Non sarà mica femminista?

Cento anni di lotte delle donne hanno generato tanti cambiamenti nelle leggi e nella realtà, ma la cultura patriarcale continua a fare i suoi danni: ce ne accorgiamo davanti a ogni statistica, lo denunciamo a ogni femminicidio.

è per questo, perché ci si aspettavano mutamenti più profondi e più radicali, che troviamo ripetuto così spesso il ritornello “le femministe hanno perso”?

Pare di no, se si rileggono i giornali di quarant’anni fa. Per caso ieri ho ripreso in mano la collezione de L’Espresso: andiamo da titoli 1978 come “La donna ci ripensa”, a “La caduta del femminismo”, a “I collettivi sono in crisi”. Non è e non era un giornale reazionario, e tutt’altro che maschiliste erano le firme di quegli articoli. Ma davano l’impressione di una morte annunciata, di un esito inevitabile. “Afasia del movimento femminista”, 1979; “Le piazze della discordia”, ancora 1979.

Altri necrologi preannunciati dal Corriere della Sera dalla Repubblica.

Sembra di leggere pezzi di oggi.

Oppure è proprio per la paura di quei cambiamenti, che tornano inesorabili sia – dal lato riflessivo – le diagnosi di sconfitte storiche, sia – da altri lati più beceri – gli stereotipi?

Le giovani donne, le millenials, per lo più non vogliono definirsi femministe. Anche se nel quotidiano i loro atti sono femministi, anche se manifestano grande interesse per i nostri temi, rifiutano la parola come se fosse offensiva o anacronistica (Non sarà mica femminista? quante volte me lo domandano quando tengo una lezione).

Nipoti di nonne nate in un Paese arcaico e bigotto, che lottarono perché la condizione fortuita di nascere maschio o femmina non determinasse un destino di diritti disuguali, non hanno dimestichezza nei confronti del femminismo; spesso non hanno neanche conoscenza della sua storia.

Ovunque vadano trovano chi dice che le femministe sono vecchie, brutte, sciatte, pelose, frustrate, acide, lagnose, isteriche, frigide, lesbiche represse; che sono sempre incazzate, che non capiscono l’ironia, che hanno preso troppo potere, che sono castranti … quando una donna non condivide un punto di vista, quando ha qualcosa da obiettare, quando protesta, quando manifesta il suo dissenso, lo fa solo perché non ha un uomo.

Insulto grave per una donna che abbia qualcosa da dire sulla sua condizione, sul mondo che la circonda, sui suoi desideri e sulle sue aspettative, è sembri una femminista; per evitare la lettera scarlatta, sono tante quelle che si affrettano a ribadire che io non sono femminista, però …

In gergo tecnico si chiama argomento fantoccio la fallacia che consiste nell’attaccare una posizione scomoda presentandone una visione distorta e quindi più facilmente demolibile.

Da sempre il potere – quando non ricorre all’ostracismo, quando non arriva alla violenza – mistifica e tenta di screditare quel che lo mette in discussione. Proprio perché interroga la società nei suoi fondamenti arcaici, il femminismo è stato ed è percepito come un pericolo sociale, da reprimere e da controllare anche attraverso lo scherno.

Ce ne siamo fatte una ragione.

 

 




Laura Broglio: la camionista che ha sfidato i pregiudizi per inseguire i propri sogni

8 marzo 2018. Finito di cenare spulcio le notizie delle ultime ore. È stata una giornata piena di iniziative, cortei e manifestazioni: attività diverse ma tutte caratterizzate dal desiderio di parlare delle donne di ieri e di oggi, di quelle che hanno fatto la storia e di quelle che la storia vogliono ancora costruirla, nell’ottica delle pari opportunità e dei pari diritti. Un trafiletto cattura la mia attenzione.

Laura Broglio, una giovane donna di Rovigo, riceve il “Sabo rosa”, premio che ogni anno il Roberto Nuti Group consegna a una donna che lavora nella filiera dei trasporti pesanti.

Elisabetta Nuti conferisce il premio a Laura dando la seguente motivazione: “Quest’anno la giuria ha deciso di assegnare il Sabo Rosa a Laura Broglio per sottolineare il valore della passione che, nella giovane autista, diventa coraggio di prendere in mano la propria vita e di dare concretezza ai propri sogni”.

La storia di questa donna mi stuzzica, sembra davvero interessante e, per questo motivo, decido di contattarla e di conoscerla meglio. La risposta di Laura non tarda ad arrivare, e dopo qualche giorno mi ritrovo a chiacchierare con una ragazza che parla con un piglio deciso e, allo stesso tempo, gentile.

Laura, un commento a caldo relativo al premio che hai appena ricevuto. Te lo aspettavi? È stato emozionante riceverlo?

Sinceramente non me lo aspettavo perché conoscevo le altre due ragazze che erano in finale con me e pensavo che vincesse la più giovane, anche perché quest’anno la sua storia ha fatto notizia. La mia vittoria è stata completamente inaspettata e l’emozione è stata tanta. Quando ho iniziato a praticare questo lavoro, ho visto diverse donne vincere questo premio, donne che ho poi conosciuto e che, per me, erano diventate un punto di riferimento. Trovarmi quindi nella loro posizione è stata davvero una grande emozione.

– Il “Sabo rosa” viene consegnato a una donna che lavora nella filiera dei trasporti pesanti, tu esattamente di cosa ti occupi?

Io faccio l’autista di mezzi pesanti, al momento sto guidando una motrice, ma ho anche la patente per guidare il cosiddetto bilico, che è l’autoarticolato, e tutti i mezzi con rimorchio.

– La tua passione è nata quando eri piccola? Tu eri una di quelle bambine che praticava quei giochi che vengono definiti “da maschi”, oppure no?

(Ride) No, io giocavo con le bambole e sognavo di fare la ballerina, come tutte le bambine. Poi, crescendo, gli interessi sono cambiati. Ho iniziato a interessarmi alle moto, i camion erano ancora lontani dalla mia vita. Non sono nemmeno figlia d’arte, perché i miei sono i classici genitori da “giacca e cravatta”, laureati e con vite professionali di successo. Un giorno, per caso, sono andata a un raduno con degli amici, sono salita su un camion per fare delle foto di rito e mi sono innamorata. È stato un colpo di fulmine!

– Quando sei andata a questo raduno, cosa facevi nella vita? Studiavi, lavoravi?

