ITALIA – Le mistre orlatrici di scarpe della Riviera del Brenta

Di Nadia Cario

 Il sistema calzaturiero in Riviera del Brenta si estende nell’area geografica da Padova a Venezia operando in innumerevoli ambiti al servizio delle aziende calzaturiere del Veneto.

Per la maggior parte si tratta di PMI, che grazie all’azione collettiva affrontano con successo il mercato mondiale, proponendo calzature di alta qualità, alla moda e con esecuzione “Made in Italy”.

Per valutare la bontà delle scarpe prodotte nel distretto aiuta sapere che molte griffes della moda mondiale vi si rivolgono per far creare e produrre le loro collezioni di calzature trovando tecnologia, organizzazione e innovazione in un distretto che ha alle spalle una scuola artigianale nata nel 1923 a Stra (VE).

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FOTO 1. Lavorazione

Alla fine dell’800, con la nascita della prima fabbrica di scarpe lungo la Riviera del Brenta, in un territorio a vocazione prevalentemente agricola, si intravide la possibilità di migliorare le condizioni economiche delle famiglie. Oltre all’occupazione in fabbrica, con il tempo si adottò il sistema del cottimo, eseguito a casa dalle donne che così potevano arrotondare le entrate senza tralasciare le quotidiane mansioni di accudimento familiare.

Era un sistema utile alla fabbrica, perché tutte le spese relative alla produzione – energia elettrica, macchina da cucire, attrezzi, mastice e masticione – erano per lo più a carico delle lavoratrici.

 2.Macchina da cucire a colonna_20x30.

FOTO 2. Macchina da cucire a colonna

In un tempo in cui la scolarizzazione si fermava alla licenza elementare, le bambine venivano iniziate, tra la quarta e la quinta classe, ad essere garzone, e per un periodo di cinque anni apprendevano il lavoro da sorelle maggiori, madri, zie e nonne.

Acquisita l’abilità di incollare, battere la pelle, cucirla, attaccare la fettuccina, riconoscere gli aghi da usare in base alla lavorazione, usare gli attrezzi quali il martello da mistra (che non è quello da calzolaio), valutare la larghezza del punto e le finezze necessarie per mettere insieme i vari pezzi, alla ragazza veniva affidato il compito di cucire delle scarpe di prova per valutare se fosse una mistra finita.

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FOTO 3-4. Gli attrezzi del mestiere

Superato l’esame, la giovinetta doveva trovare i soldi per la caparra necessaria a comprare a rate la sua macchina da cucire, che la ditta non forniva giustificandosi con la frase “chi mi dice che tu non lavori per qualcun altro con la mia macchina?”.

In ciascuna famiglia nella zona c’era almeno una persona che lavorava nel settore: o in fabbrica o a casa, o addirittura un po’ a casa e un po’ in fabbrica.

Ogni fabbrica, aveva il suo modellista e il suo tagliatore, rigorosamente uomini. In estate la produzione si concentrava sulle scarpe invernali e l’inverno su quelle estive, lavorando sempre in anticipo sui tempi, come d’uso nella moda. Nel periodo di passaggio tra due stagioni c’erano dei fermi produttivi in cui le lavoratrici a cottimo non guadagnavano.

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FOTO 5. 1959

Il modellista creava il disegno, preparava la camicetta e aveva la “sua” mistra, che realizzava materialmente la scarpa ideata sulla base delle sue spiegazioni, creando così, una volta approvato, il prototipo per la nuova stagione.

Nel dizionario del dialetto veneziano (1829) di Giuseppe Boerio (1754-1832) c’è il significato di Mistra, s.f. Maestra o Maestressa: donna che fa scuola a fanciulli o Capomaestra di qualche arte. Come Mistra da libri è la cucitrice di pagine di libri per Legatori, Mistra da scarpe è l’orlatrice che costruisce la tomaia.

Nel 1961, l’accordo tra l’azienda Rossimoda e la Maison Dior e nel 1963 con Yves Saint Laurent faranno decollare la produzione di calzature di lusso di altissima qualità e tutto l’indotto, mistre comprese, contribuendo così al famoso boom economico del Nord-Est e in particolare della Riviera del Brenta.

L’imprenditrice Maud Frizon

Sito 30.01.2016 http://gesta.scuoladottorato.it/joomla/images/ALLEGATI/archivio/2012/canazei-2012/Scalabrin_paper.pdf

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FOTO 6. Frizon

L’imprenditrice Maud Frizon nasce a Parigi nel 1941. Intorno al 1960 inizia la sua carriera come modella per case di moda.

All’epoca le modelle dovevano fornire le calzature per le sfilate, che non erano considerate da parte degli stilisti, dei veri e propri oggetti di moda, ma semplicemente un complemento da abbinare all’abito che era l’unico e indiscusso protagonista.

In vari testi di moda si narra che la modella Maud Frizon non amasse molto le calzature in voga in quegli anni e che quindi intorno al 1968 decidesse di disegnare le calzature da indossare alle sfilate.

Nel 1969, insieme al marito Gigi De Marco, inaugura a Parigi il primo negozio di calzature del marchio Maud Frizon e all’inizio degli anni ’70 sposta la produzione proprio in Riviera del Brenta. […]

Per comprendere il fenomeno della produzione Maud Frizon all’interno della storia della moda è utile soffermarsi su che cosa fossero e rappresentassero le calzature Maud Frizon negli anni settanta ed ottanta. […] Maud Frizon ha avuto il grande merito di inventare delle soluzioni stilistiche, trasformandole in soluzioni tecnologiche. Il processo che attualmente tutti gli stilisti di calzature richiedono alle aziende produttrici, ovvero l’innovazione tecnologica, Maud Frizon lo applicava nelle sue collezioni già agli inizi degli anni ’70, creando il tacco a cono e lo stivale senza cerniere.

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FOTO 8. 1970

 Intervista a Maria, che ha lavorato per un periodo alla fabbrica Maud Frizon.

È stato il periodo lavorativo più bello, mi trattavano bene, mi sentivo rispettata e mi pagavano con soldi sicuri, non come gli altri. Venivo pagata con l’assegno con le stelline (circolare).

Quando si trattava di creare i nuovi modelli di stagione una decina di maestranze (modellista, tagliatore, mistre), le migliori, si spostavano nel castello di Maude Frizon vicino a Parigi dove era stato allestito il laboratorio con la linea di produzione nella dependance.

Rimanevano fino a quando non fossero stati realizzati i modelli per la nuova stagione.

Quando lavoravo in casa, il mio lavoro consisteva nell’andare in fabbrica, a piedi o in bici, farmi dare dalla referente le borse piene di tomaie in pezzi numerati; mi preparavano la bolletta con tutti i numeri e le quantità della consegna. Era la referente che mi dava i quantitativi e i tempi per la restituzione del lavoro fatto.

Quando erano le scarpe decolleté ero contenta perché sono le più semplici nella loro realizzazione. La referente, se la volta prima avevo consegnato delle scarpe con la cucitura il cui filo non era tirato alla perfezione, la volta successiva mi faceva saltare il turno lasciandomi senza lavoro per un po’. Poi ritornava come prima, ma l’attenzione, la precisione e la competenza tecnica richiesta erano altissime.

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FOTO 9. Marilisa Segalina. Mistra anni ’80.

Lavoravo, oltre che con la macchina da cucire, con il maccarolo che serviva per piegare le tomaie facendo aderire le due parti da incollare sulle quali avevo steso il mastice e poi la cordella, il compasso da scarpe per segnare la traccia delle cuciture parallele che avrei dovuto fare ad esempio sui cinturini, la forbice che mi serviva per tagliare ma anche, se usata di taglio, a schiacciare la pelle della tomaia con la pelle delle fodera, una lama per incidere e tagliare a filo, una base di marmo su cui poggiavo le tomaie in lavorazione e poter fare leva, ad es, per fare i buchi dei cinturini con l’apposito attrezzo e il martello.

Quando c’erano delle consegne urgenti, da un giorno per l’altro, mettevo tutta la famiglia a lavorare.

A fianco di ciascuna mistra c’era sempre la moka del caffè per tenerle sveglie a lavorare fino all’ultima scarpa.

Il lavoro in fabbrica, invece, aveva gli orari fissi con chiusura alle 17,30. Ma nessuna andava a casa a quell’ora. Si stava in fabbrica mezz’ora in più per la pulizia delle macchine, dei pavimenti e dei bagni, a turno. I ritmi della manovia erano pressanti, la manovia non aspettava, quando avevi il ciclo dovevi metterti le mutande contenitrici e due o tre assorbenti. Per andare in bagno dovevi chiamare il cambio, che stentava ad arrivare.

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FOTO 10. Uso del maccarolo

 Intervista a Luisa, che da tempo non lavora più come mistra.

Anche lei ha fatto apprendistato per cinque anni, dalla quarta elementare, come garzona per la sorella più grande. È figlia d’arte, in un certo senso, oltre alla sorella anche lo zio era nel settore e le regalò il compasso che ha usato per tutta la sua carriera e che conserva ancora. Lei cuciva principalmente scarpe da uomo e aveva la macchina “a colonna”, comprata a rate.

