Che genere di scuola

Non so se e come il nuovo Governo del Paese affronterà il tema dell’educazione di genere, che fu sia pur sommariamente e vagamente inserito dal Governo Renzi nella legge chiamata “Buona scuola”.

Nessuno ha la minima idea dell’opinione in materia del nuovo responsabile del Miur. Io so solo ciò che è accaduto finora. So solo che è profonda e diffusa l’esigenza di un cambiamento (sì, quella parola che tanto piace ai nuovi poteri).

All’interno dell’istituzione scolastica si è assunto sempre che contenuti e metodi della formazione fossero neutri rispetto alle differenze, e che bastasse non nominarle per contrastare le disuguaglianze.Èstata spesso presente una forma di negazione dell’aspetto sessuato della persona, ma l’imbarazzo o il silenzio sono anch’essi una potente trasmissione di messaggi, che consegnano alla clandestinità emozioni, desideri, interrogativi. Se gli e le adolescenti non fanno domande, questo non significa che non ne abbiano, in un momento storico in cui si incrociano possibilità plurime di essere e divenire donne e uomini.

I nostri ragazzi sono liberi di crescere ed esprimersi secondo le loro inclinazioni, o sono ancora soggetti a una “prova di virilità” che ne condiziona comportamenti e modi di fare? Quali sono le loro reazioni alla nuova libertà femminile nel mondo, alla crescente presenza delle donne nel lavoro, nella cultura, nella politica? E quali resistenze oppongono le ragazze alla crescente mercificazione dei corpi femminili che è la faccia regressiva, distorta e mistificata di quella libertà?

La scolarizzazione di massa è stata probabilmente il fenomeno che con maggior forza ha segnato il mutamento femminile della percezione del sé, introducendo percorsi uguali e condivisi, ponendo tutti e tutte di fronte agli stessi obiettivi. La scuola però non ha accompagnato questa sua straordinaria funzione con una riflessione adeguata, ma si è limitata a far convivere in modo casuale e frammentario la pratica del nuovo con l’andazzo tradizionale.

Nonostante queste premesse mi colpisce – quando vado in giro per l’Italia – il fatto che da parecchi anni siano tante e tante le docenti che manifestano il desiderio e la necessità di introdurre nella didattica quel doppio sguardo (uno sguardo non in-differente) che non hanno trovato nella propria formazione di base. Dovrebbero essere sostenute da sponde politiche autorevoli, e questo non avviene.

La critica profonda e corrosiva alla cultura patriarcale non ha trovato ancora nei vertici della scuola una sponda forte.

Come si fa a contribuire all’evoluzione democratica di una società, se le competenze di chi va a insegnare non prevedono la conoscenza del percorso storico, culturale, sociale e politico di metà della popolazione? In che modo si possono formare giovani cittadine forti e consapevoli, quando le discipline scolastiche non parlano di loro, non parlano a loro? Come si fa a superare la visione androcentrica del mondo?

Che lo si voglia vedere o no, le femministe han già scardinato, e non si stancano di farlo, le impalcature del logosoccidentale e del discorso incentrato su di esso. Questo sì, è stato un cambiamento radicale.

L’alternativa ora non è se tenere conto o meno del genere a scuola, ma se assumerlo come si è sempre fatto, con un ordine implicito, invisibile e dunque immutabile, oppure se fare dei percorsi di apprendimento e delle relazioni pedagogiche un’occasione per una maggior consapevolezza dei modelli di riferimento che naturalizziamo ed eternalizziamo senza prevedere aree di problematizzazione.

Se vogliamo andare avanti, o se accettiamo di essere rimandate indietro. Il pericolo esiste.

 

 

 




Interroghiamo il fuori tema

Molti assassini di donne si suicidano dopo aver compiuto il femminicidio: l’ultimo caso – avvenuto a Prato – ce lo ricorda. Distruggono se stessi con l’oggetto di attaccamento (a volte coinvolgendo anche figli e figlie), poiché per loro non esiste distinzione tra i soggetti. 

Qui sta la loro “anormalità”, ma davvero è solo la loro?

Questo dato agghiacciante parla delle patologie non di singoli, non di culture lontane e arretrate, ma di una cultura attuale, la nostra: parla di una concezione diffusa che esalta l’amore fusionale e la coppia romantica, che in loro nome non vede la vocazione al controllo e giustifica l’incapacità di elaborare i lutti e le perdite.

Dobbiamo ragionare a fondo su quanto è nascosto nelle relazioni intime, nella vita delle coppie, nei rapporti familiari. Dobbiamo trovare il coraggio di portarlo alla luce senza temere che questo comporti complicità con gli assassini.

Finalmente nominiamo il potere, ma troppo a lungo abbiamo eluso il nesso tra amore e violenza, nonostante il lavoro magistrale di Lea Melandri (Amore e violenza; Come nasce il sogno d’amore):

Separandosi, la donna non colpirebbe solo un privilegio e un potere indiscutibile della maschilità, ma l’amore di sé, la fonte prima, rimasta tale anche nell’età adulta, dell’autoconservazione. Il fatto che chi uccide spesso riservi a sé la medesima sorte sembra esserne la conferma.

