Ni una menos: nuovi femminismi dall’America Latina all’Italia

Proprio quando tutto sembrava più depresso e avvilito, un grido dall’America Latina risveglia le coscienze femministe e le scuote: Ni una mujer menos, ni una muerta más («Non una donna in meno, non più neanche una morta»). Un grido che nasce in Argentina, nella primavera del 2015, preso in prestito dalla poetessa e attivista messicana Susana Chávez (di lei si parla oggi nella nostra rubrica letteraria Les Salonnières) e diventato simbolo internazionale della lotta delle donne.

All’inizio è solo un gruppo di giornaliste, attiviste e artiste a riunirsi, ma il richiamo è forte: organizzazioni dal basso, comunità locali, donne e uomini si avvicinano alla campagna diffusasi presto in tutta l’America Latina. Ni una menos è la parola chiave, proprio perché è sul corpo delle donne che la violenza maschilista e femminicida continua a manifestarsi ogni giorno. 

L’America Latina, infatti, ha registrato negli ultimi anni un aumento dei casi di femminicidio e del numero di violenze contro le donne, spesso avvenuti nella completa impunità. Al grande insieme di attiviste per i diritti umani, ambientali, locali si accompagna un egual numero di donne minacciate, violentate, uccise. Susana Chávez è una di loro, ma con lei anche Berta Cáceres, Marielle Franco, Maria Guadalupe Hernández Flores. Per non parlare poi delle donne ‘che non conosce nessuno’, quelle che vogliono semplicemente vivere la loro vita ma che vengono bruscamente fermate: secondo la CEPAL (Commissione economica per l’America Latina e i Caraibi) sono 4.000 ogni anno (12 ogni giorno) le donne uccise nel continente sudamericano per motivi legati al loro genere.

Per questo motivo le donne di Ni una menos hanno posto fin dall’inizio l’accento sulla lotta alla violenza di genere e sulla necessità di predisporre un piano antiviolenza che entri nell’agenda politica di ogni comunità. 

Quali sono i punti fondamentali di questa agenda? 

Rendere accessibili aiuto e protezione alle vittime di violenza e garantire un percorso legale che porti alla denuncia delle violenze subite, ma anche monitorare – costantemente – il numero dei femminicidi (perché solo misurando quello che succede si potrà costruire una politica pubblica efficace) e portare l’educazione sessuale completa nelle scuole. Un punto fondamentale, perché è proprio dall’insegnamento delle differenze che nasce il rispetto e si annulla la violenza machista. 

La prima vera battaglia è stata lanciata con uno sciopero di un’ora contro il femminicidio, un’ora in cui le donne si sono astenute da tutte le attività (anche quelle riproduttive). Un modo per attirare l’attenzione, certo, ma anche per far capire l’importanza delle attività svolte da ognuna di loro. Lo sciopero è presto diventata un’arma di lotta internazionale, globale.

La loro lotta, infatti, ha ridato slancio ai vari gruppi e movimenti femministi nel resto del mondo e ha germogliato in America, ma soprattutto in Europa e in Italia, dove Non una di meno è grido nelle piazze del 25 novembre e dell’8 marzo, scritta sui muri, parola d’ordine nel “Piano Femminista contro la violenza maschile sulle donne e la violenza di genere” del movimento in Italia.  

Consultori, associazioni contro la violenza di genere, centri antiviolenza, nuove femministe e femministe storiche hanno contribuito alla nascita di questo piano e lottano ogni giorno per attuarlo. Come la violenza sulle donne è trasversale, così lo deve essere anche il piano che la combatte: «libere dal sessismo» nelle scuole, negli ospedali, nella famiglia, nel lavoro. 

Ogni anno, in Italia e nel mondo, i cortei promossi da Ni una menos diventano più folti e trasversali dal punto di vista generazionale, uniscono i sessi nella lotta al patriarcato e al maschilismo, crescono e creano nuove progettualità sul territorio. 

Proprio per questo, accanto allo slogan Ni una menos, ne è stato aggiunto un altro: Vivas nos queremos. Non solo queste donne non vogliono morire, ma vogliono essere libere di sentirsi vive e di vivere senza paura.




Violenza fisica, violenza sociale, violenza simbolica

Il 17 maggio di ogni anno – dal 2004 – l’Unione Europea indice la Giornata contro l’omofobia e la transfobia, conlo scopo di sensibilizzare i Paesi membri contro ogni forma di atteggiamento pregiudiziale basato sull’orientamento sessuale.  Il 20 novembre di ogni anno ricorre poi la Giornata in ricordo delle persone uccise dalla violenza transfobica.

Il nostro Paese è il primo in Europa per numero di aggressioni e abbiamo il triste record di omicidi di transessuali e transgender.L’odio si propaga nelle scuole, nelle strade, su internet e nel discorso pubblico; si assiste al moltiplicarsi di discriminazioni, di attacchi e di violenze.

La motivazione che sorregge la transfobia è connessa al bisogno di mantenere rigidi i confini tra i generi. L’idea che le trans costituiscano una minaccia è diventata parte di una narrazione tossica che teme addirittura la sparizione delle donne. Ancor più dell’omosessuale, il/la trans diventa una specie di parente scomodo/a emarginato da ogni parte: da molte femministe e perfino da gay e da lesbiche.In ogni società e in tutte le epoche i corpi sessuati vengono addestrati e disciplinati da un insieme imponente di strutture perché si adeguino ai valori e alle credenze socialmente accettate, ai comportamenti, alle relazioni e alle pratiche accreditati, alle classificazioni dominanti. L’impianto si fonda su un rigido determinismo. Il tentativo di revoca dello statuto del codice binario della sessualità è ancor oggi per molti/e l’inimmaginabile, l’inedito, il non previsto. Un possente macchinario appiattisce la ricchezza delle differenze, preclude una conoscenza complessa della vita e dei soggetti.

