive, le opportunità.

Sia per quanto riguarda le azioni che le obbligazioni va poi tenuto presente tanto il fattore concentrazione, evitando di concentrare su un unico emittente le proprie scelte finanziarie, quanto il proprio profilo di rischio legato alle aspettative di rendimento.

Viste quindi le complessità insite nella scelta, chi investe ha a disposizione  altri strumenti finanziari sui quali orientarsi, sia obbligazionari che azionari,  che hanno al loro interno una molteplice diversificazione e  delegano a un  gestore e a specifiche figure professionali una scelta più razionale ed efficiente.

 

 

 

 




Trappole mentali: euristica della disponibilità

Quando ci troviamo di fronte a una decisione complessa normalmente cerchiamo informazioni che ci aiutino a ponderare la scelta ed è in queste occasioni che il nostro cervello individua scorciatoie, correndo il rischio di cadere in quella trappola che la Finanza Comportamentale definisce euristica della disponibilità.

L’enorme quantità di informazioni sui media e la facilità di accesso a esse grazie ad internet crea un problema di sovraccarico informativoe questo ci porta spesso a basare le nostre scelte sulle informazioni più prontamente disponibili. Ciò può essere comodo ma non è detto che sia la strada giusta, le informazioni più facili da reperire non necessariamente sono più rilevanti di quelle meno recenti o non presenti ai primi posti delle nostre ricerche online.

Nei mesi successivi alll’11 Settembre 2011 molti viaggiatori americani scelsero di affrontare viaggi di media distanza in auto anziché, come d’abitudine, in aereo. Questo comportò un aumento degli incidenti mortali rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Le informazioni riguardanti l’attacco alle Torri Gemelle, i dettagli sul dirottamento e lo shock provocato hanno portato a sovrastimare il rischio connesso ai viaggi in aereo, le statistiche che indicano come il trasporto in auto sia molto più pericoloso  erano in quel momento meno disponibili anche se sicuramente più attendibili.

Anche quando dobbiamo prendere delle decisioni in campo finanziario cerchiamo informazioni che ci aiutino a scegliere ed è facile dare grande importanza  a quanto sentito il giorno prima al telegiornale, a quanto letto su internet o semplicemente a quanto ci è stato da poco  raccontato. Pensiamo al collega che ci ha appena detto che una sua amica ha realizzato enormi guadagni investendo in BitCoin. Sono tutte informazioni vivissime nella nostra mente, prontamente disponibili e per questo all’apparenza attendibili e importanti. Durante il processo decisionale è frequente inoltre il cosiddetto errore di conferma: quando iniziamo a formarci un’opinione corriamo il rischio di dare un eccessivo peso alle notizie che confermano il nostro punto di vista e troppo poco a quelle che lo contraddicono. La somma di questi due errori, attuati inconsciamente, può avere un peso determinante sulle scelte: conoscerli e riconoscerli permette di selezionare le informazioni sulle quali basare le decisioni di investimento seguendo criteri di maggiore obiettività.

 

 

 

 




I fondi comuni di investimento

I fondi comuni di investimento sono stati regolamentati con la legge n.77 del 23 marzo del 1983  e, a seguire, con il decreto 24 febbraio 1998 n.58, che li definisce un patrimonio autonomo, suddiviso in quote, di pertinenza di una pluralità di partecipanti gestite a monte.

Si tratta di strumenti tramite cui gli istituiti finanziari raccolgono piccoli e medi risparmi di investitori e investitrici, li investono come unico patrimonio in attività finanziarie (azioni, obbligazioni, titoli di stato…) e li ripartiscono in quote.

Il principale vantaggio per chi investe sta nel poter affidare il proprio denaro a operatori specializzati in grado di accedere a mercati solitamente inaccessibili al singolo soggetto, sia per mancanza di competenze, sia e soprattutto per insufficienza di capitali.

La diversificazione di un fondo, che può avere in pancia tantissimi titoli, protegge dal rischio credito, poiché il fallimento di una società costituirebbe una percentuale di perdita molto bassa per chi possiede quote di fondo.

Il patrimonio dei fondi è giuridicamente separato dal patrimonio della società di gestione, il che rende impossibile qualsiasi aggressione da parte dei creditori della società stessa e inoltre è soggetto a una serie di controlli sia pubblici (Consob*, Banca d’Italia) che privati (Società di revisione della società o banca depositaria**).

Come sempre, anche per la scelta di un fondo bisogna valutare il proprio grado di rischio e il tempo di impiego del proprio risparmio: una scelta che non tenga conto degli obiettivi individuali potrebbe rendere inefficaci tutte le qualità del fondo.

Esistono fondi aperti, che possono essere acquistati o venduti in qualsiasi momento e chiusi,che possono essere sottoscritti soltanto in un periodo di collocamento e quasi sempre rimborsati in una data certa a scadenza.

I fondi si suddividono in:

azionari–  investono prevalentemente in azioni;

obbligazionari –  investono in obbligazioni o titoli di Stato;

bilanciati-possono investire in azioni o obbligazioni secondo la percentuale scritta nel prospetto informativo;

monetari –  investono in strumenti del mercato a breve termine molto spesso chiamati fondi  di liquidità.

