ITALIA – Donne al lavoro

Di Livia Capasso e Maria Pia Ercolini

Collegate dal filo conduttore delle pari opportunità, sono state esposti in questi giorni, alla Centrale Montemartini di Roma, 71 pannelli provenienti da tutta Italia con immagini storiche, foto attuali e targhe stradali di donne che da sempre hanno agito nell’ombra e in piena luce, davanti a una metà del mondo che non ha mai avuto occhi per notarle.

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Ne emergono mestieri antichi e nuovi, sconosciuti e diffusi, di nicchia e di massa. E così si scoprono le acquarole di Sicilia, venditrici di acqua da bere, contenuta in damigiane adagiate in ceste di vimini e trasportate da carretti di fortuna e le corallare di Torre del Greco, preferite agli uomini per la delicatezza delle loro mani che bucano e infilano rami di corallo per farne collane.

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E ancora: le femminote dello Scilla e Cariddi, pastore, contadine, pescatrici e contrabbandiere di sale, bravissime nel baratto e nel commercio; le portatrici d’ardesia, che scendevano dalle cave liguri poste in quota fino ai magazzini costieri di Lavagna per imbarcare le pesanti lastre caricate sulla testa; le sessolote triestine, che usavano una pala di legno non piatta (sessola), piegata a mo’ di gronda, per lanciare in aria le granaglie da mondare…

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E ancora, pittrici, musiciste, scrittrici che da sempre hanno mostrato grande talento senza acquisirne la meritata fama.

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ILDEGARD (Friburgo – foto di Filippo Altobelli)

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VITTORIA COLONNA (Napoli – foto di Maria Pia Ercolini)

I mestieri hanno sempre visto la presenza femminile – contadina, parrucchiera, sarta… – mentre le professioni sono state sempre appannaggio della componente maschile, tant’è che i nomi che le definiscono sono declinati al maschile.

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MONDINE (Carpi (MO) – foto di Andrea Aldini)

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SARTINE (Brindisi – foto di Marina Convertino)

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MERLETTAIE (Offida (AP) – foto di Barbara Belotti)

Ora che anche le donne hanno accesso ai ruoli professionali, è tempo di usare un linguaggio adeguato e conveniente e declinare al femminile le professioni assolte dalle donne: avvocata, sindaca, prefetta, magistrata…

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AVVOCATO (Francavilla Fontana (BR) – foto di Marina Convertino)

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MAGISTRATO (Diamante (CS) – foto di Livia Capasso)

L’assenza di tracce e riconoscimenti femminili sul territorio porta a riproporre stereotipi di genere largamente superati dalla reale dinamica sociale, che vede le donne protagoniste della vita scientifica, culturale e politica.

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RICERCATRICE

Attraverso inclusioni ed esclusioni dalla memoria collettiva, le targhe stradali sono in grado di far riemergere storie rimosse e contribuiscono ad aprire gli orizzonti a nuove generazioni alla ricerca di una propria identità.

Riportando a galla il vissuto e l’agito delle donne si combattono stereotipi e violenze e si consente alle giovani generazioni di ripensare liberamente alla propria collocazione nel mondo.

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RITA LEVI MONTALCINI (Morbegno (SO) – foto di Rosa Enini)




ITALIA – Lezioni di letteratura sulle strade di Padova

Di Nadia Cario

Nelle vie di Padova viene ricordata l’intellettuale del Quattrocento Isotta Nogarola vissuta nel periodo di maggiore espansione della Repubblica di Venezia. Verso la metà del Cinquecento, quando la città aveva poco più di 34.000 abitanti ed era sede di una ricca vita intellettuale, il suo Studio aveva i più famosi matematici e dottori in diritto civile e canonico, la facoltà di medicina vantava nomi altisonanti e l’Accademia degli Infiammati era frequentata tra gli altri da Pietro Aretino e Tiziano Vecellio. Di questo periodo troviamo poete come Gaspara Stampa e Veronica Franco. Tra le letterate successive troviamo nomi eccellenti quali Elena Lucrezia Cornaro Piscopia, la prima laureata al mondo proprio qui nel 1678. Riuscì a laurearsi dopo divieti e ostacoli da parte del Vescovo, tra i quali quello di non poter prendere la laurea in teologia come avrebbe voluto, ma in filosofia. Accolta poi nel Collegio dei medici e dei filosofi non poté esercitare l’insegnamento in quanto donna.

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Sulpicia (… – I secolo a.c.)

La poeta Sulpicia è l’unica donna di età classica di cui ci sono pervenute le opere. È la sola che ci parla di sé scrivendo della propria vita e di come vive i sentimenti in prima persona senza mediazioni maschili.

Vissuta a Roma all’età di Augusto in un periodo in cui i mutamenti della condizione femminile avevano comportato libertà di parola sino al punto che in alcuni casi donne giunsero a comporre orazioni e pronunziarle nei tribunali. Appartenere alla classe alta le aveva dato la possibilità di frequentare i migliori ambienti, e in particolare gli intellettuali che si raccoglievano intorno a suo zio Messalla (Ovidio, Ligdamo, Tibullo). Sulpicia scrive e parla di amore tra fidanzati nei suoi poemi che ci sono pervenuti raccolti nel Corpus Tibullianum. E’ innamorata di Cerinto dal quale lo zio tutore vuole allontanarla portandola in campagna e lei si ribella con carattere:

Orribile compleanno, nella campagna odiosa

Senza Cerinto, triste a passare.

Nulla è più bello della città. … Suvvia Messalla, non preoccuparti

per me. Non sempre, parente mio, son tempestivi i viaggi.

Anche se non posso decidere quello che voglio

E mi conduci via, io lascio qui anima e sensi.

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Giulia Bigolina (Padova tra il 1516 e il 1519 – prima del 1569).

L’incertezza dei dati biografici è dovuta al fatto che fino a quando non furono stati istituiti dei registri per elencare tutte le nuove nascite, le donne non apparivano con regolarità in alberi genealogici e spesso non venivano iscritte nei libri di famiglia. Figlia di Alvisa Soncin di nobile famiglia di legislatori ben collegata con l’università e di Gerolamo, benestante con la passione della scrittura, Bigolina, è autrice di un inedito romanzo in prosa, Urania nella quale si contiene l’amore d’una giovine di tal nome, scritto intorno al 1556 – 1558. Si tratta di un romanzo che parla di amori contrastati i cui personaggi ricorrono al travestimento dove Urania, la personaggia principale, esamina i rapporti conflittuali tra uomo e donna in società concentrandosi sui motivi dell’onore e della ricerca di identità. Secondo Urania molti problemi sociali derivano dalla scarsa moralità maschile. Il suo caso è storicamente importante perché Giulia ha composto non solo l’unico romanzo in prosa mai rinvenuto scritto da una donna nel Rinascimento, ma anche l’unica novella del periodo, Giulia Camposampiero e Tesibaldo Vitaliani. Stimata ed apprezzata dagli autori suoi contemporanei quali l’Aretino e Tiziano, lo storico Andrea Cittadella, che scrive su Padova nel 1605, a parecchi anni dalla sua morte, la definisce ”scrittora faconda, nova Saffo”. Giulia frequenta la vita intellettuale padovana e l’Accademia degli Infiammati, partecipa alla discussione di A ragionar d’amore, trattato sull’amore in tre dialoghi “nei quali sotto persone onoratissime d’amore si ragiona”. Viene scelta per la sua attitudine al dibattito anche se, quando il testo era scritto da uomini come in questo caso, lei avrebbe dovuto limitarsi all’ambito dell’ascolto ponendo quelle domande che avrebbero permesso a uomini savi di brillare. Bigolina, invece, porrà in crisi l’assunto che le donne non siano capaci di ragionare come gli uomini, intervenendo vivacemente nel dialogo avvenuto nella sua casa. Si può pensare pertanto di far risalire l’invenzione del trattato femminista sul merito delle donne ad opera delle donne a Urania nella quale si contiene l’amore d’una giovine di tal nome per la sua previsione “di una precisa agenda intellettuale e filosofica in un periodo in cui proliferavano testi sul “prender moglie” e sul “governo della casa”” come scrive Valeria Finucci curatrice del libro Urania (2002), opera di questa scrittrice non convenzionale e molto apprezzata per i tempi in cui ha vissuto.

 Gaspara Stampa

Gaspara Stampa (Padova 1523 – Venezia 1554)

Intorno al 1523 nacque a Padova da una colta e modesta famiglia di commercianti gioiellieri di origine milanese. Alla morte del padre la madre nel 1531 si trasferì con la prole a Venezia. Gaspara, con la sorella Cassandra ed il fratello Baldassarre, ebbero una buona educazione letteraria e artistica tanto che sia lei che la sorella divennero cantanti e suonatrici di liuto molto ammirate. Gaspara inoltre componeva sonetti, poesie ed era molto vivace intellettualmente. Casa Stampa a Venezia divenne un salotto letterario molto frequentato dai maggiori musicisti, pittori e letterati della Venezia di quel tempo. Visse un’esistenza libera ed elegante, stringendo relazioni con letterati e gentiluomini. All’epoca esistevano molte Accademie e pare che Gaspara fosse anche socia dell’Accademia dei Dubbiosi col nome arcadico di Anassilla, nome che aveva tradotto dal termine latino del Piave (Anaxum). Dedicò gran parte dei componimenti e struggimenti all’uomo da lei amato, mentre lui ricambiò solo a tratti, preferendo combattere lontano da Venezia sotto le insegne del Re di Francia.

La poeta rappresenta la voce autentica e spontanea della poesia passionale ed erotica nella Venezia del Cinquecento. Nei suoi componimenti “rivendica la propria autonomia di scrittrice, il diritto ad avere una propria libertà d’espressione e di sofferenza per amore, sfida insieme alla società e al destino. Essempio infelice del suo sesso si riconosce la Stampa, ma, insieme, non può impedirsi di vivere in foco, di vivere ardendo e non sentire il male, sconsigliando, però, nel contempo le altre donne dal comportarsi come lei: Prendano esempio l’altre che verranno.” come scrive Francesca Santucci. Il suo diario intimo in cui si alternano gioie e angosce, viene definito una delle testimonianze letterarie femminili più delicate dell’epoca. I suoi scritti e la morte prematura la fecero una delle figure più caratteristiche del suo tempo. Viene ricordata anche con un busto in pietra che la rappresenta, unica figura femminile, nel doppio anello di statue in Parto della Valle.