All’in­terno dello spazio pubblico, definito dal linguaggio semplificatorio di quella contrapposizione, alcuni soggetti sviluppano caratteristiche necessarie per rientrare nella categoria degli individui “normali” mentre altri, classificati come irregolari e diversi, quindi giudicati pericolosi, sono screditati, patologizzati, marginalizzati o addirittura esclusi, perseguitati.

L’ignoranza aggiunge disagio al disagio[1]. Se alcuni “esperti” tentano ancora di classificare le persone omosessuali come soggetti devianti, camuffando da “scienza” i propri pregiudizi, la situazione si complica ulteriormente quando si parla di transessualità: la confusione e i preconcetti su questo tema sono enormi, l’interdetto sociale è la norma. Ne sono affetti/e persino molti/e insegnanti.

L’antibinarismo non vuole ovviamente eliminare o contestare orientamenti, identità, ruoli/espressioni binarie; semplicemente insiste perché non siano le uniche condizioni lecite o date per ovvie; per non relegare tanti esseri umani nelle categorie della malattia o della devianza, per non abbrutirli nel senso di colpa.Sappiamo che a causa dei potenti pregiudizi che collegano il transessualismo alla malattia mentale, alla perversione e alla prostituzione, le persone transessuali raramente trovano comprensione già nel nucleo familiare di origine.

Lo scopo va oltre quello di creare più caselle che siano di tutti i colori, oltre a rosa o azzurro. La soluzione è quella di eliminare le caselle, perché non si chieda più a nessuno/a di adattarsi. Perché nessun corpo si senta straniero.

La sessualità non binaria non è la fine della civiltà: semmai è la presa di coscienza della nostra complessa umanità, dopo secoli di repressione.

Identità e orientamenti diversisono sempre esistiti, ma solo da poco hanno portato le loro istanze alla luce del sole.La differenza con il passato è che un tempo tutte queste cose venivano vissute nella vergogna e nel silenzio, mentre oggi possono acquisire una dimensione pubblica, politica, che scardini la visione normativa e gerarchicamente ordinata.

Non vogliamo strade obbligate da percorrere, gabbie in cui farci incastrare: ognuno può e deve scegliere per sé il proprio modo di vivere il corpo, l’affettività e il sesso. La libertà non fa male a nessuno, fa bene a tutti e a tutte.

 

 

[1]L’omosessuale si identifica con il proprio sesso biologico, si rispecchia dunque nel proprio corpo, ma prova attrazione affettiva, fisica ed erotica per una persona del suo stesso sesso. Il transessuale, invece, sente una forte e persistente identificazione con il sesso opposto e un persistente malessere riguardo al proprio sesso, oltre aun totale senso di estraneità riguardo al ruolo sessuale socialmente previsto per il proprio sesso.

Le persone transessuali possono essere eterosessuali, omosessuali o bisessuali, in quanto l’identità di genere (come noi ci percepiamo) non è automaticamente legata all’orientamento sessuale (da chi siamo attratti).




RAWA, le donne rivoluzionarie dell’Afghanistan

Nell’Afghanistan martoriato dai regimi e dalle bombe, è attiva fin dal 1977 una piccola organizzazione che lotta per i diritti delle donne e per la democrazia: si tratta di RAWA (Revolutionary Association of Women of Afghanistan), fondata dall’attivista Meena Keshwar Kamal a Kabul.

L’associazione nasce con lo scopo di promuovere la democrazia, l’alfabetizzazione (nel Paese vi è uno dei tassi più bassi di alfabetizzazione), i diritti delle donne e di combattere la dittatura (che sia quella sovietica o quella del fondamentalismo islamico poco importa), l’ignoranza voluta dai regimi e soprattutto la repressione della libertà delle donne.

L’ambito dei diritti delle donne va di pari passo con quello di giustizia sociale ed è per questo che RAWA negli anni si è impegnata anche attraverso la costruzione di orfanotrofi, ospedali, scuole, aiuti per i rifugiati e per chi scappa dalla guerra.

Ma facciamo un passo indietro: in un Paese come l’Afghanistan un’associazione del genere non ha vita facile. E in effetti, nel 1980 Meena – che è la fondatrice – decide di spostare la sede operativa da Kabul a Quetta, nel vicino Pakistan. Meena dedica tutta la sua vita a questa organizzazione, in senso letterale: nel 1987 viene infatti uccisa dagli agenti del KHAD (il braccio afghano del KGB) e da quel giorno è la martire del movimento.

Il suo esempio, però, non scoraggia ma piuttosto brilla, infonde speranza, tanto che RAWA resiste ed è operativa persino durante il governo dei talebani (1996-2001), che impongono un regime teocratico basato su un’interpretazione fondamentalista della Shari’a con dirette conseguenze sulla vita delle donne. Dopo l’invasione dell’Afghanistan del 2001, poco è cambiato e le lotte restano quelle di sempre: contro un’interpretazione fondamentalista dell’Islam e a favore di una democrazia reale.

Come fare tutto questo, come portare avanti la loro lotta? Prima di tutto attraverso la parola, importante veicolo di messaggi rivoluzionari. È per questo che RAWA pubblica “Payam-e-Zan”, un giornale bilingue (in persiano e pashtu) su cui vengono sviscerate le tematiche più importanti (dal rifiuto della guerra all’autodeterminazione delle donne).

FOTO 1. http://pz.rawa.org/pz/

La parola però non è solo quella scritta: le militanti di RAWA si muovono, partecipano a dibattiti internazionali, si mostrano nei canali della tv afghana dal 2006, dove per la prima volta avviene uno storico dibattito con un sostenitore dell’integralismo islamico.

