USA – Una macchia di sangue sull’arcobaleno della comunità LGBT. Leelah: “Le questioni di genere devono essere insegnate a scuola, prima è e meglio è”

Leelah era una ragazza speciale di diciassette anni dell’Ohio che come tutti i suoi coetanei alle prese con i problemi adolescenziali sognava e sperava di poter vivere la sua vita in maniera dignitosa senza dover mai sentirsi sbagliata. Era speciale, perché aveva avuto il coraggio di guardarsi dentro e di capire che il suo corpo maschile ingabbiava la sua vera natura, delicata e sensibile, per cui aveva deciso di intraprendere un percorso che avrebbe plasmato il suo corpo dandole l’aspetto che lei desiderava. La metamorfosi di genere è un percorso lento e difficile, che richiede una grande forza d’animo e il sostegno delle persone care, ma se dovesse mancare una di queste componenti, tutto potrebbe risultare agli occhi di chi si appresta ad iniziare questo cammino, impossibile. Se, poi le persone vicine in questione sono i propri genitori, che al contrario di comprendere ed amare il proprio figlio al di sopra delle loro originarie aspettative, si mostrassero ostili, il soggetto in questione potrebbe scivolare in uno stato depressivo che potrebbe condurlo a compiere gesti estremi. Leelah lo ha fatto, ha deciso di porre fine alla sua esistenza, prima però ha scritto sul suo blog un messaggio straziante che dovrebbe far riflettere tutti i perbenisti, in quanto nessuno può giudicare o denigrare una persona per via del suo orientamento sessuale. In basso è riportato il suo ultimo post, vi invito a leggerlo fino in fondo, perché il suo sacrificio, non resti solo una macchia di sangue sulla bandiera arcobaleno simbolo della comunità LGBT, ma sia motivo di riflessione per questa società bigotta che vivendo in funzione degli stereotipi, si ostina a calpestare la libertà di scelta di chi vive in maniera diversa dalla propria.

“Se state leggendo questo messaggio, vuol dire che mi sono suicidata e quindi non sono riuscita a cancellare questo post programmato.
Per favore, non siate tristi, è meglio così. La vita che avrei vissuto non sarebbe stata degna di essere vissuta… perché sono transessuale. Potrei entrare nei dettagli per spiegare perché lo penso, ma questa lettera sarà già abbastanza lunga così. Per farla semplice, mi sento una ragazza intrappolata nel corpo di un ragazzo da quando avevo quattro anni. Per molto tempo non ho saputo dell’esistenza di una parola per definire questa sensazione, né che fosse possibile per un ragazzo diventare una ragazza, così non l’ho detto a nessuno e ho semplicemente continuato a fare cose convenzionalmente da maschi per cercare di adattarmi.
Quando avevo 14 anni ho imparato cosa volesse dire la parola “transessuale” e ho pianto di gioia. Dopo dieci anni di confusione avevo finalmente capito chi ero. L’ho detto subito a mia mamma e lei ha reagito molto negativamente, dicendomi che era una fase, che non sarei mai stato davvero una ragazza, che Dio non fa errori e che ero io a essere sbagliata. Se state leggendo questa lettera: cari genitori, non dite così ai vostri figli. Anche se siete cristiani o siete contro i transessuali, non dite mai questa cosa a nessuno: specialmente ai vostri figli. Non otterrete niente a parte far sì che odino se stessi. È esattamente quello che è successo a me.