Abbiamo preferito ignorarlo, perché fa male, destabilizza e può mettere in crisi racconti antichi di amori salvifici, idealizzazioni comode di universi incantati dal “per sempre”, forti desideri inconsci di risarcimenti: composizioni utopiche di interezza, “due in uno”, metafore potenti di pezzi di mela che si ricongiungono, sogni di beatitudini originarie, armonie perfette, reciproche indispensabilità. In definitiva, indistinzioni tra soggetti (“senza di te non sono niente”). 

Troppo facile, persino liquidatorio ripetere “questo non è amore”, come se l’amore non abbisognasse di aggettivi: come se non conoscessimo legami esclusivi, legami perversi, amori malati, amori masochistici, amori che fagocitano, passioni abusanti, abbracci mortali. 

Nella postmodernità è cambiato il sogno d’amore? La commercializzazione della sessualità ha avuto almeno il vantaggio di svelare le trappole del sogno romantico? L’autodeterminazione conquistata dalle donne con l’emancipazione economica ha ridotto almeno la necessità della dipendenza emotiva?

Da quanto posso ascoltare nelle scuole e tra la gente io non lo credo; sono convinta che sia arrivato il momento di portare il tema in primo piano, nelle discussioni pubbliche e nei discorsi privati.

Troppo ne stiamo tacendo con i nostri figli e le nostre figlie, senza accorgerci che spargendo miele a piene mani facciamo loro del male e che li prepariamo male alla vita.




La schiava migliore non ha bisogno di essere picchiata, si picchia da sé

Goethe diceva con lucida saggezza Nessuno è più schiavo di colui che si ritiene libero senza esserlo. 

Una delle intuizioni originali del femminismo è stata rendersi conto che per un tempo lunghissimo le donne hanno dovuto far propria la visione maschile del mondo, con adattamenti, resistenze, ma anche continui tentativi di strappare qualche potere, in primis quello di rendersi indispensabili nella vita quotidiana: l’unico concesso e praticato per secoli, come rilevava John Stuart Mill ne L’asservimento delle donne.

Scrive Lea Melandri:

Le donne non hanno solo cura dei bambini, dei neonati: forniscono cura a uomini in perfetta salute, uomini che si possono curare da soli. Questo non è di poco conto: vuol dire che le donne, nella cura, hanno strappato qualche potere, che è l’indispensabilità all’altro.

La battaglia più dura da affrontare riguarda la psicologia delle donne stesse, che devono riconoscere e superare gli stereotipi e i pregiudizi propri della cultura patriarcale rinunciando a modelli introiettati che le hanno inglobate in una bolla rassicurante ma soffocante.

Nella Mistica della femminilità fin dal 1963 Betty Friedan parlava del “problema senza nome”, del “comodo campo di concentramento” fatto di gratificazioni paternalistiche, che chiude tante donne nella gabbia delle aspettative sociali, nell’adesione a stereotipi che ne incanalano l’esistenza entro pareti sicure ma asfittiche.

È dolorosa, questa complicità: ogni infrazione – vera o presunta – a doveri così tassativi scatena non solo stigmi sociali ma feroci sensi di colpa, con annessi rimorsi e frustrazioni (il senso di colpa è utilissimo agli addomesticatori di coscienze).

Virginia Woolf lo chiamava il potere ipnotico del dominio, le psicanaliste il predatore interiore. Lea Melandri parla di violenza invisibile: la vittima parla la stessa lingua dell’aggressore, è talmente de-individuata da aver perso la capacità di riconoscersi preda di un carnefice perché si identifica con lui e con i suoi bisogni piuttosto che con se stessa e con le proprie esigenze. Come le è stato insegnato, chiama tutto questo ‘amore’. La subordinazione e questo tipo di amore non sono affatto esclusivi. 

Persino nella violenza di genere c’è una verità che fa male: una parte delle donne ritiene di meritarsela almeno un po’. Nel profondo pensa che se quegli schiaffi sono arrivati un motivo doveva esserci. Ritiene di non fare mai abbastanza. 

L’ho provocato. Avrei dovuto lasciarlo in pace. Ho iniziato io. Poverino, non lo fa apposta. In fondo mi vuol bene, a modo suo mi dimostra affetto. Però con i bambini è buono. Ha un sacco di problemi al lavoro …

Un amore che è frutto di suggestioni, idealizzazioni e proiezioni non riconosce il soggetto. 

Darei qualsiasi cosa per te. L’amore richiede sacrificio. Senza di te io non sono niente. Mi sei indispensabile. Noi due siamo una cosa sola. Tu sei la mia metà.

Povere e analfabete, ricche e colte, vecchie e giovani: la dipendenza emotiva non distingue tra classi sociali, etnie, religioni, età. Sono tante, in tutto il pianeta, le donne cresciute nel mito dell’unione fusionale e intrappolate in relazioni abusanti: si sottomettono alla tirannia della sopportazione per amore, mentre la loro autostima si dissolve nella continua ricerca di riconoscimenti affettivi. 