Una volta definito il modello di scarpa da mettere in produzione, il passaggio più importante spetta all’orlatrice, la mistra che riceve le pelli scarnite e preparate per unione, cucitura e foderatura. Da queste abilità dipendono la bellezza delle scarpe e soprattutto la loro comodità.

Racconta Luisa anche lei delle ore notturne al lavoro e di quando, una volta finite delle scarpe che le piacevano particolarmente, le disegnava per ricordo. Una soddisfazione che nel lavoro in fabbrica non si poteva avere: fermarsi qualche minuto a contemplare il risultato del proprio lavoro e della propria opera. Ricorda l’odore del mastice e quando, per la sua tossicità, la fabbrica aveva introdotto il mastice ad acqua, che non garantiva la stessa adesione e tenuta nell’incollaggio, tanto che si è trovata più volte con le pelli che si aprivano, vanificando il suo lavoro di ore e ore. A questo punto le stesse mistre richiedevano il prodotto tossico, che garantiva la migliore finitura.

Dopo circa quarant’anni di lavoro tra un po’ di fabbrica e molto a casa, dice con orgoglio: ho fatto studiare le mie figlie e ho costruito casa! Ha dovuto smettere per l’artrosi alle mani.

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FOTO 11. Alle macchine

Nel 1961 nasce ACRIB (Associazione Calzaturieri Riviera Brenta) su iniziativa di un gruppo di imprenditori del settore con l’intento di accompagnare gli associati su un mercato competitivo e internazionale, e garantire loro un’assistenza specifica nell’intricata normativa del lavoro: dall’ambiente della fabbrica agli organismi rappresentativi, dall’apprendistato al lavoro a domicilio, dai trattamenti economici alle vertenze individuali e collettive.

Si viene a creare così una rete di collaborazioni e iniziative, come la fondazione del Politecnico calzaturiero (2001) che si occupa di formazione, ricerca e innovazione tecnologica. Questa scuola professionale privata, autofinanziata da calzaturiere/i, è nata per il trasferimento del know-how. Le lezioni si tengono al sabato e il corpo docente è formato da imprenditrici e imprenditori e da tecniche e tecnici delle imprese calzaturiere della zona. Tra le docenti anche una mistra finita.

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FOTO 12. Riviera del Brenta

Oggi operano nel settore quasi 500 PMI che coprono l’intera filiera produttiva. In esse trovano occupazione 10.000 addetti/e. La produzione annua si attesta su 19 milioni di paia: per il 95% sono calzature femminili di tipo lusso o fine e per il restante 5% calzature per uomo di tipo fine. Il giro d’affari attualmente supera 1,6 miliardi di euro, il 91% dei quali di export.




Donne rom fra tradizione ed emancipazione

Parlare dell’altroè sempre difficile, soprattutto quando c’è un concreto rischio di banalizzazioni e stereotipi. Per questo, parlare delle donne rom – che appartengono a un gruppo che è altro per eccellenza, straniero in ogni paese – è un compito che va portato avanti con cautela. Tanto più perché la classica prospettiva emancipazionista potrebbe risultare fallimentare nel comprendere fenomeni in cui razza, genere e classe sono strettamente interconnessi.

Chi sono, dunque, queste donne rom? C’è del fermento femminista fra di loro? E se sì, in cosa consiste?

Prima di tutto è necessario specificare una cosa: parlare di donne rom ha senso finché si tiene presente che le comunità in Europa e nel mondo sono tante e spesso diverse fra di loro, con tradizioni che subiscono variazioni da gruppo a gruppo, anche per via di coordinate esterne.

Quello che sappiamo, in generale, delle donne rom deriva più che altro dai giornali, dai racconti e dal nostro immaginario comune. Sono di volta in volta zingare che rubano o che ammaliano (come Esmeralda), che fanno l’elemosina portando con sé i propri figli, necessariamente sottomesse alla cultura patriarcale della loro comunità, portano ampie gonne dai colori sgargianti e capelli lunghi, spesso raccolti in una coda.

E sì, sono discriminate per ben tre volte: in quanto donne, in quanto straniere e in quanto rom. Ma, sebbene in molte rivendichino con orgoglio la propria cultura di appartenenza e la volontà di non abbandonarla, ci sono segnali di qualcosa che sta cambiando, soprattutto fra le più giovani.

L’idea che si sta diffondendo è che, in fondo, si possa scegliere di ‘andare avanti’ senza per questo rinunciare alla propria identità rom. Questo significa combattere quegli elementi maschilisti e patriarcali della propria comunità senza rinunciare alla propria tradizione culturale, linguistica e sociale in toto. È questo il loro cambiamento.

All’interno di alcune comunità rom, infatti, vigono delle ‘regole’ che limitano la libertà di scelta di queste donne: i matrimoni precoci sono l’esempio più lampante, sebbene non identico in tutte le comunità in Europa. È per questo che una parte della lotta delle donne rom si incentra proprio su questo argomento: “Terni bori” vuol dire “giovane sposa” ed è il nome con cui è stato lanciato il sito (http://www.ternibori.org/en/) del progetto europeo “Marry When You Are Ready”. Lo scopo? Porre fine ai matrimoni precoci delle minori rom, imparare a considerarli come una forma di violenza contro le donne, che incide dal punto di vista psicologico, sociale e culturale. Da qui, secondo le donne rom che portano avanti il progetto, bisogna ripartire per dare vita ad un’autodeterminazione femminile, in cui le donne non vengono salvate dall’esterno da un deus ex machina, ma imparano ad autodeterminarsi. Un progetto che assume una prospettiva europea e internazionale e che conta associazioni partner nei Balcani (Croazia, Serbia, Macedonia, Bosnia Erzegovina), in Bulgaria, in Italia e in Austria. E che parte, necessariamente, dalla scelta delle donne sul proprio corpo.

A questa prospettiva internazionale si rifà anche l’International Roma Women Congress (http://dromkotar.org/congress/), che quest’anno è giunto alla sua seconda edizione e che si è tenuto a Barcellona il 23 e il 24 marzo. Sono donne rom che parlano ad altre donne rom, parlano di sé stesse e dei propri problemi, che spesso sono simili anche da un Paese all’altro per via delle condizioni di discriminazione cui sono soggette. In questo caso lo scopo non è una singola battaglia, ma è in generale la riabilitazione dell’immagine delle rom in senso positivo e la lotta alle disuguaglianze di genere e alla violenza contro le donne. L’approccio è stato orizzontale e partecipativo: oltre agli incontri accademici, si è avuto modo di discutere insieme, partendo dalle esperienze comuni.

E poi c’è “Barabal” (http://barabal.eu/), che significa “uguaglianza”. È anch’esso un progetto europeo, che vuole aiutare le rom d’Europa attraverso un adeguato accesso all’istruzione. Si calcola, infatti, che mediamente una donna rom sia meno istruita di un uomo rom: in Italia nel 2014 il 23% di donne rom ha dichiarato di non saper né leggere né scrivere a fronte di un 12% maschile. Questo anche perché nelle comunità rom si tende a insegnare alle bambine il “mestiere della casa” e a prepararle ad essere madri e mogli perfette.

In Italia rappresentante di questo cambiamento che vuole combattere la tripla discriminazione cui sono soggette le rom è il Rowni-Roma Women Network Italy (https://sites.google.com/site/rowniromawomennetworkitaly/home). Una rete che come primo compito ha proprio quello di unire tutte quelle donne, appartenenti a questa minoranza, che si sentono discriminate. E da questa rete partire per promuovere l’autodeterminazione, l’autoimprenditorialità, la fiducia in sé stesse.

Gli elementi che tutte queste realtà portano avanti sono tanti: libera scelta del proprio corpo e libera rivendicazione delle proprie tradizioni rom sono le più evidenti e importanti. Ma dietro c’è molto altro, che si sovrappone e si interseca: la scuola e la possibilità di un’istruzione, la battaglia alla violenza sulle donne, l’incentivazione a usare saperi tradizionali in modo innovativo, lo “scoperchiamento” di discriminazioni di genere e lo sviluppo della consapevolezza della propria condizione. Con un ribaltamento di quest’ultima: essere donne rom è un valore aggiunto, che va potenziato – non eliminato.

Foto di Andrea Zennaro (Roma, 2017)

 

 

 




KENYA – Umoja, il villaggio matriarcale delle donne fuggite dalla violenza

Nel centro-nord del Kenya esiste un villaggio fatto di sole donne, Umoja. Fondato nel 1990, è interamente gestito e sostenuto dalle donne che lo abitano con i loro figli, donne fuggite da violenze e cultura maschilista.

Cosa può nascere da colonizzazione, mutilazione genitale femminile e una cultura tradizionalista che discrimina le donne? Nessuno risponderebbe “un posto felice”. E invece questo è quello che è successo in Kenya, dove questi tre fattori diversi eppure ugualmente distruttivi hanno dato vita ad Umoja, un villaggio fatto di sole donne.