Stavo studiando Lettere, avevo ventitré anni, e volevo diventare un’insegnante. Inoltre, all’epoca, insegnavo danza hip-hop per avere un po’ di autonomia di tipo economico. Ho abbandonato tutto e, senza dir niente ai miei genitori, con i soldi della rata universitaria ho coperto i costi per il conseguimento delle patenti. Quando l’hanno scoperto avrebbero voluto uccidermi (ride).

– Gli amici e i parenti cos’hanno pensato quando sei entrata in possesso di questo tipo di patenti?

Gli amici se lo aspettavano, io sono stata sempre “quella strana”, dalle trovate originali. La mia famiglia, invece, c’è rimasta male. Ricordo ancora le loro espressioni, non erano contenti, anche perché coltivavano dei cliché che resistono ancora oggi. Non essendo tante le ragazze che lavorano in questo settore, era da mettere in conto. Però, se i genitori vedono che sei è felice, che stai bene, ti lasciano fare la vita che vuoi fare. Adesso rimangono sempre un po’ perplessi, ma ormai “c’hanno fatto il callo”!

– Di solito l’immagine legata alla parola camionista è quella di un uomo, in particolar modo un uomo rude, alto e muscoloso. Secondo questa logica, anche le camioniste dovrebbero presentare le medesime caratteristiche. Io non ti ho mai vista, quindi mi chiedo: si tratta di uno stereotipo o questa descrizione è aderente alla realtà?

Io sono alta 1,55 metri e sono magrina, perso 50 kg. Ho i capelli lunghi e le unghie curate. Per carità, non sono da lustrini, ma non ho un aspetto “da camionista”, come si suol dire. Inoltre, sono sempre molto gentile, anche sul posto di lavoro, e questo, secondo me, fa uno stano effetto perché si pensa che bisogna essere rudi per fare la camionista. Infine ho un tatuaggio sulla spalla, forse questo può aiutare lo stereotipo? (ride).

– Com’è lavorare in un modo prettamente maschile?

Bisogna imparare a convivere con gli uomini, anche a mandarli a quel paese quando è il caso, perché comunque le battute arrivano sempre, è inevitabile. L’importante è non pensare di essere trattate subito come “loro”. Ti trattano sempre con un occhio di riguardo perché, secondo me, è come se, praticando questo lavoro, gli portassi via una parte della loro virilità. Poi, dopo averti conosciuta, dopo aver capito che fai questo lavoro perché ti piace davvero, le tensioni si appianano e anzi ti aiutano di più rispetto ad altri colleghi. La parte difficile è l’inizio, quando ci si deve adeguare l’un l’altro. Io, comunque, devo dire di essere stata fortunata perché non ho mai vissuto eventi spiacevoli.

– Conciliare lavoro e famiglia pensi sia possibile nel tuo caso?

Ho un ragazzo che fa il camionista, perché la gente che puoi incontrare e il tempo che puoi dedicare loro sono legati agli orari che hai. Sicuramente mi piacerebbe mettere su famiglia ma, a livello di normativa nazionale, non so come sia gestita la maternità in relazione al lavoro che esercito. Penso che sicuramente una madre dovrebbe avere un lavoro più gestibile, perché io lavoro 12 ore al giorno e non sarebbe semplice crescere un figlio. Spero sia fattibile, o magari sarò la prima ad aprire un’associazione di donne autiste.

– Coltivi qualche passione?

Mi definisco una persona molto creativa. Tempo fa andavo in moto e mi divertivo a ballare. Adesso tutte queste cose le ho dovute archiviare perché il mio lavoro mi porta via tanto tempo. Attualmente, dovendo conciliare le mie passioni al poco tempo libero che mi rimane, sfogo la mia creatività scrivendo. In particolare raccolgo le storie che vedo in giro. Altri personaggi un po’ strani, invece, me li invento, sempre prendendo spunto da chi incrocio.

– Ti andrebbe di dire qualcosa a tutte quelle ragazze che hanno voglia di intraprendere la tua strada, o un percorso simile, ma hanno paura dei pregiudizi?

Seguite la vostra strada. È giusto far vedere al mondo che gli stereotipi non servono a nulla, sono inutili e limitativi. Siamo persone diverse, che non devono essere etichettate. Questo concetto è valido per le donne, ma anche per gli uomini che hanno interessi “più femminili”. Bisogna tirar fuori il coraggio perché, nascondendosi, il risultato sarà quello di condurre una vita infelice. Ripeto, ci vuole coraggio per cambiare il mondo!

Il mio intuito non si sbagliava, questa storia andava raccontata! Grazie Lady V (lady Volvo)!




Parità di genere e integrazione. Il ruolo del ricongiungimento familiare

Il ricongiungimento familiare, che negli ultimi anni costituisce la principale modalità d’ingresso nel nostro Paese, è un istituto pensato già a partire dalla legge n. 943/86 al fine di stabilizzare i flussi migratori. Ricongiungimento che assume però dinamiche e caratteristiche a volte inaspettate dallo stesso legislatore e quindi, pur contribuendo a stabilizzare i flussi, in alcuni casi può disarticolare la forma familiare precedentemente costruita.

La migrazione in coppia non è priva di cambiamenti, di tensioni, di ripercussioni sulle dinamiche relazionali, in quanto i coniugi sono chiamati ad assumere nuovi stili di vita, nuovi comportamenti, nuovi ruoli, comprese nuove modalità di socializzazione dei figli, nuovi rapporti con il Paese di approdo. La migrazione può accentuare la solidarietà di coppia così come può ridurla: la famiglia migrante si colloca in un sistema sociale in cui i ruoli e le relazioni non sono più quelli della tradizione ma si sono modificati o sono in fase di modificazione con il conseguente rischio di un processo di marginalizzazione e di conflitti a livello di coppia o intergenerazionale. Facendo parte di quell’oscillazione tra la società di accoglienza e quella di origine, il nucleo familiare diventa “di transizione”: la famiglia rischia di perdere le proprie radici, oppure, in un processo di acculturazione forzata potrebbe reciderle di netto. Al contrario, può capitare che non si adegui al nuovo contesto sociale, con le regole della società di arrivo.