Perché noi siamo state le serve che hanno amato i loro padroni, le prigioniere che hanno amato i loro carcerieri, le oppresse che hanno amato i loro despoti, lungo tutto il corso della storia, con poche eccezioni.

È difficile, è faticoso affrancarsi da modelli che per millenni ci hanno trasmesso il bisogno di un uomo e della sua approvazione per sentirci complete.




Violenza fisica, violenza sociale, violenza simbolica

Il 17 maggio di ogni anno – dal 2004 – l’Unione Europea indice la Giornata contro l’omofobia e la transfobia, conlo scopo di sensibilizzare i Paesi membri contro ogni forma di atteggiamento pregiudiziale basato sull’orientamento sessuale.  Il 20 novembre di ogni anno ricorre poi la Giornata in ricordo delle persone uccise dalla violenza transfobica.

Il nostro Paese è il primo in Europa per numero di aggressioni e abbiamo il triste record di omicidi di transessuali e transgender.L’odio si propaga nelle scuole, nelle strade, su internet e nel discorso pubblico; si assiste al moltiplicarsi di discriminazioni, di attacchi e di violenze.

La motivazione che sorregge la transfobia è connessa al bisogno di mantenere rigidi i confini tra i generi. L’idea che le trans costituiscano una minaccia è diventata parte di una narrazione tossica che teme addirittura la sparizione delle donne. Ancor più dell’omosessuale, il/la trans diventa una specie di parente scomodo/a emarginato da ogni parte: da molte femministe e perfino da gay e da lesbiche.In ogni società e in tutte le epoche i corpi sessuati vengono addestrati e disciplinati da un insieme imponente di strutture perché si adeguino ai valori e alle credenze socialmente accettate, ai comportamenti, alle relazioni e alle pratiche accreditati, alle classificazioni dominanti. L’impianto si fonda su un rigido determinismo. Il tentativo di revoca dello statuto del codice binario della sessualità è ancor oggi per molti/e l’inimmaginabile, l’inedito, il non previsto. Un possente macchinario appiattisce la ricchezza delle differenze, preclude una conoscenza complessa della vita e dei soggetti.

All’in­terno dello spazio pubblico, definito dal linguaggio semplificatorio di quella contrapposizione, alcuni soggetti sviluppano caratteristiche necessarie per rientrare nella categoria degli individui “normali” mentre altri, classificati come irregolari e diversi, quindi giudicati pericolosi, sono screditati, patologizzati, marginalizzati o addirittura esclusi, perseguitati.

L’ignoranza aggiunge disagio al disagio[1]. Se alcuni “esperti” tentano ancora di classificare le persone omosessuali come soggetti devianti, camuffando da “scienza” i propri pregiudizi, la situazione si complica ulteriormente quando si parla di transessualità: la confusione e i preconcetti su questo tema sono enormi, l’interdetto sociale è la norma. Ne sono affetti/e persino molti/e insegnanti.

L’antibinarismo non vuole ovviamente eliminare o contestare orientamenti, identità, ruoli/espressioni binarie; semplicemente insiste perché non siano le uniche condizioni lecite o date per ovvie; per non relegare tanti esseri umani nelle categorie della malattia o della devianza, per non abbrutirli nel senso di colpa.Sappiamo che a causa dei potenti pregiudizi che collegano il transessualismo alla malattia mentale, alla perversione e alla prostituzione, le persone transessuali raramente trovano comprensione già nel nucleo familiare di origine.

Lo scopo va oltre quello di creare più caselle che siano di tutti i colori, oltre a rosa o azzurro. La soluzione è quella di eliminare le caselle, perché non si chieda più a nessuno/a di adattarsi. Perché nessun corpo si senta straniero.

La sessualità non binaria non è la fine della civiltà: semmai è la presa di coscienza della nostra complessa umanità, dopo secoli di repressione.

Identità e orientamenti diversisono sempre esistiti, ma solo da poco hanno portato le loro istanze alla luce del sole.La differenza con il passato è che un tempo tutte queste cose venivano vissute nella vergogna e nel silenzio, mentre oggi possono acquisire una dimensione pubblica, politica, che scardini la visione normativa e gerarchicamente ordinata.

Non vogliamo strade obbligate da percorrere, gabbie in cui farci incastrare: ognuno può e deve scegliere per sé il proprio modo di vivere il corpo, l’affettività e il sesso. La libertà non fa male a nessuno, fa bene a tutti e a tutte.

 

 

[1]L’omosessuale si identifica con il proprio sesso biologico, si rispecchia dunque nel proprio corpo, ma prova attrazione affettiva, fisica ed erotica per una persona del suo stesso sesso. Il transessuale, invece, sente una forte e persistente identificazione con il sesso opposto e un persistente malessere riguardo al proprio sesso, oltre aun totale senso di estraneità riguardo al ruolo sessuale socialmente previsto per il proprio sesso.

Le persone transessuali possono essere eterosessuali, omosessuali o bisessuali, in quanto l’identità di genere (come noi ci percepiamo) non è automaticamente legata all’orientamento sessuale (da chi siamo attratti).