Ma la più importante di tutte è la parola che viene insegnata. RAWA promuove l’alfabetizzazione di donne e bambini, spesso in clandestinità e a domicilio, affiancandovi l’insegnamento della tolleranza e del rispetto delle diversità: un’azione pervasiva, che parte dal basso e si muove su un piano orizzontale, sia in Afghanistan che in Pakistan. Del resto, RAWA si impegna anche nel campo della giustizia sociale e nel tempo è riuscita a costruire cliniche e a operare con team mobili di medici all’interno di campi profughi, garantendo un servizio gratuito a donne, bambini e uomini che non hanno altre possibilità di cura.

Al sociale e ai diritti delle donne si aggiunge la battaglia politica e in particolar modo il rifiuto della guerra. Le donne di RAWA denunciano senza se e senza ma la situazione in cui versa l’Afghanistan: nulla è cambiato dal 2001, lo scettro del potere è passato di mano in mano ed è sempre dei “signori della guerra”, ma la vita all’interno del Paese è sempre la stessa, soprattutto per le donne. Se un cambiamento ci deve essere, deve avvenire in direzione della pace, della democrazia e del secolarismo (come recita lo slogan dell’associazione).

Revolutionary Association of Women of Afghanistan (http://www.satyamag.com/oct05/rawa.html)

Nonostante le difficoltà, però, anche la battaglia prosegue e ha l’obiettivo di espandersi. Già a livello internazionale le donne di RAWA sono conosciute e spesso sostenute: Iran, Italia e Sudan sono fra gli Stati che contano maggiori iscritti all’associazione, ma il supporto giunge anche da organizzazioni territoriali del Giappone, dall’Australia, da quegli stessi Stati Uniti che ne hanno provocato la caduta in una guerra senza fine.

Il supporto da parte della comunità internazionale si trasforma in operatività sul territorio e quindi, negli ospedali, le volontarie insegnano a scrivere a bambine e vedove, scuole di inglese. «Siamo fermamente convinte» si legge sul sito dell’associazione, «che la conoscenza è un grande potere e che farà crescere la consapevolezza delle donne dei loro diritti e del loro posto nella società».

 

 

 




Vittime e carnefici di nuova generazione

C’è un acceso dibattito tra chi continua a vedere in ogni forma di prostituzione una coerenza col patriarcato e chi, accettando la definizione di sex-work e dunque proiettandola nell’universo del lavoro, la sottrae al campo della violenza per condurla a quello dell’autodeterminazione, accusando spesso la prima versione di censura e moralismo.

È pensabile una libera scelta nella vendita del proprio corpo, stanti le attuali relazioni economiche e gli assetti di forza?

Se le vittime di tratta subiscono il potere hard delle organizzazioni criminali, molte giovani italiane vivono un potere ben più invisibile. Chi domina non ha bisogno di violenza o di ricatto, quando la vittima è talmente de-individuata da aver perso, o addirittura non aver mai acquisito, la capacità di riconoscersi preda di un carnefice perché si identifica con lui e con i suoi desideri piuttosto che con se stessa e con le proprie esigenze.

L’auto-oggettivazione è il processo chiave mediante il quale donne e ragazze imparano a pensare e a se stesse come a oggetti dello sguardo altrui, autosvalutandosi al ruolo di comparse marginali in un copione di cui altri sono autori.Lo scenario preconfezionato si inscrive nelle loro teste e nei loro corpi, provocando non solo addomesticamento ma una sorta di complicità. Se la grazia domestica delle donne era il modello antico, l’ideale oggi è una sessualità voyeuristica oggettificata.

Il quadro è più complicato dello schema tradizionale sfruttatore/sfruttata.

Col berlusconismo sono venute alla ribalta donne che non rientrano nella tradizionale categoria della prostituzione, pur facendo del proprio corpo un’impresa commerciale ed esponendosi programmaticamente a sguardi pornografici.

Si tratta di un progetto di vita condiviso, esploso negli ultimi decenni, benedetto dall’invidia sociale, diventato miraggio. L’immaginario della società dei consumi dà una mano interessata. Vincenti e fotogeniche, le giovani donne hanno intorno un indotto impensabile di fotografi, cameramen, stilisti, parrucchieri e quant’altro, tutti impegnati ad adeguarle ai criteri estetici – peraltro banalotti – del capo.

Trasformata in oggetto di consumo, la baby-modella assume in studio pose seduttive davanti alla macchina fotografica e occhieggia allusiva dai cartelloni pubblicitari. Le insegnano a mettere il lucidalabbra già a sei anni, per essere perfetta per lui.

In un contesto così allargato l’immagine della prostituzione – purché di lussosi vende come portatrice di un fantasma di sessualità liberata.

 

Chiamami Peroni, sarò la tua birra.

Guardami, toccami, accarezzami, sussurrami, prendimi, scuotimi, incitami, venerami, esaltami, sentimi, proteggimi, criticami, lasciami, amami, rilassami.

Io sono Giulietta. Prima di parlare di me, provami.

 

Questo scempio viene chiamato ‘libertà’.Il rovesciamento di significato dell’intero lessico politico è stato il segno più evidente del cambio di egemonia che ha contrassegnato il trentennio neoliberista. Non riusciamo a scrollarcelo di dosso.

 




Una melensa stucchevole incomprensibile orgia di rosa

Checché ne dicano molti pseudospecialisti, le preferenze cromatiche non sono inscritte nei cromosomi.

Fino agli anni ’50 del secolo scorso non c’era una netta distinzione tra colori “maschili” e colori “femminili”: il rosa e l’azzurro erano intercambiabili, anzi il ‘cilestrino’, così etereo, era ritenuto adatto alle donne (si pensi al velo della vergine Maria; di contro spesso Gesù è rappresentato con un manto rosso sangue).

