Brescia alle urne, fra allineamenti e controtendenze

Due dati emergono con nettezza dai risultati delle elezioni amministrative del 10 giugno 2018 a Brescia: la più bassa partecipazione al voto mai registrata nella storia cittadina (57,44%) e la vittoria al primo turno della coalizione di centro-sinistra che ha guidato la città negli ultimi cinque anni. Il sindaco Del Bono viene riconfermato con il 54% dei consensi dei votanti, mentre al PD va il 35% dei voti. Il primo dato, abbastanza anomalo per una città di solito piuttosto massicciamente partecipe alle urne, è sostanzialmente in linea con le tendenze a livello nazionale, mentre il secondo appare più in continuità con la tradizione locale e in decisa controtendenza con l’andamento nazionale.

Al successo della coalizione di centro sinistra hanno contribuito sia lo scarso peso politico a livello locale del Movimento 5 stelle – completamente escluso dalla sfida per l’elezione del primo cittadino e in flessione non solo rispetto alle politiche di marzo ma anche alla precedente tornata amministrativa – sia l’exploit del PD cittadino. Oltre al PD, si sono schierate con il sindaco eletto due liste civiche e due liste guidate da donne, entrambe di ispirazione latamente  socialista. Fuori dalla coalizione è rimasta la sinistra “dura e pura” di Potere al popolo e il  PCI.

La campagna elettorale

La campagna elettorale, svoltasi sullo sfondo degli esiti delle elezioni politiche del 4 marzo 2018, ha visto il confronto tra due candidate (una per la coalizione di centro destra e una per Forza Nuova), e sei candidati alla carica di sindaco, sostenuti da diciotto liste. Partita senza grande slancio propositivo, soprattutto a destra – i primi grandi cartelloni elettorali della coalizione guidata successivamente da Paola Vilardi consistono in un annuncio alla ricerca di qualcuno che “mandi a casa” il sindaco uscente Emilio Del Bono – è stata poi martellante e aspra, non priva di attacchi personali.

Nonostante la candidatura di Emilio Del Bono sia stata supportata da leader nazionali quali Graziano Del Rio e Maurizio Martina, che lo ha definito “il miglior sindaco che la città abbia mai avuto” , il sindaco uscente ha incentrato la sua campagna sulla realtà locale, tenendosi a debita distanza dalla realtà nazionale e separando  la dimensione amministrativa da quella parlamentare. Del Buono ha avuto un approccio alquanto pragmatico e concreto, vicino alla sensibilità locale, e, se un tocco di personalismo vi è stato, si è manifestato nell’uso dei social e nei frequenti incontri con la cittadinanza, da quelli organizzati con gli abitanti dei diversi quartieri, a quelli estemporanei e informali con singole persone, nelle strade e nelle piazze. In questo il primo cittadino uscente riprende una consolidata tradizione locale, iniziata con il democristiano Bruno Boni, sindaco di Brescia dal 1948 al 1975.

La presenza fisica nel tessuto urbano del “corpo del sindaco” è metafora plastica della capacità di Del Bono e della sua coalizione di iscriversi nella tradizione nella città, caratterizzata dalla presenza di un solido cattolicesimo democratico, quello di Martinazzoli sul versante politico e di un ricco e variegato mondo dell’associazionismo e del volontariato su quello sociale, e del dialogo tra mondo cattolico e comunista.

Foto 1. Emilio Del Bono

La sua ricerca del consenso si è basata su due punti: l’illustrazione degli effetti del suo buongoverno e la promessa di attuazione di altri interventi già deliberati. Con la sua giunta Brescia negli ultimi cinque anni ha registrato l’abbattimento del cromo esavalente nell’acqua, la raccolta differenziata al 65% (+ 27%), l’incremento del 50% del presidio della Polizia locale sul territorio e di quasi 13 milioni di utenti sul trasporto pubblico locale, il 113% in più di visitatori nei musei della città, il restauro e la riapertura della Pinacoteca, chiusa da nove anni. Restano ancora da fare la bonifica del sito industriale della Caffaro, azienda chimica che ha iniziato a inquinare i primi anni del Novecento, la realizzazione di un grande parco tematico, il taglio delle imposte comunali, l’istituzione del nucleo di Polizia locale di quartiere, il trasporto pubblico a zero emissioni, il doposcuola gratuito per bambini e bambine dai 6 ai 13 anni, la candidatura di Brescia a capitale italiana della cultura nel 2022.