Il ricongiungimento familiare della donna, può rappresentare una forma di emancipazione, in quanto la migrazione può aumentare il potere decisionale della stessa. Per molte costituisce un modo per affrancarsi e prendere le distanze da tradizioni non più accettabili. Il ricongiungimento è altresì desiderato perché rappresenta la possibilità di mettere in cantiere progetti che nel Paese di origine non sarebbero possibili. Infine, le donne possono essere chiamate a risolvere i problemi posti dall’articolazione della famiglia nel nuovo contesto: rapporti con il vicinato e altre culture, inserimento dei figli nella scuola, sollecitazioni dalle diverse strutture e istituzioni amministrative, sociali e sanitarie. La donna gioca un ruolo centrale anche per il recupero delle tradizioni del luogo d’origine ma soprattutto nell’aggiustamento delle posizioni di gestione della famiglia, quindi assunzione di nuovi ruoli, di nuove aspettative, anche perché il controllo sociale della famiglia d’origine si affievolisce a causa della distanza e perché ci si confronta con il Paese di accoglienza. La donna che si fa carico della cura dei figli ed è garante del suo patrimonio identitario–culturale, ma anche la donna che ha affrontato il processo migratorio da sola e si trova facilmente in una situazione di marginalizzazione, deve poter usufruire di un supporto da parte delle istituzioni. Così come la donna che ha vissuto separata dal compagno per molto tempo e si ritrova in difficoltà a ricongiungersi.
Discorso a parte quando il ricongiungimento fallisce o la donna si trova in condizioni di separazione o diventa vittima di episodi di maltrattamenti da parte del compagno. Ciò determina un problema opposto: la separazione dal ricongiungimento. Questa procedura in casi del genere dovrebbe essere automaticamente slegata dal legame familiare e diventare individuale. Ostacoli procedurali ed estrema burocratizzazione fanno sì che alcuni legami rimangano tali anche quando i fatti li smentiscono: le mogli vengono a trovarsi in situazioni di rischio perché prive di protezione.
Una questione relativamente recente è quella creata dal cosiddetto “ricongiungimento strumentale”, che pone le donne in una condizione di grande incertezza: le future spose contrattano il matrimonio con un partner anche sconosciuto al solo fine di mettersi nelle condizioni di migrare legalmente. Questa è la sola esigenza e giustifica la fragilità e i malintesi che ne derivano, con conseguenze di una sicura frattura. La programmazione dei flussi, la chiusura delle frontiere potenziano questo fenomeno che è legato esclusivamente alla possibilità di ingresso regolare.

Va ricordato inoltre che il ricongiungimento sancisce “il diritto a mantenere o a riacquistare l’unità familiare nei confronti dei familiari stranieri”, e, oltre che alla stabilizzazione dei flussi migratori, costituisce una svolta nel percorso delle famiglie stesse, che possono riscoprire al loro interno nuove risorse. Si assiste alla trasformazione dall’essere famiglia magrebina, cinese, peruviana in Italia alla famiglia magrebina, cinese, peruviana d’Italia in quanto la permanenza diventa stabile. Per consentire che questo avvenga devono instaurarsi nuovi rapporti con le istituzioni, canali di mediazione che offrano con più snellezza dialogo e accoglienza anche da un punto di vista psicologico oltre che linguistico e culturale.
Aumentare il potere decisionale delle donne ampliando le opportunità culturali contribuisce senz’altro alla diminuzione delle difficoltà psicologiche-relazionali, sia delle madri sia dei figli, nel contesto della società di accoglienza e per far ciò una conoscenza del diritto di famiglia effettuato nella realtà scolastica, quale può essere quella dei figli può essere di aiuto. Questo consentirebbe prima di tutto di superare le difficoltà linguistiche e di comprendere il nuovo contesto, individuando riferimenti, facilitando le condizioni di integrazione e contribuendo a diminuire le difficoltà di inserimento nel mondo scolastico di ragazze e ragazzi immigrati. Finora la carenza informativa e i servizi alle persone e del territorio non sono riusciti ad attrezzarsi per offrire le risorse adeguate alle persone propense a un inserimento stabile in Italia.

Una delle soluzioni potrebbe consistere nello svincolare il permesso di soggiorno dal ricongiungimento al marito o compagno in caso di separazione, divorzio, maltrattamenti in quanto lo status di residente non può dipendere da quello del coniuge o partner. In caso di divorzio o scioglimento della relazione, le donne devono acquisire un titolo autonomo di soggiorno, come previsto dall’articolo 59 della convenzione di Istanbul del 11-5-2011, ratificata dall’Italia con la legge del 27-6-2013 n 77, che trova però nel lasso di tempo trascorso dall’accertamento della problematica familiare al rilascio del nuovo permesso una norma di difficile attuazione.
Inoltre si dovrebbe proporre alle migranti una conoscenza del diritto di famiglia affinché si stabilisca una consapevolezza del ruolo di cittadine che costituisce la base per una migliore integrazione. Uno sforzo nel settore dell’istruzione diventa cruciale per preparare le donne immigrate e soprattutto le nuove generazioni a una partecipazione più effettiva nella società che le accoglie.

 

 




Sesso debole, sesso forte, gentil sesso

Per analizzare gli stereotipi sessisti un buon punto d’inizio possono essere le definizioni.

Sesso debole, sesso forte

“Mezzacartuccia”, “mezzasega”, “pappamolla”: così fin dall’infanzia i maschi trattano chi non appare forte abbastanza. Muscoli muscoli muscoli, questa è la virilità. Io Tarzan tu Jane. Dalla notte dei tempi si inculca in loro, fin dall’infanzia, il timore di essere considerati deboli. Femminucce, insomma.

Nelle società antiche (là dove tutto è nato) il lavoro e perfino la sopravvivenza richiedevano la forza muscolare; oggi è sempre meno decisiva, non serve a procacciare cibo, non serve a lavorare, non serve nemmeno a fare la guerra, ma che importa?

‘Forte’ significa ‘vincente’, in una società competitiva in cui la vita è vista come piramide: una metafora che mostra che è indispensabile conoscere la propria posizione e sapere chi ti sta sopra e chi ti sta sotto (sotto-messo).

Si parte da una minorità esistenziale fin dagli archetipi. La fragile fanciulla tremebonda è in pericolo, o dorme, o è perseguitata o sfruttata, comunque sfigatissima: il principe azzurro arriva sul cavallo bianco, brandisce la spada e la salva.

Eppure lei parla prima, socializza prima. Gli uomini vivono meno delle donne (nel mondo ci sono in questo momento quarantatré persone che hanno superato i 110 anni e di queste quarantadue sono donne), si liberano più lentamente di ogni malanno, se ne lagnano di più, hanno minor resistenza al dolore e maggior tendenza al suicidio; reggono male i cambiamenti e malissimo gli abbandoni. La salute cardiocircolatoria delle donne è generalmente migliore di quella degli uomini ed esse resistono meglio all’attacco di virus e batteri.

I laureati sono per il 60% donne e per il 40% uomini, le ragazze hanno voti migliori, fanno più stage e master, conquistano più borse di studio. È nel prosieguo che cominciano i guai.