Mia mamma ha iniziato a portarmi da terapisti ma solo da terapisti cristiani, tutti con molti pregiudizi, quindi non ho mai avuto le cure di cui avrei avuto bisogno per la mia depressione. Ho solo ottenuto che altri cristiani mi dicessero che sono egoista e sbagliata e che avrei dovuto cercare l’aiuto di Dio.
Quando avevo 16 anni mi sono resa conto che i miei genitori non mi avrebbero mai aiutata, e che avrei dovuto aspettare di compiere 18 anni per iniziare qualsiasi terapia e intervento di transizione, cosa che mi ha davvero spezzato il cuore. Più aspetti, più la transizione è difficile. Mi sono sentita senza speranze, sicura che avrei passato il resto della mia vita con le sembianze di un uomo. Quando ho compiuto 16 anni e ho capito che i miei genitori non avrebbero dato il loro consenso per farmi iniziare la transizione, ho pianto finché non mi sono addormentata.
Ho sviluppato nel tempo una specie di atteggiamento “vaffanculo” verso i miei genitori e ho fatto coming out come gay a scuola, pensando che forse sarebbe stato più facile così un giorno dire che in realtà sono transessuale. Per quanto la reazione dei miei amici sia stata buona, i miei genitori si sono arrabbiati. Hanno pensato che volessi compromettere la loro immagine e che li stessi mettendo in imbarazzo. Volevano che fossi il classico piccolo perfetto ragazzo cristiano e ovviamente non era quello che volevo io.
Quindi mi hanno tirato via dalla scuola pubblica, mi hanno sequestrato il computer e lo smartphone e mi hanno impedito di frequentare qualsiasi social network, isolandomi così completamente dai miei amici. Questa è stata probabilmente la parte della mia vita in cui sono stata più depressa, e sono ancora stupita di non essermi uccisa già allora. Sono stata completamente sola per cinque mesi. Nessun amico, nessun sostegno, nessun amore. Solo la delusione dei miei genitori e la crudeltà della solitudine.

Alla fine dell’anno scolastico i miei genitori finalmente mi hanno restituito il mio smartphone e mi hanno permesso di tornare sui social network. Ero felicissima, finalmente potevo riavere indietro i miei amici. Ma solo all’inizio. Alla fine mi sono resa conto che anche a loro non importava molto di me, e mi sono sentita persino più sola di quanto fossi prima. Piacevo agli unici amici che pensavo di avere per il solo motivo che mi vedevano per cinque giorni ogni settimana.
Dopo un’estate praticamente senza amici unita al peso di dover pensare al college, di risparmiare per quando avrei lasciato casa, di tenere alti i miei voti, di andare in chiesa ogni settimana e sentirmi di merda perché in chiesa tutti sono contrari a quello che sono, ho deciso che ne ho abbastanza. Non completerò mai nessuna transizione, nemmeno quando andrò via di casa. Non sarò mai felice con me stessa, col modo in cui appaio e con la voce che ho. Non avrò mai abbastanza amici da esserne soddisfatta. Non troverò mai un uomo che mi ami. Non sarò mai felice. Potrò vivere il resto della mia vita come un uomo solo che desidera essere una donna oppure come una donna ancora più sola che odia se stessa. Non c’è modo di averla vinta. Non c’è via d’uscita. Sono già abbastanza triste, non ho bisogno di una vita ancora peggiore di così. La gente dice che “le cose cambiano” ma nel mio caso non è vero. Le cose peggiorano. Le cose peggiorano ogni giorno.

Questo è il succo, questo è il motivo per cui mi sento di uccidermi. Mi dispiace se per voi non sarà abbastanza una buona ragione, lo è per me. Per quel che riguarda le mie volontà, voglio che il 100 per cento delle cose che possiedo sia venduto e che il denaro (più i soldi che ho da parte in banca) siano donati a un movimento per il sostegno e per i diritti delle persone transessuali, non importa quale. L’unico momento in cui riposerò in pace arriverà quando le persone transessuali non saranno più trattate come sono stata trattata io: quando saranno trattate da esseri umani, con sentimenti validi, sinceri e legittimi, e con dei diritti umani. La mia morte deve significare qualcosa. La mia morte dev’essere contata tra quelle dei transessuali che si sono suicidati quest’anno. Voglio che qualcuno guardi a quel numero e dica “questa cosa è assurda”, e si occupi di sistemarla. Sistemate la società. Per favore.
Addio”.

(Leelah) Josh Alcorn

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ITALIA – La toponomastica per misurare il sessismo delle città

di Marina Convertino

La toponomastica come scienza che studia i toponimi e i nomi di luoghi, così come l’abbiamo studiata e come siamo abituati a pensarla, nel 2012 vede un allargamento della prospettiva e una riconsiderazione radicale dei suoi confini, grazie all’idea di Maria Pia Ercolini docente e autrice di guide di genere, che semplicemente associando l’aggettivo ‘femminile’ al termine, rivela una verità presente da sempre, eppure da sempre ignorata: l’invisibilità delle donne in quello che è il catalogo delle memorie presente nelle strade.

A gennaio del 2012 viene fondato il gruppo Toponomastica femminile utilizzando il social network facebook: il gruppo cresce connettendo energie e competenze, allaccia relazioni strategiche e si sviluppa in maniera virale arrivando a superare oggi 8.000 adesioni di persone impegnate in uno studio di ricerca che investe sia il territorio nazionale che quello estero, catturando da subito la simpatia dell’opinione pubblica e l’interesse della stampa (da quella nazionale a testate straniere come la BBC e The Times).