Analisi del voto

Un dato significativo su cui riflettere è quello dell’elevato e crescente astensionismo, rispetto al quale nessuno può, né dovrebbe, cantare vittoria. Alle amministrative dell’aprile 2008, abbinate alle politiche, aveva votato l’84,7% degli aventi diritto, alle politiche del 4 marzo 2018 il 74,37%, alle amministrative del 10 giugno solo il 57,44%. L’unico partito che è riuscito a conservare il proprio zoccolo duro è il PD. Sia a sinistra, sia a destra si è registrato un insuccesso dei partiti minori, schiacciati dalle due coalizioni.

Secondo alcuni, il forte astensionismo, nonostante la buona affermazione della Lega (24,71%) avrebbe danneggiato la coalizione di centro destra, il cui  programma si è incardinato su cinque parole chiave – sicurezza, ambiente, famiglia, lavoro e futuro – non specificamente legate alla realtà locale, ma sostanzialmente una sorta di  passepartoutper Matteo Salvini, unico leader nazionale recatosi a Brescia a sostenere Paola Vilardi.

I mutamenti demografici, determinati dai fenomeni migratori, che hanno interessato Brescia negli ultimi decenni, si riflettono anche nella composizione delle liste elettorali. Fra gli aventi diritto al voto circa 12.000 sono neo-cittadini di origine immigrata, che hanno chiesto e ottenuto la cittadinanza italiana, e rappresentano l’8,5% del corpo elettorale, mentre i residenti stranieri in città, al primo gennaio 2017, risultano essere il 18,5%.

In termini di candidature la presenza dei nuovi cittadini è veramente scarsa: sono solo 23 – 12 uomini e 11 donne, di cui nessun/a eletto/a – le candidature a consigliere/a, pari a meno del 4% del totale: certamente poche per una città che è terza in Italia, dopo Prato e Milano, per numero di stranieri residenti.

Una lettura di genere

Su 8 candidati a sindaco 2 sono donne (25%)  – una è la candidata della coalizione di centro destra e l’altra quella di Forza nuova – mentre le aspiranti consigliere costituiscono il 44,8% del totale con una leggerissima superiorità nelle liste del centrosinistra. La lista più “rosa” è quella di Fratelli d’Italia, che forse a Brescia si sarebbe potuta ribattezzare Sorelle d’Italia, con 19 candidate su 32 (59%), mentre fanalino di coda è il Movimento 5 Stelle con il 33% e Brescia Italiana. La coalizione di centro sinistra, presenta 16 uomini e 16 donne in ciascuna lista (50%).

Se si guarda in un’ottica di genere il risultato elettorale la situazione cambia poco. Su un totale di 32 consiglieri 12 sono donne (37,4%), di cui 8 su 20 (40%) nella coalizione di centro sinistra  e 4 su 11 (36,3%) in quella di centrodestra. Nello specifico, la lista civica di Laura Castelletti, Brescia per passione, elegge una donna e un uomo (50%), cui seguono il PD con 7 donne su 15 eletti (46,6%),  la Lega con 3 donne su 7 eletti (42,8%), Forza Italia con una donna su tre eletti (33%), mentre la Civica Del Bono sindaco, Sinistra a Brescia, Fratelli d’Italia e il Movimento 5 Stelle vedono l’elezione di soli candidati uomini.

Conclusioni

In questi risultati elettorali si può leggere l’intreccio tra continuità e cambiamento, il permanere di una tradizione accanto al lento e faticoso emergere dei mutamenti in corso nella società, una certa disaffezione critica rispetto alle imperfezioni della democrazia rappresentativa e contemporaneamente un’apertura di credito per il futuro all’uscente, e riconfermato, sindaco della giunta “del fare”, che ha indicato la propria mancanza di arroganza come una delle ragioni della riconferma della coalizione di centro sinistra.

Sicuramente Brescia, con l’esito di queste elezioni amministrative, conferma la propria anomalia nel panorama politico nazionale, tuttavia è ancora troppo presto per dire se il caso bresciano riuscirà a divenire modello o resterà confinato all’ambito locale.