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Enrichetta Usuelli Ruzza (Monza 1836 – Padova 1908)

Scrittrice, poeta, insegnate. Fu educata e istruita dalla madre nei primi anni, per diventare poi allieva di valenti professori. Arrivò nel Veneto nel 1856 per sposarsi con il farmacista di Castelfranco Veneto, Giovanni Ruzza. Durante il suo soggiorno a Castelfranco Veneto, Enrichetta si legò di sincera amicizia con Arnaldo ed Erminia Fusinato, con i quali, oltre all’amore per la poesia, condivideva anche un vivo sentimento patriottico. Fu autrice di poesie, di cui alcune furono lodate da Giosuè Carducci, che la incoraggiò, in diverse lettere, all’attività poetica.

Nè piú del vento i fremiti odorosi,

nelle tiepide sere,

soavi compiran furti amorosi

su le tremole antere;

I suoi componimenti a tema patriottico non poterono tuttavia avere libera circolazione almeno fino al 1866, ma è indubbio che contribuirono a considerare la poesia patriottica uno dei fenomeni più rilevanti della mobilitazione femminile durante il Risorgimento. Nel 1870, per sopravvenute difficoltà economiche, aveva dovuto cercarsi un lavoro trovandolo come insegnate di italiano e dirigente dell’Istituto femminile Pietro Scarcerle a Padova dove si trasferì, grazie alla cultura e alla preparazione dimostrate con alcune pubblicazioni letterarie. Ricoprirà questo incarico fino al 1906. La sua opera di educatrice mirava all’elevazione culturale e morale delle donne, mantenendo tuttavia lo spirito della tradizione, impegnato sulla famiglia. Morì a Padova nel 1908.

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Anna Maria Mozzoni, (Milano 1837 – Roma 1920)

Fu una delle principali protagoniste dell’emancipazionismo italiano e tra le più importanti figure della vita politica italiana e internazionale fra Otto e Novecento. Il suo impegno teorico, civile, politico denota grandissima vitalità e instancabile lavoro.

«Che fa la penna in mano a una donna se non serve alla sua causa, come a quella di tutti gli oppressi?»

«Voi però della cui intelligenza non posso dubitare vedendovi qui, pensate che le idee sono possenti e fatali, espansive e contagiose – non temete le opposizioni; senza attrito non v’è scintilla, ridete dell’umorismo, non ve ne impressionate; non ne vale la pena – e pensate ad aggiungervi lena, che se noi libiamo la vita in un calice sovente amaro, le nostre figlie e le nostre nipoti, che respireranno in pieno petto l’aura inebbriante della divina libertà, benediranno ai generosi conati di chi la preparò per loro.» (Dei diritti delle donne)

Nasce in una famiglia colta, di origini aristocratiche e di modesta ricchezza. La madre, Delfina Piantanida, appartiene all’alta borghesia milanese, mentre il padre Giuseppe è un ingegnere architetto. All’età di cinque anni entra in collegio per studiare.

Anna Maria mal sopporta l’educazione bigotta e conservatrice impartita dalle suore e nel 1851 ritorna a casa dove continuerà i suoi studi da autodidatta attingendo alla ricca biblioteca paterna. Tra le figure di riferimento vi sono Adelaide Cairoli, che Anna Maria frequenta, figura di spicco del risorgimento italiano. Tra le sue letture gli illuministi francesi e lombardi, Mazzini, Georges Sand e Fourier.

Il suo impegno fu rivolto soprattutto alla estensione del diritto di voto alle donne e a promuovere l’istruzione femminile. Fin dai suoi primi scritti La donna e i suoi rapporti sociali (1864) si trova la denuncia dello sfruttamento in cui sono costrette a vivere le lavoratrici, in particolar modo le operaie. Vicina alle posizioni repubblicane e mazziniane, nel 1871 venne chiamata a Roma da Mazzini per collaborare a La Roma del Popolo. Dal 1870 al 1890 scrisse per il giornale La Donna fondato a Padova nel 1868 da Gualberta Alaide Beccari, attento ai temi dell’emancipazione femminile e sensibile alla questione sociale. Nel 1878 rappresenta l’Italia al Congresso internazionale per i diritti delle donne di Parigi. Nel 1881 fondò la Lega promotrice degli interessi femminili, che si batteva per il diritto di voto alle donne. Nell’opuscolo Alle fanciulle, del 1884, spiegava perché le ragazze, qualunque fosse la loro condizione sociale, dovessero impegnarsi nella battaglia emancipazionista. Morirà al Policlinico di Roma all’età di 83 anni il 14 giugno del 1920.

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Gualberta Alaide Beccari (Padova 1842 – Bologna 1906)

Unica sopravissuta su quattordici nascite, Gualberta è figlia di Antonietta Gloria attrice di teatro, donna colta e politicamente attiva e di Girolamo Giacinto, traduttore, adattatore e autore di commedie teatrali oltre che direttore della compagnia patavina dei “Solerti”. L’ambiente familiare di idee repubblicane le fece maturare un forte impegno civile e l’amore per l’arte drammatica. Nel ’59 la famiglia emigra a Modena nella cerchia degli esuli veneti poiché il padre è sospettato dalla polizia austriaca di attività rivoluzionaria. Vi faranno ritorno nel 1866, dopo l’annessione. La scelta dell’emigrazione fu una delle cause del dissesto economico della famiglia, dal momento che la condanna in contumacia per emigrazione senza autorizzazione comportava il sequestro dei beni.

Gualberta presto aveva manifestato il desiderio di diventare giornalista per battersi in favore dei diritti delle donne e per contribuire al miglioramento della situazione sociale e morale italiana; divenne così ben presto protagonista di un’intensa stagione di dibattiti sull’emancipazione della donna, nei quali rivendicava la necessità di un rinnovamento morale della figura femminile quale base per il consolidamento della neonata nazione italiana. Il suo pensiero si basava sull’ideologia politica di Mazzini, che riconosceva alle donne la cittadinanza sociale, professionale e politica, affermando che non solo dovevano essere ammesse al voto, ma potevano anche essere votate ed elette come rappresentanti del popolo.

Tornata in Veneto, strumento di questa battaglia fu la rivista La donna da lei fondata nel 1868, riunendo attorno a sé un gruppo di poete, letterate, insegnanti, intellettuali, tra cui Anna Maria Mozzoni, Luisa Tosco, Giorgina Saffi. La donna uscì a Padova dal 12 aprile 1868 fino a ottobre dello stesso anno, poi fu trasferita per alcuni anni a Venezia e quindi a Bologna, dove la pubblicazione fu interrotta nel 1891.

Vennero affrontati diversi temi anche piuttosto controversi per quel periodo, quali la parità salariale, la prostituzione, il divorzio, i diritti politici delle donne. Scopo principale della rivista era quello di informare ed educare le donne nei diversi campi della politica, della letteratura, delle scienze e delle arti; gli articoli non si limitavano infatti alla sola sfera teorica, ma riportavano anche esempi pratici relativi alle scuole e al mondo del lavoro. La rivista s’impose fin dal suo esordio come il più importante organo di discussione e informazione del primo movimento emancipazionista italiano, luogo di circolazione di idee e scambio di informazione anche con analoghe associazioni estere.

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Vittoria Aganoor (Padova 1855 – Roma 1910)

Poeta di origini armene da parte di padre, nacque a Padova il 26 maggio 1855 in una famiglia colta ed abbiente. L’istruzione voluta dalla energica e severa madre fece emergere il talento poetico di Vittoria. Il padre se una sorella soffrivano di una grave malattia mentale, tanto che la famiglia doveva spostarsi tra Napoli, Basalghelle in provincia di Treviso, Venezia, dove avevano proprietà continuando però a frequentare ambienti mondani e culturali.

Dopo la morte della madre, Vittoria sposò Guido Pompilj, buon letterato e uomo politico di un certo rilievo. Con lui si trasferì a Perugia, città nella quale trascorse gli ultimi anni della sua esistenza. Pubblicò soltanto a quarantacinque anni il suo primo libro, Leggenda eterna (1900), su sollecitazione dei suoi amici.

Morì il 7 maggio 1910, all’età di cinquantacinque anni; poco dopo il marito, disperato, si suicidò. Il gesto del marito ebbe molta risonanza, ponendo le poesie di Vittoria in un’ottica del tutto nuova.

Casa natale

Vecchia casa lontana,

aperta su quel prato

che il fiumicel chiudea come monile

tremulo, rispecchiante
statue brune dal muscoso plinto;

e di là dal recinto,

di pennuti cantor reggia felice,

le folte, antiche piante,

verdi asili romiti,

per me già sognatrice,

di pensieri, di fascini, d’ inviti….

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Annie Vivanti (Norwood, 7.4.1866 – Torino, 20.2.1942)

Nata nel sobborgo londinese di Norwood, figlia della scrittrice tedesca Anna Lindau e di Anselmo, garibaldino mantovano di antico ceppo ebraico esule a Londra.

Poeta e scrittrice italiana, con una forte passione per il canto, fu celebre negli ambienti intellettuali in Italia, Inghilterra, Svizzera e Stati Uniti. Famosa anche per le scelte di vita non convenzionali. Ha esordito nel mondo letterario con la raccolta poetica Lirica pubblicata in Italia con la prefazione di Giosuè Carducci. Prefazione che l’editore Emilio Treves considerò necessaria per la sua pubblicazione. Annie è una scrittrice che soltanto in anni recenti si sta cominciando a riscoprire e rivalutare e che nel corso della sua lunga carriera si è cimentata, quasi sempre con successo, nei più svariati ambiti e generi letterari: poeta, drammaturga, romanziera, giornalista, autrice di favole per bambini e di racconti lunghi e brevi. In un percorso artistico unico e degno di interesse, le cui opere quasi sempre inducono in chi le legge al sorriso. Nel 1892 si sposò con il giornalista irlandese John Chartres, stabilendosi a New York. Nel 1893 nacque Vivien alla educazione della quale si dedicò completamente. Ben presto la figlia si affermò come violinista enfant prodige divenendo una acclamata celebrità internazionale. Da questa esperienza Annie trasse motivo per un suo rilancio in letteratura con vari racconti tra cui la sua opera più celebre I divoratori pubblicata in Italia nel 1911 incentrato sul tema della maternità attraverso il racconto di tre generazioni di donne, doppiamente divorate dal loro ruolo di madri e dal genio delle figlie. Le sue opere furono accompagnate sempre da un notevole successo internazionale, tradotte in tutte le lingue europee e recensite da grandi nomi della cultura quali Benedetto Croce e Giuseppe Antonio Borgese. Nell’autunno del 1941 la figlia Vivien morirà e Annie dopo qualche mese a Torino il 20.2.1942.

