ITALIA – Ritrattiste e architette unite dal ponte della creatività nelle vie di Milano

Di Nadia Boaretto

L’incanto dei ritratti di Rosalba Carriera (Venezia, 12 gennaio 1673 – 15 aprile 1757), pittrice squisita, appaga gli occhi e pacifica l’anima. Chi abita nella via a lei dedicata dalla città di Milano dovrebbe avere sempre un libro aperto sul tavolo con le immagini delle sue opere (“La ragazza con pappagallo”, “Caterina Sagredo Barbarigo”, “Allegorie degli Elementi Aria, Acqua, Terra, Fuoco”, le stagioni), per animare il salotto con la presenza di dame seducenti.

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FOTO 1 – Rosalba Carriera (via privata) di Monica Bianchi

Rosalba cominciò la carriera artistica dipingendo sulle tabacchiere figurine graziose che poi traspose nelle miniature su avorio usando una tecnica nuova per il genere, basata sul tratto veloce caratteristico della pittura veneziana. Da giovane ebbe la fortuna di studiare musica e pittura oltre al ricamo, appreso dalla madre merlettaia. Protagonista di un atelier tutto femminile nel quale operavano le sorelle, Angela e soprattutto Giovanna, che si occupava di eseguire le repliche e talvolta le rifiniture, Rosalba contribuì alla formazione di altre celebri pastelliste, Felicita Sartori, l’allieva prediletta, e Marianna Carlevaris, spesso sue collaboratrici nell’intensa produzione. Attorno a loro si riuniva una sorta di cenacolo frequentato da personaggi illustri dell’ambiente artistico e letterario. Si moltiplicavano intanto le committenze: dal duca di Mecklemburgo, da Federico IV di Danimarca, dal principe Augusto di Sassonia, dai duchi di Modena, dalla corte di Vienna, dal re di Francia Luigi XV.
Bene accolta nell’Accademia nazionale di San Luca a Roma, Rosalba entrò inoltre a far parte dell’accademia reale parigina e godette della stima di Antoine Watteau. Il segreto dei suoi ritratti giace nello studio attento dei visi, colti con profondo realismo come nel caso di una anziana signora sui cui lineamenti dolci spicca un porro, umano difetto della pelle.

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FOTO 2 – Rosalba Carriera, autoritratto con la sorella Giovanna

Assai rivelatrice è la serie degli autoritratti, conservati a Venezia al museo del settecento a Ca’ Rezzonico, oppure in collezioni varie, come l’autoritratto della collezione reale di Windsor (1740); altri sono esposti alla Pinacoteca di Dresda Alte Meister.
In essi si legge la sua storia, dalla giovinezza (1709) alla vecchiaia (1746), dopo l’operazione alla cornea che le aggravò i problemi della vista fino alla cecità totale.
Espertissima nella pittura al pastello, Rosalba Carriera stende rapidi tocchi di bianco sopra gli altri colori per ottenere straordinari effetti di luminosità che ben mettono in risalto le pose eleganti, i drappeggi degli abiti adorni di trine e perle, o anche il bell’incarnato di una popolana scelta a rappresentare l’Allegoria dell’Aria, palpitante di grazia e di sensualità. Il ritratto di Caterina Sagredo Barbarigo la mostra a capo lievemente inclinato, con un sorriso un po’ complice, il tricorno sulle ventitré e il manto blu annodato da un nastro rosso.
Il pastello richiede grande abilità e sicurezza nell’esecuzione perché non lascia margine ai ritocchi, essendo impossibile ripassare più volte il colore sulla base già stesa. Il risultato di morbidezza vellutata e vaporosa fu particolarmente apprezzato nel Rococò. Rosalba Carriera scrisse un affascinante trattatello intitolato Maniere diverse per formare i colori nella Pittura che ripercorre i passaggi per ottenere la sua preziosa tavolozza e per applicarla.

L’aveva preceduta nell’arte del ritratto una antesignana non meno celebre, Sofonisba Anguissola (Cremona 1532 ca. – Palermo 1625), appartenente alla nobile famiglia piacentina degli Anguissola e ricordata come una delle prime esponenti femminili della pittura europea, contesa da regnanti e aristocratici.

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FOTO 3 – via Sofonisba Anguissola – Foto di Paola Bortolani

Era la prima dei sette figli di Amilcare Anguissola e di Bianca Ponzoni, entrambi di origine patrizia. Anche quattro sue sorelle, Elena, Lucia, Europa e Anna Maria, divennero pittrici, mentre l’unico fratello, Asdrubale, si dedicò alla musica.
Sappiamo che aspetto aveva Sofonisba grazie agli autoritratti: quello del 1554, conservato al Kunsthistoriches Museum di Vienna; “Autoritratto in miniatura”, Boston, Museum of Fine Arts; “Autoritratto al cavalletto”, 1556, Lancut, Muzeum Zamek e “Autoritratto alla spinetta”, oggi alle Gallerie di Capodimonte, Napoli.
 Si era formata alla scuola del pittore lombardo Bernardino Campi, che ne influenzò lo stile, da lei rivolto all’ambito prediletto della ritrattistica. Altri echi saranno quelli del bresciano Moretto e del bergamasco Moroni. Per Sofonisba il ritratto non fu mai solo l’immagine della persona, ma anche del suo ambiente, degli oggetti allusivi della personalità. Notevole soprattutto l’espressività di occhi e volti, sui quali si esercitò molto, come appare dai numerosi disegni che mettono in pratica la teoria leonardesca dei moti dell’animo, del riso e del pianto come canoni fino ad allora trascurati nella ritrattistica. Sofonisba, ben versata nelle lettere e nella musica, ebbe un ruolo di spicco nella vita artistica delle corti italiane e scambiò una fitta corrispondenza con i più famosi artisti coevi. Fu citata lusinghieramente nelle Vite di Giorgio Vasari grazie a Michelangelo Buonarroti, che ne aveva segnalato il talento dopo aver visto i disegni inviatigli dal padre della giovanissima artista. Fra questi c’era anche un “Fanciullo morso da un granchio”, nel quale la poco più che ventenne Sofonisba aveva colto l’espressione del dolore infantile con un tocco che piacque molto al genio fiorentino. Quella smorfia di dolore riapparirà nel “Ragazzo morso da un ramarro” di Caravaggio. Nel 1559 Sofonisba giunse alla corte di Filippo II di Spagna come dama di corte della regina Isabella e lì ricoprì il ruolo di ritrattista reale fino alla morte della sua protettrice (1568).

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FOTO 4 – Sofonisba Anguissola, autoritratto alla spinetta

Nel 1573 sposò il nobile siciliano Fabrizio Moncada e si trasferì in Sicilia nel palazzo Moncada di Paternò. Nel 1578 il marito perì in mare al largo di Capri e Sofonisba decise di trasferirsi in Liguria. Durante il viaggio conobbe il nobile genovese Orazio Lomellini che sposò nel 1579. Per oltre trent’anni la pittrice visse con il marito a Genova proseguendo nell’opera di ritrattista per le famiglie aristocratiche della città e registrando l’influsso del genovese Luca Cambiaso. Tornata a Palermo con il marito nel 1615, continuò a dipingere malgrado un forte calo della vista, che tuttavia nel tempo divenne un impedimento impossibile da superare. La fama della sua arte era comunque già ben consolidata, tanto che il celebre Antoon van Dyck, succedutole come ritrattista ufficiale alla corte spagnola, si dichiarò suo ammiratore e volle incontrarla personalmente, nel 1624, a Palermo, presso la corte del viceré di Sicilia. In tale occasione egli ritrasse Sofonisba, che sarebbe morta l’anno successivo e sepolta a Palermo nella chiesa di San Giorgio dei Genovesi. Nonostante la lunga carriera artistica, Sofonisba non fu mai pagata in contanti, a differenza dei colleghi maschi, ma solo con doni o rendite, mentre sono documentate le ricompense che per lei ricevettero prima il padre Amilcare e poi il fratello Asdrubale. Destino di donna? L’emancipazione è indubbiamente servita a rendere giustizia “professionale” a coloro che operano nei settori artistici.

Può confermarlo la storia di Gae Aulenti (Palazzolo dello Stella, 4 dicembre 1927 – Milano, 31 ottobre 2012), architetta e designer, nata in provincia di Udine dal pugliese Aldo Aulenti e da Virginia Gioia, napoletana di origini calabresi.

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FOTO 5 – Gae Aulenti

Si forma nella Milano degli anni cinquanta del Novecento, in un clima di ricerca storico-culturale mirata al recupero dei valori architettonici del passato e dell’esistente, che confluirà nel movimento Neoliberty, in reazione al razionalismo.
 Dal 1955 al 1965 Gae collabora alla redazione di Casabella-Continuità sotto la direzione di Ernesto Nathan Rogers. In ambito universitario dal 1960 al 1962 è assistente di Giuseppe Samonà presso la cattedra di Composizione Architettonica all’Istituto Universitario di Architettura di Venezia, e dal 1964 al 1969 di Ernesto Nathan Rogers presso la cattedra di Composizione Architettonica al Politecnico di Milano, avendo così modo di conoscere il giovane Renzo Piano.

Nel 1965 crea la celebre lampada da tavolo “Pipistrello” per Olivetti, che le commissiona poi la showroom di Buenos Aires. Si apre la strada verso la notorietà. Poco dopo Gianni Agnelli le affida la ristrutturazione del suo appartamento milanese in zona Brera ed è l’inizio di un’amicizia che durerà tutta la vita e sfocerà in numerosi progetti.
Nel 1972 Gae partecipa all’esposizione “Italian: the new Domestic Landscape” organizzata da Emilio Ambasz al MoMa insieme ad altri designer e architetti emergenti, tra cui Marco Zanuso e Richard Sapper, Joe Colombo, Ettore Sottsass, Gaetano Pesce, Archizoom, Superstudio, Gruppo Strum e 9999. Da qui in avanti l’ascesa è scontata e comprende collaborazioni teatrali con Luca Ronconi, la direzione artistica della Fontana Arte, legami professionali con i maggiori nomi del design di oggetti d’arredo. Nel privato, termina la lunga relazione con Carlo Ripa di Meana per prendere le distanze dal “craxismo deleterio”.
Tra le sue realizzazioni architettoniche più rilevanti si segnalano, a Parigi, la riqualificazione della Gare d’Orsay adibita a museo e l’allestimento del Museo Nazionale d’Arte moderna al Centre Pompidou. A Tokyo Aulenti realizza l’Istituto Italiano di Cultura, cui seguiranno nel 1985/2004 il Museo nazionale d’arte catalana a Barcellona, nel 1985/86 la ristrutturazione di Palazzo Grassi a Venezia.
Siviglia, Firenze, San Francisco, Gerusalemme e innumerevoli città italiane si avvalgono del suo operato e Milano le affida il riassetto urbano di Piazzale Cadorna.

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FOTO 6 – piazza Gae Aulenti – Foto di Linda Zennaro

Onorificenze e riconoscimenti hanno costellato la carriera di Gae Aulenti, alla quale il 7 dicembre 2012 Milano ha intitolato la nuova grande piazza circolare situata al centro del complesso della Unicredit Tower che domina la stazione Garibaldi.

Le documentazioni relative alle figure di spicco della nostra epoca sono talmente ricche da consentire una conoscenza fin troppo dettagliata della loro vita, aperta passo a passo all’indagine contemporanea. Come un pozzo di San Patrizio non si colmano mai. E più si avvicinano al presente più aumentano di volume. Delle personalità attuali si sa che cosa mangiano e bevono, chi frequentano, com’è la loro casa, tutti aspetti che il passare degli anni, e ancor più dei secoli, metterà poi nella prospettiva della lontananza. Penserà la storia a vagliare il materiale, trattenendo soltanto i dati più rilevanti.

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FOTO 7 – Lina Bo Bardi

Così abbiamo una miriade di notizie su Lina Bo Bardi, all’anagrafe Achillina Bo (Roma, 5 dicembre 1914 – San Paolo, 20 marzo 1992), architetta italiana naturalizzata brasiliana nel 1951. La sua “Casa di Vetro”, nel nuovo quartiere di Morumbi a San Paolo del Brasile, ospita, infatti, l’archivio di “Dona Lina” che rivela su di lei una dovizia di particolari.
Laureatasi in Architettura a Roma, iniziò a lavorare per Domus con Gio Ponti a Milano e aprì poi un suo studio, distrutto nei bombardamenti del 1943. A seguito di ciò divenne un’attivista del Partito Comunista e documentò la distruzione bellica in Italia, partecipando al “Congresso Nazionale per la Ricostruzione” e fondando con Bruno Zevi il settimanale La Cultura della Vita. Dopo la guerra sposò Pietro Maria Bardi con il quale nel 1946 si trasferì in Brasile, dove sviluppò appieno l’estro creativo; nel 1951 completò il suo primo edificio come architetta, la “Casa di Vetro”. Allo stesso anno risale il progetto della Bardi’s Bowl Chair.

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FOTO 8 – piazza Lina Bo Bardi – Foto di Rosa Enini

A Salvador de Bahia Lina scopre che non hanno senso opposti dialettici come modernità/ tradizione, oriente/occidente. Qui incontra l’Africa, l’anima nera del continente iberoamericano, e inizia a lavorare sull’idea ibrida di “arte popolare”; fino a dichiarare che “il tempo lineare è un’invenzione dell’Occidente, il tempo non è lineare, è un meraviglioso accavallarsi per cui, in qualsiasi istante, è possibile selezionare punti e inventare soluzioni, senza inizio né fine”.
Dopo il golpe militare del 1964 torna a lavorare a San Paolo impegnandosi in una serie di mostre e iniziative intese come azioni politico-ideologiche sempre al limite della denuncia sociale. Terminata la dittatura nel 1985, Lina porta a compimento la realizzazione forse più straordinaria della sua carriera, il SESC Pompéia (1977-1986), industria dismessa trasformata in luogo di cultura, socialità e sport, perché, come ebbe a dire, “Non dimentico mai il surrealismo dei brasiliani, la loro inventiva, il loro piacere nello stare insieme, ballare, cantare. Per questo ho dedicato il mio lavoro al Pompéia ai giovani, ai bambini e agli anziani: tutti insieme”.
Questa figura poliedrica, attiva come curatrice, stilista e scenografa, non ha mai caratterizzato i suoi allestimenti per magnificenza o per predominanza tecnologica, ma per la forte volontà di abbattere i confini tra arte e vita, artista e pubblico.