Geneticamente, il sesso forte è quello femminile. La differenziazione della coppia cromosomica XY è successiva alla dotazione di base XX.

E se forza significasse invece resilienza (rialzarsi dopo le batoste, più forti di prima)?

 

Gentil sesso

Esiste una pressione sociale che spinge le donne a manifestare sì, le emozioni, ma non quelle negative; a sorridere anche quando soffrono (se non sei disposta a soffrire vali di meno). Si insegna che in un rapporto è norma che siano le donne ad accettare un compromesso, a sorvolare, a perdonare, a capire, a sopportare.

Gentile’ si riferisce soprattutto a quello che una “vera” donna NON fa. Un lungo elenco di negazioni e di limitazioni. Non si arrabbia, non litiga, non insulta, non si ribella … Il riposo del guerriero.

L’apprezzamento così largamente condiviso di un’immagine mansueta, rassicurante e innocua del femminile maschera il terrore di soggettività indocili. Molte narrazioni delle crudeltà mitologiche (Erinni, Parche, Furie, Gorgoni, Menadi, Medusa) partono dalla sensazione inquietante che dentro ogni donna si nasconda una minaccia alle regole e alla sicurezza collettiva.

La sua sottomissione è il prodotto di una normalizzazione, è finalizzata a metterne in sicurezza l’indole imprevedibile, a dominare il timore e il fascino di una potenza nascosta e destabilizzante.

Le due rappresentazioni opposte delle donne – soggetti deboli deprivati di facoltà raziocinanti/ soggetti infidi, misteriosi, pericolosi e potenti – convergono nel rinvio a un necessario intervento della collettività. Per proteggerle o per reprimerle. Mai per farle libere. Mai per rispettarne l’autodeterminazione.




In Polonia il femminismo parte dai corpi delle donne

A partire dall’ottobre 2016, quando il governo polacco ha cercato di far passare una legge antiaborto poi respinta, il movimento femminista nazionale ha ripreso vigore ed è tornato a lottare per difendere l’autodeterminazione delle donne.

È difficile trovare informazioni attendibili e complete su quello che è oggi il femminismo polacco, che sta rivivendo proprio negli ultimi due anni un’imponente rinascita. Forse qualcuno dirà che è sbagliato parlare di “movimento femminista nazionale”. Ma c’è un dato di fatto: nell’ottobre 2016 tutti i giornali occidentali hanno riportato foto e testimonianze della Czarny Protest (“Proteste Nere”) organizzata dallo “Sciopero delle donne polacche”, raccontando di migliaia di donne che hanno manifestato per il diritto all’aborto, vestendosi di nero e affluendo nelle piazze e nelle strade.

FOTO 1. Czarny Protest

Cos’era successo? Il partito di maggioranza PiS (Diritto e Giustizia) aveva proposto una vera e propria legge antiaborto (che penalizzava ancor di più chi lo pratica e che riduceva le possibilità effettive di abortire), in un paese in cui questo diritto è già di per sé molto limitato.

Il disegno di legge allora proposto dal PiS è stato respinto, ma gli attacchi al corpo delle donne non si sono fermati. Al momento, infatti, un nuovo disegno di legge che limita il diritto di aborto è in discussione in Parlamento. Questa volta si vuole eliminare la clausola che permette alle donne di abortire in caso di malformazioni del feto.

Proprio per questo neanche le donne polacche si sono fermate e le “Proteste Nere”, lungi dall’essere una fiammata momentanea, hanno continuato a farsi sentire. Lo scorso gennaio, infatti, si è avuta una nuova giornata di manifestazioni – questa volta il “Mercoledì Nero” – da Varsavia a Cracovia, seppure più contenuta in termini numerici.

Al disegno di legge in discussione al governo, le donne hanno opposto i propri corpi nei giorni della protesta ma oppongono ogni giorno il loro impegno costante nella società e anche una fitta rete di associazioni che, pur non politicizzata, opera concretamente per aiutare le donne. Proprio due di queste organizzazioni sono state colpite da perquisizioni governative a ridosso del Mercoledì Nero: Women’s Rights Center e Baba, entrambe organizzazioni che aiutano le donne vittime di violenza domestica. Per molte le perquisizioni, fatte per via di un’indagine che coinvolge il precedente Ministro della Giustizia polacco, sono un chiaro segnale.

Cosa reclamano queste femministe dell’Est Europa? Queste donne vogliono prima di tutto qualcosa che non hanno dal 1993: la possibilità di decidere del proprio corpo, scegliendo liberamente l’interruzione di gravidanza.

Dal 1993, infatti, le donne polacche possono abortire solo in tre casi: se la gravidanza nasce da uno stupro, se la vita della donna è in pericolo e se il feto presenta malformazioni. A tutto questo si aggiungono le procedure complicate che portano le donne a poter effettivamente usufruire dei servizi sanitari per l’aborto: permessi, dichiarazioni di medici, burocrazia che spesso rallenta il processo facendo superare quella 24esima settimana oltre cui non si può abortire.

Al di fuori di queste tre motivazioni, la possibilità di abortire non è contemplata dallo Stato. E così le più fortunate – quelle che ne hanno la possibilità economica – vanno ad abortire in qualche altro paese, mentre la fascia economicamente più debole si arrangia diversamente, praticando metodi rischiosi.

Una situazione, quella della Polonia, che è cambiata radicalmente dopo la caduta dell’Unione Sovietica e che però non è andata incontro a quella democrazia liberale tanto sognata. La Polonia post-sovietica si è invece trasformata in una gabbia per le donne, che, per ottenere la democrazia, hanno subito il “compromesso” con la Chiesa direttamente sui propri corpi.

Oggi queste donne vogliono l’aborto garantito dallo Stato, ma anche la fine di una cultura discriminatoria e maschilista: basta discriminazioni di genere, sia che avvengano sul posto di lavoro, in politica ma anche semplicemente in famiglia.

Vogliono una politica che tuteli le donne e il loro corpo. Vogliono una politica fatta da donne. Così aveva tentato di fare anche il “Partito delle Donne” fondato nel 2007 da Manuela Gretkowska, che ambiva a rappresentare le donne in parlamento e a sviluppare alcuni punti importanti: autodeterminazione, educazione sessuale, parità dei salari e fine del divario della retribuzione di genere. Un partito che però non ha fatto della lotta sulle strade la sua missione e che non troviamo nella rete della “Czarny Protest”.