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Ada Negri (3.2.1870 – 11.1.1945)

Nasce a Lodi da Vittoria Cornalba e Giuseppe nella casa della nonna materna, la portineria di un palazzo signorile dove la nonna Peppina Panni era la custode. Il padre muore quando lei ha un anno e Vittoria, rimasta vedova, si trasferisce nella casa della madre con il figlio Annibale che verrà adottato dallo zio materno e la piccola Ada. Trova lavoro in una filanda e con grandi sacrifici riesce a mantenere la figlia a scuola fino al diploma, ottenuto nel 1887 con il massimo dei voti. Nel 1888 Ada ottiene un posto di insegnante a Motta Visconti e inizia a scrivere le prime poesie. Nel 1892 l’editore Treves accetta di pubblicare il suo primo libro, Fatalità, che ottiene un certo successo, tanto che viene abilitata con decreto ministeriale come insegnate per chiara fama presso l’Istituto superiore “Gaetana Agnesi” di Milano. Sempre con l’editore Treves, pubblica Tempeste (1895), che viene tradotto in francese e in tedesco. In questo periodo la sua lirica si concentrò soprattutto su temi sociali e fu per questo definita la poetessa del Quarto Stato.

Sfida (dalla raccolta “Fatalità”) estratto:

O grasso mondo di borghesi astuti di calcoli nudrito e di polpette,

mondo di milionari ben pasciuti e di bimbe civette;

o mondo di clorotiche donnine che vanno a messa per guardar

l’amante, o mondo d’adulterii e di rapine e di speranze infrante;

Tu strisci, io volo; tu sbadigli, io canto: tu menti e pungi e mordi, io ti

disprezzo: dell’estro arride a me l’aurato incanto, tu affondi nel lezzo.

Si sposa e nel 1898 nasce la figlia Bianca, due anni dopo una seconda bambina che sopravvive soltanto un mese. Ada frequenta gli amici dell’ambiente letterario di Milano e ciò provoca contrasti con marito tanto che nel 1913 i due si separano. Entra in contatto con il Partito socialista italiano, collabora con Margherita Sarfatti e Anna Kuliscioff, la “Dottora dei poveri”, della quale Ada ebbe a dire di sentirsi sorella ideale. Dopo la morte della madre e il matrimonio della figlia, Ada Negri vive in solitudine con una grande prolificità artistica e riconoscimenti diventando una delle personalità più importanti del mondo letterario della prima metà del Novecento. Nel 1940, ottiene, prima donna, il titolo di Accademica d’Italia. Muore la notte fra il 10 e l’11 gennaio del 1945 fra le braccia della figlia dopo una vita intensa e produttiva.

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Grazia Cosima Deledda (Nuoro 27.09.1871 – Roma 16.08.1936)

Figlia di Francesca Cambosu e di Giovanni Antonio, nasce in una famiglia benestante. Frequenta le scuole elementari e completa la sua formazione da autodidatta.

…Eppure mi abbandonavo a quello che la mia mamma considerava il più grosso peccato: la continua avida lettura di libri non adatti alla mia età e soprattutto alla mia educazione. Naturalmente leggevo di nascosto, giorno e notte.

Poeta e scrittrice, nelle sue opere non ci sono consapevoli accenni alla questione femminile, ma è certo che la scrittrice provò quell’ostilità intellettuale di cui era oggetto una donna che si dedicava all’attività letteraria e dalla quale lei stessa cercò di ribellarsi, trasferendosi a Roma.

A diciassette anni invia alla rivista “Ultima moda” di Roma il suo scritto Sangue sardo per la pubblicazione che fu accettato. Si sentì in questo modo incoraggiata a continuare a scrivere. La positiva recensione di Luigi Capuana a La via del male, pubblicato nel 1896, segnò l’inizio di un periodo di grande notorietà e nel 1900, dopo essersi sposata con Palmiro Madesani si trasferisce a Roma e collabora con alcuni giornali. Lontana dalla sua terra e dai suoi abitanti Grazia Deledda sentì sempre una grande nostalgia anche se i severi giudizi ricevuti consideravano che una scrittrice non poteva essere una donna onesta.

Ho vissuto coi venti, coi boschi, con le montagne, ho guardato per giorni, mesi ed anni il lento svolgersi delle nuvole sul cielo sardo, ho mille e mille volte appoggiato la testa ai tronchi degli alberi, alle pietre, alle rocce, per ascoltare la voce delle foglie, ciò che raccontava l’acqua corrente; ho visto l’alba, il tramonto, il sorgere della luna nell’immensa solitudine delle montagne; ho ascoltato i canti e le musiche tradizionali e le fiabe e i discorsi del popolo, e così si è formata la mia arte, come una canzone od un motivo che sgorga spontaneo dalle labbra di un poeta primitivo.

Ai riconoscimenti di diversi critici italiani, si aggiunse nel 1926 il premio Nobel per la letteratura.

La scrittrice morì a Roma il 16 agosto 1936, lasciando incompleto un romanzo autobiografico, Cosima, quasi Grazia, nel quale narra gli anni difficili della sua giovinezza a Nuoro.




ITALIA – Fotografando Cosenza

di Livia Capasso e Maria Pia Ercolini

Leggiamo dal censimento operato da Toponomastica femminile nell’omonimo sito, che le strade, i larghi, le piazze a Cosenza sono 955, di cui appena 48 dedicate a donne, a cui si aggiungono un giardino in memoria di Matilde Serao e un parco per Grazia Deledda.

Molti odonimi alludono a località geografiche, altri ricordano l’esistenza di botteghe, come la piazza dei Follari, dove si vendevano i bozzoli del baco da seta (detti appunto follari), o via dei Pettini, dove i venditori di pettini esponevano la mercanzia, oppure il rione Pignatari, legato alla presenza di artigiani produttori di pentole di terracotta (le pignatte). Singolari anche le vie Paparelle e Cannuzze, la Giostra Vecchia, gli Archi di Ciaccio e Portapiana. Degna di nota è peraltro la via Popilia, un’arteria romana costruita nel 132 a.C. da Publio Popilio, che portava da Capua a Reggio Calabria.

Recentemente gli addetti alla toponomastica si sono accorti della forte disparità nelle intitolazioni tra uomini e donne, e nelle ultime delibere sono state privilegiate le figure femminili, per cui ora l’odonomastica cosentina annovera anche una medica, sindacaliste, attiviste politiche, vittime di violenza.

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Foto di Maria Pia Ercolini

Due le sante presenti nell’odonomastica della città, S. Teresa e Santa Lucia. A quest’ultima sono dedicati 11 toponimi tra via, vicoli e vicoletti. La vergine e martire Lucia è una delle figure più care alla devozione cristiana. Vissuta a Siracusa, sarebbe morta martire sotto la persecuzione di Diocleziano (intorno all’anno 304). Nella lista dei primi 20 odonimi italiani è seconda dopo S. Maria.

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Foto di Maria Pia Ercolini

Il largo delle Vergini prende nome dall’omonima chiesa, annessa all’ormai soppresso Monastero delle Vergini. L’edificio nacque nel 1515 dalla fusione di due conventi cistercensi femminili, destinato a ospitare ragazze delle nobili famiglie cosentine; fu danneggiato dal forte terremoto che colpì la città di Cosenza nel 1639. Nel 1808, lasciò posto a un orfanotrofio e oggi ospita l’Istituto Educativo Femminile S. Maria Delle Vergini.

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Foto di Maria Pia Ercolini

Col nome di Olimpia, Lucrezia della Valle entrò a far parte dell’Accademia Telesiana, sorta a Cosenza nel 1509. Compose 42 sonetti, 1 canzone, 3 sestine, 6 ballate e un capitolo sull’amore platonico, dove l’amore è presentato come un’esperienza propedeutica alla riflessione religiosa. Scrisse anche un libro sull’eleganza della lingua latina e un altro, perduto, sull’arte poetica. I critici la avvicinano per stile a Vittoria Colonna. Madre del letterato Sertorio Quattromani, morì nel 1622 e fu sepolta nel Duomo di Cosenza. In città porta il suo nome anche un istituto scolastico.

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Foto di Maria Pia Ercolini

Emanuela Setti Carraro (Borgosesia, 1950 – Palermo, 3 settembre 1982), infermiera, e volontaria della Croce Rossa italiana, sposò il generale e prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa, rimasto vedovo e di 30 anni più anziano. Ma appena due mesi dopo il matrimonio, a soli 31 anni, rimase vittima a Palermo dell’attentato mafioso in cui persero la vita anche il generale e l’agente di scorta. Emanuela risulta contitolare della via insieme al marito, ma nella targa il suo cognome non compare.

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Foto di Maria Pia Ercolini

Stessa sorte anche a Francesca Morvillo (Palermo, 1945 – Palermo, 23 maggio 1992), accomunata nella targa al marito, ma senza memoria del suo cognome. Francesca, magistrata, fu uccisa nella strage di Capaci insieme al marito, Giovanni Falcone, giudice antimafia, e agli uomini della scorta.

06.Cosenza_DeRose-Aiello.MPErcolini.ridotta

Foto di Maria Pia Ercolini

Sono ricordate qui due vittime della strada; Cosenza dedica anche un’altra via a una vittima di incidenti stradali, Natascia Berlingieri.

07.Cosenza.Nosside.MPErcolini.ridotta

Foto di Maria Pia Ercolini

Nosside (Locri Epizefiri, IV sec a.C. circa – III sec. A.C. circa) è stata senza dubbio la più grande poetessa greca di età ellenistica. Le sue poesie appartengono al filone epigrammatico, e, come quelle di Saffo, sono un inno alla vita, alla bellezza femminile e alla dolcezza dell’amore, ma se ne distinguono per una velata impostazione filosofica.

08.Cosenza.AnnaLucente.MPErcolini.ridotta

Foto di Maria Pia Ercolini

Anna Lucente (Aprigliano, 1930 – Cosenza, 2008), figura dal forte impegno sociale e politico, militante comunista e antifascista, ha lottato con forza e determinazione per l’emancipazione delle donne. Impegnata nell’amministrazione della città di Cosenza, ha sostenuto numerose battaglie sociali: per la casa, per i servizi, per la sicurezza e la legalità del territorio.