Umoja si trova nel centro-nord del Kenya, nella regione Samburu, e viene definito un villaggio “matriarcale”. È stato fondato nel 1990 da Rebecca Lolosoli e da altre donne keniote per accogliere tutte coloro che decidevano di scappare dalle violenze – o dei mariti o dei soldati inglesi o semplicemente della società patriarcale dei Samburu – e vivere un’altra vita. Infatti, solo le donne – e i bambini che sono nati e cresciuti lì – possono vivere ad Umoja. Gli uomini non sono ammessi, ma se accettano le regole di questa nuova società possono trascorrere del tempo nel villaggio.

Il villaggio nasce quindi prima di tutto come rifugio dalla violenza e accoglie 15 donne in cerca di un riparo. La stessa Rebecca Lolosoli ha subito aggressioni da parte di suo marito e di altri uomini soltanto per aver parlato con le altre donne del suo villaggio dei diritti per cui devono lottare. Una delle tante violenze che, però, questa volta la manda all’ospedale ed è decisiva nel farle intraprendere una nuova strada. Così anche le altre donne che sono con lei sono state picchiate, aggredite, violentate.

Dal 1990 il villaggio cresce, ora ha quasi trent’anni di vita e conta circa 50 donne e 200 bambini. Donne, ragazze e bambine continuano a scappare e ad andare ad Umoja, dove solitamente restano per lunghi anni se non per sempre. L’ostilità degli uomini – che si dicono contrari ad un’esperienza del genere perché “le donne devono necessariamente essere controllate dagli uomini” – non ha potuto fermare la sperimentazione di questa nuova società al femminile.

Ancora molte donne arrivano oggi ad Umoja. Le mutilazioni dei genitali femminili e i matrimoni precoci, infatti, sono all’ordine del giorno nella cultura Samburu. Nel primo caso si tratta di una pratica portata avanti da anni e mai contrastata: fra i Samburu una donna che non ha subito la mutilazione non può essere presa in sposa ed è naturale praticare la MGF sulle figlie femmine. Anche i matrimoni precoci, inoltre, sono molto diffusi: circa il 23% delle ragazze in Kenya sposa prima dei 18 anni, percentuale che nelle campagne sale al 29%. Percepite come un peso dalle rispettive famiglie, vengono quasi immediatamente “date” in matrimonio e costrette ad avere figli quando sono ancora molto giovani, con tutti i danni emotivi che ciò comporta.

Tutto questo si sorregge su una cultura fortemente maschilista e patriarcale. Gli uomini Samburu, infatti, credono che le donne non possano gestirsi da sole, ma che debbano necessariamente essere guidate e controllate; che le donne senza gli uomini non sappiano provvedere alla propria sicurezza; che le donne siano in tutto e per tutto proprietà (magari silenti) degli uomini. Ciò di cui non si rendono conto gli uomini Samburu, però, è che loro stessi rappresentano il pericolo per le loro donne e che da loro stessi queste donne stanno fuggendo.

Le donne di Umoja hanno dimostrato il contrario. Non solo sono fuggite dalle violenze, in un certo senso guarendo dal male che avevano subito, ma hanno saputo anche costruire una comunità duratura in cui è possibile vivere insieme, fra donne che si autogovernano. Ogni donna è uguale all’altra, non c’è un capo politico, ma solo una portavoce (incarnato nella figura di Rebecca Lolosoli). Le decisioni vengono prese tutte assieme attorno all’ “albero della parola” e ogni donna dona il 10% di ciò che guadagna per la comunità. Vivono con poco, vendendo collane di perle e manufatti tradizionali, ma riuscendo tuttavia a mandare avanti un’intera comunità, sostenendosi a vicenda.

Nel tempo queste donne sono state anche in grado di costruire una scuola e un asilo nido, che accolgono non soltanto bambini di Umoja ma anche quelli dei villaggi vicini, e che svolgono un importante compito educativo.

Tutte le donne che vengono accolte nel villaggio imparano che le violenze subite sono frutto di una cultura, che però può essere cambiata, sradicata, proprio partendo da lì, dalla loro esperienza. Un’esperienza che parla di donne prima di tutto libere. Libere di scegliere.

Nonostante gli uomini non siano ammessi, infatti, ciò non significa che le donne del villaggio ripudino il genere maschile nella sua interezza, al contrario. Le donne di Umoja decidono di avere rapporti e intessere relazioni con gli uomini dei villaggi vicini. A volte hanno anche dei figli, che spesso poi crescono con loro nel villaggio e quindi al di fuori del matrimonio. Una condizione che in molte altre città della zona sarebbe stata inaccettabile.

Ci sono anche alcuni uomini che frequentano il villaggio e ne accettano le regole: hanno imparato che il rapporto uomo-donna deve crescere in condizioni di parità e senza violenza. Esiste quindi la possibilità del cambiamento, non solo per le donne ma anche per gli uomini. Un cambiamento molto lento, ma che parte dal basso e dal vissuto delle protagoniste di questa storia. Un cambiamento che pochi passi alla volta sta funzionando ed è positivamente contagioso.

 

 




La schiava migliore non ha bisogno di essere picchiata, si picchia da sé

Goethe diceva con lucida saggezza Nessuno è più schiavo di colui che si ritiene libero senza esserlo. 

Una delle intuizioni originali del femminismo è stata rendersi conto che per un tempo lunghissimo le donne hanno dovuto far propria la visione maschile del mondo, con adattamenti, resistenze, ma anche continui tentativi di strappare qualche potere, in primis quello di rendersi indispensabili nella vita quotidiana: l’unico concesso e praticato per secoli, come rilevava John Stuart Mill ne L’asservimento delle donne.

Scrive Lea Melandri:

Le donne non hanno solo cura dei bambini, dei neonati: forniscono cura a uomini in perfetta salute, uomini che si possono curare da soli. Questo non è di poco conto: vuol dire che le donne, nella cura, hanno strappato qualche potere, che è l’indispensabilità all’altro.

La battaglia più dura da affrontare riguarda la psicologia delle donne stesse, che devono riconoscere e superare gli stereotipi e i pregiudizi propri della cultura patriarcale rinunciando a modelli introiettati che le hanno inglobate in una bolla rassicurante ma soffocante.

Nella Mistica della femminilità fin dal 1963 Betty Friedan parlava del “problema senza nome”, del “comodo campo di concentramento” fatto di gratificazioni paternalistiche, che chiude tante donne nella gabbia delle aspettative sociali, nell’adesione a stereotipi che ne incanalano l’esistenza entro pareti sicure ma asfittiche.

È dolorosa, questa complicità: ogni infrazione – vera o presunta – a doveri così tassativi scatena non solo stigmi sociali ma feroci sensi di colpa, con annessi rimorsi e frustrazioni (il senso di colpa è utilissimo agli addomesticatori di coscienze).

Virginia Woolf lo chiamava il potere ipnotico del dominio, le psicanaliste il predatore interiore. Lea Melandri parla di violenza invisibile: la vittima parla la stessa lingua dell’aggressore, è talmente de-individuata da aver perso la capacità di riconoscersi preda di un carnefice perché si identifica con lui e con i suoi bisogni piuttosto che con se stessa e con le proprie esigenze. Come le è stato insegnato, chiama tutto questo ‘amore’. La subordinazione e questo tipo di amore non sono affatto esclusivi. 

Persino nella violenza di genere c’è una verità che fa male: una parte delle donne ritiene di meritarsela almeno un po’. Nel profondo pensa che se quegli schiaffi sono arrivati un motivo doveva esserci. Ritiene di non fare mai abbastanza. 

L’ho provocato. Avrei dovuto lasciarlo in pace. Ho iniziato io. Poverino, non lo fa apposta. In fondo mi vuol bene, a modo suo mi dimostra affetto. Però con i bambini è buono. Ha un sacco di problemi al lavoro …

Un amore che è frutto di suggestioni, idealizzazioni e proiezioni non riconosce il soggetto. 

Darei qualsiasi cosa per te. L’amore richiede sacrificio. Senza di te io non sono niente. Mi sei indispensabile. Noi due siamo una cosa sola. Tu sei la mia metà.

Povere e analfabete, ricche e colte, vecchie e giovani: la dipendenza emotiva non distingue tra classi sociali, etnie, religioni, età. Sono tante, in tutto il pianeta, le donne cresciute nel mito dell’unione fusionale e intrappolate in relazioni abusanti: si sottomettono alla tirannia della sopportazione per amore, mentre la loro autostima si dissolve nella continua ricerca di riconoscimenti affettivi. 

Perché noi siamo state le serve che hanno amato i loro padroni, le prigioniere che hanno amato i loro carcerieri, le oppresse che hanno amato i loro despoti, lungo tutto il corso della storia, con poche eccezioni.

È difficile, è faticoso affrancarsi da modelli che per millenni ci hanno trasmesso il bisogno di un uomo e della sua approvazione per sentirci complete.




