ITALIA – Benigni? Non ha mai vinto il Nobel

Non è vero, non è come riferiscono http://l0specchio.altervista.org e edicola24.altervista.org Roberto Benigni non ha vinto il Nobel ne’ nel 2007 ne’ quest’anno.

I due siti suddetti hanno inventato la notizia che non trova riscontro su fonti ufficiali, nemmeno sul sito del Premio, per intenderci. Quello che maggiormente indigna è la presenza nell’articolo in questione di virgolettati che fanno intendere che l’attore sia stato intervistato e che l’Accademia si sia espressa.

“L’Accademia di Svezia ha deciso di assegnargli il tanto agognato Nobel che verrà assegnato nel mese di Dicembre. La motivazione data in merito a questa scelta è molto esplicativa: “Per il suo incredibile contributo a favore della divulgazione culturale, per la sua genuinità intellettuale, per la sua cultura encomiabile e per le sue opere indimenticabili”. Parole forti queste che, ne siamo sicuri, metteranno tutti d’accordo.”

E il riferimento a fonti inesistenti:

” Secondo fonti affidabili, però, Benigni avrebbe detto: “Sono molto contento, in pochi credevano che potessi vincere davvero il premio Nobel per la letteratura, ma c’erano scettici anche prima che vincessi gli Oscar per la vita è bella. Inoltre se l’ha vinto Dario Fo anche io, che nasco come uomo di spettacolo, posso vincerlo”. Non possiamo che fare tanti auguri a Roberto Benigni che si conferma sempre di più un simbolo per il quale l’Italia può sentirsi orgogliosa.”

Quello che più preoccupa sono i mila like che i  due siti hanno ottenuto e continuano a ricevere e che nessuno abbia denunciato. Perché nessuno li ferma? Cosa spinge i lettori a far circolare simili notizie?

È giunta l’ora di far della rete un luogo intelligente.




ITALIA – Le mistre orlatrici di scarpe della Riviera del Brenta

Di Nadia Cario

 Il sistema calzaturiero in Riviera del Brenta si estende nell’area geografica da Padova a Venezia operando in innumerevoli ambiti al servizio delle aziende calzaturiere del Veneto.

Per la maggior parte si tratta di PMI, che grazie all’azione collettiva affrontano con successo il mercato mondiale, proponendo calzature di alta qualità, alla moda e con esecuzione “Made in Italy”.

Per valutare la bontà delle scarpe prodotte nel distretto aiuta sapere che molte griffes della moda mondiale vi si rivolgono per far creare e produrre le loro collezioni di calzature trovando tecnologia, organizzazione e innovazione in un distretto che ha alle spalle una scuola artigianale nata nel 1923 a Stra (VE).

1.lavorazione

FOTO 1. Lavorazione

Alla fine dell’800, con la nascita della prima fabbrica di scarpe lungo la Riviera del Brenta, in un territorio a vocazione prevalentemente agricola, si intravide la possibilità di migliorare le condizioni economiche delle famiglie. Oltre all’occupazione in fabbrica, con il tempo si adottò il sistema del cottimo, eseguito a casa dalle donne che così potevano arrotondare le entrate senza tralasciare le quotidiane mansioni di accudimento familiare.

Era un sistema utile alla fabbrica, perché tutte le spese relative alla produzione – energia elettrica, macchina da cucire, attrezzi, mastice e masticione – erano per lo più a carico delle lavoratrici.

 2.Macchina da cucire a colonna_20x30.

FOTO 2. Macchina da cucire a colonna

In un tempo in cui la scolarizzazione si fermava alla licenza elementare, le bambine venivano iniziate, tra la quarta e la quinta classe, ad essere garzone, e per un periodo di cinque anni apprendevano il lavoro da sorelle maggiori, madri, zie e nonne.

Acquisita l’abilità di incollare, battere la pelle, cucirla, attaccare la fettuccina, riconoscere gli aghi da usare in base alla lavorazione, usare gli attrezzi quali il martello da mistra (che non è quello da calzolaio), valutare la larghezza del punto e le finezze necessarie per mettere insieme i vari pezzi, alla ragazza veniva affidato il compito di cucire delle scarpe di prova per valutare se fosse una mistra finita.

 3.Attrezzi   4.Attrezzi per bucare la pelle

FOTO 3-4. Gli attrezzi del mestiere

Superato l’esame, la giovinetta doveva trovare i soldi per la caparra necessaria a comprare a rate la sua macchina da cucire, che la ditta non forniva giustificandosi con la frase “chi mi dice che tu non lavori per qualcun altro con la mia macchina?”.

In ciascuna famiglia nella zona c’era almeno una persona che lavorava nel settore: o in fabbrica o a casa, o addirittura un po’ a casa e un po’ in fabbrica.

Ogni fabbrica, aveva il suo modellista e il suo tagliatore, rigorosamente uomini. In estate la produzione si concentrava sulle scarpe invernali e l’inverno su quelle estive, lavorando sempre in anticipo sui tempi, come d’uso nella moda. Nel periodo di passaggio tra due stagioni c’erano dei fermi produttivi in cui le lavoratrici a cottimo non guadagnavano.

 5. foto1959

FOTO 5. 1959

Il modellista creava il disegno, preparava la camicetta e aveva la “sua” mistra, che realizzava materialmente la scarpa ideata sulla base delle sue spiegazioni, creando così, una volta approvato, il prototipo per la nuova stagione.

Nel dizionario del dialetto veneziano (1829) di Giuseppe Boerio (1754-1832) c’è il significato di Mistra, s.f. Maestra o Maestressa: donna che fa scuola a fanciulli o Capomaestra di qualche arte. Come Mistra da libri è la cucitrice di pagine di libri per Legatori, Mistra da scarpe è l’orlatrice che costruisce la tomaia.

Nel 1961, l’accordo tra l’azienda Rossimoda e la Maison Dior e nel 1963 con Yves Saint Laurent faranno decollare la produzione di calzature di lusso di altissima qualità e tutto l’indotto, mistre comprese, contribuendo così al famoso boom economico del Nord-Est e in particolare della Riviera del Brenta.

L’imprenditrice Maud Frizon

Sito 30.01.2016 http://gesta.scuoladottorato.it/joomla/images/ALLEGATI/archivio/2012/canazei-2012/Scalabrin_paper.pdf

 5. foto1959 6.FRIZON

FOTO 6. Frizon

L’imprenditrice Maud Frizon nasce a Parigi nel 1941. Intorno al 1960 inizia la sua carriera come modella per case di moda.

All’epoca le modelle dovevano fornire le calzature per le sfilate, che non erano considerate da parte degli stilisti, dei veri e propri oggetti di moda, ma semplicemente un complemento da abbinare all’abito che era l’unico e indiscusso protagonista.

In vari testi di moda si narra che la modella Maud Frizon non amasse molto le calzature in voga in quegli anni e che quindi intorno al 1968 decidesse di disegnare le calzature da indossare alle sfilate.

Nel 1969, insieme al marito Gigi De Marco, inaugura a Parigi il primo negozio di calzature del marchio Maud Frizon e all’inizio degli anni ’70 sposta la produzione proprio in Riviera del Brenta. […]

Per comprendere il fenomeno della produzione Maud Frizon all’interno della storia della moda è utile soffermarsi su che cosa fossero e rappresentassero le calzature Maud Frizon negli anni settanta ed ottanta. […] Maud Frizon ha avuto il grande merito di inventare delle soluzioni stilistiche, trasformandole in soluzioni tecnologiche. Il processo che attualmente tutti gli stilisti di calzature richiedono alle aziende produttrici, ovvero l’innovazione tecnologica, Maud Frizon lo applicava nelle sue collezioni già agli inizi degli anni ’70, creando il tacco a cono e lo stivale senza cerniere.

 7

FOTO 8. 1970

 Intervista a Maria, che ha lavorato per un periodo alla fabbrica Maud Frizon.

È stato il periodo lavorativo più bello, mi trattavano bene, mi sentivo rispettata e mi pagavano con soldi sicuri, non come gli altri. Venivo pagata con l’assegno con le stelline (circolare).

Quando si trattava di creare i nuovi modelli di stagione una decina di maestranze (modellista, tagliatore, mistre), le migliori, si spostavano nel castello di Maude Frizon vicino a Parigi dove era stato allestito il laboratorio con la linea di produzione nella dependance.

Rimanevano fino a quando non fossero stati realizzati i modelli per la nuova stagione.

Quando lavoravo in casa, il mio lavoro consisteva nell’andare in fabbrica, a piedi o in bici, farmi dare dalla referente le borse piene di tomaie in pezzi numerati; mi preparavano la bolletta con tutti i numeri e le quantità della consegna. Era la referente che mi dava i quantitativi e i tempi per la restituzione del lavoro fatto.

Quando erano le scarpe decolleté ero contenta perché sono le più semplici nella loro realizzazione. La referente, se la volta prima avevo consegnato delle scarpe con la cucitura il cui filo non era tirato alla perfezione, la volta successiva mi faceva saltare il turno lasciandomi senza lavoro per un po’. Poi ritornava come prima, ma l’attenzione, la precisione e la competenza tecnica richiesta erano altissime.

 8. 1970

FOTO 9. Marilisa Segalina. Mistra anni ’80.