09.Cosenza.RobertaLanzino.MPErcolini.ridotta

Foto di Maria Pia Ercolini

Roberta Lanzino, giovane studentessa cosentina, è stata vittima di femminicidio. Il 26 luglio 1988 stava raggiungendo col suo motorino i genitori che erano nella loro villetta al mare, a San Lucido. Sulla strada del valico fu aggredita da due sconosciuti che la colpirono al collo e alla testa con un coltello, la violentarono e la soffocarono. Ancora oggi non si conosce la verità su questo caso. Un anno dopo la sua morte, i genitori hanno dato vita alla Fondazione che porta il nome della figlia, e si occupa di dare sostegno economico e legale a donne e minori in difficoltà; è stata anche creata la Casa di Roberta, nel Comune di Rende, per accogliere e dare ospitalità a donne e minori costretti a lasciare la propria casa per violenza sessista.

Cosenza rende omaggio ad altre due vittime di femminicidio: Anna Morrone e la giornalista Maria Rosaria Sessa.

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Foto di Maria Pia Ercolini

Lisa Bilotti (1969 – 1989), figlia dell’imprenditore e mecenate cosentino Carlo Bilotti, scomparve a vent’anni per leucemia. Grazie al facoltoso collezionista e imprenditore internazionale nel campo della cosmetica, oggi Corso Mazzini, storico fulcro della vita sociale della città, trasformato in isola pedonale, si è arricchito dei lavori di artisti di fama internazionale, dando vita al Museo all’aperto Bilotti.




ITALIA – Tra le vie ascolane anche una dedicata alla Befana

di Barbara Belotti e Maria Pia Ercolini

 Molte strade di Ascoli Piceno non si chiamano vie, ma rue. L’etimologia è molto incerta e discussa, ma sono la caratteristica del centro storico: strette, alcune tortuose, buie, rappresentano un pezzo di medioevo ancora vissuto intensamente. Nelle ruette non batte quasi mai il sole, d’estate sono un vero toccasana contro la calura.

In generale le vie della città sono dedicate a personaggi storici (dall’età romana al Novecento), a uomini del mondo letterario, artistico, musicale, a figure cristiane, ad antiche popolazioni (Rua dei Piceni, Via dei Sabini, Rua dei Longobardi…) o famiglie locali importanti (Via dei Bonaccorsi, Via dei Saladini, Via dei Soderini, Rua degli Sgariglia…) in cui la genealogia è declinata solo al maschile. Alle vie e ai viali più grandi spettano i nomi più famosi: c’è Viale De Gasperi, Corso Mazzini, Corso Vittorio Emanuele. Alcune strade hanno lo stesso nome delle chiese che si affacciano su di esse; molti toponimi sono legati alla storia dell’antica Ascoli: Piazza Arringo (dal Palazzo dell’Arengo), Piazza del Popolo (dal Palazzo dei Capitani del Popolo), Rua della fortezza, Rua delle torri (le torri medievali sono un’altra caratteristica del centro storico), Rua della Cisterna, Rua del Cassero, Rua dei tintori…

Poche le figure femminili: solo 17 strade.

Ascoli.1.ElisabettaTrebbiani_B.Belotti

di Barbara Belotti

Una via è dedicata a Elisabetta Trebbiani, donna di lettere e poeta della seconda metà del XIV secolo, della cui produzione si ricorda un sonetto dedicato alla letterata fabrianese Livia di Chiavello. Lei diede vita,insieme ad altre quattro letterate marchigiane dello stesso periodo, al primo gruppo letterario composto di donne in Italia. Gli storici locali la ricordano attiva nella vita pubblica del tempo e forse anche guerriera: si tramanda che ad Ascoli Elisabetta fosse solita accompagnare e difendere suo marito durante i violenti scontri tra le fazioni cittadine, vestita con abiti maschili e armata di tutto punto, incurante dei pericoli.

Ascoli.2.Garzoni.Ercolini3.ridotta

di Maria Pia Ercolini

Un’altra ruetta del centro è intitolata a Giovanna Garzoni, pittrice del XVII secolo divenuta famosa per le tempere su pergamena eseguite in piccolo formato; lavorò per la corte medicea e per i Savoia e fu ammessa all’Accademia di San Luca a Roma. Giovanna fu una donna autonoma e un’artista valente, che mise a punto uno stile particolare, una sorta di “pointillisme antico” realizzato accostando il colore con delicati tocchi di pennello vibranti sulla superficie della pergamena. Al momento della morte lasciò tutti i suoi averi (probabilmente piuttosto ingenti) all’Accademia in cambio della concessione ad essere sepolta nella chiesa dei SS. Martina e Luca a Roma. Dopo la morte la memoria di Giovanna Garzoni si perse in breve tempo, destino comune a numerose artiste: l’intitolazione della rua è, insieme a quella di una breve via periferica nella capitale, l’unico omaggio in Italia alla sua figura.

Ascoli.3.Ancaria.Ercolini.ridotta

di Maria Pia Ercolini

Tre vie sono dedicate a dee pagane, Ancaria, Cupra e Vesta, divinità femminili anticamente venerate ad Ascoli e nel suo territorio. La prima non era riconosciuta a Roma e Cicerone la identificava con una delle Furie; della seconda esisteva un santuario lungo la costa adriatica (nell’attuale cittadina di Cupra Marittima); alla terza era forse dedicato il tempio romano del I secolo a.C. i cui resti si trovano proprio all’inizio della via di Vesta.

Ascoli.5.LargoConcezioniste.ridotta.Ercolini

di Barbara Belotti

Al mondo cristiano si riferiscono la Scalinata dell’Annunziata, piazza dell’Immacolata e piazza di Santa Maria Intervineas, dove si trova l’omonima chiesa. Non molto tempo fa accanto a questa bella chiesa medievale è stato inaugurato, alla presenza della Presidente della Camera Laura Boldrini, un largo dedicato alle partigiane picene. Alla fine del mese di febbraio di quest’anno la targa di marmo è stata oggetto di un vergognoso atto di vandalismo: con la vernice bianca è stata cancellata la scritta e sostituita con la nuova dicitura “Piazza Leo Perez”, giocatore della squadra di calcio di Ascoli, protagonista di un deprecabile saluto romano rivolto ai tifosi durante una partita. L’intervento di rimozione della scritta e della vernice ha ripristinato in breve tempo la vera intitolazione, ma il gesto vandalico e il disprezzo verso la storia non possono essere altrettanto rapidamente cancellati.

Ascoli.6.Convertite_Ercolini.ridotta

di Maria Pia Ercolini

Sacro e profano si intrecciano nell’odonomastica ascolana. Se il largo delle Concezioniste ricorda il convento delle Suore Pie Operaie dell’Immacolata Concezione, ordine fondato nel 1744, la via delle Convertite si riferisce alle prostitute tornate ad una vita retta e morigerata.

Ascoli.7.Donne.Ercolini.ridotta

di Maria Pia Ercolini

Via delle Donne deriva il nome da una piazza dove si svolgeva, nel Medioevo, il mercato frequentato dalle donne della città. Quella piazza, ora dedicata a Ventidio Basso, uomo politico e generale della Repubblica romana nel 1° secolo a. C. e originario di Ascoli, è già presente in una pianta del 1646 con il toponimo Platea Mulierum. Oltre alla strada in città sorge anche la Chiesa delle Donne con annesso, in passato, un convento.

Ascoli.8.Canterine.Ercolini.ridotta

di Maria Pia Ercolini

In via delle Canterine rivive l’antico mondo dei lavori “donneschi”, anche se il nome dialettale “cannarine” sopravvive ancora oggi. Secondo la tradizione locale, le “canterine” erano le donne che, nella bella stagione, si sedevano accanto all’uscio e cantavano mentre erano intente a rammendare, fare la calza, ricamare o pulire le verdure per la cena.

Ascoli.9.RuaLavandaie.Ercolini.ridotta

di Maria Pia Ercolini

Ad un’altra attività delle donne si riferisce anche rua delle Lavandaie: erano per lo più contadine che lavavano i panni nei fiumi Tronto e Castellano che circondano la città. Una concentrazione di lavandaie era nel vicino paese di Casteltrosino (dove l’acqua del Castellano, arricchita di sorgenti sulfuree, dava un particolare candore alla biancheria), una vera e propria attività artigianale che si tramandava di madre in figlia e che costituiva una fonte preziosa per i magri redditi delle famiglie. Questa attività è ricordata anche in una interessante scritta sull’antico lavatoio pubblico di Porta Cappuccina: ”NON SI IMPEDISCA ALLE DONNE DI LAVAR PANNI SOTTO PENA DI SCUDI TRE… 3 FEBRARO 1677”.

Ascoli.10.Guiderocchi.Ercolini.ridotta   Ascoli.11.Soderini.Ercolini.ridotta

di Maria Pia Ercolini

Due rue sono dedicate a personaggi storici locali: Flavia Guiderocchi e Menichina Soderini. Entrambe presero parte, nel 1459, all’impresa delle truppe ascolane contro Giosia Acquaviva, duca d’Atri, che si era impadronito di alcune terre dominate da Ascoli. Dopo la vittoria vennero accolte, al rientro in città, con grandi onori. Ai loro piedi c’erano numerosi prigionieri incatenati fra cui il nipote di Giosia, Filippo.

Ascoli.12.Befana.Ercolini.ridotta

di Maria Pia Ercolini

Chiudiamo questa breve ricognizione con una curiosità: una ruetta è dedicata anche alla Befana.




ITALIA – Sulle strade di Faenza

Di Monalisa Valmori

Quante volte avrò percorso le strade della mia città? Per anni ho guardato le stesse piazze, i corsi, i viali, le vie e i vicoli più reconditi del centro storico posando gli occhi sulle targhe di ceramica che contrassegnano questi luoghi. I nomi che si leggono, così per abitudine, restano nomi ma è quando ci si inizia a porre domande che diventano storia! Certo direte che non è poi questa grande scoperta, ma non crediate sia così facile. Ad esempio Domenico Baccarini lo conosciamo tutti o quasi, ma provate un po’ con Caterina Folli. “Ma Caterina Folli chi è ?” E poi perché a Faenza c’è un corso Giuseppe Garibaldi e neanche una via intitolata ad Anita Garibaldi?

Anche a Faenza di sante per le vie ne annoveriamo tante: Santa Lucia, Sant’Orsola, Orto Sant’Agnese, Santa Maria dell’Angelo, Santa Maria ad Nives, Sant’Umiltà.

1. Faenza_Umilta_ridotta

Umiltà

Quest’ultima, nata in città nel 1226 con il nome di Rosanese Negusanti, merita attenzione.