L’arte della cura, da Trotula a Florence

di Livia Capasso

 L’arte della cura è stata praticata dalle donne sin dagli albori della civiltà,: incarnata in maghe e streghe, vestali e sacerdotesse, fu raccolta da levatrici, profetesse e guaritrici.

Con l’affermarsi dell’Università e con il relegare del sapere medico all’interno dell’istituzione ufficiale, riescono a resistere e a continuare la professione solo figlie, mogli, vedove di medici; le altre, soprattutto coloro senza istruzione e povere, iniziano a percorrere la strada dell’Inquisizione, oppure scelgono quella della santità e del convento.

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  1. Salerno. Trotula. Foto di Linda Zennaro

 Trotula, nota anche come Trocta o Trotta, nacque intorno al 1035/40, a Salerno dalla nobile famiglia de Ruggiero. Quel poco che si sa della sua vita è avvolto in un alone di leggenda. Certo è che, grazie al suo stato di nobildonna, poté prima studiare e poi insegnare in qualità di Magistra alla Scuola Salernitana, la prima e più importante istituzione medica d’Europa nel Medioevo, antesignana delle moderne università. La Scuola, primo centro di cultura laica, fondata sulla tradizione greco-latina, completata da quella araba ed ebraica, sosteneva il metodo empirico, la cultura fitoterapica e la necessità della prevenzione. Fu proprio que­sto carattere cosmo­po­lita e laico che permise l’ammissione delle donne agli studi. E importantissimo fu il loro apporto, tanto che divennero famose col nome di Mulieres Salernitanae.

L’eccezionalità di Trotula è dovuta anche al fatto di aver lasciato scritto il proprio insegnamento. La sua opera più conosciuta, il De passionibus mulierum curandarum (Sulle malattie delle donne), divenuto successivamente famoso col nome di Trotula Major, è stata pubblicata a stampa per la prima volta nel 1544 ; il De ornatu mulierum (Sui cosmetici) è un trattato sulle malattie della pelle e sulla loro cura, detto Trotula minor.

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  1. Roma. Trotula. Foto di Barbara Belotti

Continuando gli studi, Trotula, descritta come bellissima nelle fonti, sposò il medico Giovanni Plateario, ed ebbe due figli maschi che seguirono la professione dei genitori. Le notizie sulla sua vita ruotano intorno ad una data, il 1059, quando il medico Rodolfo Malacorona, reduce dai suoi studi di medicina in Francia, in visita a Salerno, affermando di non aver trovato in città nessuno più esperto di lui nell’arte medica, tranne una sapiens matrona, ci conferma l’esistenza di Trotula. Si sa che curava quanti ne avevano bisogno, ricchi o poveri, prostitute o religiose vio­len­tate, incurante di epidemie di tisi e infezioni. Insegnò alle levatrici le più elementari norme igieniche, e intanto si confrontava con tutte le eccelse menti che frequentavano quel fervido ambiente culturale che era Salerno. Si racconta che al suo funerale nel 1097, data che sembra confermata dai registri delle morti della cattedrale, avrebbe partecipato un corteo funebre di oltre tre chilometri.

3 - imm. libro Trotula

  1. Somministrazione di una pozione di more contro i dolori del mestruo – miniatura da Codex Vindobonensis, Vienna

 Donna medioevale eppure modernissima, femminista ante-litteram, capace per la prima volta di parlare esplicitamente di argomenti sessuali, senza coinvolgervi nessun accento moralistico, elevò la ginecologia e l’ostetricia a scienza medica, affrancandole dalle pratiche delle levatrici del tempo e liberandole dalle superstizioni che portavano ad accettare i dolori del parto e la morte come un destino naturale delle partorienti. Arrivò a proporre consigli per favo­rire le gravidanze o controllare le nascite, per concepire un maschio o una femmina, per simu­lare la ver­gi­nità. Non aveva preconcetti morali neanche su temi delicati come la frigidità femminile o l’impotenza maschile, considerava il desiderio sessuale femminile un fenomeno naturale che, se represso, come nelle vedove o nelle religiose, poteva recare sofferenza e persino malattie. I suoi rimedi sono “dolci” , come erbe e salassi, bagni caldi e infusioni, pozioni, pomate e massaggi al posto di metodi radicali, utilizzati spesso all’epoca. Considerava la prevenzione l’aspetto principale della medicina e riteneva che l’igiene, l’alimentazione equilibrata e l’attività fisica rivestissero un’importanza fondamentale per la salute. Non ricorse quasi mai all’astrologia, alla preghiera o alla magia, su cui si fondavano allora le pratiche mediche più correnti.     

4 - TrotulaMoneta       

  1. Medaglia in bronzo dedicata a Trotula de Ruggiero – 12 febbraio 1834

Un segno dell’importanza di questa mulier salernitana la riscontriamo nel fatto che venne a lei dedicato il conio di una medaglia di bronzo diffusa a Napoli nel 1834 e conservata nel Museo provinciale di Salerno.

Trotula, prima ginecologa, ma anche prima pediatra: nel De mulierum passionibus offre una serie di ammaestramenti, a cominciare dalle nozioni che riguardano l’individuazione dei segni di gravidanza, la posizione del feto nell’utero, il regime alimentare delle donne gravide. Particolare attenzione è data al momento del parto, per il quale prescrive un’atmosfera serena, lenta e rispettosa del pudore della donna, e consigli su come recidere il cordone ombelicale, tenere il bambino appena nato al caldo, non esporlo in luoghi luminosi, racchiuderlo in fasce affinché le sue membra crescano dritte.

Trotula si interessò anche di malattie comuni come la cataratta, le tonsilliti, disturbi dermatologici e digestivi, e infine di cure estetiche, che per lei non erano un argomento frivolo. Anzi, la bellezza era il segno di un corpo sano in armonia con l’universo. Nel suo trattato, De ornatu mulierum, l’autrice suggerisce pomate ed erbe medicamentose per correggere le rughe sul volto, o le borse sotto gli occhi; dispensa consigli su come eliminare i peli superflui, ridare candore alla pelle, oltre a dare insegnamenti sul trucco.

Vie a lei intitolate sono a Roma, Salerno, Eboli (SA). Trotula Corona è il nome attribuito in suo onore a una formazione esogeologica del pianeta Venere.

5. Salerno_AbellaSalernitana_LindaZennaro

  1. Salerno. Abella Salernitana. Foto di Linda Zennaro

 

Tra le personalità di spicco delle mulieres Salernitanae sono tramandati, oltre a quello di Trotula de Ruggiero, anche i nomi di Rebecca Guarna, Mercuriade, Costanza Calenda, Abella di Castellomata. Di quest’ultima, detta Abella Salernitana, non sono note date di nascita e morte, sappiamo solo che fu anche lei una medica attiva nel XIV secolo, e insegnò nella Scuola Medica Salernitana. Pubblicò due trattati: De atrabile (Sulla bile nera), De natura seminis humani (Sulla natura del seme umano). Di queste opere però si è persa traccia e il contenuto non è sopravvissuto fino ai nostri giorni.

Una scuola elementare a Salerno porta il suo nome.

 6. Roma_Fabiola-AndreaZennaro

  1. Roma. Fabiola. Foto di Andrea Zennaro

 

Gli studiosi concordano sulla presenza di donne tra i medici, sia nel mondo greco che nel mondo latino. E non si tratta solo di levatrici o di donne esperte in rimedi empirici, amuleti e formule di vario tipo. In Latino, come in Greco, medicus ha il femminile, medica. Lo si trova in Marziale, in Apuleio, e nelle epigrafi tombali.

Proprio a una donna, la nobile Fabiola, vissuta nel IV secolo, si deve il primo ospedale, nosokòmion, di Roma, dove non si limitò a fare la “dirigente”, ma assunse mansioni mediche. Nella lettera al marito di lei, Oceano, in occasione della morte di questa sua amica, S. Girolamo così la descrive:

Fu la prima a fondare un ospedale, nel quale ricoverava tutti i sofferenti raccolti per le strade, e accudiva le vittime sfortunate di malattie e di indigenza. […] Quante volte ella si è caricata sulle proprie spalle i lebbrosi! E quanto spesso ha pulito il pus prodotto da piaghe la cui vista gli altri (nemmeno gli uomini) non potevano sostenere. Nutriva i pazienti personalmente, e bagnava le labbra dei moribondi con gocce d’acqua.

Non dobbiamo stupirci che una matrona romana, donna ricca e nobile, s’intendesse di medicina o avesse una certa conoscenza delle erbe: le fonti romane ci informano che già in età classica era un vezzo dell’élite femminile, e delle signore della famiglia imperiale, cimentarsi nella preparazione di composti di erbe, e, soprattutto, di cosmetici e profumi. Una tradizione che sarebbe poi continuata nel mondo altomedievale.

