Un piccolo pezzo di una storia grande: i treni della felicità

Il primo convoglio partì da Roma, Stazione Termini, il 19 gennaio del ’46. Non era più un treno di morte come i convogli dei deportati, ma ricostruiva la vita.

Nell’immediato dopoguerra, per anni, migliaia di famiglie di lavoratori del centro-nord, per lo più emiliane e romagnole e toscane, aprirono le proprie case a bambini provenienti dalle zone del Paese più povere e più colpite dalla guerra. Da Cassino bombardata, da Napoli semidistrutta, da Roma baraccata, poi dalle campagne affamate della Puglia e della Sicilia. Essi trovarono nelle nuove città cose mai viste: l’acqua corrente nelle case, le lenzuola profumate nel letto, la carne sulla tavola. Furono curati e vaccinati. Impararono a leggere e a scrivere. 

Tornati a casa raccontarono della prima volta che videro il mare. Del primo gelato della vita. Della cioccolata. Così diversa la vita di un piccolo coltivatore o di un artigiano emiliano – che pure certo non erano benestanti – da quella di un bracciante del mezzogiorno, dove si viveva del lavoro precario di una giornata e si mangiava quando si poteva.

A chiamarli “treni della felicità” fu il sindaco di Modena; a lanciare l’iniziativa furono le donne della neonata Udi, a partire dall’idea di solidarietà laica che animava Teresa Noce, battagliera dirigente comunista e partigiana da poco rientrata dal campo di sterminio di Ravensbrük.

«La risposta fu al di là di ogni legittima speranza – si legge nella prefazione di Miriam Mafai al libro dell’antropologo Giovanni Rinaldi “I treni della felicità”, edito da Ediesse – tanto generosa che si decise di estenderla e radicarla nel Mezzogiorno (…) Solo nei due inverni immediatamente successivi alla fine del conflitto, migliaia di bambini lasciarono le loro famiglie per essere ospitati da altrettante famiglie contadine, nei paesi del reggiano, del modenese, del bolognese. Lì vennero rivestiti, mandati a scuola, curati», in cambio di niente, grazie anche all’appoggio del Pci, dei Cln locali, delle sezioni Anpi, delle amministrazioni e della popolazione in genere. Un numero sorprendente, in tutto 70mila.

“Andate in Alta Italia? Attenti, che quando arrivate i comunisti vi trasformano in sapone!” Allora spaventata dissi: “Io non ci vado più.” Mio fratello e mia sorella invece, che erano più piccolini, dicevano: “Andiamo, andiamo col treno! Non l’abbiamo mai preso il treno”, Luigina, 13 anni, Lazio.

“Mi sembrava di essere in una favola, dentro quel treno. Vedevo tutti queste luci nel mare che rispecchiavano, e io non potevo riuscire a capire che cos’erano, perché non avevo mai sentito che c’era il mare”, Erminia, 7 anni, Puglia.

Fig. 1. Bambine e bambini sui treni della felicità

L’idea fu replicata in successive situazioni di emergenza: nel 1950 per lo sciopero di San Severo, che portò all’arresto di molte coppie di braccianti, vittime della repressione di Scelba, costretti a lasciare soli i propri figli; e poi nel 1951/52, per bambine e bambini del Polesine alluvionato.

Si intrecciarono non solo storie pratiche di soccorso, ma storie emotive di relazioni e di affetti che poi durarono nel tempo. Storie di chi sapeva costruire comunità.

La vicenda dei bambini che partirono con i treni della felicità è straordinaria al punto da sembrare oggi frutto di fantasia, ma è assolutamente vera e fa parte, per fortuna, della nostra storia. “Questo è un paese che ha bisogno di ricordarsi che ha fatto delle cose bellissime” (Luciana Viviani in “Pasta nera”, documentario del regista Alessandro Piva).

Un insegnamento che acquista ancora più valore in un momento come questo, dove assistiamo allo sbarco di migliaia di disperati e abbiamo dimenticato il valore dell’accoglienza, in anni in cui essere solidali è ben più facile di allora. 




Facciamo un bel viaggetto, italiani brava gente?

Grazie anche ai voli low cost e alla diffusione di Internet, gli italiani sono diventati i più attivi d’Europa nel turismo sessuale. I “turisti” sono circa 80mila, per lo più uomini (90%), secondo le stime dell’organizzazione noprofit Ecpat (End Child Prostitution in Asia Tourism). Negli ultimi anni la loro età si è abbassata, ed è compresa tra i 20 e i 40 anni.


1. ECPAT

Si può scegliere un pacchetto all inclusive: viaggio, alloggio, vitto, drink e ragazze. Si paga un po’ di più per le vergini (“robetta tenera”, le chiamano), ma i confini tra chi va con adulti e chi con minori è labile: ovunque dominano il consumismo sessuale, il rapporto di dominio, il potere del denaro. A ogni latitudine il filo rosso che lega le vittime è quella della povertà.

A fronte di prestazioni a prezzi stracciati, il giro d’affari è colossale, stimato nel mondo intorno ai 5 miliardi di dollari all’anno, ed è in gran parte controllato dalle organizzazioni criminali.