Nonostante la sua natura mistica accettò di sposare un nobile faentino, ma dopo la disgrazia della morte di due figlioli appena nati, si ritirò a vita monastica dove proprio per la sua presenza sempre servizievole nelle occupazioni più umili ricevette il nome di Suor Umiltà. Gli interventi divini che la videro protagonista e le prime documentate miracolose guarigioni da lei compiute la posero all’attenzione dei Monaci Vallombrosani che le offrirono quella vita da eremita, da lei desiderata, ospitandola in una celletta dove poteva dedicarsi totalmente tra digiuni e penitenze alle preghiere e alle letture delle Sacre Scritture. L’esempio monastico di Suor Umiltà attirò religiose a vivere come lei e in sua vicinanza, tanto da indurre l’allora Vescovo di Faenza ad assegnare a questa suora fuori dall’ordinario e alle sue devote un convento abbandonato affinché potessero costituire una nuova comunità religiosa. Pare che tale decisione avesse però spaventato molto Suor Umiltà tanto che per indurla a uscire dalla sua volontaria clausura si rese necessario abbattere un muro della sua cella e condurla alla nuova destinazione in processione. Quando la conoscenza delle sue doti taumaturgiche valicò i confini della Romagna venne invitata a fondare altri monasteri a Venezia come a Firenze. Scelse Firenze e vi si recò sola e a piedi per l’antica strada brisighellese tutt’altro che agevole e piena di insidie, ma la sua fama era conosciuta perfino ai temuti briganti che la riconobbero e le offrirono il loro aiuto. Al suo arrivo il Vescovo di Fiesole le concesse l’area dove ora a Firenze esiste via Faenza. Madre Umiltà fondatrice delle Monache Vallombrosane morì nel maggio 1310: venne confermata Beata nel 1720 e poi Santa nel 1948.

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Convertite

Ritornando alla Faenza odierna si rimane ancora in ambito religioso con via Convertite, in luogo di un podere assegnato di proprietà alle suore Francescane, denominate anche Convertite poiché il monastero accoglieva, togliendole dalle miserie della strada, le povere donne di malaffare. L’istituzione religiosa, fondata nel 1528, venne poi soppressa dai francesi insieme a molte altre nel 1798.

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Micheline

Troviamo poi una via Micheline, che deve il nome a un orfanotrofio femminile gestito dalle religiose omonime, e un Vicolo delle Vergini, dal nome con cui venivano appellate le monache cistercensi di Santa Lucia che vivevano nel monastero sito in quello stesso luogo.

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Vergini

All’inizio del secolo scorso risale l’intitolazione di una via a Diamante Torelli, una giovinetta ventenne all’epoca in cui Cesare Borgia con le sue truppe avanzava alla conquista della Romagna. Il condottiero arrivato a Faenza trovò una città decisa a opporsi con una difesa a oltranza. Parteciparono alla resistenza anche le donne e tra di loro Diamante si distinse per il coraggio, ricacciando un invasore nella fossa sottostante le mura con un colpo di mazza.

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Torelli

Cercando notizie di Caterina Folli, accennata all’inizio di questa ricerca, ho scoperto essere stata praticamente una antesignana della moda! Caterina (1772 – 1835) era una tessitrice abile ed ebbe per prima l’intuizione di lavorare al telaio filati diversi ottenendo una tela di cotone e lino, alternando al colore bianco il turchino, realizzando così il cosidetto “rigatino” la cui produzione nell’800 incrementò lo sviluppo dell’industria tessile a Faenza tanto da divenire una delle nuove attività principali insieme all’ebanisteria ed al ferro battuto.

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Folli

Una piazza è intitolata a Suor Teresa Rampi (1757 – 1839), fondatrice del nuovo educandato di Santa Chiara.

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Rampi

Dal 1999, la pista ciclopedonale lungo l’argine sinistro del fiume Lamone è intitolata ad Amalia Fleischer. Nacque a Vienna nel 1885 da famiglia ebrea di elevata condizione sociale. Suo padre, diplomatico dell’Impero Austro-Ungarico, la portò a vivere prima a Innsbruck e poi a Merano ma quando questa città passò all’Italia i Fleischer vennero privati dei loro beni e ciò determinò la morte per crepacuore del padre seguita a breve da quella della madre. Rimasta sola Amalia si avvicinò al cattolicesimo e a 25 anni fu battezzata. Aveva una laurea in giurisprudenza, un’ottima conoscenza delle lingue straniere, nonché interessi in ambito artistico quando si traferì a Roma ed ebbe modo di conoscere l’allora preside dell’Istituto Magistrale di Santa Chiara a Faenza che le offrì un posto di insegnante proprio presso tale scuola. A Faenza si dedicò quindi all’insegnamento fino a che le leggi razziali lo permisero poi subì la triste sorte dei deportati ad Auschwitz, dove morì a 58 anni.

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Fleischer

All’Istituto di Santa Chiara ottenne il diploma di maestra Rosa Casadio (1913 – 1972), che si laureò poi in lettere con una tesi su Pascoli e insegnò al Liceo Classico Torricelli di Faenza. Le è stata dedicata una via come prima e unica donna ad essere eletta Consigliera comunale nel 1946: incarico che portò avanti insieme all’attenzione assistenziale ai bisognosi.

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Casadio

Oltre alle quattordici vie sopra descritte, si aggiunge la strada della vicinissima frazione di Granarolo Faentino intitolata a Maddalena Venturi (1860 – 1935), artista di una consuetudine tipica in Romagna, la decorazione dei carri agricoli una volta trainati dai buoi. Imparò l’arte dalla famiglia Chini, a cui apparteneva la moglie dello zio materno, e ne ereditò la conduzione della bottega artigiana. Le sue immagini erano caratterizzate da curatissime decorazioni floreali che incorniciavano figure sacre. Acquistava personalmente i colori a vernice e tutto ciò che le necessitava per la sua arte a Bologna e in circa quindici giorni di lavoro riusciva a dipingere un carro sul quale era solita apporre la dicitura “Maddalena Venturi dipinse”.  Nel 1911, all’Esposizione d’Arte Etnografica a Roma vinse la sua prima medaglia d’oro.

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Venturi

Recentemente una grande spinta urbanistica ha prodotto lo sviluppo di nuovi quartieri in città ma la Commissione comunale preposta alla toponomastica per ora non ha aumentato il numero delle vie intitolate al femminile. È stata avanzata in Consiglio Comunale a fine 2014 la richiesta di intitolazione a Oriana Fallaci. Staremo a vedere.

Per il momento la percentuale nel comune di Faenza delle vie dedicate alle donne è al di sotto del 4%, come da media nazionale




ITALIA – Bari: uno stradario al maschile

Ci sono molti modi per conoscere una città. La prima cosa che facciamo quando dobbiamo visitare un nuovo territorio alla scoperta dei nostri punti di interesse è affidarci a uno stradario. Ma lo stradario non è uno strumento neutro che ci condurrà solo verso destinazioni ignote. Attraverso le strutture fisiche fatte di strade, viali, giardini, piazze e spazi pubblici che contribuiscono a definire lo scenario urbano e a decidere del carattere della città, lo stradario con il suo carico di memoria nel quale restano intrappolate le tradizioni e la storia della comunità, partecipa a definire l’identità del suo territorio. Ci trasmetterà informazioni importanti sulla sua stessa essenza: è una città che vuole ricordare il suo passato o lo ha rimosso? In che modo lo rievoca? Sarà stata ‘giusta’ nel distribuire i diversi tributi alla memoria o sarà una memoria mutilata? Quale immagine vuole fornire di sé?

Bari neo città metropolitana di oltre 300.000 abitanti, dedica solamente 90 strade alle donne, contro ben 1220 intitolate agli uomini, su una rete viaria di oltre 2.200 aree di circolazione. Più della metà degli spazi urbani sono dedicati a politici, uomini della storia locale nazionale ed estera, statisti, pontefici e solo un modesto 7% ricorda donne che per buona parte sono sante, madonne, suore e martiri, principalmente concentrate nel nucleo antico della città e nel quartiere murattiano, mentre le laiche, sparse qua e là nel resto del territorio urbano, sono appena una quarantina. Una sola scienziata, appena sette letterate e una trentina di figure storiche la maggior parte delle quali appartenente alla casa Savoia. Le donne della politica locale sono un numero minimo rispetto alle numerosissime intitolazioni maschili presenti ovunque: sono l’assessora leccese Renata Fonte assassinata dalla mafia, la prima sindaca pugliese Maria Chieco Bianchi, Ada del Vecchio Guelfi impegnata nella lotta per la parità e i diritti delle donne, Luigia de Marinis prima donna nel consiglio comunale a Bari e Giustina Rocca di Trani, passata alla storia come prima avvocata al mondo.

Con il lavoro fatto da Toponomastica femminile, lo stradario di Bari con i suoi numeri ci parla e ci descrive una città ‘distratta’ che, come molte altre, ha privilegiato la memoria storica dei suoi uomini, dimenticando il contributo importante e fondamentale di tante donne meritevoli di ricordo. Ma le scelte toponomastiche sono anche figlie del tempo nel quale le intitolazioni sono effettuate: e ora è arrivato il momento di prendere decisioni iverse in direzione della parità di genere e del rispetto dell’intera comunità, i tempi sono maturi. Lo richiede la Storia, ma dovrebbe essere la scelta etica di una città moderna e con ambizioni metropolitane.

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Largo Susan Sontag

Scrittrice e saggista statunitense, ha studiato presso le università di Chicago, Harvard e Oxford.  Autrice di quattro romanzi, una raccolta di racconti, diverse opere teatrali e saggi, tra i quali La malattia come metafora e L’AIDS e le sue metafore. I suoi libri sono tradotti in trentadue lingue. Nel 2001 ha ricevuto il Premio Gerusalemme, nel 2003 il Premio Principe delle Asturie per la letteratura e il Premio per la Pace dei librai tedeschi.

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Via Renata Fonte

Segretaria cittadina del Partito Repubblicano, assessora alla cultura e alla pubblica istruzione nel Comune di Nardò, Renata Fonte era una donna forte, determinata e molto impegnata nel sociale e nella difesa del parco naturale di Porto Selvaggio dalla lottizzazione e dalla speculazione edilizia. Viene uccisa con tre colpi di pistola la notte del 30 marzo 1984, mentre raggiunge la sua abitazione a Nardò, in provincia di Lecce.

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Largo Candida e Ave Stella

Candida e Ave Maria Stella sorelle torinesi, insegnanti di lettere, si trasferirono a Bari impegnandosi nell’Azione Cattolica e a favore degli immigrati costituendo il CISCAI (Centro Internazionale Scambi Culturali e Accoglienza Immigrati). Verso la fine degli anni Cinquanta fondarono il circolo culturale “Il Leggio” che svolse un importante ruolo nella cultura barese.