La città di Roma ha dedicato alla nobile Fabiola una strada nel quartiere Gianicolense

 

 7 - Theodosia di cesarea

  1. Teodosia di Cesarea

Andando al mondo cristiano, tra i santi dei primi secoli, e nello specifico tra quelli che si diceva avessero esercitato la professione di medico, troviamo santa Teodosia di Cesarea (Tiro, 289/ Cesarea in Palestina, 307), madre di San Procopio martire e martire anche lei. Dotta in medicina, esercitò l’ars medica e curava pietosamente i malati. Curò le piaghe di dodici matrone prigioniere durante le persecuzioni dell’imperatore Diocleziano, consolandole con voce ferma e dichiarandosi cristiana anche lei; il prefetto allora la fece rinchiudere in prigione insieme alle altre, con uncini le fece lacerare tutto il corpo, Molte sono le torture che subì questa Santa: fu gettata in mare, fu esposta alle belve, ma ne uscì indenne e infine fu decapitata.

8. ScuolaMedica.Miniatura

  1. Scuola medica. Miniatura

Un testo intero, il Peri tòn giunaikéion pathòn (“Delle malattie delle donne”), conservato tuttora alla biblioteca Laurenziana di Firenze, è opera di una certa Metrodora, della quale non sappiamo altro che il nome, e il fatto che sia forse vissuta a Costantinopoli nel VI secolo. Metrodora conosce bene i maestri di medicina, sia quelli antichi che quelli a lei contemporanei; è una medica vera e propria, e una medica di tutto il corpo, che, all’occorrenza, sa ricorrere anche alla chirurgia, anche se certamente il suo è un approccio empirico. Metrodora non si occupa solo del benessere dell’apparato riproduttivo femminile, ma anche di problemi di stomaco, di febbre, di malaria, di emottisi, di dolori reumatici e traumi, e almeno trenta ricette sono dedicate alla cosmetica e alla profumeria, con ingredienti quali latte, aceto, allume e farina di frumento. Sorprende che si interessi, come farà poi Trotula, anche dei problemi intimi maschili, perfino con ricette afrodisiache a base di erbe e altre per favorire l’erezione.

Questo serve a sfatare anche un altro luogo comune molto diffuso per quanto riguarda il Medioevo: che la sterilità fosse un problema solo femminile. Gli uomini, soprattutto i Longobardi, avevano un autentico terrore dell’impotenza, ritenuta il disonore estremo per un uomo, che poteva costituire perfino causa di divorzio.

Ed eccoci arrivate ai tempi moderni.

9. Firenze.FlorenceNightingale.LauraCiuccetti

  1. Florence Nightingale. Firenze. Foto di Laura Ciuccetti.

Pur essendo nata a Firenze, nel 1820, Florence Nightingale è di nazionalità inglese. È considerata la fondatrice dell’assistenza infermieristica moderna, perché fu la prima ad applicare il metodo scientifico attraverso l’utilizzo della statistica. Inoltre propose l’organizzazione degli ospedali da campo nei fronti di guerra. Nel 1854 prese parte con altre 38 infermiere volontarie (da lei addestrate) alla guerra di Crimea, riuscendo a ridurre le percentuali di mortalità fra i soldati feriti; la sua teoria di nursing è incentrata sul concetto di ambiente, fattore principale nello sviluppo di malattie. Osservando e studiando le condizioni di ricovero e cura dei militari feriti individuò, infatti, cinque requisiti essenziali che un ambiente deve possedere per essere salubre: aria pulita, acqua pura, sistema fognario efficiente, pulizia, luce. Per la sua abnegazione durante la guerra di Crimea fu soprannominata “La signora con la lanterna”. Morì a Londra nel 1910.

10 - Florence_Nightingale

  1. Ritratto Florence Nightingale

 Un esempio significativo di quanto fosse essenziale per lei assumere decisioni supportate da fondamenti scientifici è rappresentato dai suoi studi epidemiologici sui reparti di Ostetricia. I risultati di questi studi, evidenziando un tasso di mortalità maggiore per le partorienti in ospedale rispetto alle donne che partorivano in casa, determinarono la chiusura di questi reparti. Anche gli studi sulla mortalità infantile delle popolazioni aborigene nelle colonie britanniche impegnarono a lungo la studiosa, che mal sopportava l’idea che questi bambini dovessero morire con una frequenza doppia rispetto a quelli di pari età che vivevano in Inghilterra.

La leadership di Nightingale deriva fondamentalmente dalle sue conoscenze. È soprattutto attraverso l’uso della statistica che ha ottenuto grandi risultati: il modo di costruire gli ospedali, di organizzare i reparti di ostetricia, di gestire le caserme cambiò grazie a lei ed al suo amore per il ragionamento, alla sua capacità di mettere in discussione le ipotesi e di porre grande attenzione al processo di raggiungimento delle conclusioni.

 




ITALIA – Gli antichi mestieri femminili: le donne e il mare. (Dalla mostra “Toponomastica femminile. Donne e lavoro”)

Le società dei paesi di mare, nonostante le apparenze, hanno avuto connotati matriarcali. Vista l’assenza continua degli uomini, il ruolo delle donne era centrale nell’organizzazione familiare: alla lontananza dei maschi per lunghi periodi corrispondeva lo sviluppo di saldi rapporti orizzontali, che attraversavano più nuclei, sempre gravitanti intorno a figure femminili; si solidificavano vincoli di parentela, di vicinato o di gruppo e si potenziavano i sentimenti di solidarietà che garantivano un guscio protettivo contro le avversità.
Le donne erano forti, vigorose e temprate dalle fatiche casalinghe, che si sommavano ai carichi di lavoro in appoggio alle attività di pesca maschili e a forme di imprenditoria elementare molto spesso fondamentale.
Neanche le vedovanze ricorrenti, causate dalle sciagure del mare, spegnevano la loro forza reattiva, alimentata dalla necessità di continuare a essere il fulcro della famiglia.
Le donne si svegliavano all’alba e rubavano ore al riposo notturno per svolgere mille mansioni. Erano loro a curarsi della casa, degli anziani e dell’educazione dei figli, per i quali rappresentavano un ancoraggio saldo rispetto al fluttuare della figura paterna.
A loro si richiedevano molte attività collaterali alla pesca, quali ad esempio la produzione di reti, la confezione e il rammendo di vele, la messa a bagno dei cordami nella miscela resinosa che serviva a limitarne l’usura, la ricerca e la preparazione delle esche. Instancabili lavoratrici, raccoglievano la legna lungo la battigia, praticavano la sciabica assieme agli uomini o giravano l’argano per trarre in secco le barche.

Dopo lunghe attese sulla spiaggia, scaricavano il pesce, vendevano la parte di spettanza o la appaltavano ai pescivendoli, trasportavano sulla testa il pescato e le reti.

1.Donne sulla spiaggia di San Benedetto

FOTO 1. DONNE SULLA SPIAGGIA. Foto dell’Archivio storico di San Benedetto del Tronto

2.Donne in attesa delle barche. San Benedetto

FOTO 2. DONNE IN ATTESA DELLE BARCHE. Foto dell’Archivio storico di San Benedetto del Tronto

All’importante ruolo svolto dalle donne nell’economia marinara, un lavoro fondamentale e continuo rimasto sempre nell’anonimato, il Comune di San Benedetto del Tronto ha dedicato una sezione del “Museo del mare” e ha collocato nelle sue strade il monumento bronzeo dedicato al lavoro delle retare, opera dello scultore Aldo Sergiacomi, inaugurato nel 1991.

3.Monumento alla retara.San Benedetto del tronto

FOTO 3. MONUMENTO ALLA RETARA. Foto del Comune di San Benedetto del Tronto
L’attività delle retare è stata a lungo la più diffusa e numericamente significativa.

Tutta la comunità, cioè l’elemento femminile, era coinvolta in questo lavoro, dalle bambine alle donne più anziane, secondo un sistema tramandato nel tempo e che si acquisiva solo con la pratica.

In estate si lavorava all’esterno delle case, vicino alla porta d’ingresso o in un angolo fresco del vicolo. Pur lavorando sodo non mancavano momenti di allegria e di divertimento, canti, chiacchiere e discussioni accompagnavano il lavoro delle retare, attente anche a seguire i giochi dei bambini e delle bambine non ancora in età da lavoro.

4.retare

FOTO 4. Retare. Foto dell’Archivio storico di San Benedetto del Tronto

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FOTO 5. Vecchia retara. Foto dell’Archivio storico di San Benedetto del Tronto

In inverno il più delle volte l’attività si svolgeva all’interno, di giorno vicino alla finestra e la sera vicino al fuoco continuando a lavorare fino a notte fonda.

Sedute sulle seggiole le retare cominciavano a svolgere le matasse di spago; servendosi di un’altra sedia sulla quale appoggiavano la rete via via prodotta, lavoravano la corda di canapa con una specie di lungo ago di legno piatto chiamato linguetta e attorcigliavano lo spago su cannucce di vario diametro dette morello, a seconda della grandezza che le maglie dovevano avere. Iniziavano a comporre le maglie con gesti rapidi e vigorosi in modo da realizzare nodi molto robusti che non si strappassero durante la pesca.