Figli, mariti, padri, lavoratori. E poi un aereo. E poi in vacanza al Sud del mondo. E poi diventano il demonio. Italiani, tra quelli che ”consumano” di più a Santo Domingo, in Colombia, in Brasile. Italiani, i primi pedofili del Kenya. Attivissimi, nell’olocausto che travolge 15.000 creature, il 30% di tutte le bambine che vivono tra Malindi, Bombasa, Kalifi e Diani. Piccole schiave del sesso per turisti. In vendita a orario continuato, per mano, talvolta, dei loro genitori. In genere hanno tra i 12 e i 14 anni, ma possono averne anche 9, anche 7, anche 5. Minuscoli bottini per turisti. Burattini di carne da manipolare a piacimento. Foto e filmati da portare a casa come souvenir. Costa quanto una buona cena o un’escursione.

Dal blog del Ricciocorno schiattoso.

Complessivamente, i minori vittime di sfruttamento sessuale nel mondo sono stimati in 2 milioni; un quarto vive in Asia. La Thailandia, per anni destinazione preferita dei turisti-pedofili, negli ultimi tempi è meno gettonata a causa di una maggiore attenzione da parte delle autorità locali, pur sempre però in un quadro di illegalità diffusa.


2. Le rotte

A conferma del fatto che i nostri connazionali siano i principali fruitori di questo tipo di turismo sessuale, in alcune strade dell’Africa non è difficile trovare cartelli che intimano di non toccare i bambini, scritti in italiano.

Le ragioni che stanno dietro la scelta dei clienti non interessano, o peggio paiono ovvie: non ho letto una sola analisi psicologica in merito.

Il frequentatissimo www.gnoccatravel.it, o www.travelweare.com, i numerosi siti in cui i clienti scrivono le recensioni delle loro vittime, bastano a dimostrare che l’uomo non patisce oggi, come non pativa ieri, alcuno stigma.

Anche sui marciapiedi delle città italiane e negli hotel compiacenti stanno arrivando ragazze sempre più giovani: sono le più richieste. Emerge una pedofilia ben più diffusa di quel che pensiamo: la giovane età accentua il senso di supremazia del maschio.

In Italia li incontri a scuola, in ufficio, al bar, per strada; o in chiesa. E mentono, come quelli che negano di conoscere l’età delle ragazzine quando fanno carte false per usarle proprio perché giovanissime. Ricordate i facoltosi pedofili dei Parioli?

Esiste una tradizione. Durante la triste stagione del colonialismo italiano in Eritrea molti soldati italiani e gerarchi fascisti si concedevano una “Venere nera” bambina: la pratica si chiamava madamato. Era l’espressione del dominio autoritario del colonizzatore sull’indigeno, dell’uomo sulla donna, dell’adulto sul bambino, del libero sul prigioniero, del ricco sul povero, del forte sul debole. 

Nella prostituzione convergono gli effetti perversi di tre sistemi di dominio: il patriarcale, il capitalista e il razziale.

3. Foto ricordo

Ecco in che termini di malcelata soddisfazione il famoso giornalista Indro Montanelli in un’intervista del 1982 raccontava a Enzo Biagi la sua esperienza:

Aveva dodici anni, ma non mi prendere per un Girolimoni, a dodici anni quelle lì erano già donne. L’avevo comprata a Saganeiti assieme a un cavallo e un fucile, tutto a 500 lire. (…) Era un animalino docile, io gli (sic) misi su un tucul con dei polli. E poi ogni quindici giorni mi raggiungeva dovunque fossi insieme alle mogli degli altri ascari.

Montanelli era così sereno perché riteneva (non senza ragione) che gli italiani in grande maggioranza la pensassero come lui. 




Le molte facce della resistenza femminile in Tanzania

La Tanzania è considerata uno di quei paesi dell’Africa orientale con una società fortemente patriarcale e tradizionale, dove i diritti delle donne sono negati e la discriminazione di genere comporta ricadute sulla vita di ogni giorno. E, in effetti, in gran parte è ancora così.

Le mutilazioni genitali femminili sono una realtà ben presente, in molte famiglie è vietato parlare del ciclo mestruale della donna perché tabù, lo scopo della donna deve essere quello riproduttivo e della famiglia. A tutto questo si unisce una cultura che ritiene la donna necessariamente succube, sottomessa e dipendente economicamente dal marito. Secondo i dati della Banca Mondiale il 39% delle donne nelle aree rurali è analfabeta, il 59% delle donne non finisce le scuole elementari e meno del’1% termina le scuole superiori e il 76% delle adulte non ha ricevuto alcuna formazione scolastica. Segno che l’istruzione non viene vista come un mezzo per rendersi indipendenti. Piuttosto, si preferisce il matrimonio.

È per tutta questa serie di fattori, ma soprattutto per l’ultimo, che in Tanzania è nato TGNP Mtandao Limited (Women Leadership Training Programme), ufficialmente un’organizzazione no-profit sorta nel 1993 e registrata nel 2012, più semplicemente un network di donne che vuole eliminare la discriminazione di genere e promuovere la capacità delle donne di essere leader.