Lavoravo, oltre che con la macchina da cucire, con il maccarolo che serviva per piegare le tomaie facendo aderire le due parti da incollare sulle quali avevo steso il mastice e poi la cordella, il compasso da scarpe per segnare la traccia delle cuciture parallele che avrei dovuto fare ad esempio sui cinturini, la forbice che mi serviva per tagliare ma anche, se usata di taglio, a schiacciare la pelle della tomaia con la pelle delle fodera, una lama per incidere e tagliare a filo, una base di marmo su cui poggiavo le tomaie in lavorazione e poter fare leva, ad es, per fare i buchi dei cinturini con l’apposito attrezzo e il martello.

Quando c’erano delle consegne urgenti, da un giorno per l’altro, mettevo tutta la famiglia a lavorare.

A fianco di ciascuna mistra c’era sempre la moka del caffè per tenerle sveglie a lavorare fino all’ultima scarpa.

Il lavoro in fabbrica, invece, aveva gli orari fissi con chiusura alle 17,30. Ma nessuna andava a casa a quell’ora. Si stava in fabbrica mezz’ora in più per la pulizia delle macchine, dei pavimenti e dei bagni, a turno. I ritmi della manovia erano pressanti, la manovia non aspettava, quando avevi il ciclo dovevi metterti le mutande contenitrici e due o tre assorbenti. Per andare in bagno dovevi chiamare il cambio, che stentava ad arrivare.

 9.Marilisa Segalina_Mistra_Anni 80

FOTO 10. Uso del maccarolo

 Intervista a Luisa, che da tempo non lavora più come mistra.

Anche lei ha fatto apprendistato per cinque anni, dalla quarta elementare, come garzona per la sorella più grande. È figlia d’arte, in un certo senso, oltre alla sorella anche lo zio era nel settore e le regalò il compasso che ha usato per tutta la sua carriera e che conserva ancora. Lei cuciva principalmente scarpe da uomo e aveva la macchina “a colonna”, comprata a rate.

Una volta definito il modello di scarpa da mettere in produzione, il passaggio più importante spetta all’orlatrice, la mistra che riceve le pelli scarnite e preparate per unione, cucitura e foderatura. Da queste abilità dipendono la bellezza delle scarpe e soprattutto la loro comodità.

Racconta Luisa anche lei delle ore notturne al lavoro e di quando, una volta finite delle scarpe che le piacevano particolarmente, le disegnava per ricordo. Una soddisfazione che nel lavoro in fabbrica non si poteva avere: fermarsi qualche minuto a contemplare il risultato del proprio lavoro e della propria opera. Ricorda l’odore del mastice e quando, per la sua tossicità, la fabbrica aveva introdotto il mastice ad acqua, che non garantiva la stessa adesione e tenuta nell’incollaggio, tanto che si è trovata più volte con le pelli che si aprivano, vanificando il suo lavoro di ore e ore. A questo punto le stesse mistre richiedevano il prodotto tossico, che garantiva la migliore finitura.

Dopo circa quarant’anni di lavoro tra un po’ di fabbrica e molto a casa, dice con orgoglio: ho fatto studiare le mie figlie e ho costruito casa! Ha dovuto smettere per l’artrosi alle mani.

 11.macchine

FOTO 11. Alle macchine

Nel 1961 nasce ACRIB (Associazione Calzaturieri Riviera Brenta) su iniziativa di un gruppo di imprenditori del settore con l’intento di accompagnare gli associati su un mercato competitivo e internazionale, e garantire loro un’assistenza specifica nell’intricata normativa del lavoro: dall’ambiente della fabbrica agli organismi rappresentativi, dall’apprendistato al lavoro a domicilio, dai trattamenti economici alle vertenze individuali e collettive.

Si viene a creare così una rete di collaborazioni e iniziative, come la fondazione del Politecnico calzaturiero (2001) che si occupa di formazione, ricerca e innovazione tecnologica. Questa scuola professionale privata, autofinanziata da calzaturiere/i, è nata per il trasferimento del know-how. Le lezioni si tengono al sabato e il corpo docente è formato da imprenditrici e imprenditori e da tecniche e tecnici delle imprese calzaturiere della zona. Tra le docenti anche una mistra finita.

 12.riviera Brenta

FOTO 12. Riviera del Brenta

Oggi operano nel settore quasi 500 PMI che coprono l’intera filiera produttiva. In esse trovano occupazione 10.000 addetti/e. La produzione annua si attesta su 19 milioni di paia: per il 95% sono calzature femminili di tipo lusso o fine e per il restante 5% calzature per uomo di tipo fine. Il giro d’affari attualmente supera 1,6 miliardi di euro, il 91% dei quali di export.




Donne rom fra tradizione ed emancipazione

Parlare dell’altroè sempre difficile, soprattutto quando c’è un concreto rischio di banalizzazioni e stereotipi. Per questo, parlare delle donne rom – che appartengono a un gruppo che è altro per eccellenza, straniero in ogni paese – è un compito che va portato avanti con cautela. Tanto più perché la classica prospettiva emancipazionista potrebbe risultare fallimentare nel comprendere fenomeni in cui razza, genere e classe sono strettamente interconnessi.

Chi sono, dunque, queste donne rom? C’è del fermento femminista fra di loro? E se sì, in cosa consiste?

Prima di tutto è necessario specificare una cosa: parlare di donne rom ha senso finché si tiene presente che le comunità in Europa e nel mondo sono tante e spesso diverse fra di loro, con tradizioni che subiscono variazioni da gruppo a gruppo, anche per via di coordinate esterne.

Quello che sappiamo, in generale, delle donne rom deriva più che altro dai giornali, dai racconti e dal nostro immaginario comune. Sono di volta in volta zingare che rubano o che ammaliano (come Esmeralda), che fanno l’elemosina portando con sé i propri figli, necessariamente sottomesse alla cultura patriarcale della loro comunità, portano ampie gonne dai colori sgargianti e capelli lunghi, spesso raccolti in una coda.

E sì, sono discriminate per ben tre volte: in quanto donne, in quanto straniere e in quanto rom. Ma, sebbene in molte rivendichino con orgoglio la propria cultura di appartenenza e la volontà di non abbandonarla, ci sono segnali di qualcosa che sta cambiando, soprattutto fra le più giovani.

L’idea che si sta diffondendo è che, in fondo, si possa scegliere di ‘andare avanti’ senza per questo rinunciare alla propria identità rom. Questo significa combattere quegli elementi maschilisti e patriarcali della propria comunità senza rinunciare alla propria tradizione culturale, linguistica e sociale in toto. È questo il loro cambiamento.

All’interno di alcune comunità rom, infatti, vigono delle ‘regole’ che limitano la libertà di scelta di queste donne: i matrimoni precoci sono l’esempio più lampante, sebbene non identico in tutte le comunità in Europa. È per questo che una parte della lotta delle donne rom si incentra proprio su questo argomento: “Terni bori” vuol dire “giovane sposa” ed è il nome con cui è stato lanciato il sito (http://www.ternibori.org/en/) del progetto europeo “Marry When You Are Ready”. Lo scopo? Porre fine ai matrimoni precoci delle minori rom, imparare a considerarli come una forma di violenza contro le donne, che incide dal punto di vista psicologico, sociale e culturale. Da qui, secondo le donne rom che portano avanti il progetto, bisogna ripartire per dare vita ad un’autodeterminazione femminile, in cui le donne non vengono salvate dall’esterno da un deus ex machina, ma imparano ad autodeterminarsi. Un progetto che assume una prospettiva europea e internazionale e che conta associazioni partner nei Balcani (Croazia, Serbia, Macedonia, Bosnia Erzegovina), in Bulgaria, in Italia e in Austria. E che parte, necessariamente, dalla scelta delle donne sul proprio corpo.

A questa prospettiva internazionale si rifà anche l’International Roma Women Congress (http://dromkotar.org/congress/), che quest’anno è giunto alla sua seconda edizione e che si è tenuto a Barcellona il 23 e il 24 marzo. Sono donne rom che parlano ad altre donne rom, parlano di sé stesse e dei propri problemi, che spesso sono simili anche da un Paese all’altro per via delle condizioni di discriminazione cui sono soggette. In questo caso lo scopo non è una singola battaglia, ma è in generale la riabilitazione dell’immagine delle rom in senso positivo e la lotta alle disuguaglianze di genere e alla violenza contro le donne. L’approccio è stato orizzontale e partecipativo: oltre agli incontri accademici, si è avuto modo di discutere insieme, partendo dalle esperienze comuni.

E poi c’è “Barabal” (http://barabal.eu/), che significa “uguaglianza”. È anch’esso un progetto europeo, che vuole aiutare le rom d’Europa attraverso un adeguato accesso all’istruzione. Si calcola, infatti, che mediamente una donna rom sia meno istruita di un uomo rom: in Italia nel 2014 il 23% di donne rom ha dichiarato di non saper né leggere né scrivere a fronte di un 12% maschile. Questo anche perché nelle comunità rom si tende a insegnare alle bambine il “mestiere della casa” e a prepararle ad essere madri e mogli perfette.

In Italia rappresentante di questo cambiamento che vuole combattere la tripla discriminazione cui sono soggette le rom è il Rowni-Roma Women Network Italy (https://sites.google.com/site/rowniromawomennetworkitaly/home). Una rete che come primo compito ha proprio quello di unire tutte quelle donne, appartenenti a questa minoranza, che si sentono discriminate. E da questa rete partire per promuovere l’autodeterminazione, l’autoimprenditorialità, la fiducia in sé stesse.