Le donne polacche in sciopero sono anche profondamente antifasciste e fanno dell’antifascismo una, anzi, la linea guida. Contro tutti i rigurgiti fascisti che il paese sta sperimentando, partendo dalla marcia nazionalista dell’11 novembre al grido di “Polonia bianca” fino ai tentativi (falliti) del potere di portare tribunali e giudici sotto l’ala del governo.

FOTO 2. Marta Lempart

E allora, un movimento femminista nazionale polacco esiste. Ed è fatto dagli scioperi delle donne, da Marta Lempart, promotrice di questa coalizione, dalle quattro donne ferite a Varsavia e Cracovia in occasione delle proteste, dalle altre 12 aggredite e dalle quarantacinque fermate preventivamente dalla polizia in occasione delle ultime manifestazioni. È fatto dai centri antiviolenza che stentano a sopravvivere, dalle intellettuali, dai picchetti di fronte al Parlamento. È fatto da tutte le adolescenti che hanno deciso di indossare una maglietta nera quando era richiesto. E che magari, in futuro, saranno pronte a fare altro, perché hanno capito che la società non è libera quando anche una sola donna è oppressa.




Donne e pace: Bernice King a Monteleone di Puglia

“Questa parte istituzionale era importante perché siamo riusciti a portare un pezzo di Storia qui!” queste le appassionate parole del Sindaco Giovanni Campese nel salone del palazzo municipale quando sabato 11 marzo alle 10 circa Bernice Albertine King è arrivata a Monteleone di “Pughlia”, come poi avrebbe detto lei salutandoci, il comune che con molte Istituzioni scolastiche, locali e viciniori, ha avviato da ben tre anni un percorso, probabilmente unico in Italia, di educazione alla Pace e alla Nonviolenza.

Nell’attesa che Bernice King arrivasse nella tensostruttura che ospitava numerose e vivaci scolaresche, ci sono stati due importanti interventi: quello della presidente del Centro Studi Sereno Regis, Angela Dogliotti Marasso, che con incisiva brevità ha scandito le tappe fondamentali del pacifismo femminile partendo da Bertha von Suttner passando per Rosa Genoni fino a Leymah Gbowe e, appunto, Bernice King senza tralasciare naturalmente i vari movimenti e gruppi di donne che hanno fatto la storia della nonviolenza come le “Monteleonesse”, che nel 1942 lottarono contro il fascismo per il pane e la pace e da cui nasce tutto il percorso di riscoperta valorizzazione e ricerca avviato da questo piccolissimo comune montano pugliese. Di seguito l’intervento  della prof. dell’Università di Bari, Gabriella Falcicchio, che ha presentato con passione gli studi sul periodo perinatale e sulla “buona nascita”, sulle lotte nazionali e internazionali delle donne contro la violenza ostetrica, sulle dinamiche di genere, in rapporto alla formazione delle bambine e delle ragazze.

FOTO 1

Giunta l’attesissima King, il ritmo è diventato incalzante anche per la stessa presentatrice Rossella Brescia e davvero tanto commovente: studenti di tutte le età che le declamavano poesie in inglese, che cantavano “We shall overcome” e “Ebony and Ivory”, che danzavano con l’arcobaleno della bandiera della Pace; interventi calorosi come quello del prof. Rocco del Centro “Gandhi” di Pisa Altieri sulla necessità di eliminare le spese belliche a favore dell’istruzione perché l’alternativa è la nonviolenza alla non esistenza, ricordi ferventi delle battaglie di suo padre Martin Luther, ringraziamenti e riconoscimenti da parte delle rappresentanze varie di Amministrazioni, Provincia e Università ma non della Regione. Inoltre, come ricordato anche dal Ministro Plenipotenziario del CIDU (Comitato Interministeriale per i Diritti Umani), Fabrizio Petri, l’evento è stato particolarmente importante perché ricorre la celebrazione del 70° Anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, per la quale il Comitato Interministeriale per i Diritti Umani ha in programma di organizzare eventi in occasione di varie date significative delle Nazioni Unite nel corso del 2018.

FOTO 2

Confusione e concitazione, avrei saputo dopo, hanno fatto saltare un po’ la scaletta e alcuni interventi come quello di Marinetta Cannito Hiort dell’Institute of Peace (Washington DC), in primo piano nell’organizzare l’evento, lasciato frettolosamente alla fine di tutto. Ma quando ha preso la parola Bernice la forza e l’impeto delle sue parole, un po’ tradite da una emozionata traduzione, ci hanno proiettato in un futuro denso di passato: “Mia madre Coretta diceva “Donne, se l’anima della Nazione deve essere salvata voi dovete diventare la sua anima!” e poi citando il padre “Abbiamo ancora una scelta oggi: la coesistenza nonviolenta o violento co-annichilimento.” Ringraziando per il premio, ci ha invitato a continuare la lotta, così come farà lei per il resto della sua vita perché crede che l’unica via è la nonviolenza e “God bless you!”.

 

 




KENYA – Umoja, il villaggio matriarcale delle donne fuggite dalla violenza

Nel centro-nord del Kenya esiste un villaggio fatto di sole donne, Umoja. Fondato nel 1990, è interamente gestito e sostenuto dalle donne che lo abitano con i loro figli, donne fuggite da violenze e cultura maschilista.

Cosa può nascere da colonizzazione, mutilazione genitale femminile e una cultura tradizionalista che discrimina le donne? Nessuno risponderebbe “un posto felice”. E invece questo è quello che è successo in Kenya, dove questi tre fattori diversi eppure ugualmente distruttivi hanno dato vita ad Umoja, un villaggio fatto di sole donne.

Umoja si trova nel centro-nord del Kenya, nella regione Samburu, e viene definito un villaggio “matriarcale”. È stato fondato nel 1990 da Rebecca Lolosoli e da altre donne keniote per accogliere tutte coloro che decidevano di scappare dalle violenze – o dei mariti o dei soldati inglesi o semplicemente della società patriarcale dei Samburu – e vivere un’altra vita. Infatti, solo le donne – e i bambini che sono nati e cresciuti lì – possono vivere ad Umoja. Gli uomini non sono ammessi, ma se accettano le regole di questa nuova società possono trascorrere del tempo nel villaggio.

Il villaggio nasce quindi prima di tutto come rifugio dalla violenza e accoglie 15 donne in cerca di un riparo. La stessa Rebecca Lolosoli ha subito aggressioni da parte di suo marito e di altri uomini soltanto per aver parlato con le altre donne del suo villaggio dei diritti per cui devono lottare. Una delle tante violenze che, però, questa volta la manda all’ospedale ed è decisiva nel farle intraprendere una nuova strada. Così anche le altre donne che sono con lei sono state picchiate, aggredite, violentate.