“Femminismo trasformativo” e “Tanzania trasformata” sono le parole d’ordine di questo gruppo, che da anni si impegna nel settore culturale, sanitario, dell’agricoltura e dell’istruzione. I programmi che hanno messo in atto sono numerosi e hanno svariate facce.

Foto 1. TGNP al lavoro

Un loro cavallo di battaglia, ad esempio, è la lotta contro il tabù del ciclo mestruale: insegnare alle bambine che si tratta di una cosa naturale e fisiologica e allo stesso tempo agire nelle scuole, sensibilizzando studenti e condannando la stigmatizzazione di cui le giovani sono vittime. E allo stesso tempo attrezzare le scuole affinché le ragazze si sentano accolte in ogni giorno del mese. Pare infatti che la maggior parte di loro durante il ciclo mestruale non vada a scuola anche per mancanza di strutture igieniche e sanitarie adeguate.

La salute, poi, è un altro punto su cui combattere: rendere gli ospedali accessibili e attrezzati anche per le specificità femminili, implementando i reparti maternità e il personale specializzato.

In linea più generale, poi, TGNP vuole portare le donne nei ‘luoghi di potere’, rendendole partecipi della vita pubblica e di quelle scelte fondamentali per la sopravvivenza o l’economia. Uno di questi campi è proprio l’agricoltura. L’obiettivo finale, infatti, è quello di fare in modo che anche le donne possano possedere i terreni e prendere decisioni.

Un approccio, quello del TGNP, che sotto alcuni aspetti potrebbe essere criticato e sfiorare solo un lato del problema. Lo scopo dell’organizzazione, infatti, è fare in modo che le donne possano fare le stesse cose degli uomini, sminuendo inconsapevolmente ciò che le donne già fanno. A ciò si aggiunge una problematica importante: in un contesto tradizionale come quello della Tanzania è difficile staccare in maniera così brusca le donne dal loro retaggio e proiettarle nella leadership, nonostante le politiche di sensibilizzazione promosse dal network.

Foto 2. Le resistenti di Zanzibar

È per questo che a volte la ‘vera’ resistenza la si ritrova nelle piccole botteghe, in chi decide di partire dal basso e costruirsi una propria strada con ciò che sa fare. A questo proposito, un’esperienza di tipo opposto è quella del gruppo di cucito “Le mie mamme”, un collettivo femminile di Zanzibar che ha deciso di mettersi in proprio nel 2016, dopo anni di esperienza professionale. Una scelta di per sé coraggiosa e forse anche in controtendenza, perché valorizza le capacità che queste donne già avevano per raggiungere un’indipendenza economica, prima chiave di accesso verso la libertà.

Sebbene si tratti di un progetto che non accenna pubblicamente al femminismo, in realtà del femminismo ha tutto: donne che vogliono essere indipendenti e libere, donne solidali, donne che danno l’esempio partendo dal basso e facendo rete. Secondo la testimonianza di Sara Moreno, volontaria del Servizio Civile Internazionale (https://sci-italia.it/femminismo-in-atelier-di-cucito-testimonianza-da-zanzibar/), le donne hanno vite diverse (chi è sposata, chi è single, chi già lavorava come insegnante) ma tutte hanno in comune “la scintilla” del voler fare e della rivoluzione che con questo laboratorio si portano dentro.

Foto 3. Il laboratorio di cucito

 

 

 

 




La tattica dello struzzo

Dagli adulti più prossimi fin da piccoli si impara, non solo con le parole e gli esempi ma anche attraverso i silenzi, che cosa è il rapporto con il proprio corpo e con quello dell’altro/a; si imparano affettività, amore, piacere, relazione, rispetto, responsabilità.

Di “certi” argomenti però, oggi come in passato, genitori o insegnanti non vogliono parlare, o ne parlano con reticenza, con imbarazzo. Ne hanno paura, o non sono preparati, o li ritengono temi scottanti e difficili: con questo suggeriscono che siano cose scabrose o malsane. Una famiglia su tre non ha mai affrontato il tema e due terzi dei genitori hanno difficoltà a parlarne con i figli.

E allora a chi si ricorre? I ragazzi e le ragazze si arrangiano come possono, dove possono.

Le statistiche dicono che i giovani imparano la sessualità anzitutto dagli amici (30%) e dalla rete (60%), poi da libri e riviste (13%); solo in ultima istanza dalla propria madre (10%) o dal proprio padre (7%). Ai/alle docenti spetta la percentuale più misera: 5%. Secondo l’Osservatorio su minori di Torino, il 72% degli adolescenti quando ha dei dubbi cerca risposte su Internet.

Precoci, disincantati ma sempre meno informati: è questo il ritratto del rapporto sugli adolescenti italiani disegnato dal XXV Congresso nazionale della Società italiana di andrologia.

Il materiale pornografico è il modello di riferimento prevalente, quando gli adulti latitano. Ilaria Bonato presenta una ricerca tra 600 studenti e studentesse bolognesi tra i 13 e i 16 anni: solo tre giovani su dieci non guardano video porno (i siti porno in rete sono 2 miliardi). L’88% delle ragazze trova la pornografia violenta e volgare, contro il 12% dei maschi, ma per un terzo di loro il sesso reale non è diverso da quello mostrato nella pornografia. Del resto il 16% la trova utile per imparare, il 12% la ritiene divertente e per il 27% è normale esserne curiosi.