ITALIA – Lirica e teatro nelle targhe stradali femminili a Milano

Di Nadia Boaretto

Se c’è una tipologia di artiste ben celebrate a Milano con targhe commemorative è quella delle cantanti, a cominciare dalle esponenti della lirica. Non sarà un caso: La Scala rappresenta l’incontestato tempio operistico nel mondo, senza timore di competizioni. Non esistono strutture al suo livello per fama e tradizione. Soprani, contralti, tenori, baritoni trovano qui la conferma del loro talento. E talvolta ne divengono l’icona.

In epoca moderna a perpetuare fasti mai cessati spicca il nome di Maria Callas, e per la voce e per il personaggio.

1.Callas

Nata Anna Maria Cecilia Sophia Kalogeropoulou (New York, 2 dicembre 1923 – Parigi, 16 settembre 1977), studiò ad Atene dal 1939 al 1945 e intraprese la carriera internazionale a partire dai tardi anni quaranta.
 Dotata di un timbro unico per volume, estensione e coloratura, riportò in auge il repertorio italiano del primo Ottocento, da lei interpretato con passionalità drammatica vocale e teatrale. Bell’esempio di canto di bravura, rientra a pieno titolo nella definizione di soprano drammatico d’agilità in senso lato.
Il suo straordinario talento di soprano e interprete, il successo artistico e mediatico, il mito costruito attorno a lei, le valsero l’appellativo di Divina. Come Maria Malibran e Giuditta Pasta riuscì a estendere la gamma ai suoni più acuti a completamento della pienezza delle note gravi.
Attiva in Grecia nel periodo 1937-1945, calcò le scene statunitensi dal 1945-1947 e nel 1947 giunse In Italia dove incontrò l’imprenditore Meneghini, suo futuro marito. I nomi lirici più noti al tempo erano Tebaldi, Simionato, Del Monaco, Di Stefano. La consacrazione di Callas avvenne nel 1948-1950, quando fu osannata a Venezia, Roma, Firenze, Torino. E alla Scala, che negli anni d’oro (1951-1957) aveva come sovrintendente

2.Callas.

Ghiringhelli, mai in buone relazione con lei.
 Un notevole cambiamento avvenne tra il 1952 e il 1954, quando un drastico calo di 38 chili ridusse il peso da 92 a 54 che, distribuiti su un’altezza di 172 cm, le conferirono una silhouette degna delle modelle di Biki, sua stilista preferita. Era pronta per assurgere a stella della mondanità, come dimostrerà il legame con Onassis, incontrato nel 1959. Nel 1966 Callas rinunciò alla doppia nazionalità statunitense e italiana per ottenere quella greca, forse per indurlo al matrimonio, ma lui le preferì Jackie, vedova di John Kennedy.
Il declino della voce appare già evidente nel 1958, data d’inizio di un periodo tormentato, interrotto nel 1966 dall’interpretazione nel film Medea di Pasolini. Alla stagione 1973-1974 risale l’ultima tournée, con Giuseppe Di Stefano. Maria Callas morì nella casa di Parigi, in angosciosa solitudine, stando al film di Zeffirelli.

Al mondo della lirica appartiene anche Giuseppina Maria Camilla Grassini, o Josephina (Varese, 18 aprile 1773 – Milano, 3 gennaio 1850), contralto debuttante nel mondo dell’opera a Parma nel 1789.

3.Grassini

L’anno seguente fu alla Scala di Milano in tre opere buffe che non ebbero grande successo, il che la indusse a dedicarsi ai ruoli drammatici.
 A partire dal 1792 Giuseppina tornò pienamente attiva nei teatri di Vicenza, Venezia, e di nuovo a Milano, Napoli e Ferrara. Il suo anno di gloria fu il 1796 grazie alla creazione di due ruoli a tutt’oggi famosi: la protagonista dell’opera Giulietta e Romeo e Orazia in Gli Oriazi e i Curiazi.
 Non aliena alle avventure amorose, la Grassini incantò Napoleone Bonaparte e lo seguì come amante a Parigi. Qui si esibì in alcuni concerti, per poi recarsi in tournée nei Paesi Bassi e in Germania (1801), e rientrare in Italia. Nel 1804-5 fu a Londra e nel 1806 tornò a Parigi, dove venne nominata Prima cantante di Sua Maestà l’Imperatore. Nuovamente chiamata al King’s Theatre di Londra, intrecciò una relazione con il nemico giurato di Napoleone, il duca di Wellington. Seguì un breve soggiorno a Roma, poi a Parigi durante i Cento giorni dell’epilogo napoleonico e anche dopo la Restaurazione (il Duca di Wellington era stato nominato ambasciatore britannico a Parigi). Ma dovette lasciare la Francia per volere di Luigi XVIII, poco propenso ad accettare la popolarità di un’ex-amante del Bonaparte.
Rientrata quindi definitivamente in Italia, calcò le scene a Brescia, Padova, Trieste, Firenze e nel 1817 nuovamente alla Scala, ma con minore successo.

RIDOTTA_4.Giuseppina_Grassini

La sua carriera si concluse nel 1823 a Milano, dove morì dopo anni di insegnamento, avendo tra le sue allieve Giuditta Pasta. 
Giuseppina Grassini, una delle più grandi cantanti liriche a cavallo tra Settecento e Ottocento, aveva una voce di contralto, del genere che oggi rientrerebbe nella categoria mezzosoprano. Malgrado la limitata estensione vocale, brillava per sonorità e volume, oltre che per la notevole flessibilità e le doti interpretative, ben esaltate dalla bellezza. Avversa alla tendenza che preferiva i superacuti fini a se stessi, simboleggiò la passione e il vigore della stagione aurea bisecolare del canto lirico.

Allieva della Grassini e attiva in un periodo subito successivo fu Giuditta Angiola Maria Costanza Pasta, nata Negri (Saronno, 26 ottobre 1797 – Como, 1o aprile 1865), mezzosoprano e soprano tra le maggiori celebrità operistiche del XIX secolo, alla pari con Maria Malibran.

RIDOTTA_5.GiudittaPasta

Interessatasi precocemente alla musica, studiò solfeggio e canto privatamente. Nel 1813, raggiunta l’età minima necessaria, si iscrisse al Conservatorio di Milano, dove rivelò subito un eccezionale talento. Il debutto come professionista avvenne nel 1815 al Teatro Filodrammatici di Milano. Fu un’infelice esibizione, tuttavia seguita l’anno dopo da uno straordinario successo a Parigi.
 Nel 1817 era a Londra, dove ancora una volta ebbe un debutto scoraggiante, il che non le impedì di rispettare coscienziosamente gli impegni presi. Soltanto la gravidanza poté costringerla a ritirarsi temporaneamente dalle scene. A marzo nacque la figlia Clelia e a settembre ricominciò l’attività al Teatro San Benedetto di Venezia.
Nel biennio 1818-20 Giuditta si esibì a Padova, Roma, Brescia, Trieste, Torino, Venezia, collaborando con la grande Giuseppina Grassini. Nel 1819 cantò al Théâtre-Italien di Parigi e l’anno successivo al Teatro La Fenice di Venezia, per tornare tra il 1821 e il 1823 a Parigi con un vasto repertorio, contesa non solo dai teatri Odéon e Opéra, ma anche dall’aristocrazia.
Seguirono tournée al Teatro Regio di Torino e nel biennio 1824-25 a Londra e Parigi. Nel 1826, oltre agli impegni con Parigi e Londra, vi fu lo strepitoso successo al Teatro San Carlo di Napoli. E poi la Pasta sarà ancora a Londra e al Teatro Comunale di Bologna nel 1829, anno in cui, dopo circa tre lustri come contralto, passò al registro di soprano, esordendo a Vienna. Nel frattempo si esibiva con frequenza a Milano, dove soggiornava nell’attuale via Montenapoleone. Sempre nel 1829 ricevette il titolo di Illustrissima cantatrice di S.M.I.R.A. (Sua Maestà Imperial Regia Apostolica).

 RIDOTTA_6.PastaNel 1830 Donizetti scrisse per lei l’opera Anna Bolena, soggiornando a Blevio, ospite della stessa Pasta, che contribuì alla composizione con preziosi suggerimenti. 
L’incontro tra la Pasta e il Bellini fu fondamentale per entrambi: la cantante trovò nel giovane musicista l’unico capace di metterne in risalto le doti, mentre Bellini trovò l’interprete ideale, l’unica che grazie ai ricchi mezzi vocali soddisfacesse pienamente la sua verve creativa e sperimentale. Dopo una serie di esibizioni, tra cui alcune infelici alla Scala nella Norma, a causa di scemate prestazioni vocali che con uno sforzo quasi sovrumano era sempre riuscita a dominare, si ritirò dalle scene. Ma nel 1837, dopo due anni di riposo, riprese l’attività in Gran Bretagna e a Parigi. Cantò per l’ultima volta opere complete in una tournée in Russia nel 1841, dove a San Pietroburgo e Mosca interpretò Norma, Semiramide e Anna Bolena.

Nel 1848 appoggiò da Blevio i patrioti italiani durante i moti rivoluzionari delle Cinque giornate di Milano e, avuta notizia della vittoria degli insorti, il 22 marzo piantò la bandiera tricolore sul colle di Brunate e intonò l’inno dell’Italia libera.
La sua ultima esibizione risale al 1851, quando cantò in un concerto alla Royal Opera House con Teresa Parodi, sua allieva.

La sua era stata una storia di studio accanito che le aveva permesso di valorizzare la voce, inizialmente limitata, debole e disomogenea, fino a raggiungere una eccezionale sonorità, coloratura, duttilità ed estensione. Il suo stile ampio e aulico fu definito da Bellini «sublime tragico». I motivi del precoce declino vocale sono da ricercare nella transizione dal registro di contralto a quello di soprano, che la sottoposero a duro sforzo. Come attrice possedeva una notevole presenza scenica, ottime doti recitative, straordinaria musicalità e forte temperamento drammatico.

A scavalcare il XIX secolo sconfinando in epoca moderna ci guida Adelina Patti (Madrid, 19 febbraio 1843 – Craig-y-Nos, 27 settembre 1919).

7.AdelinaPatti

Nata in Spagna e cresciuta negli Stati Uniti da famiglia italiana, è inscritta nella storia operistica come uno dei più grandi soprani di coloratura del Novecento. Ultimogenita di un padre tenore e di una madre soprano, Adelina non fu l’unica dei loro figli a seguire la carriera artistica: le sorelle maggiori Carlotta (1835-1889) e Amalia (1831-1915, sposata al pianista Maurice Strakosch) divennero stimate cantanti, mentre il fratello Carlo (1842-1873) fu violinista e direttore d’orchestra. La formazione canora di Adelina si deve al fratellastro Ettore e al cognato Maurice Strakosch. La sua prima apparizione pubblica del 1852 fu

seguita da numerose tournée negli Stati Uniti e a Cuba, ma il vero e proprio debutto operistico, lodato dalla critica, avvenne il 24 novembre 1859 all’Academy of Music Opera House di New York. Si recò poi con il padre a Londra, dove il 14 maggio 1861 debuttò al Covent Garden, riscuotendo notevole successo. Cantò ad ogni stagione del Covent Garden fino al 1884 e passò quindi in Germania, nei Paesi Bassi, in Belgio. Nel novembre 1861 era al Théâtre Italien di Parigi. In Italia partecipò alla stagione 1865-66.
Nel 1862 si era esibita alla Casa Bianca commuovendo Abramo Lincoln e la moglie (in lutto per la recente perdita del figlio Willie) con il brano Home! Sweet Home! che divenne uno dei suoi bis più frequenti, insieme alla canzone popolare Comin’ Thro’ the Rye.
Nel 1868 cantò ai funerali solenni di Rossini nella Chiesa della Trinité a Parigi. La sua carriera proseguì di successo in successo, negli Stati Uniti, in Europa, in Russia e in Sud America, suscitando ovunque l’entusiasmo del pubblico e della critica, grazie anche all’aspetto fanciullesco che le conferiva un’ottima presenza scenica. Sua celeberrima antagonista fu l’ungherese Etelka Gerster.
La Patti non amava sperimentare e nel programma dei suoi concerti includeva invariabilmente le stesse arie. Tuttavia fu un’attrice convincente in ruoli patetici e quando la sua voce maturò, si cimentò in ruoli di maggior peso. Nel 1885 giunse a interpretare Carmen al Covent Garden, raccogliendo uno dei rari insuccessi della sua carriera.
Si sposò tre volte: nel 1868 con il marchese di Caux, da cui divorziò nel 1885; nel 1886 a Londra con il tenore Ernest Nicolini, che fu suo compagno anche sulla scena e che morì nel 1898; nel 1899 con il barone svedese Rolf Caderström, di 27 anni più giovane.
 A lei è dedicato un cratere di 47 km di diametro sul pianeta Venere.

8.Patti

Dotata di una voce non potente ma limpida e di splendido timbro nonché di straordinaria estensione e agilità, fu una delle più autentiche dive teatrali del suo tempo e come tale si concesse ogni genere di libertà nell’adattare gli spartiti ai suoi mezzi vocali. Pare che un giorno, esercitandosi nell’aria del “Barbiere di Siviglia” Una voce poco fa accompagnata al pianoforte dall’anziano Rossini, la modificasse con una tale quantità di abbellimenti che il musicista le chiese con ironia chi ne fosse l’autore.
Ritiratasi in un grandioso castello di sua proprietà presso Craig-y-Nos, in Galles, la Patti continuò ad esibirsi privatamente nel piccolo teatro del palazzo. Tra il 1903 e il 1906, ormai sessantenne, decise di incidere con la Gramophone Company. Ne nacque una ventina di pezzi, che spaziavano dalle arie d’opera alle canzoni popolari inglesi di fine Ottocento e mostravano come, nonostante l’età, la sua voce rimanesse duttile e armoniosa.

Sempre in campo musicale, ma di tutt’altro registro, raggiunse la fama Milly (nata Carla Mignone: Alessandria, 26 febbraio 1905 – Nepi, 22 settembre 1980), segnalatasi non solo come cantante, ma anche come attrice. Oggi è considerata l’emblema della milanesità.