Gli elementi che tutte queste realtà portano avanti sono tanti: libera scelta del proprio corpo e libera rivendicazione delle proprie tradizioni rom sono le più evidenti e importanti. Ma dietro c’è molto altro, che si sovrappone e si interseca: la scuola e la possibilità di un’istruzione, la battaglia alla violenza sulle donne, l’incentivazione a usare saperi tradizionali in modo innovativo, lo “scoperchiamento” di discriminazioni di genere e lo sviluppo della consapevolezza della propria condizione. Con un ribaltamento di quest’ultima: essere donne rom è un valore aggiunto, che va potenziato – non eliminato.

Foto di Andrea Zennaro (Roma, 2017)

 

 

 




La Poesia è donna: AfroWomanPoetry

Di Arianna Marziali

La poesia è donna da sempre, dalle sue origini: già nell’antica cultura greca, è stata utilizzata dalle donne per parlare di loro stesse e della propria  condizione di vita, il linguaggio poetico si è dimostrato quello  che più si addice all’universo femminile perché fortemente simbolico ed evocativo. La poesia può parlare di amore senza doverlo nominare, può trattare di libertà senza dover dichiarare di esserne privati, può raccontare del coraggio e della forza senza doverli ostentare. La poesia è donna perché è un linguaggio per tutti, caldo e accogliente come il ventre materno ma, allo stesso tempo, difficile da cogliere nella sua profondità, perché richiede coraggio: il coraggio di immergersi negli abissi della propria anima.

Il mondo moderno ha bisogno più che mai di poesia per sensibilizzare gli animi e per metterci in condizione di saper ascoltare noi stessi e gli altri. Questo è il grande dono che ci viene offerto oggi da una giornalista italiana, Antonella Sinopoli, direttrice della testata giornalistica on-line “VOCI GLOBALI”https://vociglobali.it, attraverso il progettoAfroWomanPoetry.

Si tratta di un progetto che ha come obiettivo raccontare l’Africa “delle donne” attraverso la voce delle donne che utilizzano la narrazione poetica. Si è partiti dal Ghana, Paese dell’Africa sub-Sahariana, dove le donne rivestono ruoli di spicco nel mondo politico, economico e sociale ma dove le tradizioni culturali e le condizioni socio economiche delle classi meno abbienti hanno ancora un peso determinante rispetto alla questione della parità di genere. E Il Ghana è tra l’altro anche il Paese dove, Antonella Sinopoli, l’ideatrice di AfroWomenPoetry vive. Il Paese successivo è stato il Togo.

L’ambizioso obiettivo dunque è quello di raccontare la storia delle donne di diversi Paesi dell’Africa sub-Sahariana, per poter dar voce a tutte coloro che sono state bersaglio di violenza,  private dei loro diritti, vittime di pregiudizi legati alla società maschilista di appartenenza o derivati dall’arrogante e supposta superiorità della civiltà occidentale. Ma ci sono anche storie di riscatto, di forza, di emancipazione.

La descrizione del progetto, la formazione dello staff e la divulgazione delle opere è affidata al sito internet https://afrowomenpoetry.net/it nel quale vengono presentati i video delle poetesse mentre interpretano i loro poemi, sotto la schermata del video è possibile leggere i versi della poesia tradotti in lingua italiana, dagli originali inglese o francese. Attraverso il menu possiamo ritrovarci a curiosare nel backstage durante le riprese delle interpreti, leggere le interviste fatte all’ideatrice del progetto o gli articoli inerenti il progetto stesso. Ed è proprio grazie al sito che abbiamo la possibilità di cogliere la magia delle parole di questi testi attraverso la voce di coloro che gli hanno dato vita.

Le poetesse, protagoniste di AfroWomanPoetry, sono state raggiunte nei contesti a loro familiari all’interno delle proprie comunità di appartenenza, si è creato tra loro e le giornaliste di Voci Globali, arrivate lì per filmare le loro interpretazioni, un clima di fiducia ed empatia che ha reso possibile una comunicazione autentica. Le artiste coinvolte nel progetto sono tutte molto diverse tra loro, per classe sociale, appartenenza culturale e territoriale, molte di loro sono note perché hanno già pubblicato oppure ricoprono ruoli importanti in ambito politico, accademico o sociale.

Le autrici che, ad oggi, hanno partecipato al progetto interpretando i loro scritti sono donne originarie del Ghana e del Togo, come dicevamo. Analizzando le loro poesie possiamo già trovare delle differenze circa i temi trattati e la modalità con cui vengono affrontati:  le donne del Ghana mostrano di possedere una capacità espressiva più diretta e sembrano godere di una maggiore libertà; le donne del Togo a volte sono più intimiste e utilizzano una maggiore cautela non tanto nel trattare tematiche sociali quanto politiche.  In tutte comunque c’è chiarezza e coraggio nell’affrontare temi come la violenza, i pregiudizi sociali, la voglia di affrancamento. Questo già ci dà un’idea della variegata realtà culturale dell’Africa e di quanto donne che hanno vissuto vite diverse tra loro abbiano, comunque, raggiunto un alto grado di consapevolezza rispetto al mondo che le circonda.

AfroWomanPoetry ci dà la possibilità di comprendere quante cose accomunino le donne in quanto appartenenti allo stesso genere: nonostante le diverse coordinate geografiche c’è un “fil rouge” che unisce i nostri percorsi di donne e che ci ha portato a lottare per affermare chi siamo e cosa vogliamo, e per liberarci dalle catene di una società che è ancora oggi fortemente patriarcale e maschilista, da qualsiasi latitudine la si voglia osservare. Ora attendiamo le prossime tappe, molto presto il sito avrà esponenti dell’arte poetica femminile di altri Paesi del sub-Sahara.

 




KENYA – Umoja, il villaggio matriarcale delle donne fuggite dalla violenza

Nel centro-nord del Kenya esiste un villaggio fatto di sole donne, Umoja. Fondato nel 1990, è interamente gestito e sostenuto dalle donne che lo abitano con i loro figli, donne fuggite da violenze e cultura maschilista.

Cosa può nascere da colonizzazione, mutilazione genitale femminile e una cultura tradizionalista che discrimina le donne? Nessuno risponderebbe “un posto felice”. E invece questo è quello che è successo in Kenya, dove questi tre fattori diversi eppure ugualmente distruttivi hanno dato vita ad Umoja, un villaggio fatto di sole donne.

Umoja si trova nel centro-nord del Kenya, nella regione Samburu, e viene definito un villaggio “matriarcale”. È stato fondato nel 1990 da Rebecca Lolosoli e da altre donne keniote per accogliere tutte coloro che decidevano di scappare dalle violenze – o dei mariti o dei soldati inglesi o semplicemente della società patriarcale dei Samburu – e vivere un’altra vita. Infatti, solo le donne – e i bambini che sono nati e cresciuti lì – possono vivere ad Umoja. Gli uomini non sono ammessi, ma se accettano le regole di questa nuova società possono trascorrere del tempo nel villaggio.

Il villaggio nasce quindi prima di tutto come rifugio dalla violenza e accoglie 15 donne in cerca di un riparo. La stessa Rebecca Lolosoli ha subito aggressioni da parte di suo marito e di altri uomini soltanto per aver parlato con le altre donne del suo villaggio dei diritti per cui devono lottare. Una delle tante violenze che, però, questa volta la manda all’ospedale ed è decisiva nel farle intraprendere una nuova strada. Così anche le altre donne che sono con lei sono state picchiate, aggredite, violentate.

Dal 1990 il villaggio cresce, ora ha quasi trent’anni di vita e conta circa 50 donne e 200 bambini. Donne, ragazze e bambine continuano a scappare e ad andare ad Umoja, dove solitamente restano per lunghi anni se non per sempre. L’ostilità degli uomini – che si dicono contrari ad un’esperienza del genere perché “le donne devono necessariamente essere controllate dagli uomini” – non ha potuto fermare la sperimentazione di questa nuova società al femminile.

Ancora molte donne arrivano oggi ad Umoja. Le mutilazioni dei genitali femminili e i matrimoni precoci, infatti, sono all’ordine del giorno nella cultura Samburu. Nel primo caso si tratta di una pratica portata avanti da anni e mai contrastata: fra i Samburu una donna che non ha subito la mutilazione non può essere presa in sposa ed è naturale praticare la MGF sulle figlie femmine. Anche i matrimoni precoci, inoltre, sono molto diffusi: circa il 23% delle ragazze in Kenya sposa prima dei 18 anni, percentuale che nelle campagne sale al 29%. Percepite come un peso dalle rispettive famiglie, vengono quasi immediatamente “date” in matrimonio e costrette ad avere figli quando sono ancora molto giovani, con tutti i danni emotivi che ciò comporta.

Tutto questo si sorregge su una cultura fortemente maschilista e patriarcale. Gli uomini Samburu, infatti, credono che le donne non possano gestirsi da sole, ma che debbano necessariamente essere guidate e controllate; che le donne senza gli uomini non sappiano provvedere alla propria sicurezza; che le donne siano in tutto e per tutto proprietà (magari silenti) degli uomini. Ciò di cui non si rendono conto gli uomini Samburu, però, è che loro stessi rappresentano il pericolo per le loro donne e che da loro stessi queste donne stanno fuggendo.