Si registra un allarmante distacco fra affettività e sessualità.

Sull’amore fisico conoscono solo parole grevi, volgari, animalesche. Le ragazzine parlano di sesso come di caramelle, poiché restare vergine è “da sfigate”: “ho fatto quello, proverei quell’altro, l’importante è non restare fregata”. La maggioranza di loro – nonostante i precoci esordi – si muove alla cieca, è afflitta da conoscenze approssimative e da convinzioni sbagliate.La stragrande maggioranza ignora l’esistenza dei consultori.

Secondo un sondaggio condotto dalla Società italiana di ginecologia e ostetricia su un campione di adolescenti, il 18,9% dei maschi e il 14,8% delle femmine ritiene ragionevole avere rapporti sessuali completi fin dai 14 anni.

Solo il 39%  di loro usa abitualmente il preservativo, il 37% ritiene inutile l’utilizzo combinato di pillola e preservativo, il 14% li considera un ostacolo al rapporto.

In questo quadro, la demonizzazione dell’educazione sessuale a scuola pare davvero colpevole, giocata com’è sulla pelle dei nostri figli e delle nostre figlie.

La Chiesa fa muro e la classe politica si adegua: decenni di proposte per introdurne l’insegnamento tra i banchi e neanche una legge in materia, anzi reazioni furiose da parte del fronte antigender. Il dibattito non è nemmeno più all’ordine del giorno nel nostro Paese, dove la prima proposta di legge risale al 1910.

Occhio non vede, cuore non duole: una tattica fin troppo vecchia, una mastodontica ipocrisia ai danni di generazioni sempre più disorientate.

 

 

 

 

 




Omaggio alla Tunisia

Non ci si deve meravigliare di una presenza femminile tangibile nella storia della Tunisia. Se Tunisi si dice orgogliosamente erede di Cartagine, città fondata dalla mitica regina fenicia, sorella di Pigmalione re di Tiro, già dagli albori ebbe una donna come abile governatrice. Si narra che Didone riuscì a ottenere un regno ben più grande della superficie di una pelle di bue, recintando il perimetro della sua capitale con una corda ottenuta da strisce sottilissime ricavate dal quel cuoio prendendo tanto terreno “quanto ne poteva contenere una pelle di bue” come le aveva concesso il re libico Iarba. Sulla rocca di Birsa, una donna migrante alla ricerca di pace e un destino migliore edificò Cartagine fiorente città nuova poco distante dalla odierna capitale della Tunisia.

FOTO 1. Collina di Birsa e Rovine di Cartagine

La recente elezione a prima sindaca di Tunisi di Sua’d Abderrahim (in copertina), cinquantaquattro anni, farmacista ed ex detenuta politica, esponente del partito en-Nahda nelle prime amministrative libere post rivoluzione del 2011, ha posto sotto i riflettori la presenza delle donne arabe nella politica dei Paesi dell’area del Nord Africa. L’elezione di Abderrahim è stata un grande successo e sottolinea come la presenza delle donne nella scena politica non è recente né legata solo a episodi cruciali della storia del Paese, nostro dirimpettaio. In Tunisia altro risultato storico delle ultime elezioni è aver stabilito per legge l’eguaglianza di genere nelle liste elettorali. Su cinquantasette mila candidature, metà era donna. Su oltre duemila liste, più di un quarto avevano una guida femminile. E almeno un centinaio di formazioni politiche sono state escluse dalla competizione elettorale per aver disatteso alla regola del 50-50. La «femminilizzazione della politica è cominciata e darà frutti»  Un cammino iniziato ben prima della Rivoluzione dei Gelsomini: la Lega delle elettrici tunisine insieme ad altri venti mila gruppi della società civile ha sempre tenacemente perseguito questi obiettivi per le donne.

Habib Bourghiba, il leader della lotta per l’indipendenza e poi il fondatore della Tunisia moderna, primo Presidente del Paese per trenta anni, ebbe al suo fianco l’autoritaria e ambigua seconda moglie Wassila, al –Majda, una figura più che influente fino agli anni Ottanta, una presenza costante di primadonna nella vita tunisina. 

Le tunisine non sono mai state estranee all’agone politico. Durante la lotta di liberazione, le donne furono sempre in prima fila e alla nascita della repubblica all’indomani dell’indipendenza ottenuta dalla Francia nel 1956, con l’Union musulmanes des femmes en Tunisie (UMFT) – fondata nel 1936 da Bachira Ben Mrad ispirandosi all’egiziana Hudā Sha‘rāwi – segnarono una svolta nella storia dei diritti delle donne.  Esse ebbero accesso a uno status assolutamente nuovo per il mondo arabo e la questione dell’emancipazione femminile non ha eguali in altri Paesi a maggioranza musulmana. La Tunisia figlia di un lungo processo storico-culturale, oltre a un’interculturalità che ha radici secolari, ha vissuto un importante processo di modernizzazione: significativa fu nel 1956 la promulgazione del Codice di statuto personale (majallat al-ahwal alshakhsiya).  Ciò ha prodotto istanze di emancipazione sociale legate al processo di acquisizione dei diritti della donna, come l’abolizione della poligamia, provvedimento fortemente sostenuto da Bourguiba, il quale asseriva che tale decisione non era in contraddizione con alcun testo religioso ma si poneva in armonia con il bisogno di giustizia e di uguaglianza tra i sessi.