 




ITALIA – Indagini in corso per il disastro ferroviario tra Bari e Barletta

La regione Puglia si è stretta intorno alle famiglie delle vittime del disastro ferroviario avvenuto il 12 luglio lungo la linea che collega Barletta a Bari. Il bilancio dello scontro frontale tra i due treni è stato pesantissimo, 23 persone hanno perso la vita e 52 sono rimaste ferite. Un incidente che si sarebbe potuto evitare, se si fosse provveduto a dotare quella tratta di un moderno  sistema automatico di supervisione, al posto del cosiddetto “blocco telefonico” che veniva utilizzato da oltre sessant’anni.
Erano anche previsti dei lavori dal 2008 di ampliamento della linea ferroviaria che prevedevano il raddoppiamento del binario, in origine il collaudo sarebbe dovuto avvenire già nel 2015, ma nel corso degli anni si sono registrati dei ritardi che hanno portato allo slittamento dell’inizio dei lavori e della presentazione delle offerte inerenti la gara d’appalto con scadenza il 19 luglio.
Le indagini atte ad individuare i colpevoli dell’accaduto sono in corso e il procuratore di Trani Francesco Giannella ha affermato: “L’errore umano c’è stato ma chiudere la vicenda così è riduttivo”.
Il presidente del consiglio Matteo Renzi ha dichiarato:”La strage dei treni in Puglia ha scosso molti di noi, ma ha soprattutto distrutto la vita di oltre venti famiglie. I giudici indagano come è giusto sulle cause. Da parte mia ho volutamente scelto di evitare con cura ogni polemica: non è il tempo delle accuse, non è il tempo degli sciacalli. Lasciamo che i magistrati facciano il loro lavoro, punto”.
Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ieri ha incontrato presso il policlinico di Bari i parenti delle vittime e i feriti assicurando loro che giustizia sarà fatta.
I pugliesi in questi giorni hanno dato grande prova di solidarietà, rispondendo all’appello della regione Puglia di donazione del sangue, recandosi in massa nei vari centri di raccolta, alcuni hanno pazientemente atteso per ore e in 4 giorni sono state raccolte quasi 3000 sacche di sangue, inoltre la Croce Rossa Italiana ha fornito un servizio di supporto psicologico ai feriti e ai familiari delle vittime.




Ricordando Patricia

Il 12 giugno scorso ci ha lasciato improvvisamente Patricia Adkins Chiti, mezzosoprano e musicologa inglese, da tempo cittadina italiana, fondatrice e presidente della Fondazione Donne in Musica, ente che promuove e sostiene la creatività delle musiciste.

Noi di Toponomastica femminile la conoscevamo bene, perché con la sua Fondazione ha sostenuto e patrocinato sin dall’inizio il nostro concorso nazionale Sulle vie della parità, mettendo a disposizione anche premi consistenti in importanti volumi di storia della musica e delle sue protagoniste. Conoscevamo la sua grinta e la sua passione nel dar voce alla presenza femminile nell’arte della musica, spesso dimenticata dalla musicologia ufficiale, un campo, come altri, da sempre riservato agli uomini. Apprezzavamo le sue frequentazioni internazionali, che creavano quella rete indispensabile a unire forze e competenze in tutto il mondo. 

Nata in Inghilterra, Patricia aveva studiato alla Guildhall School of Music and Drama di Londra e debuttato al Teatro dell’Opera di Roma nel 1972. Da allora molte sono state le sue registrazioni per emittenti radiofoniche europee e per case discografiche, in un repertorio che andava dalle cantate barocche alle opere di Verdi e Donizetti, alla musica contemporanea. Sposata con il compositore italiano, Gian Paolo Chiti, è stata insignita nel 2004 del titolo di Commendatore della Repubblica per meriti culturali dall’allora presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. Ha scritto quaranta libri e circa ottocento articoli accademici sulle compositrici, per editori italiani, europei, americani e asiatici. Ha fondato nel 1978 il movimento Donne in Musica/Women in Music, riconosciuto dal Governo Italiano e dall’UNESCO, che è diventato Fondazione internazionale senza scopo di lucro nel 1996. Con sede a Fiuggi (FR), da quaranta anni la Fondazione promuove la musica di compositrici e cantautrici di tutte le età e nazionalità, in tutti i generi, e ha pubblicato più di cinquanta libri sulla storia delle donne compositrici, in inglese, italiano e arabo. 