Dal 1990 il villaggio cresce, ora ha quasi trent’anni di vita e conta circa 50 donne e 200 bambini. Donne, ragazze e bambine continuano a scappare e ad andare ad Umoja, dove solitamente restano per lunghi anni se non per sempre. L’ostilità degli uomini – che si dicono contrari ad un’esperienza del genere perché “le donne devono necessariamente essere controllate dagli uomini” – non ha potuto fermare la sperimentazione di questa nuova società al femminile.

Ancora molte donne arrivano oggi ad Umoja. Le mutilazioni dei genitali femminili e i matrimoni precoci, infatti, sono all’ordine del giorno nella cultura Samburu. Nel primo caso si tratta di una pratica portata avanti da anni e mai contrastata: fra i Samburu una donna che non ha subito la mutilazione non può essere presa in sposa ed è naturale praticare la MGF sulle figlie femmine. Anche i matrimoni precoci, inoltre, sono molto diffusi: circa il 23% delle ragazze in Kenya sposa prima dei 18 anni, percentuale che nelle campagne sale al 29%. Percepite come un peso dalle rispettive famiglie, vengono quasi immediatamente “date” in matrimonio e costrette ad avere figli quando sono ancora molto giovani, con tutti i danni emotivi che ciò comporta.

Tutto questo si sorregge su una cultura fortemente maschilista e patriarcale. Gli uomini Samburu, infatti, credono che le donne non possano gestirsi da sole, ma che debbano necessariamente essere guidate e controllate; che le donne senza gli uomini non sappiano provvedere alla propria sicurezza; che le donne siano in tutto e per tutto proprietà (magari silenti) degli uomini. Ciò di cui non si rendono conto gli uomini Samburu, però, è che loro stessi rappresentano il pericolo per le loro donne e che da loro stessi queste donne stanno fuggendo.

Le donne di Umoja hanno dimostrato il contrario. Non solo sono fuggite dalle violenze, in un certo senso guarendo dal male che avevano subito, ma hanno saputo anche costruire una comunità duratura in cui è possibile vivere insieme, fra donne che si autogovernano. Ogni donna è uguale all’altra, non c’è un capo politico, ma solo una portavoce (incarnato nella figura di Rebecca Lolosoli). Le decisioni vengono prese tutte assieme attorno all’ “albero della parola” e ogni donna dona il 10% di ciò che guadagna per la comunità. Vivono con poco, vendendo collane di perle e manufatti tradizionali, ma riuscendo tuttavia a mandare avanti un’intera comunità, sostenendosi a vicenda.

Nel tempo queste donne sono state anche in grado di costruire una scuola e un asilo nido, che accolgono non soltanto bambini di Umoja ma anche quelli dei villaggi vicini, e che svolgono un importante compito educativo.

Tutte le donne che vengono accolte nel villaggio imparano che le violenze subite sono frutto di una cultura, che però può essere cambiata, sradicata, proprio partendo da lì, dalla loro esperienza. Un’esperienza che parla di donne prima di tutto libere. Libere di scegliere.

Nonostante gli uomini non siano ammessi, infatti, ciò non significa che le donne del villaggio ripudino il genere maschile nella sua interezza, al contrario. Le donne di Umoja decidono di avere rapporti e intessere relazioni con gli uomini dei villaggi vicini. A volte hanno anche dei figli, che spesso poi crescono con loro nel villaggio e quindi al di fuori del matrimonio. Una condizione che in molte altre città della zona sarebbe stata inaccettabile.

Ci sono anche alcuni uomini che frequentano il villaggio e ne accettano le regole: hanno imparato che il rapporto uomo-donna deve crescere in condizioni di parità e senza violenza. Esiste quindi la possibilità del cambiamento, non solo per le donne ma anche per gli uomini. Un cambiamento molto lento, ma che parte dal basso e dal vissuto delle protagoniste di questa storia. Un cambiamento che pochi passi alla volta sta funzionando ed è positivamente contagioso.

 

 




Paolo Dalle Piane e i Magliuomini: uomini che amano lavorare a maglia

Gli stereotipi di genere sono, purtroppo, tutt’oggi presenti con forza e vigore all’interno della società italiana. A causa di questi pregiudizi, di queste gabbie sociali spesso ci si ritrova a considerare alcune attività, professioni e passioni naturalmente adatti a un determinato sesso biologico, e poco confacenti al sesso opposto. È questo il caso delle arti tessili, culturalmente reputate specificatamente femminili. Paolo Dalle Piane, boss dei Magliuomini e knitting Designer, ha dimostrato che ciò non è assolutamente vero. Nella seguente intervista Paolo racconta se stesso, la sua esperienza e la realtà dei Magliuomini, scardinando le comuni convinzioni sessiste e mostrandoci una realtà fatta di parità e uguaglianza.

Ciao Paolo, prima di parlare di te, dacci qualche informazione sui Magliuomini: chi sono e di cosa si occupano?

L’idea dei Magliuomini è nata creando un gruppo su facebook nel 2012, che avesse lo scopo di promuovere e condividere tra gli uomini la passione per la maglia e per tutte le arti tessili. L’iniziativa è stata mia e di Caterina Alinari, intenzionati inizialmente a scoprire se esistessero altri uomini, come me, che facevano la maglia o si occupavano di arti tessili in generale. Oggi siamo ormai più di 6000 e, dal 2015, siamo diventati un’associazione che organizza eventi, workshop, corsi di formazione e tanto altro ancora.

Come nasce la tua passione per la maglia?

Mia nonna era una grande appassionata della maglia e di tutte le arti tessili, a lei piaceva fare l’uncinetto, la maglia, ricamare. Un giorno, quand’ero ancora molto piccolo, le chiesi: “Nonna mi insegni a fare la maglia?”, lei accettò e così iniziai a lavorare ai ferri.

Qual è stata la reazione della tua famiglia, dei parenti e degli/delle amici/amiche quando hanno scoperto che coltivavi questa passione?

All’inizio c’è stata perplessità. Io ho 46 anni e la mia esperienza va messa in relazione anche all’epoca in cui sono cresciuto. Tanti anni fa, quanto ho fatto presente che mi piaceva fare la maglia, era strano o, per lo meno, insolito che a un maschio piacesse praticare quest’attività.

I primi tempi lavoravo in garage perché dedicarsi ai ferri e alla maglia non era una cosa che i maschi facevano solitamente, quindi coltivavo la mia passione di nascosto.