Al divieto della poligamia, si aggiungono la sostituzione del divorzio al ripudio solo maschile, l’età minima e il reciproco consenso per il matrimonio, l’abolizione del dovere di obbedienza della sposa, la legalizzazione dell’aborto. Dal 1973 con l’Ufficio di Pianificazione Familiare si aggiunge una attenta informazione e politica contraccettiva a carico dello Stato per tutte le donne. Certo, le disparità culturali resteranno e il successo nelle aree urbane non raggiunge o cambia in profondità le zone più interne tradizionali e rurali del paese, ma il dado è stato tratto da decenni e anche dopo la fine della dittatura di Ben Alì e la Rivoluzione dei Gelsomini non ci si poteva aspettare un ritorno a casa delle donne. I movimenti integralisti e tradizionalisti possono aver provato a oscurare o cancellare una presenza femminile nella vita pubblica, ma gli stessi partiti conservatori come en-Nahda non hanno potuto cancellare un’evidenza: le donne tunisine vogliono restare protagoniste, e proprio una militante di questo schieramento è festeggiata come prima sindaca eletta a Tunisi. È per questo che a volte occorre conoscere e osservare quanto avviene poco lontano dalle nostre coste e apprendere, più che rifiutare, quanto ci insegna la dolce fragrante terra di Tunisia.

FOTO 2. Cartagine




“Vivas nos queremos”, una campagna grafica dall’Argentina

“Vivas nos queremos” è una di quelle frasi che le femministe dell’America Latina ripetono sempre. “Vogliamo restare vive”: un grido disperato che si oppone ogni giorno alle molestie, alla violenza, ai femminicidi. Maggiore è il numero delle violenze, più forte è la lotta delle donne argentine.

Ma “Vivas nos queremos” è diventato anche il nome di una campagna contro la violenza sulle donne. Una campagna fatta di donne, immagini e volti che sfilano in occasione di grandi manifestazioni ma che si ritrovano anche in semplici raduni di piazza, lungo i muri delle strade, nei bar e nei locali.

Foto 1

L’iniziativa è partita dal Messico ad opera del collettivo “Mujeres Grabando Resistencias” e nel 2015 è arrivata in Argentina, dove ha ufficialmente esordito durante la manifestazione del 25 novembre di quell’anno. Donne di tutte le età sono scese in piazza, brandendo le xilografie da loro stesse prodotte e denunciando con forza l’oppressione di genere.

L’idea è quella di far parlare le immagini e rendere così più “visibile” il problema della violenza sulle donne. Attraverso la tecnica della xilografia, infatti, ogni donna può produrre un lavoro, che deve contenere un volto (o più volti) di donna, una frase significativa e lo slogan #VivasNosQueremos.

Foto 2

In molte di queste immagini le donne rappresentate sono persone davvero esistite e sono vittime di violenza e rivoluzionarie. Berta Caceres, attivista honduregna assassinata nel marzo 2016, è fra queste; così Alina Sanchez, combattente argentina nelle fila dello YPJ in Rojava, morta il 17 marzo scorso; Diana Sacayàn, attivista LGBT argentina, uccisa brutalmente nel 2015; Laura Iglesias, attivista del Patronato de Liberados per i diritti umani e dei lavoratori in Argentina e uccisa nel 2013. Molte delle immagini, poi, sono volutamente provocatorie: “Il mio modo di essere, di vestire, di sentire, di vivere – non la tua violenza” dice l’immagine di una donna con minigonna e calze a rete. Alcune esprimono non solo la lotta, ma anche semplici stati d’animo: così, una madre e una figlia che si tengono per mano nella notte e dicono “Un giorno vivremo senza paura”.

Foto 3

Dal 2015 in poi la campagna è cresciuta: sempre più donne vi si sono avvicinate, dedicandovi il proprio tempo e autofinanziandosi. Ogni immagine è anonima (non firmata) e non a caso, perché la lotta è di tutte e non di una soltanto. L’idea è quella di «rendere riproducibile ogni immagine attraverso la tecnica della xilografia»: ogni donna può farlo e portare così avanti la lotta.

 

In America Latina i numeri sul femminicidio parlano chiaro: San Salvador, Colombia, Guatemala, Messico e Suriname risultano fra i primi sette paesi al mondo per il più alto tasso di femminicidi. A questo si aggiunge il traffico di esseri umani, che riguarda in particolar modo donne e bambine, un vasto mercato illegale e vera e propria piaga dell’America Latina. Sono i corpi ritrovati delle donne a parlare: mutilazioni e segni di torture mostrano come non si tratti soltanto di un assassinio, ma della volontà di determinare e controllare dall’esterno il corpo di una donna, fino a provocarne la morte. Contro questo «negativo che avanza», le immagini di “Vivas Nos Queremos” sono positive, parlano di donne forti, che lottano e si autodeterminano. La sensibilità e la paura non lasciano spazio a dubbi, perché la lotta può avvenire in una sola direzione.