Foto 1. Fondazione Donne in Musica

Patricia ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti, tra cui il Premio de Investigación Musical “Rosario Marciano”. Parlava inglese, italiano, francese e tedesco; dal 2012 ha cominciato a studiare anche l’arabo. Dal 1980 ha diretto festival, serie di concerti e simposi in Italia e all’estero e ha anche lavorato a stretto contatto come esperta in politica culturale con governi e università in Europa, Stati Uniti e Asia.

In questi ultimi mesi era impegnata a organizzare l’importante Concerto di Gala del prossimo 5 novembre al Teatro Argentina di Roma, in occasione delle celebrazioni dei settanta anni della firma della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Instancabile, stava preparando una conferenza che avrebbe tenuto a Vienna all’inizio di luglio per inaugurare l’installazione di MusicaFemina a Schönbrunn.

Silvia Costa, eurodeputata e grande amica della musicista scomparsa, propone di dedicarle in Italia, in Europa e nel Mondo la Festa internazionale della Musica 2018. 

 “No country is without women making music. Humanity would be poorer without our contribution. When children are born, mothers sing”, questa era la sua citazione preferita.




ITALIA – Le indagini del disastro ferroviario tra Andria e Corato

I vertici di Ferrotramviaria sono indagati dalla Procura di Trani per il disastro ferroviario del 12 luglio tra Corato e Bari in cui sono morte 23 persone e altre 52 sono rimaste ferite. Ferrotramviaria è la società privata che gestisce la linea su cui si è verificato il disastro. I nuovi indagati sono il direttore generale di Ferrotramviaria, Massimo Nitti, il direttore di esercizio delle Ferrovie del Nord Barese (Ferrotramviaria), Michele Ronchi, e la presidente e legale responsabile di Ferrotramviaria Gloria Pasquini. I reati ipotizzati sono: disastro ferroviario colposo, omicidio colposo plurimo e lesioni personali colpose plurime. “Siamo pronti a dare tutti i chiarimenti necessari e a fornire la massima collaborazione possibile ai magistrati inquirenti”. Lo ha detto l’avvocato Michele Laforgia, difensore dei vertici di Ferrotramviaria indagati nell’inchiesta sul disastro ferroviario in Puglia. Laforgia, che ha depositato questa mattina in procura a Trani la nomina a difensore di fiducia, ha sostenuto che l’iscrizione dei vertici dell’azienda è un “atto dovuto” anche in conseguenza del fatto che alcuni dipendenti dell’azienda sono morti nello scontro tra i due treni. Indagato anche capotreno sopravvissuto Nicola Lorizzo, il capotreno sopravvissuto allo scontro tra convogli in Puglia, è indagato dalla procura di Trani. Lorizzo, ricoverato all’ospedale di Bari, martedì era il capotreno del regionale 1021, il treno partito dalla stazione di Andria. Sono dunque sei le persone indagate nell’inchiesta per disastro ferroviario colposo e omicidio colposo plurimo. Oggi la consegna delle salme alle famiglie Saranno riconsegnate alle famiglie oggi pomeriggio 20 delle 23 salme delle vittime dell’incidente ferroviario avvenuto martedì scorso vicino Andria e che si trovano nell’istituto di Medicina legale del Policlinico di Bari. Le altre tre – quelle dei ferrovieri Pasquale Abbasciano, Luciano Caterino e Albino De Nicolo – saranno invece consegnate ai parenti entro questa sera: sui loro corpi sono in corso gli esami autoptici effettuati dal direttore dell’Istituto, Francesco Introna. I funerali per venti delle vittime saranno celebrati domattina alle 11 nel palazzetto dello sport di Andria. Lunedì interrogatorio per i primi due indagati Saranno interrogati lunedì mattina i due capistazione della Ferrotramviaria, in servizio ad Andria e Corato, indagati dalla Procura di Trani nell’ambito dell’inchiesta sul grave incidente ferroviario del 12 luglio costato la vita a 23 persone. Vito Piccarreta, 57 anni di Corato, e Alessio Porcelli, 62 di Trani, che rispondono di omicidio colposo plurimo e disastro ferroviario, saranno ascoltati dai pm della Procura di Trani, assistiti rispettivamente dagli avvocati Leonardo De Cesare e Massimo Chiusolo. De Cesare, intanto, ha voluto precisare che Piccarreta, del quale sono apparse dichiarazioni nei giorni scorsi,á”non ha mai rilasciato dichiarazioni perché è molto molto addolorato, anche perché molte delle vittime erano persone di sua conoscenza”. Domani i funerali ad Andria, bandiere a mezz’asta in Italia I funerali delle vittime del disastro ferroviario si terranno domani mattina alle 11 ad Andria In segno di lutto bandiere a mezz’asta sugli edifici pubblici dell’intero territorio nazionale. Lo annuncia una nota della presidenza del Consiglio. 10 mln a famiglie in Dl Enti Locali Via libera del governo e della commissione Bilancio, all’unanimità, alla proposta Boccia per gli aiuti alle famiglie. Lo prevede un emendamento al Dl Enti Locali depositato dal relatore Misiani e votato all’unanimità in commissione Bilancio che autorizza una spesa di 10 milioni “in favore delle famiglie delle vittime” e “di coloro che a causa del disastro hanno riportato lesioni gravi e gravissime”. A ogni famiglia andranno non meno di 200 mila euro, spiega l’emendamento.