Fin dall’antichità bambini e bambine indossavano fino all’età della pubertà tuniche bianche, più facili da lavare e meno costose da riparare se rovinate o strappate.Verso la metà dell’800 iniziarono ad apparire i primi colori “pastello”, ma non si faceva una distinzione basata sul genere: tutti potevano indossare di tutto.

Gli uomini hanno a lungo indossato tranquillamente il rosa, come dimostra il celebre “pink suit”, indossato da Jay Gatsby nel Il grande Gatsby, il capolavoro di F. Scott Fitzgerald (1925). Il colore era infatti considerato simbolo di dinamismo e di mascolinità, una versione smorzata del rosso più adatta alla vita sociale, più lontana dall’accezione bellicosa che il sangue richiamava.Ancora: la mitica Cadillac rosa appartenne ad Elvis Presley, una specie di super maschio. Rosa è ancor oggi il colore del Giro ciclistico d’Italia.

In un’edizione del 1918 di Earnshaw’s Infants’ Department , rivista di moda per l’infanzia, si legge: Il rosa, essendo un colore più deciso e forte, risulta più adatto al maschio, mentre il blu, che è più delicato e grazioso, risulta migliore per le femmine.

Il cambiamento cominciò in Italia con il fascismo (blu era la bandiera dei Savoia, l’azzurro fu scelto per le squadre sportive nazionali), poi fu consacrato ovunque dall’arrivo – nel 1959 – della bambola Barbie, icona massima di femminilità.

A partire dai decenni successivi, e soprattutto dagli anni ’80, il marketing abolì i vestiti unisex e impose la regola per cui il colore di riferimento per le donne era il rosa, per i maschi l’azzurro (così sarebbe stato più probabile raddoppiare le vendite).

Oggi è la regola, diventata un automatismo, intoccabile quasi come un dogma religioso. Quando ne parlo nelle scuole, gli e le studenti strabuzzano gli occhi: “Ma come? è così naturale!”.

Pinkizzare, pinkizzazione sono stranierismi che si riferiscono alla tendenza a colorare di rosa tutto ciò che attiene al femminile: rosa il fiocco alla nascita, la tutina da neonata, il grembiulino all’asilo; rosa i vestiti e i giocattoli delle bambine, le pareti e i soprammobili delle camerette; rosa gli oggetti e gli accessori delle donne, rosa perfino i loro tablet e i loro telefonini.

Letteratura rosa, stampa rosa. Principessa rosa (e ovviamente Principe azzurro, in francesePrince charmantche significa solo ‘bello’). Lo sport in rosa. Le quote rosa. Il codice rosa. Fabbricano perfino moto e automobili rosa, che un uomo non comprerebbe mai.

Non è solo una questione cromatica: anche un ruolo sociale viene di fatto inculcato grazie anche a questa segregazione nell’educazione di tutti e di tutte. Anche un’identità.

Mentre il celeste, benché indichi preferibilmente il maschio, può essere portato anche dalle femmine senza temere che l’identità sessuale ne soffra, il rosa, quando è attribuito al maschio, chiama lo scherno, pare beffa della virilità: non a caso, rosa era il triangolo che nei campi di concentramento nazisti gli omosessuali erano costretti a esibire sulla giubba.

In America di tutto questo si è occupata Jo B. Paoletti, storica e autrice del libro Pink and Blue: Telling the Girls from the Boys in America.

In Italia ne parla Pink is the new black,un testo di Emanuela Vannicola e Luisa Stagi (ed. Rosenberg & Sellier) che indaga, con l’approccio della sociologia, il tema degli stereotipi di genere. Un bel libro che consiglio.

E invito a scegliere per sé e per i pargoli vestiti e giochi perché piacciono e non perché si è abituati così. ‘Scegliere’ è un verbo bello, che sa di libertà. Un’altra parola bellissima.




Le mujeres del Chiapas

Nel cuore dell’America centrale, un altro esperimento rivoluzionario ha preso vita a partire dal 1994 e ha trovato nelle donne uno dei suoi agenti principali. In Messico, dalle montagne del Chiapas le donne indigene lottano contro patriarcato e colonialismo.

Qui come in Kurdistan, l’emancipazione della donna è diventata un fattore politico importante e indispensabile per una società che si possa dire libera e rivoluzionaria.

Qui le donne guidano – al fianco degli uomini – la rivoluzione, partecipano alle assemblee, supportano la lotta anche grazie al lavoro domestico e sono uscite da un buio secolare in cui il maschilismo della loro cultura d’origine e quello dei colonizzatori europei le avevano relegate.

La loro lotta va inserita all’interno di quella dell’EZLN (Ejercito Zapatista de Liberaciòn Nacional), che è un movimento clandestino anticapitalista e libertario legato al territorio del Chiapas, uno dei più poveri del Messico. L’EZLN si è fatto conoscere in tutto il mondo a partire dal ‘94, quando, entrato in vigore il NAFTA (North American Free Trade Agreement), ha deciso di insorgere ‘prendendo’ alcune città del Chiapas e instaurando un autogoverno che dura tuttora.

All’interno di questo grande contenitore, dove la popolazione indigena ha deciso di vivere secondo le proprie regole di democrazia diretta, si è avuta la rivoluzione delle donne, che è allo stesso tempo parte e inizio della rivoluzione stessa.

«Se non partecipiamo non possiamo cambiare la nostra situazione, non può trionfare una rivoluzione; se partecipano solo gli uomini alla lotta allora non è una lotta completa, perché mancherebbe la partecipazione delle compagne; è meglio lottare uniti, uomini, donne e bambini perché un giorno i nostri figli possano vivere una vita giusta e degna». Così hanno dichiarato le zapatiste.

Lo stesso subcomandante Marcos, infatti, a posteriori ha affermato che la data di inizio della rivoluzione era non il 1994, ma il 1993, anno in cui la “Legge rivoluzionaria delle donne” era stata adottata dall’EZLN. Una legge che si esprime contro ogni discriminazione sessista, per l’autonomia personale delle donne e per l’emancipazione e la dignità.