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FOTO 6. Retare. Foto dell’Archivio storico di San Benedetto del Tronto

La rete era grossa o più sottile, secondo lo spessore dello spago utilizzato; era divisa in parti diverse e ogni donna era esperta di un lavoro particolare. Quando la rete commissionata dal padrone era completata, la si distendeva e la si apriva sulla strada, piegandola numerose volte fino a farla diventare di dimensioni poco ingombranti. Il pacco di rete veniva legato, caricato in testa e riconsegnato.

Un’altra mansione tipicamente femminile era quello delle velare. Le vele erano importanti, i colori sgargianti e i disegni indicavano il suo proprietario e l’equipaggio imbarcato: era un segno distintivo che da riva mogli, madri e figlie cercavano e seguivano scrutando l’orizzonte.

Erano le donne a occuparsi della confezione e della cura delle vele. Molto spesso erano loro anche a tessere in casa le stoffe con cui realizzarle. Le velare si dedicavano alla cucitura sedute sulla spiaggia, unendo teli di cotone o di canapa. Le donne provvedevano anche alla manutenzione, ricucendo gli strappi e rattoppando i cedimenti dei tessuti dovuti all’usura.

7.Velare

FOTO 7. Velare. Foto dell’Archivio storico di San Benedetto del Tronto

Il pesce era l’oro della zona, ma un oro che lasciava cattivo odore, che non andava mai via. Nonostante cercassero di cancellarlo in ogni modo, le donne portavano addosso il loro lavoro in ogni momento della giornata.
Sulla riva del mare scrutavano l’orizzonte aspettando le barche di ritorno dalla pesca.

8.Donne al rientro delle barche.San benedetto

FOTO 8. Donne al rientro delle barche. Foto dell’Archivio storico di San Benedetto del Tronto

Una piccola parte del pescato spettava alle famiglie dei marinai e le donne attendevano che finisse la distribuzione e la vendita dei grossi quantitativi per allungare i loro cesti e prendere quanto rimaneva. Spesso il pesce consegnato non veniva utilizzato per il fabbisogno familiare, ma rivenduto a poco prezzo oppure barattato con ortaggi, frutta o qualsiasi altro genere alimentare prodotto dal mondo contadino.
Le donne che erano riuscite a dar vita a semplici forme di commercio dividevano il pescato secondo le varie qualità e, dopo averlo sistemato sui carretti, andavano a venderlo nei paesi vicini o al mercato locale. In tutti i posti in cui si svolgeva la vendita del pesce le donne utilizzavano la bilancia in ottone, tenuta in mano per pesare ma anche, agitandola, per richiamare la gente ad acquistare, accompagnando i gesti con voci tese e squillanti.

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FOTO 9. Pescivendole. Foto dell’Archivio storico di San Benedetto del Tronto

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FOTO 10. Pescivendole. Foto dell’Archivio storico di San Benedetto del Tronto




Le donne del blues e del jazz

Di Livia Capasso e Maria Pia Ercolini

Nell’ambito del Festival Le Compositrici, organizzato nella capitale dall’Università Roma Tre e della Scuola Popolare di Musica di Testaccio, si apre domani al pubblico, nei locali del teatro Palladium, a Garbatella, una nuova sezione tematica della mostra Donne e Lavoro, curata dall’associazione Toponomastica femminile.

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Il festival, giunto alla sua terza edizione, vuole mettere in risalto opere scritte da musiciste, spesso rimaste nell’ombra, a cui la storia non ha riservato un posto nella memoria collettiva. Molte opere sono disperse, poche sono pubblicate, e anche quando le loro autrici hanno incontrato successo in vita, sono state spesso dimenticate dopo la morte.

Autrici e autori della nuova sezione della mostra sono per lo più docenti d’ateneo e di conservatorio, musiciste e orchestrali.

Non mancano interventi trasversali al tema della composizione, incursioni in altri territori musicali, sguardi sulla contemporaneità.

E tra questi cade lo sguardo sui pannelli dedicati alle donne del jazz e del blues, opera di Mauro Zennaro, relatore, tra l’altro, di un “duetto” con il docente e sassofonista Eugenio Colombo, alla giornata di studi Le Compositrici (Giovedì 14 aprile – Istituto di Scienze della Formazione, Università Roma Tre).

Saranno le successive immagini a raccontare, in due puntate, la storia di queste grandi artiste.

2.Gertrude   3.Bessie

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“È difficile definire il blues. Come per tutta la musica popolare, ne abbiamo notizie certe solo da quando è stato possibile registrarne i suoni. Sul prima, si possono fare solo ipotesi. La musica popolare nasce dalla voce, lo strumento più universale ed economico, adatto a cantare melodie e parole. Come il flamenco, il fado, il rebetiko e tanti altri generi, il blues parla di amore infelice, di soldi che non bastano mai, di sesso: molto dolore e qualche piacere.”

4.Billie    5. Rosetta

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“Il popolo nero, deportato nel Nuovo continente in schiavitù, adattò i suoi canti alla nuova lingua e inventò modi nuovi di suonare gli strumenti che trovava: qualche semplice percussione, la chitarra, il banjo, l’armonica, l’armonium delle chiese rurali. Nelle piantagioni la gente nera era allevata con criteri zootecnici e i maschi in eccesso venivano venduti. Nasce dunque una canzone tipica: il blues del letto vuoto, quello delle donne che improvvisamente perdevano i loro uomini. Con la fine della schiavitù le donne continuarono a restare, lavorando nelle case bianche come domestiche, mentre gli uomini emigravano seguendo il lavoro stagionale nei campi e quello definitivo nelle industrie del Nord. “Mi sono svegliata questa mattina” e ho trovato il letto vuoto: I woke up this morning è l’incipit più tipico del blues.”

6. Big Mama  7. Nina

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“Le grandi donne del blues nascono povere, hanno vite difficili ma hanno dato vita alla grande musica del Novecento. Il jazz, il rock e anche tanta musica “colta” sarebbero impensabili senza il loro canto.”

8.Janis

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ITALIA – Invito a Chioggia. Con le donne chioggiotte tra rive, calli, ponti – parte seconda

di Gina Duse e Giulia Penzo

Riprendiamo la nostra passeggiata lungo le strade di Chioggia riscoprendone le tracce femminili. Attraversiamo il corso lasciando il Municipio della Città sulla nostra destra e, sulla sinistra, la Chiesa-Pinacoteca della SS. Trinità, dove nel 1821 Antonio Rosmini ricevette l’ordinazione sacerdotale.

1.IMPAGINE_vista canal vena da ponte di vigo

Salendo il piccolo ponte possiamo godere della vista del Canal Vena, che attraversa la città, e così percorrere la riva per arrivare in Calle Santa Caterina, dove si trova il complesso di Santa Caterina – che comprende la chiesa ed il convento – risalente alla fine del Quattrocento.

2.IMPAGINE_CAMPO S CATTERINA

Nel convento furono ospitate per lungo tempo le monache di Sottomarina, dopo la distruzione del loro monastero avvenuta durante la “Guerra di Chioggia” del 1379-1380.

Essendo diocesi, la città si è sempre caratterizzata per la presenza di numerose istituzioni religiose. Nel XVIII secolo si contano ben quattro conventi femminili. Alba Fattorini, Crocefissa Duse, Gertrude Grassi, Deodata Lisati… molte figlie delle famiglie più in vista della città divennero badesse. I discorsi per la loro vestizione ci lasciano immaginare i vissuti di queste giovani donne.

3. IMPAGINE_Particolare complesso Santa Caterina

Proseguendo verso Piazzetta Vigo (la parte finale della città), dopo Calle Santa Caterina, incontriamo Calle Duse, dove visse la famosa attrice Eleonora Duse. La città di Chioggia le ha dedicato un busto bronzeo nella sala del Consiglio comunale, una lapide nell’omonima calle, e l’intitolazione di un’arena, spazio teatrale all’aperto a Sottomarina.

4.IMPAGINE_Calle Duse

Eleonora Duse, attrice simbolo del teatro moderno, nasce in un albergo di Vigevano nel 1858 durante una sosta della compagnia teatrale dei genitori chioggiotti, che come tutti i teatranti dell’ottocento si spostavano di città in città. A pochi mesi di vita Eleonora, durante le pause delle tournée dei genitori, abita a Chioggia. Molte sono le testimonianze della sua presenza nella nostra città, comprese le memorie della stessa attrice che a cinque anni recita a Chioggia nel Coriolano di Shakespeare. Calcò con grande successo i palcoscenici di tutto il mondo e si spense a Pittsburgh il 21 aprile 1924 nel corso di una lunghissima tournée negli Stati Uniti. È sepolta ad Asolo, in provincia di Treviso, come da sue volontà. Pur amando Chioggia, Eleonora non volle ritornarvi. Abbracciare lo sperimentalismo, come lei aveva fatto, mettendosi continuamente in gioco, comportava un sacrificio: prendere simbolicamente le distanze da quelle radici che l’avrebbero legata alla tradizione.

Da Calle Duse ci dirigiamo verso il ponte che ci riporta nel Corso del Popolo. Lo sguardo è subito catturato dall’orologio più antico del mondo, collocato sulla torre di S. Andrea.