Un coro di voci per salvare la Casa

di Barbara Belotti, Livia Capasso, Maria Pia Ercolini

In un tweet di lunedì 21 maggio Michela Marzano ha posto una domanda serissima: “Com’è possibile che a rompere il patto con la Casa Internazionale delle Donne sia una giunta guidata da una donna?”. E ancora: “La sindaca Raggi – prima donna eletta a Roma – non conosce, oppure dimentica, oppure sottovaluta, l’importanza che i luoghi di accoglienza e di rilancio culturale rivestono oggi per tutte quelle donne che, nonostante i progressi dell’uguaglianza, continuano a subire violenze e ad essere emarginate?”. 

Forse è proprio questo che appare più incredibile, doloroso, paradossale e la riflessione di Michela Marzano diventa la riflessione di tutte e di tutti.

Il contenzioso fra il Comune di Roma e la Casa Internazionale delle Donne ha radici lontane. Dalla valutazione del debito accumulato negli anni, era nato un dialogo-confronto già con le precedenti amministrazioni, persino con quella del sindaco Alemanno che rinnovò la convenzione, segno evidente che le azioni svolte dalla Casa Internazionale, il suo radicamento storico, il suo valore simbolico venivano considerate un bene comune per l’intera città anche da amministrazioni “meno amiche”. La giunta Marino andò oltre, istituendo un’apposita commissione per procedere alla valutazione e rimodulazione dei costi esorbitanti che il mantenimento, e non soltanto l’affitto dei locali, richiedeva.
Laboratorio politico e culturale unico nel suo genere” è stata definita l’esperienza del Buon Pastore in un comunicato stampa della Regione Lazio dello scorso dicembre, in cui si annunciava un contributo straordinario di 90 mila euro per il sostegno ai servizi di consulenza di tipo legale, psicologico e per la genitorialità messi in atto dalla Casa Internazionale delle Donne, riconoscendole di “rappresentare per le donne di Roma, in Italia e per le visitatrici straniere un punto di riferimento certo”. La giunta Zingaretti, intervenendo economicamente, entrava di fatto a far parte di un tavolo di discussione che sembrava disponibile al dialogo: poche settimane prima, infatti, il Comune di Roma, in un comunicato stampa, dichiarava che grazie a “un confronto aperto e costruttivo” era possibile “arrivare a una soluzione condivisa”. Il comunicato stampa del Campidoglio chiudeva l’incontro del 13 novembre 2017 fra le rappresentanti della Casa Internazionale delle Donne e l’assessora al Patrimonio, Rosalba Castiglione, l’assessora alle P.O. Flavia Marzano e la dirigente dell’assessorato al patrimonio Stefania Grassia. 

Poi il cambiamento di strategia e di prospettiva da parte del Comune che ha trasformato la Casa Internazionale da laboratorio politico e bene comune in bene immobiliare. 

È di questi giorni la mobilitazione di moltissime donne e moltissimi uomini contro la decisione della sindaca Raggi di riallineare il progetto alle moderne esigenze dell’Amministrazione – ovvero quelle di risanamento del bilancio comunale – e contro la minaccia di sfratto. 