Vittime e carnefici di nuova generazione

C’è un acceso dibattito tra chi continua a vedere in ogni forma di prostituzione una coerenza col patriarcato e chi, accettando la definizione di sex-work e dunque proiettandola nell’universo del lavoro, la sottrae al campo della violenza per condurla a quello dell’autodeterminazione, accusando spesso la prima versione di censura e moralismo.

È pensabile una libera scelta nella vendita del proprio corpo, stanti le attuali relazioni economiche e gli assetti di forza?

Se le vittime di tratta subiscono il potere hard delle organizzazioni criminali, molte giovani italiane vivono un potere ben più invisibile. Chi domina non ha bisogno di violenza o di ricatto, quando la vittima è talmente de-individuata da aver perso, o addirittura non aver mai acquisito, la capacità di riconoscersi preda di un carnefice perché si identifica con lui e con i suoi desideri piuttosto che con se stessa e con le proprie esigenze.

L’auto-oggettivazione è il processo chiave mediante il quale donne e ragazze imparano a pensare e a se stesse come a oggetti dello sguardo altrui, autosvalutandosi al ruolo di comparse marginali in un copione di cui altri sono autori.Lo scenario preconfezionato si inscrive nelle loro teste e nei loro corpi, provocando non solo addomesticamento ma una sorta di complicità. Se la grazia domestica delle donne era il modello antico, l’ideale oggi è una sessualità voyeuristica oggettificata.

Il quadro è più complicato dello schema tradizionale sfruttatore/sfruttata.

Col berlusconismo sono venute alla ribalta donne che non rientrano nella tradizionale categoria della prostituzione, pur facendo del proprio corpo un’impresa commerciale ed esponendosi programmaticamente a sguardi pornografici.

Si tratta di un progetto di vita condiviso, esploso negli ultimi decenni, benedetto dall’invidia sociale, diventato miraggio. L’immaginario della società dei consumi dà una mano interessata. Vincenti e fotogeniche, le giovani donne hanno intorno un indotto impensabile di fotografi, cameramen, stilisti, parrucchieri e quant’altro, tutti impegnati ad adeguarle ai criteri estetici – peraltro banalotti – del capo.

Trasformata in oggetto di consumo, la baby-modella assume in studio pose seduttive davanti alla macchina fotografica e occhieggia allusiva dai cartelloni pubblicitari. Le insegnano a mettere il lucidalabbra già a sei anni, per essere perfetta per lui.

In un contesto così allargato l’immagine della prostituzione – purché di lussosi vende come portatrice di un fantasma di sessualità liberata.

 

Chiamami Peroni, sarò la tua birra.

Guardami, toccami, accarezzami, sussurrami, prendimi, scuotimi, incitami, venerami, esaltami, sentimi, proteggimi, criticami, lasciami, amami, rilassami.

Io sono Giulietta. Prima di parlare di me, provami.

 

Questo scempio viene chiamato ‘libertà’.Il rovesciamento di significato dell’intero lessico politico è stato il segno più evidente del cambio di egemonia che ha contrassegnato il trentennio neoliberista. Non riusciamo a scrollarcelo di dosso.

 




Una melensa stucchevole incomprensibile orgia di rosa

Checché ne dicano molti pseudospecialisti, le preferenze cromatiche non sono inscritte nei cromosomi.

Fino agli anni ’50 del secolo scorso non c’era una netta distinzione tra colori “maschili” e colori “femminili”: il rosa e l’azzurro erano intercambiabili, anzi il ‘cilestrino’, così etereo, era ritenuto adatto alle donne (si pensi al velo della vergine Maria; di contro spesso Gesù è rappresentato con un manto rosso sangue).

Fin dall’antichità bambini e bambine indossavano fino all’età della pubertà tuniche bianche, più facili da lavare e meno costose da riparare se rovinate o strappate.Verso la metà dell’800 iniziarono ad apparire i primi colori “pastello”, ma non si faceva una distinzione basata sul genere: tutti potevano indossare di tutto.

Gli uomini hanno a lungo indossato tranquillamente il rosa, come dimostra il celebre “pink suit”, indossato da Jay Gatsby nel Il grande Gatsby, il capolavoro di F. Scott Fitzgerald (1925). Il colore era infatti considerato simbolo di dinamismo e di mascolinità, una versione smorzata del rosso più adatta alla vita sociale, più lontana dall’accezione bellicosa che il sangue richiamava.Ancora: la mitica Cadillac rosa appartenne ad Elvis Presley, una specie di super maschio. Rosa è ancor oggi il colore del Giro ciclistico d’Italia.

In un’edizione del 1918 di Earnshaw’s Infants’ Department , rivista di moda per l’infanzia, si legge: Il rosa, essendo un colore più deciso e forte, risulta più adatto al maschio, mentre il blu, che è più delicato e grazioso, risulta migliore per le femmine.

Il cambiamento cominciò in Italia con il fascismo (blu era la bandiera dei Savoia, l’azzurro fu scelto per le squadre sportive nazionali), poi fu consacrato ovunque dall’arrivo – nel 1959 – della bambola Barbie, icona massima di femminilità.