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Via Luigia De Marinis

Tabacchina della Manifattura nel dopoguerra, Luigia De Marinis è stata la prima  donna eletta nel consiglio comunale di Bari nelle liste del Partito Comunista. Fu una delle protagoniste delle battaglie sindacali tra gli anni Cinquanta e Sessanta, per la difesa dei diritti della donna e per il riconoscimento delle malattie professionali. Fondamentale il suo impegno istituzionale per lo sviluppo del quartiere Libertà negli anni tra il 1946 e il 1952.

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Via Maria Chieco Bianchi

Prima sindaca pugliese, ha retto il comune di Fasano dal 1949 al 1954. Durante il suo mandato furono realizzate, tra le opere più importanti, l’elettrificazione delle frazioni di Fasano e del Canale di Pirro, l’istituzione dell’annuale Mostra dell’artigianato fasanese e dalla gara automobilistica Fasano-Selva. Si candidò, e venne eletta, alla Camera dei deputati nel Partito Nazionale Monarchico nella circoscrizione Bari-Foggia.

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Via Ada Del Vecchio Guelfi

Nata a Bari, Ada Del Vecchio è stata sindacalista, consigliera comunale del gruppo socialista nel ’47, poi dirigente del Partito Comunista Italiano. Antifascista, si impegnò particolarmente nella lotta per la parità del voto e i diritti delle donne e si occupò della condizione di salute delle operaie alla Manifattura dei tabacchi di Bari. Nel 1953 venne eletta in Parlamento. Nel 1963 tornò alla militanza socialista impegnandosi principalmente sui temi dell’emancipazione e dell’uguaglianza delle donne.

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Via Santa Scorese

Vittima di femminicidio a soli 23 anni. Nata a Bari nel 1968, Santa Scorese a 15 anni presta volontariato presso la Croce Rossa Italiana. Impegnata nell’apostolato cristiano, partecipa attivamente alla vita del movimento fondato da Chiara Lubich. Dopo la maturità classica, si iscrive al corso di laurea in pedagogia presso l’ università di Bari.  E’ venerata come serva di Dio, vergine e martire dalla Chiesa cattolica.

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 Via Giustina Rocca

Giustina Rocca di Trani è passata alla storia come la prima avvocata al mondo. Uno dei personaggi più illustri della storia giudiziaria di Trani del XV secolo, si occupò di delicate questioni diplomatiche tra le città di Trani e Venezia. Si dice abbia ispirato il personaggio di Porzia di Belmonte del Mercante di Venezia di Shakespeare.

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Giardino Rita Majerotti

Nata a Castelfranco Veneto, Rita Majerotti era una insegnante elementare militante nel Partito socialista. Trasferita a Bari nel 1915, svolge un ruolo di primo piano nel contesto rivoluzionario pugliese. Nel 1921 aderisce al Partito Comunista d’Italia contribuendo alla costituzione dei gruppi femminili comunisti. Nel 1922 viene arrestata a Trieste mentre si reca a Mosca, nel 1926 torna in Italia ma viene di nuovo arrestata a Milano.

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Giardini Chiara Lubich

Silvia Lubich detta Chiara, nata a Trento, è stata la fondatrice e prima presidente del Movimento dei Focolari. È considerata una delle voci spiritualmente più produttive nel panorama mondiale, con un impegno di primo piano sul fronte del dialogo e dell’unità tra movimenti e comunità ecclesiali all’interno della Chiesa cattolica, tra le religioni e tra persone di diverse convinzioni. Nel gennaio 2015 è stato avviato il processo di beatificazione e canonizzazione.




ITALIA – La Liberazione taciuta

Negli anni del secondo conflitto mondiale le italiane hanno messo in gioco le loro vite e capovolto un sistema di valori: chiamate a far fronte alle assenze maschili nelle attività quotidiane private e pubbliche, sono uscite di casa spalancando le porte al futuro.

Occupate nei campi e nelle fabbriche, impegnate nel reperimento di generi alimentari, operose nelle azioni di soccorso e cura, non hanno esitato a impugnare le armi.

Protagoniste della Resistenza, e non solo comparse, non portavano divise, né enfatizzavano le loro azioni, ma sostenevano combattenti, feriti, prigionieri, in una sorta di “maternage di massa”. Nelle loro mani era il mercato nero e buona parte della gestione economica e materiale della vita partigiana: procuravano il denaro e distribuivano armi, vestiti, cibo o medicine.

Cresceva nel contempo la loro politicizzazione personale e collettiva, espressa attraverso agitazioni in fabbrica, adesione a gruppi organizzati e partiti, diffusione clandestina e infine produzione autonoma di stampa (nel luglio del’44, Napoli liberata pubblica il primo numero legale di Noi donne).

Le partigiane combattenti furono 35 mila, e 70 mila fecero parte dei Gruppi di difesa della donna: 4.653 furono arrestate e torturate, 2.750 vennero deportate in Germania, 2.812 fucilate o impiccate; 1.070 caddero in combattimento.

Nel dopoguerra, l’impostazione maschilista della società, sostanzialmente immutata rispetto al modello precedente, non ha dato loro il giusto riconoscimento.

Nel tentativo di richiudere le porte aperte e soffocare il cambiamento, gli uomini hanno voluto intendere la partecipazione femminile alla Resistenza come manifestazione di senso materno e di pacifismo innato: nell’immaginario collettivo, anche la staffetta andava ricondotta al ruolo di infermiera. Escluse dalle sfilate della vittoria, invitate a rimuovere e a tacere, molte piccole e grandi protagoniste della storia smisero di raccontare.

Alla loro memoria dedichiamo il fotoreportage del 25 aprile.

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Milano

PIAZZALE DONNE PARTIGIANE

Foto di Nadia Boaretto

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Roma

VIA IRIS VERSARI (1922–1944)

Foto di Sara Caponera

Staffetta della formazione partigiana di Tredozio, fece parte della banda di Silvio Corbari al quale era legata sentimentalmente. Diverse e clamorose furono le azioni condotte assieme ai compagni. Ferita durante uno scontro coi tedeschi, decise di uccidersi piuttosto che cadere in mani nemiche. E’ stata insignita della Medaglia d’Oro al V.M.

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Garlasco

VIA GISELLA FLOREANINI (1906-1993)

Foto di Roberta Martinotti

Legata già dagli anni ’30 ai gruppi di Giustizia e Libertà e al PCI divenne, grazie alle sue doti organizzative, un punto di riferimento per la Val d’Ossola. Nel febbraio 1945 fu nominata Presidente del CLN provinciale e trattò la resa dei nazifascisti nei giorni dell’insurrezione. Dopo la guerra fu parlamentare, dirigente dell’UDI e dell’Anpi e membro della Federazione Internazionale della Donna.

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Aosta

VIALE AURORA VUILLERMINAZ (1922-1944)

Foto di Marinella Govenale

Aurora Vuillerminaz dal luglio 1944 si dedicò interamente alla lotta partigiana entrando nella banda A. Verraz, operante nella valle di Cogne. Assunse l’incarico di staffetta creando collegamenti tra la Val d’Aosta e la vicina Svizzera. Al ritorno da una missione fu arrestata e, non avendo rivelato alcuna informazione, affrontò con coraggio la fucilazione.

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Trento

VIA CLORINDA MENGUZZATO “VEGLIA” (1927 – 1945)

foto di Livia Stefan

Infermiera e staffetta partigiana militò, con il nome di battaglia Garibaldina prima e Veglia poi, nel battaglione Gherlenda operante nel Trentino; fu catturata dai nazisti, violentata, fatta azzannare da cani feroci e fucilata. E’ stata insignita della Medaglia d’oro al Valor Militare alla memoria.

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Olbia

VIA JOYCE LUSSU (1912-1988)

Foto di Enrico Grixoni

La famiglia fuggì all’estero nel 1924 a causa delle violenze squadriste subite. Nel 1932 il fratello fu arrestato: Joyce iniziò a diffondere stampa antifascista e accettò diverse missioni clandestine. Una di queste la portò a conoscere il marito Emilio. Nel dopoguerra si legò alla militanza di base in Sardegna, promosse l’UDI, militò nel PSI e tradusse poesie terzomondiste.

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Ragusa

ROTONDA MARIA OCCHIPINTI (1921-1996)

Foto di Rosa Perupato

A Ragusa, nel gennaio del 1945, Maria, 23 anni e incinta di cinque mesi, si stende davanti un camion militare carico di giovani rastrellati da un quartiere popolare, con l’intento di agevolarne la fuga e la diserzione. Viene condannata al confino e al carcere. Finita la guerra viaggerà all’estero stabilendosi infine a Roma, avvicinandosi prima al PCI e poi agli anarchici.

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Genova

VIA TEA BENEDETTI (1930-2000)

Foto di Rossella Sommariva

Proveniente da una famiglia operaia di Rivarolo, divenne staffetta partigiana molto giovane. Dopo la guerra fu sindacalista, assessora in Comune, presidente della Croce Verde di Sestri, inoltre fece parte del Consiglio Comunale di Genova per 21 anni (dal 1976 al 1997), distinguendosi per il suo spirito di servizio.

9.TriesteViaRitaRosaniLucioPerinisett2012CA

Trieste

VIA RITA ROSANI (1920- 1944)

Foto di Lucio Perini

“Vuiatri gavi voia schersàr!”. Con queste parole, dopo averle vanamente proposto di tentare la fuga coperta da una loro sortita diversiva, i combattenti della formazione “Aquila”, sorpresi da un rastrellamento nel loro rifugio in Val Policella, videro uscire a combattere la loro compagna Rita Rosani, ventiquattrenne ebrea triestina. Fu subito catturata e uccisa da un sottotenente repubblichino.

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Napoli

VIA VERA LOMBARDI (1904-1995)

Foto di Rita Ambrosino

Nata nel 1904 in una famiglia di tradizioni socialiste, Vera partecipò agli incontri clandestini di antifascisti, durante i quali scambiava libri e materiali clandestini. Dopo la guerra rimase protagonista della vita culturale e politica napoletana: è stata per anni presidente dell’Istituto campano per la Resistenza che, dopo la sua morte, le è stato intitolato.

 




ITALIA – Un caleidoscopio di artiste tra le strade romane

Di Livia Capasso

Su 613 donne titolari di strade romane, sante, madonne, figure storiche, personaggi del mito, scienziate, nobildonne e benefattrici, solo diciannove sono artiste.