Il lavoro collettivo, si muove  dal censimento di strade, piazze, giardini per evidenziare la disparità di genere esistente, articolandosi in breve tempo in numerosissime iniziative come  raccolte firme e campagne di sensibilizzazione per l’intitolazione di strade a protagoniste della scienza e della società civile.

Con le recenti scomparse di importanti donne di cultura, sono state avviate: “Una strada per Miriam” in onore di Miriam Mafai, “La lunga strada di Rita” per celebrare Rita Levi Montalcini, “Una Margherita sulle nostre strade” a sostegno di Margherita Hack e “Una scena per Franca” in ricordo di Franca Rame.

La campagna “8 marzo 3 donne 3 strade”, lanciata a un mese dalla fondazione del gruppo, è rivolta a tutti i Sindaci e le Sindache d’Italia con la richiesta di intitolare tre strade a tre donne: una figura di rilevanza locale, una di rilievo nazionale e una straniera, per unire le tre anime del Paese.

Per  approfondire la conoscenza delle partigiane che hanno contribuito alla liberazione dell’Italia e celebrare in ottica paritaria il 25 aprile parte il progetto “Partigiane in città” e  in occasione del 2 giugno il progetto “Largo alle Costituenti”, con l’intento di far riemergere dall’oblio  le madri costituenti.

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Attraverso una intensa collaborazione nell’ambiente virtuale della rete, la toponomastica è diventata all’improvviso un terreno fertilissimo di studio per misurare il sessismo che  caratterizza le città. Dai censimenti capillari condotti su tutti i Comuni italiani, si rileva un indice nazionale di femminilizzazione delle strade valutato intorno all’8%, vale a dire dodici strade dedicate a uomini per ogni intitolazione femminile, e si scopre che gli odonimi celebrativi contribuiscono a formare un immaginario collettivo fatto quasi esclusivamente di uomini illustri, che lascia uno spazio al genere femminile marginale e fortemente indirizzato verso figure religiose: sante e beate, madonne nelle diverse declinazioni, benefattrici e martiri cristiane. Poche le donne politiche, di scienza, di storia, d’arte.

Anche in Puglia, che è la regione dove molta attenzione viene dedicata alle politiche di genere e della quale ci occuperemo principalmente in questo spazio, alternando fotoreportage e articoli nazionali ed esteri, la ricerca sta facendo emergere una forte discriminazione nei confronti del genere femminile, scoprendo che  anche gli spazi urbani fatti di targhe stradali e commemorative, monumenti, pietre d’inciampo, riflettono una cultura androcentrica che non tiene conto di tanti nomi femminili meritevoli di essere ricordati.

Toponomastica femminile conduce una battaglia culturale di recupero della memoria femminile, scrivendo biografie femminili pubblicate su diverse testate on line e siti, che siano di supporto e di ispirazione alle Commissioni toponomastiche. Organizza ogni anno convegni nazionali e regionali, allestisce mostre fotografiche ricchissime di immagini provenienti dall’Italia e dall’estero; collabora con Wikipedia nella realizzazione di voci inedite. Con il supporto della FNISM – Federazione Nazionale Insegnanti – e il patrocinio del Senato della Repubblica, ha promosso il concorso “Sulle vie della parità” alla sua seconda edizione, rivolto a tutte le scuole di ogni ordine e grado.

Il lavoro coinvolgente ed appassionante del gruppo, che già nei primi mesi di vita è riuscito a raggiungere molti dei suoi obiettivi e ha saputo coinvolgere le amministrazioni locali e la pubblica opinione,  ha consentito di raggiungere diversi riconoscimenti: Toponomastica femminile vince il  concorso “Nome dell’anno 2012” indetto dalla Rivista Italiana di Onomastica» (RION), l’VIII edizione del concorso nazionale DONNAèWEB, promosso da Tag Gender Art & Tecnologies e Cna Toscana per valorizzare la creatività femminile in rete e il premio nazionale Immagini Amiche promosso dall’UDI.

Toponomastica femminile oltre a essere presente su facebook, ha un suo sito dove è possibile consultare i dati dei censimenti delle varie province e le tante sezioni dedicate ai percorsi femminili ai progetti, alle biografie, alle proposte di intitolazione: http://www.toponomasticafemminile.com/.