RIDOTTA_9.Milly

Allevata dalla madre, dopo l’abbandono del padre nel 1910, inizia a lavorare adolescente nel Teatro Fiandra della sua città, dove debutta come cantante nel 1925. Forma poi un trio con la sorella Miti e il fratello Totò, esibendosi nell’avanspettacolo e nella rivista. In quel periodo frequenta il principe Umberto II di Savoia.
Lavora come soubrette e recita in operette al Teatro Lirico di Milano nel 1931 ed al Teatro Reinach di Parma nel 1932. Il trio familiare si scioglie quando la sorella Miti sposa il regista Mario Mattoli, che nel 1934 arruola Milly per il film Tempo massimo. Il cinema non è per lei un’esperienza nuova, perché il debutto era avvenuto due anni prima, in 5 a 0 di Mario Bonnard. Mattoli la chiamerà poi a fianco di Vittorio De Sica in Amo te sola.
In contemporanea Milly incide i primi 78 giri e ottiene un buon successo soprattutto nel 1929 con Stramilano.
Dopo un periodo trascorso in America, nel dopoguerra s’impone nel teatro impegnato e drammatico con L’opera da tre soldi di Bertolt Brecht, allestita dal Piccolo di Milano per la regia di Giorgio Strehler.

10.Milly

Nel 1962 è protagonista, insieme a Enzo Jannacci e Tino Carraro, dello spettacolo Milanìn Milanon.
 Nel 1964 incide la canzone Autunno a Milano, quindi inserisce nel repertorio brani dei cantautori emergenti (Jannacci, De André, Svampa, ecc.). 
Spesso ospite in televisione come interprete di motivi degli anni Venti, Trenta e Quaranta, affianca spesso Mina (sua futura discografica per la PDU) ed è ospite fissa a “Studio Uno” (1965) di Antonello Falqui, con una rubrica di canzoni famose tra le due guerre mondiali, talvolta in duetto con Lelio Luttazzi e nelle medley di chiusura di ogni puntata. Il suo leit motif “come nei mille, mille, mille, ritornelli di Milly” rievocava i testi d’amore del passato che lei stessa presentava in una breve introduzione. Continuavano intanto gli spettacoli e il cinema. È del 1970 Il conformista, per la regia di Bernardo Bertolucci. L’ultimo recital di Milly avviene a Palermo il 3 agosto 1980, poco prima della morte.

Teatro, radio e cinema furono anche i campi d’azione di Maria Melato (Reggio nell’Emilia, 16 ottobre 1885 – Lucca, 24 agosto 1950), attrice, portata alla recitazione sin dall’infanzia, figlia del maestro di scherma Silvio Melato e della nobildonna Elisa Friggieri.

RIDOTTA_11.Melato

Cominciò la sua variegata carriera artistica nella compagnia Berti-Masi (1903), poi come amorosa nella compagnia di Teresa Mariani e Vittorio Zampieri. Successivamente fu prima attrice giovane nella compagnia di Irma Gramatica e Flavio Andò. Ma la vera maturazione avvenne sotto la guida di Virgilio Talli, il più importante capocomico di allora. Rimase con lui dal 1909 al 1921, componendo con Annibale Betrone e Alberto Giovannini una famosa triade: fino al 1918 con un repertorio classico, in seguito sperimentando testi più attuali e di moderna problematica come quelli di Luigi Pirandello, Rosso di San Secondo, Massimo Bontempelli, Gabriele D’Annunzio.

La Melato si cimentò anche in pellicole cinematografiche, purtroppo oggi perdute. Nel 1921 divenne capocomica con Bentrone e iniziò un periodo di fervore artistico a tutto tondo, occupandosi di regia, adattamento dei testi, formazione degli attori, ideazione dei costumi. Dal 1922 in poi fondò diverse compagnie teatrali; nel 1923 e 1925 portò i suoi spettacoli in America Latina con grande successo; nel 1927 trionfò al Vittoriale nell’interpretazione di La figlia di Jorio di D’Annunzio. Negli anni Trenta dovette tornare a temi e autori più tradizionali, formando una compagnia propria ancora con Bentrone e con la regia di Luigi Carini.

12.Melato

Accostata dai suoi ammiratori alla Duse per la tensione emotiva e per la sensibilità esasperata, possedeva un registro vocale che la induceva a compiacimenti fonici, quasi con modulazioni da cantante. In seguito alle vicissitudini della guerra, l’attrice, ormai sessantenne, cominciò a perdere terreno; non le rimasero che alcune recite di secondo piano e il lavoro radiofonico. Si congedò dalle scene nel 1948 per poi ritirarsi in Versilia. Morì il 24 agosto 1950 a seguito di una brutta caduta dal treno mentre si accingeva ad andare a Torino per una trasmissione radiofonica.




ITALIA – Letterate nelle vie di Milano

Di Nadia Boaretto

 Ci sono donne con le quali sarebbe bello prendere un caffè e chiacchierare in modo informale di interessi comuni. Magari sedute ad un tavolino della Galleria Vittorio Emanuele II, con affaccio sul Duomo. Scatterebbero ricordi, nostalgie, propositi per il futuro. Di queste donne rimane traccia nella loro opera e nelle targhe che ne riportano i nomi.

1.Germana de Stael

Ripercorrendo la storia dal passato si rivivrebbe l’età dell’Illuminismo con Germana de Stael, così italianizzata ma nata Anne-Louise Germaine Necker, baronessa di Staël-Holstein (Parigi, 22 aprile 1766 – Parigi, 14 luglio 1817).

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Di lei scrittrice permane l’importanza del trattato De l’Allemagne, un elogio della cultura tedesca che fu sequestrato dal regime di Napoleone e le valse l’interdizione dal soggiorno a Parigi, con il divieto di avvicinarsi a meno di 150 chilometri. A seguito di ciò visse in esilio sul lago di Ginevra e poté tornare nella capitale francese solo dopo la caduta di Bonaparte.

Colei che è passata alla storia come Madame de Staël, figlia di Jacques Necker, ministro delle finanze del re di Francia Luigi XVI, e di Suzanne Curchod, aveva perfezionato la propria formazione accademica grazie al salotto letterario della madre, successivamente riprodotto in un proprio circolo culturale aperto ai maggiori intellettuali dell’epoca.

Innovatrice e degna discepola degli Enciclopedisti, scrisse il saggio Sulla maniera e l’utilità delle traduzioni, uscito a cura di Pietro Giordani nel primo numero della Biblioteca Italiana (gennaio 1816). Ne derivò un lungo dibattito tra classicisti e romantici in cui si metteva a confronto la letteratura tedesca ed inglese con quella italiana, ancora legata alla nostalgica imitazione del Neoclassicismo e dell’Arcadia. Si sottolineava come tale produzione, spesso scritta in latino e rivolta ad un ristretto pubblico di élite, fosse ormai in declino nell’ambito europeo e avesse bisogno di una nuova visione, in un più stretto rapporto fra società e cultura. Di questa querelle Madame de Staël fu il centro.

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Forse si sarebbe intesa bene con Oriana Fallaci o forse no.

Due caratteri forti possono fare fronte comune o farsi la guerra. Chissà…

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Fallaci dice di se stessa: «Sono nata a Firenze il 29/6/1929 da genitori fiorentini: Tosca ed Edoardo Fallaci. Da parte di mia madre, tuttavia, esiste un “filone” spagnolo: la sua bisnonna era di Barcellona. Da parte di mio padre, un “filone” romagnolo: sua madre era di Cesena. Connubio pessimo, com’è ovvio, nei risultati temperamentali. Mi ritengo comunque una fiorentina pura. Fiorentino parlo, fiorentino penso, fiorentino sento. Fiorentina è la mia cultura e la mia educazione. All’estero, quando mi chiedono a quale Paese appartengo, rispondo: Firenze. Non: Italia. Perché non è la stessa cosa». La sua era una famiglia di antifascisti militanti. Il padre era iscritto al Partito socialista italiano (PSI) da quando aveva 17 anni. Sempre citando da Oriana: «Ho avuto la fortuna di essere stata educata da due genitori molto coraggiosi. Coraggiosi fisicamente e moralmente. Mio padre, si sa, era un eroe della Resistenza e mia madre non gli è stata da meno».

Lei stessa dopo la caduta del regime fascista, nel luglio del 1943, seguì il padre nella Resistenza. Aveva 14 anni e con la sua bicicletta e il nome di battaglia “Emilia” fece da staffetta consegnando armi, giornali clandestini, messaggi e accompagnando i prigionieri inglesi e americani fuggiti dai campi di concentramento italiani dopo l’8 settembre verso le linee degli Alleati.

Le iniziali collaborazioni giornalistiche la confermarono nella decisione di dedicarsi alla scrittura. Il primo romanzo fu Penelope alla guerra (1962), seguito da Gli antipatici (1963).

Il 1967 e il 1968 furono gli anni più importanti per la sua carriera, in quanto inviata in Vietnam, unica giornalista italiana presente al fronte, in posizione critica sia nei confronti dei soldati americani e sudvietnamiti sia nei confronti dei vietcong. Da tale esperienza scaturì il libro Niente e così sia (1969). Crescente fu da allora il successo come giornalista politica grazie ai reportage sulla rivolta di Detroit dopo l’uccisione di Martin Luther King, sul conflitto arabo-palestinese, sulle guerriglie contro le dittature del Sudamerica. Per non parlare della morte di Bob Kennedy e delle interviste a personaggi politici abitualmente inavvicinabili. La sua tecnica era per l’epoca molto innovativa, quasi un vero e proprio interrogatorio, studiato a tavolino e di taglio soggettivo. «Per esser buona un’intervista deve infilarsi, affondarsi, nel cuore dell’intervistato», dirà nel 2004 in Oriana Fallaci intervista se stessa – LApocalisse. Ventisei di questi pezzi furono raccolti nel 1974 in Intervista con la storia.

Altri due libri sono autobiografici: Lettera a un bambino mai nato (1975), pubblicato mentre in Italia si discuteva di legge sull’aborto, e Un uomo (1979), sul rapporto con Alexandros Panagulis. Nel 1990 uscì Insciallah, ancora una volta sulla guerra e sul fondamentalismo islamico. Oriana Fallaci nell’intervistare Khomeini, polemicamente si tolse il velo dalla testa.

Nel 1992 scoprì di avere il cancro. Nel 2006, gravemente malata, volle tornare a Firenze dove morì il 15 settembre.

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A sua volta giornalista d’attacco fu Anna Politkovskaja, nata nel 1958 a New York da genitori diplomatici.

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Dopo aver lavorato per il giornale Izvestija, nel 1999 comincia a seguire per la Novaja Gazeta il conflitto in Cecenia. Nel 2001 vince il Global award di Amnesty International per il giornalismo in difesa dei diritti umani. Nell’ottobre 2002 accetta il ruolo di negoziatrice durante l’assedio del teatro Dubrovka di Mosca. Nel 2003 vince il premio dell’Osce per il giornalismo e la democrazia. Nel settembre 2004 subisce un tentativo di avvelenamento mentre è in volo verso Beslan, durante il sequestro nella scuola. Il 7 ottobre 2006 viene uccisa a Mosca. Questa serie incalzante di eventi ben suggerisce l’idea di una rapida successione culminante nella morte violenta a soli 48 anni.

Anna scrive: “Sono una reietta. È questo il risultato principale del mio lavoro di giornalista in Cecenia e della pubblicazione all’estero dei miei libri sulla vita in Russia e sul conflitto ceceno. A Mosca non mi invitano alle conferenze stampa né alle iniziative in cui è prevista la partecipazione di funzionari del Cremlino: gli organizzatori non vogliono essere sospettati di avere delle simpatie per me… Ormai possiamo incontrarci solo in segreto perché sono considerata una nemica impossibile da “rieducare”. Non sto scherzando [Anna si riferisce al piano di “cecenizzazione” di Putin: ingaggiare i ceceni “buoni” e fedeli al Cremlino per uccidere i ceceni “cattivi” ostili a Mosca]. Qualche tempo fa Vladislav Surkov, viceresponsabile dell’amministrazione presidenziale, ha spiegato che alcuni nemici si possono far ragionare, altri invece sono incorreggibili: con loro il dialogo è impossibile. La politica, secondo Surkov, dev’essere “ripulita” da questi personaggi. Ed è proprio quello che stanno facendo, non solo con me… Il 5 agosto del 2006 mi trovavo in mezzo a una folla di donne nella piccola piazza centrale di Kurchaloj, un villaggio ceceno grigio e polveroso. Portavo una sciarpa arrotolata sulla testa come fanno molte donne locali della mia età… Era fondamentale non essere identificata, altrimenti mi sarebbe potuto succedere di tutto. Su un lato della piazza, appesa al gasdotto che attraversa Kurchaloj, c’era una tuta da uomo intrisa di sangue. La testa, invece, non c’era più. L’avevano portata via…». In questo clima Anna continua la sua battaglia per un giornalismo obiettivo e non distorto dalle leve del potere. Durante la cerimonia di intitolazione ad Anna dei giardini in zona stazione Garibaldi il 12 giugno 2013, la sorella Elena Kudimova ha espresso la speranza di vedere un giorno a Mosca una via dedicata ad Anna Politkovskaja.

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Le donne di lettere spesso iniziano con il giornalismo, poi passano alla saggistica e alla narrativa. È il caso di Graziella Romano, detta Lalla (Demonte, 11 novembre 1906 – Milano, 26 giugno 2001), celebre come poetessa, scrittrice, giornalista e aforista.

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Piemontese di origini ebraiche, frequenta i corsi di pittura di Felice Casorati, a cui segue un’attività di critica d’arte che la porta a conoscere i fermenti parigini e a dedicarsi all’insegnamento di questa disciplina. Vicina al movimento Giustizia e Libertà, prende parte attiva alla Resistenza e s’impegna nei Gruppi di difesa della donna. Incoraggiata da Eugenio Montale, pubblica alcune poesie: è del 1941 la raccolta Fiore edita da Frassinelli e del 1943 la traduzione dei Tre Racconti di Gustave Flaubert. Da qui in poi si moltiplicano le opere letterarie, tra cui il romanzo Le parole tra noi leggere (premio Strega nel 1969) e L’Ospite (1973), oltre alle collaborazioni giornalistiche con varie testate. Nel 1976 Lalla si avventura nella sfera politica e viene eletta consigliera comunale a Milano come indipendente del partito comunista italiano, ma dopo poco si dimette, delusa e annoiata. È quanto successe a Franca Rame, raro esempio di personalità politica dimissionaria dal senato per indignazione. La Romano, ugualmente anticonformista, aveva un carattere schivo che le valse il soprannome di “cardo selvatico” e che si riverbera nella sua scrittura talvolta spietata nel sottolineare i vizi della società borghese. Fu anche impietosa nel descrivere il figlio come persona disadattata nel romanzo Le parole tra noi leggere, che in lui generò un rancore durato tutta la vita.