Le donne di Umoja hanno dimostrato il contrario. Non solo sono fuggite dalle violenze, in un certo senso guarendo dal male che avevano subito, ma hanno saputo anche costruire una comunità duratura in cui è possibile vivere insieme, fra donne che si autogovernano. Ogni donna è uguale all’altra, non c’è un capo politico, ma solo una portavoce (incarnato nella figura di Rebecca Lolosoli). Le decisioni vengono prese tutte assieme attorno all’ “albero della parola” e ogni donna dona il 10% di ciò che guadagna per la comunità. Vivono con poco, vendendo collane di perle e manufatti tradizionali, ma riuscendo tuttavia a mandare avanti un’intera comunità, sostenendosi a vicenda.

Nel tempo queste donne sono state anche in grado di costruire una scuola e un asilo nido, che accolgono non soltanto bambini di Umoja ma anche quelli dei villaggi vicini, e che svolgono un importante compito educativo.

Tutte le donne che vengono accolte nel villaggio imparano che le violenze subite sono frutto di una cultura, che però può essere cambiata, sradicata, proprio partendo da lì, dalla loro esperienza. Un’esperienza che parla di donne prima di tutto libere. Libere di scegliere.

Nonostante gli uomini non siano ammessi, infatti, ciò non significa che le donne del villaggio ripudino il genere maschile nella sua interezza, al contrario. Le donne di Umoja decidono di avere rapporti e intessere relazioni con gli uomini dei villaggi vicini. A volte hanno anche dei figli, che spesso poi crescono con loro nel villaggio e quindi al di fuori del matrimonio. Una condizione che in molte altre città della zona sarebbe stata inaccettabile.

Ci sono anche alcuni uomini che frequentano il villaggio e ne accettano le regole: hanno imparato che il rapporto uomo-donna deve crescere in condizioni di parità e senza violenza. Esiste quindi la possibilità del cambiamento, non solo per le donne ma anche per gli uomini. Un cambiamento molto lento, ma che parte dal basso e dal vissuto delle protagoniste di questa storia. Un cambiamento che pochi passi alla volta sta funzionando ed è positivamente contagioso.

 

 




La schiava migliore non ha bisogno di essere picchiata, si picchia da sé

Goethe diceva con lucida saggezza Nessuno è più schiavo di colui che si ritiene libero senza esserlo. 

Una delle intuizioni originali del femminismo è stata rendersi conto che per un tempo lunghissimo le donne hanno dovuto far propria la visione maschile del mondo, con adattamenti, resistenze, ma anche continui tentativi di strappare qualche potere, in primis quello di rendersi indispensabili nella vita quotidiana: l’unico concesso e praticato per secoli, come rilevava John Stuart Mill ne L’asservimento delle donne.

Scrive Lea Melandri:

Le donne non hanno solo cura dei bambini, dei neonati: forniscono cura a uomini in perfetta salute, uomini che si possono curare da soli. Questo non è di poco conto: vuol dire che le donne, nella cura, hanno strappato qualche potere, che è l’indispensabilità all’altro.

La battaglia più dura da affrontare riguarda la psicologia delle donne stesse, che devono riconoscere e superare gli stereotipi e i pregiudizi propri della cultura patriarcale rinunciando a modelli introiettati che le hanno inglobate in una bolla rassicurante ma soffocante.

Nella Mistica della femminilità fin dal 1963 Betty Friedan parlava del “problema senza nome”, del “comodo campo di concentramento” fatto di gratificazioni paternalistiche, che chiude tante donne nella gabbia delle aspettative sociali, nell’adesione a stereotipi che ne incanalano l’esistenza entro pareti sicure ma asfittiche.

È dolorosa, questa complicità: ogni infrazione – vera o presunta – a doveri così tassativi scatena non solo stigmi sociali ma feroci sensi di colpa, con annessi rimorsi e frustrazioni (il senso di colpa è utilissimo agli addomesticatori di coscienze).

Virginia Woolf lo chiamava il potere ipnotico del dominio, le psicanaliste il predatore interiore. Lea Melandri parla di violenza invisibile: la vittima parla la stessa lingua dell’aggressore, è talmente de-individuata da aver perso la capacità di riconoscersi preda di un carnefice perché si identifica con lui e con i suoi bisogni piuttosto che con se stessa e con le proprie esigenze. Come le è stato insegnato, chiama tutto questo ‘amore’. La subordinazione e questo tipo di amore non sono affatto esclusivi. 

Persino nella violenza di genere c’è una verità che fa male: una parte delle donne ritiene di meritarsela almeno un po’. Nel profondo pensa che se quegli schiaffi sono arrivati un motivo doveva esserci. Ritiene di non fare mai abbastanza. 

L’ho provocato. Avrei dovuto lasciarlo in pace. Ho iniziato io. Poverino, non lo fa apposta. In fondo mi vuol bene, a modo suo mi dimostra affetto. Però con i bambini è buono. Ha un sacco di problemi al lavoro …

Un amore che è frutto di suggestioni, idealizzazioni e proiezioni non riconosce il soggetto. 

Darei qualsiasi cosa per te. L’amore richiede sacrificio. Senza di te io non sono niente. Mi sei indispensabile. Noi due siamo una cosa sola. Tu sei la mia metà.

Povere e analfabete, ricche e colte, vecchie e giovani: la dipendenza emotiva non distingue tra classi sociali, etnie, religioni, età. Sono tante, in tutto il pianeta, le donne cresciute nel mito dell’unione fusionale e intrappolate in relazioni abusanti: si sottomettono alla tirannia della sopportazione per amore, mentre la loro autostima si dissolve nella continua ricerca di riconoscimenti affettivi. 

Perché noi siamo state le serve che hanno amato i loro padroni, le prigioniere che hanno amato i loro carcerieri, le oppresse che hanno amato i loro despoti, lungo tutto il corso della storia, con poche eccezioni.

È difficile, è faticoso affrancarsi da modelli che per millenni ci hanno trasmesso il bisogno di un uomo e della sua approvazione per sentirci complete.




L’arte della cura, da Trotula a Florence

di Livia Capasso

 L’arte della cura è stata praticata dalle donne sin dagli albori della civiltà,: incarnata in maghe e streghe, vestali e sacerdotesse, fu raccolta da levatrici, profetesse e guaritrici.

Con l’affermarsi dell’Università e con il relegare del sapere medico all’interno dell’istituzione ufficiale, riescono a resistere e a continuare la professione solo figlie, mogli, vedove di medici; le altre, soprattutto coloro senza istruzione e povere, iniziano a percorrere la strada dell’Inquisizione, oppure scelgono quella della santità e del convento.

1.Salerno.Trotula.LZennaro_ridotta

  1. Salerno. Trotula. Foto di Linda Zennaro

 Trotula, nota anche come Trocta o Trotta, nacque intorno al 1035/40, a Salerno dalla nobile famiglia de Ruggiero. Quel poco che si sa della sua vita è avvolto in un alone di leggenda. Certo è che, grazie al suo stato di nobildonna, poté prima studiare e poi insegnare in qualità di Magistra alla Scuola Salernitana, la prima e più importante istituzione medica d’Europa nel Medioevo, antesignana delle moderne università. La Scuola, primo centro di cultura laica, fondata sulla tradizione greco-latina, completata da quella araba ed ebraica, sosteneva il metodo empirico, la cultura fitoterapica e la necessità della prevenzione. Fu proprio que­sto carattere cosmo­po­lita e laico che permise l’ammissione delle donne agli studi. E importantissimo fu il loro apporto, tanto che divennero famose col nome di Mulieres Salernitanae.

L’eccezionalità di Trotula è dovuta anche al fatto di aver lasciato scritto il proprio insegnamento. La sua opera più conosciuta, il De passionibus mulierum curandarum (Sulle malattie delle donne), divenuto successivamente famoso col nome di Trotula Major, è stata pubblicata a stampa per la prima volta nel 1544 ; il De ornatu mulierum (Sui cosmetici) è un trattato sulle malattie della pelle e sulla loro cura, detto Trotula minor.

2.Roma.XVMun,Trotula.Foto BBelotti.2014.ridotta

  1. Roma. Trotula. Foto di Barbara Belotti

Continuando gli studi, Trotula, descritta come bellissima nelle fonti, sposò il medico Giovanni Plateario, ed ebbe due figli maschi che seguirono la professione dei genitori. Le notizie sulla sua vita ruotano intorno ad una data, il 1059, quando il medico Rodolfo Malacorona, reduce dai suoi studi di medicina in Francia, in visita a Salerno, affermando di non aver trovato in città nessuno più esperto di lui nell’arte medica, tranne una sapiens matrona, ci conferma l’esistenza di Trotula. Si sa che curava quanti ne avevano bisogno, ricchi o poveri, prostitute o religiose vio­len­tate, incurante di epidemie di tisi e infezioni. Insegnò alle levatrici le più elementari norme igieniche, e intanto si confrontava con tutte le eccelse menti che frequentavano quel fervido ambiente culturale che era Salerno. Si racconta che al suo funerale nel 1097, data che sembra confermata dai registri delle morti della cattedrale, avrebbe partecipato un corteo funebre di oltre tre chilometri.