 

Ogni fondo prevede costi di sottoscrizione, di gestione e anche di performance, che è opportuno valutare attentamente prima di sottoscrivere affinché non gravi in modo eccessivo sul rendimento.

Investitori e investitrici potranno monitorare quotidianamente il proprio capitale in quanto il valore della quota dei fondi è riportato in rete e sui principali quotidiani.

*Consob: Commissione Nazionale per le Società e la Borsa

**Banca  depositaria è la banca che fornisce il servizio di custodia e controllo alle SGR (Società di gestione del risparmio)

 

 

 

 

 




Mollare l’ancora

Nel 2002 lo psicologo Daniel Kanheman vinse il premio Nobel per l’economia. I suoi studi sono alla base della Finanza Comportamentale, la disciplina che studia i meccanismi che guidano le scelte effettuate dalle persone in condizioni di incertezza.

In campo economico le teorie ipotizzavano un essere umano razionale in grado di effettuare la scelta più conveniente ma nella realtà l’individuo è tutt’altro che perfetto e le sue scelte sono guidate spesso da regole intuitive che nella vita quotidiana ci aiutano ma che ci fanno commettere errori in ambito finanziario.

Vediamo la prima di queste che vengono anche definite “trappole mentali”: l’ancoraggio.

L’ancoraggio è la tendenza a crearci delle “ancore mentali”, cioè dei punti di riferimento che il nostro cervello utilizza come appigli in situazioni di incertezza; quando dobbiamo compiere una scelta, formulare una previsione o emettere un giudizio partiamo da questi e in funzione di questi decidiamo.

Nel campo degli investimenti una tipica ancora mentale è il prezzo pagato per acquistare un titolo. Quel prezzo diventa spesso per noi il punto di partenza per giudicare in futuro se il titolo è “caro” o “a buon mercato” facendo passare in secondo piano elementi ben più importanti per valutare se è il caso di mantenerlo in portafoglio, venderlo o acquistarne degli altri. Sarebbe sicuramente più utile analizzare la storia della società, l’andamento nel tempo di fatturato e utili, le prospettive dei mercati in cui opera e altri elementi oggettivi prima di decidere.

Tale meccanismo scatta anche nella valutazione del valore degli immobili. Se ho acquistato un immobile e dopo alcuni anni ne vedo in vendita uno simile a un prezzo sensibilmente più basso sarò portato a ritenerlo un “affare” senza considerare altri fattori per valutarne l’effettiva potenzialità come investimento.  Anche in questo caso è opportuno valutare l’andamento dei prezzi degli immobili in quella zona, considerarne i costi connessi all’acquisto, le imposte che gravano sugli stessi sia al momento dell’acquisto che dopo (ricordiamoci che le seconde case non godono delle agevolazioni fiscali previste per le abitazioni principali ), l’andamento del mercato degli affitti  se vogliamo affittarlo.

In conclusione l’ancoraggio è una scorciatoia che il nostro cervello prende inconsciamente per spendere poca energia quando dobbiamo fare delle scelte. Se le scelte riguardano i nostri risparmi è opportuno non cadere nella trappola, mollare l’ancora e impegnarci di più per  prendere decisioni ponderate.  




MIFID (Market Financial Instruments Directive)

Dal gennaio 2007 è entrata in vigore nell’Unione Europea una direttiva comunitaria che ha inteso 

disciplinare i mercati finanziari europei: la cosiddetta MIFID. La Normativa nasce nell’intento di fornire a investitori e investitrici una pluralità di informazioni che hanno il fine di tutelare e di rendere più consapevole la cittadinanza nelle scelte di carattere finanziario.

Essa prevede che siano gli Intermediari (Banche, Società di Intermediazione etc,) a fornire una serie di informazioni alla clientela tra le quali: i costi dei servizi, le tipologie degli strumenti finanziari (obbligazioni, azioni, etc.), i servizi di investimento offerti e la loro rischiosità, gli eventuali conflitti di interesse nei suoi confronti.

Tra i vari servizi riconosciuti uno riveste particolare importanza ed è quello della CONSULENZA in materia di investimenti. In un mercato finanziario complesso e variegato chi investe non sempre è in grado, solo con le proprie conoscenze, di valutare i rischi ai quali si espone nella scelta dei propri investimenti. Avvalersi quindi di figure professionali preparate e competenti evita scelte fatte più con l’emotività che con la consapevolezza.

Altro elemento rilevante che prevede la Normativa è la compilazione del questionario MIFID.  Chi investe deve rispondere a una serie di quesiti riguardanti le proprie conoscenze in campo finanziario, i propri obiettivi di investimento, la propria situazione finanziaria, che determinano un profilo di rischio dal quale né l’Intermediario Finanziario (Banche etc.) né l’investitore/investitrice,  possono  prescindere al momento della scelta degli strumenti finanziari pena l’inadeguatezza dell’investimento stesso.