9.Neera

Diversissima la figura di Neera, pseudonimo di Anna Zuccari Radius (Milano, 7 maggio 1846 – Milano, 13 luglio 1918).

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A lei dobbiamo: Un romanzo (1876), Addio (1877), La Regaldina (1884), Il marito dellamica (1885), Teresa (1886), Lydia (1887), La vecchia casa (1900), Una passione (1903), Duello danime, (1911); novelle, pubblicate su riviste come Il Pungolo, Il Fanfulla della Domenica, L’Illustrazione italiana, Il Marzocco, Il Corriere della Sera; saggi, come Lamor platonico (1897), Lindomani (1890), Fotografie matrimoniali (1898), Battaglie per una idea (1898), Le idee di una donna (1903) e, in collaborazione col Mantegazza, un Dizionario digiene per le famiglie (1881).

Notevoli anche gli epistolari, comprendenti le lettere scambiate con i personaggi contemporanei più illustri (Verga, Mantegazza, Marinetti…), e l’autobiografia Una giovinezza del secolo XIX, iniziata nel 1917 quando era a letto inferma e interrotta solo qualche giorno prima della morte, in forma incompiuta.

Le sue protagoniste riflettono lo spirito del tempo e sono state tacciate di sudditanza alle figure maschili, tant’è che in epoca moderna appaiono desuete e trascurate dai lettori. Tuttavia si intravvedono alcuni accenni assai moderni al desiderio sessuale, malgrado Neera fosse una sostenitrice dell’amore platonico. Vicina alla corrente del verismo, grazie all’amicizia con Verga, seppe creare un equilibrio stilistico tra passione e ragione. Non ricorda in ciò Senno e Sensibilità di Jane Austen? Con le debite differenze, of course, perché quando scintilla lo humour britannico si è più portati al sorriso che alla partecipazione melodrammatica.

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È di una generazione precedente e di origine francese George Sand, pseudonimo di Amantine (o Amandine) Aurore Lucile Dupin (Parigi, 1º luglio 1804 – Nohant-Vic, 8 giugno 1876), scrittrice e drammaturga, considerata tra le più prolifiche della storia della letteratura.

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Scrisse un buon numero di romanzi, novelle e drammi teatrali, tra cui Indiana, Lélia, Consuelo, La palude del diavolo, La piccola Fadette, e l’autobiografia Un inverno a Majorca, resoconto di un soggiorno funestato da piogge continue all’abbazia di Valldemossa in compagnia dei due figli e di Chopin. Di spirito libero e pratico, amava indossare abiti maschili, ritenuti più comodi delle lunghe sottane, sporchevoli in passeggiata e ingombranti a cavallo.

In parallelo ai numerosi legami amorosi (Alfred de Musset e Fryderyk Chopin, più molti altri), si svilupparono adesioni politiche sempre più repubblicane e posizioni liberali, evidenti in Lettres à Marcie, sui temi dell’emancipazione femminile e delle idee socialiste.

Femminista moderata, George Sand fu attiva nel dibattito politico e partecipò, senza assumere un ruolo di primo piano, al governo provvisorio del 1848. L’opposizione alla politica del papato nel dicembre 1863 le costò la messa all’Indice di tutti i suoi scritti.

La vasta e variegata produzione letteraria comprende 143 tra romanzi e racconti, 49 scritti vari, 31 opere teatrali, le cui rappresentazioni si svolgevano nel teatrino privato della tenuta di Nohant. Molte vennero poi allestite sui prestigiosi palcoscenici parigini. Le commedie di costume, tendenzialmente serie e didattiche, riscossero notevole successo ma recensioni critiche poco calorose. Da ricordare inoltre numerose critiche letterarie e testi politici vicini alle idee socialiste.

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Un salto nel tempo ci avvicina a Veronica Gàmbara (Pralboino, 30 novembre 1485 – Correggio, 13 giugno 1550) la poetessa alla quale Milano dedica un piazzale.

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Appartenente a una famiglia di tradizione umanistica, per volere del padre Gianfrancesco, uomo di lettere, acquisì un’ottima educazione classica che comprendeva lo studio della filosofia, della teologia, del greco, del latino. Le sue ave godettero della stima di Francesco Sansovino e di Baldassarre Castiglione in quanto incarnazioni dello spirito del Rinascimento. Brescia era allora una città molto ricca, con fermenti culturali in pieno rigoglio. Per le famiglie nobili era d’obbligo cimentarsi con la poesia e la conversazione letteraria. In questo contesto Veronica cominciò a scrivere versi fin dall’adolescenza, obbedendo al modello petrarchesco imperante, ma rivelando al contempo un notevole talento e un accento personale che si distaccava dall’imitazione pedissequa di molti autori coevi. Con Pietro Bembo, conosciuto dal padre nella sua attività diplomatica, avvia una corrispondenza di lettere e sonetti già nel 1502, continuandola fino alla morte del suo interlocutore. Il primo testo della Gàmbara pervenutoci è una lettera a Isabella d’Este del 1º febbraio 1503, nell’ambito di uno scambio epistolare che ebbe modo di avvicinarla ulteriormente ai valori umanistici.

Veronica mise a frutto la libertà d’intelletto e il talento poetico scrivendo versi raffinati ed eleganti che ricevettero giusto riconoscimento dai contemporanei e che brillano tra i migliori della letteratura italiana. In particolare nelle stanze «l’accento moralistico, che le era naturale, addolciva la sua severità, i pensieri si snodavano con la grazia di un pacato ragionare, cui la lingua nobile ma non artefatta riusciva a conferire un accento aristocratico». Illustri estimatori furono Giacomo Leopardi, Antonio Allegri e Rinaldo Corso. Oltre alle Rime, sono conservate le Lettere, che rivelano una donna vivace, attenta, partecipe della vita culturale e politica del suo tempo.

Dal 1518, dopo la morte del marito, si occupò dello Stato di Correggio, che resse con notevole abilità e determinazione fino alla morte, sopravvenuta nel 1550.

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Di discendenza patrizia è Clelia Grillo Borromeo (Genova, 1684 – Milano, 1777), imparentata con illustri casate europee, figlia di Marcantonio Grillo duca di Mondragone e marchese di Clarafuente, e della marchesa Maria Antonia Imperiali.

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Andata in sposa all’aristocratico Giovanni Benedetto Borromeo, fu cardine della nobiltà milanese e per vari decenni nel palazzo di via Rugabella animò uno dei salotti cittadini più importanti, dove si coltivavano le arti liberali, con un vero e proprio culto per la scienza, tanto che vi si eseguivano esperimenti cui era solito partecipare il più illustre frequentatore della casa, il naturalista Antonio Vallisneri.

La contessa era adepta delle scienze naturali e della matematica, unite a un’ottima padronanza del latino, del greco e dell’arabo. Il suo salotto divenne man mano un centro politico avverso all’Austria, dove si riunivano aristocratici desiderosi di rovesciare il governo di Maria Teresa per tornare sotto la Spagna. Un ruolo principale ebbe il conte Giulio Antonio Biancani, che Clelia nascose e che aiutò poi a fuggire durante la repressione. Il conte fu però scoperto, arrestato e decapitato. Clelia pagò a caro prezzo l’impegno filospagnolo con l’esilio e la confisca dei beni. Malgrado tali traversie morì novantatreenne.

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Di origine nobile era anche Anna Maria Mozzoni (Milano, 5 maggio 1837 – Roma, 14 giugno 1920), nota come giornalista, attivista dei diritti civili e pioniera del femminismo. Educata alla luce delle idee illuministe, maturò una coscienza libera da pregiudizi che oggi definiremmo laica.

Scrisse La donna e i suoi rapporti sociali, pubblicato nel 1864 come auspicio di un risorgimento femminile e, fervente repubblicana, rimproverò a Mazzini l’idea retriva che il posto della donna sia soltanto in seno alla famiglia. Non meno dura fu l’accusa a Proudhon che, giudicando le donne esseri inferiori mentalmente e moralmente, quindi non meritevoli di una partecipazione attiva nella società, stabiliva un arretramento rispetto alle idee avanzate e riformiste del Settecento. Tuttavia anche la Mozzoni era convinta che la generalità delle donne, «a causa della fitta tenebra di sessanta secoli» d’oppressione, non fosse ancora matura per godere del diritto di voto, mentre era imperativo l’accesso all’istruzione e alle professioni. Fondamentale poi la riforma del diritto di famiglia, uno dei 18 punti esposti nel libro.

Analoghi sono i temi di La donna in faccia al progetto del nuovo Codice civile italiano, un breve scritto pubblicato a Milano nel 1865.

A fronte delle nascenti scuole professionali riservate alle ragazze, nel 1866 Mozzoni diede alle stampe Un passo avanti nella cultura femminile. Tesi e progetto, a favore dell’introduzione delle lingue straniere, delle scienze e della storia della condizione femminile nel mondo, come presupposti necessari a formare «cittadine di uno stato moderno».

Nel 1870, dopo aver tradotto The Subjection of Women di John Stuart Mill, insegnò filosofia morale nel Liceo femminile «Maria Gaetana Agnesi» di Milano, e con la collega Maria Antonietta Torriani nel marzo 1871 tenne un giro di conferenze a Genova e a Firenze.

Si batté tutta la vita per la concessione del voto alle donne, presentando mozioni in Parlamento nel 1877 e nel 1906. Nel 1878 rappresentò l’Italia al Congresso internazionale per i diritti delle donne di Parigi. L’anno seguente fondò a Milano la Lega promotrice degli interessi femminili.

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ITALIA – Milano combattente

Di Nadia Boaretto

Milano è medaglia d’oro fra le città decorate al valor militare per la guerra di liberazione. E ne va fiera. Tale orgoglio si riflette nelle intitolazioni stradali, che anche quando celebrano figure risorgimentali, risalenti quindi a più di un secolo addietro, alludono a un perdurante spirito libertario e alla lotta contro l’oppressore straniero. I personaggi femminili non sono numerosi, ma la disparità fra nominativi maschili e femminili sta a poco a poco migliorando.

 

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Cristina Trivulzio di Belgioioso è relegata un po’ lontano dal centralissimo palazzo Belgioioso, ma molti angoli di Milano portano le sue tracce. L’atto di battesimo venne registrato nella parrocchia della chiesa di Sant’Alessandro. Il suo matrimonio con il giovane ed avvenente principe Emilio Barbiano di Belgiojoso avvenne nella chiesa di S. Fedele il 24 settembre 1824. La più ricca ereditiera d’Italia vantava una dote di 400.000 lire austriache. Aveva allora solo 16 anni. Fu un’unione infelice, che aggiunse pene ai problemi di epilessia e di salute cagionevole. Divenuta fervente patriota, Cristina viaggiò in Italia, in Svizzera, in Francia, ebbe i beni confiscati dagli Austriaci, tanto che la sua firma sui bozzetti dei parlamentari francesi, che le erano stati commissionati, divenne La Princesse ruinée (La principessa rovinata). Avversa ai progetti mazziniani, che riteneva fallimentari, non sempre godette di simpatie tra i fuoriusciti italiani a Parigi. La sua vita avventurosa anche dopo la nascita della figlia Maria la condusse da Locate a Napoli, in Turchia, sempre in ristrettezze. Il che non le impedì di aiutare le donne più umili e i loro figli, e di pagare il viaggio a 200 patrioti che volevano partecipare alle 5 giornate di Milano.

Morì nel 1871, a 63 anni. Aveva sofferto di varie malattie, vissuto molte peripezie, tra le quali anche un tentativo di omicidio, cosa che le lasciò diverse ferite. Fu sepolta a Locate di Triulzi, dove la sua tomba si trova tuttora. Al suo funerale non partecipò nessuno dei politici dell’Italia, che lei così generosamente aveva contribuito ad unire.

 

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Al suo periodo si lega Costanza Arconati Trotti Bentivoglio (Vienna 1800-1871), attiva durante i moti carbonari del 1821. Successivamente costretta dall’esilio del marito a soggiornare tra il Belgio e Berlino, può tornare in Italia grazie all’amnistia del 1838. Dopo una breve permanenza a Milano si stabilisce a Pisa, mantenendo i contatti con intellettuali liberali. Costanza non riesce a capire perché i governanti piemontesi non si pongano all’altezza del compito che il destino ha loro riservato: guidare un esercito alla liberazione dell’Italia. Tesse così una fitta rete di corrispondenza con i patrioti in prigione, in particolare con Federico Confalonieri e con Giorgio Pallavicino e dietro il ruolo di “cronista culturale”, come viene definito il suo impegno, cela un’intensa attività patriottica di messaggera; ella porta infatti a destinazione i dispacci dei carbonari, in Francia, in Belgio, in Germania, ovunque. Al momento delle 5 Giornate (1848) arriva a Milano, dove si pone a fianco del marito che si batte per l’immediata unione del Lombardo-Veneto al Piemonte, sotto il comando di Carlo Alberto. Dopo il 1849, al ritorno degli austriaci, si trasferisce a Torino e di qui a Firenze e Vienna, seguendo sempre le vicende italiane e applaudendo Roma capitale d’Italia. Il 21 Maggio 1871 Costanza non regge al dispiacere della notizia dell’imminente morte del suo secondogenito, Gianmartino, per una malattia incurabile contratta in un viaggio e muore in un edificio adiacente alla reggia di Francesco Giuseppe, che tanto si era opposto all’unità d’Italia. È sepolta ad Arconate, feudo della famiglia del marito.

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Giuditta Bellerio Sidoli fu a sua volta fervente patriota, legata a Mazzini, con cui nel 1832 fondò il giornale politico La Giovine Italia, assumendone il ruolo di responsabile e contabile.

A causa delle sue idee rivoluzionarie fu allontanata dai figli per volere del suocero e trascorse anni in un continuo peregrinare per gli Stati d’Italia e d’Europa, alla ricerca dei figli e nelle partecipazioni ai vari moti rivoluzionari e cospirazioni a Livorno, Firenze, Roma, Milano e Bologna. Nel dicembre 1849 fu arrestata e incarcerata a Modena e trasferita a Milano nel febbraio 1850 su ordine del generale Radetzky. Scampata al carcere e trasferitasi definitivamente a Torino sul finire del 1852, diede vita ad un salotto politico frequentato dalle maggiori personalità risorgimentali dell’epoca, contribuendo a preparare il terreno culturale per la seconda guerra di indipendenza.