Fortunatamente però ho avuto il conforto di mia nonna, che mi ha sempre detto “se ti piace lavorare a maglia, allora fallo.”, insomma mi ha incoraggiato. Successivamente anche mia madre mi ha sostenuto, vedendo che i lavori che realizzavo erano ben fatti.

In relazione alla tua esperienza, ci puoi dire se, oggi, lo stereotipo che vuole l’uomo lontano dai ferri è stato finalmente scardinato?

Purtroppo no, è un no secco. Ci sono però uomini che fanno attività diverse, e spero che diventino sempre più aperti fino a dire magari “anche a me piace fare la maglia”. Di certo oggi questo stereotipo non è stato scardinato, anche se ho diversi amici che, seppur sporadicamente, hanno fatto la maglia.

Per quanto riguarda, poi, le arti tessili è necessario dire che, nella seconda metà del XX secolo, questo settore è andato un po’ a morire perché, anche per le donne, dedicarsi a una simile attività era una cosa da nonna. Successivamente la pratica della maglia è poi tornata in voga, e ancora oggi è bene conservarla perché fa parte della nostra storia, così come avviene in tanti altri Paesi, dove queste arti vengono tramandate anche dagli uomini.

Può succedere di essere additati come omosessuali nel momento in cui si decide di praticare un’attività o un lavoro considerati culturalmente tipici del sesso opposto. Secondo te perché succede ancora tutto questo?

Non lo saprei ben dire però, nel mondo delle arti tessili, questo può verificarsi perché si pensa che, ad esempio, fare la maglia significhi essere meno virili, ammesso che poi essere omosessuali voglia dire essere più o meno virili. Non so con quale percentuale siano presenti omosessuali nel nostro gruppo, non faccio il censimento, però ti posso dire che c’è una presenza molto variegata di persone. Ci sono, ad esempio, uomini che hanno mogli e figli e che fanno la maglia, così come ci sono persone più anziane, sempre di sesso maschile, che hanno riscoperto il piacere di fare la maglia anche per beneficenza.

Quindi possiamo dire che prima di qualsiasi orientamento sessuale, prima ancora di essere uomini o donne, siamo persone e in quanto tali possiamo condividere le stesse passioni, gli stessi gusti e le stesse professioni?

Si, infatti l’intenzione del gruppo, ci tengo a dirlo, è stata non solo quella di cercare altri uomini, ma anche quella di aprirci alle donne.

A tal proposito, nella descrizione del gruppo facebook Magliuomini Paolo Dalle Piane sotiene: “Ho aperto questo gruppo per poter conoscere altri uomini che, come me, amino la maglia, a mano e a macchina, e le altri arti tessili (uncinetto, tombolo, ricamo, forcella, etc…e chi più ne ha più ne metta!). In tutto il web italiano non sono riuscito a trovarne molti altri e sarebbe piacevole scoprire di non essere solo in un mondo di predilezione femminile. Il mondo degli knitters e dei crocheter all’estero è molto più consistente del nostro e vorrei che anche noi potessimo farci sentire! Intendiamoci, il gruppo è aperto a tutti, uomini e donne. Non intendo farne una specie di catacomba dove ci ritroviamo come dei carbonari! Nessun pregiudizio è la regola principe di questo gruppo!”

(Dalla rubrica DEGENERIAMO)

 

 




Una sintesi, per cominciare

 

Buongiorno a tutti, buongiorno a tutte.

Inauguriamo oggi una rubrica che si vuole occupare della vita quotidiana e in particolare della persistenza in essa della discriminazione di genere: la prima e la più importante delle polarità che contrappongono gli esseri umani collocandoli in gerarchie costruite perché ogni differenza si trasformi in disvalore.

Questo problema – molti e molte dicono – in Italia non si pone più; la parità di genere è raggiunta, il rispetto tra i generi è assicurato. Davvero?

C’è qualcosa che non va nel sistema educativo, se i pregiudizi sessisti sono ancora così radicati nel linguaggio comune e nelle relazioni quotidiane tra donne e uomini. C’è qualcosa che non va nelle famiglie, se continuano a riprodurre un’asimmmetrica divisione dei ruoli e dei destini.  C’è qualcosa che non va nel mondo istituzionale, se consideriamo la scarsa presenza di donne nei luoghi della rappresentanza e della decisione e nei ruoli di leadership. C’è qualcosa che non va nel mercato del lavoro, se permangono le disparità nelle retribuzioni, nelle carriere e nelle pensioni, se le donne sono più frequentemente disoccupate. C’è infine qualcosa di profondamente irrisolto nel rapporto del genere maschile con se stesso e con le donne, se le reazioni alla libertà femminile sono talmente cruente da arrivare addirittura all’assassinio.

Tutto questo non dipende più tanto dalle norme, dal diritto o dalla politica, quanto dalla cultura comune, dalla mentalità diffusa, dal nostro agire nella vita di tutti i giorni.

Il genere è costruito da millenni come un sistema di valori binario, per cui sono concepibili solo due tipologie umane, solo due modalità di comportamento sono accettabili, solo due destini sono possibili, e sono determinati dagli organi riproduttivi con cui si nasce.

Più delle declamazioni pubbliche, è l’analisi degli stereotipi correnti a fornire elementi per comprendere ciò che ancora la nostra società si aspetta dalle “vere” donne e dai “veri” uomini, e cosa si intende per “corretto” comportamento maschile e “corretto” comportamento femminile.

Se è vero che le dinamiche sessiste pesano su tutti, è anche vero che storicamente il sessismo è servito a giustificare la disuguaglianza fra uomini e donne, ponendo queste ultime in una posizione di inferiorità. Il mondo in cui viviamo è stato plasmato e organizzato da maschi in modo così pervasivo e da tanto tempo, che diventa difficile rendersi conto di quanto forte sia stata questa influenza.

Quando gli stereotipi diventano uno dei principali filtri con cui si guarda la realtà imbrigliano le persone in etichette e consuetudini da cui è difficile svincolarsi. Esse condizionano il modo di atteggiarsi e di vedersi, il ruolo che si assume nelle relazioni e in famiglia, la strada formativa e professionale che si decide di intraprendere, la scelta del/della partner, l’educazione di figli e figlie e molti altri aspetti dell’esistenza.

Gli stereotipi si trasmettono attraverso diversi canali. Attraverso l’incessante susseguirsi di interazioni quotidiane gli adulti e le adulte trasmettono a bambini e bambine, spesso tacitamente, il sistema di ruoli, valori e regole che è necessario rispettare, pena la non accettazione sociale: tale atteggiamento è conseguente ai precisi modelli che hanno in mente, cui i nuovi arrivati devono adeguarsi pena la disapprovazione.