A partire dai decenni successivi, e soprattutto dagli anni ’80, il marketing abolì i vestiti unisex e impose la regola per cui il colore di riferimento per le donne era il rosa, per i maschi l’azzurro (così sarebbe stato più probabile raddoppiare le vendite).

Oggi è la regola, diventata un automatismo, intoccabile quasi come un dogma religioso. Quando ne parlo nelle scuole, gli e le studenti strabuzzano gli occhi: “Ma come? è così naturale!”.

Pinkizzare, pinkizzazione sono stranierismi che si riferiscono alla tendenza a colorare di rosa tutto ciò che attiene al femminile: rosa il fiocco alla nascita, la tutina da neonata, il grembiulino all’asilo; rosa i vestiti e i giocattoli delle bambine, le pareti e i soprammobili delle camerette; rosa gli oggetti e gli accessori delle donne, rosa perfino i loro tablet e i loro telefonini.

Letteratura rosa, stampa rosa. Principessa rosa (e ovviamente Principe azzurro, in francesePrince charmantche significa solo ‘bello’). Lo sport in rosa. Le quote rosa. Il codice rosa. Fabbricano perfino moto e automobili rosa, che un uomo non comprerebbe mai.

Non è solo una questione cromatica: anche un ruolo sociale viene di fatto inculcato grazie anche a questa segregazione nell’educazione di tutti e di tutte. Anche un’identità.

Mentre il celeste, benché indichi preferibilmente il maschio, può essere portato anche dalle femmine senza temere che l’identità sessuale ne soffra, il rosa, quando è attribuito al maschio, chiama lo scherno, pare beffa della virilità: non a caso, rosa era il triangolo che nei campi di concentramento nazisti gli omosessuali erano costretti a esibire sulla giubba.

In America di tutto questo si è occupata Jo B. Paoletti, storica e autrice del libro Pink and Blue: Telling the Girls from the Boys in America.

In Italia ne parla Pink is the new black,un testo di Emanuela Vannicola e Luisa Stagi (ed. Rosenberg & Sellier) che indaga, con l’approccio della sociologia, il tema degli stereotipi di genere. Un bel libro che consiglio.

E invito a scegliere per sé e per i pargoli vestiti e giochi perché piacciono e non perché si è abituati così. ‘Scegliere’ è un verbo bello, che sa di libertà. Un’altra parola bellissima.




Un ferro da stiro come corpo contundente

Stirare è una normalissima attività di cura che viene svolta normalmente in milioni di case. Magari ripetitiva, magari noiosa, ma utile.

Milioni di donne stirano – oltre alle proprie – le camicie di padri, mariti, partner, figli, fratelli: lo fanno per scelta o per necessità, per routine o per amore. O per tutto questo insieme, perché di questo è fatta la quotidianità.

Se però sei una star del piccolo schermo, e in più se sei la compagna di un potenziale presidente del consiglio; se soprattutto ti fai immortalare nella posa di stirargli la biancheria e se mandi la foto ai media, non si tratta più di un atto quotidiano, ma di un messaggio chiaro, di immediata comprensione; inequivocabile nella sua elementarità.

Hai un destinatario, il corpo elettorale; hai dei sostenitori, tutti e tutte coloro che in modo o palese o sotterraneo rimpiangono i modelli di una volta (i commenti sui social sono in maggioranza solidali “Brava!”, “Grande!”, “Fortunato il signor Salvini”); hai un bersaglio, le donne che chiedono parità ed equa distribuzione dei carichi domestici; proponi il modello di come dev’essere una VERA donna.

Proclami non solo un’identificazione simbolica, ma un programma politico: se governeremo noi diremo basta al femminismo, chiuderemo l’epoca della riflessione sui ruoli di genere, la faremo finita con le rivendicazioni, con le proposte di nuove libertà.

Il Paese tornerà alle “sane” abitudini del passato, alla “naturale” vocazione dell’eterno femminino, alla “giusta” e “sacrosanta” distinzione tra ciò che spetta agli uomini e ciò che spetta alle donne (“un passo indietro”, la stessa protagonista di questo copione l’aveva già detto), a iconografie di implicita subordinazione, all’accettazione di modelli binari, preordinati e vincolanti. Niente aria nuova, solo la ripetizione di ideologie vecchie nelle vesti apparentemente diverse della moderna donna di successo.

Chi detiene il potere si arroga da sempre il compito di trasmettere modelli di umanità: se si pensa che la mascolinità e la femminilità oggi hanno forme meno rigide rispetto al passato, il tentativo della destra italiana appare anacronistico ma confortevole.Alla complessità del mondo offre risposte semplicistiche, in questo come in molti altri casi: promette non solo sicurezza fisica, ma sicurezza psicologica.

Mentre il panorama contemporaneo delle identità di genere appare sempre meno disciplinabile, gli stereotipi continuano a offrire una prospettiva tranquillizzante, nella loro immutata funzione di riduttori della complessità e disciplinatori dell’incertezza.