Nel 1868 Giuditta Bellerio si ammalò gravemente di tubercolosi e il 28 marzo 1871 si spense a Torino, stroncata da una polmonite, dopo aver rifiutato i sacramenti religiosi, coerentemente con la sua dichiarazione di «credere liberamente nel Dio degli esuli e dei vinti, non in quello imposto dalla Chiesa».

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Matilde Viscontini, altra patriota, dopo il matrimonio con il militare polacco Jan Dembowski visse in un appartamento di famiglia in via San Maurilio e anni dopo la separazione dal marito, la cui brutalità entro le mura domestiche era cosa risaputa, andò ad abitare in piazza Belgioioso. Quando si dice il destino! Qui creò un salotto frequentato da intellettuali. Di lei s’innamorò Stendhal, ma forse Matilde aveva una relazione con il conte Giuseppe Pecchio; entrambi erano affiliati alla Società dei Federati, un circolo cospirativo legato ai liberali piemontesi, che si proponeva di suscitare un’insurrezione a Milano contando sull’appoggio del principe di Carignano. Le donne affiliate erano chiamate «maestre giardiniere». Arrestata, la Viscontini diede prova di grande coraggio e intelligenza, negando ogni coinvolgimento e preoccupandosi soprattutto di non denunciare gli amici. Morì di tabe nel 1825, a soli 35 anni.

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Il filo rosso della storia tesse una bella trama di intelligenza e coraggio nelle figure di Rosa Luxemburg e Anna Kuliscioff, ben presenti in due targhe stradali.

Rosa Luxemburg (Zamość, 5 marzo 1871 – Berlino, 15 gennaio 1919), è una politica, filosofa e rivoluzionaria polacca naturalizzata tedesca, teorica del socialismo rivoluzionario marxista. Di famiglia ebrea, ricevette una buona istruzione, fino alla laurea in giurisprudenza.

Rosa Luxemburg convinta che un programma rivoluzionario non potesse accogliere temi nazionalistici quali l’autonomia della Polonia, credeva comunque nel diritto all’auto-determinazione dei popoli, restando «la liquidazione del capitalismo internazionale» il fine dei partiti socialisti.

Fece parte del fronte pacifista all’inizio della prima guerra mondiale e assieme a Karl Liebknecht nel 1915 creò il Gruppo Internazionale.

Il 28 giugno 1916 Rosa, assieme a Karl, venne arrestata in seguito al fallimento di uno sciopero internazionale e condannata a due anni di reclusione, dopo essere già stata in carcere per un intero anno a partire dal febbraio 1915.

Partecipò alla Rivoluzione Tedesca del novembre 1918 e contribuì a fondare il Partito Comunista di Germania, tra il dicembre 1918 e il gennaio 1919. Nel corso della rivolta iniziata il 6 gennaio 1919, venne rapita ed in seguito assassinata, insieme con Liebknecht, dai soldati dei cosiddetti Freikorps, i gruppi paramilitari agli ordini del governo del socialdemocratico Friedrich Ebert e del ministro degli Interni Noske.

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Anna Kuliscioff (Sinferopoli, 9 gennaio 1855 – Milano, 29 dicembre 1925), anarchica, rivoluzionaria italo-russa, è una fondamentale esponente e fondatrice del Partito Socialista Italiano. Di ricca estrazione ebrea, si laureò in medicina e si specializzò in ginecologia, prima a Torino, poi a Padova. Con la sua tesi scoprì l’origine batterica della febbre puerperale, aprendo la strada alla scoperta che avrebbe salvato milioni di donne dalla morte dopo il parto. Si trasferì poi a Milano, dove cominciò a esercitare l’attività medica, meritandosi il titolo di “dottora dei poveri”. Come già avvenuto in passato a Firenze, nel 1898 andò in carcere con l’accusa di reati di opinione e di sovversione. Dopo qualche mese venne scarcerata per indulto. Elaborò poi una legge a tutela del lavoro minorile e femminile che, presentata al Parlamento dal Partito Socialista Italiano, venne approvata nel 1902 come legge Carcano, nº 242.

Anna Kuliscioff, assieme alla sindacalista Maria Goia, ebbe parte attiva nella campagna per l’estensione del voto alle donne tanto che con il suo sostegno nel 1911 nacque il Comitato Socialista per il suffragio femminile. Ma nel 1912 una legge di Giolitti istituiva il suffragio “universale” solo maschile, estendendo il voto anche agli analfabeti che avessero compiuto i trent’anni. Si continuava così a escludere le donne da un diritto basilare. Per Anna iniziò un periodo di scoramento, durante il quale anche il rapporto con Filippo Turati si incrinò.

Morì a Milano nel 1925 e il funerale venne funestato da alcuni fascisti. Sepolta nel Cimitero Monumentale, ha una via dedicata in zona Bisceglie e una targa che accomuna il suo nome a quello di Turati in piazza Duomo, sotto i portici di accesso alla Galleria Vittorio Emanuele.

Queste donne impavide hanno lasciato il segno. Nel corso dell’occupazione tedesca altre hanno raccolto il testimone.

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Tra queste Gina Galeotti Bianchi, una delle protagoniste della lotta nel nord Italia. Già all’età di 16 anni entrò nel movimento antifascista, prese poi parte agli scioperi di Milano, con il nome di battaglia di Lia e venne catturata e interrogata per ben 33 volte. Denunciata al Tribunale speciale il 25 luglio 1943 venne liberata, tornò a Milano, dove prese parte al Comitato provinciale dei Gruppi di difesa della donna, e continuò la propria attività, dedicandosi all’assistenza delle famiglie delle vittime della lotta di Liberazione. Il 25 aprile 1945 nella giornata di insurrezione nazionale mentre si recava a Niguarda per prendere contatto con alcune infermiere dell’ospedale incaricato di curare i partigiani feriti fu colpita da una raffica di colpi che uccise lei e il bimbo di otto mesi che portava in grembo. A soli 33 anni morì dopo un’intensa vita di lotta antifascista. Le fu poi assegnata la medaglia d’oro alla memoria dal Comando Generale delle Brigate Garibaldi. Il 19 novembre 2005, nella zona di Niguarda, nei giardini tra via Val di Ledro e via Hermada, il Comune di Milano le ha intitolato l’area.

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Teresa Noce, «sola, affamata e ribelle» per sua stessa definizione, s’impegnò nel Partito socialista italiano (PSI), fondando nel 1919 con altri compagni il circolo giovanile socialista torinese. In Italia militò contro il fascismo e in Francia fondò la rivista Noi Donne con Xenia Sereni ed entrò in clandestinità. Fu rinchiusa in campo di concentramento a Ravensbrück e infine liberata da forze polacche. Il suo nome va annoverato fra quelli delle madri costituenti e come parlamentare per l’impegno esercitato a favore della parità salariale e per la promozione della legge 26 agosto 1950, n. 860 a tutela delle lavoratrici madri. Dopo un periodo doloroso di rottura con il marito Luigi Longo e con il partito comunista morì a Bologna il 22 gennaio 1980.

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A tutte le Donne Partigiane il consiglio di zona 6 ha dedicato una piazza di Milano.




ITALIA – A Pistoia, strade e giardini ricordano 26 donne

Di Laura Candiani

 Pistoia è una città toscana che rimane, in ambito turistico, piuttosto defilata rispetto alle vicine città d’arte: Firenze, Prato, Siena, Lucca, Pisa; forse è più nota per l’industria meccanica, per la produzione di organi, per i vivai, i ricami, le tessiture piuttosto che per le bellezze che ospita. Eppure la sua piazza centrale è un unicum medievale perché raccoglie nello stesso ampio spazio la Cattedrale con il campanile e il Battistero, ma anche il Palazzo dei Vescovi, il Palazzo pretorio e il Palazzo comunale ed è da sempre luogo di mercato. Nelle sue belle chiese – spesso rivestite di marmo bianco di Carrara e verde serpentino di Prato – si trovano pulpiti straordinari, come il capolavoro di Giovanni Pisano in Sant’Andrea e quello di Guglielmo da Pisa in San Giovanni Fuorcivitas. L’antico ospedale del Ceppo è ornato da un fregio di terracotta invetriata di scuola robbiana che raffigura in maniera mirabile le opere di misericordia corporali. Vivace è la vita culturale con festival (jazz), manifestazioni (arte), convegni (filosofia, storia locale, letteratura ); numerosi sono i teatri (tradizionalmente molto frequentati e con un altissimo numero di abbonati) dove si tengono spettacoli di vario genere; assai attive le due prestigiose Biblioteche comunali e interessanti i musei , fra cui quello monografico dedicato al concittadino Marino Marini.

Se il Medioevo è il periodo in cui la città ha svolto il ruolo più rilevante della sua storia, è vero anche che Pistoia ha avuto una vita politica e culturale vivace durante il Risorgimento e – in epoca più recente – ha evidenziato un forte sentimento antifascista; la popolazione si è distinta durante la Resistenza e il suo territorio – situato lungo la Linea Gotica – è stato teatro di varie stragi: il più alto numero di vittime (175 fra vecchi, donne e bambini) si ebbe nella zona del Padule di Fucecchio (agosto 1944); per tutto questo la città è stata insignita della medaglia d’argento al valor militare.

La toponomastica trae molti spunti dalla storia cittadina e dai personaggi che la animarono; comunque – a fronte di 294 uomini ricordati – le donne sono al momento solo 26, di cui 10 fra sante, beate e madonne, prevalentemente nelle strade centrali (come via della Madonna); sei nomi rimandano alla Shoah e alla Resistenza (Anna Frank, le due sorelle Cecchi, Ginetta Chirici, Maria Tasselli, Nilde Iotti), cinque appartengono a letterate ed educatrici (Corilla, Deledda, Manzini, Montessori, Borgioli), due sono scienziate (Ipazia e Rita Levi Montalcini); troviamo poi una grande attrice (Anna Magnani) ricordata nel giardino retrostante il teatro “Manzoni”, una giornalista vittima del proprio impegno (Ilaria Alpi) e una figura che si confonde con la leggenda, ispiratrice del poeta stilnovista Cino da Pistoia (Selvaggia Vergiolesi). Interessante notare che i nomi di tre giardini sono stati scelti, seguendo una “buona pratica”, attraverso un referendum popolare; visto anche che Pistoia – sul sito ufficiale – si autodefinisce “città di genere”, si spera che i segnali positivi provenienti dall’Amministrazione locale negli ultimi anni trovino ulteriori conferme nel futuro.

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  1. GIANNA MANZINI (Pistoia 24.3.1896- Roma 31.8.1974)

Foto di Maria Pia Ercolini

Scrittrice oggi quasi dimenticata, nonostante i riconoscimenti e gli apprezzamenti ottenuti in vita. Dopo l’esordio con “Tempo innamorato”, nel 1930 fu l’unica donna scelta da Vittorini e Falqui per l’antologia “Scrittori nuovi”. Dopo il successo de “La sparviera” (’56) vinse il premio Campiello (prima donna) con “Ritratto in piedi”(’71), dedicato alla bella figura del padre anarchico assassinato dai fascisti; in un’altra opera (“Sulla soglia”) dialoga con la madre, durante un viaggio in treno.

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  1. CORILLA (Pistoia 17.3.1727- Firenze 18.11.1800)

Foto di Maria Pia Ercolini

Maria Maddalena Morelli fin da giovane mostrò doti non comuni nell’improvvisazione poetica; nel 1761 istituì una sua Accademia detta Ordine dei Cavalieri Olimpici. Nel 1765 divenne poetessa della corte di Vienna, dove fu apprezzata anche da Metastasio; nel ’71 a Roma entrò in Arcadia con il nome di “Corilla Olimpica”. Il 31.8.1778 in Campidoglio fu incoronata “poetessa laureata” e ricevette il titolo di “nobile romana”, ma il popolino la accolse con risate e fischi; Corilla allora lasciò Roma e visse a Firenze tenendo un frequentato salotto letterario. La corona di alloro fu donata alla chiesa dedicata alla Madonna dell’Umiltà di Pistoia.

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  1. SELVAGGIA VERGIOLESI

Foto di Laura Candiani

Come Dante ebbe la sua Beatrice, così il poeta stilnovista Cino da Pistoia ebbe come ispiratrice Selvaggia, pistoiese, di nobile famiglia ghibellina. Probabilmente fu moglie di un certo Focaccia de’ Cancellieri, ma i dati sono incerti e la figura si perde nella leggenda. Sembra che sia morta nel 1313 nel castello di Sambuca Pistoiese, dove si era rifugiata per sfuggire alle violenze dei Guelfi e per salvarsi dal rogo della rocca presso Piteccio in cui viveva.

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  1. ANNA MAGNANI (Roma 7.3.1908 – 26.9.1973)

Foto di Laura Candiani

Frequentò la scuola di arte drammatica “E. Duse” e iniziò la straordinaria carriera con il teatro e il varietà. Nel ’55 ottenne l’Oscar per “La rosa tatuata” (prima attrice italiana protagonista di un film americano); i suoi successi non si contano: 2 David di Donatello, 5 Nastri d’Argento, 2 National Board of Review Awards, 1 Golden Globe, 1 Coppa Volpi, 1 Orso d’argento; è fra i pochissimi italiani ad avere una stella sulla Walk of Fame a Hollywood. Nel cinema italiano rimane la sua impronta indelebile: da “Roma città aperta” (’45) a “La lupa”( ’65), da “Bellissima” (’51) a “Mamma Roma” (’62), da “L’onorevole Angelina” (’47) a “Nella città l’inferno”(’59). Nel ’71 fu protagonista di tre film per la televisione; la sua ultima apparizione è un “cameo” nel film di Fellini “Roma” in cui sorride ironica entrando in un portone (’72).

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  1. IPAZIA

Foto di Laura Candiani

Nata intorno al 360-370 ad Alessandria d’Egitto, figlia di Teone – suo primo maestro – fu “geometra”, astronoma, matematica, filosofa neo-platonica. Vittima del fanatismo cristiano in quanto donna e pagana, fu trucidata l’8.3.415 con strumenti taglienti (forse pezzi di vetro o conchiglie); i suoi miseri resti furono bruciati e il delitto rimase impunito.

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  1. MARIA MONTESSORI (Chiaravalle – Ancona 31.8.1870 -Noordwijk- Paesi Bassi 6.5.1952)

Foto di Laura Candiani

Pedagogista, medica, filosofa, educatrice, si laureò in Medicina a Roma nel 1896 (prima donna dopo l’Unità). Si specializzò in pediatria e aprì la prima “Casa del bambini”(1907), mettendo in atto il suo metodo pedagogico rivoluzionario – poi apprezzato in tutto il mondo – per valorizzare la creatività e la libertà espressiva dei piccoli. Nacque dunque il “movimento montessoriano” da cui trassero vita sia la scuola magistrale sia l’Opera Nazionale “Montessori”, attività riprese con rinnovato slancio dopo la guerra, anche all’estero.