Da quel momento c’è stato un cambiamento: nelle comunità indigene qualcosa si è mosso, le donne hanno cominciato a partecipare alle assemblee, a dire la propria opinione, ad autogovernarsi e a indicare la direzione della lotta rivoluzionaria. Nel 1994, a San Cristobal, c’è stata una prima grande riunione fra le donne chiapaneche: la “Primera Convenciòn Estatal de Mujeres Chiapanecas”. Un incontro che ha rappresentato un passo avanti nella lotta per l’emancipazione da una “triplice oppressione”: di genere, di classe, di etnia. La loro lotta si è saldata inestricabilmente con quella della popolazione contro l’oppressione capitalista.

Nei venti anni e passa che sono seguiti le chiapaneche hanno dato vita a un filone di pensiero femminista, che però non è da intendere alla maniera occidentale. Sebbene vi siano dei punti in comune – come la battaglia per gli stessi diritti –, il femminismo zapatista si esprime anche contro la tradizione tipicamente occidentale e opta per un recupero della propria radice comunitaria.   È per questo che si parla di “femminismo comunitario”: una lotta contro il patriarcato e il maschilismo che tenga conto dei bisogni specifici delle indigene, delle loro tradizioni, della loro cultura. Il filtro del colonizzatore europeo viene eliminato, nel femminismo zapatista così come nel concetto di rivoluzione dell’EZLN.

Proprio lo scorso marzo, nei giorni che vanno dall’8 al 10, si è tenuto il “Primo incontro internazionale politico artistico sportivo e culturale delle donne che lottano”, nel caracol zapatista di Morelia “Torbellino de Nuestras Palabras”. Un evento aperto a donne di tutto il mondo, in cui si è discusso insieme sui modi di continuare la lotta ed eliminare la paura che condiziona quotidianamente la vita di ogni donna. Una paura spesso legata al proprio corpo: paura di essere violentate, molestate, giudicate. Un segno che la strada da percorrere è ancora lunga, ma che piccole comunità come quelle delle donne indigene del Chiapas possono essere d’esempio per tutti e per tutte. E sprigionano una luce che brilla al di là di qualsiasi confine.

 

 

 




Un ferro da stiro come corpo contundente

Stirare è una normalissima attività di cura che viene svolta normalmente in milioni di case. Magari ripetitiva, magari noiosa, ma utile.

Milioni di donne stirano – oltre alle proprie – le camicie di padri, mariti, partner, figli, fratelli: lo fanno per scelta o per necessità, per routine o per amore. O per tutto questo insieme, perché di questo è fatta la quotidianità.

Se però sei una star del piccolo schermo, e in più se sei la compagna di un potenziale presidente del consiglio; se soprattutto ti fai immortalare nella posa di stirargli la biancheria e se mandi la foto ai media, non si tratta più di un atto quotidiano, ma di un messaggio chiaro, di immediata comprensione; inequivocabile nella sua elementarità.

Hai un destinatario, il corpo elettorale; hai dei sostenitori, tutti e tutte coloro che in modo o palese o sotterraneo rimpiangono i modelli di una volta (i commenti sui social sono in maggioranza solidali “Brava!”, “Grande!”, “Fortunato il signor Salvini”); hai un bersaglio, le donne che chiedono parità ed equa distribuzione dei carichi domestici; proponi il modello di come dev’essere una VERA donna.

Proclami non solo un’identificazione simbolica, ma un programma politico: se governeremo noi diremo basta al femminismo, chiuderemo l’epoca della riflessione sui ruoli di genere, la faremo finita con le rivendicazioni, con le proposte di nuove libertà.

Il Paese tornerà alle “sane” abitudini del passato, alla “naturale” vocazione dell’eterno femminino, alla “giusta” e “sacrosanta” distinzione tra ciò che spetta agli uomini e ciò che spetta alle donne (“un passo indietro”, la stessa protagonista di questo copione l’aveva già detto), a iconografie di implicita subordinazione, all’accettazione di modelli binari, preordinati e vincolanti. Niente aria nuova, solo la ripetizione di ideologie vecchie nelle vesti apparentemente diverse della moderna donna di successo.

Chi detiene il potere si arroga da sempre il compito di trasmettere modelli di umanità: se si pensa che la mascolinità e la femminilità oggi hanno forme meno rigide rispetto al passato, il tentativo della destra italiana appare anacronistico ma confortevole.Alla complessità del mondo offre risposte semplicistiche, in questo come in molti altri casi: promette non solo sicurezza fisica, ma sicurezza psicologica.

Mentre il panorama contemporaneo delle identità di genere appare sempre meno disciplinabile, gli stereotipi continuano a offrire una prospettiva tranquillizzante, nella loro immutata funzione di riduttori della complessità e disciplinatori dell’incertezza.




Donne rom fra tradizione ed emancipazione

Parlare dell’altroè sempre difficile, soprattutto quando c’è un concreto rischio di banalizzazioni e stereotipi. Per questo, parlare delle donne rom – che appartengono a un gruppo che è altro per eccellenza, straniero in ogni paese – è un compito che va portato avanti con cautela. Tanto più perché la classica prospettiva emancipazionista potrebbe risultare fallimentare nel comprendere fenomeni in cui razza, genere e classe sono strettamente interconnessi.

Chi sono, dunque, queste donne rom? C’è del fermento femminista fra di loro? E se sì, in cosa consiste?

Prima di tutto è necessario specificare una cosa: parlare di donne rom ha senso finché si tiene presente che le comunità in Europa e nel mondo sono tante e spesso diverse fra di loro, con tradizioni che subiscono variazioni da gruppo a gruppo, anche per via di coordinate esterne.