La strada delle discriminazioni è lastricata di buone intenzioni

La forza intrinseca delle costruzioni della diseguaglianza risiede nella sostanziale invisibilità delle strutture che le compongono, interiorizzate a livello sia individuale sia collettivo quali costituenti inevitabili dell’ordine “naturale” delle cose.

Le regole di genere presentano l’estrema semplicità del binarismo, una diffusione capillare in ogni aspetto della realtà, un alto consenso nel mondo adulto.

 

T-shirt per neonati: intelligente come papà; oppure (orribilmente) sciupafemmine. Per neonate: bella come la mamma.

Pubblicità:lei penserà a farsi bella, lui a fare goal …

La società trasforma la sessualità biologica in una costruzione culturale preoccupandosi di differenziare accuratamente – attraverso riti, costumi, accesso ai luoghi, abitudini, abbigliamento, ecc. – il modello maschile dal femminile.

Si comincia prestissimo, perché la socializzazione più facilmente garantisca i propri esiti.La costruzione sociale del genere è resa facile da due dati di fatto: la malleabilità delle pulsioni umane e il lungo periodo di dipendenza dei bambini.

Il sociologo Anthony Giddens ha analizzato le parole utilizzate per definire i/le neonati/eda parte del personale del reparto maternità: robusti, belli, forti versusgraziose, fragili, deliziose. Dalle diverse aspettative derivano anche diversi stili di relazione da parte dei genitori, che tendono a coinvolgere figli e figlie nelle attività in modo differente già nel primo anno di vita, e a socializzarli in modo divergente alle emozioni.

Si costruisce così un vezzoso mondo color rosa confetto per lei, che deve piacere (cuoricini e trucchi e lustrini) o accudire (bambola, minicucina e miniaspirapolvere); il contraltare è un rude mondo blu/azzurro per lui (gara, avventura, guerra).

Secondo i risultati di una ricerca svolta tra il 2014 e il 2015 sui cataloghi online di Mattel e Hasbro, moda, bambola, vestito, dolce, amicizia, magia, fata, amore, mamma, principessa, bellissima, facile, semplice, cucciolo, adorabile, sogno, cura sono i termini più ricorrenti nelle pubblicità e sui siti di giocattoli nelle sezioni dedicate alle bambine.Azione, battaglia, combattimento, veicolo, nemico, mostro, macchina, potenza, forza, eroe, avventura, gara, vincere, arma sono invece i termini che descrivono l’offerta dei giocattoli al maschile.

La pubblicità di abbigliamento per l’infanzia non si limita poi a vendere uno stile estetico: suggerisce un modello identitario e un modo di stare nel mondo. Se il corpo è per i maschi uno strumento per fare, e le attività rappresentate forniscono soddisfazione in sé e per sé, nel modello del femminile il corpo è strumento per apparire o per ottenere amore; la gratificazione che se ne può ricavare presuppone uno sguardo esterno.

Queste norme, una volta interiorizzate, influenzano il modo di guardare e vivere se stessi/e, così come influenzano la relazione che si instaura tra mente, corpo e ambiente di vita.

Foto 3. Una vetrina di giocattoli

I bambini e le bambine assorbono questa lezione onnipresente, che segna il loro immaginario e sarà difficile da sradicare. Imparano, senza bisogno di indottrinamento esplicito, che tra i generi corre una linea di separazione netta, irriducibile; che ci sono due mondi, uno soft e uno hard. Ginnastica artistica contro arti marziali, romanzi d’amore contro romanzi d’avventura, acquaio contro scrivania.

Maschi che giocano con le bambole e femmine che giocano al calcio: preoccupante? Per molti genitori sì. Alcuni minacciano addirittura di ritirare i pargoli dall’asilo, per paura della contaminazione.

Il meglio che ci possa accadere in quanto esseri umani è invece fare scelte che siano frutto dei nostri desideri e non di condizionamenti, pregiudizi e gabbie predefinite, immissioni forzate negli schemi: questo dovremmo volere, questo dovrebbe insegnare la scuola.

I ruoli rigidamente definiti fin dalla prima infanzia sono invece gabbie invisibili in cui richiudiamo figli e figlie, che faranno fatica ad uscirne.

Lo facciamo con amore, naturalmente, l’amore assolve tutto: come se non fosse possibile amare male.

 

 

 

 

 

 

 




Non sarà mica femminista?

Cento anni di lotte delle donne hanno generato tanti cambiamenti nelle leggi e nella realtà, ma la cultura patriarcale continua a fare i suoi danni: ce ne accorgiamo davanti a ogni statistica, lo denunciamo a ogni femminicidio.

è per questo, perché ci si aspettavano mutamenti più profondi e più radicali, che troviamo ripetuto così spesso il ritornello “le femministe hanno perso”?

Pare di no, se si rileggono i giornali di quarant’anni fa. Per caso ieri ho ripreso in mano la collezione de L’Espresso: andiamo da titoli 1978 come “La donna ci ripensa”, a “La caduta del femminismo”, a “I collettivi sono in crisi”. Non è e non era un giornale reazionario, e tutt’altro che maschiliste erano le firme di quegli articoli. Ma davano l’impressione di una morte annunciata, di un esito inevitabile. “Afasia del movimento femminista”, 1979; “Le piazze della discordia”, ancora 1979.