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  1. ANGELA BORGIOLI (Pistoia 20.1.1890 – 21.11.1973)

Foto di Laura Candiani

Benefattrice e insegnante presso il Liceo Classico “Forteguerri”, fondò la Casa della Provvidenza “Giuseppe Camposampiero” in onore del suo maestro di vita, cattolico, collaboratore del sindaco La Pira, morto nel primo bombardamento di Pistoia nel ’43. Il centro iniziò l’attività il 20.1.1946 ospitando i primi 12 ragazzi di famiglie disagiate ai quali venivano garantiti istruzione e avviamento al lavoro.

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  1. SORELLE CECCHI

Foto di Maria Pia Ercolini

Lina (Pistoia 1926 – 2002) e Liliana (Pistoia 1922 – 1998) vivevano nel popolare quartiere di San Marco dove il padre era un modesto commerciante di idee antifasciste, perseguitato dal regime. Dopo l’8 settembre, le due giovanissime non esitarono a entrare nella Resistenza e una celebre foto le immortala – fucile in mano – al momento della Liberazione di Pistoia.

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  1. MARIA TASSELLI (Pistoia 1879 – 12.9.1943)

Foto di Laura Candiani

vittima di un atto di pura barbarie: subito dopo l’armistizio, cinque tedeschi in ritirata rastrellarono sei persone in modo del tutto casuale, nel centro di Pistoia, e le fucilarono in piazza San Lorenzo. I soldati tedeschi avevano preso sua figlia, ma Maria – nonna e madre – fece notare che era incinta di otto mesi, quindi fu catturata e uccisa al suo posto, davanti ai nipotini. La figlia per lo shock perse la bambina che attendeva, quindi le vittime dell’eccidio divennero sette innocenti.

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  1. GINETTA CHIRICI (Pistoia 24.11.1924- Marzabotto 4.10.1944)

Foto di Maria Pia Ercolini

Dal ’43 si era trasferita a Bologna dove frequentava l’Università, ma si dedicava come volontaria all’alfabetizzazione delle donne nelle sperdute frazioni dell’Appennino. Come partigiana combattente entrò nella brigata Stella Rossa Lupo dove operò dall’1.11.43 alla morte; fu uccisa dai nazifascisti in località Cà Beguzzi presso Casaglia insieme ad altre 19 persone, durante l’eccidio di Marzabotto. Il 19.4.1995 l’Università di Bologna le ha conferito la laurea “honoris causa” in Scienze dell’educazione.

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  1. LEONILDE IOTTI, detta Nilde (Reggio Emilia 10.4.1920 – Roma 6.12.1999)

Foto di Laura Candiani

Non esiste nella storia italiana del XX secolo una donna politica più rappresentativa e che abbia ottenuto cariche e incarichi altrettanto prestigiosi; dopo aver partecipato attivamente alla Resistenza, si laureò alla Cattolica di Milano nel ’42; animatrice dell’UDI e membro del PCI, venne eletta giovanissima deputata (2.6.46) e fece parte dell’Assemblea costituente. Con unanime plauso per il suo equilibrio e la sua equidistanza, dal 1979 al 1992 è stata presidente della Camera dei deputati, prima donna chiamata ad un incarico che rappresenta in Italia la terza carica dello Stato. Nel 1987 è stata la prima comunista e la prima donna incaricata di un mandato esplorativo per costituire un nuovo governo; nel 1992 fu la prima donna candidata alla Presidenza della Repubblica, ottenendo un grande successo personale.

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  1. ANNA FRANK (Francoforte sul Meno 12.6.1929 – Bergen Belsen febbraio ’45)

Foto di Laura Candiani

Annelise Marie Frank si era rifugiata con la famiglia ad Amsterdam, per sfuggire alle persecuzioni antiebraiche; il 12.6.42 ricevette in dono il famoso quaderno per il 13° compleanno. Dopo pochi giorni i Frank furono costretti -insieme ad altre quattro persone, fra cui il giovane amico Peter – a nascondersi nell’ “alloggio segreto” dove Anna scrisse il suo celebre diario. Il 4 agosto ’44, in seguito ad una segnalazione anonima, il rifugio venne scoperto e tutti furono deportati, prima ad Auschwitz, poi a Bergen Belsen. Lei e la sorella Margot morirono di tifo; l’unico sopravvissuto del gruppo fu il padre Otto. Nel ’47 comparve la prima edizione del diario con il titolo “L’alloggio segreto”.

 




ITALIA – Dal nome alle gesta, dalle pratiche alla narrazione: il IV convegno di Toponomastica femminile

Narrare le donne in un’ottica di parità è stato il leitmotiv del convegno “Donne in piazza” organizzato dall’associazione Toponomastica femminile nella Libera Università di Alcatraz, a Gubbio (Pg), dal 18 al 20 Settembre.

Finalità sempre raggiunta attraverso le diverse attività del gruppo su territorio nazionale e internazionale. E che, l’iniziativa, svoltasi attorno a quattro tavoli: Didattica e toponomastica, Lavoro femminile: memoria e futuro, Toponomastica femminile in Italia e all’estero, La Dea madre: un fil rouge dal matriarcato al post-femminismo, è servita a rafforzare.

venerdì mattina a PG. Laboratorio tessitura

4° TF nazionale Alcatraz set 2015 (23)

“La necessità di colmare le lacune della storia ufficiale in merito all’assenza delle donne, se è sicuramente codivisa perché chiara nelle sue finalità non è però sempre raggiungibile nella pratica della scrittura – ha spiegato la presidente Maria Pia Ercolini – esiste una difficoltà oggettiva nel reperire informazioni sull’agire femminile perché queste conoscenze sono nascoste tra le righe di un racconto maschile che tende, in modo più o meno evidente, secondo le epoche, a dare poco spazio alle donne. Le tracce della presenza femminile si trovano più facilmente nella trasmissione orale del sapere che in quella scritta. Le donne narrano oralmente delle donne. La seconda difficoltà – ha aggiunto – consiste nel trovare il linguaggio. Perché, se il racconto è stato e spesso continua a essere maschile, anche il linguaggio usato è maschile, come il punto di vista”.

4° TF nazionale Alcatraz set 2015 (46)

Al primo posto la ricerca e l’azione didattica per ricostruire la memoria femminile, raccontare quello che le donne hanno saputo creare, cambiare la realtà in cui viviamo, per indicare una “strada maestra” alle nuove generazioni, i sentieri delle donne.

sabato mattina in plenaria

Da qui,  le mostra fotografica itinerante Donne e lavoro e la collana delle Guide di Toponomastica femminile, percorsi turistici che evidenziano le tracce della presenza delle donne nella storia del territorio preso di volta in volta in considerazione.

Mostra alla biblioteca centrale di Terni

Caos 31

Terni –  Biblioteca comunale

4° TF nazionale Alcatraz set 2015 (71)

Il concorso, “Sulle vie della parità” rivolto alle scuole, indetto con la Fnism e giunto alla terza edizione, poggia sul carattere trasversale della toponomastica, capace di offrire numerose opportunità pluridisciplinari.

I percorsi di genere, nei giorni del convegno, hanno davvero seguito delle piste che, attraverso un racconto a più voci, hanno condotto i partecipanti dal Museo-Ateliere Giuditta Brozzetti allo Studio Moretti Caselli, dal  museo archeologico del polo culturale  Caos (Centro Arti Opificio Siri) alla Biblioteca comunale di Terni e infine alla Casa delle Donne, che ha contribuito con “La fortuna di avervi incontrate”, ritratti di donne dipinti da Francesca Ascione.

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ITALIA – Un quartiere dedicato alle donne a Parma

Di Rita Ambrosino

Ci si aspetterebbe che un itinerario al femminile della toponomastica di Parma prendesse le mosse dalla tanto amata Maria Luigia d’Austria, duchessa di Parma e Piacenza dal 1801 al 1847. Tuttavia è un altro il punto di vista che si è scelto di adottare per analizzare parte delle 99 “elette” che sono riuscite a conquistarsi un posto nella toponomastica parmigiana, sulle oltre 2000 strade cittadine, di cui circa 1200 dedicate ad uomini.

Nella periferia Nord-Est di Parma sorge il quartiere Cortile San Martino, comune autonomo fino al 1943 ed una delle prime zone della città ad essere investita dagli insediamenti industriali.

Negli anni ’80 parte del quartiere è destinataria del PEEP, vale a dire il programma di edilizia economica e popolare; sorge così un’area residenziale, il Peep Paradigna, dove fu scelto di intitolare molte strade e piazze a donne celebri. Troviamo, infatti: Ilaria Alpi, Matilde Serao, Maria Callas, Irma ed Emma Gramatica, Matilde di Canossa, Sibilla Aleramo, Eugenia Picco, Ada Negri, Milena Pavlovic Barilli, Katharine Mansfield, Marie Curie, George Sand ed altre ancora.

La passeggiata all’interno di questi palazzi di periferia ci restituisce un’atmosfera piuttosto cupa, di sicuro lontana dallo spessore storico che aleggia nel centro della cittadina padana, ma a rincuoraci qui, così come ad accompagnarci tra le splendide vie del centro storico, è l’eco rimandata dai nomi e dalle storie di illustri donne.

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Via Maria Callas, cantante lirica (New York 1923 – Parigi 1977)

Dalla direttrice di via San Leonardo, oltre il Centro Torri, ci inoltriamo per via Maria Callas. Soprano di origini greche, con una voce straordinaria e una maestria scenica unica, Maria Callas diede un rinnovato vigore al repertorio classico italiano ottocentesco; indimenticabili le interpretazioni di opere di Bellini, Donizetti, Puccini, Verdi che contribuirono ad alimentare il successo della Divina.

2.ViaIrma_e_Emma_Gramatica_Parma_Foto_RitaAmbrosino

Via Irma ed Emma Gramatica, ricorda le famose sorelle, attrici teatrali, Irma (Fiume 1867 – Impruneta 1962) ed Emma (Fidenza 1874 – Roma 1965). Di temperamento differente ma entrambe dotate di un’indubbia carica interpretativa, furono prime attrici nelle più note compagnie teatrali dell’epoca. Negli ultimi anni intrapresero con successo anche la carriera radiofonica, cinematografica e televisiva.

3.PiazzaSibillaAleramo_Parma_Foto_RitaAmbrosino

Piazza Sibilla Aleramo è dedicata alla scrittrice e poetessa, nata ad Alessandria nel 1876 e morta a Roma nel 1960, il cui vero nome era Marta Felicina Faccio. Della sua vita, tormentata ed intensa, la cifra più significativa fu l’amore con il quale visse ogni suo giorno. Diceva di sé: “Non so se sono stata donna, non so se sono stata spirito. Son stata amore”. Di indole anticonformista, si ribellò al gretto provincialismo, abbandonando tutto per dedicarsi con vorace passione alla produzione letteraria. Uguale passione mise, inoltre, nella lotta in favore dei diritti delle donne e contro la prostituzione.

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Stradello Matilde di Canossa (Mantova 1046 – Bondeno di Roncore 1115). Contessa medievale, il cui vasto dominio si estendeva dal Lazio al Lago di Garda, ricordata per le sue doti politico-diplomatiche e dotata di singolare acume, Matilde volle nel suo entourage studiosi di testi sacri ed esperti di diritto. Di fondamentale importanza fu il suo sostegno al papato durante i difficili equilibri della lotta per le investiture tra Chiesa e Impero; fu, infatti, proprio nel suo castello di Canossa che nell’inverno del 1075 avvenne l’incontro tra l’imperatore Enrico IV e papa Gregorio VII. Nominata Regina d’Italia, entrò nella storia ancora in vita, riconosciuta e venerata dai contemporanei in un’epoca, quale quella medievale, in cui quasi nulla era l’attenzione riservata alle donne.

5.ViaIlariaAlpi_Parma_Foto_RitaAmbrosino

Via Ilaria Alpi, giornalista (Roma 1961 – Mogadiscio 1994). A 15 anni dalla tragica scomparsa della giornalista romana, assassinata, insieme con Miran Hrovatin, a colpi di kalashnikov a Mogadiscio, durante la guerra civile somala, Parma le ha dedicato questa strada nel 2009. Il coraggio e la passione per il suo lavoro, l’avevano portata a condurre una delicata inchiesta sui traffici di armi e di rifiuti tossici tra Italia e Somalia.

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Piazza Eugenia Picco, beata (Crescenzago 1867 – Parma 1921)

Unica intitolazione non “laica” è quella alla religiosa, ora beata, Eugenia Picco. Per sfuggire all’opposizione della famiglia, che sperava per lei un futuro da artista, e per seguire la sua vocazione manifestatasi, come si racconta, dopo essere stata investita dal fenomeno della transverberazione, si trasferì da Milano a Parma. Qui divenne madre superiora del nuovo ordine religioso delle Chieppine e fu molto attiva con opere assistenziali e caritatevoli durante la prima guerra mondiale.

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Stradello M. Pavlovic Barilli, (Požarevac, Serbia 1909 – New York 1945)

La M. cela il nome di Milena, figlia di Bruno Barilli, musicista e scrittore, discendente da una grande famiglia di artisti parmigiani, e di Danitsa Pavlovic, un’apprezzata pianista imparentata con la famiglia reale serba. Questo incontro di culture caratterizzò tutta la vita e l’arte di Milena, arte che si arricchì delle tendenze europee dei primi decenni del ‘900 fino ad approdare negli Stati Uniti, a New York, dove il suo stile diventerà maturo. Fu pittrice, illustratrice, collaborò a riviste di moda e di decorazioni di interni. Una tragica caduta da cavallo interruppe improvvisamente la sua vita.

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Piazza Grazia Deledda, scrittrice (Nuoro 1871- Roma 1936). Motivi autobiografici e realismo documentario sono le principali caratteristiche della ricca produzione di questa scrittrice autodidatta, dal carattere schivo e riservato, la cui lucida capacità descrittiva dei drammi della sua Sardegna e, in generale, della solitudine e dell’incomunicabilità dell’uomo moderno le valsero il Premio Nobel per la letteratura nel 1926, seconda donna ad essere insignita di questo riconoscimento, dopo la svedese Selma Lagerlöf nel 1909.