5.IMPAGINE.Lina Merlin, Chioggia (VE) foto di Giulia Penzo, 8 marzo 2015

In zona Vigo, non passa inosservata neanche la targa d intitolazione della piazzetta a Lina Merlin (1887-1979), antifascista, senatrice e costituente della Repubblica. Chioggia ha voluto ricordarla nella Giornata della donna 2015 per l’affetto dimostrato alla città.

È questa infatti la città della sua famiglia e dei suoi primi anni, quindi luogo della formazione interiore e del carattere, come ricorda in pagine notevoli della sua autobiografia La mia vita. A Chioggia Lina è stata consigliere comunale nel periodo 1951-56: nelle sue interpellanze e interventi in consiglio comunale ha privilegiato le problematiche sociali, la casa, la pesca, la biblioteca e il ricordo di personaggi chioggiotti come Giuseppe Veronese. A Chioggia ha partecipato a numerose iniziative di carattere politico e culturale e vi ha dimorato in periodi di riposo in età avanzata. Il legame mantenuto e coltivato nel tempo è documentato in due lettere allo scrittore Marino Moretti del 1961-2.

6. IMPAGINE_Otilla Monti 

Raggiunta la piazzetta Vigo, punto d’imbarco per Venezia, possiamo ammirare la lapide scoperta il 25 aprile di quest’anno, sulla facciata dell’abitazione della partigiana Otilla Monti Pugno (1902-1978).

La figura di Otilla è stata ricordata con tutti gli onori nel 70° della Liberazione. Con lei si è iniziato a scrivere la storia della Resistenza chioggiotta al femminile. Anche a Chioggia si sono riscontrate quelle forme di partecipazione spontanea e organizzata, a livello istituzionale e in modi semi-informali, che le storiche da qualche tempo hanno incluso nel concetto di Resistenza. Otilla nasce a Santarcangelo di Romagna, il padre ferroviere è orientato verso idee socialiste e anarchiche. Otilla condivide con lui e con i fratelli l’interesse per la politica, subisce le angherie dei fascisti. Arriva a Chioggia insieme al marito – tecnico del cementificio locale- e alla figlioletta Lucia, ma rimane presto vedova. Non si perde d’animo. È la prima donna chioggiotta ad aderire alla lotta di Liberazione. Nella sua casa ospitò il Comando del Comitato Nazionale di Liberazione di Chioggia negli anni 1943-45. Dopo la guerra, fu per oltre dieci anni direttrice dell’ex ONMI (la maternità): “la migliore Direttrice del Nord Italia”, si disse di lei. Il carattere indomito di Otilla emerge da un episodio raccontato dalla figlia. Iniziata la guerra fredda, Otilla conobbe la prigione. Accusata di non avere consegnato tutte le armi, dovette presentarsi al carcere di Venezia. “Per andare lì indossò il suo più bel completo di color bianco”.

7.IMPAGINE. ISOLA MORIN

Dallo stesso punto si può avvistare l’isola Morin, sede un tempo dei cantieri Baldo, oggi di una darsena. Il luogo è associato alla figura di Carmen Baldo Morin (1887-1975), il cui ricordo come benefattrice è ancora vivo in città e ispira associazioni che, sul suo esempio, lavorano nel sociale. Carmen, infatti, fondò e diresse una casa di accoglienza per i ragazzi poveri della città, ricavata in uno squero dell’isola, provvedendo al loro sostentamento con i propri mezzi e con offerte che andava a raccogliere personalmente.

8.IMPAGINE.Lapide Baldo

La generosità di Carmen fu ricompensata nel 1941. Una giuria formata dai sette giornalisti più importanti del momento le attribuì il “Premio della notte di Natale”. Il concorso, ideato e finanziato dall’industriale Angelo Motta, mirava a selezionare gli atti di bontà più significativi tra i tanti segnalati in tutta Italia. Nella sezione “Amor di madre luce del mondo” rientrò anche “la signorina Carmen Baldo di Chioggia”, quale “madre di bambini non suoi”. “Una benedizione del cielo”, scrive la Baldo sul suo diario, ascoltando alla radio della vincita di 4000 lire.

A Carmen Baldo Morin, donna educatrice chioggiotta, è stata intitolata una Scuola Statale dell’infanzia.

Il nostro itinerario in compagnia delle donne di Chioggia si conclude con la veduta sulla laguna che si gode dal ponte di Vigo.

9.IMPAGINE.vista ponte da vigo

Lo specchio d’acqua, comunicante con il mare attraverso la vicina bocca di porto, è stato immortalato da molti pittori dell’Ottocento. Tra tutti, Mosè Bianchi che, con la sua Traversata in laguna (1885), ha fissato l’immagine della chioggiotta nella veste più autentica di donna da mare, alla guida della barca.

10.IMPAGINE_traversata_in_laguna

Figura centrale nella cultura marinara chioggiotta, la donna è stata fattore di coesione sociale e familiare, e valido supporto nelle attività lavorative –fattura delle reti, trasporto di derrate alimentari ai mercati, economica amministrazione delle risorse familiari e disbrigo degli affari durante l’assenza dei mariti. Le abilità da vogatrice furono coltivate, per necessità, dalle donne della vicina Sottomarina. Al museo Correr di Venezia si conserva il ritratto di Maria Boscola da Marina con in mano le bandiere vinte nelle regate per donne ( 4 primi premi e un secondo) nel periodo che va dal 1740 al 1784. Maria rimane il simbolo del riscatto femminile dalle costrizioni del tempo e della società. Ai nostri giorni alcune chioggiotte sono diventate armatrici.

Wettruderin Maria Boscola / Gem.1784 - Boat Racer Maria Boscola / Paint./ 1784 - Maria Boscola/Rameuse/Venise/Peint. 1784




ITALIA – Genova e le sue donne

Di Rossella Sommariva

Anche a Genova, come nel resto d’Italia, la percentuale delle strade femminili non supera il 4% del totale: ogni 100 strade dedicate a uomini, soltanto 9 ricordano protagoniste dell’altra metà del cielo.

Nel centro storico, medievale, quando un vicolo, una piazza, una salita porta un nome femminile, è quello di una santa o beata o madonna o genericamente è un toponimo legato a tradizioni locali (lavandaie, fate…).

Nelle zone più nobili della città, sviluppatesi dal XVI al XIX secolo, accanto alle sante, ecco comparire benefattrici che hanno dedicato la loro vita a opere di carità, abbandonando anche i palazzi nobiliari, o fondatrici di ordini religiosi. In aree più periferiche si ricordano madri o sorelle di personaggi illustri e donne che hanno partecipato, con la propria famiglia, ai moti risorgimentali.

Per trovare intitolazioni riferite ad artiste, scrittrici e donne d’epoca moderna dobbiamo allontanarci dal cuore cittadino e raggiungere la periferia: è qui che Sofonisba Anguissola (pittrice), Sibilla Mertens (archeologa), Eleonora Duse, Adelaide Ristori, Lina Volonghi (attrici) e, più recentemente, partigiane e pioniere dei diritti onorano della loro presenza odonomastica angoli di strade per lo più nascoste.

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Foto: Rossella Sommaria

Tea Benedetti (Genova 1930-2000). ”Zia Tea”, come la chiamavano i volontari del soccorso, fu prima staffetta partigiana, poi sindacalista, assessora del Comune di Genova, fondatrice del “Movimento delle Pubbliche Assistenze” in Liguria e dell’Associazione Nazionale delle Pubbliche Assistenze in Italia. Ha impiegato tutta la sua energia al servizio del volontariato.

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Foto: Rossella Sommaria

Donne della Resistenza. Il 13 settembre 2013, a Genova, città medaglia d’oro della Resistenza, su proposta del Municipio Media Val Bisogno, la giunta comunale, come riconoscimento al contributo offerto dalle donne alla Resistenza, intitola loro una strada compresa tra via Emilia e via Piacenza .

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Foto: Rossella Sommaria

Eleonora Duse (Vigevano 1858-Pittsburgh 1924), fu una delle più importanti attrici teatrali italiane a cavallo dei due secoli, simbolo indiscusso del teatro moderno. Crebbe nella compagnia girovaga dei genitori. Da adulta si impose con una recitazione di forte impatto emotivo e visivo, affrontò i temi più spinosi della società perbenista e ipocrita dell’epoca.

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Foto: Rossella Sommaria

Felicita Noli. Nata nel 1906, fucilata nell’agosto del ’44, medaglia di bronzo al valore militare alla memoria. ’Alice’, coraggiosa partigiana genovese, attiva collaboratrice dei Gruppi di Difesa della Donna, in più occasioni mostrò con tenacia e coraggio le sue idee affrontando il nemico in modo spavaldo. Fu fucilata per rappresaglia.

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Foto: Rossella Sommaria

Sibilla Mertens Schaaffhausen (Colonia 1797-Roma 1857), archeologa. Benché sposi il banchiere Mertens e con lui abbia sei figli, il suo grande amore fu la marchesa genovese Laurina Spinola. Musicista di talento, specialista riconosciuta di numismatica, fu proprietaria di una delle più importanti collezioni di monete in Germania.