3 - imm. libro Trotula

  1. Somministrazione di una pozione di more contro i dolori del mestruo – miniatura da Codex Vindobonensis, Vienna

 Donna medioevale eppure modernissima, femminista ante-litteram, capace per la prima volta di parlare esplicitamente di argomenti sessuali, senza coinvolgervi nessun accento moralistico, elevò la ginecologia e l’ostetricia a scienza medica, affrancandole dalle pratiche delle levatrici del tempo e liberandole dalle superstizioni che portavano ad accettare i dolori del parto e la morte come un destino naturale delle partorienti. Arrivò a proporre consigli per favo­rire le gravidanze o controllare le nascite, per concepire un maschio o una femmina, per simu­lare la ver­gi­nità. Non aveva preconcetti morali neanche su temi delicati come la frigidità femminile o l’impotenza maschile, considerava il desiderio sessuale femminile un fenomeno naturale che, se represso, come nelle vedove o nelle religiose, poteva recare sofferenza e persino malattie. I suoi rimedi sono “dolci” , come erbe e salassi, bagni caldi e infusioni, pozioni, pomate e massaggi al posto di metodi radicali, utilizzati spesso all’epoca. Considerava la prevenzione l’aspetto principale della medicina e riteneva che l’igiene, l’alimentazione equilibrata e l’attività fisica rivestissero un’importanza fondamentale per la salute. Non ricorse quasi mai all’astrologia, alla preghiera o alla magia, su cui si fondavano allora le pratiche mediche più correnti.     

4 - TrotulaMoneta       

  1. Medaglia in bronzo dedicata a Trotula de Ruggiero – 12 febbraio 1834

Un segno dell’importanza di questa mulier salernitana la riscontriamo nel fatto che venne a lei dedicato il conio di una medaglia di bronzo diffusa a Napoli nel 1834 e conservata nel Museo provinciale di Salerno.

Trotula, prima ginecologa, ma anche prima pediatra: nel De mulierum passionibus offre una serie di ammaestramenti, a cominciare dalle nozioni che riguardano l’individuazione dei segni di gravidanza, la posizione del feto nell’utero, il regime alimentare delle donne gravide. Particolare attenzione è data al momento del parto, per il quale prescrive un’atmosfera serena, lenta e rispettosa del pudore della donna, e consigli su come recidere il cordone ombelicale, tenere il bambino appena nato al caldo, non esporlo in luoghi luminosi, racchiuderlo in fasce affinché le sue membra crescano dritte.

Trotula si interessò anche di malattie comuni come la cataratta, le tonsilliti, disturbi dermatologici e digestivi, e infine di cure estetiche, che per lei non erano un argomento frivolo. Anzi, la bellezza era il segno di un corpo sano in armonia con l’universo. Nel suo trattato, De ornatu mulierum, l’autrice suggerisce pomate ed erbe medicamentose per correggere le rughe sul volto, o le borse sotto gli occhi; dispensa consigli su come eliminare i peli superflui, ridare candore alla pelle, oltre a dare insegnamenti sul trucco.

Vie a lei intitolate sono a Roma, Salerno, Eboli (SA). Trotula Corona è il nome attribuito in suo onore a una formazione esogeologica del pianeta Venere.

5. Salerno_AbellaSalernitana_LindaZennaro

  1. Salerno. Abella Salernitana. Foto di Linda Zennaro

 

Tra le personalità di spicco delle mulieres Salernitanae sono tramandati, oltre a quello di Trotula de Ruggiero, anche i nomi di Rebecca Guarna, Mercuriade, Costanza Calenda, Abella di Castellomata. Di quest’ultima, detta Abella Salernitana, non sono note date di nascita e morte, sappiamo solo che fu anche lei una medica attiva nel XIV secolo, e insegnò nella Scuola Medica Salernitana. Pubblicò due trattati: De atrabile (Sulla bile nera), De natura seminis humani (Sulla natura del seme umano). Di queste opere però si è persa traccia e il contenuto non è sopravvissuto fino ai nostri giorni.

Una scuola elementare a Salerno porta il suo nome.

 6. Roma_Fabiola-AndreaZennaro

  1. Roma. Fabiola. Foto di Andrea Zennaro

 

Gli studiosi concordano sulla presenza di donne tra i medici, sia nel mondo greco che nel mondo latino. E non si tratta solo di levatrici o di donne esperte in rimedi empirici, amuleti e formule di vario tipo. In Latino, come in Greco, medicus ha il femminile, medica. Lo si trova in Marziale, in Apuleio, e nelle epigrafi tombali.

Proprio a una donna, la nobile Fabiola, vissuta nel IV secolo, si deve il primo ospedale, nosokòmion, di Roma, dove non si limitò a fare la “dirigente”, ma assunse mansioni mediche. Nella lettera al marito di lei, Oceano, in occasione della morte di questa sua amica, S. Girolamo così la descrive:

Fu la prima a fondare un ospedale, nel quale ricoverava tutti i sofferenti raccolti per le strade, e accudiva le vittime sfortunate di malattie e di indigenza. […] Quante volte ella si è caricata sulle proprie spalle i lebbrosi! E quanto spesso ha pulito il pus prodotto da piaghe la cui vista gli altri (nemmeno gli uomini) non potevano sostenere. Nutriva i pazienti personalmente, e bagnava le labbra dei moribondi con gocce d’acqua.

Non dobbiamo stupirci che una matrona romana, donna ricca e nobile, s’intendesse di medicina o avesse una certa conoscenza delle erbe: le fonti romane ci informano che già in età classica era un vezzo dell’élite femminile, e delle signore della famiglia imperiale, cimentarsi nella preparazione di composti di erbe, e, soprattutto, di cosmetici e profumi. Una tradizione che sarebbe poi continuata nel mondo altomedievale.

La città di Roma ha dedicato alla nobile Fabiola una strada nel quartiere Gianicolense

 

 7 - Theodosia di cesarea

  1. Teodosia di Cesarea

Andando al mondo cristiano, tra i santi dei primi secoli, e nello specifico tra quelli che si diceva avessero esercitato la professione di medico, troviamo santa Teodosia di Cesarea (Tiro, 289/ Cesarea in Palestina, 307), madre di San Procopio martire e martire anche lei. Dotta in medicina, esercitò l’ars medica e curava pietosamente i malati. Curò le piaghe di dodici matrone prigioniere durante le persecuzioni dell’imperatore Diocleziano, consolandole con voce ferma e dichiarandosi cristiana anche lei; il prefetto allora la fece rinchiudere in prigione insieme alle altre, con uncini le fece lacerare tutto il corpo, Molte sono le torture che subì questa Santa: fu gettata in mare, fu esposta alle belve, ma ne uscì indenne e infine fu decapitata.

8. ScuolaMedica.Miniatura

  1. Scuola medica. Miniatura

Un testo intero, il Peri tòn giunaikéion pathòn (“Delle malattie delle donne”), conservato tuttora alla biblioteca Laurenziana di Firenze, è opera di una certa Metrodora, della quale non sappiamo altro che il nome, e il fatto che sia forse vissuta a Costantinopoli nel VI secolo. Metrodora conosce bene i maestri di medicina, sia quelli antichi che quelli a lei contemporanei; è una medica vera e propria, e una medica di tutto il corpo, che, all’occorrenza, sa ricorrere anche alla chirurgia, anche se certamente il suo è un approccio empirico. Metrodora non si occupa solo del benessere dell’apparato riproduttivo femminile, ma anche di problemi di stomaco, di febbre, di malaria, di emottisi, di dolori reumatici e traumi, e almeno trenta ricette sono dedicate alla cosmetica e alla profumeria, con ingredienti quali latte, aceto, allume e farina di frumento. Sorprende che si interessi, come farà poi Trotula, anche dei problemi intimi maschili, perfino con ricette afrodisiache a base di erbe e altre per favorire l’erezione.

Questo serve a sfatare anche un altro luogo comune molto diffuso per quanto riguarda il Medioevo: che la sterilità fosse un problema solo femminile. Gli uomini, soprattutto i Longobardi, avevano un autentico terrore dell’impotenza, ritenuta il disonore estremo per un uomo, che poteva costituire perfino causa di divorzio.

Ed eccoci arrivate ai tempi moderni.

9. Firenze.FlorenceNightingale.LauraCiuccetti

  1. Florence Nightingale. Firenze. Foto di Laura Ciuccetti.

Pur essendo nata a Firenze, nel 1820, Florence Nightingale è di nazionalità inglese. È considerata la fondatrice dell’assistenza infermieristica moderna, perché fu la prima ad applicare il metodo scientifico attraverso l’utilizzo della statistica. Inoltre propose l’organizzazione degli ospedali da campo nei fronti di guerra. Nel 1854 prese parte con altre 38 infermiere volontarie (da lei addestrate) alla guerra di Crimea, riuscendo a ridurre le percentuali di mortalità fra i soldati feriti; la sua teoria di nursing è incentrata sul concetto di ambiente, fattore principale nello sviluppo di malattie. Osservando e studiando le condizioni di ricovero e cura dei militari feriti individuò, infatti, cinque requisiti essenziali che un ambiente deve possedere per essere salubre: aria pulita, acqua pura, sistema fognario efficiente, pulizia, luce. Per la sua abnegazione durante la guerra di Crimea fu soprannominata “La signora con la lanterna”. Morì a Londra nel 1910.