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Piazza Marie Curie, chimica e fisica polacca (Varsavia 1867 – Passy 1934). Dalla Polonia si trasferì a Parigi per proseguire i suoi studi e qui si laureò in matematica e fisica. Scienziata, due volte Premio Nobel, nel 1903 per la fisica e nel 1911 per la chimica, alle sue ricerche, unitamente a quelli del marito Pierre, si devono le ricerche sulla radioattività e la scoperta del radio e del polonio.

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Via Katherine Mansfield, (Wellington 1888 – Fontainebleau 1923).

Piacevole scoperta è la via dedicata a questa sfortunata scrittrice neozelandese, morta a soli 34 anni perché gravemente malata di tubercolosi, dopo un estremo tentativo di cura mistico-ascetica nella speranza di diventare una figlia del sole, nell’istituto per lo sviluppo armonioso dell’uomo di Georges Gurdjieff a Fontainebleau, in Francia. Lettrice instancabile, fu un’autrice vibrante, appassionata, incisiva, tanto ammirata da Virginia Woolf, sua contemporanea, la quale non fece mistero anche di una certa dose di invidia per la scrittura perfetta delle sue short stories, alcune rimaste incompiute e venute alla luce solo alcuni anni fa.

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Stradello Ada Negri, (Lodi 1870 – Milano 1945). Poetessa e scrittrice, molto varia è la sua produzione: poesie, novelle, racconti. Apprezzata e stimata per l’umanitarismo dei suoi scritti che con delicatezza affrontavano le sofferenze delle classi sociali più umili e il loro desiderio di redenzione sociale, Ada Negri ottenne numerosi riconoscimenti e fu gradita al regime fascista tanto da essere la prima donna ammessa all’Accademia d’Italia.

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Piazza George Sand, (Parigi 1804 – Nohant, Indre 1876)

Straordinaria e prolifera scrittrice e drammaturga francese, il cui vero nome era Aurore Dupin, espresse nelle sue opere tutte le sue passioni e le contraddizioni della sua epoca. Anticonformista, amava vestirsi da uomo e non esitò ad adottare uno pseudonimo maschile, scelta del resto comune in un’epoca in cui le capacità artistiche femminili erano considerate di minor valore rispetto a quelle maschili. Condusse una vita intensa, ricca di amori e fuori dagli schemi, di cui non si curò affatto. Partecipò con interesse alla vita politico-sociale, esprimendo il proprio appoggio per l’emancipazione femminile e le idee socialiste, arrivando ad appoggiare la rivoluzione parigina del 1848.




ITALIA – Strade di donne nella città del Grifo (parte II)

di Paola Spinelli

Stavamo volando alla fine della prima parte su via Giuseppina Pasqua, mezzosoprano molto apprezzata dal cigno di Busseto, riprendiamo da qui la seconda parte del nostro percorso.

Viva VERDI! Gridavano i patrioti che volevano l’unificazione dell’Italia. A Perugia uno dei salotti che tiene le fila ai patrioti della città è quello di una signora, Maria Bonaparte Valentini (Roma 1818 – Perugia 1874).

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Figlia di Luciano Bonaparte, fratello di Napoleone, Maria sposò giovanissima Vincenzo Valentini, ministro del tesoro della Repubblica Romana. Dopo la caduta della Repubblica, Vincenzo fu costretto all’esilio nella città di Firenze. Maria, cugina di Napoleone III, aveva la possibilità di rimanere nello Stato Pontificio e scelse Perugia come sede più conveniente per l’educazione dei suoi quattro figli.

Nel suo palazzo di Porta Sole, oggi sede della Biblioteca Augusta, la contessa diede vita a un prestigioso salotto letterario e scientifico che divenne uno dei centri del movimento risorgimentale perugino.

Sostenitrice del governo provvisorio della città, dopo le stragi del XX giugno fu costretta ad abbandonarla e vi poté rientrare solo quando Perugia fu annessa al regno piemontese.

C’è una donna in città che prende la parola per condannare le stragi del XX giugno, tanto che poi nel 1860 sarà l’unica donna ammessa eccezionalmente a votare per il plebiscito di conferma dell’annessione delle Marche e dell’Umbria al Piemonte: Alinda Bonacci Brunamonti.

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Poetessa e scrittrice (Perugia 1841 – 1903), Alinda Bonacci sposa Pietro Brunamonti, docente dell’Università di Perugia.

Apprezzata da scrittori del suo tempo, quali Zanella, Tommaseo, De Sanctis, Fogazzaro, inizia giovanissima a comporre versi di carattere religioso, ma nel 1859 le stragi perugine del XX giugno ad opera delle truppe pontificie che massacrano la popolazione inerme della città ribelle le ispirano i versi patriottici e anti-pontifici dei Canti nazionali.

Bellissimo il suo Diario floreale, pubblicato in data abbastanza recente grazie a un ritrovamento di suoi manoscritti con delicate riproduzioni ad acquerello e tempera della flora umbra che lei stessa raccoglie nelle passeggiate.

Ad Alinda Bonacci Brunamonti sono dedicate, oltre alla via, due targhe, una nella casa dove nacque e una nella casa dove morì.

Ecco un’altra poetessa: Vittoria Aganoor (Padova 1855 – Roma 1910).

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Già affermata per le sue liriche, nel 1901 Vittoria sposa a Napoli Guido Pompilj, deputato e letterato umbro, cui la legava un grande affetto, nato anche dall’ammirazione per questo brillante uomo politico. Con lui si trasferisce a Perugia e i suoi impegni perugini sono intervallati da lunghi periodi nella villa di proprietà del marito a Monte del Lago, sulle rive del Trasimeno.

Il 9 aprile del 1910, all’età di cinquantacinque anni, ricoverata in una clinica romana per sottoporsi a un’operazione, dovuta probabilmente all’insorgenza di un cancro, muore improvvisamente, lasciando nello sconcerto i suoi cari. Il dolore provocato dalla sua scomparsa porta il marito a togliersi la vita; dopo aver sistemato velocemente gli affari di famiglia più urgenti, Guido si spara quel giorno stesso. Il gesto di Guido Pompilj conferì un’aura romantica al loro matrimonio e pose le poesie di Vittoria in un’ottica del tutto nuova, favorendone la divulgazione.

A Monaco di Baviera si possono ammirare diversi ritratti di una studiosa perugina considerata tra le più belle del suo secolo: Marianna Florenzi (Ravenna 1802 – Firenze 1870).

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Figlia del conte, Bacinetti di Ravenna, Marianna vive a Perugia dove sposa, a 17 anni, il marchese Ettore Florenzi e, dopo la sua morte, l’inglese Evelyn Waddington, di 25 anni più anziano di lei.

Per quarant’anni mantiene una relazione sentimentale (?) e intellettuale con Ludovico I re di Baviera, che soggiorna più di trenta volte nella sua villa La Colombella (ora proprietà dell’Università per Stranieri) o nel castello di Ascagnano, suscitando le dicerie della gente. Probabilmente le chiacchiere, mai raccolte dal marito inglese, nascevano anche dal suo attivismo culturale, ritenuto spesso ingombrante, quando mosso da menti femminili.

Intelligente, colta, è una delle prime donne iscritte all’Università di Perugia. Studiosa e traduttrice di opere filosofiche, animatrice di salotti culturali nei due palazzi cittadini in via Baglioni e in via del Verzaro, incarna l’ideale dell’intellettuale femminile politicamente progressista del tempo.

Proprio vicino a via Marianna Florenzi troviamo via Caterina Bonucci Sereni (Perugia 1870 – 1956), figlia di un ricco possidente e della contessa Piccolomini.

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Nel 1888 Caterina sposa l’imprenditore Lucio Bonucci, proprietario del Lanificio di Ponte Felcino, primo opificio industriale della provincia e crea a sue spese due asili d’infanzia: uno a Ponte Felcino (1908) e uno a Colombella (1918), affidandone la gestione alla congregazione delle Apostole del Sacro Cuore. Inizialmente destinate ai figli degli operai del lanificio, le due scuole accolgono a titolo gratuito anche bambini provenienti da famiglie disagiate. Caterina Sereni Bonucci organizza anche frequentatissimi corsi di ricamo e cucito che permettono a molte ragazze del luogo di trovare un’occupazione decorosa.

C’è un’altra donna legata al mondo dell’imprenditoria locale a cui la città deve molto sul piano culturale: Alba Buitoni.

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Moglie dell’imprenditore Bruno Buitoni, Alba, “la signora della musica”, ha avuto una certa influenza sul mondo musicale italiano. Tutti i grandi sono passati per l’associazione “Amici della Musica” di Perugia, da lei fondata. Per capirne il ruolo svolto nel panorama culturale italiano occorre fare qualche nome di esibizioni realizzate grazie ad essa e di artisti chiamati a Perugia prima che diventassero celebri: Stockhausen, Dallapiccola, Berio. Pollini, Accardo, Ughi, Abbado, Karajan, Bernstein, Muti, Strawinskij, Poulenc, Hindemith, Messiaen…

La più famosa delle imprenditrici umbre resta sicuramente Luisa Spagnoli (Perugia 1877 – Parigi 1935).

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Nata da Pasquale Sargentini, pescivendolo, e da Maria Conti, casalinga, poco più che ventunenne Luisa sposa Annibale Spagnoli e, con lui, inizia a produrre confetti in un piccolo locale al centro di Perugia. La modesta attività manifatturiera, grazie all’ingresso di altri soci tra cui soprattutto Francesco Buitoni e suo figlio Giovanni, si trasforma piano piano nella più grande industria dolciaria locale: la Perugina. La tavoletta di cioccolato fondente viene battezzata non a caso Luisa. La ditta si espande grazie all’invenzione del Bacio Perugina e alla trasmissione radio più famosa del tempo I quattro moschettieri, legata alla raccolta delle figurine che vede impegnata tutta Italia.

A Luisa si deve l’istituzione, all’interno dello stabilimento, dell’asilo nido per i figli delle dipendenti.

La Spagnoli, oltre ad essere nel consiglio di amministrazione della Perugina, inizia un’altra attività, l’allevamento dei conigli d’angora che utilizza per la produzione della lana d’angora, un filato particolarmente sottile e caldo. I conigli non vengono uccisi e neanche tosati, ma pettinati. Nel 1928 nasce in un sobborgo di Perugia l’Angora Spagnoli , oggi Luisa Spagnoli. Molte famiglie contadine arrotondano i loro guadagni allevando conigli e mandandone per posta a Perugia il pelo. Vicino allo stabilimento si costruiscono casette a schiera per dipendenti e si organizzano asili nido.

Luisa muore a Parigi per un tumore alla gola senza poter vedere il boom dell’azienda Angora Spagnoli, che inizierà circa quattro anni dopo sotto la guida del figlio Mario.

Ora passiamo in via Bettina, una delle targhe più inadeguate di Perugia: non si era mai visto prima che in un’intitolazione la persona in oggetto fosse indicata col solo diminutivo, come se si scrivesse via Peppino invece che via Giuseppe Garibaldi.

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Bettina è Elisabetta Rampielli Fuso. Nata nel 1898 a Bologna, Elisabetta a quattro anni è già a Perugia e, giovanissima, inizia a dipingere.

Nel 1929 sposa Brajo Fuso. Si iscrive all’Accademia, ma dopo due anni la lascia perché vuole essere libera di fare ciò che vuole e come vuole, senza sentirsi imbrigliata da regole che non rispondono ai suoi bisogni. Espone in varie città d’Italia e a Parigi, riceve consensi e attenzione da parte della critica francese e ottiene anche in Italia numerosi premi e riconoscimenti.

Durante il fascismo e fino agli anni Cinquanta, il salotto di Bettina e Brajo, all’ultimo piano di palazzo Cesaroni, sopra i tetti di Perugia, è un centro culturale dei più vivi, dove lo stesso Brajo, spinto dalla moglie, diventa artista, e che artista!

In quella casa è ospite il ventenne Renato Guttuso, che ritrae Bettina, e il giovanissimo Alberto Moravia, che a Perugia scrive diverse pagine de Gli indifferenti. Qui passano Curzio Malaparte, Felice Casorati, Enrico Falqui, Cesare Zavattini, Giulio Carlo Argan, Mario Mafai, Aurelio De Felice, Alberto Burri, Gerardo Dottori, Giuseppe Ungaretti, Gianna Manzini con l’amatissimo gatto Felicino.

Verso la fine degli anni ’60 Bettina smette di dipingere, per dedicare tutte le sue energie alla realizzazione del sogno di Brajo: il Fuseum. Il termine deriva dalla fusione delle parole “Fuso” e “Museum” ed è un contenitore sui generis delle opere di Brajo. In quel bosco incantato, tuttavia, si avverte ancora la presenza amorevole di Bettina

Concludiamo il viaggio sulla città con una delle intitolazioni più recenti del comune di Perugia, una figura di donna che è insieme religiosa e intellettuale: Cecilia Coppoli, presso la Corte delle Clarisse.

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Nel nuovo quartiere che sta sorgendo dalla ristrutturazione del vecchio Ospedale di Monteluce, proprio nella zona dove si trovava l’antico convento delle Clarisse ci sono oggi due piazze femminili: Corte delle Clarisse e piazza Cecilia Coppoli (1426 – 1500), che fu badessa in quel convento.

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Cecilia, al secolo Elena, di nobile e illustre famiglia, figlia unica, fu educata come un maschio, cioè, cosa inaudita per il tempo, “il genitore la fece istruire nelle greche e latine lettere”(Cfr. GIO. BATTISTA VERMIGLIOLI, Biografia degli scrittori perugini e notizie delle opere loro ordinate e pubblicate, Perugia, 1829). Poetessa e umanista, donna di grande cultura, scelse la vita monastica e collaborò con i pontefici per la riforma in senso spirituale dei monasteri di cui fu badessa.




ITALIA – Strade di donne nella città del Grifo (prima parte)

di Paola Spinelli

 Perugia propone un itinerario che ha come fil rouge il legame con il territorio e l’impegno. Le strade non sono contigue, perciò viaggeremo sulla città alla maniera del perugino Gerardo Dottori, l’aeropittore, ammireremo le vie e i paesaggi dall’alto, trasportati dalle ali del grifo, simbolo di Perugia, e delle nostre due colombe: Colomba Antonietti e la Beata Colomba da Rieti.

1.ColombaAntonietti.ridotta

Colomba Antonietti (Bastia Umbra 1826 – Roma 1849), eroina del Risorgimento, insieme al marito, conte Luigi Porzi, andò a Roma a difendere la Repubblica Romana. Si tagliò i capelli, indossò la divisa da bersagliere e combatté con intelligenza e coraggio finché morì a porta S. Pancrazio.