Da dicembre di quest’anno il gruppo si è costituito formalmente in Associazione, alla quale rivolgiamo i nostri auguri perché forte delle sue radici consolidate, cresca ancora di più nell’attività di ricerca e di recupero della memoria storica delle donne, di divulgazione della cultura di genere, contribuendo in misura significativa alla  sensibilizzazione delle istituzioni e all’ apertura degli orizzonti delle giovani generazioni.

Buon 2015 da Toponomastica femminile!

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Marina Convertino

Associazione Toponomastica femminile – Referente Puglia

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ITALIA – Ogni Capodanno i petardi uccidono 5.000 animali

Le festività natalizie sono caratterizzate da lustrini e cibo in quantità industriali. Nonostante l’Italia stia attraversando un periodo di crisi per cui non si riesce a trovare una soluzione, si continua a spendere in nome del Dio consumismo ed a inchinarci dinnanzi a regali stereotipati e finto buonismo. Un componente indesiderato che malgrado le numerose campagne di sensibilizzazione, ritorna a farsi sentire sempre più forte nel periodo natalizio, è dato dall’uso dei petardi. Si continuano a comprare, in barba alle risorse finanziare sempre più esigue dei nuclei familiari i petardi, peraltro pericolosi per l’incolumità di chi decide di farli esplodere e per quella di chi si trova di passaggio durante la deflagrazione. Il bilancio dei danni dovuti ai botti di fine anno è paragonabile a un bollettino di guerra: migliaia di feriti, di cui la maggior parte riporta danni permanenti come amputazioni di arti superiori e perdita di udito e vista. I botti sono dannosissimi anche per i nostri amici a quattro zampe,infatti si stima che ogni anno durante la notte di Capodanno 5000 animali perdono la vita. Le conseguenze sortite dai botti sugli animali potrebbero portare alla follia, danni all’apparato uditivo (essi hanno una diversa percezione del suono) e spaventi che potrebbero indurre gli animali che si trovano sui terrazzi a lanciarsi verso il suolo. L’Oipa suggerisce alcune regole, affinché possiamo tutelare i nostri amici pelosetti:
1. Teniamo gli animali il più lontano possibile dai festeggiamenti e dai luoghi in cui i petardi vengono esplosi
2. Non lasciamoli soli. Gli animali fobici potrebbero avere reazioni incontrollate e ferirsi, quindi è necessario stare loro vicino, senza esagerare con coccole e carezze. E’ necessario mostrarsi tranquilli e felici, cercando di distrarli, se possibile, con giochi e bocconcini, mostrando che non c’è nulla di cui preoccuparsi.
3. Non lasciamoli in giardino. Tenere in casa o in un luogo protetto e rassicurante anche gli animali che abitualmente vivono fuori in modo da scongiurare il pericolo di fuga.
4. Teniamo alto il volume di radio o televisione in modo che venga attutito il rumore dei botti proveniente dall’esterno, chiudendo le finestre e abbassando persiane.
5. Lasciamo che si rifugi dove preferisce, anche se si tratta di un luogo che normalmente gli è “vietato”.
6. Durante le passeggiate teniamoli al guinzaglio, evitando anche di liberarli nelle aree per gli animali per evitare fughe dettate dalla paura. E’ fondamentale non portarli fuori a mezzanotte o nelle ore immediatamente precedenti perché spesso gli scoppi iniziano con anticipo.
7. Nei mesi precedenti facciamo visitare l’animale da un veterinario comportamentalista che prescriverà la terapia da seguire, sia comportamentale che, nel caso si necessario, farmacologica.
8. Evitiamo soluzioni fai-da-te somministrando tranquillanti, alcuni sono addirittura controindicati e fanno aumentare lo stato fobico.
9. Rivolgiamoci ad un veterinario comportamentalista per un processo graduale di desensibilizzazione, esponendo l’animale allo stimolo ad un’intensità progressivamente aumentata quando si trova in uno stato di rilassamento emozionale.
10. Sensibilizziamo l’opinione pubblica, e soprattutto i bambini, su quanto questi inutili rumori possano essere dannosi per i quattro zampe.