10 - Florence_Nightingale

  1. Ritratto Florence Nightingale

 Un esempio significativo di quanto fosse essenziale per lei assumere decisioni supportate da fondamenti scientifici è rappresentato dai suoi studi epidemiologici sui reparti di Ostetricia. I risultati di questi studi, evidenziando un tasso di mortalità maggiore per le partorienti in ospedale rispetto alle donne che partorivano in casa, determinarono la chiusura di questi reparti. Anche gli studi sulla mortalità infantile delle popolazioni aborigene nelle colonie britanniche impegnarono a lungo la studiosa, che mal sopportava l’idea che questi bambini dovessero morire con una frequenza doppia rispetto a quelli di pari età che vivevano in Inghilterra.

La leadership di Nightingale deriva fondamentalmente dalle sue conoscenze. È soprattutto attraverso l’uso della statistica che ha ottenuto grandi risultati: il modo di costruire gli ospedali, di organizzare i reparti di ostetricia, di gestire le caserme cambiò grazie a lei ed al suo amore per il ragionamento, alla sua capacità di mettere in discussione le ipotesi e di porre grande attenzione al processo di raggiungimento delle conclusioni.

 




ITALIA – Gli antichi mestieri femminili: le donne e il mare. (Dalla mostra “Toponomastica femminile. Donne e lavoro”)

Le società dei paesi di mare, nonostante le apparenze, hanno avuto connotati matriarcali. Vista l’assenza continua degli uomini, il ruolo delle donne era centrale nell’organizzazione familiare: alla lontananza dei maschi per lunghi periodi corrispondeva lo sviluppo di saldi rapporti orizzontali, che attraversavano più nuclei, sempre gravitanti intorno a figure femminili; si solidificavano vincoli di parentela, di vicinato o di gruppo e si potenziavano i sentimenti di solidarietà che garantivano un guscio protettivo contro le avversità.
Le donne erano forti, vigorose e temprate dalle fatiche casalinghe, che si sommavano ai carichi di lavoro in appoggio alle attività di pesca maschili e a forme di imprenditoria elementare molto spesso fondamentale.
Neanche le vedovanze ricorrenti, causate dalle sciagure del mare, spegnevano la loro forza reattiva, alimentata dalla necessità di continuare a essere il fulcro della famiglia.
Le donne si svegliavano all’alba e rubavano ore al riposo notturno per svolgere mille mansioni. Erano loro a curarsi della casa, degli anziani e dell’educazione dei figli, per i quali rappresentavano un ancoraggio saldo rispetto al fluttuare della figura paterna.
A loro si richiedevano molte attività collaterali alla pesca, quali ad esempio la produzione di reti, la confezione e il rammendo di vele, la messa a bagno dei cordami nella miscela resinosa che serviva a limitarne l’usura, la ricerca e la preparazione delle esche. Instancabili lavoratrici, raccoglievano la legna lungo la battigia, praticavano la sciabica assieme agli uomini o giravano l’argano per trarre in secco le barche.

Dopo lunghe attese sulla spiaggia, scaricavano il pesce, vendevano la parte di spettanza o la appaltavano ai pescivendoli, trasportavano sulla testa il pescato e le reti.

1.Donne sulla spiaggia di San Benedetto

FOTO 1. DONNE SULLA SPIAGGIA. Foto dell’Archivio storico di San Benedetto del Tronto

2.Donne in attesa delle barche. San Benedetto

FOTO 2. DONNE IN ATTESA DELLE BARCHE. Foto dell’Archivio storico di San Benedetto del Tronto

All’importante ruolo svolto dalle donne nell’economia marinara, un lavoro fondamentale e continuo rimasto sempre nell’anonimato, il Comune di San Benedetto del Tronto ha dedicato una sezione del “Museo del mare” e ha collocato nelle sue strade il monumento bronzeo dedicato al lavoro delle retare, opera dello scultore Aldo Sergiacomi, inaugurato nel 1991.

3.Monumento alla retara.San Benedetto del tronto

FOTO 3. MONUMENTO ALLA RETARA. Foto del Comune di San Benedetto del Tronto
L’attività delle retare è stata a lungo la più diffusa e numericamente significativa.

Tutta la comunità, cioè l’elemento femminile, era coinvolta in questo lavoro, dalle bambine alle donne più anziane, secondo un sistema tramandato nel tempo e che si acquisiva solo con la pratica.

In estate si lavorava all’esterno delle case, vicino alla porta d’ingresso o in un angolo fresco del vicolo. Pur lavorando sodo non mancavano momenti di allegria e di divertimento, canti, chiacchiere e discussioni accompagnavano il lavoro delle retare, attente anche a seguire i giochi dei bambini e delle bambine non ancora in età da lavoro.

4.retare

FOTO 4. Retare. Foto dell’Archivio storico di San Benedetto del Tronto

5.vecchia_retara

FOTO 5. Vecchia retara. Foto dell’Archivio storico di San Benedetto del Tronto

In inverno il più delle volte l’attività si svolgeva all’interno, di giorno vicino alla finestra e la sera vicino al fuoco continuando a lavorare fino a notte fonda.

Sedute sulle seggiole le retare cominciavano a svolgere le matasse di spago; servendosi di un’altra sedia sulla quale appoggiavano la rete via via prodotta, lavoravano la corda di canapa con una specie di lungo ago di legno piatto chiamato linguetta e attorcigliavano lo spago su cannucce di vario diametro dette morello, a seconda della grandezza che le maglie dovevano avere. Iniziavano a comporre le maglie con gesti rapidi e vigorosi in modo da realizzare nodi molto robusti che non si strappassero durante la pesca.

6.retare

FOTO 6. Retare. Foto dell’Archivio storico di San Benedetto del Tronto

La rete era grossa o più sottile, secondo lo spessore dello spago utilizzato; era divisa in parti diverse e ogni donna era esperta di un lavoro particolare. Quando la rete commissionata dal padrone era completata, la si distendeva e la si apriva sulla strada, piegandola numerose volte fino a farla diventare di dimensioni poco ingombranti. Il pacco di rete veniva legato, caricato in testa e riconsegnato.

Un’altra mansione tipicamente femminile era quello delle velare. Le vele erano importanti, i colori sgargianti e i disegni indicavano il suo proprietario e l’equipaggio imbarcato: era un segno distintivo che da riva mogli, madri e figlie cercavano e seguivano scrutando l’orizzonte.

Erano le donne a occuparsi della confezione e della cura delle vele. Molto spesso erano loro anche a tessere in casa le stoffe con cui realizzarle. Le velare si dedicavano alla cucitura sedute sulla spiaggia, unendo teli di cotone o di canapa. Le donne provvedevano anche alla manutenzione, ricucendo gli strappi e rattoppando i cedimenti dei tessuti dovuti all’usura.

7.Velare

FOTO 7. Velare. Foto dell’Archivio storico di San Benedetto del Tronto

Il pesce era l’oro della zona, ma un oro che lasciava cattivo odore, che non andava mai via. Nonostante cercassero di cancellarlo in ogni modo, le donne portavano addosso il loro lavoro in ogni momento della giornata.
Sulla riva del mare scrutavano l’orizzonte aspettando le barche di ritorno dalla pesca.

8.Donne al rientro delle barche.San benedetto

FOTO 8. Donne al rientro delle barche. Foto dell’Archivio storico di San Benedetto del Tronto

Una piccola parte del pescato spettava alle famiglie dei marinai e le donne attendevano che finisse la distribuzione e la vendita dei grossi quantitativi per allungare i loro cesti e prendere quanto rimaneva. Spesso il pesce consegnato non veniva utilizzato per il fabbisogno familiare, ma rivenduto a poco prezzo oppure barattato con ortaggi, frutta o qualsiasi altro genere alimentare prodotto dal mondo contadino.
Le donne che erano riuscite a dar vita a semplici forme di commercio dividevano il pescato secondo le varie qualità e, dopo averlo sistemato sui carretti, andavano a venderlo nei paesi vicini o al mercato locale. In tutti i posti in cui si svolgeva la vendita del pesce le donne utilizzavano la bilancia in ottone, tenuta in mano per pesare ma anche, agitandola, per richiamare la gente ad acquistare, accompagnando i gesti con voci tese e squillanti.

9.pescivendole

FOTO 9. Pescivendole. Foto dell’Archivio storico di San Benedetto del Tronto

10.vendita_pesce

FOTO 10. Pescivendole. Foto dell’Archivio storico di San Benedetto del Tronto




Un mare di plastica

“Eh, magari facessero tutti come voi …!”

È la frase che io e i miei familiari ci sentiamo spessissimo dire dai negozianti quando affermiamo di avere la busta (o la shopper!) per mettervi quanto acquistato. Ormai ne abbiamo tantissime, anche ricavate da vecchi jeans: quella per il supermercato, quella per la frutta e la verdura, quella per i piccoli acquisti.

Devo ammettere che inizialmente, e parlo di almeno dieci anni fa, provavo un certo imbarazzo… poi, però, leggi notizie come quella di sabato 2 giugno e ti convinci che è davvero il minimo che si possa fare: al largo della costa meridionale della Thailandia, infatti, è stata trovata morta  una balena pilota con ben ottanta buste di plastica nello stomaco per l’equivalente peso di otto chilogrammi!