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È anche per questo che fra le tematiche trattate dalla campagna grafica latinoamericana vi si aggiungono altri argomenti di cocente attualità: lo sfruttamento in campo lavorativo e la discriminazione di genere, la necessità di portare l’educazione sessuale all’interno delle scuole in modo efficace, l’estremo bisogno di un aborto che sia gratuito, legale e sicuro. Proprio in questi giorni, infatti, le mujeres argentine stanno chiedendo una depenalizzazione della legge sull’aborto, che al momento è possibile soltanto in caso di stupro o di pericolo di vita della donna, e il parlamento argentino ne discuterà il 13 giugno. La forza delle immagini di “Vivas nos queremos” parla di tutto questo. E diffonde speranza in un continuo scambio di energia fra parole e volti.

 




Che genere di scuola

Non so se e come il nuovo Governo del Paese affronterà il tema dell’educazione di genere, che fu sia pur sommariamente e vagamente inserito dal Governo Renzi nella legge chiamata “Buona scuola”.

Nessuno ha la minima idea dell’opinione in materia del nuovo responsabile del Miur. Io so solo ciò che è accaduto finora. So solo che è profonda e diffusa l’esigenza di un cambiamento (sì, quella parola che tanto piace ai nuovi poteri).

All’interno dell’istituzione scolastica si è assunto sempre che contenuti e metodi della formazione fossero neutri rispetto alle differenze, e che bastasse non nominarle per contrastare le disuguaglianze.Èstata spesso presente una forma di negazione dell’aspetto sessuato della persona, ma l’imbarazzo o il silenzio sono anch’essi una potente trasmissione di messaggi, che consegnano alla clandestinità emozioni, desideri, interrogativi. Se gli e le adolescenti non fanno domande, questo non significa che non ne abbiano, in un momento storico in cui si incrociano possibilità plurime di essere e divenire donne e uomini.

I nostri ragazzi sono liberi di crescere ed esprimersi secondo le loro inclinazioni, o sono ancora soggetti a una “prova di virilità” che ne condiziona comportamenti e modi di fare? Quali sono le loro reazioni alla nuova libertà femminile nel mondo, alla crescente presenza delle donne nel lavoro, nella cultura, nella politica? E quali resistenze oppongono le ragazze alla crescente mercificazione dei corpi femminili che è la faccia regressiva, distorta e mistificata di quella libertà?

La scolarizzazione di massa è stata probabilmente il fenomeno che con maggior forza ha segnato il mutamento femminile della percezione del sé, introducendo percorsi uguali e condivisi, ponendo tutti e tutte di fronte agli stessi obiettivi. La scuola però non ha accompagnato questa sua straordinaria funzione con una riflessione adeguata, ma si è limitata a far convivere in modo casuale e frammentario la pratica del nuovo con l’andazzo tradizionale.

Nonostante queste premesse mi colpisce – quando vado in giro per l’Italia – il fatto che da parecchi anni siano tante e tante le docenti che manifestano il desiderio e la necessità di introdurre nella didattica quel doppio sguardo (uno sguardo non in-differente) che non hanno trovato nella propria formazione di base. Dovrebbero essere sostenute da sponde politiche autorevoli, e questo non avviene.

La critica profonda e corrosiva alla cultura patriarcale non ha trovato ancora nei vertici della scuola una sponda forte.

Come si fa a contribuire all’evoluzione democratica di una società, se le competenze di chi va a insegnare non prevedono la conoscenza del percorso storico, culturale, sociale e politico di metà della popolazione? In che modo si possono formare giovani cittadine forti e consapevoli, quando le discipline scolastiche non parlano di loro, non parlano a loro? Come si fa a superare la visione androcentrica del mondo?

Che lo si voglia vedere o no, le femministe han già scardinato, e non si stancano di farlo, le impalcature del logosoccidentale e del discorso incentrato su di esso. Questo sì, è stato un cambiamento radicale.

L’alternativa ora non è se tenere conto o meno del genere a scuola, ma se assumerlo come si è sempre fatto, con un ordine implicito, invisibile e dunque immutabile, oppure se fare dei percorsi di apprendimento e delle relazioni pedagogiche un’occasione per una maggior consapevolezza dei modelli di riferimento che naturalizziamo ed eternalizziamo senza prevedere aree di problematizzazione.

Se vogliamo andare avanti, o se accettiamo di essere rimandate indietro. Il pericolo esiste.

 

 

 




Interroghiamo il fuori tema

Molti assassini di donne si suicidano dopo aver compiuto il femminicidio: l’ultimo caso – avvenuto a Prato – ce lo ricorda. Distruggono se stessi con l’oggetto di attaccamento (a volte coinvolgendo anche figli e figlie), poiché per loro non esiste distinzione tra i soggetti. 

Qui sta la loro “anormalità”, ma davvero è solo la loro?