Quello che sappiamo, in generale, delle donne rom deriva più che altro dai giornali, dai racconti e dal nostro immaginario comune. Sono di volta in volta zingare che rubano o che ammaliano (come Esmeralda), che fanno l’elemosina portando con sé i propri figli, necessariamente sottomesse alla cultura patriarcale della loro comunità, portano ampie gonne dai colori sgargianti e capelli lunghi, spesso raccolti in una coda.

E sì, sono discriminate per ben tre volte: in quanto donne, in quanto straniere e in quanto rom. Ma, sebbene in molte rivendichino con orgoglio la propria cultura di appartenenza e la volontà di non abbandonarla, ci sono segnali di qualcosa che sta cambiando, soprattutto fra le più giovani.

L’idea che si sta diffondendo è che, in fondo, si possa scegliere di ‘andare avanti’ senza per questo rinunciare alla propria identità rom. Questo significa combattere quegli elementi maschilisti e patriarcali della propria comunità senza rinunciare alla propria tradizione culturale, linguistica e sociale in toto. È questo il loro cambiamento.

All’interno di alcune comunità rom, infatti, vigono delle ‘regole’ che limitano la libertà di scelta di queste donne: i matrimoni precoci sono l’esempio più lampante, sebbene non identico in tutte le comunità in Europa. È per questo che una parte della lotta delle donne rom si incentra proprio su questo argomento: “Terni bori” vuol dire “giovane sposa” ed è il nome con cui è stato lanciato il sito (http://www.ternibori.org/en/) del progetto europeo “Marry When You Are Ready”. Lo scopo? Porre fine ai matrimoni precoci delle minori rom, imparare a considerarli come una forma di violenza contro le donne, che incide dal punto di vista psicologico, sociale e culturale. Da qui, secondo le donne rom che portano avanti il progetto, bisogna ripartire per dare vita ad un’autodeterminazione femminile, in cui le donne non vengono salvate dall’esterno da un deus ex machina, ma imparano ad autodeterminarsi. Un progetto che assume una prospettiva europea e internazionale e che conta associazioni partner nei Balcani (Croazia, Serbia, Macedonia, Bosnia Erzegovina), in Bulgaria, in Italia e in Austria. E che parte, necessariamente, dalla scelta delle donne sul proprio corpo.

A questa prospettiva internazionale si rifà anche l’International Roma Women Congress (http://dromkotar.org/congress/), che quest’anno è giunto alla sua seconda edizione e che si è tenuto a Barcellona il 23 e il 24 marzo. Sono donne rom che parlano ad altre donne rom, parlano di sé stesse e dei propri problemi, che spesso sono simili anche da un Paese all’altro per via delle condizioni di discriminazione cui sono soggette. In questo caso lo scopo non è una singola battaglia, ma è in generale la riabilitazione dell’immagine delle rom in senso positivo e la lotta alle disuguaglianze di genere e alla violenza contro le donne. L’approccio è stato orizzontale e partecipativo: oltre agli incontri accademici, si è avuto modo di discutere insieme, partendo dalle esperienze comuni.

E poi c’è “Barabal” (http://barabal.eu/), che significa “uguaglianza”. È anch’esso un progetto europeo, che vuole aiutare le rom d’Europa attraverso un adeguato accesso all’istruzione. Si calcola, infatti, che mediamente una donna rom sia meno istruita di un uomo rom: in Italia nel 2014 il 23% di donne rom ha dichiarato di non saper né leggere né scrivere a fronte di un 12% maschile. Questo anche perché nelle comunità rom si tende a insegnare alle bambine il “mestiere della casa” e a prepararle ad essere madri e mogli perfette.

In Italia rappresentante di questo cambiamento che vuole combattere la tripla discriminazione cui sono soggette le rom è il Rowni-Roma Women Network Italy (https://sites.google.com/site/rowniromawomennetworkitaly/home). Una rete che come primo compito ha proprio quello di unire tutte quelle donne, appartenenti a questa minoranza, che si sentono discriminate. E da questa rete partire per promuovere l’autodeterminazione, l’autoimprenditorialità, la fiducia in sé stesse.

Gli elementi che tutte queste realtà portano avanti sono tanti: libera scelta del proprio corpo e libera rivendicazione delle proprie tradizioni rom sono le più evidenti e importanti. Ma dietro c’è molto altro, che si sovrappone e si interseca: la scuola e la possibilità di un’istruzione, la battaglia alla violenza sulle donne, l’incentivazione a usare saperi tradizionali in modo innovativo, lo “scoperchiamento” di discriminazioni di genere e lo sviluppo della consapevolezza della propria condizione. Con un ribaltamento di quest’ultima: essere donne rom è un valore aggiunto, che va potenziato – non eliminato.

Foto di Andrea Zennaro (Roma, 2017)

 

 

 




La strada delle discriminazioni è lastricata di buone intenzioni

La forza intrinseca delle costruzioni della diseguaglianza risiede nella sostanziale invisibilità delle strutture che le compongono, interiorizzate a livello sia individuale sia collettivo quali costituenti inevitabili dell’ordine “naturale” delle cose.

Le regole di genere presentano l’estrema semplicità del binarismo, una diffusione capillare in ogni aspetto della realtà, un alto consenso nel mondo adulto.

 

T-shirt per neonati: intelligente come papà; oppure (orribilmente) sciupafemmine. Per neonate: bella come la mamma.

Pubblicità:lei penserà a farsi bella, lui a fare goal …

La società trasforma la sessualità biologica in una costruzione culturale preoccupandosi di differenziare accuratamente – attraverso riti, costumi, accesso ai luoghi, abitudini, abbigliamento, ecc. – il modello maschile dal femminile.

