L’italiano, in genere

Nel 1986 la linguista Alma Sabatini, per conto della Commissione Nazionale per la parità e le pari opportunità tra donna e uomo della Presidenza del Consiglio dei ministri, pubblicò Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua Italiana. Nel 2012 Cecilia Robustelli, dell’università di Modena, scrisse per il Comune di Firenze le Linee guida per l’uso del genere nel linguaggio amministrativo. Ciò che colpisce in tali testi non è tanto l’erudizione delle autrici o la sconvolgente novità del contenuto, quanto l’assoluta aderenza alle regole basilari della lingua italiana. In sostanza, si tratta di testi che fanno appello al buon senso e alle conoscenze che si acquisiscono a scuola. E cioè, tanto per dirne una, che in italiano le parole che definiscono mestieri e professioni sono declinabili sia al maschile che al femminile, dunque non esiste solo il femminile di “operaio”, “bidello”, “cuoco”, “infermiere” ma anche di “avvocato”, “chirurgo”, “ingegnere”, “ministro” e via discorrendo.

Da anni, dunque, si parla di linguaggio rispettoso del genere ma, lungi dall’aver compreso e applicato le norme semplici e chiare enunciate da Sabatini, Robustelli e altre studiose, molte persone affrontano ancora l’argomento adottando un linguaggio che rispettoso non è. Varie polemiche sono state suscitate dalla presa di posizione linguistica di alcune donne: la ex presidente della Camera dei deputati Laura Boldrini, per esempio, fu oggetto di critiche per essersi definita “la” anziché “il” presidente; la sindaca di Roma Virginia Raggi ha subito attacchi simili, come pure tante donne che insistono per parlare italiano, ovvero per applicare le regole grammaticali. La veemenza con cui sostantivi come “avvocata”, “chirurga”, “ingegnera” o “ministra”, e soprattutto chi li usa, continuano ad essere attaccati è troppo virulenta per non essere sospetta: guarda caso, solo i ruoli di prestigio non potrebbero avere, a quanto pare, il genere femminile. Invece in fabbrica, negli asili, nelle cucine, nelle botteghe, insomma nei piani bassi dell’edificio sociale, le donne sono nominate correttamente. Chi attacca la declinazione al femminile afferma di farlo in nome di una presunta purezza della nostra lingua e denuncia la “bruttezza” vandalica con cui tali vocaboli (considerati a torto neologismi) la inquinerebbero. Insomma, “notaia” e “medica” sarebbero termini cacofonici fino alla ridicolaggine; “ministra” sarebbe irrispettoso perché assomiglia troppo a “minestra”; di “architetta” non ne parliamo proprio, con quella “tetta” che sbuca fuori così ammiccante.

Poiché le armi razionali della critica, in questo caso, sono spesso spuntate per mancanza di una cultura adeguata e per malafede, l’opposizione si manifesta in forma di sarcasmo. Appaiono dunque dappertutto i paladini del dolce idioma di Dante e di Manzoni che ringhiano rivendicando, come logica conseguenza di questo triste mondo linguisticamente alla rovescia, la legittimità di “artisto”, “atleto”, “terapeuto”, “pediatro”. Immagino che molti di loro siano spinti da null’altro che un belluino senso patriarcale di conservazione e di dominio, ma credo che non manchino persone onestamente digiune di cultura linguistica, sia pure quella delle elementari. Per i primi non vedo molte speranze perché il loro è un metalinguaggio ingarbugliato a convinzioni dure a morire. Le altre invece possono riflettere, imparare, sperimentare. A cambiare, si può cominciare dalle parole.

A questo proposito, ecco una notizia utile tratta dalla rete: il 9 aprile prossimo prenderà il via la seconda edizione del corso online dell’università Ca’ Foscari di Venezia “Linguaggio, identità di genere e lingua italiana” tenuto da Giuliana Giusti. Il corso si propone di sviluppare «una metacompetenza linguistica sulle proprietà morfologiche, sintattiche e semantiche della lingua italiana che permetteranno di operare scelte linguistiche consapevoli e motivate nel rispetto delle pari opportunità di genere». Non è poco. Attenzione al termine “metacompetenza”: a costo di cadere nell’ovvio, non è una semplice competenza – cioè non è saper parlare – ma capire un contesto ed esprimersi coerentemente a questo.

Chiunque può accedere e seguire il corso. L’iscrizione è gratuita, come pure l’attestato di 20 ore di attività formativa che si può ottenere frequentando almeno il 70% delle attività. La durata è di cinque settimane ma il corso rimarrà aperto per circa sei mesi. Le lezioni sono chiare e piacevoli: Giuliana Giusti è una studiosa e una didatta di rilievo.