Questo dato agghiacciante parla delle patologie non di singoli, non di culture lontane e arretrate, ma di una cultura attuale, la nostra: parla di una concezione diffusa che esalta l’amore fusionale e la coppia romantica, che in loro nome non vede la vocazione al controllo e giustifica l’incapacità di elaborare i lutti e le perdite.

Dobbiamo ragionare a fondo su quanto è nascosto nelle relazioni intime, nella vita delle coppie, nei rapporti familiari. Dobbiamo trovare il coraggio di portarlo alla luce senza temere che questo comporti complicità con gli assassini.

Finalmente nominiamo il potere, ma troppo a lungo abbiamo eluso il nesso tra amore e violenza, nonostante il lavoro magistrale di Lea Melandri (Amore e violenza; Come nasce il sogno d’amore):

Separandosi, la donna non colpirebbe solo un privilegio e un potere indiscutibile della maschilità, ma l’amore di sé, la fonte prima, rimasta tale anche nell’età adulta, dell’autoconservazione. Il fatto che chi uccide spesso riservi a sé la medesima sorte sembra esserne la conferma.

Abbiamo preferito ignorarlo, perché fa male, destabilizza e può mettere in crisi racconti antichi di amori salvifici, idealizzazioni comode di universi incantati dal “per sempre”, forti desideri inconsci di risarcimenti: composizioni utopiche di interezza, “due in uno”, metafore potenti di pezzi di mela che si ricongiungono, sogni di beatitudini originarie, armonie perfette, reciproche indispensabilità. In definitiva, indistinzioni tra soggetti (“senza di te non sono niente”). 

Troppo facile, persino liquidatorio ripetere “questo non è amore”, come se l’amore non abbisognasse di aggettivi: come se non conoscessimo legami esclusivi, legami perversi, amori malati, amori masochistici, amori che fagocitano, passioni abusanti, abbracci mortali. 

Nella postmodernità è cambiato il sogno d’amore? La commercializzazione della sessualità ha avuto almeno il vantaggio di svelare le trappole del sogno romantico? L’autodeterminazione conquistata dalle donne con l’emancipazione economica ha ridotto almeno la necessità della dipendenza emotiva?

Da quanto posso ascoltare nelle scuole e tra la gente io non lo credo; sono convinta che sia arrivato il momento di portare il tema in primo piano, nelle discussioni pubbliche e nei discorsi privati.

Troppo ne stiamo tacendo con i nostri figli e le nostre figlie, senza accorgerci che spargendo miele a piene mani facciamo loro del male e che li prepariamo male alla vita.




Irlanda – Le femministe Rosa e il diritto all’aborto

Il 25 maggio 2018 è diventata già una data storica per molte e molti irlandesi. 

Chiamata al voto per decidere del diritto all’aborto della donna, il 66,4% della cittadinanza, in un Paese all’80% cattolico, ha votato per il sì, decidendo così, attraverso un referendum, l’abrogazione dell’ottavo emendamento della Costituzione, introdotto nel 1983 che, di fatto, rende illegale l’aborto anche in caso di malformazioni del feto, stupro, incesto e altro. L’interruzione di gravidanza è possibile soltanto in caso di pericolo di vita della donna.

Questa legge ha causato la morte di alcune donne (cui è stato comunque rifiutato l’aborto anche se in pericolo di vita) e anche una sorta di ‘turismo’ verso il Regno Unito, dove la pratica è consentita, relegando le donne più povere a strade insicure e pericolose.

Contro molte previsioni che fino agli ultimi giorni davano una sostanziale parità fra le due parti in gioco, ha vinto il Sì. Ora tocca al Parlamento emanare una nuova legge che abbia come focus il diritto della donna ad abortire e a essere tutelata e seguita in questa sua scelta.

Nei mesi precedenti molte attiviste sono scese in piazza e hanno organizzato marce e manifestazioni per il Sì. Mentre gli anti-abortisti hanno giocato su una vecchia retorica che dipinge l’aborto come un omicidio e che ha diffuso false notizie, donne e uomini per il Sì hanno posto l’accento sulla necessità di garantire la libertà di scelta della donna sul proprio corpo. 

Fra le principali organizzazioni attive nel campo c’è Rosa (for Reproductive rights, against Oppression, Sexism & Austerity), gruppo di femministe fondato da alcune donne del Partito socialista irlandese e poi ampliatosi. Rosa in onore di Rosa Luxemburg e di Rosa Parks: entrambe rivoluzionarie, attiviste, impegnate in primo piano nella lotta. 

Fra i dieci propositi del gruppo Rosa ha un posto fondamentale la salute della donna. È per questo che fra i primi punti, oltre all’eliminazione dell’ottavo emendamento, ci sono anche la tutela della salute della donna come obiettivo dello Stato, la completa gratuità dell’aborto, la disponibilità immediata della pillola anticoncezionale, l’educazione sessuale nelle scuole per rimuovere la cultura dello stupro. 