Si comincia prestissimo, perché la socializzazione più facilmente garantisca i propri esiti.La costruzione sociale del genere è resa facile da due dati di fatto: la malleabilità delle pulsioni umane e il lungo periodo di dipendenza dei bambini.

Il sociologo Anthony Giddens ha analizzato le parole utilizzate per definire i/le neonati/eda parte del personale del reparto maternità: robusti, belli, forti versusgraziose, fragili, deliziose. Dalle diverse aspettative derivano anche diversi stili di relazione da parte dei genitori, che tendono a coinvolgere figli e figlie nelle attività in modo differente già nel primo anno di vita, e a socializzarli in modo divergente alle emozioni.

Si costruisce così un vezzoso mondo color rosa confetto per lei, che deve piacere (cuoricini e trucchi e lustrini) o accudire (bambola, minicucina e miniaspirapolvere); il contraltare è un rude mondo blu/azzurro per lui (gara, avventura, guerra).

Secondo i risultati di una ricerca svolta tra il 2014 e il 2015 sui cataloghi online di Mattel e Hasbro, moda, bambola, vestito, dolce, amicizia, magia, fata, amore, mamma, principessa, bellissima, facile, semplice, cucciolo, adorabile, sogno, cura sono i termini più ricorrenti nelle pubblicità e sui siti di giocattoli nelle sezioni dedicate alle bambine.Azione, battaglia, combattimento, veicolo, nemico, mostro, macchina, potenza, forza, eroe, avventura, gara, vincere, arma sono invece i termini che descrivono l’offerta dei giocattoli al maschile.

La pubblicità di abbigliamento per l’infanzia non si limita poi a vendere uno stile estetico: suggerisce un modello identitario e un modo di stare nel mondo. Se il corpo è per i maschi uno strumento per fare, e le attività rappresentate forniscono soddisfazione in sé e per sé, nel modello del femminile il corpo è strumento per apparire o per ottenere amore; la gratificazione che se ne può ricavare presuppone uno sguardo esterno.

Queste norme, una volta interiorizzate, influenzano il modo di guardare e vivere se stessi/e, così come influenzano la relazione che si instaura tra mente, corpo e ambiente di vita.

Foto 3. Una vetrina di giocattoli

I bambini e le bambine assorbono questa lezione onnipresente, che segna il loro immaginario e sarà difficile da sradicare. Imparano, senza bisogno di indottrinamento esplicito, che tra i generi corre una linea di separazione netta, irriducibile; che ci sono due mondi, uno soft e uno hard. Ginnastica artistica contro arti marziali, romanzi d’amore contro romanzi d’avventura, acquaio contro scrivania.

Maschi che giocano con le bambole e femmine che giocano al calcio: preoccupante? Per molti genitori sì. Alcuni minacciano addirittura di ritirare i pargoli dall’asilo, per paura della contaminazione.

Il meglio che ci possa accadere in quanto esseri umani è invece fare scelte che siano frutto dei nostri desideri e non di condizionamenti, pregiudizi e gabbie predefinite, immissioni forzate negli schemi: questo dovremmo volere, questo dovrebbe insegnare la scuola.

I ruoli rigidamente definiti fin dalla prima infanzia sono invece gabbie invisibili in cui richiudiamo figli e figlie, che faranno fatica ad uscirne.

Lo facciamo con amore, naturalmente, l’amore assolve tutto: come se non fosse possibile amare male.

 

 

 

 

 

 

 




Il Kurdistan a Roma

Biji berxwedana Afrine (Viva la resistenza di Afrin) scandiscono insieme le centinaia di persone che danzano in cerchio mentre le punte delle fiamme illuminano la stella al centro della bandiera rossa issata sull’ex mattatoio della capitale. Siamo ad Ararat, centro culturale e luogo di ritrovo della comunità curda nel quartiere romano di Testaccio, dove si celebra il Newroz, il tradizionale capodanno curdo. Arrivando ad Ararat l’atmosfera è accogliente e calorosa, non manca mai qualcuno pronto a offrire a chi arriva un çay, l’immancabile tè caldo, e a raccontare la propria storia, spesso facendosi capire pur non sapendo una parola di italiano né d’inglese. Molti dei presenti ad Ararat vivono in Italia con lo statuto di rifugiati, dato che nella propria terra sarebbero perseguitati in quanto curdi.

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Oggi il Kurdistan si presenta diviso in quattro Stati (Turchia, Siria, Iraq e Iran), in ognuno dei quali è vietato parlare il curdo e celebrare le proprie tradizioni, prima fra tutte il Newroz, ed è imposta la fede musulmana; eppure, in nome dello stesso Corano cui si appellano gruppi di fanatici ed esaltati terroristi, il popolo curdo ha costruito una società basata sul rispetto dell’ambiente, sull’emancipazione delle donne e sulla convivenza pacifica tra i popoli.

Nel Kurdistan turco (Bakur), da cui proviene la maggior parte delle persone che si incontrano ad Ararat, l’ostilità verso l’identità curda è sempre stata forte. Il principale soggetto guida della lotta in Bakur è il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), fondato da Abdullah Öcalan nel 1978 e dichiarato illegale dal governo di Ankara. Negli ultimi anni il governo sunnita di Erdogan si è fatto sempre più autoritario e la repressione sempre più spietata ma il PKK, pur avendo abbandonato le idee marxiste-leniniste di partenza e rinunciato a uno Stato curdo indipendente, continua la lotta armata perché il popolo curdo possa vivere in pace e dignitosamente sulle proprie montagne. Recentemente, Erdogan ha dato il via a una campagna di arresti di magistrati, docenti, giornalisti e deputati e varato una nuova Costituzione che aumenta enormemente i propri poteri. I deputati e le deputate del Partito Democratico dei Popoli (HDP), principale opposizione parlamentare al regime turco, sono attualmente in carcere con l’accusa di costituire il braccio legalitario del PKK.