Marianna Dionigi è l’unica a trovarsi in area centrale, nel 1° municipio. Pasquarosa Marcelli Bertoletti ed Emma Gaggiotti figurano nel 5°; Antonietta Biscarra, Giovanna Garzoni, Giovanna Marmochini Cortesi, Giuliana Staderini Piccolo nel 6°; Mary Pandolfi De Rinaldis nel 7°; Tina Modotti nell’8°; Amalia Camboni, le sorelle Giussani, Tea Bertasi Bonelli, Lina Buffolente nel 9°; Benedetta Cappa Marinetti, Edita Broglio, Maria Grandinetti, Novella Parigini nell’11°; Artemisia Gentileschi Lomi nel 12°; e infine Maria Felicita Tibaldi nel 13°.

Si tratta di artiste ad ampio raggio che hanno dato prova della loro abilità e del loro valore in tanti campi diversi dell’arte visiva, a riprova che non c’è ambito, settore in cui le donne non possono cimentarsi.

Sono in gran parte pittrici vissute tra 800 e 900, interessate anche alla letteratura e alla musica; molte ritrattiste di personaggi storici, spesso al servizio di corti italiane e di case regnanti europee; miniaturiste e pittrici specializzate in nature morte.

Un ponte cavalcavia a Villa Pamphilj è dedicato ad Artemisia Gentileschi, uno dei simboli della pittura al femminile ma anche della rivalsa del ruolo delle donne nella società, esponente di primo piano del caravaggismo romano.

C’è una ceramista, una scultrice, una fotografa, un’orafa, alcune fumettiste, una futurista, una surrealista, trasgressiva animatrice della Dolce Vita romana. Hanno tutte dovuto lottare contro stereotipi e pregiudizi che vedevano la donna madre e angelo del focolare, a cominciare dal giudizio espresso dal Vasari nel ‘500, che arrivò a dire: “Le donne non si sono vergognate, quasi per toglierci il vanto della superiorità, di mettersi con le tenere e bianchissime mani nelle cose meccaniche, fra la ruvidezza de’ marmi e l’asprezza del ferro”. O quello del maestro Giacomo Grosso che, accorgendosi della presenza di una donna tra i suoi allievi, le si rivolse in questi termini: “Ma cosa fa qui lei, non sa che le donne devono stare a casa a fare la calza? Non voglio donne nel mio corso… Sappia allora che dovrà lavorare il doppio dei suoi colleghi maschi”.

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Tina Modotti

(Udine, 1896 – Città del Messico, 1942)

Foto di L. Zennaro

Modella, attrice, fotografa e attivista politica, incentrò le sue opere su contadini, operai, bambine al lavoro nei campi e nelle fattorie. Fu la fotografa ufficiale del movimento muralista messicano.

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Tea Bertasi Bonelli

(Milano, 1911 – 1999)

Foto di A. De Carlo

Moglie di Gian Luigi Bonelli, creatore di Tex Willer e Dylan Dog, rilevò e proseguì l’attività del marito, improvvisandosi vignettista ed editrice, negli anni della seconda guerra mondiale.

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Sorelle Giussani

Angela (Milano, 1922 – Gavirate, 1987) e

Luciana (Milano, 1928-2001)

Foto di M. Zennaro

Sono le creatrici del famoso fumetto “Diabolik”, geniali, e imprenditrici di sé stesse.

4.ROMA.Buffolente.LindaZennaro.leggera

Lina Buffolente

(Vicenza, 1924 – Milano, 2007)

Foto di L. Zennaro

Definita “la Signora del fumetto”, è stata forse la prima disegnatrice di fumetti in Europa. Ha dato vita a tanti personaggi, quali Colorado Kid, Calamity Jane, e a serie quali Lupo, Furio Mascherato, Tom Mix e Tom Bill, Liberty Kid e Fiordistella, Nick Reporter e Capitan Walter.

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Marianna Candidi Dionigi

(Roma, 1756 – Civita Lavinia, 1826)

Foto di R. Loia

Pittrice e scrittrice, immortalò le città della Ciociaria, fondate dal re Saturno, in incisioni e scritti raccolti durante i suoi viaggi nel Lazio.

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Benedetta Cappa Marinetti

Detta Beny (Roma, 1897 – Venezia, 1977)

Foto di S. Coluzzi

Allieva di Giacomo Balla e moglie di Filippo Tommaso Marinetti, sperimentò diverse forme d’arte, dalla pittura, alla letteratura, alla scenografia, in linea con la poliedricità del Futurismo.

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Edita Broglio

Edita Walterovna zur Muehlen (Smiltene, Russia, 1886 – Roma, 1977)

Foto di A. Virgilio

Proveniente da una nobile famiglia baltica, a Roma incontra e sposa Mario Broglio, con cui collaborerà nel gruppo “Valori Plastici”, aderendo in seguito alla corrente del Realismo magico. La sua pittura è ricca di suggestioni internazionali, dalla cultura dell’avanguardia russa, al Blaue Reiter, al primitivismo.

8.ROMA.Biscarra.M.Pezzini.leggera

Antonietta Alessio Biscarra

(Milano, 1833 – Torino, 1866)

Foto di M. Pezzini

Miniaturista, specializzata in lavori a smalto, era particolarmente portata per i ritratti, notevoli per la loro rassomiglianza. Dopo un periodo passato a Ginevra, tornò in Italia ed eseguì i ritratti di personaggi contemporanei del Risorgimento come Cavour, Vittorio Emanuele II e Garibaldi.

9.ROMA.Marmochini.MPezzini.leggera

Giovanna Marmochini Cortesi

(Firenze, 1666 – 1731)

Foto di M. Pezzini

Pittrice barocca, ritrattista ufficiale della corte medicea, si applicò a diverse tecniche pittoriche: miniatura, pittura ad olio, tecnica dei pastelli, smalti.

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Pasquarosa Marcelli Bertoletti

(Anticoli Corrado, 1896 – Camaiore 1973)

Foto di B. Belotti

Giovanissima modella del pittore Nino Bertoletti, che diventerà suo marito, fu presente nelle maggiori occasioni espositive del suo tempo. Notevole il suo antiaccademismo e la sua verve coloristica

 




ITALIA – A testa in su tra le vie al femminile di Foggia

di Federica Frisoli

Le vie sono le arterie e le vene delle città, dove scorre la vita, in cui le storie dei propri abitanti s’intrecciano e si scambiano. Ogni via ha il suo protettore, la sua guardia che dall’alto della propria targa osserva questo fiume che scorre. Si tratta di personaggi più o meno illustri, locali o di fama più ampia, che onorano con il loro nome gli angoli e i muri della scenografia urbana.

Nomi che non sono messi a caso, o almeno così non dovrebbe essere; identità di una nazione, di un territorio, della città in cui sono nate, o in cui hanno agito; personalità importanti, storiche ed esemplari, da emulare o quanto meno da rispettare e ricordare.

Nella città di Foggia, le strade intitolate a personaggi maschili sono circa 850 a fronte delle 22 dedicate alle personalità femminili.

La toponomastica femminile si distribuisce sul territorio cittadino a random e interessa vari quartieri e zone, dalle più centrali alle più periferiche.

La maggior parte delle intitolazioni riguarda la sfera religiosa ed ecclesiastica: Madonne (Addolorata, Annunziata, Incoronata…), sante, beate (Genoveffa de Troia, Chiara Lubich), una suora (Maria Celeste Crostarosa), benefattrici religiose e laiche (Maria Grazia Barone). Si tratta di intitolazioni abbastanza datate e per questo situate nel centro storico e nelle vie centrali e semi centrali della città, fatta eccezione per il parco Lubich situato nel quartiere periferico ma residenziale di Macchia Gialla.

Le pochissime donne laiche importanti della città e non solo, occupano vie più periferiche e di recente costruzione. Si va dalla più recente via Ilaria Alpi (giornalista e inviata di guerra), non ancora presente su alcuni navigatori satellitari per quanto è nuova; all’archeologa Marina Mazzei, alla quale sono stati dedicati nel 2014 la via che costeggia una delle zone archeologiche più antiche della città risalente al Neolitico e nel 2012 lo studentato universitario; al piazzale dedicato nel novembre 2012 all’On. Anna De Lauro Matera, donna politica attenta ai diritti delle donne e alle problematiche del Mezzogiorno; passando per l’On. radicale e scrittrice Maria Teresa Di Lascia, la cui via è situata nell’estrema periferia sud della città e che sbocca in campagna; fino ad arrivare all’educatrice, studiosa e storica Ester Loiodice che “abita” in una zona semi periferica e più popolare.

Grazie ad associazioni territoriali e nazionali, quali Cantiere 8 marzo e Toponomastica femminile, sono attive varie iniziative di informazione e sensibilizzazione sull’importanza della toponomastica come strumento essenziale per abbattere le barriere di genere e per portare avanti le pari opportunità. L’ultima in tal senso, è stata la mostra fotografica itinerante “La rete delle strade delle donne in Puglia”, organizzata dall’Associazione Toponomastica femminile.

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Quartiere Camporeale-Periferia S/O: On. Anna De Lauro Matera (1909-2003). Napoletana di nascita, foggiana di adozione, insegnò inglese prima di intraprendere la carriera politica. Prima donna socialista del Sud in Parlamento, rivestì numerosi incarichi istituzionali, molti legati allo sviluppo del Mezzogiorno e al mondo delle donne.

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Rione Ordona Sud-Periferia S: On. Maria Teresa Di Lascia (1954-1994). Nacque in un paesino del foggiano. Scrittrice e politica del Partito Radicale, di cui fu vicesegretaria e deputata in Parlamento, si batté per i diritti civili, alla vita, economici, sociali, ambientali. Sostenne la medicina omeopatica e fondò e diresse la lega Nessuno tocchi Caino, per l’abolizione della pena di morte nel mondo.

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Rione S. Pio X-Zona S/E: Ester Loiodice (1893-1985). Educatrice, fu direttrice della sezione “tradizioni popolari” del Museo civico di Foggia. Studiosa di etnografia della Capitanata e di storia locale, pubblicò saggi sulla ceramica popolare e sul dialetto foggiano. Nel 1925 istituì un museo didattico per studenti e durante l’ultimo conflitto bellico salvò gli ori e gli argenti del patrimonio artistico museale.

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Quartiere S. Michele-Zona centrale: Maria Grazia Barone (1844-1918). Aristocratica, moglie del Marchese G. Celentano, sindaco di Foggia e figlia del patriota Alessio Barone. Dedita alla beneficienza, in fin di vita donò le sue proprietà per l’istituzione di una Fondazione per poveri, anziani e orfani, tuttora attiva.