La sua fine è così raccontata da Giuseppe Garibaldi nelle Memorie: “La palla di cannone era andata a battere contro il muro e ricacciata indietro aveva spezzato le reni di un giovane soldato. Il giovane soldato posto nella barella aveva incrociato le mani, alzato gli occhi al cielo e reso l’ultimo respiro. Stavano per recarlo all’ambulanza quando un ufficiale si era gettato sul cadavere e l’aveva coperto di baci. Quell’ufficiale era Porzi. Il giovane soldato era Colomba Antonietti, sua moglie, che lo aveva seguito a Velletri e combattuto al suo fianco”.

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La Beata Colomba ha ben due strade a lei dedicate. Via Colomba e via Beata Colomba.

La prima si trova nel centro storico, al Borgo Bello – proprio dove Colomba, arrivata a Perugia da Rieti, “creò” il suo monastero – la seconda in periferia.

Angelella Guadagnoli nasce a Rieti nel 1467 e viene poi chiamata Colomba perché pare che il giorno del suo battesimo si posasse su di lei una colomba. Diretta a Siena, si ferma a Perugia, città che diventa la sua patria d’elezione. Colomba partecipa attivamente alla vita politica della città straziata dalle lotte tra Oddi e Baglioni, adoperandosi per riportare la pace, ma sempre partigiana dei Baglioni, dei quali pare che sia ascoltata come consigliera. Nel 1494 “libera” la città da un’epidemia di peste e l’anno successivo, quando papa Alessandro VI Borgia si trasferisce con la corte a Perugia, Colomba l’affronta con decisione dicendogli, senza peli sulla lingua, cosa pensa della sua politica rivolta alle cose terrene. Muore nel 1501, pianta da tutta la cittadinanza.

Una santa umbra DOC, forse meno conosciuta di Santa Chiara che ha vie un po’ dappertutto, è Santa Scolastica, la sorella gemella di San Benedetto da Norcia

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Potrebbe essere un suggerimento per il mondo di oggi la regola fondamentale a cui Santa Scolastica teneva legate le sue consorelle: il silenzio. Sento l’urgenza di questa regola, non se ne può più di chiacchiere, tutto sta diventando chiacchiera, anche la politica.

Santa Scolastica ovviamente era fedele anche alla regola benedettina “Ora et Labora” e questo ci introduce al tema del lavoro.

4.Lavandaie_ridotta_P.Spinelli

Da Perugia al Tevere, dal Tevere a Perugia, a piedi, scalze, le lavandaie scendevano con il loro fagotto di panni sporchi sulla testa e salivano con il fagotto di panni puliti, in tutte le stagioni, le mani rovinate dall’acqua e dal gelo, i piedi gonfi e appesantiti dalla strada.

5.Perugia_filatrici_Spinelli.ridotta

 Più che operaie, non c’erano grandi manifatture di filati, le filatrici erano le casalinghe che filavano per le necessità della famiglia. Tutte le donne avevano un fuso, lo sapevano usare e i fidanzati piuttosto che un anello, regalavano alle future spose una fuseruola. Qui in Umbria ce ne sono di bellissime di ceramica locale.

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 La categoria delle tabacchine rappresenta un settore del mondo del lavoro molto importante per l’economia della regione. Non è un caso che nel ‘700 la Repubblica di Cospaia fosse la capitale italiana del tabacco. Oggi in Umbria, a testimoniare la storia del tabacco e della manodopera connessa c’è il Museo Storico e Scientifico del Tabacco di San Giustino.  Per chi non avesse mai sentito parlare di Cospaia o volesse fare una visita virtuale al museo, ecco i link:

http://www.appennino.info/CMDirector.aspx?id=1438, http://it.wikipedia.org/wiki/Repubblica_di_Cospaia, http://62.149.208.192/hosting/museotabacco.org/index.php

Un “mestiere” del tutto diverso e per certi aspetti molto pericoloso perché illegale è quello delle streghe

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e forse è proprio una di queste streghe a causare la disperazione di Marta di Giapeco.

 8.Perugia.Sposa.Spinelli.ridotta

A proposito di questa strada troviamo sulla rivista Il travaso delle idee questo stornello, firmato Gianna,

“e, fior di rosa / la via più dura e in faticosa ascesa /chiamasi, guarda un po’, via della Sposa!”

per dire che, come molte delle nostre strade, questa via presenta una bella pendenza e che, metafora, la strada del matrimonio è tutta in salita. Secondo il Gigliarelli, la via prende il nome da un episodio qui avvenuto nel 1351. Una certa Marta di Giapeco promessa sposa a un tale Armanno, fu da lui improvvisamente abbandonata, si ammalò e si ritrovò in fin di vita, si disse, per la fattura di tale Luminuccia. Per fortuna il giorno della festa della Madonna di Monteluce, 15 di agosto, il parroco di Sant’Andrea sciolse la fattura: Armanno tornò, Marta guarì e si sposarono. Il giorno delle nozze la sposa attraversò la via tra grandi festeggiamenti.

Un lavoro tradizionalmente femminile che può in certi casi valicare il confine tra l’artigianato e l’arte è il ricamo.

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Margherita Lazi, l’agopittrice è nata a Perugia alla fine del 1700.

All’accademia di Belle Arti di Perugia è conservato un suo ritratto con scritto sul retro “Ritratto di Margherita Lazi Perugina Celebre Raccamatrice/Luigi Cochetti Romano/Dipinse nel 1818” .

In relazione con i più stimati artisti di Perugia e fuori, creò presso di sé una sorta di centro d’arte.

Scrive di lei Angelo Lupattelli nella sua Storia della pittura del 1895:

“Iniziata pure dal Labruzzo agli studi del disegno fu l’ agopittrice Margherita Lazi, che sollevò il ricamo a tanta altezza da prender posto degnamente fra le arti belle”.

Arte è anche il canto.

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Giuseppina Pasqua (Perugia 1852 – Budrio 1934), cantante lirica, debuttò a 14 anni al teatro Morlacchi di Perugia nel ruolo del paggio ne Il ballo in maschera. Cantò alla Scala, a Parigi e in molti altri teatri esteri. Celebre la sua interpretazione di Amneris nell’Aida.

Verdi la definì la migliore e la più completa esecutrice delle sue opere e volle affidarle la parte di Mrs. Quickly al teatro Argentina di Roma per la prima del Falstaff (1893). Fu la sua ultima interpretazione prima del ritiro dalle scene.

(fine prima parte)




ITALIA – Tra il sacro e il profano: la toponomastica femminile di Padova

di Nadia Cario

La quasi totale assenza dei nomi femminili dalle intitolazioni di strade, monumenti, busti e statue crea un vuoto di riferimenti nell’immaginario collettivo: ben poche donne hanno superato l’invisibilità e l’oblio assurgendo a protagoniste di una strada, a Padova, come in gran parte delle nostre città.

Questo itinerario si snoda lungo le vie del centro padovano con il proposito di far conoscere alcuni vissuti di donne illustri ricordate nella toponomastica locale e di sante, che non possono mancare in una città storicamente legata al papato e con una forte presenza di chiese e conventi.

Punto di partenza è il passaggio pedonale che collega piazza Insurrezione a via San Fermo intitolato ad Elena Lucrezia Cornaro Piscopia (Venezia 1646–Padova 1684), la prima donna laureata.

Era il 1678. Quando a Padova e a Venezia si sparse la notizia che la sua domanda di laurea era stata accolta, la curiosità andò alle stelle tanto che la discussione dei puncta, il 25 giugno alle 9 del mattino, venne spostata nella Cappella della Beata Vergine del vicino Duomo data la grande affluenza di presenti. Elena Cornaro discusse le sue tesi con tale perizia che, tralasciata la votazione segreta di rito, fu laureata per acclamazione tra l’entusiasmo generale.

Sarebbero trascorsi altri 50 anni prima che un’altra donna, Laura Bassi, potesse vedersi riconoscere lo stesso privilegio a Bologna, e ancora un altro mezzo secolo per l’Università di Pavia, dove nel 1777 si laureò Maria Amoretti.

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Foto 1 Passaggio Cornaro Piscopia            

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Foto 2 Busto nella navata centrale della Basilica del Santo

 

Nelle immediate vicinanze, incastonata nel muro di una casa medievale, c’è incisa la scritta via Gigantessa che ricorda l’antico nome della via derivante dalla presenza di una grande statua di donna posta sul pilastro all’entrata di un’abitazione, ora non più presente.

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Foto 3 Via Gigantessa

 

Percorrendo via San Fermo in direzione sud-est, superata la casa comunale di Palazzo Moroni, si incontra il Bo, sede dell’Università di Padova: ai piedi della scalinata che dal piano terra dell’antico cortile porta alle prestigiose aule del piano superiore, ecco la statua di Elena Lucrezia Cornaro Piscopia donata da Caterina Dolfin nel 1772.

Attraversato il cortile nuovo di Giurisprudenza, ristrutturato tra il 1939 e il 1945, si entra in via San Francesco.

In direzione est, alla terza traversa a sinistra, il vicolo santa Margherita prende il nome dalla chiesetta omonima. L’odonimo era già presente nel 1275 col nome di contrada. Margherita, martire cristiana, nata nel III secolo ad Antiochia in Siria, venne decapitata all’età di 15 anni, nel 305: è considerata la patrona dei contadini e invocata dalle partorienti.

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Foto 4 Targa Vicolo Santa Margherita

 

Di fronte alla chiesetta c’è l’edificio che un tempo era l’ospedale di San Francesco Grande, fortemente voluto da Sibilla de Cetto (1350 circa–1421) e da lei fatto realizzare sulle sue proprietà immobiliari. Pose la prima pietra il 29 ottobre 1414: per la gestione volle intorno a sé un gruppo di sole donne. Qui si svolsero “…quattro secoli di assistenza e cura (1414-1798)”, qui nacque la clinica, la cura accanto al malato.

In questo complesso monumentale da poco restaurato il 5 giugno 2015 è stato inaugurato il Museo di Storia della Medicina, visitabile.

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Foto 5 Ex sede dell’ospedale San Francesco Grande ora sede del MUSME.

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Foto 6 S. de Cetto nell’atto di donare l’ospedale di San Francesco – Dipinto di Dario Varotari, 1579

 

Ripercorsa via S. Francesco brevemente a ritroso e imboccata sulla sinistra la via del Santo, i nostri piedi passano dal porfido quadrato ai ciottoli tondi levigati entrando nella via della poeta e suonatrice Gaspara Stampa (Padova 1523-Venezia 1554). Dotata di una buona educazione letteraria e artistica, intellettualmente vivace e ottima conversatrice, ospitava un salotto letterario nella sua casa di Venezia, con la sorella e la madre. Un suo busto, unica presenza femminile, è eccezionalmente presente in un gruppo scultoreo nelle vicinanze, in Prato della Valle,.

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Foto 7 Via Gaspara Stampa        

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Foto 8 Busto di Gaspara Stampa in Prato della Valle

Dal Prato della Valle attraverso un breve percorso per le antiche strade s’incontra via Isabella Andreini Canali (Padova 1562-Lione 1604): letterata, scrittrice, rimatrice e attrice. Isabella è stata un’artista conosciuta e apprezzata a livello europeo, girando con la Compagnia dei Gelosi. Venne ammessa, cosa molto rara per una donna, all’Accademia degli Intenti di Pavia con il nome L’Accesa.

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Foto 9 Via Isabella Andreini

Imboccata la prima strada a destra ci si imbatte nell’intellettuale-filosofa-geologa Stefania Etzerod Omboni (Londra 1839–Padova 1917). Nata da madre inglese e padre tedesco, educata in Belgio e vissuta in Russia, giunse a Padova nel 1870 per studiare filosofia e geologia e vi si stabilì. Carattere laico e improntato all’agire sociale per migliorare la qualità della vita, considerava fondamentale cogliere le evoluzioni e i cambiamenti di pensiero circa il concetto di educazione dei fanciulli e della donna. Fondò e collaborò alla nascita di parecchi istituti fondamentali per questo scopo come l’istituto per l’infanzia abbandonata, l’asilo per donne sole, la scuola professionale femminile, l’unione morale, l’ufficio di assistenza, l’università popolare, l’associazione padovana contro l’accattonaggio, la cucina economica. Collaborò inoltre con testate giornalistiche di emancipazione femminile.

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Foto 10 Targa Via Stefania Omboni

Proseguendo per via Barbarigo, la seconda strada a sinistra è dedicata a santa Rosa, un tempo contrada. In questo luogo esisteva un convento di monache domenicane trasferitesi nel 1666.

Santa Rosa in vita era Isabella Flores de Oliva (Lima Perù 1586–1617). Figlia di una nobile famiglia caduta in rovina, a vent’anni prese come modello di vita santa Caterina da Siena. Allestì così nella casa materna una sorta di ricovero per i bisognosi, dove prestava assistenza ai bambini e agli anziani abbandonati, soprattutto a quelli di origine india.

Padova, via S. Rosa - Cario N.

Foto 11 Via S. Rosa

Si imbocca via Bomporti – prima strada a destra – e si attraversa via Vescovado per poi continuare per via Dietro Duomo. Oltrepassata via dei Tadi, si arriva in via Accademia: all’angolo con piazza Capitaniato sul muro sopra all’aula studio universitaria una targa omaggia la città di Padova riproducendo un brano tratto da “La bisbetica domata” di Shakespeare ambientata proprio qui:

… per il grande desiderio che avevo di vedere la bella Padova, culla delle arti, sono arrivato…

Ed a Padova son venuto, come chi lascia uno stagno per tuffarsi nel mare, ed a sazietà cerca di placare la sua sete.

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Foto 12 Targa con iscrizione da “La bisbetica domata”

 

Lasciato alle nostre spalle l’elogio del drammaturgo continuiamo per via Dondi dall’Orologio per raggiungere l’ultima tappa di questo percorso: la piazzetta che si apre alla fine della via antistante il teatro Verdi è dedicata a Lucia Valentini Terrani (Padova 1946–Seattle 1998), cantante lirica. Diplomatasi al Conservatorio, vinse nel 1972 il concorso internazionale “Voci rossiniane” cominciando così a farsi conoscere dal grande pubblico. Il successo alla Scala nel 1973 con la Cenerentola di Gioacchino Rossini la lanciò nella scena internazionale.

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Foto 13 Piazzetta Lucia Valentini Terrani