Irene Giacobbe, ‎Vicedirettora della rivista e presidente della Associazione e Testata on line POWER & GENDER, ricapitola i punti salienti della questione: 

La Casa Internazionale non costa niente al Comune, versa mensilmente all’amministrazione capitolina l’affitto che può: abbiamo versato dal 2003 circa 600.000 euro. La Casa mantiene e cura, con interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria, che forse non le compete, un complesso immobiliare del 1600 che era abbandonato e condannato al degrado e per il quale sono stati versati affitti anche nel periodo di “occupazione” dello stabile.
Non ci sono debiti né con fornitori, né per le utenze o tasse comunali. La Casa dà lavoro, versa i contributi INPS, accantona correttamente il denaro per le lavoratrici che sono impiegate stabilmente. Per il ruolo che svolge, che ha svolto e che continuerà a svolgere può essere inserita tra gli enti che possono fruire dell’utilizzo dei locali in comodato d’uso, in base ad una legge nazionale sul volontariato votata nel 2015.

Dopo la riunione del 21 maggio tra le rappresentanti della Casa Internazionale delle Donne e il Comune, il confronto si è fatto più teso e, come afferma Irene Giacobbe, intorno al Campidoglio si è alzata un’aria tossicaquella della misoginia e del potere patriarcale, che inquina da millenni menti e cuori. La Casa immette nel respiro di Roma la consapevolezza di sé e della propria storia, delle lotte che hanno portato a migliorare la vita di tutte le donne; non è un polline miracoloso che viaggia nell’aria e che respiriamo tutte, ma è la speranza per tutte di un respiro vitale.

La Regione Lazio si schiera nuovamente a fianco del Buon Pastore, come dichiara Marta Bonafoni: 

In questa battaglia a difesa della casa Internazionale delle Donne c’è innanzitutto il riconoscimento di quel luogo come uno spazio di autonomia politica delle donne di straordinaria importanza. Un valore non computabile con metodi ragionieristici. Poi arriva la questione del rientro dal debito, sulla quale la Casa ha già proposto un piano puntuale di fattibilità, che tiene ovviamente conto del valore sociale ed economico dei servizi sociali e culturali attivi nel Buon Pastore. Su entrambi questi aspetti la Regione è a fianco della Casa Internazionale delle Donne e farà la sua parte”.

Dalla stessa parte stanno le migliaia di persone che hanno partecipato alle assemblee pubbliche e alla manifestazione di lunedì scorso in piazza del Campidoglio, durante la riunione fra la sindaca Raggi e le rappresentanti della Casa Internazionale. 

Molta la determinazione a non fare passi indietro, a non arrendersi, a difendere i progetti femminili e femministi messi in atto in questi anni dalle tante realtà associativi all’interno della Casa. Determinazione accompagnata dalla grande ironia con la quale le donne e gli uomini, ai piedi del Palazzo Senatorio, apostrofavano Virginia Raggi:

 A te le pecore, a noi il Buon Pastore”.




Si chiamava Razan

Sabato 2 giugno migliaia di persone hanno partecipato ai funerali della ragazza, mentre la bara sfilava per Gaza City avvolta nella sua bandiera. Si chiamava Razan Ashraf al-Najjar l’infermiera palestinese ventunenne uccisa venerdì scorso nella striscia di Gaza. Durante la cerimonia funebre, i genitori hanno mostrato le sue uniche armi: il camice insanguinato e un rotolo di garze. Aveva il volto scoperto e le mani alzate quando l’esercito israeliano ha aperto il fuoco e l’ha colpita al petto. Secondo alcuni (su questo le fonti non concordano), la sua assassina sarebbe una donna, cosa rara per il mondo occidentale, ove a commettere violenza sono quasi sempre gli uomini, ma che non sorprende nello Stato più militarista del mondo in cui il razzismo verso la popolazione araba è fortemente radicato. È in carcere accusata di terrorismo la sedicenne araba che a mani nude ha schiaffeggiato un soldato occupante, armato di mitra, pochi mesi fa, gesto che ha indignato l’opinione pubblica ebraica molto più delle migliaia di vittime fatte da Israele nel corso dei decenni. 

Oltre al quotidiano panarabo Al Jazeera, è il giornale israeliano Haaretz a riportare la notizia secondo cui lo stesso Stato di Israele starebbe aprendo un’inchiesta sui propri soldati per quanto accaduto a Razan. E non è affatto scontato che l’intransigente e spietato governo Netanyahu ammetta i crimini delle cosiddette Forze di Difesa Israeliane (IDF).