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Zona Macchia Gialla-Estrema periferia S/O: Ilaria Alpi (1961-1994). Giornalista Rai, inviata del Tg3 per seguire la guerra civile somala e per indagare sul traffico d’armi e di rifiuti tossici illegali. Fu assassinata a Mogadiscio il 20 marzo 1994 insieme all’operatore Miran Hrovatin da un commando di sette persone.

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Rione Puglie-Zona centrale: Marina Mazzei (1955-2004). Archeologa, diresse la sede di Foggia della Soprintendenza archeologica di Puglia, il Museo Nazionale di Manfredonia e numerose campagne di scavo. Collaborò con il Comando dei Carabinieri per la tutela del patrimonio culturale; relatrice in convegni e seminari internazionali, è stata Socio corrispondente dell’Istituto Archeologico Germanico di Roma ed ha scritto saggi e monografie.

7.FOGGIA_Crostarosa.Frisoli.ridotta

Rione dei Preti-Zona centrale: Maria Celeste Crostarosa (1696-1755). Di famiglia borghese, a venti anni si ritirò a vita religiosa in un convento. Fu chiamata a Foggia per la fondazione di un monastero con la nuova Regola dei Redentoristi di S. Alfonso de’ Liguori. Qui poté fondare il nuovo ramo delle Redentoriste o Suore del SS. Redentore.

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Quartiere Cattedrale-Centro storico: Addolorata. E’ un titolo con cui viene chiamata dai cristiani Maria, la madre di Gesù e si basa su sette dolori affrontati da Maria, descritti nei Vangeli. La devozione alla Vergine Addolorata si sviluppa a partire dalla fine dell’XI secolo, con celebrazioni dei suoi gaudi e dolori, simboleggiati da cinque spade, anticipatrici della celebrazione liturgica istituita più tardi.

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Zona centro città: Genoveffa De Troia (1887-1949). Religiosa, terziaria francescana. I gravi problemi di salute e l’estrema povertà la avvicinarono alla chiesa. Non diventò suora ma dedicò ugualmente la sua vita alla fede. Incontrò un frate cappuccino, suo padre spirituale, che le trasmise lo spirito francescano e la seguì fino alla morte, avviando il processo di beatificazione e canonizzazione.

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Zona Macchia Gialla. Periferia S: Chiara Lubich (1920-2008). Insegnante di scuola elementare, si consacrò con voti privati a Dio. È l’atto di nascita dell’Opera di Maria, movimento ecclesiale conosciuto come dei Focolari. Riteneva che vivere l’insegnamento primigenio del Vangelo era la più potente rivoluzione sociale attuabile, e ciò la portò a dedicarsi completamente ai poveri di Trento, la sua città.





RUSSIA -Lungo le strade di San Pietroburgo. Solo 52 portano nomi di donne

di Olga Solovey

San Pietroburgo, la capitale della cultura in Russia, la Venezia del Nord, la Palmira del Nord, la Città delle Notti Bianche, sono solo alcuni degli appellativi con cui viene riconosciuta nel mondo. Fu fondata nel 1703 durante la Guerra del Nord contro la Svezia. Nel XVII secolo la Russia aveva perso lo sbocco nel mar Baltico, il che spinse Pietro il Grande a dichiarare guerra alla Svezia per riconquistare le terre adiacenti al fiume Neva. Al fine di rafforzare il territorio fu fondata la fortezza San Pietroburgo che diede inizio alla costruzione della nuova città. Il nome “Città di San Pietro” ha carattere puramente simbolico: “Ed io ti darò le chiavi del regno dei cieli; tutto ciò che avrai legato sulla terra, sarà legato nei cieli…” Allo stesso modo la nuova città doveva diventare la chiave verso il mare e la porta verso l’Europa.

San Pietroburgo è adagiata su un vastissimo territorio di 1439 kmq, suddiviso in 18 distretti. Le vie della città sono circa 3717, tuttavia solo 52 portano nomi di donne, tra cui troviamo nobildonne, scienziate, poete, scrittrici, rivoluzionarie, partigiane.

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Via Eugenia

La via prese il nome dalla comunità di sorelle del soccorso di Sant’Eugenia, fondata dalla duchessa Eugenia di Oldenburg, una famosa benefattrice, nipote di Nicola I.

Nel 1868 patrocinò un ginnasio femminile, nel 1874 creò un asilo per donne ex-detenute, nel 1876 aprì un asilo destinato a bambine figlie di detenuti, dove, oltre a svolgere la normale attività didattica, seguivano corsi di arte culinaria nonché taglio e cucito.

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Via Elisabetta

Questa via si trova in una pittoresca località che dal 1726 apparteneva ai conti Sciuvalov. Prese il nome da Elisabetta Sciuvalova, una nobildonna, nota per la sua bellezza, intelligenza e sensibilità artistica. Spesso organizzava spettacoli di beneficenza per malati e bisognosi. All’inizio della guerra russo-giapponese si recò al fronte dove con i propri mezzi finanziari realizzò un lazzaretto.

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Via Olga Berggolts

La via è dedicata alla poeta russa Olga Berggolts, “musa di Leningrado assediata” in quanto lavorando alla radio, incoraggiò e ispirò il popolo nei duri tempi di guerra. Qualunque via di Leningrado – San Pietroburgo, meriterebbe di portare il suo nome, ma fu scelta proprio questa per la vicinanza alla sua casa natale.

Qui giacciono i cittadini di Leningrado,

Qui si trova la gente della città, uomini, donne, bambini.

Accanto a loro i soldati dell’Armata Rossa

Che, con la loro vita,

Ti difesero, Leningrado,

Culla della Rivoluzione.

I loro nomi nobili non si possono qui elencare,

Tanti sono, sotto la protezione eterna del granito.

Ma sappi, quando contempli queste pietre,

Che nessuno è dimenticato e nulla è dimenticato.

(versi di O. Berggolts, traduzione di O. Solovey)

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 Via Sofia Kovalevskaja

La via è dedicata a Sofia Kovalevskaja, fu la prima donna russa matematico. Passò gran parte della sua vita all’estero, dove raccolse le maggiori soddisfazioni: trasferitasi a Stoccolma, ottenne una cattedra universitaria, diventando così la prima donna al mondo professore di matematica. Nel 1888 vinse il Prix Bordin dell’Accademia delle Scienze di Parigi. L’anno successivo, ottenne il Premio della Reale Accademia delle Scienze di Svezia. Nello stesso anno, ricevette il titolo di Accademica dell’Accademia delle Scienze di Russia.

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Via Zina Portnova

Zina Portnova era una partigiana, membro dell’organizzazione “Giovani vendicatori” e spia. Si racconta che lavorando in una mensa ai corsi di aggiornamento per ufficiali tedeschi, su indicazione dei suoi superiori, avvelenò il cibo facendo morire più di cento ufficiali. Durante l’inchiesta, al fine di dimostrare la sua estraneità ai fatti, non si rifiutò di assaggiare la zuppa avvelenata, ma per miracolo rimase viva. Aveva soli 17 anni, quando durante un interrogatorio della Gestapo, afferrò fulmineamente la pistola dell’ufficiale, uccidendo lui e altri due soldati tedeschi che erano nella stanza. Nel disperato tentativo di fuggire fu catturata e a seguito torturata e fucilata.

6.SanPietroburgo_OlgaSolovey_kosmodemjanskaja.con testo

Via Zoja Kosmodemjanskaja

La via è intitolata a Zoja Kosmodemjanskaja, partigiana, la prima donna decorata con la massima onorificenza sovietica: “Eroe dell’Unione Sovietica”. Giovanissima, si distinse nella lotta contro il fascismo. A soli 18 anni, durante un’operazione di controspionaggio nei dintorni di Mosca, tradita da un suo collega combattente, fu presa prigioniera e impiccata dopo essere stata torturata con particolare crudeltà.

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 Via Kollontaj

La via è intitolata ad Aleksandra Kollontaj, una rivoluzionaria russa, la prima donna nella storia che abbia avuto l’incarico di ministro e ambasciatrice. Nel 1918 fu tra le organizzatrici del Primo Congresso delle donne lavoratrici russe dal quale nacque lo Żenotdel, organismo per la promozione della partecipazione delle donne alla vita pubblica, per le iniziative sociali e la lotta all’analfabetismo. Grazie anche alla sua iniziativa, le donne ottennero il diritto di voto e di essere elette, il diritto all’istruzione e a un salario eguale a quello degli uomini. Venne anche introdotto il divorzio e, nel 1920, il diritto all’aborto. Dal 1923 abbracciò la carriera diplomatica.

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Via Osipenko

La via è dedicata alla pilota Polina Osipenko, “Eroe dell’Unione Sovietica”. Batté cinque record mondiali di aviazione femminile. Nel 1938 pilotò l’aereo “Rodina” che fece un volo senza scalo Mosca – Estremo Oriente di 6450 km. In seguito divenne istruttrice di tecniche di pilotaggio per i piloti da caccia. Morì durante un’esercitazione di volo “cieco”. Le sue spoglie giacciono nel cimitero del Cremlino nella Piazza Rossa a Mosca.

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Corso Caterina (Prospettiva di Caterina)

La via è dedicata a Marta Helena Skowronska, più nota come Caterina I, imperatrice di Russia. Nacque in Lettonia da una famiglia di contadini. Sin da bambina non ricevette nessun tipo di istruzione. La sua vita cambiò allorché, al servizio del principe Menshikov, grande amico di Pietro I, ne divenne ben presto l’amante. Intorno al 1703 conobbe il re, il quale, si innamorò di lei e ne fece la sua donna. I loro rapporti divennero sempre più stretti grazie anche al carattere mite e allegro di lei. Pietro riconobbe i figli che nacquero dalla loro unione e nel 1712 la sposò. Pur non interessandosi alla politica, Caterina ebbe lo stesso una certa influenza sul marito. Nel 1724 fu incoronata Zarina. Con la morte di Pietro I divenne sovrana di Russia con il titolo di Imperatrice. In realtà il potere era in mano al principe Menshikov, suo ex amante e al Consiglio Privato, nato proprio per sopperire alle lacune dell’imperatrice.

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Vicolo Gromova

Il vicolo è dedicato a Uliana Gromova, membro dell’organizzazione “Giovane Guardia”, decorata col titolo “Eroe dell’Unione Sovietica”. Si distinse attivamente nella resistenza attraverso la propaganda e la diffusione di volantini, la raccolta di medicine destinate alla resistenza e partecipando a numerose azioni di guerriglia atte a sabotare i piani degli occupanti. Arrestata dalla Gestapo si rifiutò di rivelare i nomi dei suoi compagni malgrado le indicibili violenze subite. Il suo corpo fu ritrovato in una miniera con gli evidenti segni delle atroci torture.