EUROPA – Eutanasia? In Svizzera aumentano del 34% le richieste da parte degli italianiEUROPA – Eutanasia? In Svizzera aumentano del 34% le richieste da parte degli italiani

di Giusy Michielli (inviata)

Il diritto di decidere di morire in Italia risulta essere ancora tabù, tanto da spingere i malati terminali a compiere il loro ultimo viaggio in Svizzera, dove l’eutanasia è legale dal 1942 e peraltro ha registrato un aumento del 34% dellerichieste da parte degli italiani. Strano pensare che si vada nel paese elvetico anche per l’ultimo viaggio da vivi, oltre che per la speranza di un futuro migliore data l’impossibilità di trovare un lavoro nella nostra terra matrigna. Nonostante la proposta di legge depositata in parlamento circa un anno fa dai radicali dell’associazione “Luca Conscioni” e sottoscritta da 67.000 cittadini a cui bisogna aggiungere le oltre 80.000 raccolte online, pare che essa continui a giacere sotto l’indifferenza di uno stato disinteressato all’esigenza della gente che soffre, paga le tasse e non ha il diritto di morire nella propria patria. Il diritto ad una morte dignitosa e “dolce” risulta essere legittimato in quasi tutti paesi europei ad esclusione dell’Italia e del Portogallo in cui viene considerato omicidio volontario, ma con modalità differenti. Il primo paese a rendere legale l’eutanasia è stato l’Olanda nel 2002, che accetta l’assistenza al suicidio e l’eutanasia attiva, ossia l’assunzione da parte del malato di sostanze che provocano il decesso. In seguito fu la volta del Belgio che di recente ha introdotto il diritto di morire anche per i bambini malati terminali, nel pieno possesso delle loro capacità mentali. In Inghilterra, Svezia, Germania e Austria si tollera solamente l’eutanasia passiva, cioè la sospensione delle cure nei malati terminali, mentre Danimarca, Norvegia, Ungheria, Spagna e Repubblica Ceca sono solo a sfavore dell’accanimento terapeutico. Agli indecisi consiglierei di consultare l’ultimo libro di uno dei più noti teologi cattolici contemporanei, Hans Küng dal titolo “Morire felici?” nel quale il teologo sollecita a “liberalizzare l’attività delle associazioni che aiutano a morire, anche accettando che lo facciano a pagamento, così come parroci, chiese e autorità si fanno pagare per i funerali”.di Giusy Michielli (inviata)

Il diritto di decidere di morire in Italia risulta essere ancora tabù, tanto da spingere i malati terminali a compiere il loro ultimo viaggio in Svizzera, dove l’eutanasia è legale dal 1942 e peraltro ha registrato un aumento del 34% dellerichieste da parte degli italiani. Strano pensare che si vada nel paese elvetico anche per l’ultimo viaggio da vivi, oltre che per la speranza di un futuro migliore data l’impossibilità di trovare un lavoro nella nostra terra matrigna. Nonostante la proposta di legge depositata in parlamento circa un anno fa dai radicali dell’associazione “Luca Conscioni” e sottoscritta da 67.000 cittadini a cui bisogna aggiungere le oltre 80.000 raccolte online, pare che essa continui a giacere sotto l’indifferenza di uno stato disinteressato all’esigenza della gente che soffre, paga le tasse e non ha il diritto di morire nella propria patria. Il diritto ad una morte dignitosa e “dolce” risulta essere legittimato in quasi tutti paesi europei ad esclusione dell’Italia e del Portogallo in cui viene considerato omicidio volontario, ma con modalità differenti. Il primo paese a rendere legale l’eutanasia è stato l’Olanda nel 2002, che accetta l’assistenza al suicidio e l’eutanasia attiva, ossia l’assunzione da parte del malato di sostanze che provocano il decesso. In seguito fu la volta del Belgio che di recente ha introdotto il diritto di morire anche per i bambini malati terminali, nel pieno possesso delle loro capacità mentali. In Inghilterra, Svezia, Germania e Austria si tollera solamente l’eutanasia passiva, cioè la sospensione delle cure nei malati terminali, mentre Danimarca, Norvegia, Ungheria, Spagna e Repubblica Ceca sono solo a sfavore dell’accanimento terapeutico. Agli indecisi consiglierei di consultare l’ultimo libro di uno dei più noti teologi cattolici contemporanei, Hans Küng dal titolo “Morire felici?” nel quale il teologo sollecita a “liberalizzare l’attività delle associazioni che aiutano a morire, anche accettando che lo facciano a pagamento, così come parroci, chiese e autorità si fanno pagare per i funerali”.