La sua uccisione rientra in un contesto molto più ampio. A partire dal 30 marzo la popolazione della striscia di Gaza, esasperata da decenni di umiliazioni e soprusi, ha dato inizio alla Marcia del Ritorno. Tale manifestazione, che ha luogo ogni venerdì, rivendica il diritto delle famiglie palestinesi di tornare nelle terre da cui furono forzatamente allontanate per fare spazio allo Stato ebraico-sionista. Infatti la striscia – una specie di carcere a cielo aperto ove mancano i generi di prima necessità – ospita quasi due milioni di persone, in maggioranza rifugiati e profughi cacciati dal resto della Palestina nel 1948 in occasione di Al Naqba (che significa «la catastrofe»), come è ricordata nel mondo arabo la nascita di Israele. A dare il via a queste manifestazioni è stata la decisione di Donald Trump di spostare a Gerusalemme (e la sua occupazione israeliana viola decine di risoluzioni ONU) la sede dell’ambasciata USA, gesto che umilia gravemente il diritto internazionale e la dignità dei popoli arabi ma che mostra  continuità, nei rapporti con Israele, tra la presidenza Trump e le precedenti amministrazioni statunitensi. La Marcia del Ritorno non è certo una provocazione di Hamas, come invece i vertici politici e militari israeliani vorrebbero far credere: con modalità estremamente pacifiche e nonviolente, la popolazione palestinese sta dimostrando in queste settimane una determinazione incredibile nell’opporsi alla violenza del «popolo eletto». Ma alla resistenza non violenta palestinese Israele risponde con crimini di guerra. Oltre ai gas letali e le bombe al fosforo bianco, le IDF usano spesso proiettili che, una volta penetrati nel corpo della vittima, si aprono diffondendo schegge: per i medici l’unico rimedio a queste ferite consiste nell’amputare gli arti dei sopravvissuti. Scandaloso, anche se giustificato da Netanyahu come «legittima difesa dal terrorismo», è stato lo sparare ai giocatori della squadra di calcio palestinese mirando alle ginocchia. L’ultimo ed ennesimo atto criminale della brutalità sionista, dopo aver sparato persino sulle ambulanze, è stato proprio l’omicidio di Razan, nonostante la sua inconfondibile uniforme da paramedica. Lo sparo è stato effettuato non durante un momento di “scontri” ma a freddo, durante la medicazione dei feriti; nello stesso contesto, una granata ha ferito un altro operatore sanitario. Sparare al personale medico e paramedico è considerato un crimine di guerra gravissimo secondo tutte le convenzioni internazionali. 

Foto Razan

Arriva così a 119 il bilancio dei palestinesi inermi uccisi dal fuoco Israeliano dal 30 marzo a oggi. Dopo il massacro di civili nei campi profughi di Sabra e Chatila (Libano 1982) sotto la guida diretta di Ariel Sharon, gesto che non trova alcuna giustificazione umana né politica, già l’operazione Piombo Fuso contro la striscia di Gaza del 2008-2009, diretta dallo stesso Netanyahu che siede al governo oggi, aveva comportato per i vertici politici e militari di Tel Aviv (unica legittima capitale israeliana) l’apertura di un procedimento penale presso il tribunale internazionale dell’Aja per «crimini contro l’umanità» e «genocidio»: mai accuse tanto gravi avevano colpito governi sedicenti liberaldemocratici dopo la seconda guerra mondiale.

La cosa più eclatante di quanto sta accadendo è il totale silenzio dei nostri media: se si vuole avere una decente informazione sulla carneficina unilaterale in corso è necessario leggere Le Monde o Al Jazeera o Libération o The Guardian o il Middle East Eye, mentre i giornali e le televisioni italiane si limitano ogni tanto a parlare di «momenti di tensione» o addirittura di «nuovi scontri nel conflitto arabo-israeliano», come se i rapporti di forza tra le due parti fossero pari o quasi. Se invece fosse stato un soldato israeliano ad essere ucciso dai razzi di Hamas, l’Italia avrebbe visto levarsi un coro di slogan di solidarietà con la «vittima del terrorismo islamico».