Nella sola Thailandia ogni anno almeno 300 animali marini, tra cui balene pilota, delfini e tartarughe, muoiono per aver ingerito plastica abbandonata in natura, ha spiegato un biologo marino.

Da noi, oltre al comportamento virtuoso di singole persone e famiglie, qualcosa si sta muovendo: dal primo maggio, per esempio, sulle isole Tremiti la plastica è vietata per legge grazie al sindaco Antonio Fentini che sta pure pensando di abolire i contenitori di polistirolo, compresi quelli utilizzati dai pescatori. Invita, altresì, colleghe e colleghi di isole e comuni sul mare a fare altrettanto, precisando che la sua cittadinanza è molto felice per la decisione presa.

La decisione segue, infatti, la ricerca diffusa nei mesi scorsi dall’Istituto di scienze marine del CNR di Genova, dall’Università Politecnica delle Marche e da Greenpeace Italia, che hanno campionato le acque durante il tour “Meno plastica più Mediterraneo” della nave ammiraglia di Greenpeace, Rainbow Warrior. Dalla ricerca è emerso che nel Mediterraneo ci sono livelli di microplastiche paragonabili a quelli dei vortici che si formano nel Pacifico, le cosiddette ‘zuppe di plastica’, e “nelle acque marine superficiali italiane si riscontra un’enorme e diffusa presenza di microplastiche, comparabile ai livelli presenti nei vortici oceanici del nord Pacifico, con i picchi più alti rilevati nelle acque di Portici (NA), ma anche in aree marine protette come le Isole Tremiti (FG)”.

Nell’attesa che arrivi anche la direttiva dell’UE, già approvata a fine maggio dalla Commissione, affinché si arrivi nel 2025 a non usare più la plastica e in particolare cotton fioc, posate, piatti, cannucce e aste per palloncini (prodotti che dovranno essere fabbricati con materiali sostenibili), gli Stati membri, attraverso campagne di sensibilizzazione, dovranno anche ridurre il consumo di contenitori per alimenti e tazze, fissando obiettivi nazionali, mettendo a disposizione delle alternative, o impedendo la fornitura gratuita di prodotti in plastica.

E noi nel nostro piccolo? Possiamo iniziare sin da ora a cambiare stile di vita e abitudini: ingegniamoci e facciamo in modo che il mare viva la sua stagione più bella tutto l’anno!




Elogio del cartoccio. A che serve la scuola? (Prima parte)

Con le vacanze scolastiche la cronaca nera ha subito un arresto. Fino a settembre, infatti, i casi di aggressione a docenti e presidi da parte di studenti e genitori – oltre 30 quest’anno – dovrebbero interrompersi, per riprendere presumibilmente alla riapertura delle scuole. Le notizie delle violenze hanno riempito le pagine dei giornali, i social media le hanno fatte rimbalzare e la percezione di esse si è moltiplicata. Della situazione della scuola italiana si parla molto, perché alcuni aspetti appaiono paradossali o addirittura drammatici e molte voci lamentano un progressivo e inarrestabile peggioramento generale. Vorrei però non tanto soffermarmi sugli aspetti più grandguignoleschi, che si trovano facilmente sui media, quanto riflettere su cambiamenti, cause, prospettive. Comincerò con un aneddoto.

Un simpatico e bravo studente quattordicenne, che per comodità chiameremo A., un giorno fu sorpreso dal suo insegnante di disegno e storia dell’arte, che per comodità chiameremo professor Z., a temperare la matita sul banco, disseminandolo di trucioli e grafite. Il professor Z. lo riprese immediatamente, intimandogli di pulire subito il banco e di usare il cestino. A. rispose che la punta della matita aveva un continuo bisogno di essere affilata e che  il continuo andirivieni suo e del resto della classe avrebbe causato grande confusione. Il mio amico Z. convenne che A. aveva ragione e gli disse di farsi un cartoccio con un foglio di carta usato, attaccarlo al banco con del nastro adesivo e adoperarlo come cestino personale, gettandolo via alla fine dell’ora. «Un cartoccio? Cioè?» chiese A. «Ma sì, un cartoccio, un cono di carta, hai presente quello delle caldarroste?». «Ah, sì» rispose A., «e come si fa?». Il mio amico Z., perplesso, glielo fece vedere e poi disse «Ora fallo». A quel punto A. assunse un’espressione sinceramente angosciata e disse: «Prof, per favore, me lo faccia lei, che a me mi viene l’ansia». 

1. Costruzione del cartoccio

Mentre mi racconta l’episodio, Z. è turbato. La parola “ansia”, a quanto mi dice, è diffusissima nel lessico scolastico e compare spesso anche, e soprattutto, nei colloqui con i genitori, i quali parlano dell’ansia che provano nei rapporti con i figli e le figlie nell’attesa di prestazioni che viene continuamente frustrata. Il numero di disturbi specifici dell’apprendimento (o dsa, per usare uno degli infiniti acronimi che ormai funestano la vita dei e delle docenti) come dislessia, disgrafia, discalculia e via discorrendo, e di bes (bisogni educativi speciali) pare aumentare a dismisura. I dsa sono diagnosticati da appositi esami psicologici mentre i bes sono testimoniati da dichiarazioni genitoriali. Bes e dsa danno la possibilità di un trattamento di riguardo: programmi semplificati, interrogazioni programmate, possibilità di usufruire di “mappe” (schemini riassuntivi) che aiutano nelle verifiche scritte e orali. Il professor Z., che non ha competenze psicologiche precise se non quelle affinate da anni di lavoro scolastico, sostiene che, secondo la sua esperienza, non è affatto detto che chi sia affetto da dsa, alla prova pratica, dimostri poi un’effettiva difficoltà o raggiunga comunque risultati inferiori a quelli del resto della classe. «Quanto ai bes», aggiunge, «stiamo parlando di adolescenti. Vorrei sapere quale adolescente normale non ha bisogni educativi speciali. Oggi si può chiedere il riconoscimento dei bes perché i genitori si stanno separando, perché si è subita una delusione d’amore, perché la morte della nonna ha inferto un duro colpo al proprio mondo affettivo, cioè perché è accaduto quello che la vita, inevitabilmente, ci regala: l’incontro con il dolore, la frustrazione del senso di onnipotenza infantile, lo scontro con le avversità, insomma tutto ciò che ci fa crescere». Z. ha anche la sensazione che lo stesso status di bes o di dsa, così solennemente affibbiato dall’alto allo scopo di semplificare la vita scolastica, contribuisca invece al convincimento della propria debolezza. «Tanto è vero» aggiunge Z., «che parlando di loro si sbaglia sempre ausiliare: si dice che il tizio o la tizia non hanno un bes o un dsa, bensì sono bes o dsa. Non una caratteristica della persona ma la persona stessa. Poi vorrei anche vedere che non si sentono inferiori».

Tornando all’ansia, questa pare essere una caratteristica sempre più presente nei genitori. Non a caso, accade spesso che madri e padri pretendano di essere in contatto costante con la prole anche durante l’orario scolastico e al mio amico Z. è accaduto di dover intimare a qualche studente di non rispondere al telefono durante le lezioni, infrangendo peraltro il divieto di tenerlo acceso, e di sentirsi rispondere: «Ma è mio padre!». Il telefono, dunque, è diventato un legame inscindibile, una specie di nuovo cordone ombelicale. Tralasciando gli effetti dei mezzi digitali sulla crescita e sull’apprendimento, su cui torneremo, appare chiaro che ormai gli e le adolescenti non hanno più un momento di assoluta indipendenza. Il telefono, nella scuola del mio amico Z. (ma, sostiene, in tutte le scuole), è il mezzo che assicura un legame continuo con la famiglia. Contemporaneamente, il cosiddetto tempo libero appare sempre più inesistente. 

2. Il cellulare a scuola

«Da ragazzini» dice Z. «si andava a giocare a pallone da qualche parte, se andava bene al campetto dell’oratorio, altrimenti – e molto più spesso – dove capitava. Io andavo con i miei amici in un ritaglio d’erba sparuta delimitato dai bastioni delle mura, di forma triangolare e con un albero nel mezzo. Giocavamo con una sola porta e dovevamo stare continuamente di vedetta perché se arrivava un vigile ci sequestrava la palla. Le regole del calcio, giocoforza, le piegavamo alle nostre necessità; non avevamo divise né scarpe apposite, le mamme ci sgridavano perché rovinavamo i vestiti, litigavamo spesso e ci divertivamo un mondo perché eravamo liberi. Adesso chi fa sport – direi la maggioranza – lo fa all’interno di istituzioni, con precisi orari di allenamento, impegni agonistici, allenatori severi, abbigliamento tecnico e costi elevati. La mancanza di un tempo di gioco veramente libero comporta anche una maggior difficoltà nella formazione di una coscienza autonoma. Il gioco non è solo svago, è anche l’apprendistato di un ruolo sociale: non è un caso che maschi e femmine abbiano sempre fatto giochi diversi e adatti al ruolo che la società impone loro. Questo è un altro problema che prima o poi dovremo affrontare, ma nel gioco, al di là dei condizionamenti sociali, c’è sempre stato apprendimento e soprattutto libertà, perché non serve un campo regolamentare, una palestra attrezzata, una piscina olimpionica o un abbigliamento adatto, basta un cortile. 