Nella prima parte, “Le parole contano”, si affronteranno in modo chiaro le basi del linguaggio e si rifletterà sull’apporto semantico del genere grammaticale (quello, insomma, per cui le donne sono quasi invisibili nella cultura italiana). Le altre quattro lezioni saranno i principali meccanismi linguistici di formazione delle parole; i mutamenti linguistici (perché le lingue, essendo organismi vivi e vegeti, mutano); l’analisi delle resistenze al cambiamento; gli ambiti di applicazione: istruzione, editoria, politica, media.

Per reperire informazioni e per iscriversi occorre visitare il sito <https://learn.eduopen.org/eduopen/course_details.php?courseid=232 >.

 




Una parola al giorno: gap

«Il gap è un divario, una frattura molto spesso vista come incolmabile, o che si fa molta fatica a compensare». È una parola che leggiamo, sentiamo e usiamo quasi tutti i giorni e, in generale, sappiamo che è inglese. Chi si avventurasse in paesi anglofoni troverebbe il monito «mind the gap» ad ogni fermata di metropolitana, a raccomandare attenzione allo spazio vuoto fra la banchina e il treno, ma anche nel nostro parlato quotidiano usiamo ormai disinvoltamente questo vocabolo esoticamente monosillabico, accompagnandolo ad aggettivi colti come “generazionale” o “tecnologico” che ci riempiono la bocca di sillabe e attenuano il retrogusto legnoso di quelle tre lettere, trendy sì ma, insomma, così secche.

Poco o nulla, però, sappiamo del perché e del percome l’antico norvegese “gap”, ovvero “crepaccio”, sia arrivato in Inghilterra e lì abbia trovato accoglienza: non è obbligatorio avere interesse e curiosità per una scienza tanto pignola e poco glamour come la filologia. Ma, per citare una frase fin troppo citata di Nanni Moretti, «chi parla male pensa male», e informarsi sulla storia delle parole è un buon inizio per cominciare a pensare bene.

 

In questo ci è di aiuto un sito fondato proprio sulle parole, sulla loro etimologia e sulla loro storia, che racconta ogni giorno di una parola diversa, talvolta coltissima o desueta, talvolta ovvia e quotidiana: “Una parola al giorno”, che troviamo in rete all’indirizzo <https://unaparolaalgiorno.it/>.

Possiamo consultarlo come un vocabolario e cercare fra le sue pagine digitali la parola che ci manca, o di cui non ci è chiaro il senso, o della quale non capiamo perché significhi quello che significa, o ancora di cui vogliamo accertarci che, oltre al suo uso più scontato, non ne celi un altro, magari minaccioso.

Possiamo registrarci e ricevere ogni giorno una email con la parola quotidiana. Tale omaggio, privo di pubblicità e di tentativi di adescamento di qualunque genere, ha il sapore di un piatto del giorno, è presentato sempre con garbo e in un italiano appetitoso, colto ma privo di spocchia. Non è un sito per chi intenda conseguire un dottorato in filologia romanza alla Normale di Pisa, ma è utile e divertente (e anche alla Normale rompere l’uovo di Pasqua e trovarci la sorpresa fa comunque piacere).

È possibile commentare una parola e anche adottarla come fosse un cucciolo o una piantina, perché ci piace particolarmente e proviamo gratitudine per chi l’ha rispolverata e mostrata in tutta la sua bellezza. In questo caso possiamo fare una piccola donazione, anche per ricordarci che ricercare, scrivere ed editare costano tempo e fatica.

 

La parola “gap”, si diceva, significa “divario”, ed è stata pubblicata il 16 marzo scorso.

Ma Gap erano anche i Gruppi di azione patriottica, formazione partigiana comunista attiva in Italia dal settembre 1943 alla Liberazione. E Gap erano anche i Gruppo di azione partigiana e i Gruppi armati proletari che, fra la strage di piazza Fontana (12 dicembre 1969) e la fine degli anni Settanta agirono, spesso in clandestinità e con metodi violenti, e che dalla formazione partigiana presero l’acronimo.

Sui primi non credo vi sia nulla da dire. Sui secondi, quarant’anni dopo il rapimento di Aldo Moro, non è stata fatta la chiarezza che sarebbe necessaria in un Paese democratico. Tra loro e la Storia c’è ancora un gap, e un gap, ritengo, divide e allontana le componenti della nostra società frammentata.