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Foto: Rossella Sommariva

Sofonisba Anguissola (1535-1625), piacentina di nascita, fu una fra le maggiori esponenti della pittura rinascimentale europea al femminile, cresciuta nello studio di Bernardino Campi, ritrattista, esponente dell’arte manierista, fu la prima donna ad andare a “bottega”.

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Foto: Rossella Sommaria

Donne di Teheran. Il 21 luglio 2010, in presenza del Nobel per la pace 2003, Shirin Ebadi, viene inaugurata la Rotonda genovese dedicata a queste donne, come segnale di solidarietà nei confronti delle donne che in Iran ed in tutto il mondo lottano per la libertà, contro la negazione dei diritti.

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Foto: Rossella Sommaria

Stefanina Moro. Nata nel novembre del 1927, morì a 16 anni dopo essere stata barbaramente torturata. Faceva parte dei gruppi di collegamento tra le varie formazioni partigiane e dopo un arresto, portata alla Casa dello Studente, non volle svelare il nome dei compagni e, ridotta allo stremo delle forze, morì poco dopo in ospedale.

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Foto: Rossella Sommaria

Lina Volonghi (Genova 1914-Milano 1991), nata nello storico quartiere di Sturla, dove le è stato intitolato uno spazio, fu una promessa del nuoto italiano che lasciò per amore del teatro. Fu, a lungo, attrice stabile del teatro Duse e tenne corsi di recitazione per giovani attori. Attiva anche al cinema, alla radio e alla televisione.

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Foto: Rossella Sommaria

Adelaide Ristori (Cividale 1822-Roma 1906) attrice tragica, compì spesso azioni di propaganda a favore dell’Italia, ancora sotto il dominio asburgico e borbonico, nei teatri dove si esibiva. Acclamatissima dal pubblico e lodata per il suo spirito patriottico, è stata l’attrice più famosa e influente dell’Ottocento.




ITALIA – Terni, il mondo delle donne e le memorie operaie femminili

Di Manila Cruciani

Ticchetettà

Semo de Cinturini lasciatece passa’

semo belle e simbatiche ce famo rispetta’

matina e sera, ticchetettà,

infinu a sabadu ce tocca d’abbozza’

 

(Cinturini, canzone delle operaie tessitrici della fabbrica di iuta impiantata a Terni, alla fine del 1800, dall’ingegnere Centurini)

 

Nel Villaggio Matteotti della città di Terni, può accadere che i passi rimbalzino nel ritornello di una canzone sociale: l’insediamento semirurale (realizzato dalla Società Terni fra il 1938 e il 1946) e le cellule abitative avanguardiste del nuovo agglomerato (progettato nel 1970) restituiscono nomi di donna alla memoria democratica e alla classe cultrice e lavoratrice della storia locale.

In questi nomi c’è l’intuizione del nesso, (ri)generativo e variabile, di tante piccole comunità di destino all’interno della grande comunità di destino planetaria, e l’allusione ad una madre terra e ad una lingua madre, che le riconosce e le comprende tutte.

 

Oggi le finestre della città operaia si spalancano sulle storie delle persone nuove che la abitano, la cambiano e, perciò, la rinnovano, in una metaprospettiva, foriera di metaidentità.

 Qui, nel 2012, è nato il circolo Il mondo delle donne, frutto di una progettualità condivisa tra la biblioteca comunale e il sistema museale di Terni, che raccoglie il sapere narrativo delle donne, italiane e migranti. Un sapere che è anche resistenza – alla omologazione, alla assimilazione, alla dispersione di una oralità diffusa – e costruzione di una quotidiana interculturalità.

Da qualche mese, il circolo ha iniziato i lavori per redigere una guida di Terni al femminile attraverso un percorso di partecipazione: la pubblicazione prevede itinerari storico-culturali di genere, indicazioni sui servizi, schede di approfondimento della lingua italiana. Una proposta non convenzionale, a volte sorprendente, dedicata a chi arriva, a chi resta e alle “turiste” e ai “turisti” che giocano in casa!


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Foto 1 (Manila Cruciani)

Terni _ Lungonera Savoia, particolare di figura femminile

Quando si è con le sorelle, non c’è posto per la disperazione.

Un detto in Nu Shu, il linguaggio segreto delle donne nell’antica Cina.

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Foto 2 (Massimo D’Antonio)

Carlotta Clerici (1850 – Roma 1924), educatrice, femminista, sindacalista e socialista. Insegnante e direttrice scolastica si impegna per l’educazione, la formazione professionale dei giovani e per l’assistenza agli orfani. Nel 1912, insieme a Argentina Altobelli, entra a far parte del Consiglio del Lavoro presso il Ministero.

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Foto 3 (Massimo D’Antonio)

Gisa Giani (Collestatte [Terni] 1924 – Terni 1986), Adalgisa Cervelli, nota come Gisa Giani (il cognome è del marito), impiegata e ricercatrice presso la Biblioteca civica di Terni, è stata particolarmente attenta alla storia della città e delle donne, cui ha contributo, tra l’altro, con le pubblicazioni: Raccolta di voci bibliografiche su Terni e Territorio; Un enigma storico-archeologico: le tombe dei Tacito a Terni; Qualcosa che non sapevamo sulla Cascata delle Marmore; Terni. Cento anni di acciaio. Bibliografia dell’industrializzazione; e Donne e vita di fabbrica a Terni, che descrive il lavoro femminile nelle fabbriche tessili ternane.

 4.Terni.LindaMalnati.MassimoDAntonio

Foto 4 (Massimo D’Antonio)

Linda Malnati (Milano 1855 – Blevio [Como] 1921), socialista, nel 1906 promosse la costituzione del Comitato Nazionale per il suffragio femminile.

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Foto 5 (Massimo D’Antonio)

Virginia Visetti (1919 – 1944), partigiana, la denominazione è stata attribuita con la seguente motivazione: “Eroina della Resistenza, con il grado di sottotenente della formazione Gran Dubbiere di Pinerolo; aiuta il padre, rappresentante della Democrazia Cristiana nel Comitato di Liberazione Nazionale di Torino, nello svolgimento di azioni di collegamento e nell’occultamento di armi e munizioni. Catturata in seguito a un rastrellamento, viene fucilata dai fascisti”.

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Foto 6 (Maria Pia Ercolini)

Maddalena Patrizi (1866 – 1945), scrittrice, fondatrice dell’Opera Nazionale di Patronato e Mutuo Soccorso per giovani operaie e presidente dell’Unione Donne Cattoliche.

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Foto 7 (Massimo D’Antonio)

Sara Tabarrini (Montefranco 1880 – Terni 1961), operaia dello Jutificio Centurini, è stata una capolega, licenziata per aver promosso uno sciopero nel 1901. Scongiurò le sue compagne di rinunciare a qualsiasi forma di solidarietà nei suoi confronti e, lasciata Terni, si trasferì a Montefalco, dove si adoperò per l’alfabetizzazione dei ragazzi di campagna.

 8.Terni.AnnamariaMozzoni.MassimoDAntonio.ridotta

Foto 8 (Massimo D’Antonio)

Anna Maria Mozzoni (Rescaldina [Mi] 1837 – Roma 1920), femminista, fonda la Lega promotrice degli interessi femminili, si batte per il voto alle donne, per la parità tra i sessi e per il diritto allo studio.

 9.Terni.IrmaBandiera.MassimoDAntonio.ridotta

Foto 9 (Massimo D’Antonio)

Irma Bandiera (Bologna 1915 – Bologna 1944), partigiana, eroina della Resistenza, insignita della medaglia d’oro al Valor Militare. Catturata durante uno scontro armato, è sottoposta a feroci torture e trucidata dalle SS naziste.

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Foto 10 (Massimo D’Antonio)

Argentina Altobelli (Imola 1866 – Roma 1942), il suo impegno è rivolto alla promozione sociale delle donne. Alcuni suoi scritti sono stati pubblicati sulla testata socialista ternana “La Turbina”: in questi articoli rivendica la parità tra uomini e donne sui temi del salario, dell’orario di lavoro e del diritto di voto. Nel 1912, insieme alla sindacalista Carlotta Clerici, entra a far parte del Consiglio del Lavoro, istituito presso il Ministero.

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Foto 11 (Maria Pia Ercolini)

Clara Zetkin (Wiederau [Germania] 1857 – Archangel’skoe [Russia], 1933), rivoluzionaria tedesca, comunista e teorica dell’emancipazione femminile.

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Foto 12 (Maria Pia Ercolini)

Anna Kuliscioff (Moskaja, Cherson [Russia] 1857 – Milano 1925), si laurea in medicina per curare gratuitamente i poveri, compagna di Filippo Turati, nel 1891 fondano insieme “Critica sociale”, la prima rivista critica del socialismo marxista italiano.

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Foto 13 (Maria Pia Ercolini)

Sibilla Aleramo (Alessandria 1876 – Roma 1960), pseudonimo di Marta Felicino Faccio detta Rina, femminista e scrittrice.