Insomma informazioni più dettagliate, consulenza, profilo di rischio sono tutti elementi attraverso i quali la nuova Direttiva si prefigge una maggior tutela, una trasparenza ma anche uno stimolo per chi investe a scelte più consapevoli e razionali.




Il risparmio e i piani di accumulo del capitale

L’educazione finanziaria mi dà la grande opportunità di trattare argomenti che non sono poi così scontati, come la capacità di ricominciare a risparmiare e magari tornare a essere il popolo virtuoso del risparmio che eravamo molti anni indietro. Italiane e italiani, infatti, riuscivano ad accantonare risparmi per il proprio futuro e per quello della generazione successiva, fino a quando il dilagare del consumismo ha spinto a spendere più del dovuto, pensando che gli anni d’oro durassero a lungo. La crisi economica ha fatto invece comprendere che si è sprecato molto denaro e la paura di non avere più uno Stato che possa sostenerci o entrate sicure sta creando molte ansie.

Risparmiare non serve certo per fare il bagno nelle monete, come Paperon de’ Paperoni, ma per creare quel tesoretto personale, utile a fronteggiare un imprevisto, integrare la pensione, concedersi un viaggio o acquistare qualcosa che gratifichi. In definitiva il risparmio offre la possibilità di consumare in futuro liberando dall’ansia per le incertezze che la vita può presentare.

In un momento di diminuzione dei redditi e di aumento delle spese non è cosa semplice, ma controllando le uscite, soprattutto quelle più abitudinarie che essenziali, vi sarà la possibilità di trasformare il superfluo in risparmio.

Gli strumenti finanziari per risparmiare sono ovviamente molti ma oggi parleremo esclusivamente dei PACPiani di Accumulo del Capitale– che consistono in versamenti periodici in fondi comuni di investimento (di questi ultimi tratteremo in un prossimo articolo).

I PAC sono:

flessibili (si possono personalizzare gli importi e scegliere i mercati);

semplici (è sufficiente richiedere il corrispondente addebito sul conto corrente perché l’importo deciso confluisca automaticamente nel fondo);

non vincolanti(si possono interrompere e liquidare in qualsiasi momento).

Questo modo di investire, inoltre, riduce gli effetti delle oscillazione dei mercati: se il mercato scende si acquisteranno più quote a parità di importo, abbassando il costo medio di acquisto e amplificando gli effetti positivi delle risalite dei mercati.

Il mio consiglio, tuttavia, è di prestare molta attenzione alle spese applicate in entrata e nei versamenti, perché queste potrebbero inficiare i buoni risultati del fondo.

 




Investimenti ed emotività

Come in tutti gli aspetti della vita anche in campo finanziario l’emotività influenza le nostre scelte.

L’immagine i copertina illustra il rischio che si corre quando le scelte sono guidate dall’emotività: chi investe può essere spinto/a a entrare nei momenti di euforia dei mercati e uscirne quando gli stessi sono fortemente negativi. Tale rischio è accentuato quando gli andamenti dei mercati sono sotto i riflettori dei media.

Termini come “euforia”, ”record”, “nuovi massimi” possono spingere l’investitore e l’investitrice prudenti a effettuare investimenti non adatti al proprio profilo di rischio, oppure, il sentir parlare di “crack” e “miliardi bruciati” può convincerli a liquidare investimenti destinati a soddisfare esigenze di lungo periodo realizzando perdite difficilmente recuperabili.

Molto spesso le scelte di investimento si basano sul tentativo di valutare una serie fattori al fine di capire qual è il momento giusto per investire. Si tenta, cioè, di predire il futuro in merito ad un settore, quello finanziario, influenzato dalle più disparate variabili.

I mercati possono salire o scendere a causa dell’andamento dell’economia, delle politiche delle banche centrali, di crisi o accordi internazionali, di esiti elettorali e mille altri motivi tutti difficilmente prevedibili e su cui non si ha nessun tipo di influenza.

Nel momento in cui le previsioni non si verificano è facile lasciarsi prendere dallo sconforto e pensare di aver sbagliato tutto, di dover rivedere i propri  investimenti basandosi magari su nuove previsioni  che si ritengono migliori e vincenti.

Tutto questo perché spesso quando scegliamo gli investimenti tralasciamo di dare la giusta importanza proprio a ciò che conosciamo meglio e su cui possiamo influire: noi stessi.

Qual è il nostro reddito, la capacità di risparmio, la composizione del nucleo familiare, gli obiettivi che ci poniamo e in quali tempi, sono solo alcuni degli elementi che devono essere alla base delle nostre scelte di investimento e che spesso non consideriamo o alle quali non diamo la giusta importanza.

Analizzare la propria situazione, individuare il proprio profilo di rischio, scegliere gli obiettivi e i tempi ragionevolmente necessari per realizzarli in base alle nostre disponibilità presenti e prospettiche, in altre parole pianificare è l’unico mezzo che abbiamo per evitare che l’emotività prenda il sopravvento e spinga a compiere scelte irrazionali dannose per i nostri risparmi.