Nord della Striscia di Gaza, 30 marzo 2018

Una marcia pacifica si avvicina alla recinzione di Jabaliya. Non si vedono bandiere di partiti né di fazioni, Al Fatah e Hamas finalmente lavorano insieme. Sono trentamila persone disarmate, di entrambi i sessi e di tutte le età. Non lanciano razzi né impugnano fionde e non hanno il volto coperto dalla tradizionale kefyah. Tra i partecipanti ci sono molti adolescenti, cresciuti in una striscia di terra di circa dieci chilometri per cento chiusa dal filo spinato, dove l’acqua scarseggia e la corrente elettrica viene concessa solo per quattro ore al giorno, dove anche la pesca è sottoposta a restrizioni e il 70% della popolazione è composto da rifugiati le cui famiglie furono allontanate dalle terre su cui nacque lo Stato di Israele. La manifestazione, nota come Marcia del ritorno, chiede che il popolo palestinese possa tornare a quelle terre, a poche settimane dal settantesimo anniversario della fondazione di Israele, ricordata nel mondo arabo come Al Nakba, la catastrofe. La data scelta, indicata come Giornata della terra, ricorda un episodio del 1976, in cui le forze armate uccisero sei persone e ne ferirono altre cento per impedire uno sciopero di arabi con la cittadinanza israeliana che si erano visti requisire le proprie terre.

Un proiettile sibila nell’aria. Cade un ragazzo. Poi un altro. Poi un altro ancora. Immobili, i cecchini israeliani eseguono da lontano gli ordini che arrivano via radio. Alla fine della giornata, il bilancio è di diciassette morti e quattrocento feriti.

I vertici dell’esercito israeliano sostengono che i ragazzi uccisi fossero dei «rivoltosi» e che una manifestazione pacifica a ridosso della Pasqua ebraica costituisca una minaccia per la sicurezza e per l’esistenza stessa del Paese, parlano di «tentativi di attacchi terroristici fatti passare per manifestazioni»; il ministro della difesa Lieberman parla di «provocazione» e sostiene che i partecipanti alla marcia fossero stati istigati e manipolati da Hamas, braccio armato della resistenza e partito maggioritario nella striscia di Gaza.

Le fotografie indicano piuttosto una dimostrazione nonviolenta, non certo un’Intifada, e alcuni dei morti sono stati colpiti alla schiena mentre scappavano dai gas lacrimogeni.

Molti israeliani e sionisti ritengono che le colonie, per quanto illegali, siano indispensabili per la sicurezza di Israele e ne attribuiscono la responsabilità ai tentativi palestinesi di lotta armata. Ma la Marcia del ritorno del 30 marzo dimostra che una lotta pacifica non viene accolta dall’occupante in maniera meno cruenta. I rapporti di forza tra occupante e occupato sono del tutto asimmetrici. Non si tiene conto della violenza costante che i palestinesi hanno sempre subito. ll quotidiano arabo Al Jazeera replica che «pretendere che [i palestinesi] adottino un’ideologia nonviolenta significa dimenticare la storia delle lotte di liberazione, dall’Algeria al Viet Nam».

Mentre il Papa tace, le ONG e l’ONU sono impotenti e Trump strizza l’occhio a Netanyahu, pronto a mettere il veto quando il Consiglio di Sicurezza discuterà un’eventuale commissione di inchiesta, l’unica voce di un capo di Stato che si è paradossalmente levata contro l’ulteriore «atto disumano» commesso viene da un uomo non certo attento ai diritti umani né alla legalità internazionale: il dittatore turco. Negli ultimi giorni Erdogan e Netanyahu hanno inscenato dei grotteschi comizi televisivi dandosi dei terroristi a vicenda.

Secondo varie testate del mondo arabo (in particolare il quotidiano panarabo Al Quds al Arabi e quello di Ramallah Al Avyam), l’ONU dovrà aprire un’indagine e probabilmente interverrà la Corte penale internazionale per crimini di guerra. Difficilmente però questi organi potranno imporre all’occupante il rispetto dei diritti umani: da oltre cinquant’anni Israele disobbedisce alle ingiunzioni delle Nazioni Unite che vorrebbero il ritiro da tutti i territori occupati e in particolare la città di Gerusalemme, la Cisgiordania e la striscia di Gaza. Già nel 2009, in seguito all’operazione Piombo Fuso, costata la vita a migliaia di civili della striscia, le cui notizie giungevano in Italia grazie ai resoconti di Vittorio Arrigoni, il Tribunale penale internazionale aveva aperto un processo a carico dei vertici politici e militari di Israele, presieduto allora dallo stesso Benjamin Netanyahu che siede oggi al governo, con i capi d’accusa di «crimini contro l’umanità» e «genocidio».