Nelle prossime puntate ne identificheremo i caratteri.

 




Rojava, dove la società è libera solo se anche le donne lo sono

Immaginate una città dove le donne sono libere, autonome, non discriminate. Immaginate un Paese in cui i luoghi delle donne sono valorizzati, incentivati, sostenuti. Immaginate un’intera società in cui la liberazione della donna è uno dei principi cardine, che sta alla base di tutto. Non si tratta di una città dell’Occidente femminista – in cui ogni anno centinaia di donne muoiono per femminicidio e i luoghi adibiti alle donne vengono chiusi, invece che sostenuti – ma di una regione nel cuore del Medio Oriente: il Rojava, il Kurdistan occidentale, comunemente conosciuto come Nord della Siria.

Proprio lì, dove “le donne sono costrette ad usare il velo”, è in atto una rivoluzione democratica, ecologica, di genere. Una rivoluzione che mette al centro proprio le donne, perché “la liberazione delle donne è la liberazione della società”.

Principali agenti di questa rivoluzione sono i curdi e le curde del PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan) e del PYD (Partito dell’Unione Democratica). Si tratta di due partiti politici curdi radicali e rivoluzionari. Mentre il primo (turco) è considerato un’organizzazione terroristico da USA, Ue, NATO e Iran ed è illegale in Turchia, il secondo è il suo fratello siriano e ha avuto un ruolo centrale nella costituzione del Rojava dopo l’inizio della guerra in Siria e mantenimento dei suoi cantoni (Afrin, Kobane e Jazira).

Il Rojava, infatti, è una striscia di terra a nord della Siria al momento controllata dai curdi, ma di fatto costituisce una confederazione autonoma di popoli basata sull’autogoverno e sul rispetto reciproco, in cui accanto ai curdi vivono arabi, turcomanni, assiri, ceceni. È l’applicazione pratica del confederalismo democratico, ideologia sviluppata dal leader del PKK Öcalan, all’interno della quale la liberazione delle donne diventa per la prima volta un elemento fondamentale per creare una società libera da ogni schiavitù. Il femminismo, assieme all’ecologia e alla democrazia, è la base fondante di questa nuova società.

Una liberazione, quella delle donne, che avviene prima di tutto nelle città d’origine, nelle case, dentro sé stesse. Bisogna abbattere il maschilismo, che però non è soltanto quello dei miliziani di Daesh che mutilano i corpi delle combattenti curde, ma anche quello della propria società di origine, dove le stesse famiglie sono pregne di idee patriarcali. Dai primi anni ‘90, infatti, le donne del partito hanno svolto un lungo lavoro in questa direzione. Ma è solo ora, nel Rojava, che queste donne hanno la possibilità concreta di mettere in atto una società “liberata”.

Ma è anche una liberazione del sapere: ai concetti di Stato e capitalismo – che richiamano quelli di dominio e schiavitù – si oppongono le idee di “società naturale” ed etica, che appartengono a quelle civiltà pre-sumere a cui le donne curde guardano come modello di ispirazione alternativo a quello di Stato-nazione. In questa società le donne avevano autorità, sorvegliavano e proteggevano la comunità così come gli uomini e tutto era basato sulla convivenza sociale e sul legame etico fra le persone.

Non si tratta semplicemente di permettere alle donne di partecipare alla vita politica e di “avere gli stessi diritti degli uomini”, ma di ribaltare il punto di partenza secondo cui ciò che caratterizza una donna è sminuito, meno importante rispetto alle azioni dell’uomo, e ridargli la giusta importanza. A questo serve la Jinealogia, la scienza delle donne: indagare il sapere, la storia e la società nel loro insieme per decostruire il paradigma dominante che vede l’uomo al centro di tutto. La conseguenza riguarda non soltanto la vita delle donne, ma la comunità intera: politica, società, economia cambiano e si modellano secondo nuovi canoni.

È per questo che il Rojava pullula di luoghi gestiti da (e destinati a) le donne. Yekitiya Star è l’organizzazione più importante delle donne nel Kurdistan occidentale: fatta da e per le donne, organizzata in comitati, autonoma e indipendente, lavora per l’emancipazione femminile partendo dalle donne stesse, ragionando insieme e mandando avanti la vita in comune.  La Foundation of Waqfa Jin Azad in Rojava (Fondazione delle Donne Libere in Rojava) è un’organizzazione femminista fondata nel 2014 che prosegue sulla stessa scia e che si concentra sugli altri aspetti della vita delle donne (salute, educazione, lavoro, costruzione di luoghi per le donne). Jinên Ciwan – Giovani donne – è un’organizzazione giovanile che educa e diffonde la rivoluzione fra le più giovani, attraverso libri, musica, teatro, danze. Jinwar è un villaggio per donne al momento ancora in costruzione, un posto in cui le donne si allontanano dalle violenze e si riappropriano degli spazi mettendo in atto le regole di una nuova società. Accademie, cooperative, case delle donne sono i veri e propri spazi delle città dedicati alle donne: la più conosciuta è la casa delle donne di Kobane, che al momento è in fase di ricostruzione.

Il simbolo più evidente di una recuperata centralità del ruolo della donna è il sistema della co-presidenza, che garantisce che per ogni villaggio, comune, città e regione vi siano un presidente e una presidente, un uomo e una donna. Non si tratta di un contentino per le donne né del semplice accedere delle donne alla vita politica. Piuttosto, la copresidenza si ispira ad un principio di complementarietà: maschile e femminile si completano, aiutandosi vicendevolmente e garantendo così una gestione della comunità più equa e attenta ai bisogni di tutti.

Parlare di “potere delle donne” sarebbe a questo punto sbagliato: potere è una parola del vecchio paradigma patriarcale ed è strettamente legata all’idea di dominio (sull’altro). Il potere è di chi lo esercita, ma nel Rojava cessa di essere tale: è la comunità stessa che si autogoverna, comunità di cui le donne sono una parte fondamentale.

È per questo che i resoconti dell’Occidente e della stampa mainstream risultano spesso banalizzanti, oltreché fuorvianti. Si limitano a raccontare la storia delle belle guerriere curde che si sacrificano contro l’Isis, ma dimenticano quella di tutte le donne (dalle giovani alle settantenni) che lavorano incessantemente sul campo per costruire una società migliore. E così facendo, dimenticano di dire che è in atto una vera rivoluzione.