Altri necrologi preannunciati dal Corriere della Sera dalla Repubblica.

Sembra di leggere pezzi di oggi.

Oppure è proprio per la paura di quei cambiamenti, che tornano inesorabili sia – dal lato riflessivo – le diagnosi di sconfitte storiche, sia – da altri lati più beceri – gli stereotipi?

Le giovani donne, le millenials, per lo più non vogliono definirsi femministe. Anche se nel quotidiano i loro atti sono femministi, anche se manifestano grande interesse per i nostri temi, rifiutano la parola come se fosse offensiva o anacronistica (Non sarà mica femminista? quante volte me lo domandano quando tengo una lezione).

Nipoti di nonne nate in un Paese arcaico e bigotto, che lottarono perché la condizione fortuita di nascere maschio o femmina non determinasse un destino di diritti disuguali, non hanno dimestichezza nei confronti del femminismo; spesso non hanno neanche conoscenza della sua storia.

Ovunque vadano trovano chi dice che le femministe sono vecchie, brutte, sciatte, pelose, frustrate, acide, lagnose, isteriche, frigide, lesbiche represse; che sono sempre incazzate, che non capiscono l’ironia, che hanno preso troppo potere, che sono castranti … quando una donna non condivide un punto di vista, quando ha qualcosa da obiettare, quando protesta, quando manifesta il suo dissenso, lo fa solo perché non ha un uomo.

Insulto grave per una donna che abbia qualcosa da dire sulla sua condizione, sul mondo che la circonda, sui suoi desideri e sulle sue aspettative, è sembri una femminista; per evitare la lettera scarlatta, sono tante quelle che si affrettano a ribadire che io non sono femminista, però …

In gergo tecnico si chiama argomento fantoccio la fallacia che consiste nell’attaccare una posizione scomoda presentandone una visione distorta e quindi più facilmente demolibile.

Da sempre il potere – quando non ricorre all’ostracismo, quando non arriva alla violenza – mistifica e tenta di screditare quel che lo mette in discussione. Proprio perché interroga la società nei suoi fondamenti arcaici, il femminismo è stato ed è percepito come un pericolo sociale, da reprimere e da controllare anche attraverso lo scherno.

Ce ne siamo fatte una ragione.

 

 




Laura Broglio: la camionista che ha sfidato i pregiudizi per inseguire i propri sogni

8 marzo 2018. Finito di cenare spulcio le notizie delle ultime ore. È stata una giornata piena di iniziative, cortei e manifestazioni: attività diverse ma tutte caratterizzate dal desiderio di parlare delle donne di ieri e di oggi, di quelle che hanno fatto la storia e di quelle che la storia vogliono ancora costruirla, nell’ottica delle pari opportunità e dei pari diritti. Un trafiletto cattura la mia attenzione.

Laura Broglio, una giovane donna di Rovigo, riceve il “Sabo rosa”, premio che ogni anno il Roberto Nuti Group consegna a una donna che lavora nella filiera dei trasporti pesanti.

Elisabetta Nuti conferisce il premio a Laura dando la seguente motivazione: “Quest’anno la giuria ha deciso di assegnare il Sabo Rosa a Laura Broglio per sottolineare il valore della passione che, nella giovane autista, diventa coraggio di prendere in mano la propria vita e di dare concretezza ai propri sogni”.

La storia di questa donna mi stuzzica, sembra davvero interessante e, per questo motivo, decido di contattarla e di conoscerla meglio. La risposta di Laura non tarda ad arrivare, e dopo qualche giorno mi ritrovo a chiacchierare con una ragazza che parla con un piglio deciso e, allo stesso tempo, gentile.

Laura, un commento a caldo relativo al premio che hai appena ricevuto. Te lo aspettavi? È stato emozionante riceverlo?

Sinceramente non me lo aspettavo perché conoscevo le altre due ragazze che erano in finale con me e pensavo che vincesse la più giovane, anche perché quest’anno la sua storia ha fatto notizia. La mia vittoria è stata completamente inaspettata e l’emozione è stata tanta. Quando ho iniziato a praticare questo lavoro, ho visto diverse donne vincere questo premio, donne che ho poi conosciuto e che, per me, erano diventate un punto di riferimento. Trovarmi quindi nella loro posizione è stata davvero una grande emozione.

– Il “Sabo rosa” viene consegnato a una donna che lavora nella filiera dei trasporti pesanti, tu esattamente di cosa ti occupi?

Io faccio l’autista di mezzi pesanti, al momento sto guidando una motrice, ma ho anche la patente per guidare il cosiddetto bilico, che è l’autoarticolato, e tutti i mezzi con rimorchio.

– La tua passione è nata quando eri piccola? Tu eri una di quelle bambine che praticava quei giochi che vengono definiti “da maschi”, oppure no?