FOTO 2. CARTA DEL KURDISTAN

Allo scoppiare della guerra civile in Siria contro il tiranno Bashar Al Assad, la popolazione del Kurdistan siriano (Rojava) ha approfittato della difficoltà del governo di Damasco per attuare il sistema di democrazia diretta ecologista e femminista, noto come confederalismo democratico, proposto da Abdullah Öcalan, recluso in un carcere turco dal 1998. Frequentando la comunità curda è evidente il rispetto e la centralità di cui le donne godono, elementi che costituiscono una lezione di civiltà per l’Occidente tanto evoluto, dove centinaia di donne vengono assassinate ogni anno anche dentro le mura domestiche. Jin Jiyan Azadî (Donna Vita Libertà), recita uno dei principali slogan curdi.

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In Rojava sono nate le YPG, unità di difesa del popolo curdo, e le YPJ, milizie femminili. Ma il confederalismo democratico ha attirato l’ostilità degli islamici più intolleranti. La questione delle donne in particolare è stata molto rilevante: scardinare il patriarcato ha infastidito non solo la Turchia sunnita ma anche gli integralisti sciiti di Daesh, gruppo terroristico nato in seno alla guerra civile siriana ma con armi e finanziamenti occidentali.

Noto per la sua brutalità, Daesh ha attaccato il Rojava spingendosi fino al confine turco-siriano, il che ha portato le milizie curde sotto i riflettori di tutto il mondo durante i mesi dell’assedio di Kobane. Con l’appoggio solo formale della coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti, le YPG e le YPJ hanno cacciato Daesh da Kobane e ripreso la città da sole. Nel frattempo, Kobane era attaccata anche alle spalle, dal lato turco. Insieme alle Forze Democratiche Siriane, un esercito misto arabo-curdo, le milizie curde hanno lanciato l’offensiva che ha portato a liberare anche la città di Raqqa, ultima roccaforte di Daesh.

Sembrava che i sogni curdi stessero vincendo. E invece, violando a sorpresa il diritto internazionale, secondo il quale il Rojava è sotto la giurisdizione esclusiva di Damasco, Erdogan ha iniziato a bombardare il cantone di Afrin, dove avevano trovato rifugio migliaia di civili in fuga dalla guerra. L’ONU è intervenuta chiedendo un immediato cessate il fuoco ma il dittatore turco continua indisturbato la carneficina. La cosa più eclatante è che ad attaccare Afrin è non soltanto la Turchia da Nord-Ovest, ma anche da Sud-Est le bande jihadiste di Al Qaeda, Al Nusra e ciò che resta di Daesh. Un Paese della NATO è alleato dei gruppi terroristici che hanno costituito il pretesto per cui la NATO stessa ha dato inizio alle guerre in Medio Oriente.

In simili occasioni di gravi crisi internazionali la Chiesa è intervenuta a tutelare la pace ma stavolta il Papa ha stretto la mano al dittatore turco responsabile del genocidio in corso. Il Pontefice, di solito tanto attento ai casi di pedofilia, non ha criticato nemmeno la nuova legge turca che autorizza il matrimonio delle bambine a partire dai nove anni di età.

L’altra realtà che ha gravemente taciuto sui fatti di Afrin è l’Unione Europea, che ha firmato un accordo con Erdogan in base al quale la Turchia blocca i flussi migratori dal Medio Oriente verso l’Europa in cambio di sei miliardi di euro all’anno e del silenzio sulla questione curda: sotto la continua minaccia di rompere l’accordo e far affluire i profughi in Europa, Bruxelles e Strasburgo non possono ricordare al sultano il rispetto dei diritti umani. Lo Stato italiano in particolare, oltre a sostenere diplomaticamente la Turchia e a venderle armi, cerca di impedire ogni iniziativa di solidarietà con il popolo curdo: domenica scorsa un corteo spontaneo di poche decine di persone che tentavano di raggiungere l’ambasciata turca a volto scoperto e a mani nude è stato fermato dalla polizia, che ha ferito alla testa una giovane manifestante.

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Il 24 marzo a Roma è una giornata importante perché ricorre l’anniversario dell’eccidio nazista delle Fosse Ardeatine. La mattina un corteo cittadino ha attraversato la Garbatella, quartiere popolare dove abitavano numerosi partigiani, ed è giunto fino al luogo della strage.

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La comunità curda si è unita alla commemorazione portando l’attenzione sulla pulizia etnica in corso oggi in un Paese in cui, di nuovo come nell’Europa degli anni Quaranta, le opposizioni sono in carcere e un’intera etnia viene sterminata.

La sera ad Ararat si balla intorno al fuoco e vari gruppi musicali sia italiani che curdi intrattengono le persone presenti. L’aria è festosa e allegra, il Newroz è un momento importantissimo nella vita curda. Eppure una notizia recentissima crea nell’aria un’amarezza di fondo: dopo alcune settimane di cannonate turche e colpi di mortai jihadisti, Afrin è caduta. Tra un çay e l’altro ci si chiede cosa fare, come continuerà la resistenza.

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L’esercito turco ha mandato i superstiti di Daesh e le bande di Al Nusra (sorella siriana dell’araba Al Qaeda) in avanscoperta e solo dopo, fuggita quasi tutta la popolazione civile, i carri armati di Ankara sono entrati nella città. Fonti militari turche si vantano di aver annientato alcune migliaia di «terroristi», ovvero civili inermi, prevalentemente minori. Ora su Afrin sventola la bandiera turca con la mezzaluna al posto dei vessilli delle milizie popolari.

Difficile prevedere cosa accadrà da adesso in poi. Stando a quanto dichiarato dalle YPG, una cosa è chiara: la resistenza continua.

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Servizio fotografico realizzato a Roma, il 24 marzo 2018