3. Il gioco in cortile

Invece ora i genitori sborsano un sacco di soldi e quindi si aspettano il successo. Inoltre spesso non sono pronti a cogliere i talenti: ho avuto in quinta liceo un ragazzo che era innamorato della meccanica e il cui massimo desiderio era stare in mezzo a motori e motociclette. I compagni e le compagne di classe gli affidavano i loro motorini e lui ne faceva dei gioielli, e mi diceva che il suo piacere era avere le mani sporche di grasso. I genitori, mamma medica e papà avvocato, volevano farne un ingegnere: non capivano che il figlio non voleva progettare, voleva agire, altrimenti sarebbe stato sempre un frustrato. Poteva diventare un meccanico geniale, e invece loro volevano un figlio di successo. Ecco, anche “successo” è una parola che sento spesso. La mia impressione è che madri e padri, sempre più indaffarati, si sentano colpevoli del cosiddetto “insuccesso” di figli e figlie». L’osservazione mi pare pericolosa: sarebbe dunque meglio la mamma casalinga come un tempo? «Ma no», ribatte Z., «la questione non è la mamma, è anche il papà, è la presenza fisica su cui puoi contare. Il contatto digitale perenne non la sostituisce, anzi: il cellulare sempre acceso è un controllo occulto che non lascia spazi di libertà. Di questi tempi è quasi impensabile, ma davvero credo che quando hai un figlio dovresti avere anche un orario di lavoro ridotto per potertici dedicare, naturalmente senza ripercussioni economiche, cosa impossibile di questi tempi in cui uno stipendio solo o un part-time sono un lusso. Se lavori dalla mattina alla sera, è ovvio che ti attacchi al telefono, ma il telefono non è come parlare, coccolare, litigare di persona. Poi i genitori vengono a dirmi: “Eh, certo che non se ne può più, mio figlio usa il cellulare anche a tavola!”. Una madre una volta mi ha detto piangendo: “Professore, io non capisco più mio figlio!”. E vorrei anche vedere! Quale quaranta-cinquantenne “capisce” un quindicenne? Padri e madri non devono “capire”: devono amare, educare, guidare, sorreggere, incoraggiare, magari premiare e punire. A capire ci pensano gli amici». A questo punto mi chiedo se la situazione sia uguale per ragazzi e ragazze. Le aspettative dei genitori sono le stesse? Anche le ragazze vorrebbero fare le meccaniche? «Be’, quello del meccanico era solo un esempio. Spesso accade il contrario. Ora mi sembra che per le femmine la situazione sia migliore, almeno nei licei. All’università si iscrivono sempre più ragazze, anche nelle facoltà scientifiche, ma non so quanto l’aspettativa sociale per loro sia cambiata. Quando uscì Astrosamantha, il film su Samantha Cristoforetti, portai di corsa le mie classi a vederlo. Le ragazze ne uscirono emozionatissime. Una piangeva. “Ma allora lo potrei fare anch’io!”, mi ha detto. Pare strano, ma nel ventunesimo secolo è ancora opinione comune che una ragazza possa magari essere brava in matematica, ma poi se ne debba stare a casa o faccia l’insegnante invece di andarsene a esplorare lo spazio». Ma quello dell’insegnante è ancora un mestiere di ripiego? «Sempre meno, direi. Una volta lo era certamente, in particolare per le donne. Come ho detto, una laurea a pieni voti in matematica o in filologia greca non apriva la strada alla ricerca ma, per molte donne, all’insegnamento, perché era – era, nota bene – un lavoro a mezza giornata, con un sacco di tempo libero per stirare le camicie del marito, il quale, nelle famiglie borghesi, guadagnava abbastanza da compensare il magro stipendio della moglie. Un sacco di brave studiose sono finite a insegnare e, d’altro canto, un sacco di ottimi maestri e professori hanno finito col diventare meccanici, ingegneri, medici o operai per soddisfare le aspettative o le necessità della famiglia. Ora, per chi insegna, il lavoro è raddoppiato e lo stipendio non è cresciuto, ma la percezione che ne si ha è ancora quella. Anzi, il prestigio sociale è diminuito e anche per questo, quando parli con i genitori, hai a volte la sensazione che ti considerino uno sfigato. Quanto al tempo libero e alle vacanze smisurate, non ne voglio neppure parlare. Basti dire che l’insegnante ha la responsabilità penale della classe e che non può neanche andare a fare la pipì quando ne ha bisogno». 

4. I quadri di fine anno

Il tema del successo e dell’insuccesso mi pare interessante. Nella scuola i risultati sono misurati con i voti e la promozione appare il discrimine fondamentale anche se, in realtà, essa misura solo l’assimilazione di un programma svolto e la previsione che lo o la studente potrà affrontare l’anno seguente con un minimo di tranquillità. Non è, né è mai stata, il giudizio sulla persona né sui suoi molti e svariati talenti. Non ha un significato morale né, tantomeno, è una promessa o una condanna. Accade che una persona, nel delicato periodo dell’adolescenza, attraversi una fase più o meno lunga di distrazione e di fatica; in tal caso, ripetere l’anno è di aiuto. Il professor Z. prosegue: «La non ammissione all’anno seguente (guai, di questi tempi, a chiamarla bocciatura), così come il “debito” da recuperare a settembre, è una dilazione, un prolungamento dell’ospitalità che la scuola offre per acquisire una formazione sufficiente a proseguire. È una cosa buona, quando serve. Io, per esempio, sono stato bocciato in seconda liceo perché quell’anno mi ero innamorato e non capivo più niente. Lì per lì la cosa mi ha scottato, ma poi ho capito che quella prof di matematica, fermandomi con un cinque a settembre, mi ha salvato la vita. Poi è stato tutto facile. Ma ora, in altri Paesi europei, le superiori durano solo 4 anni, quindi abbiamo la sensazione di arrivare in ritardo. Ma in ritardo rispetto a cosa? La disoccupazione è arrivata a cifre drammatiche, i giovani, quando va bene, collezionano lauree stage e master e poi restano a casa, chi se la sente scappa all’estero e noi abbiamo fretta? Di che? Non sarebbe meglio approfittare e approfondire lo studio? Invece noi docenti, se fermiamo qualcuno, assistiamo a due fenomeni: innanzitutto la dolorosa delusione delle famiglie, che talvolta si tramuta in incredulità e in rabbia nei confronti della scuola, rea di non aver capito e/o di non aver aiutato; e poi il comportamento riflesso e timoroso di presidi e consigli di classe, che tendono a mitigare i giudizi e ad arrotondare i voti per eccesso. Ora, il punto è che il registro elettronico, che sta sostituendo ovunque quello cartaceo ed è consultabile in tempo reale dai genitori, ha eliminato qualunque forma di mediazione e di riflessione. I genitori vengono al colloquio non per conoscere e capire, ma per chiedere conto e contestare, dato che hanno accesso ai voti e dunque pensano di sapere già tutto. La media aritmetica è chiara e apparentemente oggettiva: i voti, allo scrutinio, sono arrotondati dal software, dunque da 5,00 al 5,49 è 5 e dal 5,50 al 5,99 è 6. È un calcolo molto semplice, meccanico. Poi, in sede di giudizio, il consiglio di classe può modificare il voto finale sulla base di varie considerazioni, ma intanto chi ha cinque virgola qualcosa sa già che avrà sei e, se ciò non avviene, si scatena la frustrazione. Non è solo una questione di decimali, perché nella scuola italiana la sufficienza è sei, dunque un voto inferiore a sei è insufficiente. Mi pare un ragionamento chiaro. E lo sanno bene anche gli e le studenti, infatti quando, appena compiuti i 18 anni, si mettono di lena a studiare per conseguire la patente di guida e si affannano ad esercitarsi per superare i quiz, è loro chiaro che dovranno rispondere a 40 domande in 30 minuti e che non potranno fare più di quattro errori. Il 10%. Se saranno cinque, ovvero solo il 12,5%, niente patente. Ma l’esame per la patente non presenta nessuna delle implicazioni psicologiche e affettive della scuola, ed è proprio tale anaffettività che dà l’illusione di un giudizio obiettivo, mentre la scuola è percepita come un prolungamento della famiglia, in cui tutto è riassorbito nella sfera affettiva. La scuola, in realtà, è una via di mezzo, un filtro fra la famiglia e il mondo esterno, quello adulto. Se in famiglia i conflitti vengono risolti sulla base degli affetti, nel mondo adulto gli errori hanno conseguenze gravi: paghi una multa, ti licenziano, vai in galera. La scuola è un filtro nel senso che gli errori sono sempre lievi, come pure le sanzioni, e hanno sempre uno scopo educativo e formativo. Il problema è appunto qui: l’educazione di una persona giovane deve basarsi sulla chiarezza, sulla precisione e sull’onestà. Non possiamo dare segnali ambigui, non possiamo dire sì quando intendiamo no. Anche perché rischiamo di minare alla base la stessa matematica. Il numero cinque virgola qualcosa, fosse anche una serie infinita di nove, non sarà mai sei. Se stabiliamo in confine fra sufficiente e insufficiente, dev’essere chiaro. E questa è solo la punta dell’iceberg di un problema molto serio che riguarda, tra l’altro, la comprensione della scienza».