(Ride) No, io giocavo con le bambole e sognavo di fare la ballerina, come tutte le bambine. Poi, crescendo, gli interessi sono cambiati. Ho iniziato a interessarmi alle moto, i camion erano ancora lontani dalla mia vita. Non sono nemmeno figlia d’arte, perché i miei sono i classici genitori da “giacca e cravatta”, laureati e con vite professionali di successo. Un giorno, per caso, sono andata a un raduno con degli amici, sono salita su un camion per fare delle foto di rito e mi sono innamorata. È stato un colpo di fulmine!

– Quando sei andata a questo raduno, cosa facevi nella vita? Studiavi, lavoravi?

Stavo studiando Lettere, avevo ventitré anni, e volevo diventare un’insegnante. Inoltre, all’epoca, insegnavo danza hip-hop per avere un po’ di autonomia di tipo economico. Ho abbandonato tutto e, senza dir niente ai miei genitori, con i soldi della rata universitaria ho coperto i costi per il conseguimento delle patenti. Quando l’hanno scoperto avrebbero voluto uccidermi (ride).

– Gli amici e i parenti cos’hanno pensato quando sei entrata in possesso di questo tipo di patenti?

Gli amici se lo aspettavano, io sono stata sempre “quella strana”, dalle trovate originali. La mia famiglia, invece, c’è rimasta male. Ricordo ancora le loro espressioni, non erano contenti, anche perché coltivavano dei cliché che resistono ancora oggi. Non essendo tante le ragazze che lavorano in questo settore, era da mettere in conto. Però, se i genitori vedono che sei è felice, che stai bene, ti lasciano fare la vita che vuoi fare. Adesso rimangono sempre un po’ perplessi, ma ormai “c’hanno fatto il callo”!

– Di solito l’immagine legata alla parola camionista è quella di un uomo, in particolar modo un uomo rude, alto e muscoloso. Secondo questa logica, anche le camioniste dovrebbero presentare le medesime caratteristiche. Io non ti ho mai vista, quindi mi chiedo: si tratta di uno stereotipo o questa descrizione è aderente alla realtà?

Io sono alta 1,55 metri e sono magrina, perso 50 kg. Ho i capelli lunghi e le unghie curate. Per carità, non sono da lustrini, ma non ho un aspetto “da camionista”, come si suol dire. Inoltre, sono sempre molto gentile, anche sul posto di lavoro, e questo, secondo me, fa uno stano effetto perché si pensa che bisogna essere rudi per fare la camionista. Infine ho un tatuaggio sulla spalla, forse questo può aiutare lo stereotipo? (ride).

– Com’è lavorare in un modo prettamente maschile?

Bisogna imparare a convivere con gli uomini, anche a mandarli a quel paese quando è il caso, perché comunque le battute arrivano sempre, è inevitabile. L’importante è non pensare di essere trattate subito come “loro”. Ti trattano sempre con un occhio di riguardo perché, secondo me, è come se, praticando questo lavoro, gli portassi via una parte della loro virilità. Poi, dopo averti conosciuta, dopo aver capito che fai questo lavoro perché ti piace davvero, le tensioni si appianano e anzi ti aiutano di più rispetto ad altri colleghi. La parte difficile è l’inizio, quando ci si deve adeguare l’un l’altro. Io, comunque, devo dire di essere stata fortunata perché non ho mai vissuto eventi spiacevoli.

– Conciliare lavoro e famiglia pensi sia possibile nel tuo caso?

Ho un ragazzo che fa il camionista, perché la gente che puoi incontrare e il tempo che puoi dedicare loro sono legati agli orari che hai. Sicuramente mi piacerebbe mettere su famiglia ma, a livello di normativa nazionale, non so come sia gestita la maternità in relazione al lavoro che esercito. Penso che sicuramente una madre dovrebbe avere un lavoro più gestibile, perché io lavoro 12 ore al giorno e non sarebbe semplice crescere un figlio. Spero sia fattibile, o magari sarò la prima ad aprire un’associazione di donne autiste.

– Coltivi qualche passione?

Mi definisco una persona molto creativa. Tempo fa andavo in moto e mi divertivo a ballare. Adesso tutte queste cose le ho dovute archiviare perché il mio lavoro mi porta via tanto tempo. Attualmente, dovendo conciliare le mie passioni al poco tempo libero che mi rimane, sfogo la mia creatività scrivendo. In particolare raccolgo le storie che vedo in giro. Altri personaggi un po’ strani, invece, me li invento, sempre prendendo spunto da chi incrocio.

– Ti andrebbe di dire qualcosa a tutte quelle ragazze che hanno voglia di intraprendere la tua strada, o un percorso simile, ma hanno paura dei pregiudizi?

Seguite la vostra strada. È giusto far vedere al mondo che gli stereotipi non servono a nulla, sono inutili e limitativi. Siamo persone diverse, che non devono essere etichettate. Questo concetto è valido per le donne, ma anche per gli uomini che hanno interessi “più femminili”. Bisogna tirar fuori il coraggio perché, nascondendosi, il risultato sarà quello di condurre una vita infelice. Ripeto, ci vuole coraggio per cambiare il mondo!

Il mio intuito non si sbagliava, questa storia andava raccontata! Grazie Lady V (lady Volvo)!