Ma accanto a queste mete, le attiviste di Rosa pongono altre questioni fondamentali: la separazione fra Stato e Chiesa è una di queste, perché è dalla Chiesa cattolica che i retaggi conservatori e sessisti si trasmettono nelle scuole e negli ospedali. Ma c’è anche un’istanza anticapitalista, che chiede di tassare i “super ricchi” e di favorire invece le donne, i lavoratori e i disoccupati. No all’austerity, ma sì a investimenti nel settore pubblico (ospedali, scuole, servizi sociali).

Negli ultimi mesi l’operato di queste attiviste si è concentrato sul referendum, al grido di #time4choice. L’hashtag è diventato virale sul web, proprio accanto a quel “Repeal” (Abroga), che adesso è diventato il simbolo di una vittoria. Sono scese in piazza, con gli abiti delle ancelle (The Handmaid’s Tale, la serie tv distopica che parla di donne e ribellione) o più semplicemente con una maglietta nera che gridava repeal.

Ma non bisogna dimenticare che il loro è un femminismo socialista, che combatte il sessimo così come il capitalismo, consapevole che le due lotte sono intrecciate e che non c’è femminismo vero senza lotta anticapitalista. Si ispirano a Marx ed Engels, lotta di classe e oppressione fanno parte del loro vocabolario, ma anche intersezionalità, lotta per i diritti civili e post-modernismo rientrano nei loro dibattiti e nel loro pensiero. 




La schiava migliore non ha bisogno di essere picchiata, si picchia da sé

Goethe diceva con lucida saggezza Nessuno è più schiavo di colui che si ritiene libero senza esserlo. 

Una delle intuizioni originali del femminismo è stata rendersi conto che per un tempo lunghissimo le donne hanno dovuto far propria la visione maschile del mondo, con adattamenti, resistenze, ma anche continui tentativi di strappare qualche potere, in primis quello di rendersi indispensabili nella vita quotidiana: l’unico concesso e praticato per secoli, come rilevava John Stuart Mill ne L’asservimento delle donne.

Scrive Lea Melandri:

Le donne non hanno solo cura dei bambini, dei neonati: forniscono cura a uomini in perfetta salute, uomini che si possono curare da soli. Questo non è di poco conto: vuol dire che le donne, nella cura, hanno strappato qualche potere, che è l’indispensabilità all’altro.

La battaglia più dura da affrontare riguarda la psicologia delle donne stesse, che devono riconoscere e superare gli stereotipi e i pregiudizi propri della cultura patriarcale rinunciando a modelli introiettati che le hanno inglobate in una bolla rassicurante ma soffocante.

Nella Mistica della femminilità fin dal 1963 Betty Friedan parlava del “problema senza nome”, del “comodo campo di concentramento” fatto di gratificazioni paternalistiche, che chiude tante donne nella gabbia delle aspettative sociali, nell’adesione a stereotipi che ne incanalano l’esistenza entro pareti sicure ma asfittiche.

È dolorosa, questa complicità: ogni infrazione – vera o presunta – a doveri così tassativi scatena non solo stigmi sociali ma feroci sensi di colpa, con annessi rimorsi e frustrazioni (il senso di colpa è utilissimo agli addomesticatori di coscienze).

Virginia Woolf lo chiamava il potere ipnotico del dominio, le psicanaliste il predatore interiore. Lea Melandri parla di violenza invisibile: la vittima parla la stessa lingua dell’aggressore, è talmente de-individuata da aver perso la capacità di riconoscersi preda di un carnefice perché si identifica con lui e con i suoi bisogni piuttosto che con se stessa e con le proprie esigenze. Come le è stato insegnato, chiama tutto questo ‘amore’. La subordinazione e questo tipo di amore non sono affatto esclusivi. 

Persino nella violenza di genere c’è una verità che fa male: una parte delle donne ritiene di meritarsela almeno un po’. Nel profondo pensa che se quegli schiaffi sono arrivati un motivo doveva esserci. Ritiene di non fare mai abbastanza. 

L’ho provocato. Avrei dovuto lasciarlo in pace. Ho iniziato io. Poverino, non lo fa apposta. In fondo mi vuol bene, a modo suo mi dimostra affetto. Però con i bambini è buono. Ha un sacco di problemi al lavoro …

Un amore che è frutto di suggestioni, idealizzazioni e proiezioni non riconosce il soggetto. 

Darei qualsiasi cosa per te. L’amore richiede sacrificio. Senza di te io non sono niente. Mi sei indispensabile. Noi due siamo una cosa sola. Tu sei la mia metà.

Povere e analfabete, ricche e colte, vecchie e giovani: la dipendenza emotiva non distingue tra classi sociali, etnie, religioni, età. Sono tante, in tutto il pianeta, le donne cresciute nel mito dell’unione fusionale e intrappolate in relazioni abusanti: si sottomettono alla tirannia della sopportazione per amore, mentre la loro autostima si dissolve nella continua ricerca di riconoscimenti affettivi. 

Perché noi siamo state le serve che hanno amato i loro padroni, le prigioniere che hanno amato i loro carcerieri, le oppresse che hanno amato i loro despoti, lungo tutto il corso della storia, con poche eccezioni.

È difficile, è faticoso affrancarsi da modelli che per millenni ci hanno trasmesso il bisogno di un uomo e della sua approvazione per sentirci complete.